Uno spiraglio si apre di fronte allo Yemen: a quasi un anno dall’inizio
dell’operazione “Tempesta Decisiva”, scatenata da Arabia Saudita,
Emirati Arabi, Qatar e Egitto contro il movimento ribelle Houthi, ieri
sera per la prima volta le due parti si sarebbero incontrare a Riyadh.
Lo rendono noto due funzionari sauditi anonimi: una
delegazione Houthi (guidata dal portavoce Mohammed Abdel-Salam) è volata
in Arabia Saudita per quello che viene definitivo il più serio incontro
dall’inizio della campagna militare. Per ora non si conoscono i
dettagli del meeting: quello che si sa è che il movimento
sciita è arrivato a Riyadh su invito delle autorità locali, dopo una
settimana di dialogo segreto. Non si sa nemmeno se l’incontro sia
sponsorizzato dall’Onu, che per mesi ha tentato di portare al tavolo le
due parti. Ieri, però, l’inviato delle Nazioni Unite per lo Yemen,
Ismail Ould Cheikh Ahmed, ha concluso quattro giorni di visita a Riyadh,
dove ha incontrato Hadi, il presidente yemenita alleato saudita.
I media arabi riportano, però, di un primo scambio di prigionieri: la coalizione a guida saudita ha riavuto indietro un ufficiale in cambio di sette prigioneri Houthi.
La notizia giunge qualche ora dopo la dichiarazione del generale
iraniano Masoud Jayazeri, vice capo di stato maggiore di Teheran: l’Iran
potrebbe sostenere il movimento Houthi come fatto con il presidente
siriano Assad. Ovvero, specifica il generale, inviando consiglieri
militari in Yemen.
Una presa di posizione che modificherebbe gli equilibri in campo,
almeno politici: finora Teheran, pur accusata da più parti di fornire
armi e uomini ai ribelli, non è mai voluta entrare nel conflitto
yemenita. Se già in passato iraniani e Houthi non erano legati da una
solida alleanza, ma divisi da divergenze politiche e strategiche, oggi
la Repubblica Islamica non pare affatto interessata ad entrare in un
altro fronte di guerra. Al contrario, sembra volta a mantenere l’attuale
status quo, una bilancia che pende a proprio favore nella regione dopo
l’accordo sul nucleare firmato con il 5+1 e l’adozione di un ruolo di
mediatore nei conflitti regionali.
Il gioco di Riyadh, che ha cercato di trascinare l’avversario nel
campo di battaglia yemenita, non ha funzionato finendo per impantanare i
sauditi in quello che molti media definiscono il Vietnam dei Saud. Un
Vietnam soprattutto per la popolazione civile che piange oltre 6mila
morti, di cui 2mila bambini (dati Onu, sebbene fonti locali parlino di
8mila vittime) e che conta oggi oltre 2,4 milioni di sfollati interni. A
darne un bilancio è il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric:
“Il rapporto mostra che la situazione è destinata a peggiorare, a causa
di un peggioramento delle condizioni umanitarie e socio-economiche e
senza una soluzione politica all’orizzonte”.
La situazione più drammatica si registra nelle zone più calde, Taiz,
Sana’a, Sa’ada, principali terreni di scontro tra forze pro-governative e
movimento ribelle. Luoghi dove gli aiuti, scarsissimi in tutto il
paese, non arrivano. A Ginevra lo Yemen Humanitaria Response
Plan ha chiesto di raccogliere 1,8 miliardi di dollari per soccorrere
circa 13 milioni di persone. Ma ad oggi i donatori internazionali hanno
messo sul piatto solo il 2% della richiesta.
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