Ma
come si riproduce la deflazione e quali effetti comporta? Molto
schematicamente, la deflazione è un fenomeno di abbassamento dei prezzi,
dovuta all’impossibilità di raggiungere la capacità di acquisto dei
consumatori, che ha cause appunto in fenomeni come l’abbassamento o la
perdita del salario, il possesso di beni dal valore decrescente che
garantiscono minore flusso di cassa, la minore disponibilità di redditi
come quelli pensionistici (e tutto questo avviene a Livorno). Insomma è
un fenomeno indice di erosione di salari, rendite e redditi assieme.
Quando tutti questi elementi di disponibilità di denaro si deprimono i
prezzi si abbassano per poter raggiungere il livello di ricchezza
realmente esistente. Il punto è che la deflazione, come ammette lo
stesso mainstream, genera una spirale: per abbassare i prezzi, ad
esempio, si taglia sul salario il quale perde così ulteriore potere di
acquisto generando l’esigenza di un nuovo taglio dei prezzi. E di
salario già se ne taglia visto che con l’aumento dell’Iva, voluto da Ue e
precedenti governi, e cumulo fiscale, già la formazione dei prezzi
subisce una forte determinazione. Come si vede, dati alla mano, il
fenomeno a Livorno si è già innestato con forza essendo la nostra città
già, da lungo, implementata in dinamiche di compressione salariale
(pubblica e privata) e precariato (con tanto di record nazionale
nell’applicazione di contratti a termine). Livorno, che ha vissuto molti
anni di bolla immobiliare, vede anche lo sboom del mattone, generando
quindi minore disponibilità di fidi per il consumo (non a caso si vedono
Compro Oro ovunque, negozi di scommesse che rappresentano l’high
venture capitalism dei poveri, e finanziarie). Con un sistema del
credito locale ingessato, di cui pare persino proibito discutere e che
invece va messo di diritto tra le cause deflattive. Infine la perdita di
reddito pensionistico, che mette in crisi la reale solidarietà sociale
livornese, contribuisce a questo fenomeno deflattivo. Tanto che, alla
fine, si arriva ad acquistare generi alimentari in maniera così ridotta
da portare Livorno ad essere la prima città d’Italia ad arrivare a piena
deflazione. Naturalmente, in una situazione simile, chi detiene
capitali vede apprezzare le proprie ricchezze. Può prestare denaro o
acquistare merci con maggiore profitto. Quando il denaro si fa scarso,
infatti, sono avvantaggiati, a maggior ragione, i detentori di capitali.
Occhio quindi ai genialoidi dell’“attirare capitali a Livorno a
qualsiasi costo”: a seconda di che tipo di capitali che attiri, non fai
che alimentare il ciclo deflattivo. Livorno è già la città toscana dove è
più alto il divario tra capitale investito e lavoro impiegato. Fenomeno
che è tipicamente l’anticamera della deflazione, quando la situazione
economica si fa seria. Perseverare, attirando qualsiasi capitale basta
che siano soldi, sarebbe diabolico. Basta quindi con liberismo e
social-liberismo, una sorta di inno al privato basta che sia “sociale”.
Ad esempio il privato sociale ha alimentato la spaventosa bolla
immobiliare proprio a Livorno.
Naturalmente
Livorno, come l’Italia, non ne uscirà a breve. Né tantomeno ne uscirà
grazie a privatizzazioni, dismissioni, esternalizzazioni. Serviranno
solo a far migrare risorse o a generare capitale di rendita. Né
serviranno auspici di ogni genere verso regione, governo, Ue o corsivi
sedicenti illuminati che attendono chissà quale decisione della Bce e
della Fed. È tutta roba che ha la stessa efficacia della danza della
pioggia.
I dati mettono Livorno di fronte a problemi storici. La città ne uscirà SOLO dandosi una governance economica pubblica, dai tratti fortemente innovativi.
Perché l’economia è una bestia che non si governa con auspici, la
retorica e il rinvio dei problemi ad altra, inesistente, sede.
Altrimenti Livorno è destinata a vivere una depressione che, come si
legge dal dibattito pubblico ufficiale, neanche immagina. Hic Rhodus hic
salta.
Redazione - 13 agosto 2014
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