di Chiara Cruciati - il Manifesto
«Parlavano perfettamente francese.
Dicevano di essere di al Qaeda». Questa la testimonianza dei
sopravvissuti all’attacco al magazine Charlie Hebdo, nel cuore di
Parigi, nel cuore dell’Europa. Un attacco che risolleva la
questione calda dei jihadisti di ritorno, estremisti europei che, dopo
essersi uniti alle file dei gruppi islamisti mediorientali, addestrati e
stipendiati in Siria e Iraq, ritornano ai paesi d'origine. Un
fenomeno che preoccupa le cancellerie europee, soprattutto alla luce
dei numeri: secondo un rapporto di ottobre del Consiglio di Sicurezza
Onu, sarebbero 16mila i jihadisti stranieri tra Siria e Iraq.
Provenienti da oltre 80 paesi diversi e passati dallo scarsamente
controllato confine turco, attirati in Medio Oriente dalla moderna
propaganda dello Stato Islamico e dalla ricchezza economica del
califfato, sono per lo più cittadini musulmani di seconda generazione,
nati e cresciuti in Europa, con un’elevata educazione alle spalle e
spesso invischiati in crisi di identità che il neonato califfo punta a
risvegliare e traviare. Perché, a differenza della madre
abbandonata al Qaeda, che dalla lotta all’Occidente ha fatto uno dei
capisaldi della propria dottrina, all’Isis di attaccare l’Europa e gli
Stati Uniti importa poco: l’obiettivo dichiarato del leader al-Baghdadi è
la creazione di una nuova entità politica e religiosa, il califfato,
lo Stato Islamico, a cavallo tra Iraq e Siria dove dare vita ad un
governo fondato sulla Shari’a e sui lucrosi profitti derivanti dal
controllo delle risorse energetiche locali. E gli attacchi fuori restano
nei confini del mondo arabo, dall’Algeria alla Libia.
In un tale contesto, la propaganda anti-occidentale diventa
lo strumento di reclutamento di nuovi miliziani europei, il mezzo per
attirarli e utilizzarli ai propri fini. Che il loro ritorno in Europa
possa tradursi in attacchi individuali fa il gioco di al-Baghdadi, che
rafforza così il proprio messaggio propagandistico.
L’elevata presenza di stranieri tra Siria e Iraq, definita dall’Onu
«senza precedenti», è lo specchio del proselitismo cosmopolita di
al-Baghdadi, un linguaggio internazionale distribuito attraverso i
social network, magazine online, video di moderna fattura che raccontano
di come oggi lo Stato Islamico controlli sei milioni di persone tra
Iraq e Siria, porzioni di territorio più ampie di quelle effettivamente
controllate dai governi di Baghdad e Damasco.
Alla macchina della propaganda, l’Isis affianca un budget che mai al Qaeda ha raggiunto.
Grazie all’iniziale e fondamentale finanziamento dei paesi del Golfo,
Arabia Saudita in testa (che ha visto nei gruppi estremisti sunniti lo
strumento per frenare l’asse sciita guidato dall’Iran), oggi lo Stato
Islamico gode di entrate quasi del tutto indipendenti, frutto delle
razzie compiute nelle banche, dei riscatti derivanti dalla presa di
ostaggi locali e occidentali e della vendita a prezzi stracciati del
petrolio iracheno.
Secondo ex jihadisti intervistati dopo aver abbandonato l’Isis, il
califfato è in grado di pagare stipendi fissi ai miliziani stranieri,
da un minimo di 400 dollari a 1.200. Tanti soldi che spesso hanno spinto
membri del Fronte al-Nusra e del moderato Esercito Libero Siriano a
cambiare bandiera e arruolarsi con l’Isis. A riprova di tale ricchezza c’è il budget interno reso pubblico dallo stesso Stato Islamico: nel 2015 il califfato godrà di due miliardi di dollari, che saranno impiegati nella copertura degli stipendi dei miliziani
e i risarcimenti alle famiglie dei caduti. Resterà un surplus di 250
milioni di dollari (secondo un calcolo considerato credibile da think
tank arabi e europei) per coprire i costi della continua avanzata
militare e che sarà amministrato dalla prima banca del califfato a
Mosul.
E se a fondare le basi economiche e militari dell’Isis è stata anche
Riyadh, oggi l’Arabia Saudita è tra i paesi che pagano le spese del
jihadismo di ritorno. In un’intervista del 29 agosto scorso al manifesto l’analista palestinese Rabbani, condirettore del think tank Jadaliyya, lo aveva previsto:
«Nell’ultimo decennio gran parte dei miliziani dei gruppi radicali
sono arrivati dal Golfo: seppure manchino prove inconfutabili di un
reclutamento di nuovi jihadisti da parte di Riyadh o Doha,
sicuramente non sono stati fermati. Il Golfo è stato il primo
sponsor di questi gruppi nel tentativo di far fruttare i propri
interessi nella regione e di indirizzare le loro energie fuori dai
propri confini. Ora il timore è che possano tornare indietro. In Arabia Saudita succede già».
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