Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Franco svizzero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Franco svizzero. Mostra tutti i post

02/02/2015

Crolla la produzione svizzera, cade anche il franco

Anche la Svizzera non è più quella di una volta... Basta guardare la carta geografica per capire che quella macchia biancocrociata in mezzo all'Unione Europea è un problema, non solo un paradiso fiscale.

L'improvvisa rivalutazione del franco - consentita dalla mossa della banca centrale di non difendere più il cambio con l'auro sul livello di 1,20 - ha rapidamente bruciato i margini di competitività della produzione elvetica, già non eccelsi.

L’indice dei direttori acquisti relativo al mese di gennaio (Pmi, Purchasing Managers Index) è sceso nel mese di gennaio a quota 48,2, sotto quei 50 punti che convenzionalmente segnano lo spartiacque tra crescita e contrazione dell’industria.

Rispetto a dicembre il calo è di ben cinque punti, più o meno la caduta registrata nel 2008, all'indomani del fallimento di Lehmann Brothers, quarta banca d'affari del pianeta.

«L’outlook - spiega in una nota Credit Suisse - è stato chiaramente condizionato dall’abbandono del tasso minimo di cambio da parte della Banca nazionale svizzera». Quasi tutte le imprese svizzere non erano preparate all'improvviso cambiamento di scenario disegnato dalla rottura del cambio.

Paradossalmente ma non troppo, il franco ha "beneficamente" risentito della pubblicazione del dato, confermando la caduta di valore già iniziata da alcuni giorni. Una tendenza che, stavolta "spontaneamente", grazie ai normali meccanismo di mercato, sembra lentamente riportare la moneta di Zurigo verso una quotazione vicina - anche se probabilmente non uguale - a quella strenuamente difesa a colpi di acquisti da parte della banca centrale.

La moneta elvetica  viene oggi scambiata a 1,0530 contro l’euro (il giorno dello "sblocco" era passato da 1,21 a 0,86). Quota che sembra corrispondere a quella che le voci circolanti in Svizzera danno come nuovo livello deciso dalla banca centrale. Stavolta in segreto, però.

La valuta scende anche per le indiscrezioni, riportati dal quotidiano elvetico Schweiz am Sonntag, su un nuovo tetto sul cambio deciso informalmente dalla Banca centrale svizzera e fissato a 1,05-1,10. Un portavoce della banca non ha commentato l’indiscrezione. Sul mercato circolano anche voci di interventi della banca centrale per indebolire il cambio.

Intanto il super-franco fa sentire i suoi effetti anche sul fronte dell’occupazione. Il gruppo finanziario Julius Baer ha annunciato proprio oggi un piano di risparmi da 100 milioni di franchi che prevede il taglio di 200 posti di lavoro, allo scopo di «mitigare l’impatto del cambio». La banca ha 5.247 dipendenti, di cui 3mila in Svizzera.Il titolo ha reagito con un balzo del 7 per cento.

Fonte

19/01/2015

Svizzera-Bce, Mario batte franco

di Carlo Musilli

C'è l'ombra di Mario Draghi sul cataclisma valutario scatenato dalla Svizzera. Spaventata dal quantitative easing della Bce ormai alle porte, giovedì scorso la Banca centrale elvetica (Bns) ha cancellato il limite minimo fin qui imposto al cambio fra la propria valuta e la moneta unica (1,20 franchi per un euro, pari a 0,83 euro per un franco). La mossa ha fatto impennare la divisa svizzera, che venerdì sera ha chiuso a quota 0,97 per un euro, registrando in due giorni un guadagno del 20,7%.

Le conseguenze dello shock sono molte e per la maggior parte negative. Nell'immediato, la Borsa di Zurigo è sprofondata e vari broker sono entrati in crisi, mentre agli sportelli delle banche si allungavano le file per comprare gli euro con i franchi e guadagnare sul balzo del cambio. Nel lungo termine, la Svizzera ha avvantaggiato le proprie aziende importatrici, che pagheranno meno, mentre ha sacrificato quelle attive nell'export, condannate a vendere merci più care (secondo Morgan Stanley, solo le società quotate alla Borsa di Zurigo producono all'estero in media l'85% del fatturato). Non solo: il franco forte aggraverà anche il problema della deflazione, perché renderà più convenienti le materie prime, contribuendo a tenere bassi i prezzi al consumo.

Perché mai tanto masochismo? In realtà, non c'erano alternative. La Banca centrale svizzera avrebbe continuato volentieri a controllare il cambio franco-euro, ma ormai non poteva più permetterselo. La politica difensiva era iniziata nel 2010, quando la crisi dei debiti sovrani aveva fatto impennare gli acquisti sul franco, considerato un bene rifugio. All'epoca, la Bns aveva imposto il limite minimo al cambio per evitare che la moneta diventasse troppo forte. L'obiettivo, caldeggiato dalla Confindustria svizzera e da alcuni settori della finanza, era tutelare le aziende esportatrici, le stesse che oggi vengono abbandonate.

Il problema è che questa operazione ha avuto un costo sempre meno sostenibile. Per tenere artificialmente basse le quotazioni della valuta, la Banca centrale ha venduto franchi e comprato titoli denominati in dollari ed euro (principalmente titoli di Stato tedeschi e francesi). Così facendo, l'istituto si è a poco a poco saturato di monete straniere, facendo lievitare il rapporto riserve/Pil fino alle soglie dell'80% (contro il valore a una sola cifra della maggior parte dei Paesi avanzati). Per effetto del vincolo imposto ex lege, inoltre, il franco ha seguito l'euro nella traiettoria discendente del cambio con il dollaro, arrivando a perdere 15 punti percentuali nell'ultimo anno sulla moneta statunitense. 

In questo scenario già difficile, la Bns ha avuto paura di ciò che sarebbe accaduto dopo il prossimo consiglio direttivo della Bce, in agenda il 22 gennaio. Dalla riunione del board, infatti, i mercati attendono il varo del quantitative easing, programma di acquisto generalizzato di titoli pubblici e privati da parte dell'Eurotower. I termini della maxi-operazione non sono ancora chiari, ma è ovvio che la liquidità in arrivo da Francoforte indebolirà ulteriormente l'euro rispetto al dollaro. Berna ha voluto scongiurare il nuovo calo, che avrebbe messo a rischio lo status di moneta forte del franco.

L'ennesima flessione dell'euro, inoltre, produrrà un'altra fuga degli investitori, che lasceranno la moneta comunitaria per comprare beni rifugio come la valuta svizzera. Questa prevedibile nuova ondata di acquisti, se il limite minimo per il cambio fosse stato ancora in vigore, avrebbe costretto la Bns a fare ancora man bassa di euro e a perdere altri soldi, vista la tendenza ribassista della valuta unica. Di fronte a una prospettiva simile, Berna ha semplicemente gettato la spugna.

In qualche modo, il rapporto Bns-Bce fa pensare a una frase del film Per un pugno di dollari: "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile - diceva Ramòn -, l'uomo con la pistola è un uomo morto". La Svizzera se n'è accorta in tempo e si è arresa.

Fonte

18/01/2015

Totopresidenziali? Guardare piuttosto alla corsa all'euro in Svizzera e Grecia

Nonostante una trattativa complessa e serrata tra le forze politiche, per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica si tratterà comunque di un avvenimento di secondo piano. Il profilo del nuovo, o della nuova, presidente che uscirà dai grandi elettori sembra proprio essere scontato: conforme al mainstream di Bruxelles, di Francoforte e di Washington (Fmi sul piano economico e Casa Bianca su quello politico). L’irritualità, salvo che per alcune stagioni delle opposizioni, non appartiene infatti alla cultura istituzionale italiana, almeno dai tempi del Concordato, figuriamoci se può emergere oggi. Certo tra un tweet di Renzi e uno di Salvini tutto potrà anche sembrare un evento politico. Gli uffici stampa, e il media mainstream, servono per questo genere di maquillage. Il punto è che eventi importanti stanno spaccando la crosta terrestre sulla quale risiede questo paese e sono destinati, in un modo o in un altro, a farsi sentire con un deciso impatto. Modificando, come puntualmente accaduto, la morfologia politica e sociale di un’Italia che da 30 anni subisce eventi epocali senza metabolizzarli.

Facciamo quindi un salto nel vasto mondo reale, quello giusto appena fuori dal diroccato teatrino della politica istituzionale italiana. In Svizzera ci sono le file fuori dagli uffici di cambio. Motivo: si cerca di cambiare più possibile i franchi in euro. In Grecia, contemporaneamente, ci sono le file fuori dalla banche. Motivo: si cerca di ritirare quanti più euro possibile. Eppure l’euro è in discesa, il dollaro sta salendo, e cominciano di nuovo a moltiplicarsi gli analisti che parlando di rischio crisi sistemica per la moneta unica europea. Ma cosa sta accadendo? Una prima risposta di quelle che portano il marchio della certezza: non è possibile pensare che sia qualcosa che è esterno a noi. Cominciamo dalla crisi greca: Alpha Bank e Eurobank, istituti di credito di quel paese, hanno chiesto ufficialmente fondi aggiuntivi alla Bce. Si teme di dover far fronte alle conseguenze monetarie, ed economiche, del risultato elettorale che possono sfuggire di mano agli attori in campo. L’euro è quindi visto come bene rifugio. Ma quanto è sicuro questo rifugio? Se ci spostiamo in Svizzera, la corsa agli sportelli di cambio c’è per cambiare i franchi svizzeri in euro dopo lo sganciamento della moneta del paese elvetico dal corso della divisa dell’eurozona. La moneta che è bene rifugio in Grecia diventa una divisa deprezzata in Svizzera utile per fare shopping a basso costo. Ed è lo sganciamento del franco dall’euro che ci spiega il fenomeno: la banca centrale svizzera fa oggi fluttuare il cambio con l’euro non essendo più un grado di mantenere la banda di oscillazione franco-euro (tra 1,20 e 1,25 franchi per euro) essendo impossibilitata ad acquistare così grosse masse di bond in euro per calmierare il cambio tra le due monete. Un grave colpo per la credibilità, e la forza, della banca centrale svizzera, essendo una ammissione di impossibilità di difendere la propria economia, per l’euro, etichettato come una moneta vicina a nuova crisi dalla quale sganciarsi, e per l’economia svizzera che si è trovata improvvisamente fuori mercato in tanti settori con un franco rivalutatosi di colpo. Anche la Svizzera, dopo la febbre dello shopping, conoscerà così la deflazione salariale, l’abbassamento del costo del lavoro necessario per far tornare competitivi i prodotti, che la vicina Italia conosce così bene (accelerandone le dinamiche con provvedimenti come il Jobs Act). Mentre i grossi investitori finanziari, essendo estremamente differenziati nei portafogli titoli, tutto sommato hanno assorbito il colpo. Quando non hanno guadagnato sul differenziale di cambio. Trattata dal mainstream italiano, gonfio di notizie inutili, come se fosse una questione esoterica, la vicenda svizzera è stata commentata da Die Welt come un vero possibile terremoto per l’eurozona. Terremoto, secondo due columnist finanziari del Telegraph a causa di un paio di motivi. Uno, se si segue Allister Heath, perché lo sganciamento franco-euro prelude a quanto sta per accadere nell’eurozona: l’impossibilità di allineare aree economiche diverse allo stesso valore monetario. Due, se si segue Evans-Pritchard, perché le forze della deflazione, che obbligano al recupero di “competitività” economica tramite l’abbassamento del costo del lavoro piuttosto che sulla svalutazione della moneta, hanno fatto valere la loro capacità di pressione prevalendo sull’emissione di nuova liquidità nei mercati, o sull’acquisto di bond, da parte delle banche centrali (politica fallita, come abbiamo visto, nel caso svizzero nonostante le dichiarazioni ufficiali).

Immediato l’effetto in Italia di tutto questo: magari non sui titoli ma sulle stime del Pil. Bankitalia ha rivisto la stima del Pil 2015 al più 0,4, da 1,3 che era (praticamente un punto in un colpo solo cioè tantissimo), che è minore rispetto a quella del governo (più 0,6). Particolare non indifferente perché, come si sa, i tagli alla spesa si fanno sulle previsioni del Pil e quando le stime si rivedono al ribasso si deve tagliare di più. Si capisce quindi come la corsa dei greci agli sportelli abbia qualcosa di doppiamente disperato: ci si affretta a prendere una moneta che sta calando (circolano proiezioni serie su quando verrà raggiunta la parità col dollaro) e che in Europa serve già come moneta svalutata per comprare a basso prezzo. In compenso, giusto per non perdere il buonumore, c’è Matteo Renzi. Sullo sganciamento franco-euro ha detto che “dalla Svizzera ci sarà la corsa a trasferire i capitali in Italia”. Infatti, come è noto, se uno detiene i capitali in un paese dove la moneta si apprezza non fa altro, per arricchirsi, che trasferirli nel paese in cui la moneta si è svalutata. Ma, in una Italia ormai politicamente a reti unificate come nemmeno negli anni più hard del berlusconismo, si possono sparare simili cavolate continuando ad essere presi sul serio. Ma nel mondo di Matteo da Rignano tutto è possibile: anche parlare, come ha fatto da Strasburgo, dell’aumento della ricchezza delle famiglie in Italia. Quando quella lorda, cioè quella vera al netto di imposte e passività finanziarie, è in costante calo dal 2010.

Altro che chiacchiere sul profilo del nuovo presidente e totonomi. L’Italia renziana e liberista eleggerà il solito, inutile cerimoniere di un ceto politico autoreferenziale e blindato secondo le politiche, italiane e continentali, che stanno spingendo il paese verso la rovina da 30 anni. Mentre lo stesso FMI, che comunque consiglierebbe politiche da suicidio, avverte: c’è un rischio apprezzamento del dollaro che, unito alla stagnazione europea, può far saltare molta economia mondiale. Proprio perché tanti paesi economicamente emergenti sono indebitati in dollari. Ma di fronte ad uno scenario del genere – anche solo guardando a Grecia, Svizzera ed eurozona – il Partito democratico sa solo recitare il rosario di roboanti ma inutili scadenze-politico istituzionali. Sono cose che capitano quando, in fondo, la vera scadenza è attorno al 20 febbraio. Quella che richiede di onorare la cambiale del decreto fiscale a favore del socio Mediaset, in arte Silvio Berlusconi. Poi, le proiezioni sul pil altro non sono che numeri che scompaiono velocemente, al posto delle code in Svizzera e in Grecia si fa vedere un pò di santo padre e il resto si vedrà. Finchè dura, legge aurea della politica italiana da quando l’accumulazione privata selvaggia coincide con l’incarico pubblico.

Fonte