di Michele Giorgio – Il Manifesto
Non sono più dentro
la Striscia ma i reparti corazzati israeliani sono lì davanti, ammassati
sulla linea di demarcazione tra Gaza e Israele. Pronti a rientrare e a
colpire con forza. Lo ripeteva ieri il generale Sami Turgeman,
comandante responsabile della regione sud delle Forze Armate, provando a
rassicurare gli sfollati israeliani, ossia gli abitanti dei centri a
ridosso di Gaza che nei giorni scorsi avevano lasciato le loro case per
trasferirsi in località più sicure. «L’operazione ’Margine
protettivo’ non è finita – ha detto – Le forze dispiegate intorno alla
Striscia sono pronte a continuare. Abbiamo completato in pieno la nostra
missione e abbiamo localizzato e distrutto tutti i tunnel di
infiltrazione».
Poco prima il premier Netanyahu aveva elogiato i soldati israeliani e
ricordato il sacrificio di quelli caduti in combattimento, poi ha
sottolineato il «successo» di Margine Protettivo. Solo che a quel
successo sono davvero in pochi a credere nel suo paese. E’ preferibile
non precisare cosa si attendessero i cittadini di Israele, o almeno una
buon porzione di essi, dall’offensiva devastante andata avanti per quasi
un mese e che ha ucciso circa 1900 palestinesi a Gaza, tra i quali
centinaia di donne e bambini. Volendo essere soft si potrebbe
dire che dietro il totem della sicurezza dei residenti nel sud di
Israele si cela il desiderio diffuso di un’offensiva più profonda e
letale contro Hamas o Gaza, per molti israeliani è lo stesso.
Netanyahu e i comandi militari riferiscono con orgoglio della
distruzione di oltre 30 tunnel, di «infrastrutture del terrore»
annientate, di depositi di razzi e armi polverizzati e dell’uccisione di
centinaia di uomini di Hamas e di altre organizzazioni armate
palestinesi (e i civili morti?) . «Risultati» che non bastano alle
decine di migliaia di israeliani residenti a ridosso di Gaza che
affermano di non sentire garantita la loro sicurezza.
Il bagno di sangue costato la vita di tanti civili
palestinesi non è servito a nulla dal loro punto di vista: Hamas ha
subito colpi duri ma è sempre in grado di lanciare razzi e colpi di
mortaio, lo ha dimostrato anche nelle ore precedenti alla
tregua di tre giorni cominciata ieri alle 8. Israele ha fatto strage di
combattenti di «Ezzedin al Qassam» ma il braccio armato di Hamas non ha
smesso neanche per un giorno di rispondere colpo su colpo all’offensiva
israeliana, nonostante l’incredibile potenza di fuoco del nemico. E se
tante gallerie sotterranee sono state distrutte altrettante forse
saranno costruite in futuro. Di fronte a ciò gli israeliani, a
cominciare dal sud e dal Neghev occidentale, reagiscono puntando
l’indice contro il governo Netanyahu incapace di «risolvere» con un vero
pugno di ferro il «problema». Perciò chiedono più forza e più attacchi.
Pochissimi israeliani pensano che la soluzione stia nel togliere
l’assedio che da anni, troppi anni, con la collaborazione attiva
dell’Egitto, soffoca Gaza e i suoi abitanti. Tutti gli esseri umani
hanno diritto a una vita vera, in dignità e libertà, anche i
palestinesi. Invece la disumanizzazione sistematica dei palestinesi
portata avanti in questi anni ha mostrato nell’ultimo mese il suo
risultato più concreto: l’appiattimento quasi totale, della società
israeliana sulla guerra come unico metodo di soluzione dei conflitti.
Nel 1982, dopo il massacro di 3mila profughi palestinesi a Sabra e
Shatila, 400mila israeliani scesero in piazza Malchei Israel (oggi
piazza Rabin) a Tel Aviv per dire basta alla guerra in Libano e per
chiedere l’apertura di un’inchiesta sulle responsabilità dell’allora
ministro della difesa Ariel Sharon. Qualche giorno fa in quella stessa
piazza hanno manifestato contro la guerra poche migliaia di persone e
tra di esse l’unico deputato ebreo era il comunista Dov Chenin.
Di fronte alle scene filmate di bambini palestinesi
insanguinati, di uomini fatti a pezzi, di donne che fuggono in preda al
panico sotto le bombe e le cannonate, buona parte del paese, o quasi, si
lamenta dell’assenza di «risultati» veri dell’offensiva contro Gaza.
Lo Yediot Ahronot ieri riferiva le dichiarazioni di numerosi soldati
della Brigata Givati, impiegata in Margine Protettivo, che non
nascondevano la loro amarezza e incredulità per la decisione del governo
di accettare la tregua umanitaria.
David Rubin, l’ex sindaco della colonia israeliana di Shilo, ha
accusato l’esecutivo di aver «sottratto» la vittoria all’esercito. «Quando
combatti una guerra, devi combatterla fino alla vittoria e ottenere una
grande vittoria. I politici non hanno ancora compreso tutto questo»,
si lamentava Rubin sul sito Arutz 7. Parole che non appartengono solo a
un uomo di destra, perché rappresentano il sentire comune in questo
momento in Israele.
Ieri cantava «vittoria» anche Sami Abu Zuhri, il portavoce di Hamas a
Gaza, sostenendo che i combattenti di Hamas hanno demolito il «potere
di deterrenza» di Israele e che la resistenza ha sbaragliato il nemico.
Può darsi. Ma Abu Zuhri e i leader di Hamas dovranno riconoscere
presto o tardi che alla fine di questa guerra pagata con il sangue di
tanti palestinesi, la condizione di Gaza che dicevano di voler cambiare
in modo radicale rimarrà sostanzialmente la stessa: una
prigione a cielo aperto. Solo un ingenuo può credere che al tavolo dei
negoziati la coppia Israele-Egitto darà alla gente di Gaza la libertà
che cerca da sempre.
L’esaltazione della gittata dei razzi palestinesi e dei successi
militari dei combattenti di Ezzedin al Qassam può soddisfare il
movimento islamico e qualche rivoluzionario da scrivania all’estero ma è
superflua per il progetto nazionale palestinese. E solo un
ingenuo può dare piena credibilità all’iniziativa del ministro degli
esteri dell’Anp Riad al Malki, volato ieri a L’Aja per chiedere alla
Corte penale internazionale di aprire un’indagine contro Israele per
crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. La ricattabile e
largamente dipendente dalle donazioni occidentali Anp ha un record di
repentini passi all’indietro quando si è trattato di far ricorso al
diritto internazionale.
Urge la ricostruzione, il ministro dell’economia palestinese Mohammed
Mustafa ieri ipotizzava la convocazione di una conferenza di donatori a
settembre. Obiettivo: raccogliere sei miliardi di dollari per Gaza. Una
cifra spaventosa, relativa solo ad una parte dei danni enormi subiti dalla
Striscia. Dopo un mese di bombardamenti, gli abitanti di Gaza ieri
hanno sfruttato la prima giornata reale di tregua per rendersi conto
dell’entità delle distruzioni e per tornare a una parvenza di normalità,
sotto un cielo non più sorvolato da droni e F-16. Si spera per sempre.
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