Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/09/2013


Si ingarbuglia sempre di più la situazione in Grecia dopo l’omicidio da parte di un commando neonazista del rapper antifascista Pavlos Fyssas. Le indagini avviate tardivamente dal governo evidenziano ogni giorno nuove responsabilità degli squadristi di Alba Dorata e sempre più forti legami tra il movimento di estrema destra e pezzi importanti degli apparati statali – servizi di sicurezza in testa – nonché una fitta rete di sostegno e finanziamento che vede in prima fila importanti imprenditori ellenici.

Nei giorni scorsi, quando qualcuno nell’esecutivo di Antonis Samaras ha cominciato a parlare di azioni legali e giudiziarie non solo contro i responsabili diretti dell’omicidio ma anche contro Alba Dorata in quanto tale, dall’organizzazione neonazista sono partiti appelli al ‘sacrificio’ rivolti ai propri militanti o esplicite minacce di colpo di stato. Minacce poco credibili ma alle quali nelle scorse ore ha fatto seguito un inquietante comunicato emesso da un sindacato di militari greci della riserva, finora poco noto, che ha chiesto a sorpresa le dimissioni del governo composto da socialisti e centrodestra e la formazione di un governo di unità nazionale. 
Il documento firmato dalla "Confraternita degli ufficiali e dei soldati riservisti delle Forze Speciali" (Keed, un sindacato di ex militari), pubblicato ieri sul sito dell'associazione, chiede «le dimissioni immediate del governo e la collaborazione del popolo con l'esercito» perché l'esecutivo «non è stato capace di offrire al popolo quanto previsto dalla Costituzione nei settori del lavoro, dell'istruzione, della salute, della giustizia e della sicurezza». I riservisti chiedono inoltre le dimissioni del presidente della Repubblica ed ex partigiano Karolos Papoulias, allo scopo di «facilitare gli sviluppi desiderati dal popolo».

Il testo è finito subito nel mirino della magistratura che ha convocato una riunione straordinaria della Areios Pagos (la Corte Suprema ellenica) nella cui sede blindatissima sono in corso da alcuni giorni gli interrogatori di decine tra testimoni e indagati dopo l’apertura di un’inchiesta a tutto tondo sulle attività illegali e criminali dei neonazisti.

Può essere anche un fuoco di paglia, ma la situazione del paese che più sta soffrendo le politiche omicide della troika sono sempre più allarmanti. La Grecia è stata costretta in pochi anni a smantellare lo stato sociale, a privatizzare il patrimonio pubblico regalandolo a multinazionali straniere, a tagliare salari e pensioni, mentre centinaia di migliaia di lavoratori nel settore pubblico e privato hanno perso il loro posto di lavoro. Il tutto in cambio di un risanamento dei conti pubblici che non c’è stato affatto, tant’è che oggi il debito pubblico del paese è anche superiore a quello che giustificò le prime misure di austerity e l’uscita dal tunnel della recessione non sembra all’ordine del giorno.

Il sistema politico nel suo complesso ha perso di credibilità e appeal, in particolare i socialisti che sono di fatto scomparsi dalla scena parlamentare, e milioni di voti sono in libera uscita. Moltissimi sono i greci che credono che una forza politica apertamente neonazista possa rappresentare l’auspicata svolta, nonostante che Alba Dorata abbia attaccato solo a parole ‘i nemici della Grecia’ sostenendo in realtà quasi tutte le misure di massacro sociale imposte dalla troika, cercando semplicemente di orientare il malcontento popolare verso immigrati e sindacati sviandolo da banche ed establishment.
In questi anni i nazisti, per il sistema in crisi, hanno rappresentato un utile diversivo, una valvola di sfogo e un elemento di stabilizzazione. Al contempo, le loro aggressioni e le loro scorribande hanno creato caos e scompiglio nel paese, obbligando i movimenti popolari e di sinistra alla difensiva e rafforzando in una parte dell’opinione pubblica la sensazione che ci sia bisogno innanzitutto di ordine. Esattamente ciò che i riservisti dell’esercito sottolineano nel loro comunicato.

Ora i 18 parlamentari di Chrysi Avgi (Alba Dorata) denunciano un ‘complotto’ nei loro confronti e minacciano di dimettersi in blocco – Berlusconi insegna - se verranno attuate misure contro il partito. Il che non sembra una gran mossa, visto che le elezioni dovrebbero essere convocate solo nei distretti elettorali rimasti vacanti, e non in tutto il paese.
Dopo aver lasciato fare i nazisti senza muovere un dito – anzi, accordando loro agibilità e impunità – l’esecutivo Samaras pensa forse ora, ottenuto il risultato sperato, di ridurre Alba Dorata ai minimi termini sul piano elettorale sperando in un travaso di voti verso le forze della destra più moderata. Ma si tratta di un gioco pericoloso, ora che i neonazisti hanno conquistato agganci e radicamento in settori importanti dello Stato e dell’establishment. Non è pensabile mettere fuori legge senza conseguenze una formazione che secondo i sondaggi precedenti all’omicidio di Fyssas viaggiava dal 10 al 13% dei voti, e addirittura intorno al 20% nella capitale Atene. Assai più di quell’impressionante 7% conquistato nelle elezioni dello scorso anno.

Non basterà cambiare qualche generale della Polizia o trasferire qualche dirigente locale tra quelli maggiormente in odore di complicità con gli squadristi.

Non basteranno neanche le pur partecipate manifestazioni simboliche di questi giorni a cancellare un fenomeno – quello dell’exploit della violenza squadrista – che sembra ormai radicato sulla scena politica ellenica. La sinistra ellenica è numericamente la più forte e radicata di tutto il continente europeo, ma sembra avere difficoltà, tranne in pochi casi, a concepire la pratica di un antifascismo militante associato a una proposta di uscita radicale dal sistema che ha prodotto una crisi il cui impatto sulla Grecia è stato pari a quello di una guerra. Le ambiguità di Siryza sulla riforma dell’UE e dell’euro non aiutano.

Soprattutto non basterà – e non è un problema solo della Grecia – un antifascismo “costituzionale” e basato esclusivamente su valori che la crisi ha svuotato di senso. Se la sinistra non sarà in grado di costruire una via d’uscita credibile e al tempo stesso di rottura e di nuova prospettiva, i suoi argomenti perderanno appeal e diventeranno sempre più attrattivi quelli di chi, sul libro paga dei capitalisti, indicherà il nemico nello straniero e nella sinistra stessa. È già successo in passato. E nulla vieta che possa succedere di nuovo, quali che siano le intenzioni degli apprendisti stregoni.

Fonte

Telecom venduta, Bernabé passa all'incasso


Come si usa fare nel "management" italiano, il disastro industriale si traduce sempre in grandi guadagni personali degli amministratori.

Franco Bernabè, presidente esecutivo di Telecom (sottolineiamo l'"esecutivo" per ricordare che non si tratta di una carica onorifica, ma operativa), si era lamentato nei giorni scorsi che la sua azienda era stata venduta agli spagnoli di Telefonica "a sua insaputa". Che è certo meno ridicolo di vedersi comprare una casa "a propria insaputa", ma egualmente insopportabile come scusa.

Secondo le indiscrezioni dell'ultima ora,  Bernabé starebbe trattando con l'azienda la sua buonuscita: è verosimile che l'addio (il secondo) dal vertice del gruppo telefonico venga formalizzato nel corso del Cda del prossimo 3 ottobre. All'ordine del giorno del consiglio, tra l'altro, c'è già la voce "comunicazioni del presidente". Sui problemi gravissimi dell'azienda nel prossimo futuro? No, sui suoi affari privatissimi (liquidazione, uscita, quantificazione in milioni, ecc).

Per la sua successione, dato il momento delicato del gruppo Telecom alle prese con il cambio di azionista di riferimento, è presumibile che i tempi saranno brevi. I nomi "papabili" per la successione, stando alle ipotesi che circolano in ambienti finanziari, sarebbero quelli di Massimo Sarmi (attuale amministratore delegato di Poste Italiane), di Francesco Caio (Avio), o dell'attuale amministratore delegato Marco Patuano. Un giro di valzer tra habitué dei consigli di amministrazione.

Fonte

Siria, Risoluzione Onu. No uso automatico forza

E' stata approvata la scorsa notte la risoluzione per la distruzione degli arsenali chimici siriani. Il voto al Consiglio di Sicurezza è avvenuto intorno alle 2 ora italiana. E' stato inoltre trovato un accordo per organizzare la conferenza Ginevra 2 a metà novembre, come ha annunciato il ministro degli esteri francese Laurent Fabius.

Forse non è del tutto corretto parlare di "vittoria" della Russia, alleata di Damasco. Il testo approvato la scorsa notte in effetti è duro nei confronti della Siria e del suo regime. Allo stesso tempo gli Stati Uniti escono in parte sconfitti da questa lunga battaglia diplomatica.

La risoluzione non è, come avrebbe voluto Washington (e Parigi), sotto l'ombrello del Capitolo 7 della carta Onu, che prevede l'uso della forza nei confronti degli Stati inadempienti. In questo caso si parla di nuova risoluzione, quindi di ulteriore lavoro diplomatico, e non di una automatica operazione militare nel caso la Siria non rispettasse i suoi obblighi per la distruzione delle armi chimiche.

La risoluzione si articola in 22 paragrafi e condanna qualsiasi uso di armi chimiche in Siria, e in particolare l'attacco del 21 agosto scorso a Ghouta, a Est di Damasco. «L'uso di armi chimiche - è scritto nel documento - costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale». Pertanto la Siria non può produrre, usare, acquistare o trasferire alcun tipo di arma chimica e sottolinea che questo vale per tutte le parti nel Paese mediorientale (anche Israele?). Ribadisce che gli Stati che fanno parte dell'Onu non possono aiutare chi tenti di produrre o trasferire tali armi. Afferma che il rispetto siriano dei dettami dell'Opac (che si occupa del controllo e del disarmo chimico) e del CdS delle Nazioni Unite saranno monitorati su «base regolare» ogni 30 giorni a partire dall'adozione della risoluzione.

La Russia si è detta pronta a contribuire al controllo dei siti di armi chimiche siriani, quando il presidente Bashar al Assad le distruggerà assieme alle fabbriche dove si producono. Le riserve di agenti chimici dell'arsenale siriano sarebbero di mille tonnellate, di cui circa 300 di gas mostarda, in gran parte allo stato liquido, da assemblare per essere caricate in razzi o proiettili d'artiglieria. Significa che sono relativamente più facili da neutralizzare e più difficili da nascondere, almeno stando a quanto riferiva ieri il Washington Post.

In contemporanea all'annuncio che gli ispettori dell'Onu torneranno martedì prossimo a Damasco per proseguire la loro missione di indagine, non pochi analisti sottolineano in queste ore che la mancanza di prove dell'uso da parte delle forze governative siriane di armi chimiche lo scorso 21 agosto a Ghouta, ha contribuito ad ammorbidire, e non poco, la posizione americana al CdS a vantaggio della linea russa. Passano le settimane ma nessuno ha ancora visto in pubblico le prove "inconfutabili" che gli Usa dicevano di aver raccolto a sostegno di un loro attacco militare contro la Siria. Anzi, secondo le indiscrezioni che circolano anche in ambienti diplomatici italiani, i satelliti-spia americani non confermerebbero affatto la responsabilità del regime mentre regna la confusione, a dir poco, intorno al numero presunto delle vittime dell'attacco e sui luoghi dove sarebbero stati sepolti i corpi dei siriani, adulti e bambini, morti nell'attacco con armi chimiche.

Ad allentare la rigidità di Washington contribuisce il nuovo clima, almeno in apparenza, nelle relazioni tra gli Usa e l'Iran alleato di Assad. I media di tutto il mondo sottolineano la giornata storica di due giorni fa al Palazzo di Vetro. Se da un lato non c'è stata la stretta di mano tra Barack Obama e il presidente iraniano Hassan Rowhani, dall'altro lato l'incontro tra il Segretario di Stato John Kerry e la controparte iraniana, il ministro degli esteri Mohammad Jayad Zarif, è stato il primo faccia a faccia vero tra i due Paesi in 30 anni di relazioni ostili, minacce di guerra e sanzioni economiche contro Tehran che hanno provocato un crollo delle esportazioni iraniane di petrolio verso l'Europa e i Paesi asiatici (-60%): 150 milioni di dollari al giorno.

Alla fine del meeting Kerry ha detto che le sanzioni non saranno sospese fino a quando l'Iran non permetterà agli ispettori Onu di verificare lo stato del suo programma nucleare. Tuttavia, secondo un diplomatico statunitense, l'Iran ha proposto la firma di un accordo entro tre mesi e la sua attuazione definitiva entro un anno. Il ministro degli esteri dell'Unione europea Catherine Ashton ha indicato che un prossimo incontro si potrebbe tenere già a Ginevra tra il 15 e il 16 ottobre prossimi. Rawhani da parte sua rilancia e vuole mettere sul tavolo la questione del nucleare in tutta la regione e ripete che anche Israele (che possiede in segreto decine di bombe atomiche) deve aderire senza indugio al Trattato di Non Proliferazione per arrivare a un Medio Oriente demilitarizzato.

In Siria nel frattempo si continua a combattere, la guerra civile non conosce soste e con essa gli attentati. Ieri sera era salito ad almeno 30 morti e decine di feriti il bilancio di un attentato compiuto con un'autobomba a Rankus, nella provincia di Damasco in un'area a maggioranza sunnita. Secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria «la maggioranza delle vittime sono civili, tra cui un bambino». L'esplosione è avvenuta davanti alla moschea Khaled Ibn al Walid mentre i fedeli uscivano dalla preghiera del venerdì.

Fonte

Le politiche di austerità funzionano, ma solo … per le banche

Il debito pubblico continua a crescere. Ma i soldi che finiscono alle banche crescono anche quando il debito diminuisce. Come mai? È ormai dal 1992 che ci martellano con leggi finanziarie d'urto tese a tagliare la spesa sociale, i salari, i servizi pubblici con l'obiettivo di ridurre il debito pubblico e quindi gli interessi che ogni anno vanno pagati ai proprietari di titoli del debito italiano. E' opportuno ricordare che l'84% di questi “proprietari” sono banche e fondi di investimento sia italiani che stranieri.

Il risultato di queste misure “lacrime e sangue” ci dice che non stanno funzionando. Prendiamo ad esempio gli anni precedenti ossia da quando dentro la crisi globale è esplosa anche la crisi del debito pubblico italiano.

Anno Debito pubblico (in mld)
2009 1769
2010 1851
2011 1907
2012 1988
(dati del Ministero Economia e Finanze)

È evidente come nonostante i tagli alla sanità e alla scuola, il blocco dei salari e delle assunzioni nel pubblico impiego, la drastica riduzione dei finanziamenti statali alle amministrazioni locali, il debito pubblico è continuato ad aumentare e con esso gli interessi annuali da pagare a banche e fondi di investimento che hanno in mano i titoli di stato italiani.

Ma spulciando i documenti del Ministero dell'Economia e Finanza, viene fuori che non solo si prevede che il debito pubblico aumenterà ancora – nonostante le misure di austerità che hanno portato in recessione – ma che le spese per gli interessi aumentano anche quando il debito pubblico diminuisce. In pratica le banche e i fondi di investimento guadagneranno di più anche quando il debito diminuisce. Importante. I furbi replicheranno subito che dipende dallo spread, i dati del Mef invece fanno previsioni sulla base di un andamento costante e addirittura di uno spread in diminuzione. La tabella qui sotto, su dati Mef, lo conferma:

Anno
2013
2014
2015
2016
2017
Debito pubblico (mld)
2015
2067
2087
2086
2075
Interessi da pagare sul debito (mld)
84
86
88,8
91,8
92

(dati del MEF nella "Nota Metodologica sui criteri di formulazione delle previsioni tendenziali")

Una ottima ragione, dunque, sia per rovesciare il tavolo contro le misure di austerità, sia per riaffermare che il debito pubblico – e soprattutto gli interessi – non possono e non debbono essere pagati. Neanche ammazzando il paese. È tempo che le banche e il capitale finanziario se ne facciano una ragione e che sindacati e movimenti sociali impugnino il ripudio del debito non solo come opzione politica ma anche come prospettiva di sopravvivenza del paese. Ma una decisione razionale come questa non può prescindere da una volontà e scelta politica: quella di rompere con l'Unione Europea e i vincoli imposti dai suoi trattati.

Fonte

Occidente al tavolo con l'Iran, incontro storico

Una giornata storica quella appena trascorsa al Palazzo di Vetro. La prevista stretta di mano tra Obama e Rowhani, primo vero contatto diplomatico tra Stati Uniti e Iran dal 1979, si è trasformata in un incontro faccia a faccia tra il segretario di Stato Usa, John Kerry, e la controparte iraniana, il ministro degli Esteri Mohammad Jayad Zarif. Oggetto dell'incontro il nucleare iraniano, su cui la Teheran del post-Ahmadinejad si è detta pronta a discutere. Presenti anche Catherine Ashton in rappresentanza dell'Unione Europea e gli altri quattro Paesi membri del Consiglio di Sicurezza.

Alla fine dell'incontro, Kerry si è limitato a dire che ancora "tante domande non sono state risposte e molto è il lavoro da fare". Simile il commento di Zarif: "Necessario continuare nel dialogo e rimuovere sanzioni controproducenti". È intervenuto anche il neopresidente Rowhani: "L'Iran si è impegnato a negoziare sul proprio programma nucleare, prima è meglio è". Dichiarazioni che aprono la strada a negoziati veri e propri, con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

Tutti gli attori in campo optano per la cautela: gli Stati Uniti non rinunciano all'idea che il programma nasconda l'intenzione di produrre la bomba atomica, mentre Teheran insiste nell'affermare che gli unici scopi sono energetici, quindi pacifici. Ma il passo compiuto ieri potrebbe chiudere trent'anni di relazioni ostili, sanzioni economiche e minacce di interventi esterni.

Tanto lavoro da fare, ma alcune date certe: Kerry ha detto che le sanzioni non saranno sospese fino a quando l'Iran non permetterà agli ispettori Onu di verificare lo stato del programma nucleare, ma secondo un diplomatico statunitense, l'Iran ha proposto la firma di un accordo entro tre mesi e la sua implementazione definitiva entro un anno. La Ashton ha indicato date più precise: un prossimo incontro si potrebbe tenere già a Ginevra tra il 15 e il 16 ottobre prossimi.

L'Iran da parte sua punta alla sospensione di sanzioni che negli ultimi due anni hanno provocato un crollo delle esportazioni di petrolio verso l'Europa e i Paesi asiatici (-60%): una riduzione consistente che ha fatto perdere a Teheran 150 milioni di dollari al giorno.

Ma oggi il più preoccupato è probabilmente il premier israeliano Netanyahu che dall'elezione di Rowhani ha dormito sonni poco tranquilli: il nemico storico di Israele, la minaccia nucleare iraniana utilizzata per fomentare l'opinione pubblica interna e fare pressioni sulle amministrazioni americane, potrebbe venire meno e lasciare Tel Aviv più debole di prima. L'asse Iran-Hezbollah-Siria, dopo i colloqui tra Rowhani e Kerry e la nuova via intrapresa dalla diplomazia sul caso siriano, potrebbe fare meno paura e privare Israele di quei nemici comuni che gli garantiscono il sostegno indefesso (economico e militare) del mondo occidentale.

Lo stesso Rowhani ha lanciato il suo personale guanto di sfida a Bibi: alla conferenza sul disarmo nucleare tenutasi ieri alle Nazioni Unite, il presidente iraniano ha invitato Tel Aviv ad unirsi al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, a dichiarare le armi di cui è in possesso e a rinunciarvi. Rowhani ha messo le carte in tavola. Nucleare? O tutti o nessuno, o la vera minaccia alla stabilità mediorientale resterà Israele.

Fonte

Uscire dal falso dilemma: considerazioni su Germania ed eurocrisi

Intervista a Raffaele Sciortino(*).

Quello in Germania è un voto che chiaramente rafforza il mandato interno ad Angela Merkel, nel senso della continuità. Tutto sommato, anche la piccola crescita della Spd va in questa direzione: leadership a Merkel, mentre si prepara una grande coalizione. Invece l’esautoramento dei liberali, per la prima volta nella storia della Repubblica federale tedesca, indica che i Monti tedeschi non piacciono, non piace cioè la linea dell'austerity in quanto tale. Ora si tratta di andare al di là dei commenti cronachisti e dell'analisi dei flussi elettorali; tra l’altro questi risultati erano abbastanza attesi, l’unica relativa novità è il quasi riuscito superamento della soglia del 5% di Alternative fuer Deutschland, gli anti-euro.

Allora cosa ci sta dietro? Il rafforzamento del mandato a Merkel rimanda, secondo me, a tre fattori, da approfondire. Innanzitutto, la gestione merkeliana dell’euro-crisi: una gestione a piccoli passi, però sempre molto ferma rispetto ai partner europei, per cui i salvataggi vanno bene ma devono essere condizionati a una linea che dire di austerity è un po’ riduttivo. La linea che sta seguendo – non è solo di Merkel, ma dell’elite politica e imprenditoriale – è quella del non rispondere alla crisi globale come stanno facendo gli Stati Uniti, cioè aumentando il debito. Non si risponde quindi alla crisi da debito inflazionando la moneta.

Come dire, non si risponde alla crisi finanziaria mettendo ancora più finanza?
Esatto. Un dato importante di fondo, che fuori dalla Germania non si valuta bene, è che questa linea ha portato la maggioranza dell’elettorato e dell’opinione pubblica tedesca a un crescente consenso all’euro (nonostante quello che si dica qui), come scelta da un lato irreversibile, dall’altro favorevole agli interessi della Germania. Questo è un piccolo capolavoro di Merkel. È riuscita ad arginare l’euroscetticismo dei paesi benestanti, e che lo faccia la Germania è decisivo per le risposte alla crisi, per gli equilibri politici e geopolitici europei. Il secondo dato – forse ancora più interessante, strettamente intrecciato al precedente – lo dico con una battuta: Merkel è soprannominata “Angela la rossa” dai giornali tedeschi e da parte dell’imprenditoria (c’è un articolo sull’ultimo “Le Monde Diplomatique” che ne dà uno spaccato). Merkel ha avuto il merito – anche rispetto all’elettorato socialdemocratico e dentro un quadro di crisi globale (non è vero che i tedeschi non guardano fuori, valutano e commisurano l’azione del governo rispetto alla relativa buona tenuta della Germania nella crisi globale) – di mantenere gli elementi minimi di un patto sociale, contemporaneamente tentando di incrementare i punti di forza tedeschi. In qualche modo, è quindi riuscita a tenere insieme una relativa preservazione della middle class con una politica di non deindustrializzazione (cioè di delocalizzazioni non a danno dell’industria tedesca e del mantenimento delle sue leve fondamentali). È quello che potremmo definire un neoliberismo ben temperato, che costituisce una sorta di riformismo nel tempo della crisi – e che ovviamente solo un’economia come quella tedesca può permettersi. È interessante che qui in tempo di crisi il riformismo viene portato avanti dal centro-destra e non dal centro-sinistra, da una socialdemocrazia completamente subalterna alla linea politica di Merkel, la quale le ha sottratto anche quegli elementi minimi di patto sociale. Ricordiamo che la socialdemocrazia tedesca sta ancora pagando le politiche di Schroeder: quando si parla di precarizzazione e di costituzione di un mercato del lavoro duale, tutto ciò è opera dei governi socialdemocratici, pesantemente puniti perché l’elettorato tedesco (a differenza di altri elettorati) non ha la memoria corta. Allo stesso modo, Angela Merkel ha riassunto la politica energetica e anti-nucleare dei verdi, che hanno perso.

In un primo tempo era nuclearista, dopo Fukushima ha cambiato rotta...
Viene sempre presentata come pragmatica o tattica, ma mostrando una capacità di modulare la risposta alla crisi, tenendo conto del problema della coesione sociale, di mantenere appunto un minimo patto sociale dentro la crisi.

Questo ovviamente all’interno dei confini tedeschi...
Certo, all’interno dei confini tedeschi, e scaricando ovviamente la crisi sugli altri (su questo ci torniamo, perché è più complicato di quello che sembra). La Cdu torna a essere quello che in Germania chiamano un volkspartei, che potremmo liberamente tradurre in italiano con partito nazional-popolare. Ma la cosa importante per il prosieguo della crisi anche fuori dalla Germania, è che è il centro-destra a fare questo. Vediamo dei segnali anche in altri contesti, in Polonia, in Ungheria e più in generale in Europa dell’est, che ci indicano che il non aprirsi completamente alla finanza e alla speculazione, e quindi tentare di gestire una politica che rimane neoliberista ma ben temperata, si delinea come una possibile strategia di risposta non americanista alla crisi.

Il terzo elemento che secondo me sta dietro al successo e al rafforzamento di Merkel non è di poco conto, per quanto non sia apparso in superficie nel dibattito pubblico: Merkel è stata premiata anche per aver evitato degli avventurismi interventisti in politica estera, per non essersi supinamente adeguata – come invece è successo ai governi francesi – alla politica statunitense. Basti pensare alla Libia, soprattutto adesso al tentato strike obamiano in Siria. E non è di poco conto il dibattito che si è aperto quest’estate in Germania sul Datagate, cioè sull’affare Snowden. Ha dunque intaccato l’immagine non so se degli Stati Uniti, ma sicuramente della presidenza Obama. Questo aprirebbe un ampio discorso geopolitico, perché nell’elite tedesca (e in vari siti iniziano a venir fuori anche i documenti) c’è una riflessione molto interessante sui costi crescenti dell’egemonia statunitense, in termini di strategie politico-militari, ma soprattutto come dicevo prima nei termini di un’errata risposta alla crisi: ripagare il debito con il debito, facendo leva sul dollaro come moneta mondiale. Qui si sta delineando qualcosa di molto interessante, su cui ho insistito molto in questi anni: attenzione, l’eurocrisi è parte della crisi globale, provincializziamo l’eurocrisi e non pensiamo che tutte le responsabilità stiano solo a Berlino.


Questi sono quindi quelli che tu individui come i fattori di fondo del risultato elettorale in Germania. Dal nostro punto di vista, invece, cosa significherà questa riconferma di Merkel, quali cambiamenti o più probabilmente continuità ci saranno nella gestione dell’eurocrisi?
All’interno, in Germania si prepara la grosse koalition, che tra l’altro è voluta anche dalla base dell’Spd, che vede come unica possibilità l’inserimento subalterno nella linea Merkel, per spartirsi i posti e stare dentro le cose che contano. In generale, il rafforzato mandato Merkel indica che non ci sarà un cambiamento sostanziale nell’affrontare la crisi. Anche se proprio questo rafforzamento amplia un pochino i margini di manovra per Berlino e per il governo Merkel nel permettere, soprattutto alla Banca centrale europea, una politica monetaria un minimo meno restrittiva, consentendo di non tirare troppo la corda rispetto alla periferia. Hanno allungato al 2015 il rientro del deficit di Spagna e Francia, vedremo se ci sarà – come è probabile – un nuovo pacchetto di aiuti alla Grecia. Per dirla con una battuta: se a Letta in Italia è consentito di fare il governo del non fare, ovvero di dare un minimo su Imu e forse su Iva e di non proseguire la politica durissima di Monti (ovviamente lasciando al contempo tutti i problemi aperti), questo è possibile grazie a questo relativo allentamento della politica rigorista che Berlino ha concordato con la Banca centrale europea, e nel rapporto con la Federal Reserve e con gli Stati Uniti. Anche qui andrebbe aperta una discussione: questo voto dimostra che alla Germania l’euro interessa eccome, non è cioè una politica suicida di distruzione dell’euro. Però, per la Germania salvare l’euro e l’integrazione europea – ovviamente a propri fini di rafforzamento capitalistico – significa non incrementare il debito che aprirebbe le porte alla speculazione finanziaria transnazionale, come si è visto nella crisi dei debiti sovrani di due anni e mezzo fa.

È un difficilissimo equilibro. Non devono tirare troppo la corda rispetto alla periferia, perché se in Grecia hanno potuto fare quello che hanno fatto in quanto è piccola, di poco conto e isolata, è chiaro che se la linea di faglia si sposta sul fronte Spagna e Italia, nell’approfondimento dell’eurocrisi questa è la vera variabile. Il quadro di crisi globale peggiora: abbiamo visto il rallentamento anche nei paesi emergenti, gli Stati Uniti non sanno bene cosa fare, la Federal Reserve una settimana dice che ritira parzialmente il quantitative easing e la settimana dopo lo riconferma, è un indice appunto del non sapere cosa fare. In questo quadro, è chiaro che non è facile l’equilibrio merkeliano, il non tirar troppo la corda rispetto ai paesi della periferia europea, in particolare Spagna e Italia. Se saltano questi due la Germania non è in grado di salvarli, ed è chiaro che da un punto di vista sociale e politico si sconquassa l’integrazione europea. Se quindi da un lato l’obiettivo di Merkel è di non cambiare la politica europea, allentando un minimo i margini dell'austerity, dall’altro le variabili decisive non sono decise da Merkel. Dipendono da come va avanti la crisi globale, da cosa faranno gli Stati Uniti, cioè che tipo di instabilità ri-esporteranno. Questo è un punto importante, perché il successo elettorale di Merkel e questa relativa pausa dal punto di vista capitalistico dell’eurocrisi, sono stati possibili proprio perché la Germania ha contenuto le pressioni americane a una politica monetaria espansiva favorevole all’esportazione della crisi attraverso l’immissione di liquidità. Stoppato questo, gli Stati Uniti rientrano pesantemente in una situazione di instabilità interna, lo abbiamo visto anche nella vicenda siriana.

Come cercheranno di scaricare la crisi gli Stati Uniti, visto che Obama non è finora riuscito a risolverla all’interno? 
Qui abbordiamo il nostro campo politico. Siccome la crisi è solo momentaneamente in standby, con tutte le conseguenze sociali che però comporta nello sfarinamento della società, nella precarizzazione e in tutto quello che sappiamo, allora noi osserviamo – in Italia e in tutto il fronte sud europeo – che si sta diffondendo un umore crescente anti-Merkel, anti-Germania e anti-euro. Questo è davvero il punto di debolezza della Germania. La Germania è fin qui riuscita a evitare la precipitazione della crisi, ma non è in grado da sola di rilanciare la crescita. Su questo bisognerebbe aprire una parentesi polemica verso tutti gli economisti di sinistra: nella divisione internazionale europea del lavoro, la Germania – per quello che è il suo apparato produttivo – per quanto potrebbe fare una politica meno rigorista e un po’ più keynesiana, ma comunque non sarebbe questo il fattore decisivo di una ripresa di consumi e di crescita per tutta l’Europa. Con questi umori crescenti anti-Germania e anti-euro dovremo farci i conti quando la crisi ritornerà in un girone più serio.


Secondo te queste sono delle scorciatoie della sinistra?
Da un lato sono delle reazioni comprensibili e legittime a una situazione di crisi irrisolta e in un certo senso irrisolvibile. Dall’altro, sono però come dicevi tu delle scorciatoie e delle vie di fuga. Come risposta antagonista a questo quadro, noi siamo un po’ chiusi in un falso dilemma. Da una parte ci sono gli europeisti a prescindere: non parlo degli europeisti borghesi, ma di quella parte che nel movimento e nella discussione a sinistra dice “salviamo l’Europa a prescindere, anche questa Europa, perché rappresenta un terreno di conflitto più ampio, altrimenti torniamo a una guerra di tutti contro tutti, al nazionalismo, ecc.”. Questo è vero, ma ovviamente non convince, perché nelle lotte non si può essere europeisti a prescindere. Dall’altra parte ci sono questi umori profondi, che sono l’altra faccia del successo tedesco e il suo elemento di fragilità. Questi umori anti-Germania e anti-euro per ora sono contenuti: anche nelle lotte in Grecia la gente non voleva e non vuole uscire dall’euro, perché si rende conto che il problema è contrattare al massimo un aggancio, altrimenti è ancora peggio. Qui andrebbe fatta un’analisi anche sugli interessi dei differenti strati sociali. Dal mio punto di vista, però, anche l’anti-europeismo, l’anti-tedeschismo e l’anti-eurismo sono una scorciatoia perché ributtano semplicemente all’esterno il problema di fare i conti con il proprio governo, con la propria classe politica, con la propria classe dirigente, con la propria classe imprenditoriale. È quindi una scorciatoia nazionalista o sub-nazionalista che non permette di fare i conti con i nodi politici della crisi e del conflitto. Il problema, difficile, è allora come non farsi incastrare tra queste due posizioni e cercare una “terza via” antagonista. Chiaramente, in questo momento non siamo noi, i movimenti e le lotte in grado di imporre il terreno: se l’euro si sfascia dovremo prendere la situazione per quella che è, però stando attenti a costruire una visione di lotta che sfugga a questo dilemma.

(*) Sbobinatura a cura di Commonware dell'intervista realizzata ai microfoni di Radio Blackout (http://radioblackout.org/2013/09/germania-la-merkel-fa-tris/)

Fonte

27/09/2013

In gas we trust

A largo di Livorno c’è un’isola artificiale che ha le sembianze di una nave. Ma quella ancorata a 22 chilometri dalla costa toscana, in realtà, è una “grande opera”, un rigassificatore. L’impianto “FSRU Toscana” è arrivato per mare a fine luglio: riconvertire la Golar Frost, una nave gasiera, in un impianto in grado di trasformare il gas liquido (LNG) in forma gassosa, sono stati spesi 800 milioni di euro.
Il rigassificatore offshore ha una "capacità" di 11 milioni di metri cubi di gas al giorno, che verrebbero immessi - e venduti - attraverso la rete di distribuzione nazionale. Il progetto è costato oltre il doppio rispetto alle stime iniziali, e anche rispetto ad altri impianti simili costruiti negli ultimi anni, e rappresenta un esempio di grande opera che mai si sarebbe potuta costruire senza un deciso e sostanzioso sostegno pubblico. Finanziario e politico.

Per questo, vale la pena ricostruirne tutta la storia, che inizia nel 2002. Quell’anno, a Livorno si inizia a parlare del rigassificatore. Nel frattempo, il progetto è stato rivisto, il suo schema finanziario è cambiato e sono mutati i soci della OLT, una sigla che sta per Offshore LNG Toscana, l’azienda creata per costruire il rigassificatore (la società che ha originariamente sviluppato il progetto oggi detiene appena il 3,73% delle azioni della società, controllata da E.On e Iren). A guidare i lavori, e a spendersi per trovare le risorse, è stata da principio la società di servizi Iride, che già nel 2008 ha presentato una richiesta di finanziamento alla Banca europea degli investimenti (BEI), la più grande istituzione finanziaria pubblica europea. Poi Iride è divenuta Iren, e la nuova multiutility ha fatto suo il progetto di Livorno, assieme alla tedesca E.On. La BEI, invece, non ha creduto subito nel progetto, e forse nel piano di rientro dal prestito proposto da OLT, e nella formula del project finance, sulla cui base anche altre banche private avrebbero dovuto prestare a OLT.

Qualcosa quindi non funziona: OLT fatica a trovare i fondi, e negli anni successivi cambia drasticamente il piano finanziario. E.On e Iren finanziano con risorse proprie il rigassificatore (nel caso di Iren, soprattutto attraverso Iren Mercato) fino al 2012, quando a fine dicembre la BEI approva un prestito di ben 240 milioni di euro all’azienda, nell’area corporate finance. Insomma, Iren ci ha messo la faccia, pur di portare a termine la costruzione del rigassificatore: peccato non fosse la sua. Mentre la BEI continuava a prestare risorse pubbliche a Iren (non solo per il rigassificatore), infatti, la società - su spinta degli enti locali azionisti, tra cui i Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia - fa di fatto dividend lending: punta, cioè, sul valore della propria quotazione in Borsa per ricapitalizzare l’azienda e distribuire dividendi ai soci, ricorrendo al prestito per gli investimenti. Pochi mesi dopo l’arrivo del prestito BEI, nel maggio del 2012,  si verifica il crollo finanziario di Iren. Cala il prezzo di listino - meno 20 per cento a Piazza Affari -, mentre escono i dati economici che descrivono un’azienda sotto-capitalizzata e altamente indebitata (per circa 3 miliardi di euro, in quel momento), che però continua a distribuire dividendi agli azionisti, e per farlo intacca anche le proprie riserve. 

Anche se le basi di Iren sono poco solide, il prestito della BEI era garantito: ci ha pensato il governo italiano, tramite la Sace (ora controllata da Cassa depositi e prestiti). Questo significa che la realizzazione di questo progetto è stata favorita da un prestito pubblico europeo con garanzia pubblica italiana. Tutto ciò a conferma che solido o no, pericoloso o meno, il rigassificatore andava fatto...
Questa grande opera, costruita nello spirito del “libero mercato”, per spezzare il monopolio di Eni nella distribuzione e diversificare la fornitura di gas, ha ricevuto un ulteriore aiuto da parte dello Stato, questa volta per mano dell’Autorità per l’energia e il gas (AEEG): una decisione di qualche anno fa stabilisce che lo Stato si farà carico, in ogni caso, della copertura del 71,5 per cento dei ricavi “attesi” dagli impianti di rigassificazione (calcolati sulla capacità di rigassificazione, e indipendenti dalle operazioni effettive). 
Un costo non da poco - oggi valutato in oltre 100 milioni di euro l’anno per un impianto che ad oggi sembra rigassificherà assai poco - che lo Stato sceglie di scaricare sulle spalle dei cittadini per favorire l’utile del privato - OLT e i suoi soci, in questo caso - e l’aumento del consumo di gas, oggi in calo.

Sotto attacco dalle associazioni dei consumatori per le alte tariffe del gas (abbiamo le bollette più alte d’Europa, ndr), l’Autorità si è vista bocciare durante l’estate il ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Lombardia in cui tentava una “revisione” del sussidio, ed è ora in attesa del giudizio del Consiglio di Stato. 
Intanto monta la querelle, specialmente ora che il rigassificatore è stato testato  (l’8 settembre scorso è stata completata la prima operazione di scarico di gas liquido) ma si sa che lo stesso ha una capacità di rigassificazione modesta e - soprattutto - non ha contratti di fornitura. Bastava forse ascoltare il Comitato contro il rigassificatore di Livorno e Vertenza Livorno, ovvero quelli che da sempre si battono contro quest’opera, perché questa discussione avesse luogo dieci anni fa. Avremmo così evitato lo spreco di centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche, che in tempo di crisi avrebbero potuto alimentare altri canali di spesa. Più utili senz’altro di questo rigassificatore, imposto da affari e interessi altri, che utile non è.


Fonte

Sei un donatore? Allora vai in pensione più tardi

Per colpa della Riforma Fornero sono decine coloro che rischiano di trovarsi costretti ad allungare la propria permanenza sul posto di lavoro per un numero di giorni pari a quelli in cui hanno donato. L’alternativa è una decurtazione del 2% dell’assegno previdenziale nel caso in cui non volessero e non potessero recuperare le giornate che la nuova legge ritiene perse.

Il sangue langue! Così recita uno degli spot più conosciuti lanciati dalle associazioni dei donatori e dai centri trasfusionali. Senza le migliaia di volontari che ogni giorno offrono gratuitamente la loro disponibilità donando a chi ne ha bisogno un bene così prezioso quale il sangue.

E allora lo Stato cosa fa? Invece di premiare e di incentivare le donazioni, penalizza i donatori. E’ infatti di queste ultime ore la notizia pubblicata dal Sole24ore secondo la quale tutti i pensionati che hanno donato il sangue devono recuperare i giorni di regolare permesso dal lavoro, presi per aiutare il prossimo, oppure rinunciare al 2% della pensione. Questo quanto previsto dalla riforma Fornero che stavolta torna a far parlare di sé, non per l'altrettanto disastrosa vicenda degli esodati, ma per un'altra nefandezza arrecata proprio ai danni dei lavoratori-donatori di sangue e delle migliaia di pazienti ricoverati che attendono di essere trasfusi.

Secondo l'AVIS, i donatori in procinto di andare in pensione, sarebbero costretti proprio dalla riforma Fornero a rimandare l’uscita dal lavoro per recuperare i giorni in cui, con regolare permesso, hanno goduto della giornata di astensione dalla prestazione lavorativa per effettuare il prelievo. Dopo un rapido calcolo, per chi dona il sangue da quando ha 18 anni e lo fa a pieno regime (quattro volte l'anno), è emerso che in quarant'anni di vita lavorativa il donatore dovrà recuperare 160 giornate di astensione dal lavoro, che si traducono il 7-9 mesi in più di servizio. L'alternativa è quella di smettere comunque di lavorare alla data prevista, ma con una decurtazione del 2% sull’assegno previdenziale.

La notizia si commenta da sé: certe cose accadono solo in Italia!

http://www.avis.it/notizie/24/110168/donazione-di-sangue-e-pensioni

Fonte