Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/06/2019

Le quattro ragioni del fallimento delle sinistre alle elezioni europee

La ragione principale del fallimento delle sinistre è l’assenza pressoché totale di una realistica strategia anti-capitalistica, o anche solo anti-neoliberale, relativa all’UE. A sinistra non ci si chiede nemmeno se l’UE possa veramente essere un veicolo per una strategia anti-capitalistica.

Piuttosto, continua a prevalere a sinistra un’accettazione ingenua o opportunistica di quell’”europeismo” buonista così popolare tra i giovani e che viene abilmente sfruttato dai partiti di centro e dai tecnocrati europei per legittimare il regime neoliberista.

A sinistra non si fa menzione di come la costituzione economica dell’Unione europea renda impossibile qualunque programma anti-capitalistico o anche solo pro-labour, in virtù del liberismo incarnato nei trattati (le “quattro libertà”), della dittatura di fatto della Corte europea di giustizia e dell’austerità imposta dall’euro.

Qualsiasi discussione critica sulla principale politica sociale dell’UE – la libera circolazione del lavoro tra paesi economicamente molto diversi tra loro – viene rigorosamente evitata, e anzi viene sostituita da una vaga simpatia per l’idea delle frontiere aperte, anche tra l’UE e il mondo esterno.

Questo non fa altro che confermare l’idea – esplicitamente promossa dai partiti borghesi di centrosinistra – che l’Europa riguardi principalmente la possibilità di viaggiare senza controlli alle frontiere e senza dover cambiare denaro.

In secondo luogo, in pressoché tutti i paesi europei, la sinistra non ha resistito all’unirsi ai vecchi e nuovi partiti di centro nel dichiarare la nuova destra nazionalista una minaccia imminente per la democrazia, rendendo il voto “per l’Europa” o per “più Europa”, la scelta difensiva più ovvia.

Esagerando la minaccia della nuova destra, la sinistra ha finito per spingere gli elettori tra le braccia dei partiti liberali che promettono “stabilità” in tempi difficili. Se il fascismo fosse qualcosa che si potesse sconfiggere votando per “più Europa” perché mai qualcuno dovrebbe dare il proprio voto alla sinistra radicale?

Una sinistra degna di questo nome avrebbe dovuto capire che la democrazia può essere minacciata anche se in giro non ci sono “fascisti”, veri o immaginari che siano.

Anzi, avrebbe dovuto capire che sono proprio i partiti di centro – gli stessi con cui la sinistra si è alleata per combattere la sua finta guerra elettorale contro la minaccia fascista – a minare la democrazia. E lo fanno sottoponendo i loro paesi a un ordine politico-economico neoliberale che impone un ferreo regime di libero scambio, una politica monetaria simile al gold standard, un’austerità feroce e un mercato del lavoro con un’offerta di manodopera illimitata.

Infine, la sinistra continua drammaticamente a sottovalutare ciò che i primi socialisti chiamavano la “questione nazionale” e la sua importanza per la propria base sociale naturale: i lavoratori. Per questi ultimi, “l’Europa” è una tecnocrazia lontana, un mondo al di fuori della loro esperienza quotidiana.

Lo stesso vale per la classe media, sebbene quest’ultima faccia finta di sapere cosa succede a Bruxelles.

Questi dettagli, tuttavia, non contano per coloro i quali “l’Europa” è diventata un umore, un sentimento, piuttosto che un’istituzione politica: il simbolo di una vita consumistica “cool” e “cosmopolitica”. Negli ambienti borghesi di sinistra, “l’europeismo” è la tessera che dà accesso a un ambiente sociale urbano a cui appartengono i leader e gli attivisti dei partiti della sinistra radicale, ma pochissimi dei loro membri ed elettori.

Per i lavoratori, la centralizzazione politica e amministrativa significa negare una voce alle persone comuni, che non sentono alcun bisogno di un’identità sovranazionale. Anzi, i lavoratori comprendono che la delegittimazione dello Stato nazionale in nome del sovranazionalismo “europeo” significa privarli di potere. Questo è il motivo per cui i partiti della sinistra che abbracciano l’entusiasmo europeista raccolgono consensi solo tra la comunità globalista neoliberale.

La sinistra tende a relegare le questioni politiche a un livello di “democrazia europea” che esiste solo nella loro fantasia e che non esisterà per molto tempo a venire. Una sinistra radicale degna di questo nome capirebbe che il migliore contributo che può dare all’”Europa” consiste nel prendere atto che le “soluzioni europee” non possono sostituire la politica a livello nazionale, per il semplice fatto che quelle soluzioni non esistono. E si adopererebbe per difendere l’unica democrazia realmente esistente, cioè la democrazia nazionale, contro il suo esautoramento in un nome di una democrazia sovranazionale “cosmopolitica”.

Fonte

Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga

La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.

Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).

Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata sistematicamente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.

E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).

Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.

Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.

Mentre la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo... chiedendo ancora più austerità! Poi si meraviglia di come vanno le elezioni...

Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.

Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc. – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.

In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.

Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.

Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Beniamino Andreatta, quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).

Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).

In pratica, gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.

Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.

Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.

Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha...) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.

Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).

Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.

Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.

Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne...

*****

Come dribblare lo spread

Guido Salerno Aletta

La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.

Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.

In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.

La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.

Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.

Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.

Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione...”.

Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.

Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.

I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.

In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.

Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2018. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.

I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).

Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).

Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.

Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.

In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.

Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.

Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno inefficaci.

Fonte

01/06/2019

La Polizia di Stato è un’istituzione democratica e repubblicana?

Dopo i fatti del 23 maggio a Genova e il massacro del giornalista Stefano Origone, Roberto Settembre, giudice che ha scritto la sentenza di appello sui fatti del G8-Bolzaneto, risponde a una domanda “necessaria”. “Senza provvedimenti di riforma radicali è a rischio la libertà di tutti”. Ecco perché.

*****

La Polizia di Stato è un’istituzione democratica e repubblicana? Questa è una domanda necessaria dopo i fatti del 23 maggio 2019 a Genova, in piazza Marsala, dove il giornalista Stefano Origone è stato massacrato da un gruppo di agenti del VI Reparto Mobile di Genova Bolzaneto, comandato dal vice questore Vincenzo Bove.

I fatti sono noti: concessa la piazza a un comizio elettorale di CasaPound e mandato il citato reparto di Polizia a presidiare la piazza per impedire i contatti tra i manifestanti oppositori di CasaPound e i sostenitori di questa, dopo un susseguirsi di episodi di vivacissima contestazione, compreso il lancio di oggetti, la Polizia in tenuta antisommossa ha caricato i manifestanti che si sono dati alla fuga. Presente in piazza il giornalista, che, trovatosi isolato, è stato brutalmente bastonato e calciato dagli agenti, fino all’intervento risolutore del vice Questore Bove che si è catapultato tra gli agenti inferociti e il giornalista per fermare il pestaggio.

Gli effetti della violenza sono stati così descritti su un importante quotidiano nazionale: “Il segno dello scarpone del poliziotto sul fianco sinistro sotto l’ascella… è con quella pedata che gli hanno rotto la costola. Le due dita della mano sinistra, indice e medio, frantumate a colpi di manganello… Stefano era rannicchiato, con le mani cercava di proteggersi il capo, e meno male – ha detto il primario del P.S. Ospedaliero dr Cremonesi – altrimenti gli avrebbero sfondato la testa a bastonate. Sono stati dei selvaggi. Il resto del corpo è tutto una piaga che tende al viola: sulle reni, la spalla sinistra, la scapola sinistra, il petto, una coscia, entrambe le tibie, una caviglia. Un grosso bozzo sopra l’orecchio destro… le ossa delle mani sbriciolate”.

Ora vediamo come commenta la cosa il vicequestore Vincenzo Bove: “Al di là delle immagini, i colleghi non sono così folli. È stato sicuramente un momento brutto, la magistratura chiarirà, ma i colpi non erano dati per uccidere. Ho sentito urlare ‘Sono un giornalista’ e siccome avevo visto Stefano Origone qualche secondo prima mi sono catapultato per allontanare gli agenti”.

Per rispondere alla domanda iniziale è necessario ragionare su queste parole. Vediamole. “I colleghi non sono così folli”.

Dobbiamo crederci. Il vicequestore Bove conosce i suoi uomini (li comandava lui) e se afferma che non sono folli (“Selvaggi” li ha definiti il dottor Cremonesi), dobbiamo convenire che si tratta appunto di selvaggi consapevoli e senzienti, che massacrano un uomo inerme in piena consapevolezza.

Il che non deve sorprendere, poiché gli agenti della Polizia di Stato non sono folli, sono invece addestrati, armati e capaci, molto capaci, avendo, come tutte le Forze dell’Ordine, l’esclusivo monopolio della violenza, e come abbiamo visto la sanno esercitare. Ma il punto è: a quale fine e come. Allora le parole del Vice Questore Bove sono illuminanti:

“Siccome avevo visto Stefano Origone qualche secondo prima, mi sono catapultato per allontanare gli agenti”. Che cosa significa “Siccome” ho riconosciuto la vittima ho fermato gli agenti? Forse che, se non l’avesse riconosciuta, non avrebbe fermato gli agenti? Forse perché, come ha precisato il vicequestore, “i colpi non erano dati per uccidere”? È questo il discrimine interiorizzato dal comandante di un reparto di Polizia mobile tra il decidere di lasciar massacrare una persona inerme a terra e no? È questo il fine dell’esercizio del monopolio della violenza da parte della Polizia di Stato?

E se invece di “sbriciolare le ossa delle dita” (come ha detto il dottor Cremonesi) gli agenti avessero sfondato la testa della vittima e l’avessero uccisa, cosa avrebbe detto il comandante del Reparto? Dobbiamo supporre che il vicequestore avrebbe parlato di un tragico errore, per cui bisognerebbe dire che il fine dell’esercizio del monopolio della violenza da parte della Polizia di Stato, dopo aver disperso una manifestazione che ha superato i limiti consentiti, consiste nel massacrare selvaggiamente i manifestanti inermi, ormai caduti a terra e incapaci di difendersi, ma senza ucciderli.

Ora, poiché la nostra Costituzione repubblicana, che all’Articolo 21 sancisce il diritto di manifestare, ed è stata invocata anche da chi non riconosce i valori di questa Costituzione, come appunto dicono i sostenitori di CasaPound, è indispensabile evidenziare che la Polizia di Stato questi valori deve non solo conoscere, ma anche interiorizzare. Sia perché “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge” (Art. 54 Cost.), sia perché tra i principi fondamentali della nostra Costituzione l’Articolo 2 afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” ed “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (Art. 13).

Concetto, quest’ultimo, che la Suprema Corte e la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha esteso ai manifestanti quando non siano più in grado di commettere azioni illegittime o illecite, come quando siano ridotti inermi a terra alla mercé degli agenti di polizia.

Ma se questo non accade, e accade proprio il contrario, se il fine dell’esercizio del monopolio della violenza e il modo di esercitarla è quello che i fatti hanno dimostrato, allora la risposta alla domanda con cui inizia questo breve lavoro è negativa. Purtroppo.

E sopratutto purtroppo dopo i fatti nefasti del G8 2001, dopo le sentenze della Giustizia italiana contro le Forze dell’Ordine ree dei massacri dei manifestanti per le strade, alla scuola Diaz e nella Caserma di Bolzaneto, e quelle della Corte EDU che hanno condannato l’Italia per la pratica della tortura, dopo il soffertissimo iter legislativo che ha condotto alla monca e inefficace legge sulla tortura, e dopo che, ormai da qualche tempo, la Polizia di Stato ha ripreso a usare pesantemente il manganello per reprimere le manifestazioni quando le ritiene illegittime, come il 19 maggio a Firenze e il 20 maggio a Bologna.

Queste considerazioni paiono, a chi scrive, così pacifiche da non aver bisogno di ulteriori commenti. Tuttavia si impone una riflessione ulteriore.

È stato scritto su un importante quotidiano nazionale che quanto accaduto il 23 maggio a Genova è da ascriversi all’aver scaricato sugli uomini in divisa della Polizia di Stato, che ne costituiscono la pancia incapace di immaginare la Polizia come un’istituzione democratica e repubblicana, una pressione impossibile da sopportare, che invita all’obbedienza allo spirito dei tempi, mentre sarebbe sufficiente, per rispondere positivamente alla domanda iniziale, la visita del Capo della Polizia al giornalista ferito e la promessa di cooperazione con l’autorità giudiziaria da parte dei vertici della Questura genovese.

Dissentiamo, perché un’istituzione democratica e repubblicana non può essere formata da una pancia di selvaggi suscettibili di richiami primitivi a un eventuale mainstream politico antitetico ai valori costituzionali. La Polizia di Stato di un Paese rispettoso dei principi costituzionali, deve tutta, compresa la sua pancia, conoscere come e perché le è stato affidato l’altissimo compito di difendere la Repubblica e i principi che la informano.

Quando ciò non avviene urgono provvedimenti di riforma radicali.

In caso contrario è a rischio la libertà di tutti.

Fonte

Federico Borgonuovo, professionista o banale “trecartista”?

Giovedì sera qualcuno di noi è saltato sulla sedia. Nel corso della trasmissione Piazza Pulita del 30 maggio, nella parte dedicata ai fatti di Casalbruciato, uno degli ospiti in studio, il “giornalista” Federico Borgonuovo, oggi caporedattore de La Verità e ieri di Libero – ultradestra salviniana pura, insomma – nella discussione tira fuori Contropiano, definito come giornale online di Potere al Popolo.

E qui c’è la prima manipolazione. Potere al Popolo dispone dei suoi organi di comunicazione (sito e pagina fb), e non è un mistero che Contropiano ha sostenuto e sostiene convintamente il progetto di Potere al Popolo, ma di certo non ne è “il giornale”.

Forse tra i giornalisti come Borgonuovo è totalizzante l’idea che un giornale debba essere proprietà di qualcuno, azienda o partito che sia. L’idea di testate giornalistiche indipendenti, con giornalisti e redattori altrettanto liberi, proprio non gli entra nello schema.

E anche la citazione dell’articolo, ovviamente, è di quelle tirate parecchio per i capelli, fino a rasentare la manipolazione. Il pezzo potete sentirlo su questo link, all’ora 3.02.

Borgonuovo, polemizzando con gli altri ospiti (Vauro, Alessandra Moretti, Michela Marzano), afferma di aver letto su Contropiano un pezzo sui rom che se lo avesse firmato lui gli avrebbero dato del razzista.

Possibile che ci sia scappata di penna una scemenza così enorme? E quando l’avremmo scritto? Ormai abbiamo più di 60.000 “pezzi” in archivio, ricordarsi tutto è impossibile.

Da lì una rapida rassegna dei numerosi articoli usciti su Casalbruciato come su Torre Maura ed altri casi di conflitto “provocato” nelle periferie e di scontro con i fascisti. Niente.

Sappiamo per esperienza che “i destri” sono capaci di qualsiasi menzogna, ovviamente a livelli di capacità diverse (basta vedere la tranvata presa dall’accoppiata Casapound-Forza Nuova nello squallido tentativo di sciacallare un incidente stradale in chiave xenofoba).

Ma un giornalista “professionista” come Borgonuovo dovrebbe saper tirar fuori qualcosa di meglio, visto lo stipendio che gli viene corrisposto dal suo padrone. Pardon, editore.

In fondo a sparar menzogne son buoni tutti, non c’è necessità di erogare stipendi eccessivi...

Il problema è che i giornalisti di destra, messi alle strette – e succede spesso, nei talk show, se costretti a dialogare con persone normali o addirittura con compagni come Vauro – vanno facilmente in crisi di argomenti e ricorrono alla manipolazione di qualcosa di impossibile da verificare, nell’immediato, presentandola come paradosso. Una mossa svelta, in stile “gioco delle tre carte”...

Nella stessa trasmissione, Borgonuovo si era prodotto in qualcosa di molto simile, poco prima, con Fubini del Corriere della Sera. Ma in quel caso i “paradossi” piovevano numerosi, e non solo da parte di Borgonuovo.

E’ che il giornalismo “pulito o obiettivo” non esiste, non è mai esistito. Al massimo, come diceva Stefano Chiarini, se scegli di non operare nell’informazione apertamente alternativa e militante, si può cercare di fare almeno un giornalismo onesto. Ma questa è un’altra storia...

Quindi ci sembra il caso di “sfidare” mr. Borgonuovo a citare quale sia mai l’articolo che dice di aver letto. Siamo certi di poterlo sbugiardare in ogni sede, visto che un “professionista” dovrebbe quantomeno conoscere – se non lo spirito della deontologia – almeno quella parte del codice penale che punisce la diffamazione a mezzo stampa.

Fonte

Ambiente. J. Ziegler: “O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”.

“All’origine dei cambiamenti climatici vi è il capitalismo: bisogna distruggerlo prima che lui distrugga noi”. Ad affermarlo è il sociologo svizzero Jean Ziegler, oggi membro del comitato consultivo del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ed ex relatore dell’Onu per il diritto all’alimentazione.

“Il sistema capitalista ha effettivamente impressionanti capacità, dinamica e creatività”, riconosce il professore 85enne in un’intervista pubblicata dal SonntagsBlick. “Ma i grandi gruppi economici si sottraggono a ogni controllo: funzionano unicamente secondo il principio della massimizzazione dei profitti nel tempo più breve possibile, a qualunque costo umano”.

Le 500 più grandi multinazionali hanno controllato l’anno scorso il 52,8% del reddito nazionale lordo della Terra, prosegue l’ex consigliere nazionale socialista (1987-1999). “Hanno un potere che nessun re ha mai avuto su questo pianeta”. Secondo Ziegler per andare contro questo stato di cose non serve a nulla attaccare i governi: è necessaria una radicale critica del capitalismo, che ora a suo avviso sta arrivando.

“O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”, sostiene Zigler, che sulla questione ambientale si aspetta una sollevazione popolare. “La storia insegna che le classi dominanti – oggi l’oligarchia finanziaria internazionale – non rinunciano mai volontariamente ai loro privilegi: si difendono a sangue”, puntualizza. “Se guardo alla storia mi sembra impossibile che oggi succeda qualcosa di diverso”.

Fonte

Sudan - Dallo sciopero generale politico alla disobbedienza civile di massa

Sono state giornate storiche per il Sudan in un delicatissimo frangente pieno di incognite all’alba dell’era post-Bashir.

Per due giorni lo stato africano è stato letteralmente paralizzato da uno sciopero generale politico indetto dalla SPA – l’organizzazione che è stata il perno della vittoriosa opposizione a Omar Al-Bashir dal dicembre scorso – in seguito all’arenarsi delle trattative con la TMC.

Le foto degli scioperanti che mostravano cartelli sono un affresco del Sudan odierno, tra cui spicca una agguerrita componente femminile, così come le serrande abbassate di molti esercizi commerciali danno l’idea dell’impatto della mobilitazione.

L’organismo militare transitorio (TMC è l’acronimo inglese) detiene il potere dopo il defenestramento del sanguinario dittatore, con un “colpo di stato” l’11 aprile, al culmine di una protesta che ha accerchiato la capitale dal 6 aprile e dato vita ad un sit-in permanente che dura da più di 50 giorni.

Questo presidio di fronte al Quartier Generale dell’Esercito non è stato “rimosso” dai manifestanti dopo la caduta del despota che governava con il terrore il Sudan dal 1989, cioè da quando grazie ad un colpo di stato – spalleggiato dalle componenti più retrive dell’islam politico, che ora vorrebbero mantenere la Sharia, introdotta nel 1983 ma implementata durante l’era Al Bashir – aveva preso il potere e traghettato il paese in sanguinari conflitti civili “contro il suo popolo”.

Questi conflitti, come quello del Darfur, hanno fortemente segnato la vita delle persone e l’ex-presidente ha usato i potentissimi servizi di sicurezza interni contro l’opposizione sindacale, politica e culturale per annichilirla, ma invano, adoperando sistematicamente la tortura.

Nell’era Al Bashir, il Sudan ha perso una parte assolutamente rilevante dei suoi giacimenti petroliferi ed auriferi a discapito del Sud secessionista, resosi indipendente dopo un conflitto sanguinoso. Ma è diventato uno snodo strategico – per la sua posizione geografica – nella “Nuova Via della Seta” cinese, ed un partner affidabile della strategia anti-iraniana delle petromonarchie del Golfo, nonché un approdo di flussi d’investimento cinesi, sauditi e turchi (tra gli altri), oltre ad un acquirente di sistema d’arma russi.

È da evidenziare la firma in questi giorni di un trattato di cooperazione militare proprio con la Russia, della durata di sette anni, che intensifica ed amplia di molto i rapporti bilaterali.

Dalla cooperazione in ambito ONU, allo scambio di esperienze e capacità in manovre congiunte e dell’industria militare, il trattato fa fare “un balzo in avanti” nella cooperazione tra i due paesi.

Un altro aspetto importante è l’accordo per l’installazione di un ufficio di rappresentanza del Ministero della Difesa Russo in Sudan, con uno staff di quattro persone.

Lo scopo della rappresentanza è assistere lo sviluppo delle Forze Armate Sudanesi e addestrare il personale ad usare e riparare armi e equipaggiamenti militari forniti dalla Russia.

Non bisogna dimenticare che al vecchio despota l’UE aveva volentieri affidato un ruolo di contenimento e di gestione dell’immigrazione proveniente dall’Africa, chiudendo gli occhi di fronte al fatto che – sebbene giudicato un paese “sicuro” – molti sudanesi, se deportati, rischiavano la tortura e la morte, come denunciato con forza dalle varie comunità sudanesi all’estero.

Il razzismo di stato sudanese sotto Bashir privilegiava la componente araba di religione mussulmana, discriminando le popolazioni nere del sud (“schiavo” era un insulto comune ricorrente dei primi nei confronti dei secondi) e quelle delle valli del Nilo, le cui terre venivano espropriate e allagate per faraonici progetti di dighe – realizzate ed in costruzione – nonché delle “minoranze religiose”, come la componente sufi che in queste settimane si è schierata apertamente contro i vecchi arnesi islamisti del regime.

Differenti servizi della stampa internazionale stanno evidenziando come numerosi esuli stiano tornando in Sudan per dare il proprio contributo alla Rivoluzione sudanese.

Le donne sono, in continuità con tutta la storia del Sudan e al di là dell’“iconizzazione” fugace dei media mainstream occidentali, la componente fondamentale dell’insurrezione sudanese e coloro che forse hanno meglio realizzato – attraverso la propria arte “muralista” – la raffigurazione di una rivoluzione che ha sfidato un dittatore trentennale (che sembrava inamovibile) e sta sfidando un intero assetto regionale.

Tra le varie artiste Assil Diab sta realizzando, insieme ad una serie di “collaboratori”, dei murales con i volti dei martiri della rivoluzione per onorare la memoria delle novanta vittime di questi mesi di mobilitazione.

L’ultima avventura del vecchio guerrafondaio era stata l’appoggio alla coalizione a guida saudita nella guerra in Yemen del 2015 e la rottura dei rapporti diplomatici con l’Iran, cui il paese africano ha contribuito con esperti militari delle forze del Supporto di Reazione Rapida (RSF, il cui capo è tra l’altro uno degli uomini chiave della TMC), composti prevalentemente dai Janjaweed, che hanno combattuto in Darfur, e “bambini soldato” delle regioni più depresse, come il Darfur, pagando con i proventi petroliferi “la carne da cannone” sudanese e le armi usate per provocare “la più grossa crisi umanitaria mondiale” come l’ha definita l’ONU, e di cui la Francia e l’Italia sono tra i fornitori d'armi.

Le potenze regionali grandi sponsor della giunta militare (Egitto, Arabia Saudita, EAU) sono particolarmente preoccupate che la rivoluzione sudanese possa mettere in discussione il “contributo” che questo paese fornisce alla guerra in Yemen, oltre all’effetto domino che potrebbe provocare in un arco territoriale più ampio.

La popolazione sudanese rigetta in massa le ingerenze straniere e le offerte di denaro, sia dei sauditi sia degli Emirati, ed anche nei giorni di sciopero nell’aeroporto di Port Sudan una folla si è assembrata contro le interferenze saudite, bloccando nel primo giorno di sciopero un aereo saudita; il secondo giorno sono rimasti a terra i veivoli di Badr, Tarco e Nova.

I generali Abdel Fattaah al-Burham e Mohamed Hamdam Dagalo, rispettivamente numero uno e numero due della TMC, hanno viaggiato l’ultima settimana (proprio durante la fase di stallo dei colloqui) in questi paesi. Al-Burhan si è incontrato con Al-Sisi in Egitto e poi si è recato negli Emirati, dove ha incontrato il principe Mohamed bin Zayed; mentre Degalo si è recato in Arabia Saudita in visita ufficiale, ricevuto direttamente da re Salman.

Il portavoce della TMC, il generale Shnaseldin Kabbashi, ha accompagnato la delegazione della TMC che ha partecipato ad un incontro sull’Iran, in una fase in cui si stanno addensando pericolose spinte nell’escalation militare contro la repubblica islamica promosse dall’amministrazione Trump.

Fino ad ora sono state due le delegazioni che hanno visitato il Sudan: l’Eritrea e l’Etiopia.

La popolazione sudanese ha dimostrato con questi due giorni di sciopero, in tutti i settori e tutti gli stati del paese africano (dalle banche alle miniere aurifere, dai lavoratori dell’energia ai portuali, dai calzolai ai dipendenti del settore sanitario, ecc.), ha dimostrato la propria determinazione nonostante le minacce di licenziare chi non si sarebbe recato al lavoro, da parte del numero due della “TMC”.

La popolazione vuole la piena realizzazione degli obiettivi delle Forze della Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento (DFC), di cui la SPA è un asse portante: cioè il passaggio dei poteri ad un organismo a maggioranza civile che gestisca il processo di transizione, all’interno di una impalcatura politica su cui le due delegazioni trattanti (DFC e TMC) avevano raggiunto un accordo.

Se le trattative non riprenderanno, la SPA ha già dichiarato che passerà ad azioni di “disobbedienza civile di massa” più incisive.

Un risultato stupefacente, tenuto conto che il movimento sindacale sudanese, architrave dei movimenti vincenti contro i colpi di stato a metà anni '60 e '80, è stato il bersaglio della repressione dei Bashir, con i più giovani (la maggioranza della popolazione) che non hanno mai conosciuto nemmeno una pallida copia del regime democratico che il Paese aveva conquistato con l’indipendenza.

Lo “stato profondo” sudanese non sembra voler uscire di scena e si è reso responsabile in questi due mesi di continue provocazioni ed aggressioni. Solo la continua vigilanza ai sit-in e la pronta reazione dei partecipanti, che hanno organizzato una presenza permanente che si fa carico di ogni esigenza dal cibo all’acqua e ai bagni, e la risposta rapida della mobilitazioni in cui poteva prefigurarsi una escalation della violenza, hanno permesso questa tenuta, nonostante i morti siano più di novanta dall’inizio della “tempesta di sabbia” sudanese.

La giunta ha più volte intimato al leader della SPLM-N, Yasir Arman – che è parte della DFC – di lasciare il paese. Su di lui è stata emessa una condanna a morte da una corte militare, nel marzo del 2014, per la partecipazione alla ribellione nello stato del Blue Nile, nel settembre del 2011.

Yasir ha dichiarato: “rifiuto la richiesta, in quanto è mio diritto risiedere in Sudan e prodigarmi per l’affermazione di un processo di pace durevole, una democrazia e una cittadinanza equa”.

Le parti più martoriate della popolazione vedono una chance per il ripristino di una vera sovranità che cancelli l’influenza dell’islam politico più retrivo – abolendo la sharia e marginalizzando gli imam che hanno sostenuto Al Bashir – metta in un angolo i vari “signori della guerra” complici dei veri e propri genocidi commessi da Bashir e risolva i conflitti civili che ancora non hanno trovato soluzione; oltre a sganciarsi dalla coalizione saudita, ridando così dignità e sicurezza ai lavoratori e a parti importanti della società civile coinvolte nella mobilitazione (medici, insegnanti, avvocati, artisti), rendendo l’esilio non più una scelta obbligata e decidendo con quali partner internazionali disegnare insieme il futuro del nuovo Sudan, nel solco di una storia politica ricchissima che è doveroso (ri)scoprire.

Fonte

Serbia - Chi è interessato alle provocazioni kosovare?

Tanto tuonò che... La pioggia ancora non cade, ma i fulmini si vedono già distintamente all’orizzonte. Sembra precipitare la situazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Il raid dei giorni scorsi, di reparti speciali kosovari contro alcune municipalità serbe nel nord della provincia di Kosovo e Metohija e l’arresto di 28 serbi – tra gli arrestati, anche il diplomatico russo della missione ONU (UNMIK) Mikhail Krasnoščekov, rimasto ferito e poi dichiarato “persona non grata” dal cosiddetto primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj – testimonia dell’intenzione di Priština di realizzare le proprie mire coi metodi tipici del UÇK, cacciando la popolazione serba e stabilendo il proprio controllo sull’area.

Immediata la reazione di Belgrado, come accaduto anche lo scorso autunno, che ha mobilitato l’esercito. Nonostante gli accordi raggiunti in passato con l’intermediazione di USA e UE, Priština approfitta proprio della copertura euro-americana per concretizzare i propri obiettivi.

La Tass scriveva ieri dello “stupore” del Presidente serbo Aleksandar Vučić per l’assenza di reazioni UE al rifiuto dell’autoproclamato presidente kosovaro Hashim Thaçi di adempiere agli accordi di Bruxelles dell’aprile 2013, che prevedono la creazione di una Comunità di municipalità serbe in Kosovo. “Per me“, ha detto Vučić, “più importante delle parole di Thaçi è il fatto che tedeschi, francesi e britannici tacciano, che Bruxelles taccia. Quel documento era stato firmato da Hashim Thaçi e Ivits Dačić alla presenza di Catherine Ashton; non c’era San Pietro, c’era Catherine Ashton, quale alta rappresentante UE. Se la UE non è in grado di garantire gli accordi cui ha preso parte, che lo dica, in modo che sappiamo che quegli accordi non hanno più alcuna forza; ma allora le cose si svilupperanno in modo diverso“.

Sul mensile russo Vita internazionale il politologo Pëtr Iskenderov osserva come l’attuale acutizzarsi della situazione sia il più grave dal 2004, quando si registrarono numerosi pogròm anti-serbi e dimostra l’urgenza di una difesa attiva dei serbi del Kosovo, venutisi a trovare in “un isolamento politico-militare ed economico”.

Ma c’è anche un aspetto interno, continua Iskenderov, che riguarda sia Belgrado che Priština: cioè i tentativi di inasprire la situazione, senza perdere però il controllo su di essa e far passare nell’opinione pubblica la necessità dell’accordo bilaterale sulla normalizzazione delle relazioni, impopolare tra i nazionalisti, ma di cui Aleksandar Vučić aveva di nuovo insistito appena due giorni prima del raid kosovaro, intervenendo in Parlamento. Vučić aveva invitato i deputati a riconoscere l’assenza “di un potere serbo in Kosovo e Metohija, il che è importante per servizi sanitari e istruzione”. Secondo Vučić, sono possibili al momento due scenari: mantenimento dello status quo e di conflitto congelato, oppure normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Priština; e lui si esprime per la seconda variante.

A detta del politologo bulgaro Dimitar Bečev, Vučić rimane fedele all’idea di un accordo che implicherebbe il riconoscimento de facto dell’indipendenza del Kosovo, in cambio dell’ingresso della Serbia nella UE; al tempo stesso, desidererebbe concessioni da parte del Kosovo, ad esempio, uno status autonomo dei territori settentrionali del Kosovo o loro trasferimento a Belgrado.

Vučić è però costretto a tener conto anche della situazione interna non esattamente tranquilla e del ricatto di Bruxelles per l’adesione alla UE, mentre l’ex comandante dei tagliagole del UÇK, Hashim Thaçi, non fa assolutamente mistero dei disegni di unire la provincia a una “Grande Albania”.

Nei piani euro-americani per una “sistemazione” dei rapporti serbo-kosovari, conclude Iskenderov, si sta già insinuando la prospettiva di un rafforzamento dei legami di Belgrado con USA e NATO e l’apertura di una base americana nell’area di Ponikve, nelle immediate vicinanze della Republika Srpska di Bosnia, la qual cosa non potrebbe certo lasciare indifferente Mosca.

Anche da Sofia si sono manifestate preoccupazioni per l’acutizzarsi della situazione e, soprattutto, per i disegni della “Grande Albania”: una prospettiva, si dice, che deve mettere in guardia tutti i Balcani, dato che crisi come quella degli ultimi giorni rientrano proprio in tale disegno, che va delineandosi anche in Montenegro e Macedonia.

Sul portale russo News Front, la pubblicista bulgara Asia Zuan ricorda come, lo scorso aprile, sostenitori della “Grande Albania” avessero issato un’enorme bandiera albanese sulla fortezza del re bulgaro Samuel a Ohrid, nella Macedonia settentrionale, e riporta le parole dello storico bulgaro Plamen Pavlov, secondo cui quel gesto rappresenti un “attentato al patrimonio storico bulgaro. Non c’è dubbio che il nazionalismo albanese di oggi stia costruendo sogni di una Grande Albania e alterando i confini dei Balcani, e si senta quasi padrone del futuro”.

Tuttavia, questa visione è dolorosamente ingenua, ambiziosa ed errata, afferma Pavlov, dal momento che i popoli balcanici non rimarranno con le mani in mano. Il rischio sta nel fatto che chi dall’esterno guida le azioni kosovare ha dato luce verde alla trasformazione della regione in un territorio mono-etnico, con la susseguente unione all’Albania.

Che il fattore albanese venga utilizzato per una redistribuzione dei Balcani, dice Asia Zuan, è confermato anche dal rinvenimento di alcune “istruzioni speciali” e da certi movimenti che stanno a indicare una “islamizzazione strisciante” dell’intera regione, con la creazione di un asse turco-albanese. Il tutto, sotto la regia di USA, UE e Gran Bretagna, che sembra preannunciare un “inglobamento” dei Balcani occidentali nella UE, con élite locali “leali”.

La strategia messa a punto dal Consiglio atlantico prevede inoltre una presenza permanente USA nell’area, un “avvicinamento” della Serbia quale partner di Washington e il sostegno a movimenti giovanili e imprenditoriali: in pratica, si può dire, la solita strategia USAID. Il tutto, avente come perno la base NATO “Bondsteel” in Kosovo e facendo leva sul nazionalismo albanese, per influire su Macedonia, Grecia, Montenegro e Serbia, con Londra che, tradizionalmente interessata alla regione balcanica, si starebbe ritagliando un ruolo speciale di arbitro, sognando di lasciare in secondo piano USA e UE.

Difficile pensare a una casualità, nel fatto che la provocazione kosovara sia stata attuata proprio in questi giorni: iniziano infatti il 4 giugno in Bulgaria le esercitazioni NATO “Shabla-2019” che, per tutto il mese di giugno, insieme a “Sabre Guardian-2019”, “Strike Back-2019” e “Swift Response-2019”, coinvolgono i territori di Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Slovenia e Macedonia settentrionale, con circa seimila soldati da Bulgaria, USA, Gran Bretagna, Ucraina, Grecia, Macedonia settentrionale, Canada e Italia.

Il Ministro della difesa di Belgrado, Aleksandar Vulin ha dichiarato a Vita internazionale che, con tale provocazione, “Priština contava sul fatto che Belgrado avrebbe reagito per via militare; allora essi si sarebbero lamentati presso la NATO e questa sarebbe ricorsa alla forza contro la Serbia”.

Fonte

Le Favole di Salvini

Leggenda vuole che molti e molti anni orsono uno sbruffone si vantasse sguaiatamente delle sue gesta. In particolare sosteneva, lo sbruffone, di poter saltare da un piede all’altro del colosso di Rodi. La leggenda racconta anche che non ci volle poi molto a verificare la consistenza delle fanfaronate dello sbruffone. Bastò infatti che uno degli astanti proponesse all’incauto millantatore “Hic Rhodus, hic salta” (fai conto che questa sia Rodi, facci vedere quello che sai fare), per riportarlo a più miti consigli.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, eppure una vicenda simile si ripete in questi giorni di fronte ai nostri occhi. Secondo un copione già visto, Matteo Salvini ha passato le ultime settimane, non a caso coincidenti con la campagna elettorale, a promettere grandi sconvolgimenti. Basta con l’austerità che ci soffoca! No all’adesione cieca a regole di bilancio che causano disoccupazione e miseria! E se all’Europa non va bene, peggio per lei, ce ne faremo una ragione! Apparentemente il trucco ha funzionato, ancora una volta. Nonostante un anno di governo all’insegna dell’austerità e della continuità totale con i governi che l’hanno preceduto, il leader della Lega è riuscito di nuovo a presentarsi all’elettorato come l’(unica) alternativa ai sacrifici imposti dai Trattati europei e a capitalizzare un impasto esplosivo di rabbia e rancori di una piccola e media borghesia sempre più incattivita. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni, Salvini ha rincarato la dose, promettendo una rivoluzione fiscale quantificabile in 30 miliardi di euro di tagli alle tasse, sotto forma di flat tax per i redditi delle imprese e delle famiglie con un reddito fino a 50.000 euro. Il tutto infarcito dal campionario standard con cui Salvini ha mascherato il suo nulla negli ultimi 12 mesi: “non sto a impiccarmi a un parametro, un numero o una regoletta”, “l’era della precarietà e dell’austerità si è conclusa”, non ci importa di “rispettare gli zero virgola”. Sembra di rivedere esattamente il balletto che accompagnò l’approvazione dell’ultima Legge Finanziaria, balletto che si concluse, come tutti ricordiamo, con l’accettazione anche dell’ultimo “zero virgola” e della più infima “regoletta” imposti dalle istituzioni europee.

Un meccanismo identico si è appena rimesso in moto. L’Italia ha, infatti, ricevuto una lettera della Commissione Europea, in merito al mancato adempimento degli impegni presi in termini di riduzione del debito pubblico. L’ennesimo dispositivo disciplinante è quindi già all’opera e avrà un suo passaggio cruciale entro la prima decade di luglio, scadenza entro la quale o avremo fatto tutti i compiti a casa o saremo oggetto di una procedura ufficiale per debito eccessivo.

Al di là delle promesse e delle fanfaronate da campagna elettorale, i numeri che contano davvero, quelli con cui questo Governo si confronterà nei prossimi mesi sono quindi altri. Allo stato attuale, la Commissione Europea prevede che nel 2020 il rapporto tra deficit e PIL per l’Italia sarà al 3,5%. Il Governo si è però impegnato, con l’ultima Legge Finanziaria, a portare questo indicatore al 2,1%. Lo stesso Governo ha già anche messo nero su bianco che, in mancanza di misure alternative, parte delle risorse necessarie ad abbattere il deficit verranno da un aumento del gettito IVA di 23 miliardi. Detto altrimenti, o il Governo aumenta l’IVA o taglia risorse altrove (sanità, istruzione, infrastrutture, chi più ne ha più ne metta) per un pari ammontare. E non finisce qui: secondo i calcoli del cane da guardia dell’austerità Cottarelli, per raggiungere l’obiettivo che il Governo si è prefissato sarebbero necessari ulteriori tagli per 4 miliardi di euro, dovuti alla minore crescita che il PIL italiano sperimenterà rispetto alle previsioni. Come se non bastasse, la Commissione Europea chiederà ulteriori tagli alle spese e aumenti delle tasse per un ammontare di 9 miliardi, per riportare il Paese sui binari del piano di rientro volto a conseguire quelli che eufemisticamente vengono definiti ‘obiettivi di medio termine’.

Tenendo fermo tutto il resto, ci troviamo di fronte ad una prossima manovra già scritta, che dovrà apportare e apporterà circa 36 miliardi di sacrifici, lacrime e sangue. In questo scenario fosco, entrano in gioco le ultime sparate di Salvini, con i suoi 30 miliardi di tagli alle tasse. Non è ancora chiaro come queste misure si declineranno concretamente e come verranno scaglionate nel tempo. A sentire Cottarelli, una stima ragionevole e prudenziale per l’anno prossimo, qualora si volesse davvero dare uno shock fiscale, dovrebbe essere di almeno 15 miliardi di riduzione del carico fiscale. In linea di principio, qualora davvero il Governo volesse applicare queste misure, due possibilità si aprirebbero. La prima prevedrebbe di tagliare altrove spese per lo stesso ammontare. In tal modo si continuerebbero a rispettare gli obiettivi in termini di deficit per il 2020, al costo di una manovra finanziaria stimabile intorno ai 50 miliardi con un mix letale di tagli alla spesa pubblica, aumento dell’IVA e soppressione selvaggia di esenzioni e benefici vari. La strada alternativa sarebbe finanziare la flat tax in deficit, senza cioè prevedere una copertura in termini di minori spese o maggiori entrate in altri segmenti del bilancio dello Stato ma facendo ricorso all’indebitamento. Cosa che comporterebbe, ovviamente, lo sforamento dei parametri che il Governo gialloverde si è impegnato a rispettare.

La campagna elettorale è ancora troppo fresca e Salvini ammicca insistentemente alla seconda opzione. In virtù del mandato elettorale ricevuto, si dice pronto a rimettere in discussione i parametri di rigore fiscale imposti dall’Unione Europea, provando a convincere i partner europei del fatto che l’austerità strangola l’economia italiana. Non ci vuole però molto a capire che dietro le parole di Salvini c’è il nulla. Anche tralasciando il fatto (che in sé rappresenta un ostacolo insormontabile) che per modificare i Trattati che l’austerità l’impongono sarebbe necessaria l’unanimità dei Paesi membri, il punto davvero rilevante è tutto politico. Salvini, la Lega ed il loro blocco sociale di riferimento si trovano benissimo all’interno della gabbia della compatibilità con i vincoli europei. E non saranno certo due campagne elettorali all’insegna del cosiddetto ‘populismo’ a cancellare il fatto che la Lega è nata per interpretare il ruolo di strenuo difensore di un sistema economico basato su liberismo sfrenato, deregolamentazione dei mercati e sfruttamento del lavoro.

In mancanza della volontà politica di spezzare la morsa di un sistema di relazioni economiche di tale fattura, ogni minaccia di disattendere i vincoli che la Commissione Europea ci imporrà è una vuota chiacchiera, buona solamente per la campagna elettorale. E mentre Salvini occupa il proscenio, nelle retrovie già si inizia a mostrare quale sarà l’atteggiamento adottato dalla Lega sui tavoli che contano, tra il viceministro Garavaglia che garantisce che la Lega non ha alcuna intenzione di sforare i parametri europei in termini di deficit pubblico e il fu profeta ‘no Euro’ (e oggi macchietta a tempo pieno) Borghi che cautamente propone l’Italia per un seggio nel Board della Banca Centrale Europea, in virtù del quale fare “proposte sulla governance”, tra cui un incendiario Quantitative Easing sulle infrastrutture e fuffa assortita. Sostanzialmente il niente, che prefigura un rapido abbandono da parte della Lega dei bellicosi propositi con cui ha intrattenuto la platea nelle ultime settimane e un rientro nei ranghi alla spicciolata, con una prossima Legge Finanziaria scritta ancora una volta a Bruxelles.

Di fronte a questo vicolo cieco, rimane da capire come Salvini e la Lega proveranno anche questa volta a salvare la faccia. Dato per assodato che non ci sarà nessuna contrapposizione reale con le istituzioni europee, la partita si giocherà tutta sul piano interno. È verosimile che la Lega cercherà di forzare la mano, all’interno del Governo, per un’approvazione rapida e senza pietà di tutta una serie di misure bandiera, facilmente agitabili e con il pregio di essere a costo zero: Decreto Sicurezza, ulteriore stretta e imbarbarimento sull’immigrazione, TAV e cementificazione del territorio e compagnia cantante. Al di là delle promesse di andare a spezzare le reni all’Europa, l’unica faglia nella quale la Lega può davvero inserirsi è quella da aprire all’interno del Governo. A questo punto si aprirebbero due possibilità: o i 5 Stelle continuano a portare acqua con le orecchie alla Lega e ingoiano tutto oppure si cerca un pretesto e cade il Governo. Nel primo caso, la Lega dovrebbe sperare che il muro di fumo sollevato dal cavalcare il razzismo, spaccare il Paese e deturpare il territorio in nome del progresso siano sufficienti a far dimenticare l’acquiescenza totale ai diktat europei in materia di finanze pubbliche. Nel secondo, si materializzerebbe il capolavoro di lasciare la patata bollente della prossima Legge Finanziaria ad una eventuale nuova maggioranza dei responsabili, ruolo che sembra cucito su misura per gli utili idioti del Partito Democratico, per restituire alla Lega una verginità di combattenti contro il cieco rigore imposto da Bruxelles. In ciascuno dei due casi l’austerità continuerà imperterrita, l’economia italiana rimarrà avviluppata nella spirale di stagnazione, disoccupazione e salari da fame che ci soffoca da più di venti anni e pochi privilegiati continueranno a prosperare sulle spalle dei molti. Uno scenario che i ‘mercati’ hanno già chiarissimo, tanto è vero che l’agenzia di rating Moody’s non ha avuto problemi a ridimensionare l’impatto delle appena trascorse elezioni europee, dichiarando esplicitamente che non c’è da attendersi nessun “cambiamento delle politiche che governano l’UE o l’Eurozona” e che le elezioni sono state “credit neutral”.

Niente di nuovo sotto il sole, semplicemente la Lega che getta la maschera, cucita su misura per la campagna elettorale, e che torna a indossare gli abiti, che più le sono propri e che l’accompagnano fin dalla fondazione, di forza politica a difesa degli interessi di padroni e padroncini del Nord Italia.

In questo scenario, le ultime ore sono state frenetiche. Nel primo pomeriggio (del 31 maggio) circolava una bozza di risposta alla lettera della Commissione, in cui il Governo gialloverde – lo stesso che passa il tempo a raccontarci quanto sia arrabbiato con l’Europa – più che una dichiarazione di guerra dava vita ad una lettera d’amore per i guardiani dei conti. Il Ministro Tria spiegava infatti ai burocrati di Bruxelles che l’Italia non ha alcuna intenzione di deviare dalla più rigida disciplina fiscale richiesta dall’Europa, proprio quella disciplina che mette in ginocchio il Paese e alimenta il voto di protesta raccolto da Lega e 5Stelle.

In particolare, due erano i pilastri delle argomentazioni attribuite al Governo per tranquillizzare l’Europa. Il primo sarebbe stato un vero e proprio impegno a ridurre la spesa sociale nei prossimi tre anni: “Dal lato della spesa, il governo sta avviando una nuova revisione della spesa e riteniamo che sarà possibile ridurre le proiezioni di spesa per le nuove politiche in materia di welfare nel periodo 2020-2022”. In buona sostanza, tagli a pensioni e reddito di cittadinanza – ma anche sanità, istruzione, infrastrutture, pur di garantire il rigore dei conti pubblici. Forse ancor più interessante, politicamente, il secondo passaggio chiave della missiva, nel quale il Governo si sarebbe detto “convinto che una volta che il programma di bilancio sarà finalizzato in accordo con  la Commissione europea, i rendimenti dei titoli di Stato italiani diminuiranno e le proiezioni relative alla spesa per interessi saranno  riviste al ribasso”.

In parole povere, il Governo sembrava prevedere pace totale con le istituzioni europee, condizione necessaria a calmare i mercati, contenere i rendimenti sui titoli di Stato e quindi il costo del debito pubblico: l’esatto contrario del “me ne frego dello spread” che Salvini continua a ripetere spavaldamente. Sarebbe quindi bastato un richiamo da Bruxelles per trascinare Salvini fuori dalla campagna elettorale e riportarlo con i piedi per terra, lì dove svolge attentamente il suo compito di guardiano dell’austerità: se ne frega eccome, dello spread, tanto da sacrificare sull’altare della compatibilità con l’Europa la spesa sociale, la crescita e l’occupazione.

Poche ore più tardi Tria ha smentito categoricamente i contenuti della presunta risposta, come erano stati riportati da tutti i mezzi di stampa. Evidentemente qualche squallida baruffa all’interno del Governo, aizzata dai 5 Stelle in chiave tattica contro la Lega, ha per il momento consigliato una posizione più prudente. Del tipo: austerità sì, ma non diciamolo così esplicitamente e così immediatamente.

Come si esce da questo pantano? Non c’è evidentemente nessuna scorciatoia disponibile. C’è però un’unica via percorribile, che passa per la costruzione e il consolidamento di una forza di sinistra di classe che sappia smascherare le falsità di Lega (e 5 Stelle) senza cadere nella tentazione di tifare ‘forza spread’ e che riesca soprattutto a contendere e strappare a Lega e 5 Stelle il monopolio della battaglia contro l’austerità di matrice europea. Se i pagliacci al governo ci hanno insegnato qualcosa è che senza una reale volontà politica di rottura ogni velleità ha vita breve. Ci hanno anche mostrato che si può finire molto rapidamente a ricoprire il ruolo di esecutori di seconda tacca dei desiderata di un dispositivo politico fatto per comprimere i salari e redistribuire il reddito a favore del capitale. Il cammino sarà lungo e probabilmente non l’abbiamo neanche iniziato, ma l’alternativa a questo cammino è un eterno rimpallarsi tra europeisti liberisti e nazionalisti liberisti, due facce della stessa triste medaglia.

L’articolo è stato modificato alle 18.53 del 31 maggio, dopo che il Ministro Tria ha smentito le ‘indiscrezioni’, riportate da tutti gli organi di stampa, in merito ai contenuti della lettera di risposta alla Commissione Europea

Fonte