Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/09/2012

Grillo, il razzismo e le invenzioni di Repubblica

Dal 2007, cioè dal primo anno che Senza Soste è anche online, seguiamo Grillo e il movimento 5 stelle. Abbiamo sempre detto la nostra senza sconti, ammiccamenti e senza pregiudizi. Costruendo strumenti di analisi su un fenomeno che aspira consensi sia a destra che a sinistra. Fino all'inizio dell'anno, quando l'M5S era quotato con un bacino di voti più o meno coincidente con le migliori stagioni elettorali del partito radicale, il movimento di Grillo sembrava sostanzialmente uno specchio delle nicchie di opinione politica che si agitano nella società italiana. Con la primavera, e l'accelerazione della crisi economica e di quella dei partiti della seconda repubblica, il movimento di Grillo è diventato un fenomeno di massa spesso quotato come il secondo partito italiano. Andando a portare via voti, come è successo a Parma, al Pd, il partito dell'equilibrio di potere (sotto varie forme) negli ultimi 20 anni.
Con l'inizio della campagna elettorale il Pd, che teme di perdere elettorato di sinistra verso Grillo, ha accusato lo showman genovese di fascismo. Noi abbiamo scritto questo articolo che dimostra come se c'è qualcuno che, nel momento in cui dà del fascista agli altri, è connivente con le destre è proprio il Pd.
E quando il segretario del Pd chiama l'istituto Luce, il gruppo Repubblica-Espresso, risponde. Ecco quindi che dai media di De Benedetti parte la campagna su Grillo "fascista" e "razzista". Ma l'istituto Luce di oggi non si serve dei cinema di una volta, con le pellicole in bianco e nero. Funziona invece come un gioco di rimandi tra giornale, sito, social network, titoli e commenti. E funziona grazie alle tecniche di marketing virale, quelle che fanno crescere l'attenzione su un fatto, su un commento piuttosto che un altro. Andiamo a vedere sul campo. Il 2 settembre da uno dei blog dell'istituto Luce-L'Espresso parte questo post


e quasi in contemporanea il post viene citato su youtube, dove acquista maggiore visibilità


Per chi passa in rete tra un link e l'altro il messaggio è chiaro. Grillo istiga la polizia a picchiare i marocchini. Bersani ha ragione. Visto che il dibattito su Grillo fascista è di quelli caldi, si confida nella comunicazione spontanea della rete per diffondere il messaggio e il suo significato.
Nel link su youtube prima di tutto si omette completamente che lo spettacolo citato di Grillo è del 2006. Dimenticanza? Il marketing virale, citare su più spazi da fonti ritenute affidabili, insegna che meno particolari si mettono nella notizia più questa può entrare nella scia degli argomenti più discussi. Fatto sta che si trattava di uno spettacolo e non di un comizio di addirittura 6 anni fa (anche in Bersani e Ezio Mauro è difficile distinguere lo spettacolo dal comizio ma è altra questione). Omettere questo particolare, con la campagna in atto oggi, è buttare benzina sul fuoco.
C'è un altro piccolo particolare però. Siamo andati a vedere lo spettacolo integrale.


Dal minuto 49.00 in poi Grillo inizia un attacco contro il ministro Giovanardi e le sue posizioni sulle droghe leggere e sulla canapa. Poi continua con una polemica con il ministro sul concetto di “dipendenza” dal mandato dei suoi elettori. Infine lo critica perché ha raccolto firme a favore di due carabinieri e un poliziotto di Sassuolo colti a pestare un marocchino durante un arresto ripreso e finito in rete su un famoso video che fece il giro del mondo. Questo è il contesto in cui dal minuto 51.00 Grillo fa una serie di battute, brutte e infelici, sul fatto che semmai, invece di farsi riprendere in pubblico, i carabinieri potevano portarlo in questura “e dargli due schiaffetti” senza farsi vedere.
Questo il testo preciso: "Vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina· senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e gli dai magari due schiaffetti. Lo fanno. Ma in mezzo alla strada non è possibile, oggi con un telefonino fanno succedere un casino. L’immagine di quel telefonino lì è andata a un miliardi di musulmani…"
Una battuta stupida e pericolosa in un paese che ha visto la mattanza della Diaz, i casi Cucchi e Aldrovandi e le numerose morti insabbiate nelle carceri (di cui Grillo stesso è stato tra i primi accusatori del sistema carcerario). Senza contare che proprio in quella città dove ha fatto lo spettacolo, Bologna, qualche anno dopo si è scoperto che fra le forze dell’ordine c’era un nucleo in combutta con neofascisti che facevano i giustizieri della notte e pestavano da anni gli immigrati. Lo scorso agosto invece, sempre a Bologna, sono stati arrestati 4 poliziotti perché pestavano e rapinavano gli immigrati irregolari con la certezza che tanto, visto il loro status, non li avrebbero mai denunciati.
Grillo, dunque, ci mette del suo per strappare facili applausi e tenersi in equilibrio fra il suo elettorato trasversale da destra a sinistra che spesso deve nutrire con battute ad effetto che vogliono sentirsi dire, ma è altrettanto chiaro che siamo di fronte anche ad una campagna di falsificazione della realtà da parte dell'Istituto Luce-Repubblica/Espresso.
E nell'immediato funziona. I sondaggi del primo settembre, ad una settimana dalla campagna del Grillo "fascista", mostrano l'M5S in calo. Con un pur sempre ragguardevole 15%.


Noi conosciamo il gruppo Repubblica-L'Espresso. Ha costruito la favola dei successi del governo Monti, proprio quando l'economia è crollata a precipizio, ha difeso contro ogni evidenza le (si fa per dire) ragioni della Tav, della polizia a difesa della Tav, di qualsiasi genere di strazio e ristrutturazione liberista. Ce lo ricordiamo BENE anche a capo di una campagna razzista, di quelle vere, assieme a Veltroni per l'espulsione dei romeni dall'Italia dopo un grave fatto di cronaca a Roma.
L'istituto Luce detto Repubblica-Espresso non è ne di destra ne di sinistra. E' un'impresa che vende notizie di bassa qualità, quando non palesemente false, che fa sinergia con il littorio PD, un partito interessato solo a rimanere negli equilibri di potere. Anche a costo di distruggere l'Italia.
Su Grillo si può, e si deve, dire di tutto. Perché un partito che si candida ad essere il secondo, o il terzo, soggetto politico italiano deve essere messo ad analisi anche seriamente critica. Specie quando ondeggia tra destra e sinistra come un sonnambulo. Ma non bisogna, allo stesso modo, farsi ingannare da un prodotto della propaganda dell'Istituto Luce Repubblica-L'Espresso. Roba falsa e letale come un panino di McDonald.

Bassi salari, flessibilità e pensioni di sopravvivenza, ecco il modello tedesco

Per la serie "i sogni infranti del provincialismo italiano" un'interessante traduzione che aiuta a fare le pulci al tanto invidiato modello tedesco che miete successi (o vittime a seconda dei punti di vista) grazie alla precarizzazione interna e al capitalismo di rapina praticato all'estero.


Propaganda e provincialismo, nel momento in cui si cerca di mettere mano al disastro italiano, guardano alla Germania come ad un luogo mitico dove, sul piano della redistribuzione sociale, tutto funziona. Non è ovviamente così. Naturalmente in Germania il livello di efficienza e di innovazione dello stato, dell'amministrazione e delle politiche sociali non è comparabile rispetto all'Italia. Ma quello che è accaduto nelle politiche del lavoro, in un lungo processo che comincia dagli anni '90, deve far riflettere.
Punto di svolta delle politiche del lavoro tedesco è la riforma Hartz IV, voluta dal governo socialdemocratico a guida Schroeder. Hartz IV diminuisce le prestazioni sociali ai disoccupati, in termini economici e di servizi. Hartz IV è stato concepito per spingere masse di salariati quanto più possibile verso il salario stabilito dal mercato del lavoro. Nell'intervista che pubblichiamo, dal blog "voci dalla Germania", Hartz IV viene definito lo strumento più importante per lo spostamento di risorse dal basso verso l'alto della società tedesca. Oltretutto, con le dovute immissioni di flessibilità, nelle stagioni in cui in Germania è arrivata la "ripresa", lo spettacolare aumento della produttività tedesca ha impedito una forte creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato. Chi era ai margini della società ci è rimasto mentre sono cresciuti i posti di lavoro precari.
A questo va aggiunto il lungo processo di "stabilizzazione" dei salari tedeschi, la cui perdita di potere di acquisto è certificata nel tempo, e anche un fenomeno che non si sospetta. Da qualche giorno in Germania si è fatta una scoperta: le pensioni, per la generazione al momento in piena età da lavoro, non toccheranno i 700 euro al mese (secondo il progetto di riforma della ministro del lavoro Van Der Leyen, a dimostrazione che la Fornero non è una specialità italiana). Si parla di salariati che, al momento, guadagnano 2500 euro al mese. Chi potesse seguire il dibattito può farlo a partire da questo link che ha rimandi su questo tema.

http://www.spiegel.de/politik/deutschland/kampf-gegen-altersarmut-spd-haelt-zuschussrente-fuer-ungerecht-a-853503.html

Quando Monti dice "l'Italia è un pò più tedesca" fa quindi affermazioni vere. Nel senso che, al netto di uno stato forte e di una amministrazione complessa ed efficiente, le politiche del lavoro italiane hanno avviato la strada della compiuta germanizzazione. Con prestazioni persino incomparabilmente minori rispetto alla Germania dovute alla differente ricchezza accumulata. Bisogna rifletterci sopra tutte le volte che in Italia riparte lo stupidario del "ma in Germania..". Perchè se questo modello in Germania è fatto in qualche modo per tenere, grazie alla forza dello stato e del capitale come delle esportazioni tedesche, in Italia può farci regredire al primo dopoguerra. Proprio come sta accadendo negli ultimi anni.

(red) 4 settembre 2012
+++
10 anni fa venivano introdotte le riforme Hartz. L'economista Gustav Horn, direttore dell'Instituts für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK), fa un bilancio. Nell'intervista a Focus Online chiarisce che cosa Hartz IV ha portato - e parla della vera causa del Jobwunder.

Il 16 agosto di dieci anni fa l'ex cancelliere Gerhard Schröder (SPD) presentava le riforme Hartz. 7 anni fa sono entrate in vigore. Oggi Hartz IV non è più cosi' controverso come all'inizio. Molti economisti lodano la riforma perché ritengono abbia creato nuovo lavoro. Gustav Horn, economista presso l'IMK, istituto di ricerca vicino ai sindacati, è scettico.

Focus: Herr Horn, 10 anni fa le riforme Hartz venivano presentate. Qual'è la sua valutazione?

Horn: Hartz IV ha massicciamente cambiato il panorama sociale della Germania. Da allora è iniziata una nuova era. La pressione sui disoccupati è chiaramente aumentata perché le indennità previste sono tutt'altro che ricche. La vita sotto Hartz IV è una vita ai margini della società. Da un punto di vista economico, Hartz IV è una delle cause principali della redistribuzione della ricchezza dal basso verso l'alto, a cui abbiamo assistito negli ultimi 10 anni. E gli effetti di Hartz IV sono chiaramente visibili per i lavori a basso salario (niedrigen Lohngruppen). La pressione esercitata  sugli occupati attraverso Hartz IV, ha portato a salari molto più moderati. I lavoratori del settore a basso stipendio, rispetto allo sviluppo generale dei salari, sono rimasti ampiamente indietro.

Focus: Molti economisti vedono in Hartz IV la ragione dell'ottimo stato di salute del mercato del lavoro.

Horn: Il mercato del lavoro tedesco oggi sta meglio di 10 anni fa, sicuramente. Il collegamento con Hartz IV fino ad oggi pero' non è stato ancora dimostrato scientificamente. Lo abbiamo già dichiarato: nel boom 2006-2008 il numero delle ore lavorate è cresciuto molto di più che durante le precedenti fasi di espansione - ma non il numero degli occupati. Da Hartz IV ci saremmo aspettati un forte aumento del numero degli occupati, perché gli individui grazie alla pressione esercitata, dovrebbero essere pronti a lavorare.

Focus: Da cosa è stato causato allora il Jobwunder tedesco?

Horn: Le altre riforme del mercato del lavoro sono state molto più importanti: le cosiddette "riforme dal basso". Le aziende e i consigli di fabbrica hanno flessibilizzato gli orari di lavoro, ad esempio attraverso il conto orario del lavoro (Arbeitszeitkonten). Le aziende oggi in una fase di crescita possono ricorrere ad ore di lavoro aggiuntive molto economiche, per cui non pagano nemmeno un centesimo in più. Di questa possibilità le aziende fanno un grande uso.

Focus: La flessibilità è la chiave?

Horn: La vera storia del successo tedesco inizia con la crisi del 2009, da cui siamo usciti molto meglio degli altri paesi. Questo non è dovuto ad Hartz IV, ma ai pacchetti congiunturali e soprattutto alla flessibilità - questa volta in direzione opposta. I lavoratori non sono stati licenziati durante la crisi, ma hanno dovuto ridurre il loro orario di lavoro. A questo si è aggiunto il ricorso massiccio al Kurzarbeit (riduzione dell'orario di lavoro) grazie agli aiuti statali. Ciò ha stabilizzato il mercato del lavoro e accelerato la conseguente ripresa economica: i lavoratori erano disponibili immediatamente.

Focus: Hartz IV non ha avuto nessun ruolo?

Horn: Hartz IV si muove sempre dietro le quinte. La riforma ha ridotto i costi per le imprese, perché i salari sono diminuiti. In periodi di congiuntura positiva, Hartz IV ha anche effetti positivi sul mercato del lavoro - perchè la pressione sui disoccupati è giustificata. Nei periodi di recessione non serve a nulla esercitare maggiore pressione sui disoccupati. Perchè semplicemente non ci sono posti di lavoro sufficienti.

Focus: Hartz IV svolge il ruolo di un amplificatore?

Horn: Sì, c'è un effetto di amplificazione in entrambe le direzioni. Durante il boom la pressione sui disoccupati è una buona cosa. Possono effettivamente trovare un lavoro. Non solo grazie ad Hartz IV, ma anche perché le prestazioni delle agenzie per il lavoro (Arbeitsagentur) sono diventate migliori. Durante le recessioni, Hartz IV nel breve termine non è di alcun aiuto. Nel lungo periodo potrebbe addirittura causare qualcosa di molto negativo: immaginiamoci se nella crisi del 2009 non avessimo avuto nessun "conto delle ore lavorate" (Arbeitszeitkonten) e i lavoratori fossero stati licenziati. Dopo un anno, un milione di persone sarebbero rientrate nel sistema Hartz IV. Da un punto di vista sociale e politico sarebbe stata una catastrofe.

Focus: Lo slogan della riforma Hartz IV era "esigere e sviluppare". Entrambi gli aspetti sono stati approfonditi?

Horn: No, non vedo nessun equilibrio. L'aspetto dello sviluppo c'è sicuramente ma non è stato significativamente ampliato. Quanto più un disoccupato viene stimolato, meglio è. E l'agenzia per il lavoro dovrebbe essere ancora più rapida. Ai disoccupati bisognerebbe fare un'offerta, prima che questi diventino disoccupati di lungo periodo. Non devono ricevere il bollino di "disoccupato": questo non fa altro che rafforzare il loro stato di disoccupazione. La probabilità di ricevere un lavoro, si riduce con la durata della disoccupazione.

Focus: Per i disoccupati di lungo periodo Hartz IV ha fatto qualcosa?

Horn: Nulla. Questo è ancora un grande problema. La riforma doveva riportare sul mercato i disoccupati di lungo periodo. Per queste persone c'è invece bisogno di un diverso  mercato del lavoro, supportato dallo stato, che permetta loro di tornare ad una vita lavorativa.

Focus: Che cosa cambierebbe di Hartz IV?

Horn: Le tariffe Hartz sono molto severe. Le riforme avrebbero una maggiore accettazione, se i destinatari dei sussidi ricevessero un trattamento migliore rispetto all'attuale. Hartz IV non dovrebbe significare una vita ai margini della società. Le regole per il calcolo sono molto rigide. Inoltre, le procedure sono complicate e legalmente vulnerabili. Tutto ciò deve essere affrontato.

04/09/2012

Sulla strategia d'uscita dall'Euro, le destre sono in vantaggio

Ma perché le sinistre non si svegliano e non si rendono conto che il loro forsennato europeismo monetario le rende deboli e perdenti di fronte ad una destra che è sì populista e reazionaria, ma è anche pronta a staccare la spina dell’euro? Questo in sintesi è quel che pensa della situazione politica l’economista Emiliano Brancaccio, autore con Marco Passarella del libro “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa” (Il Saggiatore). Abbiamo interpellato Brancaccio perché ci aiuti a interpretare la “luce” che Monti e Passera vedono in fondo al tunnel. Negli ultimi giorni sui quotidiani si sono spesi fiumi d’inchiostro e di dettagli per spiegare l’ottimismo del governo sull’economia eppure le aziende chiudono, la disoccupazione cresce…

Professor Brancaccio, c’è o non c’é la luce di Passera e Monti?
Più volte abbiamo sentito esponenti di governo affermare che la crisi stava per finire. Già nel 2009 lo diceva Berlusconi… Non mi risulta che Monti e Passera abbiano elementi nuovi per rendere il loro ottimismo più credibile di quello dell’ex Premier. Le previsioni delle istituzioni internazionali parlano chiaro: a fine 2012 il Pil sarà caduto di altri due punti, e nemmeno per il 2013 si intravede una ripresa.

E come ha fatto Monti a far dire a Moody’s che l’Italia era in gran forma?
Le agenzie di rating hanno commesso errori colossali e hanno perso molta credibilità, in questi anni. I loro pareri sono tuttora utilizzati per fini di lotta politica interna ma la reale capacità delle agenzie di influenzare gli andamenti del mercato è ormai modesta.

Quali sono le novità della crisi allora?
L’unica vera novità di questa estate è la presa di posizione del presidente della Banca centrale europea: Draghi ha dichiarato che farà tutto ciò che è in suo potere per salvare l’euro, ed ha aggiunto che riuscirà nell’intento. Queste parole hanno messo gli speculatori in stato d’attesa e l’annunciata vendita in massa di titoli per il momento non è avvenuta. Molti ritengono che la dichiarazione di Draghi sia stata decisiva e abbia definitivamente scongiurato il pericolo di implosione della zona euro. In realtà la posizione della Bce nasconde una gigantesca contraddizione interna.

Quale?
La Bce è disposta ad acquistare i titoli dei paesi periferici solo a condizione che questi paesi proseguano con le politiche di austerità e di abbattimento del debito. Questa condizione genera una incoerenza logica: come stiamo osservando in Grecia, ma anche in Italia, le politiche di austerity non aiutano a risanare i conti. Al contrario deprimono i redditi e quindi rendono sempre più difficile il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati.

Alcuni osservatori dicono che in realtà l’insistenza sul “rigore” corrisponde al disegno tedesco – uso una parola forte – di schiavizzare i paesi più deboli. E’ d’accordo anche lei?
Di sicuro stiamo assistendo a quello che in gergo tecnico si definisce un processo di “centralizzazione” dei capitali europei, che favorisce soprattutto la Germania. Costringere i paesi periferici della zona euro ad attuare politiche di austerity significa aggravare la loro crisi e peggiorare la loro posizione debitoria. Di questo passo tali paesi si vedono costretti a far fronte ai debiti vendendo a prezzi di sconto gran parte del patrimonio nazionale, pubblico e privato: immobili, partecipazioni azionarie in aziende strategiche, banche, magari persino le isole e altri beni demaniali. Per chi dispone di molta liquidità si creano quindi grandi occasioni per fare shopping a buon mercato nei paesi periferici. E la liquidità, guarda caso, è abbondante soprattutto in Germania.

Ci sono resistenze da parte dei governi dei Piigs? C’è davvero l’asse Monti-Hollande?
Se c’è non mi pare che funzioni. Del resto, per la cultura che incarna, il professor Monti sembra più incline ad assecondare i processi in corso che a contrastarli. Solo per citare un esempio, per Monti la vendita di capitali nazionali a favore di acquirenti esteri deve ritenersi un fatto positivo, addirittura taumaturgico. Eppure basterebbe guardare all’esperienza italiana degli anni ’90 per capire che le acquisizioni estere non portano sempre benefici ma anzi possono fare molti danni al tessuto produttivo di un paese.

Tuttavia c’è chi si augura una riedizione del governo Monti dopo le elezioni…
E’ l’auspicio di chi è disposto a tenere l’Italia nella zona euro a tutti i costi. Monti viene presentato come un baluardo intorno al quale riunirsi per impedire la vittoria delle forze anti-euro. A sinistra questa linea d’azione fa presa. Il motivo è che le forze di sinistra appaiono soggiogate dall’idea che l’euro, nonostante le sue enormi contraddizioni, rappresenti una conquista alla quale non è possibile rinunciare. Nel nostro libro cerchiamo di spiegare che questo atteggiamento è il frutto di un liberoscambismo acritico che da tempo pervade la sinistra, moderata o radicale che sia. Il problema è che questa posizione politica potrebbe rivelarsi fallimentare. Per come attualmente è configurata, l’Unione monetaria europea alimenta la crisi dei paesi periferici e fa esplodere i licenziamenti e le bancarotte. In uno scenario simile, le forze politiche che propongono l’uscita dalla moneta unica e magari anche dal mercato unico europeo sono destinate a veder crescere i loro consensi, a danno soprattutto di quelle che hanno scelto di arroccarsi in difesa dell’Unione.

Berlusconi l’ha imbroccata giusta allora, quando ha detto che l’Italia potrebbe uscire dall’euro…
Al di là della sua rilevanza, quella dichiarazione è un sintomo del fatto che le forze di destra appaiono più pronte delle forze di sinistra a gestire l’inasprimento della crisi e ad elaborare, di conseguenza, una eventuale strategia di uscita dall’euro. Questo appiattimento delle forze di sinistra in difesa dell’Unione monetaria è un fatto sconcertante, che tra l’altro deprime la loro stessa capacità di agire dialetticamente per riformarla. Leggo che Bersani tuttora insiste con l’idea che il suo partito resterà fedele all’euro a tutti i costi. Mi rincresce notare che anche le altre forze della sinistra considerano l’euro un totem indiscusso. In questo modo, però, ci si appiattisce inesorabilmente sulla linea dei già numerosi pasdaran del montismo. Io credo invece che la sinistra, per restare fedele a sé stessa e maggiormente ancorata alla realtà della crisi, dovrebbe dichiarare che esiste un limite ai sacrifici che si possono imporre a un paese in nome della permanenza nella zona euro. Lasciare soltanto alla destra e alle forze cosiddette populiste la elaborazione di una eventuale strategia di uscita è un errore che potrebbe rivelarsi fatale.


Caso strano la sinistra è sempre indietro.

Repubblicani d'America, tra balle e classismo sfrenato

Per la serie "i sogni infranti del provincialismo italiano" quello secondo cui all'estero è tutta una figata soprattutto se per estero s'intende il mondo anglosassone e teutonico, oggi apro le danze con un paio di pezzi che fanno ironia e sviscerano il becero classismo su cui si auto consuma la società americana.

Il fiorista di Mitt Romney

"Dodici milioni di nuovi posti di lavoro" se sarò eletto. Lo ha detto Mitt Romney alla Convention repubblicana. Mi ricorda qualcuno che però si era tenuto più basso. Mitt ha chiesto agli americani di unirsi a lui per un futuro migliore (e chi ne vorrebbe uno peggiore?). "Ora è il momento di alzarsi in piedi e dire "Io sono Americano. Io sono l'artefice del mio destino. E noi meritiamo di meglio! I miei bambini meritano di meglio! La mia famiglia merita di meglio! La mia nazione merita di meglio!". Mitt ha esaltato le virtù della famiglia. Del vice presidente Paul Ryan ha sottolineato la totale mancanza di imbarazzo nel mostrare al mondo l'amore che prova per sua mamma ("his mom"). Dei suoi genitori ("Mom and Dad") ha ricordato i 64 anni trascorsi insieme e ha voluto rivelare il segreto di questa unione: il fiorista! "Bisogna chiedere al fiorista vicino a casa nostra, perché ogni giorno papà dava alla mamma una rosa, che poneva sul suo comodino". Dollaro, Patria e Famiglia. Mitt, fondatore del fondo di private equity Bain Capital, ha però voluto rimarcare una fondamentale differenza rispetto al suo vice "Paul, preferisco la playlist sul mio iPod alla tua". Non ti allargare Paul...
Questo è il discorso di chi si appresta a sfidare Obama con buone probabilità di vittoria e a governare la Nazione più potente del mondo. Dodici milioni di posti di lavoro sono una promessa impegnativa. Mitt non ha specificato cosa dovrebbero fare questi lavoratori oltre a portare una rosa alla moglie. Girare patatine fritte alla Mc Donalds? Costruire armi per le aziende che si riuniscono nella National Rifle Association? Fabbricare milioni di nuove automobili, camion, treni, barche e motociclette? Cosa dovranno fare tutti insieme questi nuovi dodici milioni di lavoratori? Arruolarsi nei marines e partire per una delle centinaia di basi americane sparse per il pianeta? Lavoro, lavoro, lavoro. Crescita, crescita, crescita... finché gli Stati Uniti potranno stampare nuovi dollari
Ps: il vero simbolo del sogno americano è il fiorista della famiglia Romney.


Con Romney e Ryan i Repubblicani sognano l’Ancien Régime

Candidano il moderato Mitt Romney, ma il cuore del partito repubblicano statunitense batte per l’estremista Paul Ryan, candidato alla vicepresidenza e unico in grado di scaldare i cuori in uno dei partiti conservatori più di destra al mondo. Romney ha un programma reaganiano classico, che in sé basterebbe a caratterizzarlo come tecnocrate che vuole applicare le stesse ricette che hanno avvitato l’Occidente nella crisi generata negli ultimi trent’anni dalla straordinaria avidità delle proprie classe dirigenti. Per il continuo slittamento a destra di queste Romney è però appena un uomo dello schermo. Serve per provare a vincere le elezioni ma quel tocco di odio sociale, capace di emozionare i militanti, lo mette il suo vice che incarna la vera anima del partito e compie un passo avanti nel rompere due secoli di costruzione di una società di massa che chiamiamo democrazia.
Compito dello Stato per il ryanismo non è perequare le differenze; sarebbe il socialismo, del quale accusano Barack Obama per la sua riforma sanitaria. Compito dello Stato non è neanche più ritirarsi e limitarsi a vigilare sul libero dispiegarsi degli spiriti animali del capitalismo, che sarebbero i soli a permettere la creazione della ricchezza. Tale impostazione è troppo progressista per i Paul Ryan, un Sarah Palin con cervello e pertanto più pericoloso. Compito dello Stato per la destra repubblicana al tempo dei tea party, che si spinge oltre e più a destra del bushismo e del neoconservatorismo, è garantire e ricompensare i cittadini migliori (ovvero quelli più ricchi), nei quali si ripone l’essenza stessa di una nazione di ottimati.
Gli altri, le altre classi sociali, le minoranze etniche sempre meno minoranze, gli immigrati che mandano avanti il paese, gli anziani senza protezione, i malati e gli svantaggiati di qualunque risma sono tali per un disegno divino che guarda caso mette questi ultimi al margine e i ricchi alla destra del padre. Nel momento nel quale gli altri si pongono come soggetti politici e portatori di diritti sono solo sanguisughe non in grado di badare a se stessi. Come tali devono perire in una sorta di eugenetica sociale perché ogni redistribuzione è moralmente sbagliata prima che tecnocraticamente non conveniente.
Siamo oltre il fondamentalismo protestante che nel decennio scorso infiniti lutti addusse agli Stati Uniti e al resto del mondo delirando su una millenarista concezione del mondo che vedeva le classi dirigenti degli Stati Uniti al di sopra di tutto.  Siamo alla codificazione dell’egoismo sociale come nuove tavole della legge a fondamento di una società che, anche se incapace di ribellarsi davvero, fa paura nella sua diversità a quelle classi dirigenti che pensano di aver il diritto divino di governare il mondo in una sorta di nuovo Ancien Régime.
Non si parla di politica estera a Tampa. Troppo poco c’è da rivendicare dei disastri di George Bush che Barack Obama ha potuto appena rettificare. Non puntano, almeno apparentemente, al diritto a dominare il mondo rivendicato dai Donald Rumsfeld e dagli ideologi neoconservatori ancora fino a un lustro fa. Preferiscono parlare di loro stessi, del loro essere ben nati e del loro presunto diritto a non spartire la roba che il loro dio egoista ha deciso di assegnargli per l’eternità. Per i prossimi due mesi sarà costantemente proposto un doppio discorso, radicale per i militanti, moderato/tecnocratico per le tivù e per l’occhio del mondo. Ma pochi possono ingannarsi su cosa davvero sognano i repubblicani statunitensi.


A confronto di gente del genere un Putin qualsiasi (tanto per tirare in ballo un leader molto deprecato a ovest), con tutta la sua spregiudicatezza e dispotismo, pare uno statista d'altri tempi.

03/09/2012

L'affare Napolitano

Di seguito propongo due corposi articoli utili a sviscerare almeno superficialmente i movimenti e gli interessi che hanno dato forma e stanno animando l'estate del presidente della Repubblica.
Mi auguro ci sia qualcuno in grado di trarne qualche conclusione certamente parziale ma costruttiva.


Napolitano e le intercettazioni: che sta succedendo?
di Aldo Giannuli

Con la pubblicazione su “Panorama” di alcune indiscrezioni sulle telefonate fra Napolitano e Mancino, la polemica sulle intercettazioni è diventata incandescente e si torna a parlare di trame, di piani di destabilizzazione, di complotti ecc.  Per inciso: è strano come tante persone prontissime a gridare alla complottomania al grido di “dagli al dietrologo!” poi gridano al complotto ed al piano destabilizzante appena qualcosa le riguarda personalmente… La gente è strana! Ed allora, c’è un complotto o no? Come spesso ho avuto modo di dire, complotto è una parola che ormai non significa più niente e serve solo a confondere le idee. Parliamo in termini più appropriati: c’è o no una manovra politica o forse finanziaria dietro questa faccenda? Per rispondere alla domanda non possiamo fare a meno di notare diversi segnali di un crescente nervosismo negli ambienti altolocati di questo paese anche su sollecitazione esterna. Un ex rappresentate diplomatico americano a Roma tira fuori all’improvviso la storia dei suoi incontri con Di Pietro ai tempi di “Mani Pulite”, lasciando intendere che loro erano i burattinai. Perché lo dice proprio ora?
La Merkel incontra Monti e gli chiede chi sarà il suo successore: una uscita quantomeno inconsueta. Ve lo immaginate cosa sarebbe successo se Monti le avesse chiesto se le elezioni di primavera le vincerà lei o la Spd? Magari aggiungendo: “Perché, sai, non vorremmo che vincessero quelli della Linke che sono dei populisti con cui non si può ragionare!” A parte il fatto che un certo far play vorrebbe che un capo di Stato o di Governo eviti cose che possono sembrare indebite interferenze nelle questioni interne di un altro paese (ma la Merkel già si era esibita in ben altro show in occasione delle elezioni francesi), di solito a stabilire chi guiderà un governo sono le elezioni, per caso la Merkel vuole che le comunichiamo i risultati prima di farle?
Poi Bersani, sollecitato non si capisce da cosa, si precipita a dire che “i mercati” (i mitici “mercati finanziari”) non  hanno paura della loro vittoria perché “la sinistra ha già governato e si è visto come”. E su questo ha ragione, lo riconosciamo lealmente: il capitale finanziario non avrebbe potuto trovare esecutori più diligenti di quei governi.
Berlusconi è improvvisamente tornato a parlare di elezioni in autunno. E via di questo passo. In questo quadro va inserita anche la vicenda delle intercettazioni a Napolitano e Mancino che, evidentemente, non hanno un senso da sole, ma in un quadro più generale che potrebbe essere quello di un attacco al Quirinale e, attraverso esso, a Monti. In questo senso, lo scontro con la Procura palermitana e le violentissime polemiche seguite alla reazione decisamente sopra le righe del Quirinale, che ha promosso il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, lasciano intendere che sia in pieno svolgimento una “battaglia intorno al Colle”.
Il clima generale è molto torbido e la politica e l’economia hanno raggiunto livelli di opacità insostenibile, per cui orientarsi è molto complicato perché mancano troppe informazioni, ma qualcosa possiamo tentare di comprendere facendo qualche ipotesi che poi verificheremo man mano che i fatti renderanno più intellegibili giochi e tendenze.
Il principale indiziato è certamente Berlusconi. Il giornale appartiene al suo gruppo (ed è difficile immaginare che il direttore si sia preso una gatta così difficile da pelare senza avvisare la proprietà di qualcosa). Per di più il Cavaliere ha interesse immediato e chiarissimo a fare pressioni sul Colle per avere subito le elezioni, a far approvare in men che non si dica la legge sulle intercettazioni ed a spaccare la convergenza fra magistratura e Pd: questo incidente si presta magnificamente per tutte e tre le cose. Peraltro, sulla stessa lunghezza d’onda troviamo tanto “il Giornale” quanto “Libero” e soprattutto “Il Foglio”, che sta lavorando di ricamo sulla spaccatura di “Repubblica” fra amici del Colle e amici delle Procure. Per di più, Berlusconi ha detto di non saperne nulla e questa è la migliore conferma che è proprio questa la pista giusta. Dunque, la cosa calzerebbe perfettamente, ma ci sono altre considerazioni che lasciano perplessi.
Una manovra del genere, oltre che mettere in braghe di tela Napolitano, comporta anche il tagliare le gambe a Monti, esattamente come dicevamo all’inizio. Ma Berlusconi sa che molto difficilmente vincerà le elezioni e quello che può sperare è che non le vinca nemmeno il Pd (battuto al Senato) e si torni ad un nuovo governo Monti o simile, quel che gli consentirebbe di non essere estromesso dai giochi. Una mossa così può rivelarsi controproducente, anche perché, di fronte ad una evoluzione di questo tipo, Napolitano -sempre che possa permettersi questo lusso- potrebbe anche decidere di rendere pubbliche le famose telefonate, tanto per rompere il giocattolo in mano ai suoi avversari e non siamo affatto sicuri che dentro non ci siano cose molto scomode anche per il Cavaliere che, esattamente in quella stagione di “trattativa”, muoveva i primi passi della sua avventura politica. Quello dei rapporti fra mafia e politica, in quella particolarissima stagione, non è un vaso nel quale al Cavaliere convenga che si rimesti.
Ma, soprattutto, la pubblicazione di queste indiscrezioni (forse presunte) si iscrive nel generale clima di manovre coperte, ma non esaurisce il problema e questa, proprio per le ragioni esposte prima, sarebbe una mossa troppo scoperta, tanto da potersi ritorcere come un  boomerang sul suo promotore. Insomma, Berlusconi può avere interesse a fare pressioni su Napolitano e Monti, ma non alla loro sconfitta e tantomeno ad esserne indicato come il responsabile.
La cosa più probabile è che Berlusconi sia un “avventore occasionale” che bagna il pane in una zuppa preparata da altri. E’ credibile che lui ne sapesse qualcosa di quanto stava bollendo nella pentola di “Panorama” ed abbia pensato di trarne qualche beneficio, ma la “battaglia intorno al Colle” è cosa più ampia che coinvolge molta altra gente.
In questo senso l’indagine palermitana può essere stata un ottimo spunto per aprire le ostilità che la reazione sbagliata del Quirinale ha favorito enormemente. Non entriamo nel merito giuridico-costituzionale della faccenda che ci porterebbe troppo lontano (lo faremo prossimamente), ma ci limitiamo ad osservarne il lato schiettamente politico: quali che siano le immunità presidenziali, è accettabile che possano esserci dubbi sull’imparzialità e la correttezza del Capo dello Stato in una materia come i rapporto politica-Mafia? Probabilmente nella trattativa fra stato e Mafia di cui abbiamo diversi indizi che ci sia stata davvero, non c’è un rilievo propriamente penale, però c’è di mezzo l’assassinio di Paolo Borsellino sul quale aleggia un deciso odore di Sisde, quantomeno  in termini di “volontà permissiva” e questa è materia penale. Ma anche non ci fosse il caso Borsellino, è accettabile sul piano politico che possa esserci stata una trattativa del genere e che, per di più, non se ne sappia nulla neanche dopo? Sono questioni che mettono in discussione la legittimazione delle istituzioni repubblicane, ed in materia di questa gravità, il segreto di Stato non è ammissibile -se non giuridicamente- politicamente. Il Presidente, non per obbligo giuridico, ma per un senso di sostanziale lealtà nei confronti della Repubblica, deve (sottolineo: deve) impedire che sia messa in pericolo la credibilità delle istituzioni e, quindi, dovrebbe essere il primo a chiedere di rendere pubblico il contenuto delle telefonate. Invece, non solo non fa questo, ma addirittura solleva un conflitto costituzionale con la magistratura, il che autorizza a pensare che chissà cosa c’è di così grave in quelle comunicazioni e non deve trattarsi di materia che riguarda la sicurezza dello Stato (perché, in quel caso, la Presidenza del Consiglio dovrebbe eccepire il Segreto di Stato). Con questo sono autorizzati i peggiori sospetti.
Insomma, Napolitano è andato da solo sulle sabbie mobili e più si agita e più sprofonda.
Ma quali sono i possibili interessi di una eventuale regia occulta di questi attacchi? Non credo che la risposta stia nei confini nazionali e non credo che tutto vada ridotto all’azione dei giudici palermitani come longa manus della  “sinistra manettara” contro il governo sostenuto da Berlusconi e presieduto da Monti (il “governo Berlusmonti” come è stato detto da Travaglio). Conosco personalmente Antonio Ingroia (di cui sono stato consulente tecnico) e non mi convince l’idea che usi il potere giudiziario per giochi politici in proprio e ancor meno conto terzi. Ma naturalmente, questo genere di assicurazioni valgono quel che valgono e chi mi legge può benissimo non tenerne alcun conto. Resta il fatto che ci sarebbe una sproporzione evidente fra  gli attori dello scontro: la Presidenza della Repubblica ed il governo da una parte, ed una singola Procura della Repubblica appoggiata da pochissimi giornali (e nessuna televisione) dall’altra. Se le cose stessero in questi termini, la cosa avrebbe avuto un ventesimo dell’eco che ha avuto.
E a chi vedesse in questo una riedizione dello scontro magistratura-politica del 1992-93, ricordiamo che all’epoca l’attacco veniva dalla magistratura inquirente di tutta Italia, con l’appoggio quasi unanime della stampa e delle televisioni berlusconiane. Non mi pare ci siano paragoni.
Di fatto, dell’attacco contro il Quirinale abbiamo avuto avvisaglie a gennaio (quando per un attimo si tornò a parlare del ruolo di una società nella quale era interessato il figlio del Presidente nella questione della raccolta dei rifiuti a Napoli). La cosa durò meno di 24 ore, ma subito dopo iniziò la serie di attacchi ad esponenti del governo Monti, non proprio scandali ma rivelazioni di incompatibilità o semplici figuracce che misero nei guai qualche ministro e diversi sottosegretari poi costretti alle dimissioni. Nello stesso periodo era possibile leggere articoli non proprio cordiali verso Monti tanto sul “Corriere della Sera” quanto sul “Sole 24ore”. In particolare, si avvertivano diversi attriti sulla questione delle Assicurazioni Generali, dove il partito di Bollorè non sembrava soddisfatto dal comportamento del governo. E in un contesto che già segnava le nuove fiammate dello spread, Monti si lasciò scappare una frase molto interessante “Non ho più il sostegno dei poteri forti”. Queste cose hanno un senso o no? O vogliamo ridurre sempre tutto al solito “complotto delle toghe rosse”?
Nello stesso periodo sono iniziate spallate vigorose contro i titoli italiani e spagnoli, al punto che siamo tornati a parlare di possibile collasso e fine dell’Euro.
Ora, va detto che da una caduta del governo Monti (che, in sé, non sarebbe affatto un disastro) molti potrebbero pensare di trarre vantaggio. Ad esempio, il partito rigorista europeo anti-Fed, quello che vede Draghi come il fumo negli occhi, gioirebbe per la caduta di un governo molto (troppo) vicino al governatore della Bce. Ma anche quei poteri finanziari che lavorano al crack dell’Euro potrebbero pensare di giovarsi della situazione di vuoto di potere che potrebbe determinarsi e senza neanche aspettare le elezioni. E poi si prepara il banchetto delle alienazioni dei beni pubblici (Ferrovie, Eni, Finmeccanica, immobili, ecc.) e gli appetiti sono molti sia in Italia che fuori. Magari ci sono concorrenti ad uno stesso piatto ed uno dei due pensa che si troverebbe meglio con un governo diverso da questo.
Dunque, c’è un quadro nel quale c’è solo l’imbarazzo della scelta e la cosa più probabile è che le mani che si agitano sono molte.  Questa delle intercettazioni può essere la pietra di inciampo, ma la partita è molto più grande e complessa.
D’altra parte, quando il Capo dello Stato si mette a fare il super-Presidente del Consiglio, non può lamentarsi se poi finisce nel tritacarne. L’arbitro deve restare arbitro, non può mettersi a fare il centrattacco di una delle due squadre, vi pare?


Stato e mafia, la trattativa infinita. Cosa copre Napolitano?
per Senza Soste, Terry McDermott

Le polemiche sul servizio di Panorama dedicato alle telefonate tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l'ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, rischiano di far perdere di vista il contesto politico in cui si svolge una vicenda come questa.
Il contesto riguarda la trattativa tra stato e mafia avvenuta nei primi anni '90 e le inchieste su questa trattativa che hanno avuto un punto di svolta alla fine degli anni duemila. Trattativa e inchieste marcano due momenti storici di questo paese: la fine della prima repubblica, e quindi dell'egemonia Dc, e quella della seconda, con l'esaurirsi dell'alternanza centrodestra-centrosinistra. C'è un altro tratto di continuità tra trattativa e inchieste: entrambe attraversano un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri dello stato, di dismissione e ricollocamento dei poteri pubblici.
Certo, ci sarebbe da definire cosa sia effettivamente "mafia" e cosa "stato" in questa vicenda, le articolazioni dell'una o dell'altro spesso finiscono per confondersi. E non è un gioco di parole. Senza andare nella storia del passato remoto basti vedere vicende e curriculum dell'ex ministro Saverio Romano e dell'ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro, o dell'ex numero tre del Sismi Bruno Contrada, per capire in quale modo i due fenomeni si intrecciano. Allo stesso tempo bisogna evitare di darsi risposte semplificatorie per cui stato e mafia sono la stessa cosa. Le bombe, le stragi, gli omicidi dei magistrati, la guerra dei dossier avvengono quando ci sono conflitti reali in atto. Basta capire quali.
In estrema sintesi, tutto comincia dagli anni '80, quando, dopo decenni in cui le questioni tra mafia e politica venivano regolate semplicemente entro la Dc siciliana e nazionale (quelle che non finivano a colpi di lupara, s'intende), i vertici di Cosa Nostra finiscono in un maxiprocesso. E' l'epoca immediatamente successiva agli anni di piombo, quella nella quale lo stato ristruttura la propria forza interna dandosi articolazioni di potere, in Sicilia e a Roma, autonome dalla mafia. Nel mondo che sta emergendo con la società postindustriale, ma anche con la ristrutturazione della finanza e l'emergere di nuovi poteri transnazionali, la mafia non può più essere semplicemente ignorata o automaticamente alleata. Deve trovare un potere regolatore esterno alla Dc siciliana e nazionale. E' la stagione di Giovanni Falcone e del maxiprocesso a Palermo. La prima trattativa stato-mafia avviene in quel periodo specie dopo la prima sentenza del maxiprocesso degli anni '80, in modo da compensare la durezza delle pene al processo. Per prevenire l'eventuale reazione della mafia e salvaguardare nuovi e vecchi assetti di potere nei rapporti tra mafia e stato. L'uccisione di Salvo Lima, plenipotenziario della Dc andreottiana in Sicilia, marca però uno spartiacque. La mafia, cioè Cosa Nostra, fa capire che la Dc non è più in grado di garantire i vecchi equilibri di potere e nemmeno di prefigurarne dei nuovi. In quest'ottica, stabilire nuovi equilibri di potere tra stato e mafia in Sicilia, comincia una strategia stragista: Falcone, Borsellino, Georgofili. La seconda trattativa stato-mafia avviene quindi nel contesto delle stragi degli anni '90 portandosi dietro gli strascichi, in termini di richieste della mafia, della prima trattativa degli anni '80.
Improvvisamente, come erano cominciate, le stragi cessano.
L'Italia politica non è più quella della Dc agonizzante, c'è un nuovo soggetto politico al governo, referente diretto dell'isola, che durerà tanto da fare cappotto (61 parlamentari su 61 per Forza Italia) nelle circoscrizioni siciliane alle politiche del 2001. Ma cosa è successo in queste due trattative? Chi ha trattato per chi e quali sono i responsabili?

Prima di tutto bisogna ricordare che nella sentenza sulla strage dei Georgofili del marzo 2012 si menziona esplicitamente l'esistenza di una trattativa stato-mafia. Anzi i due terzi della sentenza sono dedicati alla ricostruzione storica di questa trattativa. Non solo: nella sentenza si afferma che fu lo stato a cominciare la trattativa. E quando si producono le verità giuridiche su un fenomeno così complesso le indagini, i processi, e quindi gli scontri tra poteri dello stato, si moltiplicano. Infatti, nel giugno di quest'anno, l'ex presidente del Consiglio Superiore della magistratura, Nicola Mancino, viene indagato per falsa testimonianza nell'ambito dell'inchiesta su questa trattativa.

Tra i tanti nodi da sciogliere in questa vicenda due sono di particolare rilievo 1) stabilire per quale motivo le istituzioni scelsero di trattare con la mafia, con quali persone, e quale fu il livello di accordo raggiunto (compresi quelli eventualmente raggiunti da Marcello Dell'Utri) 2) stabilire se l'uccisione di Paolo Borsellino, nella strage di via d'Amelio, avvenne, con il concorso di settori dello stato, per favorire l'eliminazione di un avversario importante della trattativa stato-mafia. Già perché c'è il particolare del fratello di Borsellino che chiama in causa direttamente Nicola Mancino. Per chi non conoscesse la vicenda merita una lettura

http://it.ibtimes.com/articles/32218/20120626/salvatore-borsellino-trattativa-stato-mafia.htm

Come nel periodo del maxiprocesso, o delle stragi degli anni '90, tutto questo avviene nel contesto di un periodo di profonda ristrutturazione dei poteri e delle articolazioni dello stato. E di crisi del sistema politico. Ci sarebbe anche da capire come cambiano referenti e rapporti tra mafia e sistema finanziario ma fermarsi al livello politico già fa capire molte cose. Nello scontro attuale si giocano quindi i nuovi livelli di rapporto tra mafia e stato, quelli all'interno dello stato (nell'esecutivo come all'interno del potere giudiziario e anche tra i due poteri)e anche quelli di rappresentanza politica.
E cosa avviene nella primavera di quest'anno?
Che nell'ambito delle indagini sulla trattativa stato-mafia vengono intercettate una serie di telefonate di Nicola Mancino a Giorgio Napolitano, dopo che il presidente della repubblica aveva inviato un suo emissario in aiuto dell'ex presidente del Csm . Apriti cielo: Napolitano si muove, e con lui il Csm e tutte le istituzioni della repubblica (con l'appoggio dei maggiori media) per bloccare pubblicazione ed uso di quelle telefonate.
Ma cosa contengono di così scottante queste telefonate?
Visto lo scenario che si è delineato qualsiasi parola contengano è destinata ad alimentare gli scontri in atto. Eppure, è cronaca di questi giorni, Panorama (del gruppo Berlusconi), pubblica una serie di ricostruzioni sul contenuto di queste telefonate. Nonostante i media del centrodestra, sulla vicenda delle telefonate Mancino-Napolitano, fino a quel momento avessero attaccato esclusivamente la magistratura palermitana (autrice delle intercettazioni). Segno che Berlusconi ha mandato un avvertimento per far capire che vuol evitare di separare il proprio destino da quello delle istituzioni (non solo la persona fisica di Napolitano). Poi ci sono anche questioni di condizionamento elettorale ma la sostanza è quella, che va ben oltre una elezione.
E cosa dice il Pd? Semplice: "basta con gli attacchi populisti a Napolitano". Con la cortina fumogena del "populismo" il Pd nasconde un contesto, come abbiamo visto, particolarmente insidioso. Nella speranza di poter tenere il gioco della ristrutturazione, quella vera, dei poteri attorno a questa vicenda. Del resto un partito che ha subito infiltrazioni (basta leggere le inchieste) da camorra, 'ndrangheta e mafia pugliese, che ha espresso le vicende Enac, Penati (queste due vicende chiamano in causa collaboratori strettissimi di Bersani) e Lusi non può dire molto di diverso.

In un recente sondaggio su internet riportato su diversi siti, Napolitano è stato votato come il peggior presidente della repubblica italiana. Visti i campioni con i quali si è confrontato (Leone, Cossiga) sembrava un giudizio troppo schiacciato sul presente. Ma il tentativo di Napolitano di coprire la trattativa stato-mafia, simile alla storia del segreto di stato apposto da Moro sul tentativo di golpe di De Lorenzo, fa rivedere il giudizio. Anche perché Napolitano ha anche la responsabilità di aver favorito la liquidazione liberista del paese, e di parte della sovranità nazionale (con tanto di teorizzazione di questo in un discorso a Bruges), con la nascita del governo Monti.

D'altronde chi, da destra, serviva il Migliore, applaudendo ai carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia (caso unico nei presidenti della repubblica di tutto l'occidente) non può che rivelarsi il peggiore. Ma questa è un'altra storia.

La strage di Bologna del 1980 e l’infondatezza della pista palestinese

Verso la metà di agosto, quando si è saputo che due cittadini tedeschi, Thomas Kram e Christa Frohlich, erano stati iscritti sul registro degli indagati per la strage di Bologna del 1980, alcuni vecchi depistatori si sono ubriacati a suon di champagne e, fra un bicchiere e l’altro, non hanno potuto far altro che scambiare lucciole per lanterne.
Dopo un lungo periodo di raccolta di informazioni sui due tedeschi in relazione alla pista palestinese,la Procuradi Bologna doveva iscriverli nel registro degli indagati come condizione preliminare per poter decidere, cosa che avverrà in futuro, se riscrivere o meno la vicenda del più grave crimine politico compiuto durante la Prima Repubblica.
Per questo motivo, a differenza di quanto ritiene Andrea Colombo sul settimanale “Gli Altri” del 2 settembre, non è affatto vero che “l’indagine su Thomas Kram e Christa Frohlich” renderebbe “più fragile la sentenza contro i Nar”. Se furono deboli le prove d’accusa contro i neofascisti dei Nar (e indiscutibili, preziosissime e fondamentali le prove contro i ben più pericolosi e criminali depistatori di Stato interni al Sismi), quelle contro i due tedeschi sono del tutto inesistenti.
L’iscrizione di questi ultimi sul registro degli indagati non significa di per sé che la Procura di Bologna possieda qualcosa in più rispetto alle ipotesi fatte in questi anni sulla pista palestinese e di “sufficiente per avviare ufficialmente l’indagine”. Lo stesso Andrea Colombo sa benissimo che la pista palestinese “non è solida come hanno cercato di spacciarla i commissari di centrodestra della Mitrokhin”. Auspica, di conseguenza, che le indagini abbiano “qualcosina in più”, ad esempio a proposito di un incontro che sarebbe avvenuto nell’ottobre 1980, a Budapest, fra Carlos e i due tedeschi, ma così facendo si rivela più maldestro di quei commissari. Quella eventuale riunione non rende affatto “più corposa” la pista palestinese rispetto ad una strage di Bologna avvenuta… due mesi prima!
Colombo non è nuovo a queste confusioni sui tempi.
Alcuni anni fa scrisse un libro in cui ipotizzava che la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata per far uscire subito di galera il palestinese Saleh, arrestato a Ortona nel 1979 mentre stava trasportando un missile. Colombo pensava che Saleh fosse uscito di prigione poco tempo dopo l’eccidio. Adesso, sapendo che quella sua ipotesi era del tutto falsa, cambia versione. Secondo il suo attuale approccio, la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata da un gruppo collegato al Fplp diretto dal dottor George Habbash e avallata da quest’ultimo allo scopo di vendicare l’arresto di Saleh. Ma pure questo movente non regge.
Il piduista e faccendiere del Sismi Francesco Pazienza, condannato con sentenza definita per depistaggi sulla strage di Bologna, in una intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 30 gennaio 2009 dichiarò che durante la campagna presidenziale statunitense del 1980 aveva contribuito alla vittoria di Reagan (insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981) perché diede ai reaganiani l’informazione secondo cui il fratello del presidente in carica Jimmy Carter aveva dei buoni rapporti con George Habbash.
In altre parole, traducendo il significato implicito delle parole di Pazienza, nell’agosto del 1980 George Habbash non era per nulla interessato a far compiere o ad avallare degli attentati in Italia perché, oltre ai tradizionali rapporti diplomatici  con il nostro paese, aveva delle buone relazioni tattiche con gli Usa di Carter.
Su questo punto non insiste neppure il deputato di Fli Enzo Raisi, cioè l’ex commissario di centrodestra della Mitrokhin che alcuni anni or sono depositò alla Procura di Bologna i documenti che stanno all’origine dell’attuale iscrizione dei due tedeschi sul registro degli indagati.
Raisi ritiene che per dimostrare la validità della pista palestinese bisognerebbe puntare solo ed esclusivamente sull’ipotesi dello “scoppio accidentale”: “loro stavano trasportando l’esplosivo, come facevano sempre, che scoppiò per caso” (intervista a Raisi del 20 agosto pubblicata su “Il Resto del Carlino”). L’unica spiegazione rimasta alla pista palestinese sarebbe quindi quella relativa allo scoppio accidentale. Questa ipotesi, d’altra parte, risulta antitetica rispetto ad ogni minima valutazione di carattere tecnico-scientifico. Vediamo perché.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 fu causata dalla deflagrazione di una valigia piena di circa 20 chilogrammi di “Compound B”, un esplosivo di fabbricazione militare, per altro in dotazione ad istituzioni come la NATO, che non scoppia da solo o per un “incidente”.
Il “Compound B” ha bisogno di un innesco per poter scoppiare, cioè di un qualche tipo di marchingegno meccanico o elettronico per la detonazione, e di qualcuno che lo abbia inserito preventivamente. Infine, tanto per dimostrare la totale infondatezza della pista palestinese rispetto alla strage di Bologna, è necessario ricordare che nella storia della Prima Repubblica l’uso criminale del “Compound B” ha sempre avuto una precisa matrice politica reazionaria.
Come si è saputo alla fine del 1995 grazie ad una perizia ordinata dalla Procura di Pavia, il “Compound B” fu l’esplosivo che, collegato in precedenza ad un congegno meccanico da alcuni esperti dei servizi segreti militari italiani, il 27 ottobre 1962 uccise il dirigente dell’Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale.
In sintesi: l’arma, il movente e la matrice politica della strage di Bologna non hanno letteralmente nulla a che fare con i palestinesi.

di Sandro Padula, ex militante delle Brigate Rosse e attualmente in regime di semilibertà

01/09/2012

Assange e il futuro del mondo

"Julian Assange, il 15 giugno 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di accordi formali tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nel Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte sulla base del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta: “Vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro. Raggiungono un accordo: “Evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le Olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo il 3 agosto, il secondo il 4.
Il 3 agosto, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del FMI con il suo ministro dell’economia e il ministro degli esteri ecuadoregno Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America), l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. La Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al FMI con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, l'Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del FMI che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fossero l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi e siamo in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del FMI e della Banca Mondiale sono idee errate, sbagliate. Lo erano allora, lo sono ancor di più oggi. Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale.”. Subito dopo la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO, coinvolgendo il FMI grazie ai file messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange. L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie ad Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone. Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes. Lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come impedire ai governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del FMI il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file sono già resi pubblici su internet. Gran parte dei file sono offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Diritto, la violazione di norme costituzionali”.
Il 12 dicembre del 2008, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (Pil di 50 miliardi di euro, circa 30 volte meno dell’Italia) dichiara in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”. Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il FMI fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del FMI. Il Paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia che darà il proprio contributo con petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondo) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago.
Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro. Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. E' accaduto in Iraq che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’Opus Dei fedele al Vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e aprendo la strada a un precedente storico. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure, se si annulla la decisione dell’Ecuador, allora si annulla anche quella dell’Iraq e il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato, ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno. E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nelle banche cattoliche di Quito e dirottarli in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il Vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”. Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andato nel pallone. In tutto il pianeta si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi. In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti. Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.
Per 400 anni, da quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non lo sarà mai più. A meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Draghi, Monti, Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in ogni nazione africana o asiatica del mondo. Anche in Europa. Per questo Jules Assange ha scelto l’Ecuador. Il colpo decisivo viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti in ogni nazione del globo”. Chi è Garzòn? E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata. E’ il nemico pubblico numero uno dell’Opus Dei. E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi. E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale. Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della Procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’Interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest, Reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè PD e PDL insieme) acquistava a 100$ i diritti di un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla Telecinco che li rivendeva a 1000$ a Rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai ha pagato i diritti di un film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio, quindi Garzòn venne fermato dalla UE. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse la Telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta, ma il governo italiano di allora (Prodi) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del Vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione, ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”. La battaglia è dunque aperta. E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in Rete. In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi. Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce. Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie. E allora si balla tutti. In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”. Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador. Per questo Garzòn lo difende. Per questo la storia del Sudamerica, va raccontata. Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori. Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta. E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica. Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo. Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità. Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori imbarazzanti. Wikileaks non va letto come gossip. C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra, Bogotà o Saint Tropez rischia anche la pelle. Questi anonimi meritano il nostro rispetto. E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”. Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare. Se poi, con questo "Sapere" un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta. Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose. Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra. Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera? Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda. Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?” Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”. "
Sergio Di Cori Modigliani, scrittore e blogger

Fonte

Articolo affascinante ma, almeno a una prima lettura, con troppa carne al fuoco per stabilirne precisione e autorevolezza.
Sicuramente da rileggere e approfondire.

Bersani, l'antifascista

Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.

In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd.  Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.

L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo). La novità storica, preceduta da significative censure contro singole lotte all’epoca dell’occupazione delle terre in Sicilia, irrompe con il ’77 quando il Pci costruisce l’accusa di “diciannovismo” nei confronti del movimento. E’ la prima volta in cui un movimento di sinistra viene accusato, dal maggior partito della sinistra, di contribuire a generare il fascismo. Accusa, quella di diciannovismo, che non è di poco conto nella cultura antifascista ma, cosa spesso dimenticata, ricavata da un concetto che nasce da un libro di Pietro Nenni (“Il diciannovismo”, uscito nel quarantennale della marcia su Roma). Le tesi di Nenni sono piuttosto chiare: l’ascesa del fascismo è stata favorita dall’estremismo di destra e dal massimalismo di sinistra, e anche da ibridazioni tra questi due estremi, che hanno delegittimato il parlamento, isolato la sinistra riformista, spaccato in due la classe operaia. Nenni scrive all’epoca dell’accordo storico tra Dc e Psi ed è evidente l’uso politico, proprio perchè Nenni aveva anche la stoffa dello storico, di queste concezioni: mentre il Psi va al governo con la Dc, chi lo critica rischia di guardare oggettivamente al massimalismo genere 1919, facendo il gioco delle destre. Un modo, all’epoca elegante, per pararsi a sinistra mentre ci si alleava con la Dc, un partito che pochissimi anni prima, proprio grazie all’intesa con le destre, aveva costituito il governo Tambroni. L’accusa di diciannovismo rivolta dal Pci, all’epoca nell’area di governo della Dc di Andreotti, nei confronti del movimento del’77 non sarà però una polemica politica nascosta sotto le pieghe di significato costruite dalla storiografia. Si tratterà di una accusa, diretta, sul campo contro un’area politica ed una generazione. L’accusa di preparare il fascismo, grazie alla quale il Pci si comportò di conseguenza con una stagione di leggi speciali “a difesa della democrazia”. E che il lessico e i riti di quella stagione siano ancora celebrati oggi dalle  istituzioni deve essere oggetto di riflessione.

Il diciannovismo del ’77 marca però uno spartiacque storico: da quel momento in poi l’accusa di fascismo, o di connivenza con le destre pericolose per la democrazia, sarà rivolta in maniera quasi esclusiva verso sinistra. Le polemiche sul rischio di fascismo saranno rivolte contro quei soggetti di sinistra non riconducibili alle strategie della sinistra istituzionale prima o del centrosinistra poi. Non è finita: chi, da quel momento in poi e specie dagli anni ‘80, leggerà la storia in modo diverso da quella del principale partito del centrosinistra sarà accusato di revisionismo. Come per i Nolte o i Faurisson. Verso il resto della società italiana, specie verso destra, dopo la fine del Pci il centrosinistra non sarà così intransigente. Da Luciano Violante che, aprendo la legislatura della bicamerale (quella delle “riforme” da fare con Berlusconi) parlò apertamente e pubblicamente di comprensione delle ragioni ideali dei “ragazzi di Salò” (usando praticamente le stesse espressioni di uno scritto di Giovanni Gentile sulle ragioni dell’adesione al fascismo repubblichino) alla istituzione della festa della memoria sulle foibe (comunque la si veda, tema caro alla destra italiana del dopoguerra) all’azzeramento della memoria delle stragi coloniali italiane in Africa e Dalmazia, alla riduzione ai minimi termini del ruolo dell’antifascismo nella vita pubblica etc.

Per arrivare alla cronaca si capisce perché Bersani accusi di fascismo, e di diciannovismo, Grillo e Di Pietro mentre esponenti nazionali del Pd allegramente presentano (alle feste democratiche) i libri sulla sessualità del Duce (scritto così come fanno a destra). E mentre si tace, al livello politico nazionale che conta, sulla rete di camerati messa in piedi dal sindaco Alemanno per governare Roma, sulle aggressioni che i fascisti (quelli veri) non mancano mai di fare, sulle recenti e gravi commemorazioni pubbliche al generale Graziani (fascista e autore di gravissime stragi, anche con uso massiccio di gas, in Libia e in Abissinia). La spiegazione di tutto questo non è certo difficile: l’accusa di fascismo oggi va spesa solo verso chi si pensa essere qualcuno che ti sottrae i consensi che hai all’interno. Serve quindi per accumulare pressione politica nel processo di costruzione, o di rigenerazione, della propria superiorità morale, delegittimare i propri competitor politici di area, compattare il proprio elettorato ed evitare, ammonendolo implicitamente, che si senta tentato da un nuovo tipo di rappresentanza.

Allo stesso tempo, verso l’esterno, la legittimazione di temi, fatti, argomenti e concetti di destra (sulla naturalizzazione nel Pd del decisionismo, che è una mistica politica della destra, traghettata in “democrazia” anche qui dal Psi ci sarebbe molto da dire) serve non solo per mantenere un livello diplomatico con l’avversario (non più nemico, anzi alleato vista la composizione del governo di oggi) ma anche per attirarne gli elettori. Secondo la logica del partito generalista, il catch-all-party del marketing politico americano (del resto dalle primarie al nome, nel Pd si è importato molto da oltreoceano, in passato anche qualche costoso consulente) per cui per vincere (concetto ripetuto fino all’ossessione dal Pd, rimuovendo il nome di chi nella politica italiana ha costruito la propria fama sull’uso di quel concetto) bisogna saper pescare elettori anche nello schieramento avversario. E se accusi gli elettori di destra di essere fascisti, specie quando lo sono, si sentiranno talmente stigmatizzati e disprezzati da non votarti mai. Perchè hai delimitato nettamente il campo, provando ad emarginare gli altri, mentre, per attirare voti dall’altra parte, devi confondere i confini. Strategia consapevolmente diciannovista quella del Pd, confondere i confini, ma guai ad ammetterlo. Bisogna, appunto, vincere e per questo ci vogliono anche i voti della destra. I cui elettori saranno sempre rappresentati come “moderati”, secondo la strana bussola della politica italiana di oggi in cui gli estremisti pericolosi stanno a sinistra o in chi critica il centrosinistra ma non è di destra. Già perchè in tutto questo antifascismo del Pd, è impossibile trovare una campagna, ma neanche una parola, sulle nuove destre quelle vere. Non a caso quindi, al momento della stesura della carta dei valori fondativi del Pd, l’antifascismo non trovò posto. Seguirono polemiche, aggiustamenti, ma il dato parlava, e parla, da solo.

Il Pd è quindi un partito sia “antifascista” che postdemocratico, sia vigile nei confronti del diciannovismo che revisionista e silenzioso, a livello nazionale, rispetto agli eccessi delle destre. Come devono esserlo i cartelli elettorali, che prendono voti sapendo intercettare i flussi di opinione pubblica usando le categorie in quel momento utili per intercettarli. Con una regola aurea tutta italiana: usare la categoria di fascismo all’interno del proprio campo elettorale (centrosinistra, sinistre, elettori in uscita) e mai verso i fascisti. Non è poi nemmeno da trascurare la categoria di “fascista del web” che, per quanto assurda e usata per temperare l’accusa di fascismo a Di Pietro e Grillo, svela quel sottofondo di cultura della fobia della rete ormai preda del gruppo dirigente del Pd. Intendiamoci, dopo i primi entusiasmi dell’epoca della fondazione del partito, i social network si sono rivelati per il Pd un vero e proprio, continuo Vietnam. La rete in Italia si esprime come una critica infinita ad ogni aspetto del Pd, le stesse pagine Facebook del partito democratico servono più come critica che come sostegno. Meglio allora accoppiare il sostantivo “web” all’aggettivo “fascista” nel tentativo di far scattare, con il meccanismo del sospetto, tattiche di controllo dell’elettorato. Dietro Bersani, che parla in tv contro il pericoli di fascismo provenienti dal web, c’è il tentativo di rilegittimare la credibilità di uno strumento oggi regressivo della comunicazione politica, la televisione, perché è l’unico che è in mano al ceto politico istituzionale.

Ma sia il Pd che Di Pietro o Grillo sono i prodotti di una lunga stagione, detta “della fine delle ideologie” (riprendendo, ben oltre il contesto storico che le hanno prodotte, le teorie di Daniel Bell) che i confini tra destra e sinistra li ha smontati quanto possibile. Ma si tratta, al momento, di prodotti diversi. Quello Pd, che si esercita in nome del “non ci sono alternative” cerca di produrre argomenti validi per creare consenso attorno alla più cruda stagione di neoliberismo di questo paese. Quello di Grillo e Di Pietro si esercita parlando a chi è “effetto collaterale” di queste politiche, che ha persino possibilità di diventare maggioritario. Si tratta, ogni modo, di differenti tipi di catch-all-party, destinati a riprodurre stratificazione e verticalizzazione sociale proprio perché sovrappongono tipi di elettorato socialmente molto diversi tra di loro. Le accuse di “corruzione” o di “populismo”, la prima rivolta da Grillo al Pd la seconda a ruoli di accusa invertiti, sono quindi speculari perché rivolte tra cartelli elettorali generalisti. Che si contendono non solo fasce di elettorato ma anche un metodo: accumulare consenso sovrapponendo strati di società diversi provenienti indifferentemente da destra o da sinistra.
Certo, dall’accusa di diciannovismo rivolta al movimento dal Pci, mentre faceva l’accordo con la Dc di Andreotti, e quella rivolta a Grillo, mentre il Pd ha l’accordo di governo con l’Udc, siamo all’ennesima conferma dell’analisi marxiana che vede la storia accadere come tragedia per ripetersi poi come farsa. Del resto l’accumulazione della politica come spettacolo, con un comico che va contro un segretario di partito che ha fatto da spalla ad un altro comico (un successone su youtube), si riproduce proprio in questi passaggi. Ma non va affatto sottovalutata la concretezza che sta dietro questa continua accumulazione di spettacolo propedeutica alla estrazione di consenso politico. Il Pd cerca la vittoria elettorale per garantire la più pericolosa e letale, persino rispetto alle precedenti, ristrutturazione liberista della società italiana. Al netto della propaganda dove il partito democratico si è smarcato dal linguaggio liberista, per raccogliere consensi in chi ha subito le stesse politiche che il Pd ha votato, si tratta di un disegno criminale che garantirebbe a questo paese di percorrere fino in fondo un decennio perduto che lo stesso Fmi, guardiano del liberismo mondiale, esplicitamente vede per le stesse politiche liberiste in Europa. Bersani quindi non è tanto un fallito, come dice Grillo, ma quel genere di disperato che, per mantenere gli assetti di potere di cui fa parte, è disposto a cacciare un intero paese in un ulteriore decennio di disgrazie già previste e analizzate come tali. Strepitoso che la propaganda Pd chiami tutto questo “senso di responsabilità”. E che diversi residui della sinistra sperino, in qualche modo, di allearsi con questo genere di disperati.
 Grillo rappresenta invece la malattia di un sistema politico che, per quello che può accadere, può anche candidarsi ad uccidere il malato. Soprattutto se si tratta di quel genere di malattia che si riproduce velocemente senza che il malato che la ospita possa efficacemente produrre anticorpi, magari grazie ad una cura. Probabilmente, senza aderire a nessuna delle offerte politiche in campo, c’è però da augurarsi che la malattia faccia velocemente, soprattutto in modo virulento, il suo corso. In politica bisogna affrontare un problema alla volta.

Ed oggi la possibilità che il Pd trascini il paese nell’abisso, possibilità concreta dietro la fraseologia banale di un partito senza alcun spessore culturale e umano, è il primo vero problema da affrontare. Di antifascisti come Bersani gli antifascisti reali non solo non sanno che farsene. Ma soprattutto vedono il pericolo nero del fascismo liberista delle procedure, dei protocolli, dei trattati di cui il Pd è spontaneo portatore.