di Tariq Dana – Alternative Information Center
L’aggressione israeliana
contro Gaza ha confermato quello che già sapevamo sull’esistenza di
caldi rapporti tra Israele e alcuni regimi arabi. Questa volta, però, il
cosiddetto “campo dei moderati” ha costruito un’alleanza strategica con
Israele e mostrato una palese ostilità nei confronti della resistenza
palestinese. E ancora, come la logica che ha guidato la posizione
antagonista di questo asse verso Hezbollah nel 2006, la resistenza
palestinese è stata accusata di aver spinto Israele verso una sanguinosa
guerra, riprendendo la giustificazione sionista del diritto alla difesa
israeliano.
La causa palestinese è sempre stata sfruttata come giustificazione per la sopravvivenza di regimi dittatoriali nella regione. La
maggior parte degli Stati arabi era solito esprimere un disonesto
sostegno alla causa palestinese e allo stesso tempo mantenere relazioni
diplomatiche, economiche e di sicurezza con Israele. Tali politiche sono
valide ancora oggi e chiaramente fatte proprie da molti paesi,
come Arabia Saudita, Egitto e Emirati Arabi tra gli altri, e mostrano
un crescente allineamento con Israele, nella palese speranza che Israele
distrugga definitivamente Hamas e ogni altra forza di resistenza e
restituisca all’Autorità Palestinese il controllo di Gaza.
Se l’Egitto appare l’attore chiave di questa rete – visto il suo
storico peso regionale, il controllo dei confini con Gaza, le proposte
di cessate il fuoco e il suo ruolo di mediatore tra palestinesi e
israeliani – è di fatto l’Arabia Saudita che guida, finanzia e
promuove questo asse anti-resistenza. Nonostante il suo ruolo cruciale,
l’Egitto non è più una forza regionale leader capace di imporre il
proprio volere nella regione. Al contrario, la leadership
militare ha apparentemente trasformato il sistema politico egiziano in
un regime fantoccio al servizio degli interessi strategici dei sauditi e
dei paesi del Golfo, andando ovviamente contro i reali interessi degli
egiziani. Riguardo Gaza, l’Egitto è divenuto il canale attraverso il
quale i sauditi impongono i loro diktat volti a danneggiare le
infrastrutture della resistenza nella Striscia e a indebolire la loro
capacità di deterrenza delle aggressioni israeliane.
Sono molte le ragioni per credere che il crescente allineamento tra Israele e Arabia Saudita sia ben organizzato. Tra tutte, i
due paesi sono ideologicamente compatibili perché entrambi sfruttano,
manipolano e soggiogano le rispettive religioni per fini fascisti. Il
risultato è l’emergere di ideologie politiche razziste e violente che
sono linfa vitale per omicidi e bagni di sangue nella regione.
L’implicito accordo tra il wahabismo saudita e il sionismo israeliano
nella distruzione della regione è il naturale risultato storico delle
loro ideologie.
Sebbene i legami tra Israele e i sauditi non siano stati
formalizzati in un trattato di pace, negli anni recenti si è assistito
ad un’intensificazione delle relazioni tra i due, in particolare nel
campo della sicurezza, del commercio e di regolari incontri tra
funzionari politici. L’avvio delle relazioni commerciali risale
al 2005 quando i sauditi annunciarono la fine del divieto di importare
beni e servizi israeliani. La normalizzazione economica saudita con
Israele giunse mentre la società civile palestinese iniziava la campagna
globale di boicottaggio (BDS) per fare pressione internazionale su
Israele dal punto di vista economico.
Tuttavia, fu la paranoica ossessione israeliana e saudita della
sicurezza che portò alla luce gli interessi comuni e solidificò la loro
alleanza dietro le quinte. All’inizio degli anni Settanta,
sauditi, israeliani e americani cooperarono per formare e sostenere i
gruppi afghani e i mujahidin arabi contro l’Unione Sovietica. Più tardi
gli stessi gruppi hanno dato vita ad Al Qaeda e, oggi, al Fronte
al-Nusra e all’Isil.
Israele e Arabia Saudita hanno anche svolto ruoli cruciali nel
sostenere l’aggressione statunitense contro l’Iraq negli anni Novanta e
l’occupazione e la distruzione dello Stato iracheno e della sua società
nel 2003. Gli interessi comuni tra israeliani e sauditi sono diventati
ancora più evidenti nell’azione contro la crescente influenza regionale
dell’Iran. Entrambi hanno regolarmente espresso le stesse
posizioni e tentato di spingere l’amministrazione Usa verso un attacco
contro l’Iran. Come parte di questa guerra indiretta all’Iran, Israele e
Arabia Saudita, sotto l’ombrello statunitense, hanno fondato,
finanziato ed equipaggiato insieme gruppi terroristi per destabilizzare e
dividere la Siria, il Libano e l’Iraq secondo linee settarie e religiose.
L’ambiguo sostegno saudita all’aggressione di Israele contro Gaza ha
assunto forme differenti. Come al solito, il primo passo dell’oligarchia
saudita è stato il reclutamento della rete wahabita perché offrisse una
giustificazione religiosa. Il gran Mufti ha emesso una fatwa
contro le marce pro-Gaza, definendole “azioni inutili e demagogiche”.
Secondo, i sauditi hanno pubblicamente accusato la resistenza
palestinese di incoraggiare i massacri israeliani a Gaza. Il
loro re analfabeta è andato così oltre da dire che Hamas e le forze di
resistenza “hanno allontanato l’immagine dell’islam dalla sua purezza e
la sua umanità e lo hanno sporcato con ogni sorta di brutte qualità con
le loro azioni, la loro ingiustizia e i loro crimini”. Non ci sorprende
leggere rapporti che riportano di incontri regolari tra le intelligence
saudita, israeliana ed egiziana per discutere dei progressi della guerra e
decidere le prossime mosse. Non da ultimo, la confessione da parte di
funzionari israeliani per cui Israele, come mai prima, ha incrementato
la sua presenza in una necessaria coalizione regionale.
La crescente capacità della resistenza di Gaza di ottenere un alto
livello di deterrenza è il segno della sconfitta di Israele e dei suoi
alleati nella regione. Chi appoggia Israele per distruggere la
resistenza palestinese è rimasto ancora una volta deluso, come avvenne
con la vittoria della resistenza libanese nel 2006. L’Arabia Saudita in
particolare è diventata il principale sostenitore regionale
dell’aggressione israeliana. Nessuna sorpresa, visto che l’ideologia
wahabita saudita e il sionismo israeliano sono le due facce della stessa
medaglia.
Tariq Dana è un professore e ricercatore palestinese. È analista politico di Al-Shabaka.
Traduzione a cura della redazione di Nena News
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