La Turchia ha vietato all’aeronautica statunitense di usare le proprie basi militari e ha dato al paese americano 15 giorni per rimuovere le sue truppe dal territorio turco.
Il presidente Biden aveva definito “genocidio” il massacro degli armeni per mano delle forze dell’impero ottomano – ora Turchia – durante la prima guerra mondiale, provocando dure proteste da parte del governo turco.
A questo proposito, il presidente del “Partito Patriottico della Turchia”, Dogu Perinçek, ha annunciato che il suo paese ha deciso di interrompere la cooperazione militare con Washington, annunciando l’espulsione dell’esercito statunitense dal suo territorio e il divieto di utilizzo delle sue basi aeree da parte dell’aviazione statunitense. Il divieto si applicherebbe anche nel quadro della cooperazione dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), secondo il portale russo Avia-Pro.
Secondo Perinçek, Washington sarà obbligata a lasciare le strutture militari turche entro 15 giorni, indipendentemente dal fatto che il Dipartimento della Difesa Statunitense sia pronto o meno a farlo.
L’alto funzionario ha spiegato che la cooperazione tra Stati Uniti e Turchia in campo militare può essere considerata conclusa. “Le forze armate turche dovrebbero immediatamente stabilire il pieno controllo sulla base aerea di Incirlik [nel sud della Turchia] e riportare a casa le truppe statunitensi schierate lì entro 15 giorni“, ha osservato.
Il governo turco ha anche convocato domenica l’ambasciatore americano ad Ankara (capitale della Turchia), David Satterfield, e ha chiarito che considera “inaccettabili” le parole del presidente americano.
Ankara considera la dichiarazione di Biden “non valida in termini di diritto internazionale” e quindi la respinge completamente, hanno detto le autorità turche al diplomatico statunitense.
L’ambasciata americana ad Ankara, così come i consolati americani a Istanbul, Adana e Izmir, hanno annunciato che rimarranno chiusi lunedì e martedì, 26 e 27 aprile, come “misura precauzionale” contro possibili proteste.
Il massacro degli armeni fu perpetrato tra il 1915 e il 1917 e si stima che abbia ucciso 1,5 milioni di persone. Questo massacro è stato riconosciuto come genocidio da diversi paesi.
La Turchia sostiene che il massacro non fece parte di un piano sistematico di sterminio della popolazione armena, ma ebbe luogo in scontri che descrive come una “guerra civile”, aggravata dalla carestia, che uccise diverse centinaia di migliaia sia di armeni sia di etnia turca.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2021
26/04/2021
Il genocidio degli armeni e la “devozione USA ai principi umanistici”
Il 24 aprile Joe Biden ha definito ufficialmente “genocidio” il massacro di armeni (a seconda delle stime: da 600.000 a 1,5 milioni, sui 2,5 milioni che vivevano nell’impero ottomano all’inizio del XX secolo) nel 1915: «Il popolo americano onora la memoria di tutti gli armeni morti a causa del genocidio iniziato in questo giorno 106 anni fa», ha detto Biden.
Il 24 aprile è la giornata in cui Erevan celebra la Giornata del ricordo delle vittime del genocidio (riconosciuto da qualche decina di Stati e Assemblee regionali, anche se non tutti usano ufficialmente tale termine), mentre il governo turco ammette il fatto della morte di massa di armeni, ma rifiuta il termine “genocidio”, considera gonfiato il numero delle vittime e sostiene che la morte degli armeni non fu il risultato di una politica mirata, ma una conseguenza della guerra civile nell’impero ottomano, di cui furono vittime anche i turchi.
Il Primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha immediatamente ringraziato Washington, definendo la dichiarazione di Biden un passo verso il ristabilimento della verità e della giustizia storica: «Accettate, Vostra Eccellenza, le assicurazioni del mio più alto rispetto», ha scritto Pašinjan.
Di contro, Ankara ha convocato l’ambasciatore yankee per consegnargli una nota di protesta, definendo le parole di Biden inaccettabili e «prive di fondamento giuridico e storico», così che la Turchia «le rigetta e le condanna fermamente», invitando il Presidente USA a «correggere questo grave errore».
Il partito “Patria” ha proposto di prendere il pieno controllo della base aerea di Incirlik e mettere alla porta entro 15 giorni i soldati americani.
Le parole di Biden interrompono la tradizione dei Presidenti USA che, per evitare ogni conflitto con Ankara, hanno sempre usato la definizione armena di Metz Yeghern (Grande strage, o Grande misfatto) invece che genocidio.
Ora che i rapporti tra le due capitali non sono del tutto idilliaci, ecco che Biden ripete una definizione già usata nel 2019 – priva però di valenza giuridica – dal Congresso USA, in risposta alla decisione turca di acquistare gli S-400 dalla Russia.
Già nei giorni precedenti, allorché i media avevano anticipato la possibilità che Biden parlasse di “genocidio” (però, ad esempio The Wall Street Journal o Reuters prevedevano che Biden vi avrebbe rinunciato, per non peggiorare ulteriormente i rapporti con Ankara) Erdogan aveva detto che la Turchia difenderà la «verità da coloro che mentono sul cosiddetto genocidio armeno e sostengono questa calunnia per motivi politici».
Il Ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu aveva detto che eventuali dichiarazioni prive di forza giuridica non porteranno alcun beneficio e danneggeranno invece i legami tra Washington e Ankara. A dichiarazione avvenuta, Cavusoglu ha detto che «l’opportunismo politico è il più grande tradimento della pace e della giustizia» e ha aggiunto che la parte turca rigetta completamente la dichiarazione di Biden, basata «esclusivamente sul populismo».
Come nota Dmitrij Beljaev sulla Tass, anche oggi, come nel 2019, «il tema del genocidio armeno nelle relazioni USA-Turchia è balzato in primo piano sullo sfondo dei contrasti tra i due paesi. Washington è scontenta delle azioni di Ankara nel nord della Siria, nel Mediterraneo orientale e, ovviamente, dell’acquisto di armi dalla Russia», in seguito al quale, il Pentagono ha escluso Ankara dal programma di produzione del F-35.
Non a caso, a giudizio del politologo americano Ian Bremmer, i rapporti turco-americani sono oggi al livello peggiore dal 1974, quando esplose la crisi di Cipro.
Più che ovvia la reazione della direttrice della russa RT, Margarita Simon’jan, di origini armene, la quale ha constatato come gli USA, per oltre 100 anni, non avessero «riconosciuto l’ovvio. Non avevano riconosciuto la verità. Non avevano riconosciuto una delle più grandi tragedie nella storia dell’umanità».
La Simon’jan ha aggiunto che la ragione del non riconoscimento era data dalla congiuntura geopolitica e che, quando la congiuntura è cambiata, Washington ha ammesso tutto, ma che, in fondo, l’autentico atteggiamento di Washington nei confronti degli armeni, ha detto, è quello dimostrato lo scorso autunno durante la guerra in Nagorno-Karabakh, allorché «l’America non ha mosso ciglio».
E, a proposito di Nagorno-Karabakh, uno dei più fedeli clientes di Ankara, il Presidente azero Il’kham Aliev, ha definito le parole di Biden un errore storico, che arrecano danno alle tendenze verso la cooperazione che vanno formandosi nella regione. Il Ministero degli esteri dell’Azerbajdžgian ha espresso rammarico per la «dichiarazione del presidente USA Joe Biden sugli eventi del 1915, che distorce la verità storica».
Ma, in generale, quali effetti e quali radici possono avere le parole di Biden, considerata, ad esempio, la non proprio debole influenza della lobby armena in USA?
Marija Kan, ad esempio, su iarex.ru, ricorda che il riconoscimento del genocidio da parte USA è importante per gli armeni d’America, perché qui vivono i discendenti delle vittime, che potranno così «riprendere l’iter di risarcimento sulla base delle polizze assicurative. All’inizio degli anni 2000, era iniziato l’iter di risarcimento con la New York Life Insurance Company, ma poi la maggior parte delle richieste era stata respinta, a causa di prove insufficienti; lo stesso era avvenuto con la francese AXA».
Sul piano politico, il giorno precedente la dichiarazione, quando la possibilità del “riconoscimento” USA era già nell’aria, Biden e Erdogan avevano avuto un colloquio, nel corso del quale sleeping Joe aveva espresso «interesse per relazioni bilaterali costruttive, con aree di cooperazione allargate e risoluzione efficace delle divergenze» e i due avevano concordato di discutere, a margine del vertice NATO di giugno, l’intera gamma di questioni bilaterali e regionali.
Parole a dir poco curiose, considerata la reazione di vari media turchi ad alcuni passaggi internazionali del messaggio (¾ del quale dedicati a problemi interni) di Vladimir Putin all’Assemblea federale, lo scorso 21 aprile, in cui il Presidente russo, senza nominare concretamente nessun Paese tra quanti oggi manifestano mire aggressive nei confronti della Russia, aveva parlato della «soglia di un nuovo mondo».
Così, ad esempio, Bercan Tutar sulla turca Sabah scrive che lo zeitgeist si manifesta sotto forma di «ascesa del mondo non occidentale», mentre il «mondo transatlantico, rappresentato da USA e Europa, non è diverso da una nave che fa acqua e affonda lentamente».
E gli USA, quale «capitano dell’Atlantico, incapaci di rispondere alle mosse militari della Russia, ai passi economici della Cina, alle mosse geoculturali e strategiche della Turchia, non dispongono più del loro precedente potere».
Così, scrive Tutar, Putin «ha impartito una lezione all’Occidente; senza far nomi, ha sottolineato che gli USA e i loro sostenitori si sono trasformati in “stati criminali”. L’attacco di Putin all’Ovest banditesco ha la natura di un manifesto di un nuovo mondo» e il suo «ultimatum appare altrettanto rivoluzionario quanto il suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, quando proclamò la fine dell’ordine mondiale unipolare a guida USA».
Ora, è vero che a Washington sembrano far finta di nulla, tanto che la portavoce presidenziale, la rediviva Jen Psaki, ha dichiarato che la Casa Bianca non prende sul personale i riferimenti di Putin alla tigre Shere Khan e allo sciacallo Tabaqui kiplinghiani, che violano le leggi della giungla; tuttavia, «l’accordo tra Erdogan e Putin ha lasciato un’impronta negativa indelebile in USA», sostiene il politologo bulgaro Dimitar Bechev sul canale Al Jazeera.
Il governo turco sta usando i legami con l’Ucraina – forniture militari, adesione alla “Piattaforma crimeana” di Kiev, ecc. – per «portare gli USA dalla propria parte»; ma, «mentre il dialogo con la UE sta dando frutti, l’amministrazione Biden ha finora ignorato gli sforzi di Ankara. Washington non prende per moneta sonante l’argomento secondo cui la Turchia è l’unica potenza disposta a frenare l’espansionismo di Mosca in Libia, Siria o Caucaso meridionale». Ecco dunque il richiamo ad Ankara.
Come che sia, Erevan non fa mistero della soddisfazione per l’effettiva importanza del riconoscimento yankee e, sfidando le leggi della storia, dichiara che «il messaggio del Presidente USA continua la tradizione americana, volta alla difesa della verità e della giustizia» e che oggi gli USA «hanno confermato inequivocabilmente la propria devozione alla difesa dei diritti dell’uomo e ai principi umanistici».
Come no; ce lo ricordano i 50 milioni di nativi americani sterminati a partire dal 1500, 1,5 milioni di filippini uccisi tra il 1899 e il 1902, i milioni e milioni di civili morti sotto i bombardamenti terroristici USA su Dresda, Amburgo, Hiroshima, Nagasaki, su Corea, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, oltre alle centinaia di migliaia di civili assassinati in seguito a colpi di stato organizzati dalla CIA in America Latina, Asia, Africa e, sotto la diretta supervisione proprio di Joe “Burisma” Biden, in Ucraina.
Se è cosa buona l’attuale riconoscimento yankee per il Metz Yeghern degli armeni, dubitiamo che la stessa Erevan si attenda da Washington la «difesa della verità e della giustizia» per tutti queste altre Grandi stragi in giro per il mondo.
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Il 24 aprile è la giornata in cui Erevan celebra la Giornata del ricordo delle vittime del genocidio (riconosciuto da qualche decina di Stati e Assemblee regionali, anche se non tutti usano ufficialmente tale termine), mentre il governo turco ammette il fatto della morte di massa di armeni, ma rifiuta il termine “genocidio”, considera gonfiato il numero delle vittime e sostiene che la morte degli armeni non fu il risultato di una politica mirata, ma una conseguenza della guerra civile nell’impero ottomano, di cui furono vittime anche i turchi.
Il Primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha immediatamente ringraziato Washington, definendo la dichiarazione di Biden un passo verso il ristabilimento della verità e della giustizia storica: «Accettate, Vostra Eccellenza, le assicurazioni del mio più alto rispetto», ha scritto Pašinjan.
Di contro, Ankara ha convocato l’ambasciatore yankee per consegnargli una nota di protesta, definendo le parole di Biden inaccettabili e «prive di fondamento giuridico e storico», così che la Turchia «le rigetta e le condanna fermamente», invitando il Presidente USA a «correggere questo grave errore».
Il partito “Patria” ha proposto di prendere il pieno controllo della base aerea di Incirlik e mettere alla porta entro 15 giorni i soldati americani.
Le parole di Biden interrompono la tradizione dei Presidenti USA che, per evitare ogni conflitto con Ankara, hanno sempre usato la definizione armena di Metz Yeghern (Grande strage, o Grande misfatto) invece che genocidio.
Ora che i rapporti tra le due capitali non sono del tutto idilliaci, ecco che Biden ripete una definizione già usata nel 2019 – priva però di valenza giuridica – dal Congresso USA, in risposta alla decisione turca di acquistare gli S-400 dalla Russia.
Già nei giorni precedenti, allorché i media avevano anticipato la possibilità che Biden parlasse di “genocidio” (però, ad esempio The Wall Street Journal o Reuters prevedevano che Biden vi avrebbe rinunciato, per non peggiorare ulteriormente i rapporti con Ankara) Erdogan aveva detto che la Turchia difenderà la «verità da coloro che mentono sul cosiddetto genocidio armeno e sostengono questa calunnia per motivi politici».
Il Ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu aveva detto che eventuali dichiarazioni prive di forza giuridica non porteranno alcun beneficio e danneggeranno invece i legami tra Washington e Ankara. A dichiarazione avvenuta, Cavusoglu ha detto che «l’opportunismo politico è il più grande tradimento della pace e della giustizia» e ha aggiunto che la parte turca rigetta completamente la dichiarazione di Biden, basata «esclusivamente sul populismo».
Come nota Dmitrij Beljaev sulla Tass, anche oggi, come nel 2019, «il tema del genocidio armeno nelle relazioni USA-Turchia è balzato in primo piano sullo sfondo dei contrasti tra i due paesi. Washington è scontenta delle azioni di Ankara nel nord della Siria, nel Mediterraneo orientale e, ovviamente, dell’acquisto di armi dalla Russia», in seguito al quale, il Pentagono ha escluso Ankara dal programma di produzione del F-35.
Non a caso, a giudizio del politologo americano Ian Bremmer, i rapporti turco-americani sono oggi al livello peggiore dal 1974, quando esplose la crisi di Cipro.
Più che ovvia la reazione della direttrice della russa RT, Margarita Simon’jan, di origini armene, la quale ha constatato come gli USA, per oltre 100 anni, non avessero «riconosciuto l’ovvio. Non avevano riconosciuto la verità. Non avevano riconosciuto una delle più grandi tragedie nella storia dell’umanità».
La Simon’jan ha aggiunto che la ragione del non riconoscimento era data dalla congiuntura geopolitica e che, quando la congiuntura è cambiata, Washington ha ammesso tutto, ma che, in fondo, l’autentico atteggiamento di Washington nei confronti degli armeni, ha detto, è quello dimostrato lo scorso autunno durante la guerra in Nagorno-Karabakh, allorché «l’America non ha mosso ciglio».
E, a proposito di Nagorno-Karabakh, uno dei più fedeli clientes di Ankara, il Presidente azero Il’kham Aliev, ha definito le parole di Biden un errore storico, che arrecano danno alle tendenze verso la cooperazione che vanno formandosi nella regione. Il Ministero degli esteri dell’Azerbajdžgian ha espresso rammarico per la «dichiarazione del presidente USA Joe Biden sugli eventi del 1915, che distorce la verità storica».
Ma, in generale, quali effetti e quali radici possono avere le parole di Biden, considerata, ad esempio, la non proprio debole influenza della lobby armena in USA?
Marija Kan, ad esempio, su iarex.ru, ricorda che il riconoscimento del genocidio da parte USA è importante per gli armeni d’America, perché qui vivono i discendenti delle vittime, che potranno così «riprendere l’iter di risarcimento sulla base delle polizze assicurative. All’inizio degli anni 2000, era iniziato l’iter di risarcimento con la New York Life Insurance Company, ma poi la maggior parte delle richieste era stata respinta, a causa di prove insufficienti; lo stesso era avvenuto con la francese AXA».
Sul piano politico, il giorno precedente la dichiarazione, quando la possibilità del “riconoscimento” USA era già nell’aria, Biden e Erdogan avevano avuto un colloquio, nel corso del quale sleeping Joe aveva espresso «interesse per relazioni bilaterali costruttive, con aree di cooperazione allargate e risoluzione efficace delle divergenze» e i due avevano concordato di discutere, a margine del vertice NATO di giugno, l’intera gamma di questioni bilaterali e regionali.
Parole a dir poco curiose, considerata la reazione di vari media turchi ad alcuni passaggi internazionali del messaggio (¾ del quale dedicati a problemi interni) di Vladimir Putin all’Assemblea federale, lo scorso 21 aprile, in cui il Presidente russo, senza nominare concretamente nessun Paese tra quanti oggi manifestano mire aggressive nei confronti della Russia, aveva parlato della «soglia di un nuovo mondo».
Così, ad esempio, Bercan Tutar sulla turca Sabah scrive che lo zeitgeist si manifesta sotto forma di «ascesa del mondo non occidentale», mentre il «mondo transatlantico, rappresentato da USA e Europa, non è diverso da una nave che fa acqua e affonda lentamente».
E gli USA, quale «capitano dell’Atlantico, incapaci di rispondere alle mosse militari della Russia, ai passi economici della Cina, alle mosse geoculturali e strategiche della Turchia, non dispongono più del loro precedente potere».
Così, scrive Tutar, Putin «ha impartito una lezione all’Occidente; senza far nomi, ha sottolineato che gli USA e i loro sostenitori si sono trasformati in “stati criminali”. L’attacco di Putin all’Ovest banditesco ha la natura di un manifesto di un nuovo mondo» e il suo «ultimatum appare altrettanto rivoluzionario quanto il suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, quando proclamò la fine dell’ordine mondiale unipolare a guida USA».
Ora, è vero che a Washington sembrano far finta di nulla, tanto che la portavoce presidenziale, la rediviva Jen Psaki, ha dichiarato che la Casa Bianca non prende sul personale i riferimenti di Putin alla tigre Shere Khan e allo sciacallo Tabaqui kiplinghiani, che violano le leggi della giungla; tuttavia, «l’accordo tra Erdogan e Putin ha lasciato un’impronta negativa indelebile in USA», sostiene il politologo bulgaro Dimitar Bechev sul canale Al Jazeera.
Il governo turco sta usando i legami con l’Ucraina – forniture militari, adesione alla “Piattaforma crimeana” di Kiev, ecc. – per «portare gli USA dalla propria parte»; ma, «mentre il dialogo con la UE sta dando frutti, l’amministrazione Biden ha finora ignorato gli sforzi di Ankara. Washington non prende per moneta sonante l’argomento secondo cui la Turchia è l’unica potenza disposta a frenare l’espansionismo di Mosca in Libia, Siria o Caucaso meridionale». Ecco dunque il richiamo ad Ankara.
Come che sia, Erevan non fa mistero della soddisfazione per l’effettiva importanza del riconoscimento yankee e, sfidando le leggi della storia, dichiara che «il messaggio del Presidente USA continua la tradizione americana, volta alla difesa della verità e della giustizia» e che oggi gli USA «hanno confermato inequivocabilmente la propria devozione alla difesa dei diritti dell’uomo e ai principi umanistici».
Come no; ce lo ricordano i 50 milioni di nativi americani sterminati a partire dal 1500, 1,5 milioni di filippini uccisi tra il 1899 e il 1902, i milioni e milioni di civili morti sotto i bombardamenti terroristici USA su Dresda, Amburgo, Hiroshima, Nagasaki, su Corea, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen, oltre alle centinaia di migliaia di civili assassinati in seguito a colpi di stato organizzati dalla CIA in America Latina, Asia, Africa e, sotto la diretta supervisione proprio di Joe “Burisma” Biden, in Ucraina.
Se è cosa buona l’attuale riconoscimento yankee per il Metz Yeghern degli armeni, dubitiamo che la stessa Erevan si attenda da Washington la «difesa della verità e della giustizia» per tutti queste altre Grandi stragi in giro per il mondo.
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14/06/2016
Kiev: Mosca colpevole anche del genocidio degli armeni
Storici, critici d’arte, geografi, studiosi delle religioni ucraini, con le loro sensazionali scoperte, non cessano di appagare la curiosità di quanti, nel mondo, non si accontentano delle verità consolidate.
Le origini odessine dei nonni della Gioconda leonardiana, gettate in faccia a quanti pensano che Odessa sia stata fondata solo nel 1700; il Buddha che ha avuto le proprie origini nelle steppe di Zaporozhe e i primi sottomarini al mondo collaudati dai cosacchi nel XVI secolo nelle acque del Dnepr: tutte queste scoperte fanno dei dotti di Kiev la quintessenza dell’acume scientifico mondiale. E anche quando si tratta di mettere a nudo i retroscena degli avvenimenti moderni, i ricercatori fedeli alla junta sono i primi della classe. Quante volte abbiamo dovuto riconoscere la loro abilità, che ci ha svelato la vera origine di fatti apparentemente inspiegabili: gli attentati di Bruxelles per sviare l’attenzione mondiale dalla condanna di Nadezhda Savchenko, verità rivelataci dal consigliere del Ministero degli interni ucraino, Zorjan Shkirjak; gli avvenimenti di capodanno a Colonia, su cui, per la verità, non hanno fatto luce i saggi di Kiev, ma i loro discepoli del Movimento Russo di Opposizione “Majdan senza frontiere”; il neonazista francese arrestato dai Servizi di sicurezza ucraini la settimana scorsa; e via dicendo. Solo la perspicacia degli indagatori ucraini ci ha consentito di scoprire che, dietro tutto questo, c’è sempre una sola e unica mano: quella di Mosca. Ma, andando più a fondo alle questioni, dobbiamo essere ora grati agli storici ucraini per averci aperto gli occhi su un’altra pagina della storia mondiale sinora codificata nelle assolutamente ingiuste accuse all’impero ottomano: il genocidio degli armeni nel 1915. Ebbene, dicono oggi a Kiev, anche per quella tragedia, che causò la morte di un milione e mezzo di persone, il ruolo nefando della Russia è ora completamente smascherato.
Prendendo così le difese del proprio “stretto compagni d’armi” Erdogan e di fronte al maligno riconoscimento ufficiale dell’olocausto da parte di Berlino, che ha così fatto “un prezioso regalo a Putin”, gli storici ucraini, dopo averci assicurato che Mosca si è accaparrata senza alcun diritto la storia dell’antica Rus di Kiev, hanno potuto stabilire che i turchi non sono affatto responsabili di quell’azione di sterminio. La rivelazione è stata fatta, durante una conferenza “scientifica”, dalla collaboratrice dell’Istituto per la storia ucraina Tatjana Evseeva che, come scrive il sito antifashist.com, “senza neppure togliersi la camicia di forza”, ha scoperto che la Russia si apprestava a deportare cittadini turchi ma, come risultato, a rimetterci furono gli armeni. “Dietro le insegne della conquista di Costantinopoli, per difendere i fratelli slavi ortodossi, liberarli dai turchi e assicurare loro una patria in Asia Minore... il risultato fu il genocidio degli armeni”. Fortunatamente, nota ancora antifashist.com, nel corso della conferenza nessuno si è fatto male!
Basta dunque con le accuse alla Turchia, così generosa di aiuti in uomini (i “Lupi grigi” per primi) e armi all’Ucraina nella sua sacrosanta volontà di riprendersi la Crimea e basta anche con la storia, anche quella propagandata ad arte da Mosca, secondo cui lo zar Nicola II (che, per la verità, a ragione era definito in patria “il sanguinario”; ma questa è un’altra faccenda) avrebbe salvato la vita di alcune centinaia di migliaia di armeni dal genocidio turco. Le alleanze strategiche vengono prima di ogni propaganda.
Fonte
Le origini odessine dei nonni della Gioconda leonardiana, gettate in faccia a quanti pensano che Odessa sia stata fondata solo nel 1700; il Buddha che ha avuto le proprie origini nelle steppe di Zaporozhe e i primi sottomarini al mondo collaudati dai cosacchi nel XVI secolo nelle acque del Dnepr: tutte queste scoperte fanno dei dotti di Kiev la quintessenza dell’acume scientifico mondiale. E anche quando si tratta di mettere a nudo i retroscena degli avvenimenti moderni, i ricercatori fedeli alla junta sono i primi della classe. Quante volte abbiamo dovuto riconoscere la loro abilità, che ci ha svelato la vera origine di fatti apparentemente inspiegabili: gli attentati di Bruxelles per sviare l’attenzione mondiale dalla condanna di Nadezhda Savchenko, verità rivelataci dal consigliere del Ministero degli interni ucraino, Zorjan Shkirjak; gli avvenimenti di capodanno a Colonia, su cui, per la verità, non hanno fatto luce i saggi di Kiev, ma i loro discepoli del Movimento Russo di Opposizione “Majdan senza frontiere”; il neonazista francese arrestato dai Servizi di sicurezza ucraini la settimana scorsa; e via dicendo. Solo la perspicacia degli indagatori ucraini ci ha consentito di scoprire che, dietro tutto questo, c’è sempre una sola e unica mano: quella di Mosca. Ma, andando più a fondo alle questioni, dobbiamo essere ora grati agli storici ucraini per averci aperto gli occhi su un’altra pagina della storia mondiale sinora codificata nelle assolutamente ingiuste accuse all’impero ottomano: il genocidio degli armeni nel 1915. Ebbene, dicono oggi a Kiev, anche per quella tragedia, che causò la morte di un milione e mezzo di persone, il ruolo nefando della Russia è ora completamente smascherato.
Prendendo così le difese del proprio “stretto compagni d’armi” Erdogan e di fronte al maligno riconoscimento ufficiale dell’olocausto da parte di Berlino, che ha così fatto “un prezioso regalo a Putin”, gli storici ucraini, dopo averci assicurato che Mosca si è accaparrata senza alcun diritto la storia dell’antica Rus di Kiev, hanno potuto stabilire che i turchi non sono affatto responsabili di quell’azione di sterminio. La rivelazione è stata fatta, durante una conferenza “scientifica”, dalla collaboratrice dell’Istituto per la storia ucraina Tatjana Evseeva che, come scrive il sito antifashist.com, “senza neppure togliersi la camicia di forza”, ha scoperto che la Russia si apprestava a deportare cittadini turchi ma, come risultato, a rimetterci furono gli armeni. “Dietro le insegne della conquista di Costantinopoli, per difendere i fratelli slavi ortodossi, liberarli dai turchi e assicurare loro una patria in Asia Minore... il risultato fu il genocidio degli armeni”. Fortunatamente, nota ancora antifashist.com, nel corso della conferenza nessuno si è fatto male!
Basta dunque con le accuse alla Turchia, così generosa di aiuti in uomini (i “Lupi grigi” per primi) e armi all’Ucraina nella sua sacrosanta volontà di riprendersi la Crimea e basta anche con la storia, anche quella propagandata ad arte da Mosca, secondo cui lo zar Nicola II (che, per la verità, a ragione era definito in patria “il sanguinario”; ma questa è un’altra faccenda) avrebbe salvato la vita di alcune centinaia di migliaia di armeni dal genocidio turco. Le alleanze strategiche vengono prima di ogni propaganda.
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25/04/2015
Turchia - Ankara prova a nascondere il genocidio armeno
| Foto delle vittime dei rastrellamenti del 1915 di fronte alla stazione di Haydarpasa (Foto: Reuters) |
Nel centenario del genocidio armeno continuano a piovere polemiche su Ankara. Le celebrazioni di ieri, che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone alla marcia di piazza Taksim e ad altri eventi organizzati da associazioni turche e straniere per la commemorazione del centesimo anniversario del genocidio armeno da parte dell’Impero ottomano, sono state quasi completamente disertate dalle autorità turche, che hanno deciso di controbilanciarle anticipando di un giorno le celebrazioni della battaglia di Gallipoli.
La situazione che si è prodotta è stata la seguente: mentre a Erevan, capitale dell’Armenia, il presidente francese François Hollande e quello russo Vladimir Putin partecipavano alla cerimonia in ricordo del massacro degli anni 1915-1923 e nella simbolica Istanbul si tenevano decine di altri eventi, a Canakkale, sullo stretto del Dardanelli, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan accoglieva il principe Carlo d’Inghilterra, il premier australiano Tony Abbott e quello neozelandese John Key per una solenne cerimonia in ricordo del centenario della Campagna di Gallipoli, quando durante la prima guerra mondiale gli Alleati provarono a raggiungere Costantinopoli ma furono bloccati dalle forze ottomane.
Lo sbarco, che ebbe luogo il 25 aprile 1915, costò la vita a circa 250 mila soldati alleati e fu una delle peggiori sconfitte delle potenze dell’Intesa durante il primo conflitto mondiale. Una commemorazione importante, quindi, ma che secondo le autorità armene sarebbe stata deliberatamente spostata indietro di un giorno per “mettere in ombra l’anniversario del genocidio armeno”, una definizione che il governo turco non accetta e continua a contestare, riferendosi al massacro di circa 1.5 milione di armeni residenti nell’allora impero Ottomano come a “i fatti del 1915″.
Il presidente armeno Serzh Sargsyan, dopo aver rifiutato nel gennaio scorso l’invito di Erdogan alla cerimonia per lo sbarco a Gallipoli, ha attaccato duramente Ankara: “A cosa è servito – ha scritto – se non a distogliere l’attenzione mondiale dalle attività per il centenario del genocidio degli armeni? La Turchia ha una responsabilità molto più importante verso il proprio popolo e verso l’umanità: il riconoscimento e la condanna del genocidio armeno”. Un riconoscimento che sembra impossibile per un genocidio che, seppur internazionalmente riconosciuto, la Turchia continua a definire “infondato”, come ha recentemente ricordato Erdogan stesso in un commento riportato dal quotidiano Today’s Zaman.
Sebbene l’anno scorso l’allora primo ministro Erdogan abbia fatto una sortita straordinaria, porgendo per la prima volta le condoglianze alle vittime per i massacri di quegli anni e sebbene ieri il governo turco sia stato senza precedenti rappresentato dal ministro turco presso l’UE Volkan Bozkir alla cerimonia di commemorazione al Patriarcato armeno, la diatriba sul termine “genocidio” continua a infiammare Ankara e i suoi rapporti con la comunità internazionale.
All’inizio di aprile, infatti, la Turchia ha richiamato i suoi ambasciatori a Vienna e in Vaticano per consultazioni dopo che i due paesi avevano definito i massacri del 1915 “genocidio”. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non vincolante la scorsa settimana, chiedendo alla Turchia di riconoscere il “genocidio armeno”, una mossa che Ankara ha duramente condannato. Secondo la storiografia e narrativa turche, infatti, circa 500 mila armeni – e altrettanti turchi dall’altra parte della barricata – morirono di fame o combattendo al fianco degli invasori russi durante la prima guerra mondiale.
Le foto e le testimonianze delle “marce della morte” invece, in cui centinaia di migliaia di armeni perirono guardate a vista da guardie turche durante i trasferimenti forzati verso le regioni orientali e desertiche dell’allora Impero Ottomano, raccontano una versione diversa. Le cifre, secondo gli storici, spaziano da 1.2 a 1.8 milioni di vittime tra gli armeni negli anni 1915-1923.
Soddisfazione generale è stata espressa sulle celebrazioni di ieri, soprattutto a Istanbul, per la partecipazione di molti turchi nei cortei. Una riuscita impensabile fino a qualche anno fa, a detta delle organizzazioni non-governative che hanno aderito: “Dieci anni fa – ha dichiarato ad al-Jazeera Levent Sensever di Durde, una ONG turca contro il razzismo – non si sarebbe mai potuto discutere pubblicamente sulla questione armena in Turchia. Con gli sforzi della società civile e il sostegno di partner internazionali, questo è cambiato”. Ma molte ombre rimangono.
Il quotidiano Hurriyet ha riportato che ieri la polizia ha disperso un gruppo di studenti dell’Università Tecnica di Istanbul che stava allestendo la propria commemorazione per il centenario del genocidio degli armeni, dopo lo scoppio di una rissa nel momento in cui le guardie di sicurezza private hanno cercato di rimuovere un banner e cartelli che gli studenti avevano appeso. E per quel che riguarda l’adesione turca alla condanna internazionale del genocidio la strada sembra ancora lunga: secondo un sondaggio diffuso qualche mese fa dal Centro per gli Studi di Economia e di Politica Estera (EDAM) su un campione di 1.508 cittadini turchi, solo il 9.1 per cento dei soggetti intervistati crede che Ankara dovrebbe ammettere di aver perpetrato un genocidio e scusarsi per quelli che comunemente le autorità turche definiscono “i fatti del 1915″.
Fonte
21/04/2015
Il Papa, gli Armeni e la Turchia
Molti giornali hanno presentato la dichiarazione sul genocidio armeno come la “Ratisbona di Francesco”,
alcuni sottintendendo con compiacimento che è la prima “scivolata” di
questo pontificato, altri per dire che, al di là delle caratteristiche
personali del Papa, la geopolitica vaticana non cambia e non può che
essere antislamica. Una lettura totalmente sbagliata e fuorviante che si
ferma alle somiglianze superficiali delle cose.
Il discorso di Benedetto XVI ebbe carattere essenzialmente dottrinale
(come era nel carattere del suo pontificato e come dimostra il fatto
che affidava il suo giudizio sull’Islam alla citazione di un teologo del
Quattrocento) e non è separabile dalla sua visione essenzialmente
eurocentrica; Francesco, al contrario, è un papa
eminentemente politico, come dimostra il fatto che non ha citato un
teologo di se secoli fa, ma è andato dritto all’obiettivo tirando in
ballo una delle questioni più scottanti del Novecento, e non è affatto
eurocentrico ma portatore di una strategia globale.
Ratzinger fu sorpreso dalle reazioni
politiche al suo discorso, Bergoglio non solo se le attendeva, ma le
voleva e proprio di questo tenore. Ed allora, come leggere la sua
sortita?
In primo luogo, questa
dichiarazione fa seguito a diverse denunce dei massacri di cristiani in
paesi islamici, fatte in queste settimane. Chi pensava che il Papa
avrebbe assistito inerte a questi eccidi, si sbagliava: il Papa, come
suo dovere, assume la difesa del suo popolo e non lo fa solo con
generiche denunce o vaghe esortazioni, ma – questo è il senso dell’uscita
sugli armeni – con operazioni apertamente politiche con obiettivi
precisi. E il seguito dei fatti gli dà ragione: la Ue, finalmente, si è
decisa a riconoscere il genocidio armeno, uno dei paesi più filo-turchi,
l’Italia, è messo con le spalle al muro e deve prendere le distanze
dalle reazioni del governo turco che è pienamente cascato nella trappola
tesagli.
Conclusione: di ingresso di Ankara nella Ue
non ne parliamo più almeno per un po’ di anni. Sarebbe stato sbagliato
ammettere nella Ue una Turchia islamica, per quanto laica e Kemalista,
ma di una Turchia fondamentalista ed ottomana di Erdogan non è neppure
il caso di adombrare l’ipotesi. E il valente premier turco, tanto per
smentire il suo razzismo nei confronti degli armeni, non trova di meglio
da dire che lui potrebbe espellere i centomila armeni non cittadini
turchi, che sono nel suo paese. Uno così non può entrare nemmeno nella
portineria della Ue.
E questo è un assist indiretto anche
alle opposizioni turche in vista delle elezioni: Erdogan porta
all’isolamento internazionale del paese. Anche l’esercito ha di che
meditare su questa svolta neo ottomana dell’attuale premier.
Ma perché prendersela proprio con la Turchia?
Al di là delle ragioni di fondo per cui il Vaticano, pur propenso al
dialogo con l’Islam, non vede di buon occhio l’ingresso della Turchia
nella Ue, ci sono motivi contingenti che hanno spinto in questo senso.
Diciamocela: la Turchia la sta facendo sporca con l’Isis. Da dove
passano le armi, i rifornimenti, i foreign fighters diretti al
Califfato? E da dove passano i flussi petroliferi che partono dallo
Stato Islamico? Poi, la nozione di Califfato non sembra dispiacere molto
ad Ankara, anzi… Ed allora, la sortita del Papa serve anche a puntare i
riflettori sulla sostanziale slealtà di questo “alleato” dell’Europa
(degli Usa), mentre le cancellerie di tutta Europa fanno finta di non
vedere e di non sentire.
D’altro canto, questo non è stato un
fulmine a ciel sereno: anche nel suo recente viaggio in Turchia,
Bergoglio non aveva perso l’occasione di mandare segnali molto irritanti
per il governo turco e, adesso, è arrivato un potente ceffone in pieno
viso.
Quanto mi piace questo Papa!
Il dato più essenziale di questo articolo, per il lettore comune, è la discriminazione tra pontificato teologico di Ratzinger e politico di Bergoglio.
Il Vaticano, insomma, torna a proporsi come soggetto politico internazionale di primo piano, come fu ai tempi di Wojtyla. C'è da augurarsi che la storia non tragga le infauste conclusioni che emersero, nemmeno troppo inaspettatamente, alla fine del pontificato polacco.
16/04/2015
Turchia, la contesa armena
Qualcuno, qualcuno fra i turchi, lo chiama Ermeni Soykırımı, che sta per “genocidio armeno”. Sono pochi, in genere intellettuali: lo storico Akçam, lo scrittore e premio Nobel Pamuk, oppure oppositori. Sono turchi che rischiano d’essere a loro volta perseguitati come antipatriottici, perché il concetto di genocidio rivolto all’operato della grande Patria è vietato, negato, perseguitato, si rischia una condanna penale da scontare in galera. Così prende corpo il sospetto dell’autoritarismo che già fu di Atatürk, rivisitato da colui che vuole emularlo e superarlo lanciando un kemalismo confessionale: il presidente Erdoğan. Altri, sempre in lingua turca, parlano di Ermeni Techiri cioè deportazione, situazione per giunta documentatissima con testimonianze, orali e scritte, e tante immagini (famose quelle del militare tedesco Armin Theophil Wegner). I censori, prima che negazionisti, aggiungono l’aggettivo sözde: cosiddetto, che introduce il dubbio, l’illazione, una vicenda creata artificiosamente. Almeno per chi vuol difendere gli atti che prima il sultano ottomano Abdul-Hamid (nel triennio 1894-1896) poi nel 1915-16 gli ufficiali noti come i “Giovani turchi” praticarono verso l’etnìa armena che viveva nei territori mediorientali dell’Impero.
Da parte loro gli epigoni del popolo armeno parlano di massacri e Olocausto della propria gente. Una vicenda che ha cent’anni e brucia ancora a carne viva, come tutte le persecuzione della Storia lontana e recente. Le cifre di morti e dispersi variano: duecentomila secondo i turchi, che giustificano tanti decessi con le vicende militari del primo conflitto mondiale. Due milioni e mezzo per la comunità armena che finì sotto l’Urss, dopo essere stata vicina alla Russia zarista che si scontrava con la Turchia ottomana (due imperi in disfacimento) e che ha vissuto la diaspora dei profughi prima di vedersi assegnata una terra nell’area caucasica. Dove altri popoli - i kurdi ne sono un esempio numeroso, come i poco più che centomila abitanti del Nagorno Karabakh - non vedono un pari riconoscimento. Anche fra gli storici che per decenni si sono occupati della materia le cifre del massacro ballano: Toynbee parla di 1.200.000 vittime, McCarthy 600.000. Ma il problema non è la conta. E’ l’approccio che il mondo, dalla grande carneficina della Grande Guerra - benedetta da tante confessioni - al secondo tragico conflitto planetario, ha avuto con quest’evento. Reiterando, poiché dopo gli armeni ci furono ebrei e rom. E via elencando popoli travolti da guerre e pulizie etniche proseguite per tutto il ‘Secolo breve’ fino ai nostri giorni.
Che Imperi d’ogni epoca - e imperialismi e colonialismi - si siano macchiati d’infamie con pogrom e persecuzioni di massa, religiose o ideologiche, non sminuisce né giustifica quello che s’è compiuto e gli oblii essi sì, ripetuti. E da parte degli esecutori, fossero pure popolazioni intere come quelle portate alla morte, violenta oppure indotta, servirebbero meditazione, ammissione di responsabilità, pentimento. Che con la comprensione del male rivolto ad altri possono provare a lenirlo, perché istruisono a non ricadere, salvando da vizi ed errori antichi le generazioni future, più di qualsiasi espiazione. Non sembra questo l’approccio dell’attuale establishment turco, che si sente assediato. Parla di complotto che vuole inserire la Turchia in un ipotetico ‘asse del male’, piani accaduti ad attori politici come Cuba, Iran da parte statunitense e recentemente rientrati (forse più per momentanee tattiche che per convincimenti profondi). La leadership turca, però, coi discorsi di Erdoğan e di Davutoğlu di queste ore che bacchettano il papa di Roma, spinge se stessa all’isolamento, denunciando a metà strada un attacco alla nazione turca e al proprio sistema politico che coinvolge il proprio partito di maggioranza (Akp), da altri turchi considerato partito di regime. Una risposta piccata e stonata, sicuramente inavveduta anche in funzione delle prossime elezioni del 7 giugno, nelle quali al partito di governo è pronosticata la prima flessione della sua storia. Forse il duo.
Fonte
Da parte loro gli epigoni del popolo armeno parlano di massacri e Olocausto della propria gente. Una vicenda che ha cent’anni e brucia ancora a carne viva, come tutte le persecuzione della Storia lontana e recente. Le cifre di morti e dispersi variano: duecentomila secondo i turchi, che giustificano tanti decessi con le vicende militari del primo conflitto mondiale. Due milioni e mezzo per la comunità armena che finì sotto l’Urss, dopo essere stata vicina alla Russia zarista che si scontrava con la Turchia ottomana (due imperi in disfacimento) e che ha vissuto la diaspora dei profughi prima di vedersi assegnata una terra nell’area caucasica. Dove altri popoli - i kurdi ne sono un esempio numeroso, come i poco più che centomila abitanti del Nagorno Karabakh - non vedono un pari riconoscimento. Anche fra gli storici che per decenni si sono occupati della materia le cifre del massacro ballano: Toynbee parla di 1.200.000 vittime, McCarthy 600.000. Ma il problema non è la conta. E’ l’approccio che il mondo, dalla grande carneficina della Grande Guerra - benedetta da tante confessioni - al secondo tragico conflitto planetario, ha avuto con quest’evento. Reiterando, poiché dopo gli armeni ci furono ebrei e rom. E via elencando popoli travolti da guerre e pulizie etniche proseguite per tutto il ‘Secolo breve’ fino ai nostri giorni.
Che Imperi d’ogni epoca - e imperialismi e colonialismi - si siano macchiati d’infamie con pogrom e persecuzioni di massa, religiose o ideologiche, non sminuisce né giustifica quello che s’è compiuto e gli oblii essi sì, ripetuti. E da parte degli esecutori, fossero pure popolazioni intere come quelle portate alla morte, violenta oppure indotta, servirebbero meditazione, ammissione di responsabilità, pentimento. Che con la comprensione del male rivolto ad altri possono provare a lenirlo, perché istruisono a non ricadere, salvando da vizi ed errori antichi le generazioni future, più di qualsiasi espiazione. Non sembra questo l’approccio dell’attuale establishment turco, che si sente assediato. Parla di complotto che vuole inserire la Turchia in un ipotetico ‘asse del male’, piani accaduti ad attori politici come Cuba, Iran da parte statunitense e recentemente rientrati (forse più per momentanee tattiche che per convincimenti profondi). La leadership turca, però, coi discorsi di Erdoğan e di Davutoğlu di queste ore che bacchettano il papa di Roma, spinge se stessa all’isolamento, denunciando a metà strada un attacco alla nazione turca e al proprio sistema politico che coinvolge il proprio partito di maggioranza (Akp), da altri turchi considerato partito di regime. Una risposta piccata e stonata, sicuramente inavveduta anche in funzione delle prossime elezioni del 7 giugno, nelle quali al partito di governo è pronosticata la prima flessione della sua storia. Forse il duo.
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Il silenzio di Renzi sull’Armenia e gli affari con Turchia e Azerbaijan
Non si può certo dire che, al contrario di quello francese (approdo storico della diaspora armena e attore interessato e attivo nelle vicende postcoloniali in Medio Oriente) il governo italiano si sia particolarmente prodigato a difesa del popolo armeno e della difesa della memoria del suo genocidio in occasione dell’anniversario dei 100 anni del terribile massacro. E’ in un clima di relativo isolamento internazionale che Erevan si prepara, il prossimo 24 aprile, a celebrare il centenario alla presenza di Vladimir Putin e di Francois Hollande e di alcune celebrità artistiche provenienti da tutto il mondo, di origine armena e non. Ma all’appello mancheranno i rappresentanti di diversi paesi che preferiscono non sbilanciarsi più di tanto per non perdere punti nelle assai più consistenti relazioni con la Turchia di Erdogan che in vista delle elezioni legislative del prossimo 7 giugno ha deciso di resuscitare i toni aggressivi, sciovinisti e ultranazionalisti contro la minoranza armena e di imbarcarsi in un muro contro muro nei confronti di Papa Francesco definito niente meno che aderente "al fronte del male" per aver ricordato che quello di un secolo fa non fu solo un massacro, ma un genocidio (ora sarebbe lecito attendersi analoghe prese di posizione sui crimini commessi dalla Chiesa Cattolica nel corso del secoli…).
La situazione dell’Armenia è assai complicata: piccolo paese di soli 3 milioni di abitanti con un’economia tutt’altro che fiorente e i confini sigillati con la Turchia e l’Azerbaijian – con il quale esiste uno stato di guerra permanente ormai dalla fine degli anni ’80 a causa del contenzioso sulla regione del Nagorno Karabakh – Erevan tenta di rompere l’isolamento attraverso un suo ingresso nell’Unione Euroasiatica guidata da Mosca che però deve fare i conti ora con il crollo del prezzo del petrolio e il crescente accerchiamento economico e militare della Federazione Russa da parte di tutto il fronte occidentale dopo l’inizio della crisi ucraina.
Per tentare di convincere l’Italia a partecipare almeno alle celebrazioni del 24 aprile e ad aumentare la collaborazione politica ed economica con il suo paese qualche giorno fa il presidente armeno Serzh Sargsyan è arrivato a Roma accompagnato dal ministro degli esteri Nalbandyan. Ma i due hanno ricevuto un’accoglienza assai tiepida da parte del governo italiano e anche della classe imprenditoriale, segno che l’establishment del nostro paese non vuole indispettire né la Turchia né tantomeno l’Azerbaijian, partner economici di tutto rispetto. E così il presidente del Consiglio Renzi si è addirittura rifiutato di ricevere Sargsyan che ha potuto incontrare esclusivamente Sergio Mattarella e alcuni ministri senza grande clamore.
Neanche la vicinanza della ricorrenza del centenario del genocidio ha smosso i governanti italiani che anzi, a quanto filtrato nei giorni scorsi sulla stampa, si sono addirittura prodigati affinché il termine tanto inviso ad Ankara venisse cancellato dalle celebrazioni ufficiali organizzate dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.
Era stata una deputata del Partito Democratico, Romina Mura, a denunciare nel novembre dello scorso anno le “iniziative intraprese dall’Ambasciata Turca in Italia in occasione degli eventi commemorativi del genocidio del popolo armeno” chiedendo al suo esecutivo se non ritenesse gravi e da respingere queste intromissioni. La risposta del governo all’epoca fu più che vaga, e il cerchiobottismo di Renzi e del suo partito – la deputata Mura dovrebbe trarne le opportune conseguenze – è stato riconfermato nei giorni scorsi quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il piddino Sandro Gozi, aveva difeso la scelta del governo italiano di non prendere posizione sul contenzioso semantico relativo al massacro del popolo armeno da parte dell’esercito turco-ottomano. Le parole di Gozi sono apparse ai più addentro nella questione un capolavoro di ipocrisia: "Nessun governo si esprime in maniera ufficiale: questo è compito degli storici. Nessun governo europeo si lancia su questi temi, i parlamenti europei si sono espressi, i governi no. (…) Io credo che non sia mai opportuno per un governo prendere delle posizioni ufficiali su questo tema. Per me, ma è la mia posizione personale, lo è stato: ma un governo non deve utilizzare la parola genocidio" ha detto il sottosegretario con delega alle Politiche Ue nel corso di una trasmissione su La7. E poi ancora: "Per noi che facciamo politica è meglio guardare ai problemi di oggi della politica. E con il governo di Ankara siamo impegnati a parlare di democrazia, diritti umani e di minoranze. Riteniamo che il dialogo e il negoziato servono a risolvere questi problemi e non il muro contro muro, ricordo quando i rapporti europei erano migliori abbiamo risolto il problema della minoranza curda e anche le minoranze cristiane che vivono a Istanbul. Le parole del Papa irritano moltissimo Ankara. E' la solita e importante questione della lettura della storia, non esiste una lettura storica assoluta e la lettura della storia crea forti divisioni".
Una presa di posizione che ha irritato non solo alcuni storici e analisti, ma soprattutto la comunità armena italiana. "Le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, sono di un opportunismo sconvolgente. Il governo, che ieri non si è fatto vedere alla cerimonia in Vaticano, lasciando sola la comunità armena, oggi parla in maniera del tutto sconnessa: da un lato Gozi, dall'altro il ministro Gentiloni. Si mettano d'accordo e dicano in maniera chiara se i nostri padri e i nostri nonni sono morti in un incidente automobilistico oppure se hanno subito un genocidio” ha dichiarato il presidente dell'Unione armeni d'Italia Baykar Sivazliyan, che poi ha rincarato giustamente la dose: "Che un sottosegretario parli di una storia che si può interpretare in maniera diversa, o che addirittura fatti accaduti 100 anni fa non contino per chi fa politica oggi, è offensivo e poco serio. Come comunità armena italiana pretendiamo chiarezza da parte dello Stato al quale anche noi apparteniamo da generazioni e a pieno titolo. Saremmo oltremodo grati come cittadini italiani di origine armena se il sottosegretario potesse leggere ed adeguarsi al recente suggerimento del Parlamento europeo del 12 marzo 2015, art. 77".
Come accennato dal rappresentante della diaspora armena, nei giorni scorsi il ministro – anche lui piddino – Paolo Gentiloni aveva preso le difese del Pontefice sugli armeni, affermando che la spropositata reazione di Ankara alle parole di Francesco “non hanno giustificazione visto che il Papa ha semplicemente usato argomenti già utilizzati da Giovanni Paolo II ben 15 anni fa. Ma a ben vedere anche la presa di posizione del Ministro degli Esteri, di cui i media hanno riportato solo la prima parte, era intrisa di cerchiobottismo e opportunismo, visto che Gentiloni si era espresso contro una eventuale rottura con la Turchia: "si deve dire con chiarezza che queste posizioni non sono giustificate ma si deve proseguire nel dialogo perché il coinvolgimento europeo per la Turchia è un modo di muoversi nella direzione giusta".
Poi il Ministro degli Esteri ha incontrato alla Farnesina il suo omologo armeno Eduard Nalbadyan, con il quale ha discusso delle crescenti tensioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente, sui recenti sviluppi del negoziato nucleare con l'Iran e sulla crisi in Ucraina. Al termine dell’incontro il titolare della Farnesina ha sottolineato l'apprezzamento per il processo di riforme e liberalizzazione in atto in Armenia e per la decisione del Paese di proseguire il proprio dialogo con l'Unione Europea.
Ma è evidente che a Roma interessano di più le relazioni politiche ed economiche con i nemici dell’Armenia. Non solo la Turchia, ma anche l’Azerbaijian, che nel suo sottosuolo possiede enormi giacimenti di gas e petrolio.
Infatti proprio nei giorni scorsi – con una tempistica più che sospetta – è nata l "Unione per l'amicizia e la cooperazione tra l'Azerbaijian e l'Italia", una associazione promossa da Dundar Kesapli, un giornalista di origine turca da 25 anni residente in Italia dove lavora come corrispondente di molte testate di Ankara. Apparentemente la nuova creatura dovrebbe soprattutto stimolare le relazioni culturali tra i due paesi ma è sul fronte economico che l’iniziativa promette risultati più appetibili per entrambe le parti, e naturalmente per la Turchia che è il vero sponsor dell’operazione. Infatti in contemporanea con la nascita della ‘Associazione’ la ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi è volata a Baku, capitale dell’Azerbaijian, per firmare un importante accordo industriale tra Maire Tecnimont e Socar, alla presenza del Ministro azero dell’Economia e dell’Industria Shahin Mustafayev, per la costruzione a Sumghait di un impianto petrolchimico del valore circa 350 milioni di euro. “Il rafforzamento delle relazioni economiche bilaterali, in continuità con i presupposti di partenariato strategico tra i due paesi annunciati a Roma lo scorso anno tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente Ilham Aliyev, saranno al centro degli incontri nella capitale Baku tra il ministro Guidi e primari esponenti del governo azero” aveva informato alla vigilia della visita un comunicato del governo italiano. D’altronde negli ultimi 4 anni le esportazioni italiane verso l’Azerbaijian sono cresciute da meno di 200 milioni annui a circa 600 milioni e l’obiettivo è quello di intensificare gli scambi e aumentare la presenza di imprese italiane soprattutto nel settore infrastrutturale, energetico, petrolchimico e delle tecnologie legate alla sanità e all’ambiente. Alla missione, oltre alla delegazione istituzionale composta anche da Ice, Sace e Simest, hanno partecipato circa 35 rappresentanti di aziende e Associazioni con contatti già avviati nel paese. Inoltre la missione a Baku è servita al ministro Guidi per perorare la partecipazione delle imprese italiane alla realizzazione del “Corridoio meridionale del gas” con l’auspico che si possa al più presto arrivare all’adozione dell’“autorizzazione unica” per il progetto Tap. Eh si, perché il contestatissimo gasdotto Trans-Adriatic Pipeline, che ha giustamente allarmato le popolazioni del Salento per le possibili ricadute dell’operazione sul turismo e i precari equilibri ecologici di un territorio già ipersfruttato, dovrebbe partire proprio da Baku per arrivare sulle coste italiane sviluppandosi per quasi 900 km.
Appare quindi più che evidente il motivo della “timidezza” dimostrata dal governo Renzi sulla questione del genocidio degli Armeni, così come lo spudorato gioco delle parti tra Gentiloni e Gozi.
Fonte
Immortalare Renzi con un'espressione, non dico intelligente, ma semplicemente normale, pare un'impresa impossibile.
La situazione dell’Armenia è assai complicata: piccolo paese di soli 3 milioni di abitanti con un’economia tutt’altro che fiorente e i confini sigillati con la Turchia e l’Azerbaijian – con il quale esiste uno stato di guerra permanente ormai dalla fine degli anni ’80 a causa del contenzioso sulla regione del Nagorno Karabakh – Erevan tenta di rompere l’isolamento attraverso un suo ingresso nell’Unione Euroasiatica guidata da Mosca che però deve fare i conti ora con il crollo del prezzo del petrolio e il crescente accerchiamento economico e militare della Federazione Russa da parte di tutto il fronte occidentale dopo l’inizio della crisi ucraina.
Per tentare di convincere l’Italia a partecipare almeno alle celebrazioni del 24 aprile e ad aumentare la collaborazione politica ed economica con il suo paese qualche giorno fa il presidente armeno Serzh Sargsyan è arrivato a Roma accompagnato dal ministro degli esteri Nalbandyan. Ma i due hanno ricevuto un’accoglienza assai tiepida da parte del governo italiano e anche della classe imprenditoriale, segno che l’establishment del nostro paese non vuole indispettire né la Turchia né tantomeno l’Azerbaijian, partner economici di tutto rispetto. E così il presidente del Consiglio Renzi si è addirittura rifiutato di ricevere Sargsyan che ha potuto incontrare esclusivamente Sergio Mattarella e alcuni ministri senza grande clamore.
Neanche la vicinanza della ricorrenza del centenario del genocidio ha smosso i governanti italiani che anzi, a quanto filtrato nei giorni scorsi sulla stampa, si sono addirittura prodigati affinché il termine tanto inviso ad Ankara venisse cancellato dalle celebrazioni ufficiali organizzate dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.
Era stata una deputata del Partito Democratico, Romina Mura, a denunciare nel novembre dello scorso anno le “iniziative intraprese dall’Ambasciata Turca in Italia in occasione degli eventi commemorativi del genocidio del popolo armeno” chiedendo al suo esecutivo se non ritenesse gravi e da respingere queste intromissioni. La risposta del governo all’epoca fu più che vaga, e il cerchiobottismo di Renzi e del suo partito – la deputata Mura dovrebbe trarne le opportune conseguenze – è stato riconfermato nei giorni scorsi quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il piddino Sandro Gozi, aveva difeso la scelta del governo italiano di non prendere posizione sul contenzioso semantico relativo al massacro del popolo armeno da parte dell’esercito turco-ottomano. Le parole di Gozi sono apparse ai più addentro nella questione un capolavoro di ipocrisia: "Nessun governo si esprime in maniera ufficiale: questo è compito degli storici. Nessun governo europeo si lancia su questi temi, i parlamenti europei si sono espressi, i governi no. (…) Io credo che non sia mai opportuno per un governo prendere delle posizioni ufficiali su questo tema. Per me, ma è la mia posizione personale, lo è stato: ma un governo non deve utilizzare la parola genocidio" ha detto il sottosegretario con delega alle Politiche Ue nel corso di una trasmissione su La7. E poi ancora: "Per noi che facciamo politica è meglio guardare ai problemi di oggi della politica. E con il governo di Ankara siamo impegnati a parlare di democrazia, diritti umani e di minoranze. Riteniamo che il dialogo e il negoziato servono a risolvere questi problemi e non il muro contro muro, ricordo quando i rapporti europei erano migliori abbiamo risolto il problema della minoranza curda e anche le minoranze cristiane che vivono a Istanbul. Le parole del Papa irritano moltissimo Ankara. E' la solita e importante questione della lettura della storia, non esiste una lettura storica assoluta e la lettura della storia crea forti divisioni".
Una presa di posizione che ha irritato non solo alcuni storici e analisti, ma soprattutto la comunità armena italiana. "Le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, sono di un opportunismo sconvolgente. Il governo, che ieri non si è fatto vedere alla cerimonia in Vaticano, lasciando sola la comunità armena, oggi parla in maniera del tutto sconnessa: da un lato Gozi, dall'altro il ministro Gentiloni. Si mettano d'accordo e dicano in maniera chiara se i nostri padri e i nostri nonni sono morti in un incidente automobilistico oppure se hanno subito un genocidio” ha dichiarato il presidente dell'Unione armeni d'Italia Baykar Sivazliyan, che poi ha rincarato giustamente la dose: "Che un sottosegretario parli di una storia che si può interpretare in maniera diversa, o che addirittura fatti accaduti 100 anni fa non contino per chi fa politica oggi, è offensivo e poco serio. Come comunità armena italiana pretendiamo chiarezza da parte dello Stato al quale anche noi apparteniamo da generazioni e a pieno titolo. Saremmo oltremodo grati come cittadini italiani di origine armena se il sottosegretario potesse leggere ed adeguarsi al recente suggerimento del Parlamento europeo del 12 marzo 2015, art. 77".
Come accennato dal rappresentante della diaspora armena, nei giorni scorsi il ministro – anche lui piddino – Paolo Gentiloni aveva preso le difese del Pontefice sugli armeni, affermando che la spropositata reazione di Ankara alle parole di Francesco “non hanno giustificazione visto che il Papa ha semplicemente usato argomenti già utilizzati da Giovanni Paolo II ben 15 anni fa. Ma a ben vedere anche la presa di posizione del Ministro degli Esteri, di cui i media hanno riportato solo la prima parte, era intrisa di cerchiobottismo e opportunismo, visto che Gentiloni si era espresso contro una eventuale rottura con la Turchia: "si deve dire con chiarezza che queste posizioni non sono giustificate ma si deve proseguire nel dialogo perché il coinvolgimento europeo per la Turchia è un modo di muoversi nella direzione giusta".
Poi il Ministro degli Esteri ha incontrato alla Farnesina il suo omologo armeno Eduard Nalbadyan, con il quale ha discusso delle crescenti tensioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente, sui recenti sviluppi del negoziato nucleare con l'Iran e sulla crisi in Ucraina. Al termine dell’incontro il titolare della Farnesina ha sottolineato l'apprezzamento per il processo di riforme e liberalizzazione in atto in Armenia e per la decisione del Paese di proseguire il proprio dialogo con l'Unione Europea.
Ma è evidente che a Roma interessano di più le relazioni politiche ed economiche con i nemici dell’Armenia. Non solo la Turchia, ma anche l’Azerbaijian, che nel suo sottosuolo possiede enormi giacimenti di gas e petrolio.
Infatti proprio nei giorni scorsi – con una tempistica più che sospetta – è nata l "Unione per l'amicizia e la cooperazione tra l'Azerbaijian e l'Italia", una associazione promossa da Dundar Kesapli, un giornalista di origine turca da 25 anni residente in Italia dove lavora come corrispondente di molte testate di Ankara. Apparentemente la nuova creatura dovrebbe soprattutto stimolare le relazioni culturali tra i due paesi ma è sul fronte economico che l’iniziativa promette risultati più appetibili per entrambe le parti, e naturalmente per la Turchia che è il vero sponsor dell’operazione. Infatti in contemporanea con la nascita della ‘Associazione’ la ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi è volata a Baku, capitale dell’Azerbaijian, per firmare un importante accordo industriale tra Maire Tecnimont e Socar, alla presenza del Ministro azero dell’Economia e dell’Industria Shahin Mustafayev, per la costruzione a Sumghait di un impianto petrolchimico del valore circa 350 milioni di euro. “Il rafforzamento delle relazioni economiche bilaterali, in continuità con i presupposti di partenariato strategico tra i due paesi annunciati a Roma lo scorso anno tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente Ilham Aliyev, saranno al centro degli incontri nella capitale Baku tra il ministro Guidi e primari esponenti del governo azero” aveva informato alla vigilia della visita un comunicato del governo italiano. D’altronde negli ultimi 4 anni le esportazioni italiane verso l’Azerbaijian sono cresciute da meno di 200 milioni annui a circa 600 milioni e l’obiettivo è quello di intensificare gli scambi e aumentare la presenza di imprese italiane soprattutto nel settore infrastrutturale, energetico, petrolchimico e delle tecnologie legate alla sanità e all’ambiente. Alla missione, oltre alla delegazione istituzionale composta anche da Ice, Sace e Simest, hanno partecipato circa 35 rappresentanti di aziende e Associazioni con contatti già avviati nel paese. Inoltre la missione a Baku è servita al ministro Guidi per perorare la partecipazione delle imprese italiane alla realizzazione del “Corridoio meridionale del gas” con l’auspico che si possa al più presto arrivare all’adozione dell’“autorizzazione unica” per il progetto Tap. Eh si, perché il contestatissimo gasdotto Trans-Adriatic Pipeline, che ha giustamente allarmato le popolazioni del Salento per le possibili ricadute dell’operazione sul turismo e i precari equilibri ecologici di un territorio già ipersfruttato, dovrebbe partire proprio da Baku per arrivare sulle coste italiane sviluppandosi per quasi 900 km.
Appare quindi più che evidente il motivo della “timidezza” dimostrata dal governo Renzi sulla questione del genocidio degli Armeni, così come lo spudorato gioco delle parti tra Gentiloni e Gozi.
Fonte
Immortalare Renzi con un'espressione, non dico intelligente, ma semplicemente normale, pare un'impresa impossibile.
20/01/2014
Turchia verso il voto, Erdogan pensa alla censura
In Turchia ci si sta preparando alle prossime elezioni amministrative di fine marzo. Per le strade delle grandi città, come sui muri dei paesi, i faccioni con i baffi dei politici turchi fanno bella mostra di sé in ogni dove. Già, sembra che il baffo sia di moda; anche se non mancano delle curatissime barbe e qualcuno che sfoggia una rasatura perfetta. Pochissimi i cartelloni dove io ho visto dei candidati donna, delle candidate, ma ricordo che c’è qualche paese che per dare spazio al sesso debole ha inventato le “quote rosa”.
Partendo da questa piccola fotografia voglio raccontare quello che è successo a Istanbul, la città in cui vivo, negli ultimi tre giorni. Questi ultimi tre giorni, infatti, sono stati importanti per capire quali possano essere i possibili scenari per le prossime elezioni. Poiché era dai tempi degli eventi di Gezi Park che non si vedeva in città una partecipazione così imponente alle manifestazioni.
Tutto è cominciato, a mio avviso, con la manifestazione del 17. Il 17 c’è stata, in mattinata, l’aggressione a uno studente di etnia curda all’Università Marmara da parte di un gruppo di studenti ultra nazionalisti. Già da giorni le contestazioni degli studenti, per il famoso editto sul controllo dei dormitori e per i tagli alla cultura, in quest’università vengono innaffiate dagli idranti dei poliziotti; il 17, dopo che lo studente è stato pestato a sangue (e altri quattro sono stati lievemente feriti) l’università è stata occupata dalle forze dell’ordine.
Non sta a me giudicare se sia stato un bene o un male, di fatto gli scontri sono finiti. Ma quando gli studenti si sono voluti riunire in un’assemblea non gli è stato possibile. E così gli studenti hanno deciso di fare, in maniera spontanea e improvvisata, una manifestazione da Goztepe a Kadikoy: io ne ho contati, più o meno, trecento. E se la gente si è accorta di loro e perché bloccavano la circolazione. Questo è stato il 17, il primo giorno.
Il 18, invece, c’è stata la manifestazione contro il disegno di legge sul controllo internet, in questi giorni in discussione al parlamento turco. Se la proposta diventerà legge permetterà alle autorità preposte di interdire
l’accesso a specifici siti e monitorare l’attività del cyberspazio. Ricordo che internet in Turchia è usato da più di trenta milioni di persone e i turchi, magari anche grazie alle proteste di Gezi Park, sono tra i primi nell’uso dei social. Questa proposta ha scatenato le proteste non solo nel mondo virtuale della rete ma anche nel reale, come la Confindustria turca (Tusiad) e in alcuni partiti dell’opposizione. Per il partito al governo, il Partito giustizia e sviluppo (Akp), occorre legiferare per tutelare i minori e non permettere l’accesso a pagine che “incitano all’odio razziale, religioso e/o etnico e violano la privacy dei cittadini”. La questione è che se questa legge passerà il governo potrebbe limitare arbitrariamente il diritto di espressione e arrogarsi legalmente il diritto di censurare i siti dell’opposizione.
Per questo almeno un migliaio di persone – così le ho contate io, ma i giornali hanno scritto il doppio – il 18 si sono date appuntamento a piazza Taksim, per dire no a questa legge bavaglio che è pericolosa anche in chiave delle prossime elezioni. È stata la prima volta, dai tempi di Gezi Park, che la piazza si riempiva per intero. La manifestazione è finita con l’intervento delle forze dell’ordine, con i soliti gas e spray urticanti, che hanno disperso i dimostranti dopo circa un’ora. Anche se alcuni dimostranti hanno fatto di tutto per rimanere nei pressi di Taksim per fare numero, tra di loro i famosi “Istanbul United”, il gruppo dei tifosi delle squadre di calcio (tutte insieme: Beşiktaş, Galatasaray e Fenerbache).
Il 19, infine, c’è stata una lunga marcia per le strade adiacenti a Taksim per ricordare Hrant Dink. Dink, giornalista turco di origine armena, è stato ucciso sette anni fa davanti ad Agos, il giornale per cui lavorava con tre proiettili sparati alla testa. Proiettili sparati da un minorenne ultra nazionalista, condannato a 23 anni nel 2011, un esecutore materiale di mandanti che ancora non si conoscono poiché la giustizia deve ancora fare il suo corso. Il suo lungo corso. Anche se a settembre scorso è ripreso in appello il processo contro una dozzina di persone sospettate di essere coinvolte nell’omicidio. La gente è scesa per le strade, comunque, per ricordare alle autorità turche che la parola giustizia non è stata ancora scritta su questa storia. Ma perché Dink è stato ammazzato? Bella domanda alla quale, senza nessuna pretesa di chiarire quello che ancora non so per intero, proverò a dare una risposta. Dink si è battuto per tutta la sua vita affinché il genocidio armeno, i massacri subiti dagli armeni durante la prima guerra mondiale e ancor prima durante il regno di Abdul Hamid, fosse riconosciuto in Turchia. Nel lottare ha fatto qualcosa di sorprendente: ha cercato l’empatia delle persone di etnia turca come di quella curda. Per questo, forse, è stato così amato. E così odiato. Già, è
forse questo che l’ha ucciso. Il voler dialogare con chi è diverso. Perché non è possibile, almeno per me, definire qualcosa di così complesso come il genocidio armeno. Un tema così delicato e controverso sul quale ancor oggi vengono combattute guerre ideologiche e storiografiche, non da me ma da professori di università, sociologi e studiosi. Guerre estremamente politicizzate da opposte fazioni (inter)nazionali, da sinistra e da destra.
Tra chi vorrebbe un riconoscimento pieno e chi lo nega fino alla fine. Tra oltranzismo, nazionalismo, negazionismo, fascismo, kemalismo… sapete chi vince? Hrant Dink. E chi pensa che è con il dialogo che si risolvono le cose. La risposta secca a cos’è il genocidio armeno, per me, non esiste. E pazienza se gli eroi della semantica non saranno d’accordo con me, ho corso rischi più grossi in questi mesi a Gezi Park. E non sto parlando dei gas sparati dalla polizia, sto parlando della possibilità di pensare che non sia l’unico sulla faccia della terra che vuole dialogare. Questo abbiamo fatto durante questi mesi, qui, a Gezi Park. Questa è stata la nostra forza. La manifestazione del 19 è stata un successo anche perché la polizia ha lasciato scorrere il corteo senza intervenire. Più di cinquemila persone – dicono i giornali di oggi – hanno sfilato da Taksim a Sisli, sede di Agos. Ma se questa è un’inversione di rotta, il capire e non intervenire con la forza, non mi è dato sapere. Posso solo capire che i baffi a me non stanno bene.
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