A Poggioreale c’è stata una rivolta carceraria come non avveniva da tempo. Riepilogo velocemente i fatti e offro alcune considerazioni.
I FATTI. Un detenuto di 28 anni si sente male da giorni ma gli vengono rifiutate cure appropriate. E’ molto magro, soffre di anemia mediterranea e lamenta forti dolori al ventre. Nella sua cella sono in 15 (!), ma nessuno li ascolta. In carcere abbondano i casi di malasanità, la paura dei suoi compagni è che il ragazzo, che a un certo punto perde i sensi, possa morire.
E’ la goccia che fa traboccare il vaso: i detenuti si ribellano brandendo le mazze delle scope e prendono il controllo del Padiglione Salerno, quello dei “comuni”, chiedendo che il ragazzo venga assistito.
Nessun agente viene ferito e la rivolta viene chiusa nel giro di due ore da una negoziazione. Il ragazzo viene finalmente ricoverato al Cardarelli.
Come sottolineano lo stesso capo della Polizia Penitenziaria, la direttrice dell’Istituto, il Provveditore e il Garante dei detenuti, la situazione è stata “determinata dallo stato di gravi condizioni di fatiscenza del padiglione. Condizioni di deterioramento strutturale innegabili, per affrontare le quali è stato disposto, con l’Ufficio tecnico del Provveditorato, un cronoprogramma di lavori, da interventi immediati per rendere vivibile il reparto fino alla ristrutturazione complessiva del padiglione”.
Nonostante quindi la rivolta porti sia al ricovero del ragazzo che a un intervento sulla struttura, nonostante “dopo i colloqui con il Capo Dipartimento, gli stessi detenuti hanno provveduto a ripulire le aree danneggiate nel corso della protesta”, le persone che si sono rivoltate vengono punite con la deportazione in altre carceri. Un danno enorme per loro – si spezzano legami umani – e per le famiglie, che ora per le visite sono costrette a viaggi più lunghi e costosi.
CONSIDERAZIONI. Questa vicenda riguarda tutta la città di Napoli. Non solo perché i detenuti pongono una questione basilare di umanità – ricordo che secondo la nostra Costituzione la pena serve alla “rieducazione”, non alla vendetta – ma perché quello che accade lì dentro avrà delle conseguenze materiali sulla nostra vita.
Oggi a Poggioreale si “formano” delle persone arrabbiate e disperate, che probabilmente torneranno a delinquere. E questo perché il carcere di Poggioreale è il più grande d’Italia e il più sovraffollato. Ospita 2.296 persone rispetto alla capienza prevista di 1.638, il 40,2% in più. Uno scandalo.
Volontari e operatori sociali fanno uno straordinario lavoro – ma il quadro di violenza e degrado, prodotto dalle istituzioni è fortissimo.
Il carcere oggi è una discarica sociale in cui vengono messi soprattutto i poveri, le persone che nella vita non hanno mai avuto vere opportunità, che non hanno modo di difendersi adeguatamente davanti alla legge.
La politica del Governo Lega/5 Stelle è semplicemente quella di aumentare il numero di strutture e di aumentare la repressione.
Mentre è dimostrato scientificamente che i percorsi educativi, le misure alternative alla detenzione, la permanenza in strutture migliori, un adeguato percorso di reinserimento, rendono nulli o quasi i casi di recidiva.
Nel caso specifico, su Poggioreale sono già stanziati 12 milioni per lavori di ristrutturazione che a causa di lentezze burocratiche fra Provveditorato regionale e Ministero delle Infrastrutture non vengono fatti.
In questi giorni la Rete di Solidarietà Popolare, insieme ad altri attivisti e associazioni, è impegnata a chiedere l’avvio di progetti sociali, un garante dei detenuti cittadino, il blocco dei trasferimenti repressivi, l’avvio dei lavori.
I detenuti hanno avuto ragione a ribellarsi, perché la pena non deve essere una tortura e lo Stato non deve essere un aguzzino. Ora sta a noi raccogliere il loro messaggio, informare davvero su cosa si vive in carcere, creare legami di solidarietà, per arrivare a superare questo sistema inutile e crudele.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2019
31/01/2014
Poggioreale: si indaga sulla cella delle torture
Che nel carcere di Poggioreale ci fosse una cella all’interno della quale sono avvenuti per anni tremendi pestaggi delle guardie nei confronti dei detenuti si sapeva da anni, molti dei pestati lo avevano denunciato ma la notizia era rimasta appannaggio “dell’ambiente”. Qualche giorno fa l’intervista pubblicata da alcuni siti ad un detenuto che raccontava in maniera dettagliata le botte subite e il metodo di punizione scientificamente adottato dalle guardie carcerarie nei confronti dei riottosi è servita finalmente a sollevare il problema pubblicamente. Il video ha fatto il giro del web ed ora finalmente la Procura di Napoli si è decisa ad aprire un’inchiesta. Si tratta di un atto dovuto, spiegano, dal momento che la garante dei diritti dei detenuti della Campania, Adriana Tocco, ha inviato in Procura un dettagliato esposto in merito. A coordinare gli accertamenti sarà il procuratore aggiunto Alfonso D'Avino.
Cosa accadeva (o accade ancora?) nella cosiddetta ‘cella zero’? Ha raccontato per esempio un ex detenuto a Fanpage.it: «Erano le dieci e mezza di sera. All'improvviso, senza motivo sono stato portato giù nella cella zero: le guardie mi hanno fatto spogliare nudo, mi hanno picchiato, mi hanno umiliato. La cella zero è una cella del piano terra dove ti puniscono, ti picchiano, è isolata da telecamere e da tutto». Alcuni testimoni hanno riferito anche di schizzi di sangue sulle pareti, di squadre di agenti della polizia penitenziaria che infliggono punizioni ingiustificate quanto dure.
Scriveva il settimanale l'Espresso pochi giorni fa in merito:
Uno dei carcerati picchiati si chiama Luigi (è un nome di fantasia). E' stato condannato a due anni e dieci mesi, nel marzo 2011, per ricettazione di buoni pasto per un valore di trentamila euro. Durante la permanenza nel carcere di Poggioreale è stato vittima di atti di violenza da parte di tre guardie penitenziarie: trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena, ha spiegato di esser stato costretto a denudarsi completamente per poi essere percosso con pugni e calci. L’ex detenuto è uscito dall'istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.
Luigi, 42 anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato con figli adolescenti, dopo un primo periodo detentivo, in appello ottiene gli arresti domiciliari con successiva autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione che deve ancora scontare gli capita un incidente: cade dal letto a castello, un terzo piano a quattro metri dal pavimento, e si frattura una caviglia. Poi, in una notte di luglio arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari.
Scontata la pena e tornato libero, Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre.
Presto potrebbero essere acquisiti altri documenti in possesso del garante, ma anche di associazioni o di avvocati particolarmente sensibili al tema. Il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) ha già fatto sapere che offrirà ai magistrati la massima collaborazione, rivendicando la professionalità e il senso di giustizia del proprio personale. Ma tra i familiari dei detenuti restano molti dubbi sul fatto che l’indagine andrà fino in fondo, e cresce la richiesta che i responsabili dei pestaggi vengano individuati e puniti.
Il caso della «cella zero», però, potrebbe non essere l'unico sul quale la Procura di Napoli dovrà condurre accertamenti. Adriana Tocco riferisce al Corriere del Mezzogiorno che «le denunce per maltrattamenti in tutto sono circa 150». Alcune sono individuali, una «è sottoscritta da 50 detenuti, e l'ho già inoltrata alla Procura, un'altra mi è appena arrivata ed è firmata da 70 reclusi». La «cella zero», però, quella non sa se esista: «Ho segnalato alla magistratura ciò che i detenuti hanno riferito. Io non l'ho mai vista, ma chiederò di poter effettuare un sopralluogo nel carcere di Poggioreale per appurare se c'è o meno». Le segnalazioni in questione - precisa la garante - sono «tutte firmate», mentre quelle anonime vengono girate all'ufficio ispettivo del Dap. Che, sul caso della «cella zero», avvierà un'inchiesta interna. «Da Secondigliano non ho ricevuto alcuna segnalazione di maltrattamenti, le denunce riguardano solo Poggioreale. Penso che ciò sia dovuto sia al fatto che gli altri istituti non hanno un numero così elevato di detenuti, sia alla circostanza che questa situazione di affollamento determina una situazione di stress tra il personale della polizia penitenziaria. Beninteso, questo non giustifica nulla, ma per onestà intellettuale devo anche dire che gli stessi reclusi - nella maggioranza dei casi - parlano di agenti molto professionali e collaborativi» aggiunge Tocco.
Cosa accadeva (o accade ancora?) nella cosiddetta ‘cella zero’? Ha raccontato per esempio un ex detenuto a Fanpage.it: «Erano le dieci e mezza di sera. All'improvviso, senza motivo sono stato portato giù nella cella zero: le guardie mi hanno fatto spogliare nudo, mi hanno picchiato, mi hanno umiliato. La cella zero è una cella del piano terra dove ti puniscono, ti picchiano, è isolata da telecamere e da tutto». Alcuni testimoni hanno riferito anche di schizzi di sangue sulle pareti, di squadre di agenti della polizia penitenziaria che infliggono punizioni ingiustificate quanto dure.
Scriveva il settimanale l'Espresso pochi giorni fa in merito:
Uno dei carcerati picchiati si chiama Luigi (è un nome di fantasia). E' stato condannato a due anni e dieci mesi, nel marzo 2011, per ricettazione di buoni pasto per un valore di trentamila euro. Durante la permanenza nel carcere di Poggioreale è stato vittima di atti di violenza da parte di tre guardie penitenziarie: trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena, ha spiegato di esser stato costretto a denudarsi completamente per poi essere percosso con pugni e calci. L’ex detenuto è uscito dall'istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.
Luigi, 42 anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato con figli adolescenti, dopo un primo periodo detentivo, in appello ottiene gli arresti domiciliari con successiva autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione che deve ancora scontare gli capita un incidente: cade dal letto a castello, un terzo piano a quattro metri dal pavimento, e si frattura una caviglia. Poi, in una notte di luglio arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari.
Scontata la pena e tornato libero, Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre.
Presto potrebbero essere acquisiti altri documenti in possesso del garante, ma anche di associazioni o di avvocati particolarmente sensibili al tema. Il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) ha già fatto sapere che offrirà ai magistrati la massima collaborazione, rivendicando la professionalità e il senso di giustizia del proprio personale. Ma tra i familiari dei detenuti restano molti dubbi sul fatto che l’indagine andrà fino in fondo, e cresce la richiesta che i responsabili dei pestaggi vengano individuati e puniti.
Il caso della «cella zero», però, potrebbe non essere l'unico sul quale la Procura di Napoli dovrà condurre accertamenti. Adriana Tocco riferisce al Corriere del Mezzogiorno che «le denunce per maltrattamenti in tutto sono circa 150». Alcune sono individuali, una «è sottoscritta da 50 detenuti, e l'ho già inoltrata alla Procura, un'altra mi è appena arrivata ed è firmata da 70 reclusi». La «cella zero», però, quella non sa se esista: «Ho segnalato alla magistratura ciò che i detenuti hanno riferito. Io non l'ho mai vista, ma chiederò di poter effettuare un sopralluogo nel carcere di Poggioreale per appurare se c'è o meno». Le segnalazioni in questione - precisa la garante - sono «tutte firmate», mentre quelle anonime vengono girate all'ufficio ispettivo del Dap. Che, sul caso della «cella zero», avvierà un'inchiesta interna. «Da Secondigliano non ho ricevuto alcuna segnalazione di maltrattamenti, le denunce riguardano solo Poggioreale. Penso che ciò sia dovuto sia al fatto che gli altri istituti non hanno un numero così elevato di detenuti, sia alla circostanza che questa situazione di affollamento determina una situazione di stress tra il personale della polizia penitenziaria. Beninteso, questo non giustifica nulla, ma per onestà intellettuale devo anche dire che gli stessi reclusi - nella maggioranza dei casi - parlano di agenti molto professionali e collaborativi» aggiunge Tocco.
Di nuovo la teoria delle ‘poche e isolate mele marce che non inficiano professionalità e correttezza delle forze dell’ordine”.
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