Almeno 30 morti e oltre 50 feriti: è il bilancio dell’ultimo
sanguinoso attacco compiuto stamattina a Sana’a, capitale dello Yemen.
Un’autobomba è saltata in aria fuori da un college della polizia, dove
si stavano svolgendo le pratiche di arruolamento di nuovi poliziotti, a
poca distanza dalla banca centrale e della sede del Ministero della
Difesa: ancora una volta i simboli delle istituzioni yemenite sono il target di gruppi estremisti che da anni destabilizzano il paese.
Per ora nessuno rivendica l’azione, ma è probabile che anche
questa volta la responsabilità sia imputabile ad Al Qaeda, che
nell’attuale crisi politica yemenita trova nuova linfa. “La situazione è
catastrofica – ha detto un paramedico giunto sul luogo dell’attacco –
Abbiamo trovato corpi uno sopra l’altro”. Il braccio yemenita
di Al Qaeda, considerato tra i meglio organizzati e armati nel Golfo,
approfitta dell’avanzata dei nemici Houthi e dei raid statunitensi per
incrementare il proprio consenso e accogliere nuovi adepti.
Pochi giorni fa un altro attacco aveva colpito una manifestazione
Houthi, uccidendo 49 persone; domenica a morire erano stati altri 4
sostenitori della minoranza Houthi, a sud del paese. Dalla
caduta del presidente Saleh nel 2012, lo Yemen è preda di settarismi
interni e lotte fratricide: da una parte Al Qaeda e i gruppi estremisti
sunniti, dall’altra gli Houthi – minoranza sciita vicina all’Iran e
all’ex presidente – che negli ultimi mesi ha assunto con la forza il
controllo di parte del paese, compresa la capitale Sana’a. In
un simile contesto, la crisi delle istituzioni politiche appare ancora
di più un ostacolo alla riconciliazione interna: nonostante i tentativi
di riavvicinamento del nuovo governo agli Houthi, la minoranza non
intende cedere le posizioni guadagnate senza garanzie di accesso al
potere politico.
Sabato scorso il leader Houthi, Abdelmalek al-Houthi, ha
minacciato il governo di Sana’a di assumere il controllo della provincia
di Marib, ricca di petrolio: “Se le autorità ufficiali non si
assumeranno le proprie responsabilità, agiremo a favore dell’onorevole
popolo di Marib”. A poco valgono i tentativi del presidente Hadi: ieri
una delegazione di consiglieri ha incontrato il leader al-Houthi per
discutere del deteriorarsi repentino della sicurezza in Yemen, della
possibile federazione dello Stato e della bozza di costituzione
yemenita.
Agli Houthi l’idea di dividere lo Yemen in sei entità
amministrative non piace, considerandola un modo per distruggere l’unità
del paese e trasformarlo in cantoni piccoli e deboli, soprattutto a
livello regionale. La proposta era stata definita dalla conferenza del
Dialogo Nazionale, formata da delegati provenienti da tutte le
province yemenite, e che ha tentato la via federale per porre fine ai
settarismi interni. Gli Houthi hanno chiuso la porta, forti del
controllo esercitato su aree strategiche, dalla capitale alla città
costiera di Hodeidah, sul mar Rosso, il secondo porto del paese.
Dietro alla crisi politica yemenita stanno le condizioni economiche in cui versa lo Yemen: il
50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’economia si
fonda quasi esclusivamente sul greggio, i cui proventi non sono
distribuiti secondo politiche egualitarie. Una situazione caotica che
facilita i movimenti di rottura e di protesta, come quello Houthi,
che continua ad espandere i territori di controllo incontrando una
minima resistenza da parte delle forze militari governative (sia perché
incapaci di fronteggiare gli Houthi sia per la collaborazione stretta
dal movimento sciita con alcune forze fedeli all’ex presidente Saleh).
Non mancano ovviamente le influenze regionali: la confinante Arabia
Saudita – convinta che dietro gli Houthi ci sia il nemico Iran – teme
l’espansione sciita nel paese, cortile di casa di Riyadh, e non è
improbabile che prima o poi muova i fili di gruppi anti-sciiti per
fermarne l’avanzata.
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