di Michele Giorgio – Il Manifesto
Al Jazeera trasmette senza
alcun problema. E a Doha, a pochi chilometri dalla sede della nota
emittente tv, la bandiera iraniana sventola sempre sulla sua ambasciata.
Basterebbe solo questo per dimostrare come il Qatar sia riuscito a saltare un buon numero di ostacoli due
anni dopo quel 5 giugno 2017 in cui l’Arabia Saudita e i suoi alleati
Emirati, Bahrain ed Egitto decisero di isolarlo e sanzionarlo con
l’accusa di «favoreggiamento del terrorismo», ossia di sostenere (assieme alla Turchia) i Fratelli musulmani (nemici di Riyadh e il Cairo), e di fare l’occhiolino all’Iran.
La chiusura di al Jazeera e dell’ambasciata iraniana a Doha
rientrava nella lista di 13 diktat presentati dai quattro alleati ai
regnanti qatarioti. Condizioni capestro che il Qatar ha ignorato. Anzi, grazie
alle enormi ricchezze generate dai giacimenti di gas, il giovane emiro
Tamim bin Hamad al Thani alla guida del Qatar Investment Authority, il
fondo sovrano del Qatar, ha investito miliardi dollari in ogni angolo
del mondo per rafforzare, anche attraverso lo sport, l’immagine
internazionale del suo paese, piccolo ma con una politica estera da
gigante. Al Thani qualche mese fa si è anche tolto la soddisfazione di
vedere la nazionale di calcio vincere la Coppa d’Asia a casa degli
Emirati e si prepara ad ospitare i prossimi Mondiali che saranno una
vetrina eccezionale per il suo regno.
Il Qatar, contro ogni pronostico, ha vinto le prime battaglie di quella che appare come una lunga guerra di trincea? «Non parlerei di vincitori – dice al manifesto
l’analista Mouin Rabbani – Per l’Arabia Saudita la vittoria è
rappresentata dalla resa di Doha e dalla sua accettazione delle 13
condizioni. Non è accaduto e questo senza dubbio è un successo per il
Qatar. Ma l’emiro Tamim potrà dire di aver vinto solo quando saranno
revocate le sanzioni e l’isolamento imposto da Riyadh. Sul lungo periodo le sanzioni renderanno più difficile la vita al suo regno».
Due anni dopo, il boicottaggio continua. Il recente aumento delle
tensioni tra Stati Uniti e Iran e i conseguenti appelli a una maggiore
unità del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg, le sei
petromonarchie sunnite) non hanno portato i risultati che il Qatar
sperava. Doha è stata invitata a partecipare ai vertici arabi e
islamici tenuti in Arabia Saudita nei giorni scorsi – il premier
Abdullah bin Nasser Al Thani è stato al summit alla Mecca – e sarà
presente alla conferenza economica organizzata dagli Usa (per tentare di
liquidare la causa palestinese) che si terrà il 25 e 26 giugno in
Bahrain. Ma oltre a ciò non è cambiato nulla. I cittadini del
Qatar non possono viaggiare in altre parti del Golfo per lavoro o per
visitare i parenti e i voli della compagnia aerea qatariota devono
seguire rotte molto più lunghe per aggirare gli spazi aerei dei suoi
avversari.
«Non è semplice azzardare previsioni in una regione complessa come il
Medio oriente ma non credo che lo scontro in atto tra le monarchie
sunnite sia destinato a terminare presto, l’unità del Ccg è lontana –
dice Mouin Rabbani – Gli Stati Uniti, alleati di Qatar e Arabia Saudita
spingono (su Riyadh, ndr) affinché si metta fine alle misure
punitive e sia data priorità al conflitto con l’Iran. Ciò nonostante le
sanzioni contro Doha non saranno revocate tanto presto dai quattro paesi
alleati».
La pensano allo stesso modo altri analisti che sottolineano come
l’emiro Tamim stia provando a contrastare nella regione l’influenza
strategica dell’Arabia Saudita, in crescita. Forte dell’appoggio
diretto di Trump e del sostegno dietro le quinte di Israele, il potente
erede al trono saudita Mohammed bin Salman ha esteso il suo raggio di
azione in Libia dove ora appoggia apertamente il generale
Khalifa Haftar che prova a prendere il controllo di tutto il paese a
danno del premier el Sarraji appoggiato e finanziato da Qatar e Turchia.
E la mano saudita si è sentita anche nelle ultime vicende sudanesi e
nella caduta di Omar al Bashir.
Doha in risposta ha forgiato legami ancora più forti con la
Turchia e non chiude la porta all’Iran. A inizio anno è uscita dell’Opec
controllata dai sauditi e ha aumentato la produzione di gas naturale.
Allo stesso tempo ha stretto i legami con Washington e l’Europa
acquistando 36 F-15 americani, 12 aerei da combattimento francesi
Rafale e 24 velivoli Eurofighter Typhoon. Il Pentagono ha reagito
positivamente inviando alla base aerea di Al-Udeid i suoi bombardieri
B-52 e confermando in Qatar, tra i malumori di Riyadh e Abu Dhabi, il
suo comando centrale per la regione mediorientale.
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