In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.
POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.
Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.
Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.
La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.
Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.
Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.
Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.
Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.
Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.
Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/08/2026
Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga
A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma...
Solo al rientro a casa prendemmo coscienza che si era trattato del terribile terremoto del Friuli la cui onda lunga si era sentita sino a Milano. Probabilmente, eravamo anche presi da quanto ci arrivava dal palco, tra canzoni dal testo torrentizio e divagazioni altrettanto inarrestabili a cui si alternavano le generose sorsate di lambrusco di Guccini.
Fu una grande fortuna: se si fosse diffuso il panico in quel palazzetto sarebbe stata una tragedia. Questo è un ricordo che mi lega a Francesco Guccini, molto lontano nel tempo ma purtroppo per le circostanze, indimenticabile.
Non è mai stato facile scrivere di Guccini, si pensi al critico dell’Unità Bertoncelli che per avere criticato un suo disco è perennemente scolpito in una canzone come uno sparacazzate. Non mi addentrerò quindi in un esame critico della produzione gucciniana, peraltro molto varia e dalle influenze e ispirazioni disparate e nemmeno discuterò a fondo delle sue dichiarazioni politiche, spesso contraddittorie e incoerenti tanto da potersi associare al giudizio che Guccini, in un’intervista, aveva dato del suo scrittore preferito, Hemingway, a cui confessava il suo amore dicendo però che aveva scritto anche delle “solenni puttanate”.
Mi interessa di più scrivere di cosa ha rappresentato Francesco, classe 1940, per una generazione di allora giovani nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta e di cosa ha lasciato nella loro formazione e nella storia politica e sociale dell’Italia sino almeno agli anni Ottanta. Per questo, è necessario riandare a quello che era il panorama politico-musicale della sinistra degli anni Settanta.
Sinteticamente, la scena era dominata da due diverse figure di cantanti e musicisti: una più direttamente impegnata in politica anche attraverso la ricerca sulla musica popolare e al conseguente folk revival e una seconda invece rappresentata da altri che seguivano la strada cantautorale spesso anche all’interno, non senza difficoltà, del mondo discografico pop senza rinunciare a canzoni che avessero comunque un contenuto politico e sociale più o meno evidente.
Due mondi che purtroppo comunicavano poco tra loro e a cui erano ascrivibili da un lato il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Paolo Ciarchi, Ivan Della Mea, Rudi Assuntino e altri mentre sull’altro versante, tra altri, era Guccini.
Una incomunicabilità curiosa, se si pensa per esempio che Michele Straniero era stato uno dei fondatori del gruppo torinese Cantacronache che si proponeva di creare un musica cantautorale d’impegno che salvasse le classi popolari dallo stupidario sanremese, assumendo come modello gli chansonnier francesi e le musiche di Kurt Weill per le opere di Brecht. Giova ricordare che Straniero fu con Fausto Amodei Compagno cittadino, fratello partigiano… – Contropiano la voce più importante di Cantacronache, di cui oggi si ricorda soprattutto la canzone Oltre il ponte su testo di Italo Calvino.
Calata nel quotidiano, la contraddizione tra le due figure di musicisti che ho descritto, si realizzava nell’essere attivi, per i cantanti più esplicitamente politici, nelle feste delle organizzazioni della sinistra ma anche, con le loro canzoni, nelle piazze (Contessa, Morti di Reggio Emilia, Buttiamo a mare le basi americane ecc.) mentre altri erano presenti nello spazio privato, amicale, del tempo libero e degli affetti.
Sicuramente, Guccini appartiene a questo secondo mondo. Anche la sua canzone più “politica”, La locomotiva, pur se trascinante, non si presta a una manifestazione. Eppure, credo che le sue canzoni abbiano rappresentato molto nella formazione, anche politica, di intere generazioni.
Gli anni Settanta non furono affatto, come una certa vulgata vuole far credere, “anni di piombo” bensì un decennio di lotte, di ricerca e di importanti trasformazioni sociali. Anni in cui alle grandi lotte si associavano ancora forme di socialità di classe anche nelle città e nelle “osterie di fuori porta”, che oggi sono sparite.
Queste forme di socialità non erano esterne alle lotte della classe operaia e degli studenti anzi ne costituivano un substrato importante, nelle osterie come nelle case del popolo e nei circoli socialisti e comunisti. Guccini le ha cantate, così come ha raccontato molte storie di persone umili, diseredate e povere nella loro coscienza e nella loro dignità.
C’è di più: in quegli anni si cercava di ridisegnare anche un diverso rapporto tra uomo e donna, nelle relazioni e negli affetti. Credo che più canzoni di Guccini abbiano contribuito a sostenere nei giovani la ricerca di nuovi modelli di relazione tra uomini e donne, in un momento in cui su questo tema si sentiva la necessità di uscire dai superati modelli che il PCI non aveva voluto o saputo mettere in discussione.
Nelle canzoni di Francesco, siano esse tenere, nostalgiche o di memoria, emerge una sensibilità che risponde alla ricerca di un rapporto tra i generi dolce e di ascolto, mai prevaricatore. Tutto ciò riguarda il privato, e ripeto, Guccini non si canta in piazza, ma nelle osterie e nelle case. Ma proprio dagli anni Settanta in poi il femminismo ci insegna che “il privato è politico”.
Se pure ho fatto riferimento agli anni Settanta del Novecento, credo che i messaggi contenuti nelle canzoni di Guccini siano tuttora attuali e che in un momento in cui si parla di educazione all’affettività dei bambini/e e dei ragazzi/e potrebbero aiutarci. Tutto ciò non è poco, anzi è molto, anche se, e sono d’accordo con Francesco “a canzoni non si fan rivoluzioni”.
Fonte
08/08/2026
Guccini in 15 canzoni fondamentali
Francesco Guccini
si è spento all’età di 86 anni, nella sua Pavana. Cantautore tra i più
irriverenti, poetici e innovativi della scena italiana, aveva cominciato
a scrivere canzoni per altri (in primis le tante versioni rese celebri
dai Nomadi), poi, vincendo la sua timidezza, cominciando a incidere per
sé stesso e a salire sul palco: fulgida testimonianza del Guccini in
versione live è il cofanetto “Fra la Via Emilia e il West” del 1984.
Cantore
di osterie “di una volta” e di eroi quotidiani d’altri tempi, molto
lontani da quelli odierni, di quella Bologna in cui era una regola
tirare tardi la notte tra una canzone e un bicchiere di vino di cui era
assurto a simbolo, al punto da intitolare uno dei suoi album di successo
con l’indirizzo di casa (“Via Paolo Fabbri, 43”), Guccini aveva poi
voluto tornare a vivere sull’Appennino che gli aveva dato i natali,
nella piccola Pavana che custodiva tra le sue case l’atmosfera e il
gusto della vita antica, modesta di origini – ma non di spirito – come
gli eroi che cantava nella canzoni (la celeberrima “La locomotiva”). Lì
aveva anche ambientato una serie di gialli scritti a quattro mani con
Loriano Macchiavelli.
Come recitava in “Farewell”, Guccini ci “ha
portato via un poco d’estate”, ma il suo ricordo e le sue canzoni non
moriranno mai. Lo ricordiamo attraverso 15 delle più memorabili.
La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)
È una delle canzoni simbolo dell’impegno civile di Francesco Guccini e una delle pagine più importanti della canzone d’autore italiana. Scritta nel 1964 e inclusa nel suo album d’esordio, “Folk Beat n. 1”, “Auschwitz” dà voce a un bambino morto nel campo di sterminio nazista, trasformando la tragedia della Shoah in una riflessione universale contro la guerra, l’odio e ogni forma di violenza. Per anni, tuttavia, il brano fu accreditato all’Equipe 84, che ne deteneva i diritti, poiché Guccini non era ancora iscritto alla Siae. Guccini scrisse il pezzo sull’onda dell’entusiasmo seguito all’ascolto di “The Freewheelin’ Bob Dylan”, l’Lp che conteneva “Blowin In The Wind” (alla quale Auschwitz deve qualcosa, se non altro per l’immagine del vento) e che lanciò la leggenda del nuovo menestrello della rivoluzione pacifista: “Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento/ nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento”. Ma all’epoca affrontare un tema così drammatico in una canzone rappresentava una scelta senza precedenti e non mancarono le critiche. In un’intervista del 2024 Guccini raccontò un episodio risalente alla registrazione del suo primo Lp: “C’erano questi tecnici del suono in camice bianco… Uno, dopo averla ascoltata, mi disse: ‘L’ha scritta lei? Guardi, non so se lei vuol fare questo mestiere, ma sarà meglio che cambi genere, altrimenti non andrà avanti’”. All’epoca, spiegava Guccini, molti non accettavano che una canzone parlasse di un campo di concentramento: “La canzone era vista come un genere di svago e divertimento. Per la prima volta affrontava argomenti di un certo tipo, fu una specie di rivoluzione”.
Scritta nel 1965, “Dio è morto” è una delle canzoni più emblematiche di Guccini e uno dei manifesti della canzone di protesta italiana. Ispirato nel testo dal poema di Allen Ginsberg “L’urlo” e – nel titolo – dal mito di Friedrich Nietzsche della Morte di Dio, il brano fotografa il profondo cambiamento culturale e sociale di quegli anni, dando voce al disincanto di una generazione che vedeva crollare i valori tradizionali e metteva in discussione le istituzioni, il consumismo e le convenzioni (“Ai bordi delle strade, dio è morto/ Nelle auto prese a rate, dio è morto/ Nei miti dell’estate, dio è morto”). Guccini cita anche gli orrori dei “campi di sterminio” e dei “miti della razza”, su cui sarebbe tornato due anni dopo nella struggente “Auschwitz”. Dietro il tono severo, tuttavia, il brano non è nichilista: il finale apre infatti alla possibilità di una rinascita, affidando ai giovani la speranza di costruire un futuro diverso. Proprio il titolo provocatorio provocò un clamoroso caso. Pur non contenendo alcun attacco alla religione, “Dio è morto” fu censurata dalla Rai, che la giudicò blasfema e ne vietò la trasmissione. Di segno opposto fu invece il giudizio di papa Paolo VI, che colse il messaggio di speranza racchiuso negli ultimi versi: “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è risorto…”. Così la canzone trovò spazio sulle frequenze della Radio Vaticana. Nel 1967 ne vennero pubblicate due incisioni: quella dei Nomadi, destinata a diventare un grande successo, e quella di Caterina Caselli, che conteneva alcune variazioni nel testo.
La canzone forse più amata del suo repertorio, la più richiesta, l’immancabile nei concerti. E pensare che, secondo quanto raccontò lui stesso, era stata composta in soli 20 minuti, a dispetto della sua lunghezza (oltre 8 minuti) e di una struttura composta da ben tredici strofe. L’immortale ballata inclusa in “Radici” (1972) divenne un inno di protesta generazionale, anche se non racconta rivoluzioni collettive, bensì la storia di un macchinista dell’Ottocento, del suo treno, e della sua lotta contro i padroni ( “…e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia!”). Con il suo tipico stile evocativo, Guccini narra la vicenda reale del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che il 20 luglio del 1893 si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e la diresse alla velocità di 50 km/h verso la stazione di Bologna, dove si schiantò contro alcune carrozze in sosta. L’uomo venne sbalzato fuori; gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso, ma sopravvisse all’impatto. Un classico per tutte le stagioni.
Contenuta nell’album “Radici” del 1972, “Il vecchio e il bambino” è una delle canzoni più celebri e significative di Guccini. Attraverso un linguaggio semplice ma poetico, il cantautore costruisce una parabola sul rapporto tra memoria e futuro, immaginando un dialogo tra un anziano e un bambino in un mondo devastato da una guerra nucleare. Lo scenario è desolante: una pianura coperta di polvere rossa, torri di fumo e un sole dalla “luce non vera”, simboli di una civiltà annientata dalla propria follia. Il vecchio cerca di trasmettere al bambino il ricordo di un mondo ormai scomparso, invitandolo a immaginare campi di grano, alberi, fiori, colori e voci: una natura rigogliosa che il piccolo non ha mai conosciuto. Ma proprio qui si consuma il momento più struggente del brano. Incapace di distinguere quel racconto dalla fantasia, il bambino ascolta con sguardo triste e conclude: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”. In quella frase Guccini racchiude tutta la distanza tra due generazioni: una che conserva la memoria di ciò che è stato, l’altra che, nata dopo la catastrofe, non può nemmeno concepire un mondo diverso. Oltre a essere una potente riflessione sui rischi della guerra atomica e sulla distruzione dell’ambiente – temi che Guccini aveva già affrontato in “Noi non ci saremo” e “L’atomica cinese” – “Il vecchio e il bambino” è una meditazione universale sulla memoria, sulla responsabilità dell’uomo e sul valore del tramandare il passato alle nuove generazioni. Una delle sue canzoni più emozionanti e profetiche.
Canzone della bambina portoghese
Da “Radici” del 1972 un Guccini insolito, ben più filosofico e per certi versi psichedelico della media. La metafora di una bambina che, su una spiaggia, si addormenta al sole e inizia a sognare è il pretesto per meditare sul significato della vita, sull’essere minuscoli di fronte all’immensità di tempo e spazio (“Sentì che era un punto al limite di un continente/ Sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte/ E in questo sentiva qualcosa di grande/ Che non riusciva a capire, che non poteva intuire”), un esistenzialismo tratteggiato con straordinaria potenza (“capirai che una sera o una stagione/ Son come lampi, luci accese e dopo spente/ E capirai che la vera ambiguità/ È la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini”), il cantautorato stesso che si mescola con il rock psichedelico. Potente, unica, meravigliosa.
Canzone delle osterie di fuori porta
La celebrazione, la decadenza, la malinconia che l’inesorabile passare del tempo porta con sé. Guccini qui (l’album è “Stanze di vita quotidiana”, 1974) racconta un’altra Bologna, la sua, come in un’autobiografia corale, popolare: un mondo – quello delle Osterie di fuori portae che un tempo popolavano il capoluogo emiliano – di cui fieramente sente di far parte, ma che è ormai irrimediabilmente sparito. Un mondo popolato da gente della notte, irriducibili festaioli, ubriachi professionisti. “Non ho utopie da realizzare/ Stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta” è il verso che celebra questo anti-eroismo epicureo che nasce e muore nel giro di poche ore, salvo ripetersi ogni giorno (“Ho dalla gloria quel che posso, cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in tasca”). La chitarra segue in punta di piedi la traiettoria di questo mondo che si disgrega e muore sotto gli occhi di un Guccini mai così malinconico e dispiaciuto: “Qualcuno è andato per formarsi, chi per seguire la ragione/ Chi perché stanco di giocare, bere il vino, sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore”.
“Via Paolo Fabbri 43” (1976) rappresenta uno dei vertici della produzione di Francesco Guccini e, per molti, il disco che meglio ne incarna la poetica. È anche uno dei suoi album più celebri e riconoscibili, complice un titolo insolito diventato nel tempo un marchio di fabbrica. Al suo interno emerge un Guccini nel pieno della maturità artistica: tagliente, ispirato e profondamente impegnato. De “L’avvelenata” si è già forse detto tutto. Delle rivendicazioni del Guccini artista, desideroso di rivendicare la propria libertà artistica e uno stile di vita molto diverso rispetto a quello in qualche modo imposto dalla società (“mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, e poi sono nato fesso”). La storia risale all’anno 1975, quando Riccardo Bertoncelli, allora giovane critico del mensile Gong, stroncò “Stanze di vita quotidiana” di Guccini, giudicandolo troppo ripiegato su una dimensione personale in un’epoca che richiedeva ai cantautori un esplicito impegno politico. Guccini replicò senza mediazioni con un verso rimasto celebre: “Tanto ci sarà sempre, lo sapete/ Un musico fallito, un pio, un teorete/ Un Bertoncelli, un prete a sparare cazzate”. Ma “L’avvelenata” è anche un ponte verso la critica ai “colleghi cantautori”, altro tema ricorrente nell’album.
Un’altra elegia del mondo notturno, questa
volta da “Via Paolo Fabbri 43”. Le osterie, i compagni d’avventura, il
vino: ritorna l’universo di Guccini, che declama fieramente a tarda ora:
“Ma i moralisti han chiuso i bar/ e le morali han chiuso i vostri
cuori/ e spento i vostri ardori: è bello ritornar “normalità”/ è facile
tornare con le tante stanche pecore bianche!/ Scusate, non mi lego a
questa schiera: morrò pecora nera!”. La notte è uno spazio fisico, un
approdo sicuro, uno stile di vita, un modo come un altro per
sopravvivere e scacciare le paure: “E un’ altra volta è notte e suono/
non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo/ o forse per
sentirmi meno solo/ o forse perché a notte vivon strani fantasmi e sogni
vani/ che danno quell’ipocondria ben nota,
poi… la bottiglia è vuota”.
Contenuta in “Amerigo” (1978) Una delle canzoni più generazionali di Guccini, forse proprio per merito di quel titolo così iconico. Accompagnato dagli accordi della chitarra e intriso in un lirismo raramente così accorato, il cantautore mescola una narrazione che interscambia la prima persona singolare con quella plurale, la vita privata e lo spaccato di un’epoca. Come diapositive, in una annoiata domenica di settembre scorrono Natali in Santa Lucia, rivolte sessantottine, sogni di diventare Bob Dylan, la scoperta di droghe sintetiche arrivate da Londra, un vagheggiamento nei vent’anni che si trasforma nella biografia del singolo e di un’intera generazione: “Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché/ se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te/ Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là, sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…”.
Gli anni Ottanta di Guccini si aprono con un nuovo album, “Metropolis” (1981). Un Lp in cui sullo sfondo di realtà metropolitane (Bisanzio, Venezia, Bologna, Milano) si muovono e intrecciano storie di vita, in cui lo sguardo nostalgico verso il passato incrocia quello orientato a un futuro incerto, a un mondo che cambia. Particolarmente significative le parole spese dall’autore per la “sua” Bologna, la città della sua casa in via Paolo Fabbri 43, dell’Osteria delle Dame, degli incontri e delle amicizie fraterne, ma anche delle contraddizioni tipiche delle realtà urbane: “Bologna – secondo Guccini – è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli”, ma è anche “arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, Bologna la grassa e l’umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana”. Dolceamaro e lucidamente ironico, è uno dei ritratti più memorabili regalati a una città italiana, accostabile per certi versi alla “Milano” di Lucio Dalla.
Dall’album “Radici” pubblicato nel 1972, una canzone di odio/amore per il “bastardo posto” dove Guccini è cresciuto, nella fattispecie Modena, ma potrebbe essere qualsiasi altro posto della sconfinata provincia italiana, quel luogo magico, per certi versi persino mistico che per Guccini si estendeva dalla via Emilia (“il limite estremo della città”) al West. Uno spazio sconfinato, anche e soprattutto nei peripli della memoria, che si estende dai giochi con gli altri bambini nel Dopoguerra alle prime avventure amorose. E dunque un luogo dal quale, necessariamente, fuggire (“se penso a un giorno a un momento ritrovo soltanto malinconia/ è tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via”), per poter ritornare, almeno con la fantasia, con la musica e la gratitudine (“vecchi cortili, sogni e dei primaverili, prime fedi giovanili”). Perché un paese ci vuole, ma anche una piccola città dalla quale partire nell’avventura della vita e nella quale tornare a specchiarsi: “Piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite/ Le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie/ Così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso/ Cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finché non finirà”.
Ancora un racconto, stavolta tenero e melanconico, di un vecchio amore finito da tempo, prendendo ispirazione dai romanzi di Ernest Hemingway (da “Quello che non…” del 1990). La parabola ascendente di come la storia è nata e si è sviluppata tra reciproche paure di perdersi, di attenzioni e momenti di quotidianità vissuti a braccetto, e poi i primi problemi che sorgono e prendono coscienza (“E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa/ siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa”), fino alla inevitabile rottura e al dispiacere che ne consegue (“forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perché/ ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me”). Nel grande bagaglio di musica gucciniano, uno dei brani più struggenti e amati dal pubblico, sincero e universale.
Da “D’amore di morte e di altre sciocchezze” del 1996, una memorabile invettiva privata che diventa universale, la fine di una relazione trascritta in musica, con lo strascico di quei “quattro stracci” che Francesco Guccini trasforma in collera e scherno. Le liriche sono una miniera di aforismi poi presi in prestito da generazioni di fan (e di innamorati delusi). Da “Sigaretta o penna nella mia destra/ Simboli frivoli che non hai amato mai”, riscossa del lavoro intellettuale nei confronti di quello manuale a “Io, se Dio vuole, non son tuo padre/ Non ho nemmeno le palle quadre/ Tu hai la fantasia delle idee contorte/ Vai con la mente e le gambe corte”, ma soprattutto quel verso cucito addosso: “Ma io sono fiero del mio sognare/ Di questo eterno mio incespicare/ E rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai”.
Pubblicata nel 1996 all’interno del diciassettesimo album di Francesco Guccini, “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”, “Cirano” è una delle composizioni più incisive dell’ultima fase della sua carriera. Ispirata al celebre personaggio creato da Edmond Rostand, la canzone trasforma Cyrano de Bergerac in un alter ego del cantautore, che attraverso la sua voce lancia una feroce invettiva contro la politica, il conformismo, il potere, l’ipocrisia e le contraddizioni della società contemporanea: “Venite pure avanti, voi con il naso corto/ Signori imbellettati, io più non vi sopporto/ Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio/ Perché con questa spada vi uccido quando voglio”. Il testo, scritto da Guccini con la collaborazione di Beppe Dati e accompagnato da un arrangiamento di Giancarlo Bigazzi, alterna passaggi di straordinaria durezza a un finale di grande intensità emotiva. Dopo aver riversato tutta la propria indignazione sul mondo che lo circonda, il protagonista abbandona infatti il tono polemico per rivolgersi a Rossana, simbolo di amore, purezza e speranza: “Io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole; ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora… Se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano”. L’eroe di Edmond Rostand trasformato in un giustiziere contemporaneo. Uno dei brani più fulgidi dell'”ultimo” Guccini, ancora combattivo e accorato come sempre.
Un altro eroe, un altro monologo declinato in prima persona. Stavolta, però, nessuna traslazione nel contesto contemporaneo: l’Ulisse gucciniano (dall’album “Ritratti” del 2004) è un prodotto del mito greco, degli studi classici, della passione mai estinta per la letteratura. A sospingere la trama è allora l’epica, che catapulta l’ascoltatore dentro il racconto stesso: “E ad ogni viaggio reinventarsi un mito/ A ogni incontro ridisegnare il mondo/ E perdersi nel gusto del proibito/ Sempre più in fondo”. Il tema del viaggio, o meglio del bisogno di scoprire, di non saziarsi mai di conoscenza, diventa così l’ultimo pensiero dell’Odisseo-Guccini: “La vita del mare segna false rotte/ Ingannevole in mare ogni tracciato/ Solo leggende perse nella notte/ Perenne di chi un giorno mi ha cantato/ Donandomi però un’eterna vita/ Racchiusa in versi, in ritmi, in una rima/ Dandomi ancora la gioia infinita/ Di entrare in porti sconosciuti prima”.
La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!
Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori
La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.
La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.
Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.
Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!
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Cos’è l’antifascismo oggi?
di Giorgio Cremaschi
Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.
Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.
Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.
È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?
Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.
Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.
Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.
I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.
Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”
Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.
Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.
Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.
La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.
Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.
Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.
Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.
Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.
L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.
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La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
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“Temperature minime al mare altissime, ecco perché succede e perché conviene andarci a maggio o giugno”
Perché le temperature minime vicino al mare sono altissime e rendono impossibile dormire? Facile da spiegare: il mare è un gigantesco volano termico, impiega molto tempo a scaldarsi, però una volta che è caldo resta tale per mesi. E visto che i mari si stanno progressivamente scaldando, anche in profondità (il Mediterraneo secondo i dati satellitari Copernicus è circa tre gradi sopra media) l’energia presente nell’acqua è smisurata. Se il mare arriva a 30 gradi, le minime nelle zone costiere sono elevatissime”. Luca Mercalli, climatologo e presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana, ragiona su una delle tante anomalie di questa estate. Sottolineandone le conseguenze sulla salute: “La differenza tra 20 e 27 gradi in una temperatura minima notturna per il corpo umano è abissale. Paradossalmente, sarebbe meglio non andare al mare d’estate, e andarci a maggio e giugno, quando le acque sono ancora fresche in seguito all’inverno”.
Dopo mesi di silenzio sul clima, ora i media lanciano un
allarme all’insegna del panico: sarà l’estate più fresca della nostra
vita, andrà sempre peggio. È così?
I toni apocalittici nascono quando viene data un’assurda enfasi sui
fatti di cronaca, che possono essere limitati a giorni specifici, ma poi
si dimenticano in fretta. Invece i veri elementi di preoccupazione
devono essere continui e strutturali, ciò che viviamo è il sintomo di
una crisi climatica che diventerà sempre peggiore nei prossimi anni e
durerà secoli. Per questo serve una programmazione a lungo termine,
perché queste estati sono ormai la norma.
Questa estate sarà più calda di quella del 2003?
Molto probabilmente sì, anche se dobbiamo aspettare la fine di agosto
per avere i dati completi. In ogni caso si gioca la posizione con quella
del 2003, del 2022 e del 2026. Per avere un’idea del livello di
anomalia statistica, pensiamo che per l’estate del 2003 il tempo di
ritorno stimato senza crisi climatica era di mille anni. Ora invece è la
terza in poco più di vent’anni.
El Nino non c’entra, ancora?
No, non c’entra, per ora si sta rinforzando e crescendo di intensità
sull’oceano Pacifico, basti pensare alle alluvioni in Cile, in una zona
normalmente arida. Ma qui da noi al momento la causa dell’anomalia
termica è solo il riscaldamento globale, che genera una maggiore
espansione dell’anticiclone del Sahara, dove d’altronde pochi giorni fa
c’erano 50 gradi. El Nino culminerà a fine anno.
Dal suo osservatorio nota maggiore preoccupazione nelle persone?
Sicuramente le persone sono più scioccate e sentono sulla loro pelle il
peso di queste anomalie, ma molti stanno cercando fughe psicologiche: ho
visto aumentare messaggi di persone che mi chiedono se il caldo sia
legato, ad esempio, al gran numero di satelliti, al cambiamento di
inclinazione dell’asse terrestre o altre cause bislacche. È come se si
cercassero alibi invece che accettare la causa più logica, il
riscaldamento globale, una responsabilità collettiva legata al consumo
di energia fossile, alla deforestazione, agli allevamenti intensivi,
ovvero ai 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente che emettiamo in
un anno nella nostra atmosfera.
Ciò che è accaduto quest’estate era prevedibile dai modelli?
Sostanzialmente non c’è alcuna sorpresa scientifica, siamo nella parte
alta delle simulazioni che avevano una forchetta di incertezza, secondo
cui la media globale poteva aumentare di due o di quattro gradi a fine
secolo. Ricordo che se in Francia ci sono stati scostamenti giornalieri
anche di dieci e passa gradi questo deriva dal fatto che i modelli
indicano una media globale annua che include tutto il pianeta, dai
deserti agli oceani. Poi ci sono i picchi locali e temporanei.
Quello che dobbiamo fare è arcinoto, giusto?
Ma certo, lo sappiamo da oltre trent’anni, lo dice l’accordo di Parigi, è
contenuto dentro tutti i rapporti delle Nazioni Unite e degli enti di
ricerca internazionali. L’Europa è andata molto bene avanti con il Green
Deal, modello di sostenibilità all’avanguardia. Peccato che il
pacchetto di misure sia stato considerato un fastidio per l’economia, ad
esempio dal nostro governo, per cui sono state date deroghe che
spostano le date del raggiungimento degli obiettivi, si fa di tutto per
rallentarne l’applicazione. Per non parlare dello smantellamento
sistematico di ogni protezione ambientale fatto da Donald Trump, che è
uscito dall’Accordo di Parigi. Io però non mi capacito soprattutto di
una cosa.
Quale?
Come mai il mondo della finanza e dell’economia non si muovano: qualche
giorno fa su “Le Monde” c’era scritto che il caldo e gli incendi che
hanno avuto in Francia in questi mesi costeranno dai 3 ai 6 miliardi di euro e che
per questo non riusciranno a rispettare la diminuzione del debito
pubblico.
Cosa auspica per questo inverno?
Che davvero si continui a parlare di clima una volta passato il caldo,
anche perché poi tornerà. E che si smetta di guardare al caldo come
qualcosa che scende fatalmente dal cielo. Infine, che si parli anche del
legame tra caldo e bollette. Ma insomma, noi spendiamo 50 miliardi di
euro all’anno per comprare energie fossili dagli sceicchi così come
dagli Stati Uniti: proviamo a pensare se tutti questi soldi restassero
in Italia e venissero impiegati per fare energie rinnovabili, sarebbe un
volano per l’economia italiana. Come facciamo a non vedere
l’opportunità? Come possiamo accettare di pagare miliardi a paesi terzi
diventando anche ricattabili?
In conclusione?
Vorrei dare un messaggio costruttivo: non è vero che non possiamo più
fare niente. Possiamo almeno evitare di peggiorare, ecco, questo sì, il
clima resterà compromesso per secoli e forse millenni, ma possiamo
fermare un aumento di temperatura pericoloso per la specie umana.
Piantando alberi?
Piantare alberi è importantissimo ma non è la soluzione decisiva. Alberi
in città possono abbassare le temperature di due gradi, poniamo da 40 a
38. Forse occorre depenalizzare la responsabilità degli amministratori
per gli alberi non malati caduti durante temporali sempre più intensi,
altrimenti continueranno a tagliarli senza pietà. Ma il problema del
caldo e del clima è molto più complesso e vasto. Occorre che questa
complessità sia compresa da tutti, dagli amministratori come dai
cittadini. Occorre mettere tutti i saperi al servizio di questo
gigantesco problema esistenziale: non servono solo i climatologi, ma
pure i giuristi, gli ingegneri, perfino i filosofi!
Ponte sullo Stretto: il governo accelera per avviare i cantieri
Il Ministro dei Trasporti Salvini procede ostinato al servizio di Stretto di Messina SpA per spianare la strada all’approvazione del progetto del ponte sullo stretto. Dopo aver messo mano alla commissione della Valutazione di Impatto Ambientale – che si era permessa di porre delle prescrizioni ambientali e di salvaguardia – adesso è stato il turno del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Salvini ha rinnovato i componenti dell’organo inserendo un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina SpA, Mauro Dolce, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio.
Una misura necessaria nel momento in cui l’organo è chiamato a valutare gli approfondimenti richiesti dalla Corte dei Conti, e ad approvare il progetto entro fine estate, secondo la tabella di marcia annunciata dal duo Salvini-Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.
Il governo forza quindi la mano sulle valutazioni economiche e ambientali per dare il via libera al progetto, mentre la procura di Roma ha aperto un processo per corruzione che coinvolge la SdM SpA. La stretta sinergia tra governo e imprese smaschera gli interessi speculativi che portano soltanto devastazione nei territori di Messina e Villa San Giovanni.
Ma la funzione strategica del ponte ha origine nei palazzi dell’Unione Europea, per la quale l’opera si inserisce nella realizzazione del corridoio Scandinavo-Mediterraneo, parte della rete di trasporti transeuropea funzionale alla mobilità bellica di truppe e rifornimenti verso il confine mediterraneo.
Nel libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato dalla Commissione UE, si spiega che “La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata”.
Non è un caso che la salvaguardia dell’ambiente, testa d’ariete della presunta transizione ecologica, si dissolva di fronte agli interessi economici e militari che stanno alla radice della vera transizione bellica in atto.
Contro al progetto utile solo per il profitto delle imprese costruttive, ci troveremo a Messina per il corteo No Ponte per dire no a un’opera che grava sulle persone e sul territorio con costi economici enormi e ricadute di impatti incalcolabili. Il territorio del meridione e della Sicilia, è già strangolato da eventi climatici estremi, cicloni, siccità, onde di calore e divorato dagli incendi.
L’unica necessità urgente sono investimenti nella messa in sicurezza del territorio. La frana di Niscemi, le enormi devastazioni dei due cicloni Harry e Jolina e i bacini idrici a secco non sono eccezionalità, ma gli effetti del cambiamento climatico congiunto a un modello economico volto alla speculazione e allo sfruttamento dei territori, incapace di mettere al centro la prevenzione e la messa in sicurezza dei territori stessi.
Per rovesciare questo sistema, che investe in grandi opere e riarmo, facendo ricadere i costi economici e ambientali sui territori, saremo sempre al fianco di chi lotta. Ci troveremo al corteo No Ponte, sabato 8 agosto ore 18.30 a Piazza Cairoli, Messina!
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