Anche solo mettendo in fila le notizie e gli aggiornamenti, quella che sta nascendo intorno al Russiagate tra l’Amministrazione Trump e gli inquirenti è una guerra.
Senza esclusione di colpi e con le sue vittime, come ad esempio il n.2 dell’FBI Andrew McCabe, che a soli 49 anni sta andando in pensione dopo essere stato al centro di attacchi molto duri da parte dell’entourage del presidente.
Ma andiamo con ordine, mettendo in fila una serie di notizie che chiaramente, almeno per noi, mettono in evidenza un conflitto istituzionale ad alta intensità in corso.
Partiamo dalla presa di posizione del Partito Repubblicano, il partito di Trump (anche se in campagna elettorale fece quasi di tutto per non esserlo).
Ebbene, i rappresentanti repubblicani all’interno della commissione intelligence della camera hanno chiesto la pubblicazione di un rapporto al momento “secretato” che accuserebbe l’Fbi di aver abusato di autorità nelle sue indagini sulla presunta ingerenza russa nel voto del 2016.
Immediata l’opposizione dei Democratici. Il rapporto ora verrà sottoposto all’attenzione di Trump, che deciderà se pubblicarlo o meno.
Poi c’è la questione Andrew Mc Cabe, il n.2 dell’FBI che si è dimesso dopo aver annunciato di voler andare in pensione a soli 49. Perché? Nonostante la portavoce della Casa Bianca abbia dichiarato “il Presidente non c’entra nulla”, il presidente c’entra, eccome.
Sono mesi che Trump attacca il povero McCabe, la cui moglie si è candidata nel 2015 per un posto in Senato con il Partito Democratico ricevendo finanziamenti elettorali da ambienti vicini alla Clinton.
Questo “marchio di infamia” (in effetti qualche difetto di trasparenza c’è) ha di diritto inserito Andrew McCabe nella speciale lista di coloro i quali, secondo Trump, stanno in qualche modo tramando contro la sua presidenza utilizzando come strumento il Russiagate.
Un anno fa a saltare era stato James Comey, allora al vertice dell’FBI. Adesso McCabe, altra vittima di quella che appare sempre più come una normalizzazione gestita in modo abbastanza spiccio.
Che Trump ed il suo entourage stiano reagendo in modo deciso all’inchiesta portata avanti con una certa decisione dal procuratore Mueller emerge anche da un paio di indiscrezioni emerse negli ultimi giorni.
Il Wall Street Journal ha riportato la notizia che i legali del presidente starebbero studiando una sentenza del 1997 che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe e limiterebbe l’interrogatorio di Trump da parte degli inquirenti.
A proposito di Mueller, poi, interessante la dichiarazione della senatrice repubblicana Graham: “Se Trump licenzia il procuratore, mette a rischio la presidenza. Sarebbe un terribile errore”.
E sarebbe anche interessante chiedere alla senatrice Graham cosa l’abbia indotta a pensare una cosa del genere. Qualche indiscrezione dall’interno del partito?
Come si dice, “stay tuned”: nelle prossime puntate siamo certi che non mancheranno sorprese!
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/01/2018
Al via a Sochi, con scarse prospettive, il Congresso per il dialogo siriano
Oggi riflettori puntati sul Congresso per il Dialogo Siriano a Sochi,
organizzato da Russia, Iran e Turchia per tentare di arrivare a una
soluzione negoziata della guerra in Siria che dal 2011 ha fatto
centinaia di migliaia di morti. Sull’incontro nella famosa
località turistica russa, risultato dei colloqui tenuti ad Astana l’anno
scorso, pesano il fallimento dei recenti colloqui di Vienna sotto
l’egida dell’Onu e l’acuirsi dello scontro tra curdi e Turchia per
l’offensiva lanciata da Ankara contro Afrin. E infatti oggi a
Sochi non ci sono i rappresentanti delle principali formazioni politiche
curde, che accusano russi e turchi di essersi accordati su Afrin – ma
Mosca sostiene che saranno presenti alcuni esponenti curdi invitati su
base individuale – e sarà assente anche il Comitato siriano per i negoziati (Nsc),
la principale componente dell’opposizione siriana finanziata e
appoggiata dall’Arabia Saudita, nemica dichiarata del presidente siriano
Bashar Assad.
Qadri Jamil, un oppositore contrario alle posizioni oltranziste del Nsc, tuttavia sottolinea che tra i 1500 delegati giunti a Sochi ci sono anche rappresentanti dell’opposizione, in particolare quelli dei gruppi appoggiati da Mosca e quelli sostenuti dall’Egitto. Sono presenti il Consiglio popolare della Siria, esponenti dei principali partiti politici siriani, figure religiose di spicco di tutte le confessioni, rappresentanti di tribù, sindacati e di tutte le minoranze etniche.
I tre Paesi promotori del Congresso hanno invitato anche i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli Usa però boicottano l’incontro e lo stesso farà la Francia che ha detto di riconoscere solo l’iniziativa portata avanti dalle Nazioni Unite. Parigi, schierata con il Nsc e l’Arabia Saudita, aderisce alle risoluzioni internazionali approvate negli anni passati perché sono nettamente sfavorevoli al governo di Damasco e appoggiano le posizioni dell’opposizione.
Oggi solo ai siriani sarà permesso di partecipare alla sessione plenaria del Congresso e agli osservatori e ai garanti non sarà consentita la presenza. “Sarà un dialogo esclusivamente intra-siriano, non saranno ammessi terzi, inclusi gli osservatori e gli Stati garanti”, hanno fatto sapere gli organizzatori. Tra gli esclusi rischia di ritrovarsi anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria Staffan de Mistura. Apparentemente gli osservatori dovranno aspettare nella stanza vicina alle sale dei colloqui tra le parti avverse.
Non è affatto certo che ci saranno dei colloqui diretti tra le parti, come sperano i russi. Tra assenze, veti incrociati e polemiche, è improbabile che da Sochi esca fuori una soluzione concreta. Peraltro le opposizioni siriane, o almeno una parte di esse, continuano a chiedere l’uscita di scena di Bashar Assad pur non avendo potere reale sul terreno o sul piano politico per continuare a porre sul tavolo questa condizione, inaccettabile per Damasco, che da anni blocca le varie iniziative avviate per la Siria.
La Siria ieri è stata al centro dei nuovi colloqui tra il presidente russo Putin e il premier israeliano Netanyahu il quale non ha mancato di rinnovare gli avvertimenti minacciosi all’Iran. Secondo Israele, Tehran starebbe consolidando le proprie forze sul terreno in Siria e punterebbe ad avere rampe di lancio di missili in Libano. «Si tratta di qualcosa alla quale ci opponiamo in modo categorico, che non siamo pronti a tollerare», ha avvertito Netanyahu convinto che il coordinamento tra Israele e Russia, cominciato dopo l’intervento di Mosca in Siria nel 2015, stia proseguendo con successo. Da Putin, Netanyahu si aspetta un intervento che, nel disegno della Siria futura, tenga presente gli interessi israeliani. Mosca sino ad oggi ha assecondato in minima parte le pressioni di Tel Aviv ma ha dato luce verde a Israele per compiere raid aerei contro presunti depositi di armi del movimento sciita libanese Hezbollah, alleato di Damasco, senza incontrare l’opposizione dei sistemi russi di difesa antiaerea presenti in Siria.
AGGIORNAMENTI
ore 10.15 Congresso Sochi: inizio con forte ritardo. Turchia e opposizione respingono proposte russe
Un notevole ritardo si registra nell’inizio dei lavori del Congresso del Dialogo nazionale siriano. A rallentare l’avvio della riunione sarebbero state delle “richieste aggiuntive” di alcuni gruppi filo-turchi dell’opposizione siriana come precondizione per la partecipazione alla riunione. Inoltre la Turchia ha respinto l’offerta avanzata dalla Russia di formare sei commissioni composte da 150 personalità divise tra il governo siriano e l’opposizione, chiamate a scegliere i membri di una commissione costituzionale. Ankara propone di formare una sola commissione costituzionale sotto l’egida dell’Onu.
Fonte
Qadri Jamil, un oppositore contrario alle posizioni oltranziste del Nsc, tuttavia sottolinea che tra i 1500 delegati giunti a Sochi ci sono anche rappresentanti dell’opposizione, in particolare quelli dei gruppi appoggiati da Mosca e quelli sostenuti dall’Egitto. Sono presenti il Consiglio popolare della Siria, esponenti dei principali partiti politici siriani, figure religiose di spicco di tutte le confessioni, rappresentanti di tribù, sindacati e di tutte le minoranze etniche.
I tre Paesi promotori del Congresso hanno invitato anche i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli Usa però boicottano l’incontro e lo stesso farà la Francia che ha detto di riconoscere solo l’iniziativa portata avanti dalle Nazioni Unite. Parigi, schierata con il Nsc e l’Arabia Saudita, aderisce alle risoluzioni internazionali approvate negli anni passati perché sono nettamente sfavorevoli al governo di Damasco e appoggiano le posizioni dell’opposizione.
Oggi solo ai siriani sarà permesso di partecipare alla sessione plenaria del Congresso e agli osservatori e ai garanti non sarà consentita la presenza. “Sarà un dialogo esclusivamente intra-siriano, non saranno ammessi terzi, inclusi gli osservatori e gli Stati garanti”, hanno fatto sapere gli organizzatori. Tra gli esclusi rischia di ritrovarsi anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria Staffan de Mistura. Apparentemente gli osservatori dovranno aspettare nella stanza vicina alle sale dei colloqui tra le parti avverse.
Non è affatto certo che ci saranno dei colloqui diretti tra le parti, come sperano i russi. Tra assenze, veti incrociati e polemiche, è improbabile che da Sochi esca fuori una soluzione concreta. Peraltro le opposizioni siriane, o almeno una parte di esse, continuano a chiedere l’uscita di scena di Bashar Assad pur non avendo potere reale sul terreno o sul piano politico per continuare a porre sul tavolo questa condizione, inaccettabile per Damasco, che da anni blocca le varie iniziative avviate per la Siria.
La Siria ieri è stata al centro dei nuovi colloqui tra il presidente russo Putin e il premier israeliano Netanyahu il quale non ha mancato di rinnovare gli avvertimenti minacciosi all’Iran. Secondo Israele, Tehran starebbe consolidando le proprie forze sul terreno in Siria e punterebbe ad avere rampe di lancio di missili in Libano. «Si tratta di qualcosa alla quale ci opponiamo in modo categorico, che non siamo pronti a tollerare», ha avvertito Netanyahu convinto che il coordinamento tra Israele e Russia, cominciato dopo l’intervento di Mosca in Siria nel 2015, stia proseguendo con successo. Da Putin, Netanyahu si aspetta un intervento che, nel disegno della Siria futura, tenga presente gli interessi israeliani. Mosca sino ad oggi ha assecondato in minima parte le pressioni di Tel Aviv ma ha dato luce verde a Israele per compiere raid aerei contro presunti depositi di armi del movimento sciita libanese Hezbollah, alleato di Damasco, senza incontrare l’opposizione dei sistemi russi di difesa antiaerea presenti in Siria.
AGGIORNAMENTI
ore 10.15 Congresso Sochi: inizio con forte ritardo. Turchia e opposizione respingono proposte russe
Un notevole ritardo si registra nell’inizio dei lavori del Congresso del Dialogo nazionale siriano. A rallentare l’avvio della riunione sarebbero state delle “richieste aggiuntive” di alcuni gruppi filo-turchi dell’opposizione siriana come precondizione per la partecipazione alla riunione. Inoltre la Turchia ha respinto l’offerta avanzata dalla Russia di formare sei commissioni composte da 150 personalità divise tra il governo siriano e l’opposizione, chiamate a scegliere i membri di una commissione costituzionale. Ankara propone di formare una sola commissione costituzionale sotto l’egida dell’Onu.
Fonte
I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli
Contributo inviato al seminario organizzato dalla Rete dei Comunisti il 13 gennaio 2017
Cari compagni,
in prima battuta intendiamo ringraziarvi d'averci invitato a questo seminario. Per il nostro collettivo è un onore confrontarci con voi su una questione di livello così dirimente.
Pur avendo avuto esperienza diretta dei fatti attraverso lo stretto contatto con alcuni compagni catalani da una parte e la nostra partecipazione a iniziative di solidarietà reale con i compagni del Donbass, non crediamo di poter vantare la conoscenza minuziosa dei numerosi scenari in cui la questione nazionale si è rivelata dirimente tanto all'interno dei rapporti capitalistici, quanto per quelli di classe. Tuttavia, pensiamo di poter affermare che essa, proprio in questi anni, sia assurta nuovamente a chiave di volta delle relazioni politiche su scala globale.
Gli avvenimenti in catalogna, quelli in Donbass, la rinnovata recrudescenza della lotta di emancipazione del popolo palestinese su Gerusalemme, la questione curda, la Brexit, crediamo rappresentino la lapide con cui seppellire una narrazione trentennale in cui la questione nazionale è stata sistematicamente declinata in chiave antitetica alle "magnifiche e progressive sorti" del capitalismo finanziario nuovamente globalizzato, che avrebbe diffuso lo "sviluppo" occidentale in ogni angolo del globo.
Oggi, possiamo affermare senza indugio che quella retorica, oltre a essere viziata da una visione che scambiava l'occidente con l'intero mondo, era esclusivamente funzionale a promuovere nelle società che ne avrebbero scontato le conseguenze – tra cui le nostre – l'ineluttabile necessità della riorganizzazione su scala planetaria delle filiere produttive capitaliste.
Come abbiamo avuto modi di verificare plasticamente da un decennio a questa parte, il combinato disposto tra questi due fattori ha generato, letteralmente, mostri.
Da un lato, la pretesa dell'occidente capitalista di ergersi a unico modello globale ha condotto le classi dirigenti uscite "vittoriose" dal confronto con il socialismo a incancrenirsi su se stesse, divenendo del tutto incapaci non solo di risolvere, ma anche solo governare le contraddizioni generate dal modo di produzione di riferimento in questo emisfero.
Dall'altro lato, in quello delle classi subalterne – ceto medio incluso – il venir meno del riferimento "nazionale", sia declinato in chiave culturale, ma soprattutto economica, ha lasciato il posto a un vuoto al momento parzialmente occupato soltanto da nauseabondi rigurgiti reazionari, i cui frutti peggiori sono: a livello collettivo le guerre tra poveri e a livello di singolarità l'alienazione e l'interiorizzazione di qualsivoglia problema, che diviene "sconfitta" personale slegata dalle condizioni sistemiche entro cui si è consumata.
Sia chiaro che non è nostra intenzione riproporre la visione nazionalista come panacea di alcun male. Nella storia anche recente abbiamo conosciuto nazionalismi feroci con le classi subalterne, basti pensare alle sconfitte del movimento operaio inglese sotto la guida di Margaret Thatcher.
Intendiamo piuttosto riferirci a condizioni in cui il conflitto di classe può incidere sulle politiche complessive e far valere la propria forza. D'altra parte, se non abbiamo inteso male, la declinazione sul “no sociale” che abbiamo tenuto durante la battaglia referendaria del 2016 alludeva anche a questo.
Il fine ultimo della controriforma Renzi non era, infatti, la farsesca abolizione del Senato ma l'avvio di un processo in cui ogni lotta sociale sarebbe stata ulteriormente depotenziata, rafforzando un esecutivo blindato, capace di resistere indipendentemente dal consenso effettivo ed eliminando ogni possibilità di intervento locale e nazionale sacrificati sull’altare dell’europeismo.
La sinistra, in tutte le sue varie sfumature, ha purtroppo dato prova di essere facilmente permeabile alla narrazione dominante, confondendo il cosmopolitismo borghese con la nuova frontiera dell'internazionalismo. I danni di questo assorbimento acritico pensiamo siano sotto gli occhi di tutti sia a livello politico con la rivendicazione di diritti civili per le minoranze nei fatti inesigibili perché scollegati dalle rivendicazioni sociali che li rendono effettivi, sia economico per cui si seguita a non comprendere i motivi che hanno spinto fasce considerevoli di proletari impoveriti dalla crisi a identificare nel migrante un concorrente da combattere come un nemico.
Siamo quindi convinti che per una sinistra autenticamente rivoluzionaria, in questi tempi, sia dirimente un approccio dialettico alla questione nazionale che non la releghi ad anticaglia buona per i fascisti nostalgici dell'autarchia; ma piuttosto che sia in grado di attualizzarne gli aspetti progressivi, che sappia porre l'accento sulla fattualità per cui l'ambito nazionale è al momento quello più a portata per la modifica radicale dello stato di cose presenti e che, di conseguenza, tutte le architetture sovranazionali che ci sono state imposte dal capitale negli ultimi decenni - nel nostro continente ci riferiamo, ovviamente all'Unione Europea, e alla NATO - siano da considerare nemici verso cui è unicamente percorribile una strada che concorra esclusivamente al loro disfacimento.
Ci riferiamo, per fare solo un cenno, alla questione catalana dove sappiamo bene che all'interno del movimento indipendentista si sia giocata una dura partita interna. E' ben diverso infatti l'atteggiamento di chi, come i compagni della CUP, proponeva una indipendenza come recupero della sovranità schiacciata non solo dal fascismo spagnolo ma anche dalla dittatura tecnocratica della UE e chi invece si caratterizzava per le continue richieste di aiuto a una Unione Europea che taceva o simpatizzava apertamente con Rajoy. Crediamo infatti che l'autodeterminazione del popolo catalano fosse, almeno in gran parte, un esempio di quelle lotte che devono unire rivendicazioni interne ad altre più generali.
Nulla di nuovo del resto: si può declamare d’essere internazionalisti sulla carta ma ciò che possono fattivamente fare i singoli compagni è combattere l'imperialismo all'interno del proprio spazio di riferimento con uno sguardo che deve, ovviamente, travalicare il particolare per divenire generale.
Qualsiasi altro approccio sulla questione lo consideriamo nella migliore delle ipotesi spurio, nella peggiore del tutto assimilabile dalla retorica capitalistica sulla modernità della globalizzazione.
Abbiamo quindi necessità di sviluppare una profonda conoscenza di questi fenomeni e crediamo che occasioni come queste ci possano essere di grande aiuto. Siamo immersi in una cultura in cui il nemico di classe impone un pensiero unilaterale. Ci hanno detto che la Brexit era espressione di un sentimento razzista, egoista e di destra. Ci hanno raccontato che gli inglesi erano rancorosi e gretti. Ecco, più che interessarci al reale pensiero di Corbyn e del Labour in quella fase, ragioniamo sul fatto che laddove la Brexit ha stravinto poi, qualche mese dopo, Corbyn ha ottenuto risultati straordinari. Cerchiamo cioè di cogliere l'analisi di fase liberandoci da quelle sovrastrutture ideologiche che il nemico ci impone. Evidentemente questo ci racconta qualcosa sulla classe più che sui suoi rappresentanti reali o presunti.
Comprendere questi fatti ci aiuterà a uscire da una situazione di stallo in cui siamo tutt'ora immersi e da cui stiamo provando a liberarci. Per il momento abbiamo le idee un po' più chiare. Non è molto, ma è già un inizio.
Fonte
Cari compagni,
in prima battuta intendiamo ringraziarvi d'averci invitato a questo seminario. Per il nostro collettivo è un onore confrontarci con voi su una questione di livello così dirimente.
Pur avendo avuto esperienza diretta dei fatti attraverso lo stretto contatto con alcuni compagni catalani da una parte e la nostra partecipazione a iniziative di solidarietà reale con i compagni del Donbass, non crediamo di poter vantare la conoscenza minuziosa dei numerosi scenari in cui la questione nazionale si è rivelata dirimente tanto all'interno dei rapporti capitalistici, quanto per quelli di classe. Tuttavia, pensiamo di poter affermare che essa, proprio in questi anni, sia assurta nuovamente a chiave di volta delle relazioni politiche su scala globale.
Gli avvenimenti in catalogna, quelli in Donbass, la rinnovata recrudescenza della lotta di emancipazione del popolo palestinese su Gerusalemme, la questione curda, la Brexit, crediamo rappresentino la lapide con cui seppellire una narrazione trentennale in cui la questione nazionale è stata sistematicamente declinata in chiave antitetica alle "magnifiche e progressive sorti" del capitalismo finanziario nuovamente globalizzato, che avrebbe diffuso lo "sviluppo" occidentale in ogni angolo del globo.
Oggi, possiamo affermare senza indugio che quella retorica, oltre a essere viziata da una visione che scambiava l'occidente con l'intero mondo, era esclusivamente funzionale a promuovere nelle società che ne avrebbero scontato le conseguenze – tra cui le nostre – l'ineluttabile necessità della riorganizzazione su scala planetaria delle filiere produttive capitaliste.
Come abbiamo avuto modi di verificare plasticamente da un decennio a questa parte, il combinato disposto tra questi due fattori ha generato, letteralmente, mostri.
Da un lato, la pretesa dell'occidente capitalista di ergersi a unico modello globale ha condotto le classi dirigenti uscite "vittoriose" dal confronto con il socialismo a incancrenirsi su se stesse, divenendo del tutto incapaci non solo di risolvere, ma anche solo governare le contraddizioni generate dal modo di produzione di riferimento in questo emisfero.
Dall'altro lato, in quello delle classi subalterne – ceto medio incluso – il venir meno del riferimento "nazionale", sia declinato in chiave culturale, ma soprattutto economica, ha lasciato il posto a un vuoto al momento parzialmente occupato soltanto da nauseabondi rigurgiti reazionari, i cui frutti peggiori sono: a livello collettivo le guerre tra poveri e a livello di singolarità l'alienazione e l'interiorizzazione di qualsivoglia problema, che diviene "sconfitta" personale slegata dalle condizioni sistemiche entro cui si è consumata.
Sia chiaro che non è nostra intenzione riproporre la visione nazionalista come panacea di alcun male. Nella storia anche recente abbiamo conosciuto nazionalismi feroci con le classi subalterne, basti pensare alle sconfitte del movimento operaio inglese sotto la guida di Margaret Thatcher.
Intendiamo piuttosto riferirci a condizioni in cui il conflitto di classe può incidere sulle politiche complessive e far valere la propria forza. D'altra parte, se non abbiamo inteso male, la declinazione sul “no sociale” che abbiamo tenuto durante la battaglia referendaria del 2016 alludeva anche a questo.
Il fine ultimo della controriforma Renzi non era, infatti, la farsesca abolizione del Senato ma l'avvio di un processo in cui ogni lotta sociale sarebbe stata ulteriormente depotenziata, rafforzando un esecutivo blindato, capace di resistere indipendentemente dal consenso effettivo ed eliminando ogni possibilità di intervento locale e nazionale sacrificati sull’altare dell’europeismo.
La sinistra, in tutte le sue varie sfumature, ha purtroppo dato prova di essere facilmente permeabile alla narrazione dominante, confondendo il cosmopolitismo borghese con la nuova frontiera dell'internazionalismo. I danni di questo assorbimento acritico pensiamo siano sotto gli occhi di tutti sia a livello politico con la rivendicazione di diritti civili per le minoranze nei fatti inesigibili perché scollegati dalle rivendicazioni sociali che li rendono effettivi, sia economico per cui si seguita a non comprendere i motivi che hanno spinto fasce considerevoli di proletari impoveriti dalla crisi a identificare nel migrante un concorrente da combattere come un nemico.
Siamo quindi convinti che per una sinistra autenticamente rivoluzionaria, in questi tempi, sia dirimente un approccio dialettico alla questione nazionale che non la releghi ad anticaglia buona per i fascisti nostalgici dell'autarchia; ma piuttosto che sia in grado di attualizzarne gli aspetti progressivi, che sappia porre l'accento sulla fattualità per cui l'ambito nazionale è al momento quello più a portata per la modifica radicale dello stato di cose presenti e che, di conseguenza, tutte le architetture sovranazionali che ci sono state imposte dal capitale negli ultimi decenni - nel nostro continente ci riferiamo, ovviamente all'Unione Europea, e alla NATO - siano da considerare nemici verso cui è unicamente percorribile una strada che concorra esclusivamente al loro disfacimento.
Ci riferiamo, per fare solo un cenno, alla questione catalana dove sappiamo bene che all'interno del movimento indipendentista si sia giocata una dura partita interna. E' ben diverso infatti l'atteggiamento di chi, come i compagni della CUP, proponeva una indipendenza come recupero della sovranità schiacciata non solo dal fascismo spagnolo ma anche dalla dittatura tecnocratica della UE e chi invece si caratterizzava per le continue richieste di aiuto a una Unione Europea che taceva o simpatizzava apertamente con Rajoy. Crediamo infatti che l'autodeterminazione del popolo catalano fosse, almeno in gran parte, un esempio di quelle lotte che devono unire rivendicazioni interne ad altre più generali.
Nulla di nuovo del resto: si può declamare d’essere internazionalisti sulla carta ma ciò che possono fattivamente fare i singoli compagni è combattere l'imperialismo all'interno del proprio spazio di riferimento con uno sguardo che deve, ovviamente, travalicare il particolare per divenire generale.
Qualsiasi altro approccio sulla questione lo consideriamo nella migliore delle ipotesi spurio, nella peggiore del tutto assimilabile dalla retorica capitalistica sulla modernità della globalizzazione.
Abbiamo quindi necessità di sviluppare una profonda conoscenza di questi fenomeni e crediamo che occasioni come queste ci possano essere di grande aiuto. Siamo immersi in una cultura in cui il nemico di classe impone un pensiero unilaterale. Ci hanno detto che la Brexit era espressione di un sentimento razzista, egoista e di destra. Ci hanno raccontato che gli inglesi erano rancorosi e gretti. Ecco, più che interessarci al reale pensiero di Corbyn e del Labour in quella fase, ragioniamo sul fatto che laddove la Brexit ha stravinto poi, qualche mese dopo, Corbyn ha ottenuto risultati straordinari. Cerchiamo cioè di cogliere l'analisi di fase liberandoci da quelle sovrastrutture ideologiche che il nemico ci impone. Evidentemente questo ci racconta qualcosa sulla classe più che sui suoi rappresentanti reali o presunti.
Comprendere questi fatti ci aiuterà a uscire da una situazione di stallo in cui siamo tutt'ora immersi e da cui stiamo provando a liberarci. Per il momento abbiamo le idee un po' più chiare. Non è molto, ma è già un inizio.
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Lotta di classe e questione nazionale in Catalogna
Compagni buona sera,
trovo particolarmente utile la discussione a cui ci avete invitato sulla questione nazionale e concordo totalmente con Santopadre che su questa questione sono stati presi a sinistra degli svarioni impressionanti.
Per economia di tempo mi concentrerò sulla questione catalana, però prima vorrei fare una premessa di carattere generale.
Credo sia assolutamente corretto quanto diceva Marco [Santopadre] sul fatto che troppa sinistra oggi, troppa sinistra riformista, mi permetto di aggiungere, considera sostanzialmente inesistente la questione nazionale in base a degli slogan abusati e anche piuttosto stupidi come appunto “ci opponiamo all’Europa delle piccole patrie” (Sinistra Italiana), oppure a delle vere e proprie equiparazioni che sono state fatte, sul Manifesto ad esempio, tra questione catalana e Padania. Abbiamo visto delle cose aberranti nel dibattito in questi mesi.
Tuttavia la questione della difesa del diritto all’autodeterminazione è una cosa, e su questo dobbiamo continuare a discutere, altra cosa è se gli diamo una torsione assumendo una linea sovranista tout court, che secondo me è un errore speculare a quello di chi, in base all’idea dell’internazionalismo proletario, nega l’esistenza della questione nazionale.
Trovo le schede di Allegra che ci sono state inviate sostanzialmente corrette, ossia una analisi storica di come è evoluta la discussione fra i comunisti e il contributo di Lenin, di Marx e di Engels su questa questione.
Lì c’è un criterio fondamentale, a parte la questione dell’analisi concreta della situazione concreta. I comunisti hanno assunto posizioni alquanto differenti a seconda della situazione, si ricordava il caso della ex Jugoslavia negli anni ’90. Potremmo ricordare quello dei Sudeti, una causa che venne strumentalizzata da Hitler per invadere la Cecoslovacchia. Come difendere quel diritto all’autodeterminazione? In quei casi era impossibile e reazionario farlo.
Il criterio fondamentale che ha sempre caratterizzato i comunisti è che noi difendiamo i diritti democratici dei popoli tuttavia questo diritto è sempre subordinato all’interesse di classe a livello nazionale e internazionale. Altrimenti non se ne esce.
Il nostro primo obiettivo è capire: la lotta che si sta facendo oggi in Catalogna permette un avanzamento delle coscienze, una maggiore unità del proletariato nella lotta contro il capitalismo, oppure no?
Il compagno Morra ha detto una cosa molto giusta quando ha affermato che ciò che vediamo in Catalogna non è un movimento “puro”. Credo che fu Lenin a dire che se aspettiamo una rivoluzione pura non ne vedremo una nella storia.
Peraltro, come è stato ricordato, nelle Tesi di aprile fu decisiva la posizione che assunse Lenin sul diritto alla separazione, che non significava invito alla separazione. Riconoscere il diritto al divorzio non significa che noi siamo per la disgregazione dei rapporti familiari, significa riconoscere quel diritto per chi lo chiede. Questo fu decisivo per permettere la vittoria nella rivoluzione d’ottobre.
Vengo alla Catalogna. Mi è capitato di leggere un post del segretario organizzativo di Sinistra Italiana, il compagno Claudio Grassi, che alla luce dei risultati delle elezioni del 21 dicembre, dove peraltro come è stato correttamente ricordato si è “tenuto botta”, anche se c’è una polarizzazione sulle forze liberali e borghesi nei due campi, venivano condannati tutti coloro che come noi, attorno alla lotta che si è sviluppata in Catalogna vedevano numerosi elementi progressivi.
Dobbiamo respingere questo tipo di argomenti, questo fare la storia e leggere la lotta di classe e i rapporti di forza in base ai risultati elettorali. Sarebbe come condannare il Maggio ’68 sulla base del fatto che nel 1969 De Gaulle vinse le elezioni.
Intanto il Pp ha avuto il suo minimo storico in queste elezioni e avrà 3 seggi. Certo, ci sono anche aspetti negativi che riprenderò più avanti nel mio ragionamento.
Lenin diceva che una nazione è quella entità evolutasi storicamente con una lingua e un territorio comune, una storia e una cultura condivisa, unita infine da legami economici. La Catalogna risponde pienamente a questi requisiti.
C’è molta ignoranza in Italia nel dibattito a sinistra attorno alla questione catalana, al ruolo decisivo per esempio che svolse negli anni ’30 nella lotta contro il franchismo, quando venne dichiarata per due volte la Repubblica catalana, così come sulla repressione subìta per oltre quarant’anni dai popoli catalano, basco, galiziano, ai quali venne impedito di utilizzare la propria lingua, i propri costumi.
C’è stato un solo presidente eletto in Europa che è stato assassinato nel XX secolo, e fu Lluis Companys, che nel 1940 venne preso dai nazisti che avevano occupato la Francia a Perpignan, nella Catalogna francese, e consegnato a Franco che lo mandò al plotone di esecuzione.
Dobbiamo certamente denunciare i limiti della direzione borghese di questo movimento, del PdeCat, di Esquerra Republicana che è il partito storico della piccola borghesia catalana, ma che da molti viene visto come un partito di sinistra e infatti una delle ragioni del ridimensionamento dei marxisti indipendentisti della Cup nelle ultime elezioni è che Erc a queste elezioni si presentava autonomamente (mentre nel 2015 era in un raggruppamento con il PdeCat), anche se non è questo l’unico motivo e forse neanche il più importante.
Dobbiamo ricordare la storia della Transizione, della lotta contro il franchismo, e il tradimento che venne fatto dai partiti riformisti dell’epoca, il Partito socialista ma soprattutto il Partito comunista, i patti della Moncloa, il fatto che abbandonarono la lotta per la Repubblica e accettarono la monarchia lasciando sostanzialmente intatto l’apparato repressivo, militare e giudiziario del franchismo. Non ci fu mai un’epurazione e infatti vediamo come agiscono ancora oggi i “tribunali costituzionali”: in Catalogna dove c’è stato un vero e proprio golpe!
In questo momento gli indipendentisti hanno la maggioranza, ma ci sono 8 deputati eletti che sono in carcere o in esilio volontario, come Puigdemont, chi è in carcere ha capi di imputazione gravissimi di sedizione e rischia da 30 a 50 anni di prigione.
Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat è sottoposto a un regime simile al 41 bis in Italia, e questo perché durante la campagna elettorale ha consegnato [inviato dal carcere] un discorso scritto. In questo momento in Catalogna c’è un clima di terrore. Oltre agli arresti, i mille feriti (una persona ha perso un occhio), le misure speciali, hanno permesso l’uso di pallottole di gomma che in teoria sarebbero vietate. La repressione c’è stata anche contro i Mossos, come si ricordava, la polizia catalana che è stata sostanzialmente commissariata da quella di Madrid.
In questo momento c’è gente condannata a pagare multe di 10mila, 20mila euro, solo perché portava un fiocco giallo, simbolo della lotta contro l’Art. 155 (in base al quale la Catalogna è stata commissariata da Madrid), e tutto questo è riconducibile a una Costituzione, quella del 1978, alla crisi di quel regime e al fatto che la questione dell’autodeterminazione, una questione decisiva che permise di sconfiggere il franchismo, è stata sostanzialmente abbandonata; dai partiti della sinistra, negli anni ’70 così come da quelli di oggi.
Vediamo gli strafalcioni che formazioni comuniste, Rifondazione comunista inclusa, hanno preso seguendo la politica di Pablo Iglesias e di Garzon, segretari di Podemos e di Izquierda Unida, che su questa questione sono stati equidistanti, in un contesto in cui è in corso una repressione brutale da parte della destra reazionaria contro l’intera popolazione della Catalogna.
Sappiamo bene che la borghesia catalana ha tradito più volte la causa dell’indipendenza. Oggi Puigdemont è un eroe in Catalogna per tutto un settore della popolazione, ma quando il 27 ottobre ha dichiarato l’indipendenza per “sospenderla” 57 secondi dopo, lo ha fatto sotto la pressione delle masse, in quanto solo il giorno prima, stava trattando un accordo con Madrid. E l’accordo che basi aveva? Si proponeva di liberare i “due Jordi”, ossia i capi delle due associazioni promotrici del referendum del 1° ottobre, Anc e Omnium, ritirare la 155, e in cambio Puigdemont avrebbe rinunciato alla dichiarazione di indipendenza e a convocare le elezioni catalane. Hanno cercato un accordo fino alla fine.
Oggi Mas, leader storico del PdeCat, il partito della borghesia catalana, si sta dimettendo da quel partito. Lui era a capo di questa trattativa.
Perché hanno dovuto fare un passo indietro? Perché appena Puigdemont ha cercato di arrivare a un accordo ci sono state manifestazioni di piazza, una in particolare a Piazza Jaume a Barcellona con decine di migliaia di persone, in cui le masse lo accusavano di tradimento.
Vengo ora alla questione del ruolo svolto dal proletariato, Marco diceva “in forme nuove”. In forme nuove, è vero, ma anche in forme tradizionali, le due cose sono combinate. Abbiamo visto uno sciopero generale due giorni dopo il referendum, che paradossalmente è stato convocato dalla piazza dai dirigenti piccolo borghesi, dai “due Jordi” che poi sono stati arrestati, e che ha visto la partecipazione in piazza di 700mila lavoratori a Barcellona e altrettanti nel resto della Catalogna; la Catalogna ha in tutto 7 milioni di abitanti, per cui quando si dice che partecipano in due milioni alla diada (la giornata nazionale catalana, ndr), tutti gli anni, stiamo parlando di un movimento di massa, non solo della piccola borghesia come qualcuno tenta di dimostrare, ma anche del proletariato.
Pensiamo ai portuali che hanno boicottato le navi che ospitavano la Guardia civil. E questo sciopero di massa si è fatto nonostante il sabotaggio di Ugt e Cc.Oo., è stato convocato dai sindacati di base, da alcune categorie, dai delegati, che hanno organizzato una mobilitazione gigantesca.
Voglio anche dire due parole sulla Cup, un’organizzazione che si dichiara marxista ma che dal 2015 ad oggi ha collaborato con le politiche di austerità portate avanti dai partiti della borghesia catalana, e questo è stato uno dei gravi errori che questa organizzazione ha pagato alle ultime elezioni.
Ma allo stesso tempo bisogna anche dire che il segretario di Arran, l’organizzazione giovanile della Cup, ha fatto un discorso di fronte a 40mila studenti universitari a Barcellona, proclamandosi sostenitore della repubblica comunista della Catalogna. Questi compagni alla diada avevano uno spezzone che a differenza di quello di Podemos e di Iniciativa, che grosso modo corrisponde a Izquierda unida in Catalogna, era composto da 15mila giovani che cantavano l’Internazionale a pugno alzato. Come si fa a voltare le spalle a un’organizzazione di questo tipo?!
La direzione del movimento, certo, è in mano alla borghesia, ma la pressione delle masse è stata continua in tutta la mobilitazione. Nonostante che i lavoratori sono stati abbandonati dai loro sindacati tradizionali (devo dire che la Cgt che è il principale sindacato di base ha svolto un ruolo, ma un ruolo fondamentale lo ha svolto l’autorganizzazione delle masse).
Non è stato ancora ricordato, ma questi comitati per il referendum, che sono diventati Comitati per la difesa della Repubblica (Cdr), non saprei come altro definirli se non come organismi di contropotere.
Una compagna catalana che vive in Italia nel periodo delle feste è stata nella sua città, Tarragona, una città industriale di 100mila abitanti, non è certo Barcellona. Bene, tra Natale e Capodanno ci sono state tre riunioni del Cdr di Tarragona centro (ce ne sono 6 in tutta la città) con centinaia di persone che organizzavano la lotta contro lo Stato spagnolo, la raccolta di fondi andando ai caselli autostradali per sostenere le persone sanzionate dalle multe o per liberare i compagni della Cup arrestati.
Più volte le forze dell’ordine hanno tentato di assaltare la sede della Cup e ci sono state manifestazioni di massa per respingere l’attacco della Guardia civil. In questo momento la Catalogna è un paese sotto assedio, questa è la realtà, vige un clima di vero e proprio terrore. Gli indipendentisti hanno vinto le elezioni, ma nonostante questo Puigdemont, che è stato indicato come futuro presidente, è in esilio, e ha dichiarato che aspetta di essere formalmente eletto prima di rientrare in territorio spagnolo.
Sono sicuro che se rientrerà il Tribunale costituzionale tenterà di farlo arrestare, così come è in carcere Junqueras e metà del precedente governo catalano.
Uno dei problemi principali in Catalogna, che è stato sfruttato da Ciudadanos, un partito nuovo sostanzialmente reazionario, è il fatto che gran parte del proletariato della cintura industriale di Barcellona è di lingua spagnola. Se non sei in grado di coniugare la questione nazionale a quella di classe, cioè alla lotta per una repubblica socialmente avanzata, così come sostenuto dalla Cup, dunque alla lotta contro le politiche di austerità, non sei in grado di fare un appello al proletariato di lingua spagnola in Catalogna, così come nel resto della Spagna.
Nelle prime settimane di settembre, quando si preparava il referendum, si stavano organizzando mobilitazioni di solidarietà in tutta la Spagna, non solo nel Paese Basco. Per esempio il Sindicato obreros del campo (Soc) dell’Andalusia, guidato da Sanchez Gordillo e Cañamero stava organizzando iniziative in questo senso.
Rivendicando il diritto all’autodeterminazione, alle elezioni politiche, Podemos era stato il primo partito in Catalogna e nel Paese Basco. Ma quando il referendum è stato lanciato veramente, dopo tutti i tentativi di ottenere l’Estatut, cioè i diritti di autonomia negati non solo dal Tribunale costituzionale, non solo dalla destra di Rajoy, ma anche dal Psoe con tutte le promesse tradite da Zapatero, allora Podemos si è tirata indietro dal difendere quel diritto.
La questione della repubblica è diventata una questione urgente nella misura in cui a Madrid è stato rieletto un governo di destra, che ha fatto attacchi e provocazioni continue, spingendo la posizione della separazione, minoritaria in un primo momento a diventare maggioritaria.
Oggi tutte le inchieste indicano che l’indipendentismo si sta indebolendo nelle zone più ricche, perché la borghesia catalana ha abbandonato i suoi partiti, circa mille aziende hanno spostato o hanno deciso di spostare la loro sede legale fuori dalla Catalogna, e sta crescendo nel proletariato, anche di lingua spagnola.
Qui vediamo come la questione nazionale si coniuga alla questione di classe, questa non è né la Scozia, né il Quebec, e il referendum pactado, ossia concordato, come proponevano le sinistre spagnole, non verrà concesso mai!
La questione nazionale della repubblica in Catalogna può essere risolta solo con mezzi rivoluzionari, altrimenti non ci sarà soluzione. Questo è l’errore tragico della sinistra spagnola, che ha indebolito un movimento che non solo produceva una rottura degli equilibri in Spagna ma, come è stato giustamente ricordato, poteva aprire una crisi nell’intera Unione europea, una crisi decisiva all’interno della quale si poteva inserire una battaglia più generale contro le politiche di austerità che ci arrivano dall’Europa.
Garzon ha dichiarato: “Io sospetto delle battaglie condotte dalle nazioni ricche”. Come se Garzon non conoscesse l’importanza che nella storia ha assunto la questione catalana e basca, il ruolo che ebbe nella lotta contro il fascismo, e il ruolo ancor più decisivo del proletariato catalano nella storia del movimento operaio spagnolo.
La sinistra spagnola ha considerato il referendum come una semplice mobilitazione e anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, è caduta in questo errore. Di conseguenza Rifondazione, dopo due o tre cose giuste scritte da Ramon Mantovani, che conosce la questione catalana in quanto è cresciuto a Manresa, le ha rinnegate non appena Iglesias e Garzon hanno preso questa linea miope e perdente. Una svolta che è stata devastante, e che giustamente è stata punita alle elezioni dal popolo catalano.
Podemos ha sostanzialmente espulso il suo rappresentante in Catalogna, Albano Dante Fachin. In Izquierda unida ci sono attacchi e rappresaglie politiche contro quei marxisti come Alberto Arregui e altri che sostengono una posizione a difesa della repubblica catalana.
Qui si vedono i limiti del riformismo e la necessità di dare una lettura di classe e marxista alla questione nazionale, una questione che oggi è più urgente e esplosiva che mai.
Fonte
trovo particolarmente utile la discussione a cui ci avete invitato sulla questione nazionale e concordo totalmente con Santopadre che su questa questione sono stati presi a sinistra degli svarioni impressionanti.
Per economia di tempo mi concentrerò sulla questione catalana, però prima vorrei fare una premessa di carattere generale.
Credo sia assolutamente corretto quanto diceva Marco [Santopadre] sul fatto che troppa sinistra oggi, troppa sinistra riformista, mi permetto di aggiungere, considera sostanzialmente inesistente la questione nazionale in base a degli slogan abusati e anche piuttosto stupidi come appunto “ci opponiamo all’Europa delle piccole patrie” (Sinistra Italiana), oppure a delle vere e proprie equiparazioni che sono state fatte, sul Manifesto ad esempio, tra questione catalana e Padania. Abbiamo visto delle cose aberranti nel dibattito in questi mesi.
Tuttavia la questione della difesa del diritto all’autodeterminazione è una cosa, e su questo dobbiamo continuare a discutere, altra cosa è se gli diamo una torsione assumendo una linea sovranista tout court, che secondo me è un errore speculare a quello di chi, in base all’idea dell’internazionalismo proletario, nega l’esistenza della questione nazionale.
Trovo le schede di Allegra che ci sono state inviate sostanzialmente corrette, ossia una analisi storica di come è evoluta la discussione fra i comunisti e il contributo di Lenin, di Marx e di Engels su questa questione.
Lì c’è un criterio fondamentale, a parte la questione dell’analisi concreta della situazione concreta. I comunisti hanno assunto posizioni alquanto differenti a seconda della situazione, si ricordava il caso della ex Jugoslavia negli anni ’90. Potremmo ricordare quello dei Sudeti, una causa che venne strumentalizzata da Hitler per invadere la Cecoslovacchia. Come difendere quel diritto all’autodeterminazione? In quei casi era impossibile e reazionario farlo.
Il criterio fondamentale che ha sempre caratterizzato i comunisti è che noi difendiamo i diritti democratici dei popoli tuttavia questo diritto è sempre subordinato all’interesse di classe a livello nazionale e internazionale. Altrimenti non se ne esce.
Il nostro primo obiettivo è capire: la lotta che si sta facendo oggi in Catalogna permette un avanzamento delle coscienze, una maggiore unità del proletariato nella lotta contro il capitalismo, oppure no?
Il compagno Morra ha detto una cosa molto giusta quando ha affermato che ciò che vediamo in Catalogna non è un movimento “puro”. Credo che fu Lenin a dire che se aspettiamo una rivoluzione pura non ne vedremo una nella storia.
Peraltro, come è stato ricordato, nelle Tesi di aprile fu decisiva la posizione che assunse Lenin sul diritto alla separazione, che non significava invito alla separazione. Riconoscere il diritto al divorzio non significa che noi siamo per la disgregazione dei rapporti familiari, significa riconoscere quel diritto per chi lo chiede. Questo fu decisivo per permettere la vittoria nella rivoluzione d’ottobre.
Vengo alla Catalogna. Mi è capitato di leggere un post del segretario organizzativo di Sinistra Italiana, il compagno Claudio Grassi, che alla luce dei risultati delle elezioni del 21 dicembre, dove peraltro come è stato correttamente ricordato si è “tenuto botta”, anche se c’è una polarizzazione sulle forze liberali e borghesi nei due campi, venivano condannati tutti coloro che come noi, attorno alla lotta che si è sviluppata in Catalogna vedevano numerosi elementi progressivi.
Dobbiamo respingere questo tipo di argomenti, questo fare la storia e leggere la lotta di classe e i rapporti di forza in base ai risultati elettorali. Sarebbe come condannare il Maggio ’68 sulla base del fatto che nel 1969 De Gaulle vinse le elezioni.
Intanto il Pp ha avuto il suo minimo storico in queste elezioni e avrà 3 seggi. Certo, ci sono anche aspetti negativi che riprenderò più avanti nel mio ragionamento.
Lenin diceva che una nazione è quella entità evolutasi storicamente con una lingua e un territorio comune, una storia e una cultura condivisa, unita infine da legami economici. La Catalogna risponde pienamente a questi requisiti.
C’è molta ignoranza in Italia nel dibattito a sinistra attorno alla questione catalana, al ruolo decisivo per esempio che svolse negli anni ’30 nella lotta contro il franchismo, quando venne dichiarata per due volte la Repubblica catalana, così come sulla repressione subìta per oltre quarant’anni dai popoli catalano, basco, galiziano, ai quali venne impedito di utilizzare la propria lingua, i propri costumi.
C’è stato un solo presidente eletto in Europa che è stato assassinato nel XX secolo, e fu Lluis Companys, che nel 1940 venne preso dai nazisti che avevano occupato la Francia a Perpignan, nella Catalogna francese, e consegnato a Franco che lo mandò al plotone di esecuzione.
Dobbiamo certamente denunciare i limiti della direzione borghese di questo movimento, del PdeCat, di Esquerra Republicana che è il partito storico della piccola borghesia catalana, ma che da molti viene visto come un partito di sinistra e infatti una delle ragioni del ridimensionamento dei marxisti indipendentisti della Cup nelle ultime elezioni è che Erc a queste elezioni si presentava autonomamente (mentre nel 2015 era in un raggruppamento con il PdeCat), anche se non è questo l’unico motivo e forse neanche il più importante.
Dobbiamo ricordare la storia della Transizione, della lotta contro il franchismo, e il tradimento che venne fatto dai partiti riformisti dell’epoca, il Partito socialista ma soprattutto il Partito comunista, i patti della Moncloa, il fatto che abbandonarono la lotta per la Repubblica e accettarono la monarchia lasciando sostanzialmente intatto l’apparato repressivo, militare e giudiziario del franchismo. Non ci fu mai un’epurazione e infatti vediamo come agiscono ancora oggi i “tribunali costituzionali”: in Catalogna dove c’è stato un vero e proprio golpe!
In questo momento gli indipendentisti hanno la maggioranza, ma ci sono 8 deputati eletti che sono in carcere o in esilio volontario, come Puigdemont, chi è in carcere ha capi di imputazione gravissimi di sedizione e rischia da 30 a 50 anni di prigione.
Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat è sottoposto a un regime simile al 41 bis in Italia, e questo perché durante la campagna elettorale ha consegnato [inviato dal carcere] un discorso scritto. In questo momento in Catalogna c’è un clima di terrore. Oltre agli arresti, i mille feriti (una persona ha perso un occhio), le misure speciali, hanno permesso l’uso di pallottole di gomma che in teoria sarebbero vietate. La repressione c’è stata anche contro i Mossos, come si ricordava, la polizia catalana che è stata sostanzialmente commissariata da quella di Madrid.
In questo momento c’è gente condannata a pagare multe di 10mila, 20mila euro, solo perché portava un fiocco giallo, simbolo della lotta contro l’Art. 155 (in base al quale la Catalogna è stata commissariata da Madrid), e tutto questo è riconducibile a una Costituzione, quella del 1978, alla crisi di quel regime e al fatto che la questione dell’autodeterminazione, una questione decisiva che permise di sconfiggere il franchismo, è stata sostanzialmente abbandonata; dai partiti della sinistra, negli anni ’70 così come da quelli di oggi.
Vediamo gli strafalcioni che formazioni comuniste, Rifondazione comunista inclusa, hanno preso seguendo la politica di Pablo Iglesias e di Garzon, segretari di Podemos e di Izquierda Unida, che su questa questione sono stati equidistanti, in un contesto in cui è in corso una repressione brutale da parte della destra reazionaria contro l’intera popolazione della Catalogna.
Sappiamo bene che la borghesia catalana ha tradito più volte la causa dell’indipendenza. Oggi Puigdemont è un eroe in Catalogna per tutto un settore della popolazione, ma quando il 27 ottobre ha dichiarato l’indipendenza per “sospenderla” 57 secondi dopo, lo ha fatto sotto la pressione delle masse, in quanto solo il giorno prima, stava trattando un accordo con Madrid. E l’accordo che basi aveva? Si proponeva di liberare i “due Jordi”, ossia i capi delle due associazioni promotrici del referendum del 1° ottobre, Anc e Omnium, ritirare la 155, e in cambio Puigdemont avrebbe rinunciato alla dichiarazione di indipendenza e a convocare le elezioni catalane. Hanno cercato un accordo fino alla fine.
Oggi Mas, leader storico del PdeCat, il partito della borghesia catalana, si sta dimettendo da quel partito. Lui era a capo di questa trattativa.
Perché hanno dovuto fare un passo indietro? Perché appena Puigdemont ha cercato di arrivare a un accordo ci sono state manifestazioni di piazza, una in particolare a Piazza Jaume a Barcellona con decine di migliaia di persone, in cui le masse lo accusavano di tradimento.
Vengo ora alla questione del ruolo svolto dal proletariato, Marco diceva “in forme nuove”. In forme nuove, è vero, ma anche in forme tradizionali, le due cose sono combinate. Abbiamo visto uno sciopero generale due giorni dopo il referendum, che paradossalmente è stato convocato dalla piazza dai dirigenti piccolo borghesi, dai “due Jordi” che poi sono stati arrestati, e che ha visto la partecipazione in piazza di 700mila lavoratori a Barcellona e altrettanti nel resto della Catalogna; la Catalogna ha in tutto 7 milioni di abitanti, per cui quando si dice che partecipano in due milioni alla diada (la giornata nazionale catalana, ndr), tutti gli anni, stiamo parlando di un movimento di massa, non solo della piccola borghesia come qualcuno tenta di dimostrare, ma anche del proletariato.
Pensiamo ai portuali che hanno boicottato le navi che ospitavano la Guardia civil. E questo sciopero di massa si è fatto nonostante il sabotaggio di Ugt e Cc.Oo., è stato convocato dai sindacati di base, da alcune categorie, dai delegati, che hanno organizzato una mobilitazione gigantesca.
Voglio anche dire due parole sulla Cup, un’organizzazione che si dichiara marxista ma che dal 2015 ad oggi ha collaborato con le politiche di austerità portate avanti dai partiti della borghesia catalana, e questo è stato uno dei gravi errori che questa organizzazione ha pagato alle ultime elezioni.
Ma allo stesso tempo bisogna anche dire che il segretario di Arran, l’organizzazione giovanile della Cup, ha fatto un discorso di fronte a 40mila studenti universitari a Barcellona, proclamandosi sostenitore della repubblica comunista della Catalogna. Questi compagni alla diada avevano uno spezzone che a differenza di quello di Podemos e di Iniciativa, che grosso modo corrisponde a Izquierda unida in Catalogna, era composto da 15mila giovani che cantavano l’Internazionale a pugno alzato. Come si fa a voltare le spalle a un’organizzazione di questo tipo?!
La direzione del movimento, certo, è in mano alla borghesia, ma la pressione delle masse è stata continua in tutta la mobilitazione. Nonostante che i lavoratori sono stati abbandonati dai loro sindacati tradizionali (devo dire che la Cgt che è il principale sindacato di base ha svolto un ruolo, ma un ruolo fondamentale lo ha svolto l’autorganizzazione delle masse).
Non è stato ancora ricordato, ma questi comitati per il referendum, che sono diventati Comitati per la difesa della Repubblica (Cdr), non saprei come altro definirli se non come organismi di contropotere.
Una compagna catalana che vive in Italia nel periodo delle feste è stata nella sua città, Tarragona, una città industriale di 100mila abitanti, non è certo Barcellona. Bene, tra Natale e Capodanno ci sono state tre riunioni del Cdr di Tarragona centro (ce ne sono 6 in tutta la città) con centinaia di persone che organizzavano la lotta contro lo Stato spagnolo, la raccolta di fondi andando ai caselli autostradali per sostenere le persone sanzionate dalle multe o per liberare i compagni della Cup arrestati.
Più volte le forze dell’ordine hanno tentato di assaltare la sede della Cup e ci sono state manifestazioni di massa per respingere l’attacco della Guardia civil. In questo momento la Catalogna è un paese sotto assedio, questa è la realtà, vige un clima di vero e proprio terrore. Gli indipendentisti hanno vinto le elezioni, ma nonostante questo Puigdemont, che è stato indicato come futuro presidente, è in esilio, e ha dichiarato che aspetta di essere formalmente eletto prima di rientrare in territorio spagnolo.
Sono sicuro che se rientrerà il Tribunale costituzionale tenterà di farlo arrestare, così come è in carcere Junqueras e metà del precedente governo catalano.
Uno dei problemi principali in Catalogna, che è stato sfruttato da Ciudadanos, un partito nuovo sostanzialmente reazionario, è il fatto che gran parte del proletariato della cintura industriale di Barcellona è di lingua spagnola. Se non sei in grado di coniugare la questione nazionale a quella di classe, cioè alla lotta per una repubblica socialmente avanzata, così come sostenuto dalla Cup, dunque alla lotta contro le politiche di austerità, non sei in grado di fare un appello al proletariato di lingua spagnola in Catalogna, così come nel resto della Spagna.
Nelle prime settimane di settembre, quando si preparava il referendum, si stavano organizzando mobilitazioni di solidarietà in tutta la Spagna, non solo nel Paese Basco. Per esempio il Sindicato obreros del campo (Soc) dell’Andalusia, guidato da Sanchez Gordillo e Cañamero stava organizzando iniziative in questo senso.
Rivendicando il diritto all’autodeterminazione, alle elezioni politiche, Podemos era stato il primo partito in Catalogna e nel Paese Basco. Ma quando il referendum è stato lanciato veramente, dopo tutti i tentativi di ottenere l’Estatut, cioè i diritti di autonomia negati non solo dal Tribunale costituzionale, non solo dalla destra di Rajoy, ma anche dal Psoe con tutte le promesse tradite da Zapatero, allora Podemos si è tirata indietro dal difendere quel diritto.
La questione della repubblica è diventata una questione urgente nella misura in cui a Madrid è stato rieletto un governo di destra, che ha fatto attacchi e provocazioni continue, spingendo la posizione della separazione, minoritaria in un primo momento a diventare maggioritaria.
Oggi tutte le inchieste indicano che l’indipendentismo si sta indebolendo nelle zone più ricche, perché la borghesia catalana ha abbandonato i suoi partiti, circa mille aziende hanno spostato o hanno deciso di spostare la loro sede legale fuori dalla Catalogna, e sta crescendo nel proletariato, anche di lingua spagnola.
Qui vediamo come la questione nazionale si coniuga alla questione di classe, questa non è né la Scozia, né il Quebec, e il referendum pactado, ossia concordato, come proponevano le sinistre spagnole, non verrà concesso mai!
La questione nazionale della repubblica in Catalogna può essere risolta solo con mezzi rivoluzionari, altrimenti non ci sarà soluzione. Questo è l’errore tragico della sinistra spagnola, che ha indebolito un movimento che non solo produceva una rottura degli equilibri in Spagna ma, come è stato giustamente ricordato, poteva aprire una crisi nell’intera Unione europea, una crisi decisiva all’interno della quale si poteva inserire una battaglia più generale contro le politiche di austerità che ci arrivano dall’Europa.
Garzon ha dichiarato: “Io sospetto delle battaglie condotte dalle nazioni ricche”. Come se Garzon non conoscesse l’importanza che nella storia ha assunto la questione catalana e basca, il ruolo che ebbe nella lotta contro il fascismo, e il ruolo ancor più decisivo del proletariato catalano nella storia del movimento operaio spagnolo.
La sinistra spagnola ha considerato il referendum come una semplice mobilitazione e anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, è caduta in questo errore. Di conseguenza Rifondazione, dopo due o tre cose giuste scritte da Ramon Mantovani, che conosce la questione catalana in quanto è cresciuto a Manresa, le ha rinnegate non appena Iglesias e Garzon hanno preso questa linea miope e perdente. Una svolta che è stata devastante, e che giustamente è stata punita alle elezioni dal popolo catalano.
Podemos ha sostanzialmente espulso il suo rappresentante in Catalogna, Albano Dante Fachin. In Izquierda unida ci sono attacchi e rappresaglie politiche contro quei marxisti come Alberto Arregui e altri che sostengono una posizione a difesa della repubblica catalana.
Qui si vedono i limiti del riformismo e la necessità di dare una lettura di classe e marxista alla questione nazionale, una questione che oggi è più urgente e esplosiva che mai.
Fonte
Lettera di un postino a Potere al Popolo
Vogliamo condividere con voi la lettera che ci ha inviato un postino. Enzo è un compagno, uno di quelli che non si rassegna a vedere le cose scivolare nella barbarie. Così quando ci ha visto apparire ha pensato di affidarci un grido di denuncia. Ci piacerebbe che altri lavoratori facessero lo stesso, non fosse altro perché c’è bisogno di capire e riconoscersi.
A molti di noi sarà capitato di prendersela con il dipendente delle Poste, perché è snervante non ricevere un pacco atteso, o fare ore di fila. Ma ci siamo mai chiesti in che condizioni si lavora dentro Poste Italiane? Nessuna forza politica ne parla, eppure nel silenzio più totale, pezzo dopo pezzo, è stato smantellato uno dei servizi pubblici più importanti, quello postale.
La funzione principale di Poste Italiane, ossia il recapito, è in dismissione dal 1998 (governo di centro-sinistra, ricordiamolo), ossia da quando l’ente poste è stato trasformato in una spa (il presidente era allora tale Corrado Passera, una “garanzia”). Chiusura di uffici e centri di raccolta e smistamento, diminuzione dell’organico, assunzione di personale precario, esternalizzazione della consegna dei pacchi (affidata ad Sda, cioè alle cooperative della logistica, uno dei mondi più feroci nei confronti dei lavoratori), logica mercantilista, aumento degli incidenti sul lavoro, peggioramento visibile del servizio ordinario.
Queste sono le conseguenze della privatizzazione, che ha portato con sé una mutazione genetica di Poste Italiane: da ente gestore del servizio postale ad erogatore di servizi finanziari.
Potere al popolo vuol dire ripubblicizzare Poste Italiane, vuol dire assunzioni stabili e sicurezza sul lavoro, vuol dire controllo da parte dei lavoratori e degli utenti perché il servizio sia efficiente e di qualità.
A molti di noi sarà capitato di prendersela con il dipendente delle Poste, perché è snervante non ricevere un pacco atteso, o fare ore di fila. Ma ci siamo mai chiesti in che condizioni si lavora dentro Poste Italiane? Nessuna forza politica ne parla, eppure nel silenzio più totale, pezzo dopo pezzo, è stato smantellato uno dei servizi pubblici più importanti, quello postale.
La funzione principale di Poste Italiane, ossia il recapito, è in dismissione dal 1998 (governo di centro-sinistra, ricordiamolo), ossia da quando l’ente poste è stato trasformato in una spa (il presidente era allora tale Corrado Passera, una “garanzia”). Chiusura di uffici e centri di raccolta e smistamento, diminuzione dell’organico, assunzione di personale precario, esternalizzazione della consegna dei pacchi (affidata ad Sda, cioè alle cooperative della logistica, uno dei mondi più feroci nei confronti dei lavoratori), logica mercantilista, aumento degli incidenti sul lavoro, peggioramento visibile del servizio ordinario.
Queste sono le conseguenze della privatizzazione, che ha portato con sé una mutazione genetica di Poste Italiane: da ente gestore del servizio postale ad erogatore di servizi finanziari.
Potere al popolo vuol dire ripubblicizzare Poste Italiane, vuol dire assunzioni stabili e sicurezza sul lavoro, vuol dire controllo da parte dei lavoratori e degli utenti perché il servizio sia efficiente e di qualità.
“E che ci vuole a consegnare due lettere” si pensa nell’immaginario collettivo riferendosi al mestiere del portalettere. Una qualsiasi persona comune, vedendo la classica divisa gialla e blu, oggi la associa solo ad incompetenza e danni, decantando tempi migliori in cui il postino arrivava nel quartiere con la borsa di pelle, scambiava qualche parola con gli abitanti, consegnava tutto ciò che c’era da consegnare ed andava via sorridendo e lasciando sorrisi.Fonte
Era un’istituzione riconosciuta ed apprezzata mentre nel quotidiano (quando è incrociato) è soggetto a recriminazioni verbali (quando va bene), accuse, minacce e talvolta anche percosse. È a lui/lei che gli utenti danno la colpa di ritardi e mancate consegne, trasmettendo al lavoratore un’ansia che si somma a quella trasmessa dai dirigenti all’interno dell’ufficio prima di uscire.
E considerato che per il 90% si lavora su un motorino a discapito di pioggia, grandine, sole cocente o vento, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ancor più se la mente non è lucida.
Ma è davvero colpa del portalettere?
Andiamo indietro nel tempo: nel 1998 Poste Italiane diventa una Spa aprendo dunque al mercato privato ed è da lì che nascono tutti i problemi.
Come qualsiasi azienda privata si predilige il profitto e non la qualità, anche se quest’ultima si ostenta nelle pubblicità televisive e cartellonistiche. Profitto che nel mercato privato vuol dire tentare di accaparrarsi fette di mercato a discapito di altre aziende private emergenti quali Nexans, Bartolini e altri. Mercato privato vuol dire anche... precariato, agevolato dalle ultime politiche governative, vedi jobs act.
E precariato vuol dire una sola cosa: qualità del recapito ancora più bassa, dato il continuo ricambio dei portalettere.
Le fette di mercato accaparrate da Poste Italiane richiedono un controllo sulla consegna dei pezzi e li considerano dunque “prioritari” versando ovviamente una quota di denaro maggiore nelle casse dell’azienda. Per esempio Amazon vuole che la consegna dei pacchi, nel caso in cui il ricevente non sia in casa all’atto della consegna, avvenga di nuovo il giorno successivo e ai pacchi precedenti vanno sommati i nuovi. Vi lascio immaginare con un motorino carico di pacchi e sotto la pioggia, le pressioni e quant’altro, il disagio che proviamo quotidianamente.
Ma non è finita qui. Oltre a questi grandi utenti (Amazon) esistono anche altre aziende che pagano (e parecchio) per rendere le proprie lettere prioritarie: le classiche “evolution” o 4pro, 1pro, esteri ecc. (Enel, pacchi e pacchettini e talvolta anche semplice stampa) incubo di tutti noi portalettere.
Quindi ai pacchi ed alle raccomandate vanno sommati questi prodotti che debbono uscire il giorno stesso o al max il giorno dopo.
Ma non è finita qui, P.I. è l’azienda precaria per eccellenza: max 5 rinnovi di contratto per un massimo di 30 mesi (ma non ci arriva nessuno) e poi a casa. Questo in parole spicciole vuol dire: personale qualificato ed ormai esperto della zona e del lavoro che va a casa senza alcuna possibilità di essere assunto a tempo indeterminato sostituito da altro che invece non è qualificato e va formato nel più breve tempo possibile. E la ruota gira e rigira sempre alla stessa maniera.
Ponete un nuovo lavoratore sommerso dai carichi perché non conosce la zona, dalle pressioni dell’azienda per i prodotti prioritari di cui parlavo prima e da quelle degli utenti sulla zona che non si vedono recapitare la posta quotidianamente (perché con i prioritari e i carichi enormi e le c.d. zone alterne, altra genialata dell’azienda, chiaramente la semplice bolletta del telefono o carta della banca non prioritaria va nel dimenticatoio...).
La situazione è davvero davvero insostenibile. La maggior parte di noi (io in primis) è laureato e fa questo lavoro perché comunque ti garantisce uno stipendio certo a fine mese, ma si può campare nel precariato continuo? Sotto il ricatto che se non fai straordinario non ti rinnovano il contratto?
Con quali prospettive poi? NESSUNA. Al massimo godere di qualche mese di sussidio di disoccupazione e poi tornare nell’inferno dell’inattività perché P.I. ti illude di essere un lavoratore, ti fa assaporare l’illusione di una vita tranquilla e poi ti fa sprofondare nel malessere economico e psicologico.
I sindacati? Lasciamo perdere. Per qualche giochetto di numero e logica interna premono affinché ti venga fatto qualche rinnovo e poi ripiombi nel buio. Incompetenti allo stato puro non conoscono il nostro lavoro e stanno con tutti e due i piedi nella scarpa dell’azienda.
Si parlava di graduatoria di precari con assunzione di 6000 unità su base regionale che andranno a sostituire esuberi e colleghi prossimi alla pensione, ma siamo solo alle chiacchiere.
E’ vita questa?
Cara Compagna mi rivolgo a te da attivista, militante (ex, ma non è mai troppo tardi) e compagno. Prendi di petto la nostra causa, sbandierala in tv, dai in faccia a questi porci che illudono e precarizzano per intascarsi i profitti guadagnati grazie al nostro sudore.
Molti colleghi non ce la fanno, hanno mutuo, famiglia, e sono disperati perché non vedono prospettive dopo l’ormai prossimo licenziamento. Dì qualcosa per noi.
Un abbraccio
Kant, il capitale e il lager
In occasione della giornata della memoria abbiamo assistito all’abituale esegesi celebrative dell’Olocausto a cui – da sempre – si accompagna la perniciosa narrazione che tende ad assolutizzare ed astrarre questa tragedia dal contesto storico in cui si è consumata.
Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine “Wieviel Stuck ?”domandò il maresciallo. E il caporale salutò di scatto e rispose che i pezzi erano 650, e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi. E la cosa fu così nuova ed insensata che non provammo dolore, né nel corpo, né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera? (Primo Levi)
Come si può percuotere un uomo senza collera? E’ molto semplice. Quegli uomini non stavano percuotendo un uomo. Potremmo dire che stavano percuotendo degli oggetti. E perciò potremmo insistere sulla reificazione delle persone, su di una sorta di materialismo che non riconosce le persone, sulla manipolabilità degli altri soggetti. Una strada già battuta. Io vorrei seguire invece un’altra strada, anch’essa già battuta, ma non sino in fondo, dalla Hannah Arendt che seguiva il processo Eichmann.
Quegli uomini non stavano percuotendo delle persone. Stavano eseguendo un ordine. La loro non era un’azione, ma una meta-azione. Essi non seguono una regola, ma una meta-regola. E qui bisogna risalire ad un principio fondamentale, che è stato portato a compimento da Kant, ma che è in nuce in tutta la grande filosofia occidentale: lo chiameremo il formalismo nell’etica.
Perché Socrate non accetta di scappare? Perché deve rispettare la legge ateniese. Perché rispettare la regola del seguire la regola è più importante di discutere quale questa regola sia. Kant con il dovere per il dovere porta a compimento questa tendenza. Il “Tu devi” è il principio (per molti versi condivisibile) per cui bisogna applicare la regola vigente (e presumibilmente condivisa), altrimenti non ci sarebbe la ragionevole speranza di applicare la regola che si ritiene giusta, una volta che questa sia elevata a regola vigente. “Pacta sunt servanda” è un’altra versione della stesso principio meta-etico e meta-giuridico.
Però questa priorità della meta-regola rispetto alle regole di contenuto ha un risvolto diabolico che ci porta a dubitare massimamente di essa. Tale risvolto è esemplificato dal brano di Primo Levi. Perciò la meta-regola può essere applicata solo quando si sono individuate le regole che attengono al contenuto. Non ci può essere un momento intermedio dove si dice “Abbiamo una morale sostanziale provvisoria che non è del tutto plausibile, ma che nel frattempo dobbiamo rispettare altrimenti finiremo nell’arbitrio, giacché è necessario rispettare la meta-regola”. Questo momento è già l’arbitrio, nonostante il rispetto della meta-regola. C’è poi una concretizzazione storica frequente di questo principio che avvalora il sospetto sulla sua natura fittizia e perciò ideologica. Con la morale provvisoria permanentemente adottata, le classi dominanti hanno sempre legittimato il loro imperio sulle classi dominate. La ribellione contro l’ordine costituito è stata sempre censurata, proprio perché si realizza con la violazione delle meta-regole e perciò prepara un orizzonte di assoluta anarchia.
Anche l’etica del lavoro (basata su di una variante del pacta sunt servanda) statuisce il principio che, quale che sia il lavoro, esso deve essere fatto. Fa niente che si tratta di costruire armi, fa niente che si vendano prodotti in barba alla volontà dell’acquirente, fa niente che si sfruttino i lavoratori, fa niente che si versino liquami tossici in luoghi di pubblico interesse. It’s my job. Non c’è differenza sostanziale tra il dominio capitalistico sul lavoro, il formalismo etico e il lager. Il primo è una applicazione del secondo ed il terzo una semplice iperbole delle prime due. Ma la struttura fondamentale è isomorfa.
La reificazione dell’altro non è tanto conseguenza del razionalismo o del materialismo, ma del fatto che un ordine di un terzo (che ci domina) ci consente di non guardare al nostro prossimo. L’ordine è come un’intercapedine tra l’uomo e l’altro uomo. Così come il capitale, dominandoci, ci rende concorrenti degli altri lavoratori e pur mettendoci insieme, ci rende più fortemente delle isole.
La logica burocratica è una variante di questo atteggiamento. La procedura è lo strumento con cui dichiariamo la nostra sottomissione all’istituzione nella quale siamo incastonati come una vite in un meccanismo. Il nostro interlocutore non è il cittadino o l’utente, ma sempre il nostro superiore gerarchico. L’ingresso di criteri aziendali nella pubblica amministrazione è solo un cambio di strumento, ma non una trasformazione dei fini dell’istituzione, la quale non si deve rivolgere ai cittadini, ma deve vendere un prodotto, deve rispettare un budget, un budget del quale il nostro interlocutore umano è un’appendice a volte fastidiosa, ma di cui non ci curiamo. E’ la sponda di una carambola, dove la buca è il raggiungimento del target. E’ per questo che si può percuotere un uomo senza collera. I mafiosi dicono “Non ce l’abbiamo con te. Si tratta di affari”. Non scherzano.
Fonte
Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine “Wieviel Stuck ?”domandò il maresciallo. E il caporale salutò di scatto e rispose che i pezzi erano 650, e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi. E la cosa fu così nuova ed insensata che non provammo dolore, né nel corpo, né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera? (Primo Levi)
Come si può percuotere un uomo senza collera? E’ molto semplice. Quegli uomini non stavano percuotendo un uomo. Potremmo dire che stavano percuotendo degli oggetti. E perciò potremmo insistere sulla reificazione delle persone, su di una sorta di materialismo che non riconosce le persone, sulla manipolabilità degli altri soggetti. Una strada già battuta. Io vorrei seguire invece un’altra strada, anch’essa già battuta, ma non sino in fondo, dalla Hannah Arendt che seguiva il processo Eichmann.
Quegli uomini non stavano percuotendo delle persone. Stavano eseguendo un ordine. La loro non era un’azione, ma una meta-azione. Essi non seguono una regola, ma una meta-regola. E qui bisogna risalire ad un principio fondamentale, che è stato portato a compimento da Kant, ma che è in nuce in tutta la grande filosofia occidentale: lo chiameremo il formalismo nell’etica.
Perché Socrate non accetta di scappare? Perché deve rispettare la legge ateniese. Perché rispettare la regola del seguire la regola è più importante di discutere quale questa regola sia. Kant con il dovere per il dovere porta a compimento questa tendenza. Il “Tu devi” è il principio (per molti versi condivisibile) per cui bisogna applicare la regola vigente (e presumibilmente condivisa), altrimenti non ci sarebbe la ragionevole speranza di applicare la regola che si ritiene giusta, una volta che questa sia elevata a regola vigente. “Pacta sunt servanda” è un’altra versione della stesso principio meta-etico e meta-giuridico.
Però questa priorità della meta-regola rispetto alle regole di contenuto ha un risvolto diabolico che ci porta a dubitare massimamente di essa. Tale risvolto è esemplificato dal brano di Primo Levi. Perciò la meta-regola può essere applicata solo quando si sono individuate le regole che attengono al contenuto. Non ci può essere un momento intermedio dove si dice “Abbiamo una morale sostanziale provvisoria che non è del tutto plausibile, ma che nel frattempo dobbiamo rispettare altrimenti finiremo nell’arbitrio, giacché è necessario rispettare la meta-regola”. Questo momento è già l’arbitrio, nonostante il rispetto della meta-regola. C’è poi una concretizzazione storica frequente di questo principio che avvalora il sospetto sulla sua natura fittizia e perciò ideologica. Con la morale provvisoria permanentemente adottata, le classi dominanti hanno sempre legittimato il loro imperio sulle classi dominate. La ribellione contro l’ordine costituito è stata sempre censurata, proprio perché si realizza con la violazione delle meta-regole e perciò prepara un orizzonte di assoluta anarchia.
Anche l’etica del lavoro (basata su di una variante del pacta sunt servanda) statuisce il principio che, quale che sia il lavoro, esso deve essere fatto. Fa niente che si tratta di costruire armi, fa niente che si vendano prodotti in barba alla volontà dell’acquirente, fa niente che si sfruttino i lavoratori, fa niente che si versino liquami tossici in luoghi di pubblico interesse. It’s my job. Non c’è differenza sostanziale tra il dominio capitalistico sul lavoro, il formalismo etico e il lager. Il primo è una applicazione del secondo ed il terzo una semplice iperbole delle prime due. Ma la struttura fondamentale è isomorfa.
La reificazione dell’altro non è tanto conseguenza del razionalismo o del materialismo, ma del fatto che un ordine di un terzo (che ci domina) ci consente di non guardare al nostro prossimo. L’ordine è come un’intercapedine tra l’uomo e l’altro uomo. Così come il capitale, dominandoci, ci rende concorrenti degli altri lavoratori e pur mettendoci insieme, ci rende più fortemente delle isole.
La logica burocratica è una variante di questo atteggiamento. La procedura è lo strumento con cui dichiariamo la nostra sottomissione all’istituzione nella quale siamo incastonati come una vite in un meccanismo. Il nostro interlocutore non è il cittadino o l’utente, ma sempre il nostro superiore gerarchico. L’ingresso di criteri aziendali nella pubblica amministrazione è solo un cambio di strumento, ma non una trasformazione dei fini dell’istituzione, la quale non si deve rivolgere ai cittadini, ma deve vendere un prodotto, deve rispettare un budget, un budget del quale il nostro interlocutore umano è un’appendice a volte fastidiosa, ma di cui non ci curiamo. E’ la sponda di una carambola, dove la buca è il raggiungimento del target. E’ per questo che si può percuotere un uomo senza collera. I mafiosi dicono “Non ce l’abbiamo con te. Si tratta di affari”. Non scherzano.
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29/01/2018
Yemen - Esplode lo scontro tra scessionisti e governo
A dipingere gli scenari peggiori, spesso ci si prende: i movimenti
secessioni del sud dello Yemen si sono ribellati al loro burattino per
passare nelle mani di un altro. Da anni, da quando l’Arabia Saudita nel
marzo 2015 lanciò la sua brutale guerra contro lo Yemen anche con il
sostegno delle tribù e i clan meridionali, a sud del paese si sono
riaccese spinte secessioniste mai sopite dall’unità del 1990.
Da ieri la tensione è esplosa, con lo zampino degli Emirati Arabi Uniti: scontri sono scoppiati nella città di Aden, strategico porto nel sud dello Yemen e dal 2014 capitale provvisoria del governo del presidente Hadi cacciato da Sana’a dal movimento ribelle Ansar, Allah, dagli Houthi.
Sono almeno 15 i morti e oltre 120 i feriti nelle violenze esplose nelle strade tra i secessionisti e le truppe legate ad Hadi e ai sauditi dopo che i governativi hanno cercato di impedire ieri un manifestazione separatista in città. Università, scuole, uffici pubblici, negozi chiusi, voli sospesi all’aeroporto internazionale. E il presidente in autoesilio – qualcuno dice prigioniero – a Riyadh invoca il cessate il fuoco, chiamando le sue truppe a tornare nelle caserme. Allo stesso tempo il suo primo ministro, Ahmed bin Dagher, accusa i secessionisti di colpo di Stato, facendo appello a Riyadh. Intervenga, dice Dagher. Non certo una cosa da poco visto il palese coinvolgimento degli alleati sauditi, gli Emirati Arabi che mai hanno nascosto la loro contrarietà ad Hadi.
Uno degli strumenti di Abu Dhabi è stato l’ex governatore di Aden, Aidarous al Zubeidi: dopo il licenziamento imposto da Hadi lo scorso aprile, ha creato un suo Consiglio di transizione meridionale con il quale “guidare le province meridionali”, formato dai governatori delle cinque province sud e due ministri. È stato il Consiglio ad organizzare la manifestazione prevista per ieri, miccia che ha fatto esplodere tensioni latenti da anni. Ed è il Consiglio a ricevere da mesi il sostegno degli Emirati, sotto forma di armi, addestramento e supporto militare – ad Aden sono di stanza le truppe emiratine – ma anche di costruzione di un’amministrazione parallela (milizie, forze di polizia, carceri). Ed è sempre stato il Consiglio a dare una settimana fa un ultimatum al presidente Hadi: vattene entro il 28 gennaio.
Promessa rispettata: ieri i separatisti hanno tentato di occupare le sedi governative nella capitale provvisoria, riuscendo a prendere il quartier generale dell’esecutivo e alcuni campi militari, attaccando il palazzo presidenziale e facendo gridare a Dagher al golpe: “Un colpo di Stato è in corso ad Aden contro la legittimità e l’unità del paese”. “Sulla base delle istruzioni del presidente Hadi, il comandante supremo delle forze armate, e dopo consultazioni con la coalizione araba, devo ordinare a tutte le unità militari di cessare il fuoco immediatamente”, si legge in un successivo comunicato del premier.
La tensione è altissima: il porto di Aden è militarizzato e colpi di arma da fuoco risuonano nella città da due giorni, con battaglie in corso nei quartieri di Khormaksar, al-Mansoura, Dar Sad. Il Consiglio non intende arrendersi e chiama alla “sollevazione” fino alla caduta del governo di Hadi: “Abbiamo annunciato un nuovo programma di rivolta che inizierà domani [oggi, per chi legge] – dice il segretario di al Zubeidi, Zaid al Jamal – La gente è già pronta a riempire piazza al-Orouth e non se ne andrà fino a quando il governo non sarà rovesciato”.
Dalla sua al Zubeidi non ha solo il denaro emiratino. Ha anche le vittorie registrate sul terreno: ha preso parte alla cacciata degli Houthi da Aden e da buona parte delle regioni meridionali, punti segnati con alleati di ogni tipo. Per le strade di Aden, durante la battaglia di due anni fa, tra marzo e luglio 2015, non c’erano solo le forze governative: c’erano i separatisti, gli uomini dei clan meridionali e c’erano le bandiere nere di Al Qaeda nella Penisola Arabica. La più potente filiale della rete internazionale, approfittando dei vuoti di potere in uno Yemen devastato, si è allargata a dismisura nelle province sud-orientali del paese, arrivando a imporre la propria presenza nella più importante città del sud, con l’avallo delle forze lì egemoni.
I secessionisti non hanno disdegnato il sostegno jihadista, né ad Aden né a est, dove hanno preso parte alla gestione amministrativa delle province occupate dai qaedisti. Il tutto in nome della sconfitta degli Houthi e dell’agognata separazione. Hanno aperto agli Emirati, un’alleanza che potrebbe condurre ad una frattura interna alla apparentemente monolitica coalizione sunnita a guida saudita.
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Da ieri la tensione è esplosa, con lo zampino degli Emirati Arabi Uniti: scontri sono scoppiati nella città di Aden, strategico porto nel sud dello Yemen e dal 2014 capitale provvisoria del governo del presidente Hadi cacciato da Sana’a dal movimento ribelle Ansar, Allah, dagli Houthi.
Sono almeno 15 i morti e oltre 120 i feriti nelle violenze esplose nelle strade tra i secessionisti e le truppe legate ad Hadi e ai sauditi dopo che i governativi hanno cercato di impedire ieri un manifestazione separatista in città. Università, scuole, uffici pubblici, negozi chiusi, voli sospesi all’aeroporto internazionale. E il presidente in autoesilio – qualcuno dice prigioniero – a Riyadh invoca il cessate il fuoco, chiamando le sue truppe a tornare nelle caserme. Allo stesso tempo il suo primo ministro, Ahmed bin Dagher, accusa i secessionisti di colpo di Stato, facendo appello a Riyadh. Intervenga, dice Dagher. Non certo una cosa da poco visto il palese coinvolgimento degli alleati sauditi, gli Emirati Arabi che mai hanno nascosto la loro contrarietà ad Hadi.
Uno degli strumenti di Abu Dhabi è stato l’ex governatore di Aden, Aidarous al Zubeidi: dopo il licenziamento imposto da Hadi lo scorso aprile, ha creato un suo Consiglio di transizione meridionale con il quale “guidare le province meridionali”, formato dai governatori delle cinque province sud e due ministri. È stato il Consiglio ad organizzare la manifestazione prevista per ieri, miccia che ha fatto esplodere tensioni latenti da anni. Ed è il Consiglio a ricevere da mesi il sostegno degli Emirati, sotto forma di armi, addestramento e supporto militare – ad Aden sono di stanza le truppe emiratine – ma anche di costruzione di un’amministrazione parallela (milizie, forze di polizia, carceri). Ed è sempre stato il Consiglio a dare una settimana fa un ultimatum al presidente Hadi: vattene entro il 28 gennaio.
Promessa rispettata: ieri i separatisti hanno tentato di occupare le sedi governative nella capitale provvisoria, riuscendo a prendere il quartier generale dell’esecutivo e alcuni campi militari, attaccando il palazzo presidenziale e facendo gridare a Dagher al golpe: “Un colpo di Stato è in corso ad Aden contro la legittimità e l’unità del paese”. “Sulla base delle istruzioni del presidente Hadi, il comandante supremo delle forze armate, e dopo consultazioni con la coalizione araba, devo ordinare a tutte le unità militari di cessare il fuoco immediatamente”, si legge in un successivo comunicato del premier.
La tensione è altissima: il porto di Aden è militarizzato e colpi di arma da fuoco risuonano nella città da due giorni, con battaglie in corso nei quartieri di Khormaksar, al-Mansoura, Dar Sad. Il Consiglio non intende arrendersi e chiama alla “sollevazione” fino alla caduta del governo di Hadi: “Abbiamo annunciato un nuovo programma di rivolta che inizierà domani [oggi, per chi legge] – dice il segretario di al Zubeidi, Zaid al Jamal – La gente è già pronta a riempire piazza al-Orouth e non se ne andrà fino a quando il governo non sarà rovesciato”.
Dalla sua al Zubeidi non ha solo il denaro emiratino. Ha anche le vittorie registrate sul terreno: ha preso parte alla cacciata degli Houthi da Aden e da buona parte delle regioni meridionali, punti segnati con alleati di ogni tipo. Per le strade di Aden, durante la battaglia di due anni fa, tra marzo e luglio 2015, non c’erano solo le forze governative: c’erano i separatisti, gli uomini dei clan meridionali e c’erano le bandiere nere di Al Qaeda nella Penisola Arabica. La più potente filiale della rete internazionale, approfittando dei vuoti di potere in uno Yemen devastato, si è allargata a dismisura nelle province sud-orientali del paese, arrivando a imporre la propria presenza nella più importante città del sud, con l’avallo delle forze lì egemoni.
I secessionisti non hanno disdegnato il sostegno jihadista, né ad Aden né a est, dove hanno preso parte alla gestione amministrativa delle province occupate dai qaedisti. Il tutto in nome della sconfitta degli Houthi e dell’agognata separazione. Hanno aperto agli Emirati, un’alleanza che potrebbe condurre ad una frattura interna alla apparentemente monolitica coalizione sunnita a guida saudita.
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Parigi. Melenchon incontra Potere al Popolo
Si è svolto oggi nella sede dell’Assemblea Nazionale a Parigi, un interessante confronto tra una delegazione di France Insoumise, con la presenza del suo leader Jean Luc Melenchon, e una delegazione di Potere al Popolo con Viola Carofalo, portavoce nazionale.
Un incontro importante sulle sfide politiche con su cui si stanno misurando i movimento popolari e di lotta in vari paesi europei, in particolare sul piano della ricomposizione di tutti i soggetti politici e sociali in grado di mettere in campo piattaforme di opposizione e alternativa al dominio dell’austerity, ai diktat dell’Unione Europea e dei suoi trattati antipopolari. Sullo scenario europeo, la strategia di France Insoumise appare come uno degli approcci più interessanti e avanzati, almeno rispetto ad altri fino ad oggi messi in campo.
Nel pomeriggio la delegazione di Potere al Popolo ha partecipato ad una assemblea pubblica degli italiani in Francia alla Salle de la Résistance a Montreuil, un dovuto riconoscimento a chi ha cercato di presentare la lista anche nella circoscrizione Europa ma ha dovuto fare i conti con un sistema consolare che non ha affatto agevolato chi ha dovuto raccogliere le firme all’estero per poter presentare la lista.
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