Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/03/2020

Anche in Germania la sanità barcolla per il coronavirus

di Sahra Wagenknecht – Die Linke

Dopo aver trascorso giorni a invitare alla tranquillità, il ministro della sanità Spahn ha ora ammesso che la Germania è all’inizio di un’epidemia. Le mascherine sanitarie sono esaurite in molti posti, al supermercato si vedono persone che fanno scorte di cibo in scatola. Ora sarebbe certamente irresponsabile scatenare il panico.

Ciononostante, ci si deve chiedere se il nostro sistema sanitario, concepito in funzione degli affari e dei profitti, sia preparato per un peggioramento della situazione e se la prevenzione delle crisi stia funzionando nel nostro Paese. Ci sono motivi di preoccupazione: se la carenza di personale è diventata da tempo la norma in molti ospedali, uffici sanitari e pronto soccorso, cosa succederebbe in caso di emergenza?

Quattro ospedali su cinque non riescono a trovare medici per coprire i posti vacanti. Per gli infermieri, la carenza di personale è ancora più drammatica. L’anno scorso un ospedale tedesco su tre ha dovuto ridurre i posti letto in terapia intensiva e cancellare le cure d’emergenza per i reparti specializzati.

Anche in molti uffici sanitari c’è carenza di quel personale che sarebbe responsabile della prevenzione, della consulenza o anche di eventuali misure di quarantena. Soprattutto nelle comunità più povere, essi hanno da tempo problemi nello svolgimento dei propri normali compiti legali e per esempio nell’effettuazione dei necessari esami prescolastici.

Le autorità sanitarie sono attori chiave nel controllo del coronavirus: esse vengono informate dei casi sospetti, sono responsabili dell’adozione di misure e, per esempio, della ricerca di tutte le persone venute in contatto con i contagiati – in casi come quello di coloro che risultano positivi in Nordreno-Vestfalia, la conta può rapidamente salire a centinaia di persone –. Come il signor Spahn possa dire, in considerazione di queste condizioni, che la Germania sia ben preparata per il coronavirus è per me incomprensibile.

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L’Argentina non può pagare: storia di un default e di un ricatto

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare della situazione economica e politica dell’Argentina. Il nuovo governo, espressione di tutti partiti di ispirazione peronista e guidato da Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner, è salito al potere nel dicembre dello scorso anno e sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) le condizioni per la parziale restituzione degli enormi debiti lasciati dall’amministrazione Macri.

Va specificato che si tratta di debito denominato in valuta estera (in dollari statunitensi, nel caso argentino) che, a differenza del debito in valuta nazionale sempre finanziabile da una banca centrale, è per definizione sostenibile solo fino a che il paese dispone di riserve in valuta estera (in questo caso, di dollari). Inoltre, il debito in dollari accumulato dall’Argentina negli anni delle politiche neo-liberiste promosse dall’ex-presidente Macrì, anziché finanziare la crescita interna, ha avuto la funzione di finanziare le importazioni, di sostenere le operazioni degli speculatori finanziari, e di foraggiare i dividendi delle grandi corporazioni: tutt’altro, insomma, rispetto ad un finanziamento in deficit di interventi da parte dello Stato volti a sostenere la crescita economica del paese, e quindi a contrastare disoccupazione e povertà.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente affermato che il debito dell’Argentina sarebbe da considerare ‘insostenibile’. Il report in questione cita:
...sulla base dell’analisi della sostenibilità del debito del luglio 2019, il personale del FMI valuta ora che il debito dell’Argentina non è sostenibile. In particolare, la nostra opinione è che l’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e il fabbisogno lordo di finanziamento a livelli coerenti con un rischio di rifinanziamento gestibile e una crescita soddisfacente della produzione potenziale non è né economicamente né politicamente fattibile. Di conseguenza, è necessaria un’operazione definitiva di indebitamento, che generi un contributo significativo da parte dei creditori privati, per contribuire a ripristinare la sostenibilità del debito con un’elevata probabilità. Il personale del FMI ha sottolineato l’importanza di continuare un processo di collaborazione con i creditori privati per massimizzare la loro partecipazione all’eventuale operazione di indebitamento.
Questo rapporto giunge dopo una serie di precedenti rapporti che prevedevano eccezionali prospettive economiche per l’Argentina e un ampio surplus commerciale. Previsioni evidentemente infondate e tendenziose, finalizzate a finanziare il debito per cercare di far vincere le elezioni a Macri. Ora che lo scenario politico si è ribaltato con la vittoria della coalizione peronista, il FMI cambia il suo punto di vista sulla sostenibilità del debito dell’Argentina. Se ciò, da un lato, sembrerebbe a prima vista favorire il governo Fernandez, che, con il sostegno del FMI, potrà chiedere una significativa riduzione del debito, tuttavia la concessione di tale riduzione viene subordinata ad un pacchetto di riforme neoliberiste che il FMI pretende di imporre al paese. Il pacchetto riguarderebbe, in primis, una maggior flessibilizzazione del mercato lavoro e la riforma delle pensioni. E così i sostanziosi prestiti erogati durante l’era Macrì rivelano il loro volto: quello di condizionare sin dall’inizio, tramite la partita di scambio “taglio del debito – riforme neoliberiste” la politica economica del paese nel futuro. Un simile ruolo, mutatis mutandis, era stato giocato dal FMI in Grecia dove a fronte della concessione di un pragmatico piano di parziale default si era imposta l’adozione di quelle politiche neoliberiste che hanno condotto quel paese in uno stato di profondissima crisi economica e sociale.

Al margine delle vicende argentine, proprio in questi giorni si è verificato un evento significativo e rivelatore della grave ipocrisia di quelle istituzioni internazionali orientate alla promozione de paradigma neoliberista nel mondo. Pochi giorni fa si è dimessa Pinelopi Goldberg, capo-economista della Banca Mondiale, dopo che l’organizzazione si è rifiutata di pubblicare un rapporto redatto da alcuni ricercatori dell’istituzione. Il rapporto verificava che quando un Paese riceve assistenza finanziaria dall’estero, il momento dell’erogazione dei fondi coincide con un picco nei depositi presso le banche in Svizzera, a dimostrazione del fatto che i finanziamenti spesso e volentieri finiscono per finanziare fughe di capitali con finalità speculative piuttosto che la crescita economica dei paesi. Occorre precisare che l’Argentina non fa parte di questo studio, ma i risultati dell’analisi sono in chiaro contrasto con quanto previsto dallo statuto del FMI.

Nel suo statuto, infatti, il FMI, all’articolo VI, vieta la concessione di prestiti alle imprese per finanziare la “fuga di capitali”, cioè il deflusso di valuta estera dal Paese. Il governo Macri aveva eliminato tutte le barriere al deflusso di valuta estera dal paese che erano state invece elevate dal precedente governo Kirchener. Per avere un’idea più precisa del fenomeno occorre considerare che nel secondo mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si era fissato un controllo dei cambi per cui i privati non potevano acquistare, con i loro pesos argentini, più di 2000 dollari al mese da poter tesaurizzare. Macrì ha abolito quel limite, fissandone uno, ben più alto, a 2 milioni di dollari al mese. Durante il governo Macrì la formazione di attivi esteri dall’Argentina ha raggiunto in quattro anni la cifra esorbitante di 73.156 milioni di dollari, dei quali 56.190 erano acquisto di valuta tesaurizzata.

Ebbene il governo Macrì ha ricevuto, malgrado questo, imponenti prestiti da parte dell’FMI puntualmente dirottati verso fughe di capitale degli speculatori in piena violazione dello stesso statuto del Fondo, senza che quest’ultimo abbia battuto ciglio.

Che lezione trarre dunque dal caso argentino? Le istituzioni internazionali come il FMI e la Banca mondiale sono organismi preposti a mantenere e rafforzare l’ordine neoliberista. Dietro ogni piano di salvataggio, prestito o aiuto internazionale, si celano le ingerenze della speculazione economica e finanziaria sulle scelte politiche di Stati e popoli a tutte le latitudini del mondo. Non resta che sperare che il governo Fernandez sappia resistere all’enorme pressione ristabilendo le priorità di una politica economica a favore delle classi popolari.

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Dalla Milano da Bere alla Milano da Mangiare

Al tempo in cui la Lombardia si buttava sulla gastronomia, e tra i rampolli della sinistra metropolitana «Panettone di Stato» era sinonimo di decrepitezza politica, di marcio Welfare State, di socialismo Ottocentesco, anche il proletario di Baggio o di Quarto Oggiaro cedeva al fascino del Culatello, e si riterritorializzava sul Wellness.

La Ragione di Stato – ovvero la politica – inventata in Italia nel XVI secolo, ha avuto il momento di massimo splendore storico proprio col Welfare State. Mai come in questo periodo (i “gloriosi Trenta”, ossia il secondo dopoguerra), il formidabile gioiello dell’Amministrazione, con la statistica e il calcolo, il censimento, la contabilità, la rete sanitaria, la scuola, la fabbrica, i mezzi di trasporto, l’informatica e la telematica, la moneta elettronica, è stato utilizzato in modo così capillare e sistematico, tanto da far scrivere a Foucault e a Goffman di trovarci per davvero in una società del controllo totale.

Ma questa società totalitaria, ammesso che lo fosse, ha prodotto tutto ciò che oggi ci appare nuovo e luccicante.

Il sistema operativo Unix (e i suoi derivati Unix-like), oggi alla base della rete telematica mondiale, dei telefonini Android e iOS, dei sistemi di controllo nell’automotive, nella domotica, eccetera; oppure il Touch screen, il mouse, il telefono portatile – la lista è lunghissima – tutti questi dispositivi sono stati inventati, perlopiù in università pubbliche, nei gloriosi anni del Welfare State. Periodo in cui si capì che a fare la forza è il numero, che la forza dell’università sta nel numero dei professori e degli studenti che la frequentano; che la forza di uno Stato sta nel numero di persone che percepiscono un reddito e lo spendono per stare bene, e non nel numero del PIL, che somma la sfiga alla strafottenza, restituendo una media strampalata.

I grandi numeri non si controllano col pallottoliere, non si può mandare per le calli un sindaco, accompagnato da un messo con penna, carta e tablet, come se fossimo al tempo di Edoardo Plantageneto, quando, per esigere i tributi, si mandava in giro per il Regno il cancelliere con un tavolino a scacchiera (Chancellor of the Exchequer), e chi trovava trovava, chi poteva si nascondeva.

Nel 1589 Giovanni Botero, nato a Bene Vagienna (Cuneo), scrive la Ragion di Stato. Con questo libro, e non con Il Principe, si inaugura la politica moderna, ovvero al bio-politica, come la chiama Foucault.

Siamo nel XVI secolo, le corti italiane sono le più ricche del mondo. I mezzi «atti a fondare, conservare e ampliare un dominio», sono gli stessi raccomandati da Machiavelli, sono le armi, le fortezze, l’astuzia, il coraggio dei capitani, il valore delle milizie, la cavalleria e la fanteria, i modi di tenere una roccaforte, la marina militare e le forze di terra, le leggi dello Stato, la sapienza, eccetera.

Ma soprattutto, e questo Machiavelli non lo dice, per mantenere uno Stato, non è più sufficiente per il Re andare in giro per il Regno con un tavolo a scacchi (da qui il titolo di Cancelliere dello Scacchiere, ancora in uso), ed esigere i tributi dalle persone incontrate per strada. La raccolta dei tributi non può avvenire in modo casuale.

Innanzitutto, le popolazioni devono essere censite, bisogna dotarsi di strumenti statistici, bisogna contare le teste, una ad una, verificare la loro distribuzione sul territorio, registrare le genti per gruppi affini, per professioni, per focolai, per mestieri, eccetera. Per avere il controllo della situazione, per obbligare ciascuno a contribuire alla macchina dello Stato, ma, soprattutto, per far in modo che lo Stato funzioni come una macchina, ci vogliono statisti, politici nuovi, con vedute ampie e controllo della situazione, ci vuole una burocrazia diffusa e preparata, che presidi il territorio, e controlli ogni snodo, ci vogliono registri, sistemi di calcolo automatico, ci vogliono depositi e archivi, eccetera, ci vuole lo Stato.

Quando anche una casa editrice della sinistra radicale ha inaugurato una collana di Gastro-Nomia, sostituendo i titoli di Marx e Keynes con quelli di Carnacina e Carlo Petrini, anche io mi sono sentito un po’ vecchio con il mio Panettone Motta.

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Italia - Terra di frontiera, ai tempi del coronavirus


Nonostante le guerre alle porte di casa, l’informazione italica rimane fortemente “autarchica”. Quel che accade appena al di là del cortile domestico, spesso ristretto agli interessi societari dell’”editore di riferimento”, interessa solo come “colore” che non ci riguarda. Finché non ci precipita tra i piedi.

La guerra in Siria, per dirne solo una, proseguita da Erdogan, sta già producendo scontri tra profughi e polizia greca sul confine con la Turchia e preannuncia ondate tipo quella che fece rialzare muri di filo spinato lungo tutti i Balcani e fino a Trieste.

Quella in Libia, momentaneamente sottotraccia ma con identici protagonisti (Turchia, Russia, jihadisti, Unione Europea, ma senza un Assad, visto che Gheddafi è stato ucciso quasi 10 anni fa), non sta producendo gli stessi fenomeni solo perché è ancora inverno e le rotte delle migrazioni “gestite” da trafficanti professionali si sono molto allontanate dal deserto del Fezzan.

Così, con un’informazione da cortile, anche l’epidemia da coronavirus – un fenomeno decisamente globale – viene ridotta a questioncella regionale. L’unica novità starebbe nei lombardo-veneti (che portano certamente la colpa di aver votato ed eletto degli attori di serie zeta) trattati a livello internazionale quasi come i meridionali in odor di mafie alcuni decenni orsono.

Al massimo, sui media tutti uguali dell’establishment, si pubblicano stime fantasiose – come tutte le “stime”per fenomeni in corso di cui non si può conoscere l’estensione potenziale e la durata nel tempo – sui danni per il Pil 2020.

Al massimo, i partiti più grandi (Pd, Cinque Stelle e Lega) trovano un accordo silenzioso per strappare all’Unione Europea un margine di sforamento più ampio del deficit per far fronte alla spesa indispensabile per arginare il virus. Ma non riuscendo a trovare – per crassa ignoranza e statura intellettuale inesistente – un discorso pubblico all’altezza del problema che hanno di fronte, continuano a diffondere l’infodemia: panico e minimizzazione a giorni alterni, schizofrenia di massa, figure di merda come se piovesse. Non siamo ancora al “si salvi chi può”, ma ci stiamo avvicinando...

Eppure il “cigno nero” del coronavirus ha già prodotto la peggiore settimana di borsa dai tempi del crack di Lehmann Brothers. Ossia dal big bang da cui l’economia capitalistica occidentale non si è ancora ripresa dopo 12 anni.

Solo che, a differenza di allora, la “globalizzazione” ha lasciato il posto alla competizione globale.

Che significa? Che nel 2008, in tempi relativamente rapidi (seppur differenziati nei vari continenti), fu imbastita una risposta tendenzialmente unitaria a livello mondiale, con le principali banche centrali chiamate a inondare di liquidità i mercati per scongiurare il blocco delle attività (sperimentato per qualche giorno, comunque, a ridosso del crack della quarta banca d’affari del pianeta).

Oggi, tra guerre dei dazi, “prima noi” (ogni grande paese, ma anche quelli che non contano poi troppo...), “interesse nazionale”, “torniamo grandi”, ecc., non si vede all’orizzonte alcuna risposta tranquillizzante. E anche il coronavirus dà il suo contributo all’accentuazione della “competizione”, evidenziando le faglie tettoniche che si vanno scontrando sotto la superficie dell’economia mondiale. Diventando geopolitica.

Un contributo chiarificatore, come spesso accade, arriva da questo editoriale del solito Guido Salerno Aletta, pubblicato su TeleBorsa, che squaderna la portata della partita che si sta giocando già da qualche anno.

Usa, UE e Cina (per stare solo ai protagonisti economici, altrimenti bisognerebbe calcolare anche soggetti rilevantissimi come Russia e persino Turchia) sono le tre principali “piattaforme” economiche, ed anche la reazione al coronavirus avviene tenendo conto delle relazioni reciproche esistenti. Si “indurisce” nei confronti dei competitor, si “ammorbidisce” con gli alleati fedeli, viene “graduata” verso quelli incerti o da riconquistare, magari staccandolo del blocco di appartenenza.

Il vaso di coccio, anche in questo caso, risulta l’Unione Europea. La sua crisi attuale è figlia di un modello fallito – quello ordoliberista di matrice tedesca – di cui però non si vuole siglare l’atto di morte perché ha imprintato in modo inestricabile la stessa costruzione istituzionale comunitaria.

Forse è eccessivo dare già oggi la UE sull’orlo dell’esplosione, ma certo la sua incapacità di reagire ai problemi in modo “espansivo” – quando hai l’”austerità” come linee guida la tua capacità di individuare soluzioni si blocca – non depone a favore di un “futuro radioso”.

In questo terremoto crescente la povera Italietta, con una classe imprenditoriale in fuga e un ceto politico al di sotto di ogni possibile valutazione, fatto di facce strappate ai reality, appare chiaramente come terra di conquista, più che di confine.

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Coronavirus, l’Italia torna terra di frontiera

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Anche l'emergenza per la epidemia di coronavirus va inquadrata nel contesto del grande conflitto geopolitico che oppone gli Usa alla Cina.

L’Europa, o meglio quel che ne resta dopo la Brexit, sta per implodere: abbandonata la sua matrice filo-Atlantica che ne caratterizzava la nascita e l’evoluzione in funzione antisovietica, cerca di darsi un ruolo globale.

L’asse franco-tedesco cerca di inglobare l’Italia, tenendola a bada sotto il profilo dei conti pubblici e delle sue relazioni dirette, da una parte con Cina e dall’altra con gli Usa: senza l’Italia, l’Europa si sfalda.

Troppo debole per stare da sola, l’Italia ha bisogno di un contesto di alleanze: tutti la vogliono, per un motivo o per l’altro.

Questo è il cuore del problema: né gli Usa, né la Russia, né tantomeno la Gran Bretagna hanno interesse a che l’Italia si trasformi definitivamente in una semplice colonia franco-tedesca: sanno che, senza l’Italia, l’Unione Europa non può aspirare ad alcun ruolo globale.

Qui non si fa né dietrologia, né complottismo, ma ci si limita ad osservare che anche l’emergenza sanitaria per l’epidemia del coronavirus ha implicazioni geopolitiche.

Il fatto che l’Italia venga accusata in questi giorni di essere una sorta di “untore” sistemico, visto che sarebbero i viaggiatori provenienti dall’Italia a diffondere il virus, si presta ad una lettura chiara: siamo già stati isolati da una serie di Paesi extraeuropei, che mettono in quarantena chi arriva dall’Italia.

Siamo di fronte ad un segnale chiaro, politico, strategico: l’Italia rappresenta un fattore di rischio. Formalmente, sotto il profilo sanitario, per via della diffusione dell’epidemia, ma sostanzialmente sotto il profilo geopolitico.

Tacciono, finora, le autorità europee: sanno che, se per ragioni sanitarie dichiarassero la chiusura delle frontiere con l’Italia, decreterebbero nello stesso momento la fine dell’Unione che si fonda sulla libera circolazione di persone, merci e capitali.

La Cina, indispettita per la cessazione dei voli diretti da parte dell’Italia, tace. Ma constata che il nostro Paese l’ha ormai sostituita come veicolo della diffusione della epidemia: pur senza volerlo, ha proiettato su di noi la sua ombra negativa. Curiosamente, si sta pure immaginando un “ceppo italiano” per il virus, in modo da farne dimenticare l’origine cinese: un paradosso solo apparente, in questo conflitto geopolitico.

Solo il Vaticano tifa per una collocazione filo-cinese da parte dell’Italia: da sempre, dai tempi di Matteo Ricci, l’ambizione dei Gesuiti è stata quella di inglobare il Celeste Impero nel Regno di Cristo. Ora, con Papa Francesco, siamo di fronte ad una occasione storica, irripetibile.

Siamo divisi, terra di frontiera, come nel ’43: allora il discrimine era tra filoamericani e filosovietici. Ora, il gioco si è fatto più articolato: c’è chi punta ad annullare l’Italia all’interno del progetto europeo, che non è ormai altro che l’asse franco-tedesco; e c’è invece chi pensa che ci possa essere spazio al di fuori dell’Unione Europea, pur senza avere il coraggio di esporsi in ordine all’adesione alla nuova compagine occidentale, che sostituisce la Nato con l’Anglosfera.

È un assetto, quest’ultimo, che mette insieme tutto il vecchio Impero Britannico, compresi gli Usa che ne furono a lungo una piccola colonia, che comprende il Canada e l’Australia, passando dall’India, fino alla Nuova Zelanda.

L’Italia ne sarebbe il pilastro, piantato nel Mediterraneo, come accade da un paio di secoli: dalla presenza inglese in Sicilia per bloccare l’avanzata napoleonica, ai tempi di Cavour e della guerra di Crimea combattuta a fianco dell’Inghilterra, alla Riunificazione dell’Italia con Garibaldi e Mazzini che erano di casa a Londra, all’accordo stipulato lì da Giolitti nel 1915 che portò all’abbandono della alleanza con l’Austria e la Germania, fino allo sbarco in Sicilia del ’43.

Tutto torna, con una regolarità impressionante, in tempi di crisi geopolitiche.

Pilastro dell’Anglosfera, colonia franco-tedesca o ponte verso la Cina?

Coronavirus, l’Italia torna terra di frontiera.

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India - Il Paese di Modi non tira più


Nella grande nazione indiana le turbolenze di piazza degli ultimi mesi non hanno riguardato solo l’autonomia del Kashmir, che secondo i locali è stata azzerata dallo scorso agosto con l’abrogazione dell’articolo 370 della Costituzione imposta dal premer Modi. Né le proteste contro la successiva norma sull’accoglienza di minoranze etnico-religiose dai Paesi confinanti, che escludeva i musulmani. Tutto ciò continua a mobilitare. Però la gente scende per le strade anche per le crescenti difficoltà economiche, e in questo caso non si tratta di soli cittadini islamici. Il sensibile rallentamento economico è una realtà con cui gli indiani fanno drammaticamente i conti, nel senso che per tanti di loro il salario mensile non basta. Attualmente uno stipendio medio s’aggira sui 200 euro, ovviamente c’è chi ne guadagna molto meno e comunque cerca di tenersi il lavoro perché in troppe città s’aggira lo spettro della disoccupazione. In questi giorni la ministra dell’economia Nirmala Sitharaman ha annunciato un paio di misure per consentire al governo di tenere la rotta: una riorganizzazione delle imposte e un piano di privatizzazioni. Questo coinvolge due pezzi pregiati dell’economia interna che verranno venduti: la compagnìa aerea nazionale Air India e la Life Insurance Corporation, l’assicurazione generale della nazione che era una vera istituzione. Sessantaquattro anni di vita, era sorta riunificando oltre 200 compagnie private, occupa 110.000 indiani e vanta circa 300 milioni di clienti.

La Lic, finisce sul mercato dando vita a una delle maggiori capitalizzazioni borsistiche del continente-nazione, contabilizzata a oltre 100 miliardi di euro. Tutto per sostenere un’economia che non va, con un Pil fermo fra il 5 e il 6%, mentre gli esperti finanziari sostengono che il minimo accettabile dovrebbe essere l’8%. Peraltro gli osservatori economici, analizzando il programma che la ministra di Modi ha presentato a fine del 2019, guardano alla sua scommessa di privatizzazione come a un’incognita. C’è una lista di ben 6500 progetti e 1.300 miliardi di euro che coinvolgono prevalentemente trasporti, con la previsione di costruire un centinaio di aeroporti, energia e irrigazione. Quest’ultima coinvolge il settore agricolo che non ha più le percentuali di prodotto dei decenni passati, però continua a occupare centinaia di milioni di abitanti di tantissime aree rurali. Insomma la trasformazione dell’economia in senso tecnologico con un’ampia ricaduta occupazionale (Modi alla prima elezione nel 2014 prometteva 20 milioni di posti di lavoro all’anno) appare ferma. Ma gli stessi introiti maggiori che lo Stato pensava d’ottenere aumentando le imposte di vari prodotti dal 22% al 30% subirà un freno poiché potrebbe bloccare quella spinta al consumo che proprio il governo cerca d’incentivare. Coi bassi salari e l’aumento dei prezzi il mercato si ferma, un baco vizioso del vizioso sistema mercantile. Le rivendicazioni, dunque, si spostano sul fronte economicistico, forse anche per questo il diversivo del conflitto etnico-religioso pareva un salvagente. Ma non è escluso che l’onda anomala del conflitto sociale renda Modi un naufrago in un Oceano indiano sempre più agitato.

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Iran - Elezioni parlamentari tra astensionismo e voto conservatore

Bassa la percentuale di voto alle parlamentari iraniane, un 42% nazionale che è la più flebile partecipazione dalla nascita della Repubblica Islamica, con un misero 25% nella capitale. Ma con quel 25% l’ex sindaco di Teheran, nonché comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohammad Bagher Qalibaf, balza alla testa dei candidati preferiti dal popolo elettore. Un successo personale che lo proporrà come elemento di spicco per le presidenziali dell’anno prossimo. Qalibaf aveva partecipato anche alla tornata presidenziale del 2017, rivinta da Rohani, e non era risultato l’elemento con maggiori consensi sul fronte tradizionalista. La gente gli aveva preferito il chierico Raisi, che molte voci considerano il sostituto naturale alla carica di Guida Suprema, quando Khamenei passerà nei cieli di Allah. Eppure Khamenei, dato per spacciato da anni per problemi di salute, resta ancorato al suo incarico di uomo chiave della nazione. Commentando il voto e i problemi legati all’infezione Covid-19 – esplosa con alcuni casi di morte e conseguenti colpiti (finora si registrano 12 decessi, sebbene un deputato abbia dichiarato 50 vittime solo a Qom, città dell'iniziale contagio) proprio alla vigilia dell’apertura delle urne – la Guida ha ribadito come la paura “diffusa ad arte” dai nemici dell’Iran per tenere in casa gli elettori ha prodotto solo parzialmente l’effetto negativo della diserzione dei seggi.

Se così fosse verrebbe avvalorata la tendenza astensionista scelta dal fronte riformista che, Coronavirus o meno, aveva deciso di boicottare il voto. Questa è la valutazione di molti osservatori che ricordano la definitiva frattura creatasi fra gli elettori progressisti e quel centro moderato che aveva espresso nel 2013 l’ipotesi Rohani, ribadita pur con parziali defezioni nel 2017. Ora i riformisti hanno nuovamente imboccato la via nascosta della non partecipazione alla rappresentanza, seppure in parlamento compare un manipolo d’una ventina di deputati di questo fronte. A cui s’uniscono 35 deputati indipendenti e i cinque esponenti delle minoranze religiose cui è garantito il seggio (zoroastriani, ebrei, assiri, caldei, armeni). Questo significa che il fronte pro regime fa il pienone nel Majlis, accaparrandosi gli altri 230 posti. Si sa che questo blocco non è uniforme. Non lo è stato anche quando aveva espresso la presidenza di Ahmadinejad, frutto d’un compromesso fra il clero tradizionalista e la componente laica militar-politico-economica dei Pasdaran. Nei sondaggi realizzati proprio nel corso delle presidenziali del 2017 che rielessero Rohani, emerse con un cospicuo 15% il gradimento alle posizioni principaliste basate su conservatorismo, realpolitik, populismo e tradizione teocratica. E il successo di Qalibaf è basato proprio sull’alleanza col cosiddetto Fronte Islamico della Stabilità, guidato da Morteza Agha Tehrani.

Oggi sessantatrenne, Tehrani non è un volto nuovo della componente ultraconservatrice. Il suo mentore è l’anziano ma sempre potente ayatollah Taqi Mesbah Yazdi, entrambi si spesero a favore di Ahmadinejad nella scalata al potere nel 2005, fino alla sua perdita di credibilità di agli occhi della Guida Suprema. Diversamente dai riformisti, dispersi nella difficile fase attraversata dal Paese con contestazioni dell’establishment per i problemi economici dettati dalle nuove restrizioni statunitensi e dall’embargo strisciante degli anni passati che oggi producono un’inflazione del 33%, i principalisti rivendicano la bontà del pur dispendioso impegno militare sugli scenari di guerra mediorientali (Siria, Yemen e resistenza sud libanese) per tamponare l’isolamento geopolitico del Paese, da anni “sotto attacco del nemico occidentale e sionista”. Una linea che è coesistita al cambio di marcia con le aperture diplomatiche dalla coppia Rohani-Zarif che, però, non ha pagato. Anzi, l’Iran di recente ha vissuto lo sfregio dell’assassinio d’una figura simbolo, quel generale Soleimani in predicato per un ruolo politico di spicco. Allo spirito combattente, all’orgoglio nazional-popolare si rifà il principalismo per proporre una nuova scalata al potere. E ha dalla sua il fatto che né ai tempi di Khatami, né con la ben più contenuta gestione Rohani l’Occidente si sia mostrato amico.

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Egitto - Mubarak è morto

Nessun coccodrillo per la morte di Mubarak. Coccodrillo era lui, e fingeva di piangere mentre divorava i suoi figli. Non Gamal e Alaa, i due discendenti legittimi e viziati perché rampolli del raìs, e al suo fianco ladri di risorse e futuro per i coetanei e per i più giovani ancora. Diversamente da altre satrapìe mediorientali il babbo non riuscì a piazzarli al posto suo. In realtà ci aveva provato con Gamal ma nove anni fa, quando doveva festeggiare i trent’anni di potere personale e di lobby, la rivolta di Tahrir incendiò le strade del Cairo. Mubarak provò a fermarla facendo uccidere più di ottocento manifestanti. Non ci riuscì e se ne andò. Arrestato, doveva essere impiccato. Lo salvarono la casta militare, da cui proveniva, e i giudici sempre ossequiosi al potere, e per l’allora ottantaduenne Hosni giunse la sentenza all’ergastolo, da scontare in una caserma dell’esercito, poi finita ai domiciliari perché si diceva che l’anziano presidente stesse “per morire”. Quindi tre anni fa grazie a Sisi, uno degli epigoni di divisa che più e meglio di lui sta schiacciando libertà e speranze degli egiziani, Mubarak tornò nella sua casa a Heliopolis. Oggi, dopo un ricovero in ospedale nel fine settimana, il presidente che più a lungo ha governato il grande Paese arabo ha cessato di vivere. Aveva 91 anni.

Pilota dell’aeronautica militare, era vicepresidente di Anwar Sadat quando questi nel 1981 venne assassinato. Gli subentrò al comando d’una nazione che già aveva stretto una ferrea alleanza con gli Stati Uniti. Nel giro di tempi non lunghi anche i rapporti con Israele divennero distesi a tutto discapito dei palestinesi, soprattutto della Striscia di Gaza, di cui l’Egitto mubarakiano divenne il carceriere sulla frontiera meridionale per compiacere Tel Aviv e Washington. Ma, anno dopo anno, un sistema di clientele di corpo, quello delle Forze Armate che controllano una gran quantità di attività economiche – dalla manifattura all’agricoltura, dalle costruzioni al turismo – fu convertito anche in sistema di accaparramento personale, col raìs in prima fila assieme a sodali quali Shafiq. Per la cronaca diventata storia recente, quest’ultimo fu l’ex militare prestato alla politica su cui l’entourage del presidente disarcionato aveva fatto convergere i voti dei foloul per la sfida all’islamista Morsi alle elezioni del 2012.

Il trentennio di Mubarak può essere ricordato come uno scenario politico di servilismo agli interessi dell’imperialismo in cambio, appunto, di mani libere per ruberie e corruzioni interne ai danni d’una popolazione sempre più impoverita e intimorita dalle angherie di polizia e servizi segreti. Le stesse proseguite e ampliate dal generale-golpista ora al comando.

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Pace in Afghanistan, quanto durerà?

Dicono pace e la firmano. Sui tavoli diplomatici di Doha, dove per mesi i rappresentanti talebani e statunitensi si sono incontrati sotto la regia di mister Khalilzad, l’ambasciatore dell’accordo. Alla stipula, evidenziata con enfasi dal Segretario di Stato americano Pompeo, erano presenti delegazioni di Pakistan, India, Turchia, Indonesia, Uzbekistan, Tajikistan e Qatar.

Gli annunci delle parti hanno sottolineato ciò che a ciascuno, fra un alterco e l’altro, stava maggiormente a cuore: il ritiro delle truppe Usa per i turbanti, la cessata ostilità per le truppe a stelle e strisce. Se sarà una vera pacificazione, si vedrà nell’immediato futuro, perché in quella latitudine anche i patti sottoscritti può portarseli via il vento di interessi che restano contrapposti.

I taliban per quanto hanno fatto intendere sino alla vigilia dell’accordo non accettano collaborazioni con l’apparato politico gradito a Washington, che con le presidenziali meno votate dal 2001 ha rilanciato la coppia Ghani presidente e Abdullah premier. Gli Usa perché mai dovrebbero chiudere la decina di basi aeree superattrezzate con caccia e droni per controllare, spiare, bombardare nemici nella vasta area dell’Asia centrale dove l’Afghanistan si colloca? Certo, per ora restano le dichiarazioni del portavoce talib, lanciate ufficialmente davanti ai microfoni dell’emittente Al Jazeera, di “una guerra che è finita”.

I tempi per il ritiro delle truppe americane sono indicati attorno ai quattordici mesi. Comprenderanno i 14.000 propri soldati e gli altrettanti dei 39 Paesi Nato che hanno dato manforte e vite a quell’occupazione. Nulla si dice dei contractor che ammontano a 30.000. Il ritiro, anche per questioni logistiche sarà graduale, ma la stessa gradualità s’era discussa durante l’amministrazione Obama nel 2013-14. Tanto che l’operazione Nato in corso, Resolute Support, introdotta dal gennaio 2015 è durata finora quattro anni e due mesi, alternando i militari, non ritirandoli.

Alle contraddizioni passate e presenti il rappresentante del gruppo Internazionale di Crisi Robert Malley risponde con un filosofico “Nessun accordo è perfetto e anche questo non fa eccezione”. Vero, verissimo. Ma la puntualizzazione può anche far pensare al peggio, che vuol dire quella carta può essere stracciata. In futuro i talebani dovrebbero incamerare la cancellazione dei loro membri dalla lista dei sanzionati, o forse sarebbe meglio dire militarmente cacciati. In questi mesi hanno guadagnato il rilascio dalle prigioni di cinquemila loro adepti, gran parte combattenti e non solo.

Effettivamente i turbanti nell’ultima settimana hanno completamente azzerato qualsiasi iniziativa di guerriglia, cosa che nell’anno e mezzo di colloqui non era mai accaduta. Mentre fra dieci giorni dovrebbe seguire l’apertura d’un confronto inter afghano. C’è da chiedersi chi parlerà con chi. Per i talib l’attuale establishment del Paese non è altro che un fantoccio al servizio dell’Occidente, dunque proprio l’auspicata continuità di colloquio potrebbe creare il primo intoppo a un risultato che l’amministrazione Trump vuole usare come ennesimo traguardo raggiunto nell’ambito della propria ricandidatura presidenziale.

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