Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/08/2018

Marchionne, la vera storia

di Carlo Formenti

Non è il solo: la morte di un altro boss dell’industria contemporanea – il guru della Apple Steve Jobs – è stata celebrata con lodi funebri degne d’un faraone egizio. Jobs non era uno stinco di santo. Al contrario: è stato un manager cinico e spietato, pronto a calpestare tutto e tutti pur di realizzare i propri obiettivi ma, almeno, ha inventato prodotti innovativi che hanno segnato un’epoca. L’uomo di cui stiamo parlando, al contrario, non ha inventato nulla: si è limitato a rispolverare pratiche di repressione antisindacale che nel nostro Paese non si vedevano dagli anni Cinquanta, aggiornandole con i metodi importati dagli Stati Uniti, mentre l’altro suo “merito” è stato pompare denaro pubblico italiano, per poi scippare al Paese il controllo sulla più grande impresa che il nostro sistema economico abbia mai generato.

Stiamo parlando, ovviamente, della morte del “compianto” – da pagine e pagine di “coccodrilli” che hanno iniziato a uscire prima ancora dell’annuncio ufficiale della dipartita, oltre che dal coro unanime di politici di ogni colore – Sergio Marchionne, l’uomo che ha “salvato” la Fiat, o meglio, che ha salvato i soldi degli azionisti, visto che la Fiat in quanto tale non esiste più. Ma i suoi dipendenti, e più in generale i cittadini italiani, hanno valide ragioni per rimpiangerlo? Ad alimentare qualche sano dubbio in merito, e ad aprire una crepa nella piramide di celebrazioni che gli sono state tributate, è una lunga, documentata e spietata indagine giornalistica che l’editore Mimesis ha appena dato alle stampe: “L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat” di Maria Elena Scandaliato.

Negli anni Cinquanta Vittorio Valletta, allora a capo della Fiat, si distinse per la durezza con cui tentò di estirpare dalla fabbrica comunisti e sindacalisti della Fiom, licenziandoli appena possibile o isolandoli in reparti confino. Nel 1958, in occasione delle elezioni della commissione interna, ricorda la Scandaliato, fece affiggere ai muri di Torino un manifesto nel quale si leggeva “presentarsi candidato o scrutatore per le liste Fiom significa mettersi in lista per il licenziamento”, mentre in un’altra circostanza ebbe a proferire la seguente, lapidaria sentenza con cui chiariva qual era, a suo parere, il rapporto fra il Paese e i padroni di cui si autoeleggeva portavoce: “se va bene alla Fiat va bene all’Italia”.

Per emularne le gesta, Marchionne ha fatto meno fatica, visto che operava in un Paese in cui il peso numerico e politico della classe operaia era assai minore che in quegli anni lontani, nel quale il Pci era morto e sepolto da tempo e nemmeno la Fiom si sentiva più tanto bene. Ecco perché non gli è stato troppo difficile estromettere a più riprese la Fiom dal tavolo delle trattative e riammetterla dopo averla ridotta a più miti consigli. Così come non gli è stato troppo difficile imporre una sterzata di centottanta gradi al nostro sistema di relazioni industriali, in base al principio, scrive la Scandaliato anagrammando Valletta, “se va bene alla Fiat se lo farà andar bene anche l’Italia”.
Parliamo degli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, parliamo della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e della “normalizzazione” di quello di Pomigliano. Eppure, non più d’un paio di anni prima, Marchionne si era guadagnato il plauso delle sinistre con dichiarazioni “illuminate”: aveva ammesso che il costo del lavoro in Fiat non incideva più del 6/7% per cui non aveva senso andare a cercare altrove forza lavoro a basso costo rinunciando al prezioso capitale umano concentrato nell’azienda, e aveva detto anche che ciò che differenziava l’Europa dagli Stati Uniti era il concetto di responsabilità sociale d’impresa. Al punto che Fausto Bertinotti, intervistato da Paolo Mieli, si lasciò scappare che bisognava puntare sui “borghesi buoni” come il nostro, che rifiutano l’equazione fra impresa efficiente e licenziamenti; per tacere delle lodi tributategli dal sindaco Chiamparino, amico personale e compagno di partite a carte dell’illustre manager.

Purtroppo con la crisi del 2008 la musica cambia, anche perché la marea di quattrini che lo Stato gli ha regalato sotto forma di incentivi alla rottamazione non bastano più a drogare un mercato dell’auto depresso dalla scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne. Cambia la musica e cambia la canzone, con la voce del padrone che si fa stridula e aggressiva: Marchionne comincia a dire fuori dai denti (addio florilegi sul capitale umano) che se in Italia non ci sono le condizioni per investire la Fiat andrà altrove, perché “il mercato non aspetta che si creino le condizioni”. Quali condizioni? Quelle che Obama gli ha offerto per salvare la Chrysler: congelamento dei salari, nessuno sciopero fino al 2015, nuovi assunti pagati la metà dei vecchi, sindacati obbligati ad acquistare azioni Chrysler per i propri fondi pensione (se Chrysler va male niente pensione!), il tutto condito dai miliardi di dollari che lo Stato americano elargisce in cambio di niente (mentre quei pezzenti di amministratori italiani, per allargare la borsa, pretendono garanzie sui livelli di occupazione).

Insomma Marchionne vuole importare in Italia il modello americano e, anche non ottiene tutto, un bel po’ di cosette le spunta, a partire dall’appoggio del ministro Sacconi, che pone le basi per la liquidazione dell’articolo 18 – che toccherà a Renzi completare – e costringe i sindacati ad accettare di fatto lo svuotamento dei contratti nazionali. Dopodiché Marchionne ci mette del suo, vedi l’uscita della Fiat da Confindustria (forse la massima espressione della sua “creatività” imprenditoriale). Quel che è certo è che, dopo il passaggio di Attila/Marchionne, il nostro sistema delle relazioni industriali non sarà più quello di prima; la finanziarizzazione verrà universalmente accettata come una normale (se non l’unica) modalità di creare profitto (i risultati finanziari della Fiat sono ottimi, quelli del settore auto meno, e comunque meglio negli Usa che in Italia, e del resto contano sempre meno); in Fiat – ora Fca –, da quando non si applica il contratto nazionale ogni lavoratore ha perso in media 40.000 euro; il lavoro, in barba alla Costituzione, non è più considerato un diritto ma, come chiarito dalla ministra Fornero, “bisogna guadagnarselo, anche attraverso il sacrificio”; il sindacato, da organo conflittuale, si è progressivamente trasformato in “sindacato dei servizi”; a Pomigliano i ritmi di lavoro si sono intensificati del 15%, mentre nello stabilimento di Melfi si è realizzata una enclave “polacca” in termini di retribuzione, diritti e condizioni di lavoro.

Tutto ciò ha indotto la sinistra a cambiare idea sul manager “operaio” in maglioncino? Per nulla: nel 2010 il piano Fiat viene accolto con un imbarazzante coro di elogi dai vari Chiamparino e Fassino, il quale si spinge a dire che, se non ci fosse stato Marchionne, la Fiat non esisterebbe più (in effetti come impresa italiana non esiste più, ma non viviamo forse nell’era della globalizzazione, in cui i discorsi sull’interesse nazionale suonano anacronistici?). Quanto ad Adriano Sofri, segnala impietosamente la Scandaliato, commentando gli scontri fra sindacati di base e sindacati “responsabili” nel corso di una manifestazione nazionale dei dipendenti Fiat, definisce i primi “una minoranza manesca che ambisce solo a divenire un po’ meno minoranza e un po’ più manesca”. Era lecito aspettarsi, non dico prese di distanza, ma almeno qualche timido distinguo in occasione della morte dell’eroe? Non era lecito aspettarseli né ci sono stati.

Inutile sottolineare come tutto ciò rafforzi i motivi per cui i cittadini italiani odiano sempre più le élite politiche, economiche e mediatiche e votano compatti per i “populisti”, “a prescindere” (avrebbe detto Totò) da ogni considerazione ideologica. Ne aggiungo uno per concludere: Marchionne guadagnava 453 volte lo stipendio medio dei suoi dipendenti (escluse le stock option): Scandaloso? No replicano i menestrelli di regime, chi si adonta per queste disuguaglianze è un invidioso che rinnega il principio del merito: a decidere chi guadagna quanto sono i “mercati”.

A Piketty il merito di aver smascherato la cialtronaggine di tale argomento: se le disuguaglianze sono cresciute del mille e più per cento negli ultimi vent’anni non è perché il merito dei manager è cresciuto in proporzione (chi ha guadagnato di più sono proprio quelli che hanno bruciato miliardi con operazioni folli – a volte criminali – che hanno provocato la crisi del 2008 e, invece di finire in galera, hanno ricevuto gli aiuti di Stato che ne hanno salvato le aziende “troppo grandi per fallire”), bensì perché a decidere quanto “meritano” di guadagnare sono loro stessi.

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La “disinformazia” sullo spread nelle bollette

Il giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore, fa oggi opera di terrorismo psicologico intorno allo spread. Addirittura evocando lo scenario di un effetto spread sulle bollette di luce e gas, come a dire che: “lo spettro dello spread, che tu lo voglia o no, ti arriva anche sotto la pentola della pasta o nelle lampadine. Allo spettro dello spread non si può sfuggire”.

Come noto questa clava fu utilizzata nel 2011 per deporre Berlusconi e imporre Monti al governo. In queste settimane, nonostante si mantenga basso, i media mainstream legati o subalterni ai gruppi finanziari e alle oligarchie europee, continuano ad alimentare la paura dello spread sui titoli di stato italiani come un abisso orririfico da evitare a tutti i costi, soprattutto quelli che vengono poi scaricati sulle spalle della popolazioni e – specularmente – messi a profitto degli investitori.

Il terrorismo mediatico leggibile e alimentato anche dal Sole 24 Ore, omette accuratamente di dire la verità. Le bollette della luce e del gas aumenteranno in modo consistente con una decisione presa e già annunciata da mesi. Era infatti lo stesso giornale a scrivere testualmente il 28 giugno scorso che: “Da oggi e per i prossimi tre mesi la bolletta della luce rincara del +6,5% e la tariffa del metano rincara del +8,2%. L’ha deciso giovedì pomeriggio l’autorità dell’energia Arera nell’aggiornamento trimestrale delle bollette”.

Dunque quale sarebbe l’effetto di un aumento dello spread sulle nostre bollette? “Anche se gli aumenti dovrebbero essere contenuti, c’è la possibilità che si sommino con quelli determinati dall’impennata dei prezzi delle materie prime” scrive oggi Il Sole 24 Ore, “sui mercati europei all’ingrosso il metano e l’elettricità non sono mai stati così cari nel periodo estivo”. E certo che sono cari, il 1 luglio sono scattati aumenti del 6,5% per l’elettricità e del ben 8,2% per il gas!!!

Ma il giornale di Confindustria da un lato deve arrampicarsi sugli specchi, dall’altro fornisce altra materia esplosiva al verminaio apertosi dopo il crollo del ponte a Genova sulle concessioni ai privati di servizi pubblici. Come per le autostrade, anche sui servizi che gestiscono le reti strategiche di fornitura e distribuzione dell’energia, esiste un sistema di concessioni che garantisce i profitti ai privati anche quando le cose vanno male. Ce lo spiega direttamente Il Sole 24 Ore: “L’Arera — così si chiama oggi l’Autorità dell’energia, delle reti dell’ambiente — entro novembre dovrà aggiornare per il periodo 2019-2021 il livello di remunerazione degli investimenti effettuati dalle società del settore. Per gli addetti ai lavori, si tratta del Wacc, sigla che sta per Weighted average cost of capital: denaro che viene garantito a chi gestisce servizi regolati per ripagare infrastrutture come gasdotti, stoccaggi di metano, reti elettriche o il servizio di rigassificazione del gas liquefatto”. Ma la ciliegina sulla torta è questa:
“Questi investimenti, secondo la legge, sono pagati dagli utenti finali, in pratica da cittadini e imprese che consumano energia”.

Dunque abbiamo verificato come anche sui servizi a rete, le concessioni ai privati siano state un affare d’oro per loro assicurato dagli introiti delle bollette di luce e gas. Ma che c’entra lo spread? Anche qui il giornale della Confindustria ci spiega che “il valore degli investimenti sostenuti dalle aziende energetiche cambia in base al costo necessario a finanziarli”. A fine settembre questa famigerata Autorità dell’Energia (Arera,ndr), dovrà adeguare il Wacc al rischio paese ai costi degli investimenti. Questo parametro, nel triennio 2016-2018 era pari all’1% ma se dovesse aumentare il rischio paese potrebbe aumentare, ci dicono i nostri. Anzi ci dicono che “dal 1 gennaio è quasi certo che salirà”, dunque non dipende dallo spread ma da una previsione già decisa.

Siamo ormai davanti a dei “bloody liars”, dei mentitori sanguinari, come dicevano i minatori inglesi durante le lotte contro la Thatcher. E’ tempo di cambiare completamente l’aria in circolazione. La nazionalizzazione dei servizi strategici è il minimo sindacali per metterli a tacere e riprendersi tutti i soldi e le risorse che hanno sottratto alla popolazione in questi ultimi venticinque anni.

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“Noi albanesi non siamo i vostri stupidi ministro Salvini”

Una coraggiosa blogger albanese, Sonila Alushi, ha reso pubblica questa lettera a Salvini. Una denuncia sull’oggi ma senza dimenticare un recente passato di emigrazione e delle sue tragedie come l’affondamento della nave Kater i Rades nel 1997.

“L’Albania si è mostrata solidale a questo Paese non a lei Signor Ministro. L’Albania è un popolo di migranti, è un popolo generoso e ospitale nonostante ancora povero. E sopratutto l’Albania non dimentica di essere stata aiutata dai suoi vicini italiani, ma non dimentica anche le sue dichiarazioni disprezzanti. O le becere frasi dei suoi seguaci scritte nei muri della Lombardia come ad esempio: “Albanesi tutti appesi!” Oh no, noi non dimentichiamo la dichiarazione della vostra deputata (ai tempi Lega Nord) e allora Presidente della Camera, Irene Pivetti, che senza il minimo pudore e sensibilità, disse che gli albanesi ANDAVANO BUTTATI A MARE! E a mare ci finimmo davvero pochi giorni dopo: si chiamava Katër i Radës quella piccola nave affondata a Otranto. Ci morirono 81 di noi tra bambini, donne, uomini giovani e vecchi. Chiamarono quel naufragio “La Tragedia del Venerdì Santo” (28 Marzo 1997). Piangemmo quei morti da nord a sud e un intero Paese si vestii di nero. Ma poi i barconi ripartirono, era questione di sopravvivenza e lei lo sa bene anche se fa finta di non sapere. Lei fa finta di non capire perché la gente lascia casa e rischia la vita in mare. Lei fa finta Ministro, fa finta su molte cose, anche sul fatto che il più grande problema di questo Paese, a sentir lei, sembra siano gli immigrati. Non abbiamo avuto il tempo di asciugarci le lacrime per i morti di Genova e Civita, che ecco arriva lei con le sue crudeli decisioni per farci piangere e vergognare di altre vittime! Non siamo riusciti a consumare qualche giorno di lutto per quelle perdite e capirci qualcosa sulle responsabilità di quel crollo, che ecco rispuntano le sue lagne puntando il dito solo verso gli immigrati! Per non parlare della fuga dei capitali, della disoccupazione, della Mafia, del degrado sociale, della povertà in crescita, ecc. Tutto in ombra!

Oggi dice nei suoi comizi, quelli dove i suoi fan si divertono con il suo triste sarcasmo, che l’Albania si è comportata meglio della Francia!! Suvvia Ministro, sappiamo bene che la Francia non si farà il minimo problema per questo suo ridicolo paragone. E sappiamo bene anche come la pensa su di noi: fosse stato per lei e i suoi, noi albanesi non saremmo stati accolti allora e non saremmo ben accettati nemmeno oggi.

L’Albania, posizionandosi al fianco dell’Italia, si è dimostrata riconoscente e generosa perché questo Paese se lo merita e questo Paese non è rappresentato solo da lei.

Non usi questo bel gesto a suo favore personale, non ci tratti da stupidi. Grazie”!

*Sonila Alushi vive in Italia e scrive su Albania news. L’articolo lo abbiamo ripreso da facebook dove sta circolando

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Siria - Manovre militari in vista della battaglia di Idlib

La battaglia finale di Idlib è ormai prossima: le truppe governative siriane, insieme ai combattenti di Hezbollah, si stanno ritrovando ai confini della provincia nord occidentale siriana, a nord della regione ‎di Hama, a sud di Aleppo e a nord-est di Latakia, mentre la Turchia sembra si stia sbrigando a costituire un nuovo gruppo armato, il Fronte di Liberazione Nazionale, una sorta di esercito irregolare, con il sostegno delle milizie jihadiste lì arroccate.

La battaglia finale perché, eccezion fatta per Deir Ezzor, a est, dove è ancora l’Isis a mantenere la propria presenza, Idlib è l’ultima roccaforte dell’opposizione di matrice jihadista e qaedista. In tale contesto di tensione si inserisce l’incontro del 7 settembre ad Astana, tra il presidente russo Putin, il turco Erdogan e l’iraniano Rouhani. Secondo molti osservatori, l’obiettivo è evitare una vasta campagna militare che si tradurrebbe in un inferno per i due milioni di civili che vivono a Idlib.

Ma le precondizioni non combaciano del tutto: la Russia intende ripulire del tutto il territorio, insieme all’Iran, Ankara invece su quelle forze armate ha fatto leva per assumere il controllo de facto del nord della Siria. Proprio lì, secondo un ex comandante militare, Fayez Esmer, che ha rilasciato un’intervista all’agenzia turca Yeni Safak – nota per le posizioni progovernative e di destra – gli Stati Uniti starebbero istallando sistemi di difesa missilistici, una sorta di scudo, tra Al Hasakah e Rmelan, zone sotto il controllo delle Ypg curde.

Secondo l’ex comandante, l’obiettivo Usa è ampliare la propria presenza nella zona senza dover per forza appoggiarsi alle unità popolari di difesa curde, finora sostenute in chiave anti-Isis, seppur più volte tradite in nome della ragion di Stato, come accaduto quando l’alleato Nato turco ha attaccato e occupato il cantone di Afrin. E, aggiunge l’agenzia, sono già tre i sistemi anti-missile installati nella regione, di cui uno a Kobane, dunque a pochi passi dal confine turco. Segue il quotidiano Hurriyet, tra i principali in Turchia, che parla di video online che mostrano soldati Usa costruire i sistemi di difesa.

La Turchia per ora tace, limitandosi a far filtrare indiscrezioni: l’intelligence di Ankara sta indagando. Di certo ci sono le dichiarazioni di tre giorni fa del Dipartimento di Stato: “Ci stiamo preparando a restare in Siria per assicurarci la sconfitta definitiva dello Stato Islamico”. E certe sono le manovre muscolari russe: nei giorni scorsi l’esercito di Mosca ha ammassato la propria flotta nel Mediterraneo, almeno dieci navi da guerra e due sottomarini lungo le coste siriane, a ben poca distanza da Idlib, raggiungibile dai missili Kalibr installati sulle imbarcazioni.

Come sono certi i contatti continui tra gli attori coinvolti. Tra Russia e Washington in primis, con la seconda che insiste – su pressione israeliana e saudita – perché l’Iran lasci la Siria. Una concessione che Mosca non vuole compiere e ribatte: gli iraniani si sposteranno solo dal confine con Israele. Da parte sua Teheran ha risposto indirettamente lunedì, siglando con il governo di Damasco un accordo di cooperazione militare e per la ricostruzione del paese post-guerra.

E contatti continui ci sono tra Mosca e Ankara, con il presidente turco che si eviterebbe volentieri uno scontro aperto in un periodo di crisi economica e di rottura diplomatica con l’alleato storico, gli Stati Uniti. Dall’altra parte, non vuole perdere quanto conquistato violando il diritto internazionale e compiendo offensive via terra nel territorio del paese vicino: le truppe turche sono da tre anni nel nord della Siria, hanno installato dodici basi di osservazione e stabilito rapporti stabili e strutturati con le milizie islamiste presenti, ampiamente utilizzate nell’occupazione di Afrin.

Gli islamisti finiscono per essere il vero pivot dello scontro, per ora solo a parole, a Idlib. Arrivati nella regione nord-ovest dopo una serie di accordi di evacuazione da Aleppo, Ghouta est, Deraa, nel caso di un nuovo negoziato – o di una guerra – non avrebbero altri luoghi dove riparare. Un quesito affatto peregrino: indiscrezioni, nelle scorse settimane, parlavano di un possibile trasferimento in Turchia, con tutte le conseguenze immaginabili – l’arrivo in Europa ma soprattutto il loro utilizzo contro il sud est a maggioranza curda.

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Oops! Orban è democristiano...

Viktor Mihály Orbán, primo ministro ungherese è il leader del partito “Fidesz-Unione Civica Ungherese”, che fa parte del Partito Popolare Europeo (PPE), primo partito nel Parlamento europeo dal 1999, nel Consiglio europeo dal 2002 e nell’attuale Commissione europea.

Il PPE è anche membro dell’Internazionale Democratica Centrista Unione Democratica Internazionale, nota per aver appoggiato le peggiori dittature sudamericane e non solo.

Il PPE raggruppa 73 partiti membri provenienti da 39 Paesi, di cui 27 sono membri dell’UE. Fra questi ritroviamo vari partiti importanti come la CDU in Germania, il cui presidente del partito è Angela Merkel, ovvero, l’attuale cancelliera della Repubblica Federale di Germania; Forza Italia di Berlusconi e Tajani; il PO-Piattaforma Civica di Eva Kopacz, che è il primo partito polacco (39,8%); il Partito Popolare (Rajoi) in Spagna e l’IR Francese.

Alcuni dei padri fondatori dell’Unione europea appartenevano a partiti che sono successivamente entrati a far parte del PPE.

È la famiglia politica europeista di centro e di centro-destra che raccoglie le forze moderate, cristiano-democratiche e conservatrici. Oltre ad essere il maggiore partito rappresentato in ciascuna delle istituzioni dell’Unione europea ed anche il più ampio del Consiglio d’Europa, è il più influente dei partiti europei ed è il più grande gruppo politico nel Parlamento europeo con 216 eurodeputati.

Attualmente tutte e tre le cariche rappresentative dell’Unione Europea (il presidente del Consiglio europeo, il Presidente della Commissione europea ed il presidente del Parlamento Europeo) sono rappresentate da esponenti del PPE.

Fondato nel 1976 da partiti cristiano-democratici, ispiratisi all’azione degli statisti europeisti quali De Gasperi, Adenauer e Schumann, nel secondo dopoguerra, successivamente ha visto l’adesione anche di soggetti appartenenti all’area di centro-destra.

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Il gioco di sponda del governo italiano

Quali sono i “perimetri” della politica estera dell’attuale governo italiano? Qualche domanda è tempo di porsela, anzi, in molte cancellerie europee se la stanno ponendo in diversi.

In questi giorni il ministro dell’Economia Tria è in Cina. Giovedì incontrerà gli investitori cinesi e gli operatori di Borsa a Shangai. A luglio il premier Conte era stato negli Usa per incontrare Trump. Nei mesi precedenti aveva fatto il giro delle sette chiese a Berlino e Parigi.

Ma in questi giorni le relazioni tra l’Italia dei “tre governi in uno” e i partner dell’Unione Europea, sono diventate al calor bianco, con linguaggi e opzioni del tutto inusuali e che solo qualche rodomontata di Renzi aveva osato praticare. Il vertice “politico” a due tra Salvini e Orban, ha poi aggiunto un dettaglio che va incasellato in un mosaico che potrebbe disegnare uno scenario assai diverso da quelli fin qui consueti e inamovibili degli ultimi due decenni.

Se nella Prima Repubblica era quasi un obbligo che un presidente del consiglio appena eletto si presentasse prima a Washington che in parlamento, nella Seconda Repubblica la liturgia prevedeva una doppia presentazione, una a Washington e una a Bruxelles. Negli ultimi anni poi la leadership europeista – incarnata soprattutto dal Pd – aveva sancito la scelta strategica di campo, allineandosi alle ambizioni del nucleo franco-tedesco di fare dell’Unione Europea “il cardine del nuovo ordine internazionale” (come affermato recentemente dal ministro degli esteri tedesco) sganciandosi da una sempre più logorata subalternità politica e tecnologica dagli Usa.

L’attuale governo sta segnando una discontinuità con la subordinazione europeista dei governi Pd. Berlusconi invece ha sempre avuto un rapporto ambivalente e conflittuale con i vertici europei, fino a pagarne le conseguenze con il golpe di matrice Bce che lo spodestò nel 2011 per imporre Monti come Premier.

Ma il governo italiano sta agendo in un contesto assai più turbolento nelle relazioni tra Stati Uniti ed Unione Europea (in particolare tra Usa e Germania) e in una fase di alleanze a geometria variabile che fa saltare molte certezze che sembravano acquisite in eterno.

L’Italia è da sempre un paese cerniera. Una piattaforma naturale nel Mediterraneo che gli Usa hanno inzeppato per anni di basi militari. Ce ne sono più in Italia che in tutto il resto d’Europa. Ed è una eredità di cui è difficile sbarazzarsi (sempre che qualche governo se ne voglia sbarazzare, ndr). Ma l’Italia è uno dei maggiori stati costituenti dell’Unione Europea e la terza economia dell’Eurozona.

Fino a quando le relazioni euroatlantiche nella Nato sono state inamovibili e condivise, nessun problema. Ma adesso che le due sponde dell’Atlantico sembrano allontanarsi – e i dazi di Trump o l’affossamento del Ttip ne sono la sanzione – le complicazioni (o le opportunità) per un paese cerniera aumentano.

“Trump ha bisogno di un’Italia forte per indebolire la Germania e, in campo strategico, l’asse franco-tedesco... un ruolo ricoperto finora da Londra che ha sempre ostacolato dall’interno i progetti di difesa europea” scrive l’analista strategico Andrea Gaiani (1).

In questa direzione la visita di Conte negli Usa e l’incontro con Trump qualcosa deve aver smosso. I toni alti di tutti i vertici del triumvirato di governo italiano contro l’Unione Europea, ma soprattutto verso Francia e Germania (sulla questione dei migranti ma anche sui divergenti interessi in Libia), alludono neanche troppo velatamente ad un gioco di sponda dell’Italia-cerniera con gli interessi dell’amministrazione Usa.

Un analista veterano come Roberto Aliboni dell’Istituto Affari Internazionali, sottolinea come “Il desiderio di rafforzarsi contro i rivali europei e le loro supposte soperchierie genera, come già accaduto ripetutamente nel passato, un riavvicinamento dell’Italia agli Stati Uniti”. Al termine dell’incontro con Trump, Conte ha confermato come “L’Italia costituisce per gli Usa “a reference point in Europe and a priviliged interlocutor” (2).

Una tesi questa confermata da un diplomatico di lunga lena come Giancarlo Aragona, secondo cui “Trump potrebbe quindi incoraggiare il nostro paese a indurire l’inedito ruolo di disturbo negli affari dell’Unione Europea che, così com’è, egli considera un nemico degli USA in campo commerciale e puntello della crescente potenza tedesca” (3).

Due ultimi particolari meritano di essere sottolineati in questa prima e parziale riflessione sulla politica internazionale del governo.

In primo luogo l’asse privilegiato tra Salvini e Orban, manda un segnale reciproco ai paesi dell’Europa dell’Est del Gruppo di Visegrad, una sorta di concentrato reazionario a cavallo tra l’Unione Europea e la Russia. Sono i paesi entrati prima nella Nato e che poi gli Usa hanno voluto anche dentro l’Unione Europea. Una annessione benvista allora anche dalla Germania per motivi di espansione economica sui mercati dell’Est, ma che sono un puntello decisivo nel gioco di sponda tra l’interlocuzione privilegiata con l’Unione Europea e quella con gli Usa.

Infine c’è il convitato di pietra della Russia e del suo rapporto con l’Unione Europea. Si tratta di un terzo interlocutore in un gioco di sponda ancora più ampio (nel quale si va inserendo anche la Cina con il suo progetto della Via della Seta) ma che stenta a definirsi concretamente. C’è sicuramente lo scontro con gli Usa sulle rotte dell’energia che dura ormai dai primissimi anni Novanta (e di cui il Tap in Italia è un tassello), c’è il tumore maligno dell’Ucraina piazzato proprio in mezzo e sul quale occorre dire – come accadde per la Jugoslavia – che ha fatto più danni l’avventurismo europeo e tedesco che l’ingerenza Usa. Il nuovo governo ha lasciato intendere di voler ricostruire buone relazioni con la Russia, anche se sul piano pratico si è visto ancora poco o niente.

Dentro questa ormai evidente multipolarità di “interlocuzioni privilegiate”, il nuovo governo italiano vorrebbe barcamenarsi per ottenere il massimo risultato: qui sulla gestione dei migranti, lì sulle commesse militari, un po’ più in là sull’approvvigionamento energetico e ancora oltre su una libertà di manovra sul piano economico che però la gabbia europea non consente più da venticinque anni.

E’ un gioco di sponda pericoloso che richiederebbe una classe dirigente meno avventurista. Ma questa ormai è l’epoca in cui l’avventurismo e il sovversivismo delle nuove classi dirigenti si va palesando in tutta evidenza. Niente è come prima.

Note
(1) Gaiani su Analisi Difesa.it

(2) Aliboni su Affari Internazionali, newsletter dell’Istituto Affari Internazionali

(3) Aragona su Ispi (Istituto Studi Politica Internazionale)

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Fuori il Pd dalle nostre piazze



Oscillo costantemente tra la voglia di togliere Facebook, sfogatoio dei peggio istinti per alcuni e campo di battaglia e infamate anziché di analisi politica per altri – i più vicini (paradosso) – e provare invece a porre di nuovo elementi di analisi politica. D’altronde devo prendere atto che tanti, che si definiscano di sinistra o meno, non frequentano per nulla, se non raramente, un’assemblea, così solo in Facebook trovano luogo dove confrontarsi (anche se spero non si pensi di “fare politica”).

Però mi sono molto arrabbiata quando, dopo tutto quello che è successo a Catania, qualcuno si è permesso di aprire una aspra polemica contro l’ammainamento obbligato delle bandiere del Pd anziché ringraziare i compagni e le compagne generosamente in piazza a stroncarsi sotto il sole e i manganelli. Dinamica che potrebbe ripetersi oggi in piazza a Milano, nell’ennesima piazza mista dove l’unico collante con un certo mondo pare essere l’antirazzismo.

Vedete, c’è un piccolo aneddoto che secondo me può rendere meglio la situazione, contestualizzarla con un elemento politico, visto che il resto pare non contare (sembra inutile ricordare il Pd del Jobs act e della Buona Scuola o la Leu pro Israele e ogni guerra votata fino ad ora, che ce la vorrei vedere la Boldrini a parlarci coi rifugiati palestinesi...). Così lo racconto, perchè evidentemente in tanti sono smemorati su cosa sia stato il Pd e quindi l’elencazione dei danni provocati da questo partito non paiono efficaci.

Durante l’alluvione a Lentigione, piccolo paesino della “rosa sbiadito” Emilia Romagna, una signora alluvionata, evidentemente incuriosita dal logo delle Bsa (che di certo non nasconde l’orizzonte politico di appartenenza), ci ha detto una cosa molto semplice. Che noi eravamo bravissimi, lavoratori instancabili, davvero solidali e umili, ma che lì, in paese e non solo, tutti odiavano “i comunisti” e “la sinistra” perchè il Pd aveva solo reso tutti più poveri.

Il particolare mi aveva colpito che lo dicesse proprio lei, lei che si è adoperata più di tutti nell’organizzare un piano solidale e collettivo di pulizia del paese, pranzi collettivi e bar gratuito per rifocillare i volontari. Oltretutto neppure italiana di origine, ma fiera elettrice leghista. Questo ci ha detto: voi siete bravi, siete diversi, ma la sinistra fa schifo quindi fate meglio a non dirlo che siete di sinistra, perché ci passate male anche se fate bene.

La saggezza popolare mi ha tirato una roncolata sulla nuca quel giorno, così ho lungamente pensato a quanto ormai sia un fardello definirsi “di sinistra”, ma inizialmente l’ ho pensato quasi solo come problema comunicativo, di frame narrativo da opporre al frame dominante.

Poi no, poi ho pensato che qui il problema, la separazione, è nettamente e squisitamente politica. Perché appunto mi sono resa conto che col Pd non condividiamo mai le piazze in difesa del lavoro, contro le privatizzazioni o in difesa della scuola e dell’ambiente, ma solo ed esclusivamente quelle antirazziste.

Il punto sta proprio qua: la “sinistra liberal” è antirazzista solo in termini etici perchè violentemente antipopolare in termini di visione delle condizioni materiali (casa, lavoro, salute, istruzione), culturali e psicologiche della classe.

Son profondamente convinta che la svolta reazionaria sia frutto non di immediato razzismo (il razzismo è solo una delle molteplici forme che assume la paura), ma della paura generata da un forte senso di precarietà, assenza di prospettive, impoverimento generale, tensioni internazionali. Paura alla quale la stessa “sinistra liberal” (lo scrivo tra virgolette perchè per me il neoliberismo è di destra e quindi anche il Pd è un partito di destra) ha risposto con ennesime dosi di mercato: riuscire a criticare da destra pure il “decreto Dignità” era una operazione che poteva riuscire veramente a pochi “geni”, ma noi ci pregiamo di avere il Pd e quindi tutto può succedere.

Così, a chi passa le giornate a condividere indignato i post di Salvini come se questo risolvesse qualcosa, ma poi si incazza se si obbliga ad ammainare le bandiere di una storia infame, mi sento di dire che ciò che ora ci è davvero utile è fornire risposte opposte a quelle che ha fornito la “sinistra liberal” alla paura generata dalla crisi.

Un piano di proposta che contestualizzi la paura come frutto generalizzato della crisi del capitale e della supremazia dei mercati su tutto, prodotta anche e principalmente dal Pd.

Un piano di risposta sulle condizioni materiali di vita, non su presunti gradi di umanità, perchè sfrattare famiglie senza alternative come si è pavoneggiato di aver fatto il buon Nardella (più della Lega ne abbiamo fatti, strepitava baldanzoso ai giornali) e ancor più spesso Minniti è altrettanto inumano.

Una risposta che dica, molto semplicemente, che allo strapotere del mercato e del profitto opponiamo il potere delle nostre lotte organizzate in difesa delle nostre vite.

Lo dico perchè, tornando al dibattito facebookiano, sentirsi ripetere le solite cazzate sul settarismo di chi non vuole il Pd in piazza, è solo la forma assunta sempre più spesso dal dibattito: sterili sfoghi di bassa lega, banalizzazione, superficialità, quel sapor di “centrosinistra” mai abbandonato che riappare a cicli (prima tutti insieme contro Silvio e gli effetti li abbiam visti tutti, poi tutti insieme contro Salvini... poi poi...).

Quindi spero, tornando al succo politico, che si capisca un punto: il Pd ad oggi è come un virus, che qualsiasi cosa tocca rovina. Ma non per causa nostra, per ostracizzazioni estremiste o irresponsabilità rispetto alla gravità della situazione, ma perchè responsabile del precipitare delle condizioni di vita di milioni di sfruttati, che lo sanno benissimo e lo ricordano ogni giorno.

Lo so che tanti si ritengono superiori alla massa di “incolti” grillini, leghisti, astensionisti di vario genere, ma va anche detto che il bello del popolo è che è schietto e diretto quando la propria vita peggiora, perchè forse non avrà studiato quanto molti cari intellettuali, ma la fame la patisce (al contrario degli intellettuali).

Se vogliamo davvero salvare questo paese da una svolta reazionaria pesantissima, sono fermamente convinta sia proprio allontanandosi dalla colpevole sinistra liberal che possiamo farcela. Segnando una separazione netta da chi è stato, e continua ad essere, antipopolare. Separazione che già vive ed esiste in tutte le piazze e mobilitazioni, salvo quando si parla di antirazzismo.

Quindi no, nessuno va fisicamente allontanato dalle piazza antirazziste e antifasciste se viene dalla base del Pd (invece vi prego, datemi in mano Minniti...), ma il vessillo dell’antipopolare Pd non deve svettare nelle nostre piazze: non mi assumo la responsabilità del loro essere avversari di classe, siamo stati sempre dalla parte opposta della barricata e la loro bandiera mi fa schifo come quella della Lega.

Se non si afferra questo punto, vi invito a farvi un bel giro nei quartieri a chiedere pareri sul Pd: forse vi aprirà gli occhi molto più di un politicista e sterile dibattito “sull’unità”.

Grazie infinite ai compagni e alle compagne di Catania, che non confondono l’etica moralista con la lotta politica concreta, la morale religiosa con la lotta di classe.

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28/08/2018

Contro Orban, contro Merkel e contro la Ue dell’austerità

...e ricordiamo Brecht che scrisse: “Il nemico è alla testa del mio corteo“

Oggi a Milano l’autonominatosi capo del governo Matteo Salvini incontra il capo del governo ungherese Victor Orban. È un incontro di partito trasformato in vertice tra Stati e già questo è scandaloso, nonostante le proteste del “povero” Di Maio. Che non ha potuto fare a meno di considerare che se la linea del governo è quella di condividere i migranti con tutti i paesi europei, il governo ungherese è il primo avversario e non il primo alleato di quello italiano.

Ma questo Salvini lo sa benissimo, egli infatti prepara la sua campagna elettorale europea e forse italiana sul respingimento e sul razzismo verso i migranti, come del resto ha fatto e fa Orban.

Salvini e Orban non vogliono la rottura della UE, la vogliono riorganizzare a dimensione della loro idea di società. Essi non mettono in discussione le politiche di austerità, il liberismo economico, le ingiustizie sociali, che sono alla base della costruzione europea, semplicemente le coprono con l’europeismo xenofobo.

La loro UE è una fortezza che si chiude ferocemente alla solidarietà verso l’esterno per poter continuare a distruggerla al proprio interno.

Ma le politiche di austerità e la ferocia verso i migranti non le hanno inventate Salvini ed Orban, ma i governi di centrodestrasinistra che hanno governato la UE in questi venti anni e che ancora ne definiscono gli indirizzi principali, a partire dalla Germania.

Così come Salvini è figlio di Monti, Orban è l’ultimo prodotto delle politiche economiche di Merkel. La distruzione della solidarietà sociale, da cui emerge la guerra tra poveri che alimenta la destra, è il risultato voluto di venti anni di politiche di austerità e privatizzazioni, e noi a Genova abbiamo tragicamente provato a quale disastro quelle politiche ci conducano.

D’altra parte respingimenti e la ferocia poliziesca contro i migranti, assieme alle politiche di guerra e sfruttamento che provocano le migrazioni, sono patrimonio di tutti i governi europei liberali. Macron lascia morire i migranti sulle Alpi, Minniti li ha consegnati ai tagliagole libici, Merkel rifiuta di condividere le poche migliaia di persone che sbarcano sulle nostre coste.

Tutta la UE è un concentrato di ipocrisia e ferocia sociale, nella quale Salvini e Orban fanno bandiera e guadagno di ciò che tutti gli altri governanti fanno di nascosto.

Per questo se si contesta, giustamente, quei due bisogna farlo anche con il PD, con Monti, con tutta la compagnia dell’austerità europea. Sono due facce della stessa medaglia; una medaglia da buttar via. Lo dico anche per chi manifesta oggi a Milano, ricordatevi di Bertold Brecht che scrisse: “Il nemico marcia alla testa del mio corteo“.

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