Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/10/2017

Le guerre di sabbia nel Sahel

Puntuale come un orologio svizzero. L’Harmattan, il vento del deserto, ha cominciato a soffiare sulla polvere del Sahel. Caldo di giorno e fresco o freddo la notte. Un vento irregolare, locale, che setaccia il deserto e porta con sé quanto rimane della sabbia. Una polvere fine che si accomoda ovunque senza essere stata invitata. Per qualche mese dell’anno il sole si nasconde a tratti e persino i volti si trasfigurano.

Il controllo delle migrazioni è un pretesto per occupare militarmente il Sahel come fa la polvere dell’Harmattan. Ci stanno proprio tutti. Francesi, americani, tedeschi, olandesi, danesi, norvegesi, svedesi e italiani. In più ci sono i militari di vari paesi africani che compongono la forza di pace delle Nazioni Unite. La chiamano MINUSMA, che corrisponde alla Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Mali. Essa ha sostituito l’operazione Serval e affianca l’altra di nome Barkhane.

Questo accade senza parlare delle frontiere, altra ghiotta occasione di militarizzazione coordinata dello spazio saheliano. I francesi, basati a Niamey e a Madama, verso il confine libico. Gli americani col progetto già iniziato di costruzione dell’aeroporto per i droni di Agadez per controllare il Niger, il Mali, la Nigeria e la Libia. Le eliminazioni chirurgiche dei sospetti sono occasionali e coerenti. In cantiere c’è la base militare tedesca e un possibile e ridotto contingente italiano che completa la presenza militare occidentale.

C’è poi in via di sperimentazione la forza congiunta del cosiddetto G5. Con folle richieste di denaro per funzionare e che, composto dai militari di cinque paesi del Sahel, ha lo scopo di combattere i gruppi terroristi in buona parte creati a suo tempo in Libia e dintorni. Militari, armi, soldi e soprattutto interessi da proteggere. Questa la miscela messa insieme dalla geopolitiche militari che, come l’Harmattan, soffiano venti di guerra e di armi da trafficare, vendere e perfezionare sul terreno ormai conquistato.

Petrolio, gas, uranio, ferro, oro, diamanti e migranti. Questi ultimi sono presi come ostaggio delle politiche economiche dell’Occidente che, tra le altre cose, cerca di circoscrivere l’avanzata cinese in questa parte dell’Africa. Guerre per procura, come quella di Boko Haram, oppure preparate e condotte come in Libia e altre date in subappalto ai gruppi terroristi. Questi ultimi sono funzionali alla militarizzazione del deserto. Non ci fossero bisognerebbe inventarli, per giustificare una guerra senza fine di tutti contro tutti.

Anche in Libia il discorso fila. Tra interessi petroliferi, il gas e affini, il controllo dei migranti appare come una risorsa umanitaria che incoraggia le ONG, i rapporti sui diritti umani e i ‘reportage’ dei giornalisti d’avanguardia. Il conto torna per tutti o quasi. I migranti sono il finto nemico, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni il braccio umanitario delle politiche occidentali e i militari la polvere che tutto copre.

L’Harmattan dura appena qualche mese mentre l’occupazione militare è destinata a durare nel tempo. Entrambe buttano polvere negli occhi e seppelliscono i misfatti. Poi, con un’impennata di dignità, il vento del deserto spazza le menzogne che tutto coprivano. Per solidarietà, l’Harmattan porta fino al mare le voci dei migranti che tutti credevano perdute.

dall’Harmattan di Niamey, ottobre 017

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Grasso, Bersani, Pisapia: ma perchè la sinistra non impara mai?

Devo dire che si può parlare di Mdp solo a prezzo di un enorme imbarazzo: è un gruppo di distinti signori, tutti parlamentari, che non ne hanno azzeccata una in tutta la vita e che non imparano mai.


Hanno sfasciato il Pci, poi hanno portato il Pds-Ds ad una fallimentare unificazione con i democristiani della Margherita, poi hanno perso le elezioni del 2001, 2008 e 2013 (quelle le hanno “non vinte”, quanto a quelle del 2006, le vinsero di strettissima misura per poi dare vita ad un governo che era un circo equestre, poi si sono fatti scalzare dal più democristiano dei margheritini, mugugnando hanno votato le peggiori riforme di Renzi: job act, buona scuola, riforma istituzionale...), poi, dopo aver coscienziosamente perso tutta la loro base, ridottisi a tre gatti e mezzo, hanno deciso di fare una scissione con i rimanenti parlamentari che non hanno saltato il fosso per arruolarsi fra i renziani.

L’unica cosa buona che hanno fatto è stata schierarsi per il No nel referendum del 4 dicembre, ma solo perché D’Alema (unico che capisca la politica in quell’infelice gruppo) li ha costretti a calci negli stinchi.

Dopo la scissione, non hanno fatto assolutamente nulla, né per elaborare una linea politica degna di questo nome, né per organizzare la loro base, né per promuovere una qualsivoglia campagna politica (visto che fra poco si vota): zero, più zero, più zero. Hanno cincischiato per sette mesi appresso a Pisapia (del quale si parlava come di in possibile segretario e, incredibilmente, nessuno rideva), poi Pisapia ha scelto il Pd (che forse lo compenserà con uno scranno alla Corte Costituzionale) e, dall’alto del suo seguito di massa, ha fatto i suoi auguri a Speranza ed “al suo partitino del tre per cento” (sic!).

C’era da sperare che, tramontata l’infatuazione per Pisapia, iniziassero finalmente a fare politica e, invece no, adesso è il turno di Grasso del quale si parla come di un possibile segretario. Si, perché da quelle parti, prima si decide chi è il segretario, poi chi è il gruppo dirigente, poi chi deve rientrare in Parlamento e, alla fine e se avanza il tempo, si organizza la base che, ovviamente, trova il piatto pronto (che democrazia!).

Io non dico che si debba realmente far votare alla base i dirigenti ed i parlamentari (troppa democrazia fa male!) ma almeno far finta che sia così. Insomma, almeno non facciamola così spudorata. Ed allora, una volta per tutte, convinciamoci che le case non si costruiscono dal tetto, ma dalle fondamenta.

Quanto poi alla scelta di merito, Grasso, se possibile, è anche peggio di Pisapia. Diventato Presidente del Senato per caso e con i voti dei 5 stelle che, nel loro immaginario, lo credevano un campione della lotta antimafia, è stato poi un ligio esecutore delle indicazioni del Pd, dando il meglio di sé nel dibattito sulla riforma istituzionale, quando combinò cose da pazzi (se è il caso posso ricordare un po’ di episodi) per battere l’ostruzionismo dei 5 stelle e di Sel (oggi, con SI, possibile alleata di Mdp). Poi, all’improvviso, realizzato che non c’è speranza di essere rieletto Presidente del Senato, scopre che il Pd ha fatto violenza al Parlamento con la fiducia e si dimette... dal Pd, non dalla Presidenza del senato (le dimissioni da un posto importante? Non sia mai! Potrebbe venire la sinusite).

E con gran faccia di corno, dice che si è dimesso ora dal Pd e non prima, per rispetto delle istituzioni! Lui come Presidente del Senato aveva l’obbligo morale e politico di difendere il Parlamento (ed il ramo che lui presiede) cercando di non ammettere la richiesta di fiducia del governo. Ad esempio sostenendo che essa è inopponibile in caso di leggi elettorali o che non è ammissibile una richiesta che obbliga un ramo del parlamento ad accettare una legge senza possibilità di nessun emendamento. E , magari avrebbe potuto utilizzare l’argomento della contraddizione contenuta nella legge, già segnalata da D’Attorre, sostenendo la necessità di emendare almeno quello sconcio. Magari avrebbe potuto invocare un intervento arbitrale del Capo dello Stato.

Forse non sarebbe servito a nulla, ed al quel punto, se davvero riteneva che si stesse facendo una violenza al Parlamento, gli restava il gesto estremo delle dimissioni dalla Presidenza. La cosa avrebbe avuto ben altro rilievo politico, creando non poco imbarazzo a Mattarella per la firma. In fondo, il Presidente del Senato è il suo vice e se se ne va sbattendo la porta perché la legge è incostituzionale, non è che si possa far finta di niente. Invece, l’eroico Presidente ha lasciato che la violenza si compisse e, diciamolo, con la sua complicità e dopo, solo dopo, si è dimesso dal partito (non dalla Presidenza di Palazzo Madama, insisto) per prepararsi a sedere sulla sedia di segretario del Mdp. E voi ci proponete un segretario del genere?

Infine: Mdp non scioglie una ambiguità che si porta appresso dalla fondazione, la domanda è questa: cosa vuol fare da grande Mdp? Le scelte possibili sono due: o il gruppo di pressione esterno, che punta a rovesciare la segreteria Renzi per poi rientrare, o l’alternativa di sinistra al Pd. Entrambe scelte lecitissime, per cui, se si tratta della prima, è possibile una alleanza elettorale con il Pd, ma se si tratta della seconda, l’alleanza è esclusa in via di principio, perché non puoi allearti con uno a cui vuoi fare le scarpe. E’ così difficile da capire?

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Sud colonia tedesca. La questione meridionale oggi


Per capire la struttura del potere politico in senso stretto – quali interessi e istituzioni “comandano”, ossia decidono e fanno rispettare le proprie decisioni – sembra indispensabile sollevare lo sguardo dal proprio ristretto campo di intervento e guardare ai processi in corso a livello almeno continentale.

Sappiamo bene che la preponderanza della macrostruttura sovranazionale chiamata “Unione Europea” sfugge ai più (convinti ancora che il governo di un singolo Paese sia il cuore di ogni questione, anziché solo un “governatorato di provincia”). Dunque sembra utile proporre ai nostri lettori un’analisi qualitativa e quantitativa che non viene prodotta da noi, ma che viaggia sul “libero mercato” dell’informazione.

Parliamo del libro Sud colonia tedesca. La questione meridionale oggi, di Andrea Del Monaco, pubblicato da Ediesse. In particolare, consigliamo la visione del video, tratto da una trasmissione di La7, in cui gli effetti macroeconomici delle scelte “europee” sul Sud Italia vengono quantificate nei dettagli.

L’Esperto Fondi UE Andrea Del Monaco nel volume “SUD COLONIA TEDESCA, la questione meridionale oggi” parte dalla seguente premessa: l’austerità è ostetrica di nuovi fascismi; lo è come lo fu il Trattato di Versailles del 1919, vessatorio per la Germania. Il volume svolge un’operazione verità sulle seguenti questioni: 1) una vera narrazione del Masterplan per il Sud del Governo che taglia le già magre risorse per il meridione; 2) una breve storia dell’austerità dal 1992 ad oggi, austerità attraverso cui la UE ci ha imposto la svalutazione del lavoro e la riduzione degli investimenti ; 3) come sono stati spesi poco e male i Fondi UE; 4) come dovrebbero essere spesi i Fondi UE in un piano di Sviluppo che crei lavoro vero.

Qui su La7 Andrea Del Monaco spiega la riduzione dell’Italia e dei Mezzogiorni d’Europa a colonia tedesca, riduzione che è il filo rosso del volume.


Dalla quarta di copertina:
“L’autore inserisce la crisi del Mezzogiorno nel dibattito sull’austerità in Europa. E compie una vera narrazione del Masterplan per il Sud. Smentisce il “laburista” olandese Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, secondo cui i meridionali europei dilapidano i prestiti “in donne e alcool”. Per esempio, il Fondo Sviluppo e Coesione è un fondo italiano destinato per l’80% al Mezzogiorno. L’Italia, con la «manovra» 2017, aumenta la dotazione del Fondo da 38 a 46 miliardi: nel contempo rinvia la spesa di 35 (di quei 46) miliardi a dopo il 2020. Un rinvio uguale a un taglio per il Sud. Perché? Per raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2019.

Volendo risalire alla genesi, il volume ripercorre la storia dell’austerità dal 1992 ad oggi con l’attuale versione del Patto di Stabilità: dopo il suo irrigidimento nel 2011-2012 tramite il Fiscal Compact, il Two Pack e il Six Pack, il Patto ha ridotto la possibilità di indebitarsi per investire.

L’austerità teutonica allarga il divario Nord-Sud. Il Governo inaugura la variante di valico dell’A1, ma non completa le tre ferrovie principali al Sud: la Napoli-Bari-Lecce-Taranto, la Salerno-Reggio Calabria e la Messina-Catania-Palermo. L’austerità blocca gli investimenti e favorisce l’abbandono del Mezzogiorno. La classe dirigente meridionale investe poco e male gli unici soldi disponibili. Fino al 2023 il Meridione avrà 93 miliardi: come auspicato da Adriano Giannola nel dialogo conclusivo, occorre investirli in un Piano di sviluppo che crei lavoro vero. Nel segno di Giuseppe Di Vittorio.”


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Nuova razzia unionista a Barcellona, aggressioni e feriti

Così come era avvenuto in occasione delle altre manifestazioni ‘unioniste’ convocate dai partiti ‘costituzionalisti’ spagnoli a Barcellona nei giorni scorsi, anche oggi la capitale catalana è stata teatro di un gran numero di atti di violenza e di aggressioni da parte di gruppi fascisti.

Dopo la fine della manifestazione che ha portato a Barcellona anche dal resto dello Stato – moltissimi i pullman organizzati dai partiti nazionalisti spagnoli e dall’estrema destra – circa 300 mila persone al grido di “la Catalogna è Spagna” con ingente sventolio di bandiere spagnole e dell’Unione Europea, i gruppi neofascisti e neonazisti si sono scatenati.

D’altronde l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che destituisce il governo catalano e un centinaio di funzionari della Generalitat, scioglie il Parlament, commissaria i Mossos d’Esquadra e tenta di imbavagliare la stampa locale costituisce una condizione che incita i franchisti e sostiene le loro violente scorribande.

Per tutta la giornata gruppi consistenti di estremisti hanno occupato varie zone della città cantando inni franchisti e slogan razzisti e nazionalisti. Poi, sciolta la manifestazione “Tots som Catalunya, per la convivencia, seny” (Tutti siamo Catalogna, per la convivenza, senno) convocata dall’associazione Societat Civil Catalana (copertura civica della destra nazionalista) sono iniziate le vere e proprie aggressioni. A farne le spese un immigrato Sikh, circondato e malmenato da un gruppo di fascisti ma che ha ‘venduto cara la pelle’ riuscendo a menare qualche colpo e infine a fuggire, una lavoratrice della società ferroviaria della Generalitat, e un tassista, oltre a vari passanti. Questo senza che la Polizia Nacional e la Guardia Civil, dispiegata in maniera massiccia in Catalogna per impedire il referendum del 1 ottobre, intervenisse in alcun modo contro i violenti. D’altronde stamattina un tweet del profilo della Policia Nacional esprimeva l’adesione del corpo alla manifestazione di oggi a Barcellona.

Infine un centinaio di manifestanti alticci, al grido di “Viva Franco”, ha tentato di assaltare il palazzo della Generalitat in Piazza Sant Jaume, respinti a manganellate da un plotone di Mossos. Anche una troupe della televisione pubblica catalana TV3 e un reporter di El Nacional sono stati oggetto degli insulti, degli spintoni e del lancio di oggetti da parte di coloro che manifestavano “per l’unità della Spagna”.

In serata la sindaca di Barcellona Ada Colau, che in un tweet aveva dato il benvenuto agli unionisti in nome del giudizio positivo sul fatto che in città, capitale di quella che ha definito la “Catalogna plurale”, si susseguano grandi manifestazioni di massa, è stata costretta a denunciare le aggressioni provocate a suo dire da “una minoranza di ultrà” a discapito di migliaia di “manifestanti pacifici”.

Venerdì notte a Barcellona, un’altra manifestazione dei cosiddetti unionisti assai meno partecipata era sfociata in una lunga serie di aggressioni prima di essere bloccata dagli agenti della polizia autonoma che comunque non hanno fatto ricorso né a cariche né a fermi. Il piccolo corteo, circa duecento i manifestanti, era iniziato in un quartiere della borghesia catalana unionista e si era diretto verso il centro; durante il percorso gli estremisti di destra hanno prima assalito tre ragazzi identificati come militanti della sinistra o indipendentisti, che sono stati picchiati e poi accoltellati; poi hanno assaltato la sede di Catalunya Radio sulla Via Diagonal, tentando di fare irruzione al suo interno e malmenando alcuni giornalisti, e poi hanno picchiato gli avventori di un bar frequentato da catalani. Prima ancora un altro gruppo di fascisti aveva fatto irruzione all’interno di una scuola aggredendo e picchiando due professori.

Da notare che oggi, insieme ai fascisti e ai neonazisti di Democrazia Nazionale, della Falange, di Somatemps, di Vox, e ai nazionalisti spagnoli di destra del PP e di Ciudadanos, a manifestare a Barcellona per l’unità della Spagna c’erano anche i socialisti guidati dai loro leader, in particolare l’ex presidente del Parlamento Europeo Josep Borrell, il segretario generale del PSOE Pedro Sanchez e il segretario generale del PSC Miquel Iceta. In particolare quest’ultima si è fatto fotografare insieme allo stato maggiore del Partito Popolare in un ‘selfie’ che ha creato non poco imbarazzo ad una base socialista catalana che nelle ultime settimane ha visto vari dirigenti e militanti abbandonare la formazione in polemica col sostegno del partito al golpe in Catalogna.

Come se non bastasse, al corteo e al comizio finale hanno partecipato anche alcuni gruppi della sinistra spagnola. In particolare Francisco ‘Paco’ Frutos, ex segretario generale del Partido Comunista di Spagna dal 1998 al 2009, ha gridato dal palco contro “il razzismo identitario” degli indipendentisti catalani rivolgendosi a una piazza piena di fascisti e di nazionalisti spagnoli che lanciavano slogan come “Puigdemont in galera” o “Grazie Guardia Civil”, cantavano il ‘Cara al Sol’ e facevano saluti romani.

Una presenza così imbarazzante che pochi minuti dopo l’intervento di Frutos la direzione del PCE è stata costretta a sconfessarlo attraverso un tweet chiarendo che non rappresentava la posizione del partito e che parlava a titolo personale.

Comunque un segnale inequivocabile del clima da crociata che si respira nello Stato Spagnolo al di là delle forze propriamente di destra e che costituisce una copertura ideologica formidabile nei confronti dei gruppi violenti dell’estrema destra che ora cercano la vendetta, la rivincita contro un nemico che credono domato dal commissariamento delle istituzioni catalane.


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Va riconosciuto che la sinistra spagnola, tutta, dal PSOE alle varie emanazioni di Podemos passando per ex comunisti ecc. è riuscita in un autentico capolavoro: quello di risultare del tutto organica al capitale e alle sue espressioni fasciste.
Roba che da noi  nemmeno la segreteria bertinottiana di Rifondazione comunista.
E fortuna che gente come Iglesias, praticamente l'altro ieri disquisiva con Linera di sinistra... viene da domandarsi cosa possa aver acquisito da Linera uno che sta dirigendo il proprio partito direttamente al fianco dei franchisti.

29/10/2017

Scalfari, l’ex fascista rimasto “oligarchico”

Ci ha un po’ sorpreso questa pubblicazione decisamente anti-scalfariana proprio su Repubblica, sebbene nella sua versione online intitolata “Temi”.

Non ci ha invece sorpreso il contenuto, che dà conto in modo decisamente poco encomiastico dei trascorsi giovanili dell’ex padre-padrone del giornale presuntamente “progressista”. Si sapeva, e lo aveva ammesso lo stesso Scalfari, che ai tempi del liceo – più o meno – si era lanciato a corpo morto nelle file del fascismo.

Errore di gioventù, si era sempre pensato. O comunque via obbligata all’interno di un regime, se volevi lavorare. Lo stesso percorso di altri intellettuali importanti, che avevano fatto le prime prove nelle rivistine del fascimo dedicate “alla gioventù”.

Questa pubblicazione, però, ci dà un quadro diverso, un ritratto assai più “entusiasta” del giovane Scalfari nei confronti del regime. Del resto, lavorava con Giuseppe Bottai, gerarca con molti difetti ma non quello dell’ingenuità.

Soprattutto il “compagno di banco” del giovane Eugenio – quell’Italo Calvino spesso citato in questo scomodo ruolo di “certificatore” – si rivela assai poco tenero nei suoi confronti, sottolineandone i vizi di piaggeria, ambizione, falsità, omologazione, arrivismo senza scrupoli e tantomeno ideali. Insomma, “Ti conoscevamo come uno disposto a tutto pur di riuscire, ma cominci a fare un po’ schifo”.

Sia chiaro, l’interesse di questa pubblicazione non sta nella “scoperta” dell’internità del giovane Eugenio al regime fascista, in posizione peraltro estremamente marginale. Né pensiamo che questa sia “prova” di continuità ideologica da 70 anni fa ad oggi. Sta invece proprio nella messa a nudo di questi “vizi caratteriali” che lo descrivono come un disponibile servo per qualsiasi potere (se hai accettato il fascismo come possibile “ascensore personale”, tutto è possibile). Vizi che non si correggono con la maturità, ma semmai si aggravano.

Come ben spiegava il cardinale Talleyrand – vero camaleonte capace di passare da Luigi XIV alla Rivoluzione, da Napoleone di nuovo alla monarchia – “se non sei rivoluzionario a 18 anni, significa che sei senza cuore”. Ovvero senza valori, ideali, struttura morale “verticale”.

Quando leggete con autentica sorpresa il vecchio Scalfari contemporaneo concionare sulla bontà dell’oligarchia, comunque, potete comunque avvertire un sentore della sua cultura giovanile, come questo: “La sintesi corporativa interessa ed investe in pieno i rapporti tra l’individuo e lo Stato e pone improrogabilmente il problema del regolamento di tali rapporti, regolamento che si applica seguendo due principali direttrici vettoriali: responsabilità-gerarchia. Lo Stato moderno, non fosse altro che per ragioni pratiche, deve essere essenzialmente gerarchico e aristocratico, e in esso l’individuo deve sentirsi intimamente responsabile dell’incarico che gli compete.”

Un sentore non proprio ben odorante...

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da http://temi.repubblica.it/micromega-online/

Eugenio Scalfari ha sempre sostenuto che il suo impegno giornalistico fascista fosse iniziato nella seconda metà del 1942 su “Roma fascista”. In realtà, diversi mesi prima, con gli articoli su “Gioventù italica” e “Conquiste d’Impero” ora ritrovati dal professore della Statale di Milano Dario Borso. Ne pubblichiamo qui alcuni stralci come contributo importante alla verità storica.

Eugenio Scalfari è una figura centralissima della vita giornalistica, politica e in senso lato culturale dell’intero dopoguerra. Insieme a Arrigo Benedetti, e due anni dopo a Carlo Caracciolo, è il fondatore del gruppo editoriale l’Espresso che oggi si chiama GEDI, cui appartiene anche MicroMega, e di MicroMega è stato anzi per anni uno dei più autorevoli collaboratori. A Scalfari debbono molto i cittadini democratici per tante battaglie di cui l’Espresso prima (a partire dalla famosa inchiesta di Manlio Cancogni del 1955, “Capitale corrotta nazione infetta”) e Repubblica poi, sono stati protagonisti. A Eugenio (e prima ancora al direttore dell’Espresso Livio Zanetti) sono debitore anche sul piano personale, per le occasioni che mi sono state offerte di collaborare a due testate così importanti, mi sento perciò legato a lui da affetto oltre che da riconoscenza.

Ma nella vita democratica la verità storica (le “modeste verità di fatto” di cui parlava Hannah Arendt, rinunciando alle quali si prepara seconda la Arendt la via alla mutazione totalitaria) è un bene più prezioso e irrinunciabile dell’affetto e della riconoscenza.

Il breve testo di Dario Borso che qui presentiamo è un contributo importante alla verità storica. Fa parte di una ricerca più ampia che Borso sta svolgendo sugli intellettuali nel periodo del fascismo che precede il 25 luglio. Scalfari ha sempre sostenuto che il suo impegno giornalistico fascista fosse iniziato nella seconda metà del 1942 su “Roma fascista”. In realtà le lettere scambiate tra Scalfari e Italo Calvino (furono compagni di banco, come più volte ricordato da Scalfari, circostanza nota al grande pubblico per un intervento di Benigni che la sottolineò nella piazza dell’edizione 2014 di “Repubblica delle idee”) già riportavano indicazioni inequivocabili di come Scalfari già dal febbraio 1942 si vantasse con Calvino di essere entrato a far parte di un “vivaio giovanile” scrivendo su “Gioventù italica” e “Conquiste d’Impero”.

Dario Borso è riuscito a ritrovare quegli articoli di difficilissima reperibilità, e ne pubblica qui gli stralci più importanti – che certamente arricchiscono la conoscenza della formazione fascista di tante personalità che avrebbero poi avuto ruoli preminenti nella vita civile e politica dell’Italia democratica – ripromettendosi di ritornarvi nel corso della sua più ampia ricerca, perché passare per tale formazione, riviste, Guf, Littoriali, per molti fu strada quasi “naturale”. Come Borso mi ha scritto nel biglietto di accompagnamento di questa scoperta storico-giornalistica: Quello che mi premerebbe passasse come messaggio, è che tutti sbagliamo, soprattutto in gioventù, ma la maturità dell’adulto, per non dire dell’anziano, sta nell’ammettere i propri errori, e non per se stesso, ma per le generazioni a venire (altrimenti a tramandarsi è la finzione ecc.).

(Paolo Flores D’Arcais)

di Dario Borso

Più volte Eugenio Scalfari ha rimemorato i suoi esordi letterari facendoli invariabilmente risalire ad alcuni articoli usciti nella seconda metà del 1942 su Roma Fascista, settimanale del Gruppo Universitario Fascista1: ma è vero?

Giunto nella capitale da Sanremo verso la fine dell’anno precedente, egli intrattenne regolare corrispondenza con l’ex-compagno di liceo Italo Calvino. Le lettere del primo non sono tuttora disponibili, quelle del secondo sì2. Stralciando limitatamente alla prima metà del 1942:

12 febbraio: «Stai diventando un fanatico, ragazzo mio, stai attento. Ti stai esaltando di queste idee, tanto da montarti la testa. Curati. Distraiti.»

1 marzo: «Dunque tu, Eugenioscalfari, scrivi su riviste letterarie giovanili? Scrivi articoletti sull’arte novissima, eh? Sei capitato in un vivaio giovanile? Ma che bravo! Bravo, bravo, mi compiaccio proprio. Ahahahahahaah!»

7 marzo: «La faccenda del vivaio giovanile non è molto chiara. Scrivi meno balle, racconta fatti e ambienti e persone. Adesso il giornalino non è più del vivaio, è dell’Azione Cattolica. Che casino! […] Quando la finirai di pronunciare al mio cospetto frasi come queste: “tutti i mezzi son buoni pur di riuscire” “seguire la corrente” “adeguarsi ai tempi”? Sono queste le idee di un giovane che dovrebbe affacciarsi alla vita con purezza d’intenti e serenità d’ideali?»

21 aprile: «Mandami, appena vede la luce, il numero di Gioventù Italica che porta il tuo battesimo dell’inchiostro tipografico. Siccome avrai naturalmente scritto delle gran frescate, polemizzerò con te. Quello che rimane per me un gran mistero è come facciano a vivere le varie Gioventù & Progenie, Roma & Ischirogeno, che pullulano dalle tue parti. E, quel che più conta, dove piglino i soldi da dare a degli sciagurati come te.»

29 aprile: «Fa piacere poter dire: sapete, stasera ho da scrivere a Eugenio Scalfari, il noto pubblicista, è mio amico, siamo stati compagni di scuola, sì, proprio lui, il più noto scrittore contemporaneo, quello che scrive nientedimeno che su Conquiste d’Impero. […] Ci scrive anche Giuseppe [Bottai], ma sì, proprio Giuseppe, sono colleghi, “il mio Peppino” lo chiama Scalfari. […] Ho atteso a risponderti alla tua doppia ultima perché attendevo la copia di Gioventù Italica che mi è arrivata oggi. […] Non posso definire il tuo articolo altrimenti che: strano. Strano che tu ti metta a scrivere di queste cose, strano che tu mostri una così sicura cognizione in fatto di tragedie greche che credo conoscerai quanto conosco io, cioè ben poco.»

21 maggio: «Per quanto io aspiri a un “modo di salire” e tu a un “salire ad ogni modo”, l’esempio dell’amico mi sarà certo di sprone. […] Manda roba: Conquiste d’Impero, tua tesi per quell’affare del convegnochesoio, Roma Fascista che – scusa – non ho capito bene che cosa è (un giornaletto del Guf)?»

10 giugno: «Tu che sempre hai vissuto in una sfera lontana dalla vera vita, uniformando il tuo pensiero all’articolo di fondo del giornale tale e talaltro, ignorando completamente uomini fatti cose adesso ti metti a scrivere di economia, di argomenti ai quali sono legati avvenire benessere prosperità di popolazioni. Questa più che faccia tosta mi sembra impudenza. […] Lo so, sono amaro, ma, ragazzo, nella merda fino a quel punto non ti credevo. Il giornale fa pietà, è un vero sconcio che si lasci pubblicare tanta roba idiota e inutile. […] Ti conoscevamo come uno disposto a tutto pur di riuscire, ma cominci a fare un po’ schifo.»

21 giugno: «Me ne frego che tu ti offenda e mi risponda con lettere aspramente risentite (oltre che scemo sei pure diventato permaloso), quello che ho da dirti (e te lo dico per il tuo bene) si compendia in una sola parola: PAGLIACCIO! […] Chiunque ti legga, vedendo uno che fa sfoggio di erudizione ad ogni sillaba, che fa di tutto perché i suoi concetti appaiano il meno chiari e determinati possibile, non può fare a meno di credere che tu sia un IGNORANTE che ripete pappagallescamente frasi e termini raffazzonati a casaccio.»

Ed ora, in prima assoluta, ecco a stralci i due articoli scalfariani in questione:

L’elemento “tragedia” nell’animo umano, n. di marzo-aprile 1942 di Gioventù Italica, organo della Gioventù Cattolica Italiana diretto da Luigi Gedda: «La tragedia nasce dal dubbio e dal dolore non dell’individuo, ma dell’umanità intera, in quanto scaturisce da quei sentimenti di carattere universale e non particolare, che tutta l’umanità interessano. […] Essenzialmente dinamica, essa si evolve parallelamente all’evoluzione della nostra coscienza dei due opposti termini dall’incontro dei quali scaturisce il conflitto tragico: Uomo–Dio. Secondo i tempi, secondo i paesi, secondo la fede dei popoli, varia il risultato del conflitto: ora esso si risolve con un annientamento della volontà dell’uomo di fronte a quella di Dio, ora con un’emancipazione dell’uomo da Dio. Ma v’è una terza fase della tragedia ch’è quasi sintesi delle due precedenti, fase essenzialmente religiosa e corale nella quale su tutto domina il pianto eterno dell’umanità in travaglio […]. “O uomini che preferite restare nel vostro guscio, e frodare la vita come un piccolo Bonturo piuttosto che adorare la morte come un Ulisse ardimentoso!” Questo grida lo spirito tragico in ciascuno di noi, che è ancora e sempre conflitto; conflitto tra l’Uomo e il tempo, che lo schiaccia e lo annulla inesorabilmente; tra la libera volontà dell’Uomo e il Destino che la nega e la distrugge; tra la forza fisica dell’Uomo e le oscure potenze cosmiche scatenate […]. Noi vogliamo un Uomo migliore fra altri Uomini migliori, e fidiamo nella forza della tragedia (s’intenda: della tragedia non del dramma) per giungere a questo risultato. La tragedia come concertazione scenica deve rinascere e rinascerà. Essa sarà essenzialmente religiosa e avrà compito religioso: scoprire Dio nell’Uomo!»3

Spiritualizzare la corporazione, n. di giugno 1942 di Conquiste d’Impero, mensile diretto da Corrado Petrone. Designato nel 1937 presidente del Comitato Nazionale per l’Indipendenza Economica4, docente di Storia e Principi del Diritto Fascista alla Sapienza, cooptato nel 1941 alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il direttore apre il numero con: «Occorre selezionare i quadri del Partito Nazionale Fascista eliminando le scorie, in modo da dare al Partito un’essenza di aristocrazia di popolo» – dopodiché a ruota Eugenio: «L’ordinamento corporativo, base della politica e del programma del Fascismo, è una di quelle creazioni che, conquistate da una Rivoluzione Vittoriosa, sono destinate poi a rimanere eterno retaggio della società umana quali principi indistruttibili acquisiti sulla via del progresso […]. La sintesi corporativa interessa ed investe in pieno i rapporti tra l’individuo e lo Stato e pone improrogabilmente il problema del regolamento di tali rapporti, regolamento che si applica seguendo due principali direttrici vettoriali: responsabilità-gerarchia. Lo Stato moderno, non fosse altro che per ragioni pratiche, deve essere essenzialmente gerarchico e aristocratico, e in esso l’individuo deve sentirsi intimamente responsabile dell’incarico che gli compete. La civiltà illuministico-liberale deriva l’esistenza dello Stato da un’origine contrattualistica tra singoli e perciò artificiale, e pone l’eguaglianza alla base della società come identità di concessione di libertà che Ognuno fa a Tutti. […] Noi aborriamo da una società tutta allo stesso livello, composta di grandi steli d’erba e di piccole querce; noi vogliamo un’eguaglianza più nobile, quella che purifica tutti davanti alla vita e al lavoro, che rende degni e meritevoli di rispetto il manovale e il filosofo, l’industriale e il poeta. […] Per raggiungere tale risultato non basta auspicarlo: è anzitutto necessario combattere e credere. Il mondo moderno è assetato di fede più che di tutto, di una fede che, dopo tanto scettico relativismo esistenzialistico, rappresenti alfine un punto fermo per ridare all’uomo un metro assoluto per disceverare il bene e il male, per premiare il bene e per punire il male. La battaglia spirituale è già stata iniziata, grazie all’opera e alle direttive precise del DUCE, fin dai primi anni del Fascismo. A noi spetta il condurla a compimento.”5

Il 23 settembre Scalfari, che nel frattempo aveva sfornato una nutrita serie di articoli per Roma Fascista, annunciò a Calvino di esserne divenuto redattore-capo. Lo fu per un trimestre, rimanendo nondimeno fascista fino al 24 luglio 1943 quale collaboratore fisso di Nuovo Occidente, il mensile ultramussoliniano di Giuseppe Attilio Fanelli.

NOTE

1 Cfr. almeno il Racconto biografico inserito nel Meridiano Mondadori del 2012 e l’intervista www.repubblica.it/politica/2016/05/29/news/referendum_1946_scalfari-140836071/.

2 Cfr. I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, Mondadori, Milano 2000.

3 Consultabile alla biblioteca d’ateneo dell’Università Cattolica di Milano (PER-MI-000384). La citazione interna è da Gli ultimi saranno i primi, discorso tenuto da Gabriele D’Annunzio all’Augusteo di Roma il 4 maggio 1919. Coniato dal Carducci e sfruttato da D’Annunzio come sinonimo di politicante corrotto, l’eponimo Bonturo (da Dante, Inferno, XXI) piaceva a Scalfari, che lo reimpiegò tre mesi dopo su Roma Fascista: «Noi siamo pronti a marciare, a costo di qualsiasi sacrificio, contro tutti i Bonturi che tentano di fare mercimonio della nostra passione e della nostra fede. E ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida.»

4 Carrozzone clientelare su cui cfr. C. Scibilia, L’olimpiade economica: storia del CNIE, Franco Angeli, Milano 2015.

5 Consultabile alla biblioteca centrale dell’Università degli Studi di Milano (PER.G. 00356), l’articolo chiude con: «E dopo la vittoria che ci arriderà senza fallo, perché siamo giovani e vogliamo, potremo assolvere il voto del primo Poeta d’Italia Imperiale, di Gabriele D’Annunzio, consacrando un altare in Campidoglio alla Decima Corporazione» (quella cioè «riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio», secondo il dettato della Carta del Carnaro).

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1947, settant’anni fa


In molti stanno ricordando via via i tanti episodi che fecero del 1947 un anno fondamentale nella storia d’Italia del dopo guerra: a gennaio la scissione di Palazzo Barberini e il viaggio negli USA di De Gasperi, il 1° maggio la strage di Portella delle Ginestre, nello stesso mese l’uscita di comunisti e socialisti dal governo, a novembre l’ultimo sussulto della Resistenza in difesa della liquidazione del prefetto Troilo a Milano, a dicembre l’approvazione della Costituzione poi entrata in vigore il 1 gennaio del 1948.

Quasi nessuno però ricorda che quello di settant’anni fa fu l’anno più terribile del dopoguerra: quello nel corso del quale emersero le maggiori difficoltà nella vita materiale della povera gente, disoccupazione, carenza di alloggi per le case distrutte dai bombardamenti, scarsità di generi alimentari e di riscaldamento, fabbriche ancora chiuse e da ricostruire, ferrovie, strade, porti, scuole inagibili.

Il fascismo aveva portato l’Italia a un cumulo di macerie.

Il governo De Gasperi da maggio in avanti rispose ai tentativi di ribellione che si verificarono in numerose città con la forza: il ministro dell’interno Scelba divenne celebre per aver ordinato l’uso indiscriminato della polizia nella repressione dei conflitti sociali.

Conserviamo un ricordo quasi ancestrale di quei giorni, lo portiamo dentro al nostro animo e al nostro cuore quale rimembranza indelebile (quasi una “coscienza parallela” che ogni giorno ci richiama a quel tempo) del carico dei sacrifici e delle sofferenze patite dai nostri genitori. Sacrifici al limite della privazione, sofferenze che hanno segnato non soltanto la nostra infanzia ma la nostra vita: una sensazione costante, una idea del “vissuto” nella miseria non cancellata poi dal boom economico, dalla “Milano da bere”, dalla rutilante pubblicità televisiva, dall’innovazione tecnologica che ci ha reso così comodo lo svolgersi del quotidiano.

Dentro di noi rimane ancora ben viva l’amarezza e l’incertezza di quei giorni.

Ma non possiamo anche dimenticare la fierezza, l’orgoglio, la dignità con la quale la generazione che ci aveva preceduto e che aveva subito in pieno tutta la tragedia della guerra affrontò quel drammatico frangente.

Fierezze, orgoglio, dignità che ci furono trasmesse ma che probabilmente non siamo stati capaci di profondere nelle generazioni successive.

Una generazione quella delle nostre madri e dei nostri padri che, pur piegata da decenni di sopraffazione e di miserie morali e materiali, seppe trovare la forza e la capacità per continuare a vivere.

Un grande ruolo nel determinare quella dignità lo ebbero, intendo proprio ricordarlo, i partiti politici della sinistra italiana, quelli che avevano guidato la Resistenza: il partito comunista e il partito socialista, all’epoca veri partiti di massa.

Avranno sbagliato tanto i comunisti e i socialisti, avranno seguito colpevolmente la “dottrina Zdanov”, si saranno schierati con la parte sbagliata del mondo, ma la funzione che svolsero nell’aggregare la classe, renderla consapevole, portarla a lottare per un futuro diverso, cercando di migliorare subito le condizioni materiali di vita, deve rimanere scritta per sempre nella storia di questo disgraziato paese.

Ho trovato le parole migliori tra le tante in circolazione per descrivere quel clima, quel 1947, in un testo di Simona Colarizi che qui riproduco a suffragio delle argomentazioni che ho cercato di sostenere fin qui.

Il testo che segue è stato quindi tratto dal volume “Storia d’Italia in 100 foto” curato da Vittorio Vidotto, Emilio Gentile, Simona Colarizi, Giovanni De Luna (Laterza 2017).

“Una coda di donne che passano ore e ore davanti ai negozi alimentari per ottenere razioni sempre più scarse.

Le botteghe sono vuote: solo il mercato nero offre pane, latte, burro, zucchero persino carne, ma tutto costa troppo.

Allora non resta che dare l’assalto ai forni, come avviene nell’estate del 1947, l’anno più duro anche rispetto a quelli della guerra.

Eppure sono già passati ventiquattro mesi dalla fine del conflitto, ma la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica è ormai dichiarata e gli americani centellinano gli aiuti per l’Italia, dove è forte il Partito Comunista legato al nemico Stalin.

Si rompono i governi di unità antifascista che riunivano tutti i partiti, sinistra e destra, che alla Resistenza avevano aderito, ma la situazione politica rimane fluida così come incerta la vita degli italiani.

Sembra impossibile risorgere, guardare avanti, lasciarsi alle spalle tanta disperazione per costruire un futuro ai figli appena nati o che devono ancora vedere la luce.

Perché il segnale di un’irrinunciabile speranza di vita viene proprio dai tanti bambini già concepiti durante la guerra, magari tra un abbraccio e l’altro prima che il marito in licenza raggiunga di nuovo il fronte.

Poi, quando finalmente arriva la pace, per chi torna in questa Italia sconvolta formare una famiglia è il primo mattone da cui ripartire.

Una famiglia però significa responsabilità: la prima quella di nutrire i propri figli, di assicurare loro un presente e soprattutto un futuro.

Ma sono tanti i padri disoccupati: industrie danneggiate e campi calpestati dagli eserciti alleati e tedeschi hanno ristretto il mercato del lavoro, da sempre troppo esangue in Italia dove l’agricoltura è ancora il settore economico dominante e i processi di industrializzazione assai inferiori a quelli dei maggiori Stati europei”.

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Il tormento della sinistra. Un commento a posteriori su «40 anni dall’autunno tedesco»


Una rivolta fallita lascia promesse non mantenute. Cosa si intende? La rivoluzione di ottobre, la lega spartakista, i repubblicani delle Brigate Internazionali in Spagna contro Franco, Patrice Lumumba, Che Guevara, la RAF, la rivoluzione portoghese dei garofani e Thomas Sankara? In effetti di tutto un po’, anche se questo a stento avviene nel pensiero della sinistra europea, dove in ogni decade si rinnegano le proprie radici perché è questo che l’autorità si aspetta.

Oggi non molti hanno più ricordi vivi di questo, di quanto negli anni ’60 e ’70 fossero spalancate le porte del processo storico. Soprattutto la decolonializzazione dell’Africa, dell’Asia e nel mondo arabo, le lotte sociali rivoluzionarie in America Latina, la lotta di liberazione vittoriosa dei vietnamiti contro gli USA e il patto oriente-occidente, avevano offerto possibilità. Offrivano ogni sorta di ispirazione per la decisione di attraversare ponti, di lasciarseli alle spalle, di bruciarseli dietro e di puntare concettualmente tutto su un’unica carta. Nel contesto della restaurazione nel mondo capitalista dopo la Seconda Guerra Mondale c’erano ragioni più forti per questo che per la costruzione di un ordine degli sfruttatori. A questo si aggiungeva la particolarità in Germania ovest, dove dopo i crimini del fascismo era mancata la giustizia.

Una tale estensione della sfera di possibilità nella storia capita raramente. Ma che questo momento oggi sia difficile da ripercorrere dipende anche dal fatto che i contemporanei negli ultimi due decenni hanno interiorizzato il fatto di pensare che gli obiettivi politici sono legati alle costrizioni della valorizzazione del capitale e non devono essere orientati in base agli sviluppi sociali. Non si può sopportare il continuo «There is no alternative» senza che si scolorisca. Politici agiscono come impiegati dei grandi gruppi del capitale, il primato della politica non viene più nemmeno postulato. Questo ha avuto la forza di risucchiare tutto. All’inizio dello smaltimento della democrazia e del pensiero sociale c’era la massima criminale di Margaret Thatcher, secondo la quale non c’è una società ma solo singoli.

Allo stesso tempo la sinistra europea continua a cadere nella vecchia trappola di ritenere l’Europa l’ombelico del mondo. Democrazia e socialismo devono avere l’aspetto che un tempo è stato inculcato nelle loro teste. E se in Europa non si muove niente, non si muove niente nel mondo. Eppure in concomitanza abbastanza precisa con il caso «caduta del muro», che nella sinistra del vecchio continente ha portato avvilimento e rinuncia a se stessa, è iniziato un esempio spettacolare per le distonie temporali dei processi politici globali. Nel momento dello scioglimento del campo socialista, l’America Latina ha vissuto il «Caracazo» in Venezuela, la rivolta chiave contro l’ordine neoliberista nella regione e oltre. La conseguenza è stato un processo creativo che continua e che sillaba con l’ottimismo di una struttura generazionale molto più giovane sviluppo sociale, economia solidale e democrazia.

La cultura politica della sinistra europea è perseguitata dal tormento dato dal fatto che i suoi dibattiti sono orientati sull’inventare continuamente di nuovo la ruota. E in loro la differenza fondamentale tra critica e distanza viene trascurata. Queste due questioni sono strettamente collegate e la loro mancanza di soluzione impedisce che storicamente avvenga qualcosa come l’accumulazione di esperienza politica e fiducia in se stessi che faccia crescere le forze organizzate per un superamento dell’ordine dello sfruttamento e delle guerre predatrici.

Gli anni ’70 hanno portato una priorità della pratica che ha dovuto prescindere dalle masse rivoluzionarie, se non voleva restare incastrata nell’attesa di «tempi migliori». L’agire ha reso possibile l’apprendere. Le analisi sono state elaborate accuratamente, le conseguenze motivate in base a questo e ampiamente documentate. Questo marchio dell’epoca stimola a dare uno sguardo al presente. Dopo l’anno 2008, con la crisi internazionale della banche, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale il principio capitalista fondamentale di privatizzare i profitti delle attività economiche, ma di socializzare le perdite, è tornato all’attenzione di una più ampia consapevolezza sociale. Ma in questo momento storico, in cui può svilupparsi una nuova base di massa per un cambiamento sociale e politico, manca una sinistra politica che abbia un pensiero progettuale e che attiri su di sé costanza e tenacia nei propositi.

Intanto il ritorno dello spirito marrone, quindi dell’efficace mobilitazione delle masse contro lo strumento dell’infamia viene verbosamente analizzato. Dalle file della sinistra si lamenta che nelle condizioni date la destra prospetta la ribellione, vengono considerati ribelli dalla popolazione, ma la sinistra no. In questo viene rimossa una delle cause principali per il fatto che la storia della nuova sinistra determini una lunga serie di prese di distanza da passati tentativi di insurrezione, per così dire una creazione di carattere negativo.

Le prese di distanza dalla RAF ormai riempiono libri, film, talkshow e infinità di altre pubblicazioni. Laddove vengono da esponenti della sinistra, anche se sono state dispendiosamente equipaggiate dal punto di vista intellettuale, fin troppo spesso traspare il gesto della sottomissione. Più tardi la presa di distanza dalla DDR, dopo il suo fallimento, è diventato di nuovo momento di motivazione della sinistra tedesca che in parte è rappresentata in Parlamento. Era, temendo per il suo riconoscimento sociale, effettivamente disposta ad accordarsi ai dominanti rispetto al fatto che la DDR fosse uno «Stato di ingiustizia». Con questo, rispetto alla Germania occidentale egemone, di fronte alla RFT della ricostruzione da parte di ex-appartenenti alle SS, a una RFT della persecuzione dei comunisti, del comitato anticrisi e della guerra in Yugoslavia, per quanto riguarda una politica socialista ha perso. Ha perso la faccia.

Chi, a fronte della condizione del mondo e della strategia della sua «distruzione creativa», che lascia dietro di sé la devastazione dei popoli e crea enormi ricchezze per pochi, è in grado di pensare in modo radicale e incorruttibile, dovrebbe riconoscere: il campo socialista nato dalla Seconda Guerra Mondiale nonostante realizzazioni deplorevoli e in parte ottuse, con il suo modello sociale dal punto di vista dello sviluppo umano era più avanti di intere epoche storiche.

Infine un commento di Sebastian Haffner (1939) rispetto a quelli che a volte, senz’altro benevolmente, sanno che tutto «doveva fallire»: «C’è un modo di continuare ad avere ragione che è imbarazzante, e serve solo a dare all’avversario un’insperata gloria.»

Da Junge Welt: Edizione del 28.10.2017

di Christian Klar membro della Rote Armee Fraktion (RAF). Per questo incarcerato dal 1982 fino al 2008

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Gerusalemme - Dentro i coloni istraelini, fuori i palestinesi

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Al Bireh – Ramallah, Al Bireh – Ramallah». Urla la sua destinazione ai passanti il giovane autista del “service”, il taxi-navetta che collega Kufr Akab a Ramallah. Una signora con un bimbo attaccato alla mano si affretta ad entrare nell’auto facendo il possibile per non calpestare le buste piene di rifiuti ammassate davanti alla fermata. Qualche istante dopo il “service” parte sollevando una nuvola di polvere che avvolge quattro-cinque ragazzine con lo zainetto della scuola sulle spalle in attesa di un altro mezzo di trasporto.

Percorriamo strade asfaltate solo in parte e colme di cartacce, lattine schiacciate e buste di plastica sollevate dal vento. Svettano palazzoni nuovi di 10-15 piani. In parte incompleti. «Costruiscono in tanti qui, senza permesso, case su case. C’è tanta richiesta di alloggi. E nessuno verrà a controllare se sono agibili. Da quando hanno costruito il Muro gli israeliani a Kufr Akab non ci vengono più», ci dice Jaber Salfiti, che vive alla periferia di questo sobborgo che ufficialmente è parte di Gerusalemme Est e che fu annesso alla città nel 1967, dopo l’occupazione israeliana, assieme a Dayet el Barid, Ram, Beit Hanina e Shuaffat.

L’intento israeliano era di includere l’aeroporto di Kalandiya nella cintura di Gerusalemme. Decenni dopo quei palestinesi con in tasca la residenza a Gerusalemme sono diventati “troppi”. E il percorso del Muro, che Israele afferma di aver costruito per «ragioni di sicurezza», ha segnato il destino di otto sobborghi della Gerusalemme araba occupata. I palestinesi che si trovano sul lato esterno della barriera sono destinati, presto o tardi, a perdere la residenza a Gerusalemme. Non è ufficiale, le autorità israeliane non lo confermano ma i 50mila abitanti di Kufr Akab lo sanno.

«Non abbiamo più servizi comunali, le ambulanze (israeliane) non vengono qui perché dicono che è pericoloso, l’illuminazione pubblica è quasi inesistente, la raccolta dei rifiuti è ora affidata a un privato che fa ben poco. Più di tutto non c’è legge a Kufr Akab, ognuno guida come vuole, non c’è il codice stradale, e se i ladri ti entrano in casa non puoi farci nulla, la polizia israeliana non c’è e quella dell’Autorità nazionale palestinese non ha autorità in quest’area. I criminali lo sanno e si nascondono qui».

L’elenco di Jaber Salfiti è lungo. E le stesse cose te le raccontano i palestinesi del campo profughi di Shuaffat, Ras Khamis, Sheikh Saad, al Walaje e altre aree periferiche. Posseggono la carta d’identità blu, israeliana, ma sono abbandonati perché residenti sul “lato arabo” del Muro. E devono percorrere in non pochi casi diversi chilometri per raggiungere i posti di blocco di polizia ed esercito che segnano gli accessi dalla Cisgiordania a Gerusalemme.

A Kufr Akab si è formato un comitato popolare per risolvere i problemi creati dalla mancanza di servizi. Il suo presidente Munir Zghayer si dice pronto a rivolgersi alla Corte Suprema di Israele ma sa che servirebbe a ben poco.

Nel silenzio della comunità internazionale e la passività dell’Autorità Nazionale di Abu Mazen, non ci vuole molto ad immaginare il futuro di Kufr Abak e degli altri sette sobborghi palestinesi di Gerusalemme Est. Non ci sono le carte ufficiali, almeno non ancora, ma basta seguire i piani di sviluppo delle colonie israeliane – illegali per il diritto internazionale ma che le autorità chiamano “quartieri” – per capire che le aree arabe alla prima opportunità politica favorevole verranno separate con un taglio netto da Gerusalemme.Nel rispetto di una politica che vuole accrescere il più possibile il numero degli israeliani ebrei nella Città Santa e «contenere» quello dei palestinesi.

Domani un comitato ministeriale discuterà un disegno di legge per «l’estensione» dell’area municipale di Gerusalemme ad alcuni insediamenti coloniali ebraici – Givat Zeev, Maaleh Adumim, Beitar Illit, Efrat e la regione di Gush Etzion tra Betlemme e Hebron – in un primo passo che dovrà portare al riconoscimento legale da parte della Knesset della costituzione della “Grande Gerusalemme”. Il disegno di legge è di due esponenti del Likud, il ministro dell’intelligence Israel Katz e il deputato Yoav Kish, e vuole creare «una grande area metropolitana con una solida maggioranza ebraica».

Bety Herschman, di Ir Amin, una ong che si batte per Gerusalemme capitale aperta per palestinesi ed ebrei, sottolinea la «pericolosità» del progetto di Katz e Kish. «Nel silenzio generale il governo Netanyahu potrebbe approvare un piano che cambierà la faccia di Gerusalemme, facendone una città non più per due popoli ma per uno soltanto. Questo progetto è volto ad assorbire tre blocchi (di colonie israeliane) e a sradicare i residenti palestinesi che vivono in sobborghi situati all’interno dei confini municipali di Gerusalemme ma al di fuori della barriera di separazione», spiega Herschman al manifesto.

Nei mesi scorsi una deputata del Likud, Anat Berko, ha «suggerito» al premier Netanyahu di modificare il percorso del Muro in modo da creare sul terreno le condizioni per «trasferire» all’Autorità Nazionale di Abu Mazen i sobborghi palestinesi di Gerusalemme nel quadro di una soluzione in due fasi: la loro trasformazione in “Area B” (amministrazione civile ai palestinesi e sicurezza a Israele) in un primo momento e, tra qualche anno, in “Area A” (controllo pieno palestinese). In tal modo 200mila palestinesi (forse 300mila) saranno espulsi da Gerusalemme.

Ne ricaverebbero un vantaggio, ha spiegato Berko, anche lo Stato e il Comune di Gerusalemme non più chiamati a garantire assistenza sanitaria, sociale e ambientale a un numero così alto di «arabi». Ma la “riduzione” del numero dei palestinesi residenti a Gerusalemme non è solo un progetto della destra. Qualche mese fa il Partito laburista aveva proposto un piano simile per Gerusalemme Est, anche se meno brutale. Di recente il leader del partito, Avi Gabbai, si è dichiarato contro qualsiasi ipotesi di sgombero delle colonie israeliane nel quadro di un accordo di pace. Neanche una ha detto.

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