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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2022

I tassisti non mollano la protesta contro il Dl Concorrenza

Continua la protesta dei tassisti che ieri hanno nuovamente manifestato in via del Corso, a Roma, contro l’articolo del Ddl Concorrenza che delega il governo alla riforma del trasporto pubblico “non di linea”, che secondo i manifestanti danneggerebbe la categoria. Cinque tassisti si sono incatenati sotto il palazzo del governo.

Le strade nei pressi di palazzo Chigi, sono state interdette alla circolazione e diversi blindati chiudono le vie di accesso a piazza Colonna e largo Chigi.

Nel corso della manifestazione, i tassisti, circa un migliaio, hanno lanciato alcuni petardi ed acceso vari fumogeni, oltre ad aver intonato cori contro il governo. Già da ieri, una piccola delegazione di autisti si è incatenata alle ringhiere che delimitano piazza Colonna, a pochi metri di palazzo Chigi.

Da martedì 12 luglio cinque tassisti sono incatenati di fronte a Palazzo Chigi. Hanno passato la notte davanti al palazzo del governo che, al momento, resta sordo alle richieste della categoria.

Questa mattina sono stati raggiunti da centinaia di colleghi provenienti da tutta Italia, che presidiano via del Corso, e sono iniziate interlocuzioni con le varie forze politiche in vista del voto di domani sul DDL Concorrenza, principale obiettivo della mobilitazione.

I tassisti chiedono a gran voce lo stralcio dell’articolo 10, che liberalizza ulteriormente il comparto aprendo la strada a multinazionali come Uber che accumulano profitti grazie a concorrenza sleale e competizione sfrenata.

Le rivelazioni che circolano da ieri sulle porte spalancate a Uber dai governi di tutte le nazioni europee hanno gettato ulteriore benzina sul fuoco. Tutto il settore italiano è sceso in piazza con assemblee spontanee a Torino, Genova, Napoli, Milano e in decine di altri centri, dopo aver scioperato per ben 48 ore la scorsa settimana.

Nel difendere il servizio dei taxi come servizio pubblico i lavoratori stanno salvaguardando un principio fondamentale scritto nella nostra Costituzione ma calpestato dai partiti oggi al governo: i diritti dei cittadini e dei lavoratori vengono prima del mercato e della concorrenza, e sottoporre i servizi pubblici alle leggi della concorrenza significa smantellare un intero sistema di tutele per far prevalere gli appetiti speculativi delle grandi imprese multinazionali.

La lotta dei tassisti non è solo la loro lotta. È la lotta in difesa del servizio pubblico. Per vincerla occorre mandare a casa il più presto possibile Draghi e il suo governo.

Fonte

06/07/2022

I tassisti hanno ragione

Ieri e oggi in tutta Italia scioperano i conducenti di taxi contro l’articolo 10 del Decreto Legge Concorrenza del governo Draghi. Ad essi va tutta la nostra solidarietà ed il nostro sostegno, la loro lotta è giustissima.

Il Decreto concorrenza in realtà è il via libera alla totale privatizzazione di ciò che resta dei servizi pubblici ed alle multinazionali che vogliono impadronirsene. Esso fa parte del tragico mercato coperto del PNRR. La UE ci finanzia – non certo gratuitamente – in cambio svendiamo il paese.

Sono anni che i beni pubblici e comuni vengono appaltati ai privati, qualcuno onestamente può citare un solo caso ove questo abbia comportato un miglioramento per i cittadini?

Abbiamo visto il disastro della nostra sanità privatizzata di fronte alla pandemia. Vediamo i trasporti pubblici delle periferie appaltati funzionare sempre peggio. Riceviamo le telefonate delle compagnie che ci offrono elettricità e gas, mentre i prezzi sono fuori controllo.

Con la siccità si scopre che perdiamo metà dell’acqua per mancati investimenti, ma il Decreto Concorrenza vuole privatizzare la gestione del primo bene comune, contro il referendum di dieci anni fa che aveva deciso l’esatto contrario.

Le privatizzazioni non solo vogliono dire saccheggio di beni di tutti, ma anche il super sfruttamento del lavoro. Con il mercato, nei servizi che erano pubblici, arrivano le esternalizzazioni ed i subappalti, i contratti da meno di 6 euro/ora, gestiti da cooperative che spesso in realtà sono ai confini del caporalato.

Perché il privato deve fare profitto sul servizio e lo può fare solo con tre modi, spesso assieme: far pagare di più il servizio, peggiorarlo, pagare meno i lavoratori.

“Uberizzazione” è un termine che si è diffuso nel mondo del lavoro per indicare un servizio gestito da multinazionali e fornito da schiavi comandati a cottimo da algoritmi.

Uber, che grazie al Decreto Concorrenza entrerebbe nei trasporti a danno dei taxi, è sotto processo a Milano per caporalato nel settore dei riders, i fattorini che consegnano il cibo nelle case.

Non è vero che se un servizio pubblico è trascurato, esso rinasce se va ai privati. È vero l’esatto contrario. Se il demanio ha rinunciato a far valere se stesso sulle spiagge, la soluzione è riportarle alle condizione di bene pubblico, non sostituire il bagnino con una finanziaria.

I tassisti chiedono il potenziamento del servizio pubblico, interventi sul traffico e sulla viabilità, lotta al caporalato. Hanno ragione e la loro lotta preannuncia quella che tutto il mondo del lavoro dovrà fare contro il governo Draghi e le sue politiche liberiste e di guerra, per le multinazionali e i ricchi.

Non è concorrenza è svendita e sfruttamento. I tassisti hanno ragione.

Fonte

23/02/2017

Sarà un “App” che ci seppellirà?

I taxisti italiani, come quelli francesi, forse neppure lo sanno. Ma la loro protesta è un segnale inequivocabile dell’avanzare travolgente del problema fondamentale di questo passaggio storico: la disoccupazione tecnologica.

I commentatori dei media mainstream – definirli “provinciali” sarebbe far loro un complimento – si sono concentrati quasi soltanto sulle “violenze” (innescate da infiltrati fascisti di Forza Nuova), sulle “resistenze corporative”, sul “rifiuto della concorrenza”, della “modernità”. Tutti aspetti corrispondenti al vero, per carità, ma straordinariamente secondari. La questione centrale è che un mestiere per decenni redditizio scomparirà tra qualche anno o qualche mese, così come ne stanno scomparendo velocemente migliaia di altri.

“Un autista esperto che conosce la città”, in regime di monopolio concertato, poteva essere considerato un artigiano nei tempi andati. Stanno per entrare in commercio le auto che si guidano da sole, il navigatore è ormai una tecnologia matura; a che servirà più un autista da chiamare al bisogno? Anche il loro avversario di oggi – le auto a noleggio con autista, o Ncc – subirà la stessa sorte negli stessi tempi.

Diverso il discorso quando si affronta l’ingresso della piattaforma Uber – una app che si limita a mettere in comunicazione domanda e offerta di mobilità tra privati – ufficialmente non ammessa sul mercato italiano ma pienamente operante, con quote crescenti di traffico. Qui siamo nel futuro, effettivamente. Chiunque può trasformarsi in “taxista” per qualche ora o qualche minuto al giorno, rispondendo alla chiamata proveniente dal punto più vicino a quello in cui si trova. Prezzi modici (fissati dalla stessa Uber in base al chilometraggio), senza vincoli contrattuali o assicurativi (tutti i rischi a carico del guidatore). In una società socialista sarebbe quasi la soluzione perfetta – una piattaforma pubblica – al problema della mobilità urbana; in regime capitalistico c’è invece una società che fa i miliardi nel mondo senza assumere nessuno (a parte qualche decina di ingegneri informatici), grazie al lavoro di collaboratori occasionali e non continuativi, con cui non intrattiene alcun rapporto e verso cui non ha alcun obbligo.

Ma lo stesso meccanismo – l’automazione di funzioni fin qui svolte da esseri umani – si va sviluppando in modo irresistibile in qualsiasi comparto o settore produttivo. In testa a tutti ci sono le grandi fabbriche, ovviamente. Alla Foxxcon di Shenzen (Cina), hanno annunciato la riduzione del 50% dei dipendenti (quasi 60.000) “grazie” all’introduzione dei robot sulla catena di montaggio. Persino nel settore agricolo, dove lavora ormai solo il 4% dei lavoratori italiani, sta per arrivare il trattore multifunzione che fa tutto da solo, ovviamente senza autista, dalla semina al raccolto, alla registrazione di tutte le informazioni rilevanti sullo stato dei terreni. Anche nel comparto delle “cure alla persona” sono in fase avanzata di sperimentazione robot-badanti o infermieri. In qualsiasi comparto operino, i robot non scioperano, non protestano, non hanno pause fisiologiche.

I taxisti non lo sanno, ma sono in ottima compagnia: da qui al 2025 – domattina, nella pratica – in Europa ci saranno 50 milioni di posti di lavoro in meno, pur in presenza di un aumento della produzione.

Gli ideologi che scrivono editoriali ci ripetono che “Da due secoli e mezzo conviviamo con un’automazione sempre maggiore: cerchiamo, per quanto possibile, di sostituire lavoro umano con macchinari”, ma questo ha sempre prodotto molti più posti di lavoro nuovi, molto meno faticosi.

Vero, per il passato. Ma ogni fenomeno fisico-sociale, se sviluppato lungo una tendenza crescente e accelerata, è destinata a incontrare un limite. Viviamo in un mondo finito, limitato, tondo. Nulla può crescervi all’infinito, a parte le illusioni.

Gli esseri umani si preoccupano generalmente della propria vita e di quella dei propri figli. Chiedono dunque di sapere ora quali altri posti di lavoro possano sostituire quelli che si vanno perdendo o si sono già perduti.

Ma a questa domanda non c’è risposta. O, per lo meno, non c’è una risposta che non sia anche una presa in giro (esempio: la formazione permanente, come se ci si potesse riciclare da tassista o operaio in tecnico informatico, avvocato, medico, ecc. in poche settimane o mesi).

Che non ci sia risposta è evidente leggendo le risposte del ministro Delrio – per quanto poco rappresentativo sia di una riflessione alta sulle trasformazioni epocali in atto – date al Corriere della Sera di oggi proprio sulla vertenza dei taxisti: "non è detto che tutto il vento nuovo faccia bene per forza. Siamo aperti all'innovazione, che in molti campi sta migliorando le nostre vite. Ma non è un bene a prescindere. Dipende da cosa fa, da come lo fa, dalle conseguenze. I fattorini in bici che portano le cene a casa per tre euro l'ora, per dire: sono innovazione o sfruttamento?". E infatti il governo di cui fa parte promuove lo sfruttamento...

Ma è certamente più indicativa la “pensata” di uno che sull’innovazione tecnologica ha costruito un impero, come Bill Gates: tassare i robot, ridurre insomma il profitto di quelle realtà aziendali che decideranno di adottare sistemi automatizzati in sostituzione dei lavoratori umani. Con quello, si illude Bill, si potrebbero finanziare programmi di formazione per riqualificare le persone per attività in cui l’essere umano è ancora insostituibile (educazione dei bambini, cura degli anziani, ecc).

Una scemenza, è ovvio. Ci hanno riso su tanti imprenditori che in altri momenti sono corsi a baciargli le suole. Ma a noi sembra rilevante soprattutto il fatto che neanche lui – con tutti i think tank che finanzia – riesca a partorire una visione più ottimistica ed equilibrata del mercato del lavoro futuro.

Le chiacchiere stanno insomma a zero, come sempre. L’automazione è inarrestabile ed elimina posti di lavoro. In una società dominata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione (fabbriche, ecc.) le persone debbono trovare qualcuno che dia loro un reddito in cambio di lavoro. Se il lavoro svanisce, cosa accadrà dell’umanità in esubero?

Il modello Uber ne è l’esempio più nitido. O si elimina questa percentuale (alquanto elevata, sembra) di umanità, o si elimina l’appropriazione privata della ricchezza prodotta.

La risposta comunista è nota. Per questo torna attuale, per quanto utopica possa essere considerata.

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