Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/08/2014

La deflazione di Livorno non durerà un giorno

Dopo le notizie diffuse dalle agenzie di stampa sulle città italiane che sono entrate in deflazione, Il Tirreno ha parlato del risultato livornese come “indice di grave situazione economica”. Registriamo quindi il fatto, dopo aver messo sotto il tappeto chili di polvere per anni, che il Tirreno si è accorto che esistono indici che rilevano una grave situazione economica del territorio. Abbiamo in archivio collezioni di articoli del Tirreno dove, di fronte a dati impietosi, si argomentava con eufemismi sminuendo, relativizzando, rimandando la percezione della portata del problema economico livornese. Ma, si sa, il timore che babbo Pd brontolasse era troppo forte. Noi, da parte nostra, l’informazione sui rischi reali che corre l’economia livornese l’abbiamo sempre fatta. Facendo parlare dati e lavoratori, non certo apprendisti stregoni delle fusioni societarie o maghetti delle privatizzazioni. Detto questo commentiamo il dato: se Livorno è il primo capoluogo di provincia che entra, con questa forza (-0,7), in deflazione ci sono almeno tre ragioni. La prima è legata al salario; la seconda allo "sboom" immobiliare che non fa circolare denaro e, allo stesso tempo, incide sulla disponibilità di fidi bancari, la terza alla curva decrescente dei redditi da pensione. Tutti e tre questi indicatori vanno particolarmente sul negativo nella nostra città. Che, quindi non a caso, si è trovata ad essere toccata per prima  dalla deflazione. Eppure si trattava di tendenze rilevabili da almeno un decennio ma, si sa, dio acceca i territori che vogliono morire. Figuriamoci se sono stati governati da un centrosinistra che si sentiva a posto una volta fatta gonfiare la bolla immobiliare e fatta girare qualche nomina. Al resto, la propaganda, ci pensava il Tirreno.

Ma come si riproduce la deflazione e quali effetti comporta? Molto schematicamente, la deflazione è un fenomeno di abbassamento dei prezzi, dovuta all’impossibilità di raggiungere la capacità di acquisto dei consumatori, che ha cause appunto in fenomeni come l’abbassamento o la perdita del salario, il possesso di beni dal valore decrescente che garantiscono minore flusso di cassa, la minore disponibilità di redditi come quelli pensionistici (e tutto questo avviene a Livorno). Insomma è un fenomeno indice di erosione di salari, rendite e redditi assieme. Quando tutti questi elementi di disponibilità di denaro si deprimono i prezzi si abbassano per poter raggiungere il livello di ricchezza realmente esistente. Il punto è che la deflazione, come ammette lo stesso mainstream, genera una spirale: per abbassare i prezzi, ad esempio, si taglia sul salario il quale perde così ulteriore potere di acquisto generando l’esigenza di un nuovo taglio dei prezzi. E di salario già se ne taglia visto che con l’aumento dell’Iva, voluto da Ue e precedenti governi, e cumulo fiscale, già la formazione dei prezzi subisce una forte determinazione. Come si vede, dati alla mano, il fenomeno a Livorno si è già innestato con forza essendo la nostra città già, da lungo, implementata in dinamiche di compressione salariale (pubblica e privata) e precariato (con tanto di record nazionale nell’applicazione di contratti a termine). Livorno, che ha vissuto molti anni di bolla immobiliare, vede anche lo sboom del mattone, generando quindi minore disponibilità di fidi per il consumo (non a caso si vedono Compro Oro ovunque, negozi di scommesse che rappresentano l’high venture capitalism dei poveri, e finanziarie). Con un sistema del credito locale ingessato, di cui pare persino proibito discutere e che invece va messo di diritto tra le cause deflattive. Infine la perdita di reddito pensionistico, che mette in crisi la reale solidarietà sociale livornese, contribuisce a questo fenomeno deflattivo. Tanto che, alla fine, si arriva ad acquistare generi alimentari in maniera così ridotta da portare Livorno ad essere la prima città d’Italia ad arrivare a piena deflazione. Naturalmente, in una situazione simile, chi detiene capitali vede apprezzare le proprie ricchezze. Può prestare denaro o acquistare merci con maggiore profitto. Quando il denaro si fa scarso, infatti, sono avvantaggiati, a maggior ragione, i detentori di capitali. Occhio quindi ai genialoidi dell’“attirare capitali a Livorno a qualsiasi costo”: a seconda di che tipo di capitali che attiri, non fai che alimentare il ciclo deflattivo. Livorno è già la città toscana dove è più alto il divario tra capitale investito e lavoro impiegato. Fenomeno che è tipicamente l’anticamera della deflazione, quando la situazione economica si fa seria. Perseverare, attirando qualsiasi capitale basta che siano soldi, sarebbe diabolico. Basta quindi con liberismo e social-liberismo, una sorta di inno al privato basta che sia “sociale”. Ad esempio il privato sociale ha alimentato la spaventosa bolla immobiliare proprio a Livorno.

Naturalmente Livorno, come l’Italia, non ne uscirà a breve. Né tantomeno ne uscirà grazie a privatizzazioni, dismissioni, esternalizzazioni. Serviranno solo a far migrare risorse o a generare capitale di rendita. Né serviranno auspici di ogni genere verso regione, governo, Ue o corsivi sedicenti illuminati che attendono chissà quale decisione della Bce e della Fed. È tutta roba che ha la stessa efficacia della danza della pioggia.

I dati mettono Livorno di fronte a problemi storici. La città ne uscirà SOLO dandosi una governance economica pubblica, dai tratti fortemente innovativi. Perché l’economia è una bestia che non si governa con auspici, la retorica e il rinvio dei problemi ad altra, inesistente, sede. Altrimenti Livorno è destinata a vivere una depressione che, come si legge dal dibattito pubblico ufficiale, neanche immagina. Hic Rhodus hic salta.

Redazione - 13 agosto 2014

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