Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/09/2013
‘Scacco al Re’: la Spagna repubblicana in piazza
Non è stata esattamente una manifestazione oceanica quella che ieri ha contestato per l’ennesima volta la monarchia iberica nel centro di Madrid. A tenere lontani molti manifestanti una pioggia torrenziale durata ore e anche le minacciose dichiarazioni dei responsabili locali e statali dell’ordine pubblico. E, è onesto ammetterlo, anche alcune contraddizioni interne ad un movimento dei cosiddetti ‘indignados’ che oscilla tra rivendicazioni apertamente anticapitaliste e tentazioni di approdare in Parlamento con forze politiche neonate ispirate al ‘grillismo’.
Alla fine non c’è stato né il previsto accampamento con le tende né l’assedio al Palazzo Reale, in un centro di Madrid dove il governo aveva mobilitato ben 1400 agenti dei reparti antisommossa, e non si sa quanti agenti in borghese.
Comunque nel centro della capitale iberica in piazza sono scese alcune migliaia di manifestanti, 2000 per la polizia, 8000 per i promotori. Una contestazione aperta e radicale contro la Monarchia al grido di ‘Scacco al Re’, convocata dal coordinamento 25-S – lo stesso che l’anno scorso invitò ad assediare e ‘occupare’ il Parlamento – che non solo mette sulla graticola Juan Carlos e consorte ma l’istituzione stessa, garante della conservazione della cultura e delle istituzioni franchiste all’epoca del passaggio dalla dittatura ad una democrazia monca. I dimostranti hanno marciato in corteo dalla stazione della metropolitana della Moncloa – vicino alla sede del governo – fino a Plaza de Oriente, luogo di raduno dei fascisti ai tempi di Franco. Un corteo che ha chiesto, senza mezzi termini, l’abolizione della monarchia e l’apertura, finalmente, di un processo costituente che approfondisca il grado di democrazia nel paese e introduca meccanismi di partecipazione e di sovranità popolare che alla morte del dittatore furono esclusi dal patto tra il partito franchista e i maggiori partiti dell’opposizione, garante il giovane Juan Carlos di Borbone, nominato dallo stesso Francisco Franco suo ‘erede’ alla guida del paese. Non è un caso che lo slogan più gridato dai manifestanti, arrivati anche da Burgos, Valladolid e Valencia, fosse “Juan Carlos Primero, de Franco es heredero" (“Juan Carlos 1°, di Franco sei l’erede”). Slogan anche contro i tagli allo stato sociale, la riforma del lavoro, le politiche neoliberiste e i diktat della troika. Sventolando per quanto possibile le bandiere repubblicane tricolori, i manifestanti hanno percorso la Gran Via fino ad arrivare a Puerta del Sol – luogo simbolico delle prime enormi manifestazioni dei cosiddetti ‘indignados’ – al grido di ‘Los borbones a los tiburones’ (I Borboni in pasto agli squali) senza poter arrivare però davanti a Palazzo Reale, blindato da migliaia di poliziotti e reso inaccessibile da un imponente dispositivo di transenne.
La giornata si è conclusa con un pizzico di frustrazione ma con nessun arresto. Anche se ben 65 manifestanti, bloccati e identificati all’uscita del Centro Sociale Occupato La Traba, sono stati denunciati perché accusati di detenere bastoni – le aste delle bandiere – e di essere in procinto di scatenare degli scontri (il famoso processo alle intenzioni…). Tra i denunciati anche Doris Benegas, coordinatrice dell’organizzazione di sinistra ‘Izquierda Castellana’. Che insieme alle altre componenti del Coordinamento 25-S ha annunciato una denuncia contro le autorità per violazione del diritto di manifestazione, contestando la folle blindatura del Palazzo Reale che ha impedito ai dimostranti di poter legittimamente portare la loro protesta fin sotto la residenza della Casa Reale.
Fonte
Acque radioattive nei Navicelli: inizia l'avvelenamento delle popolazioni di Livorno e Pisa
L'impianto è in fase di collaudo, ma
dalla prossima settimana inizierà la decontaminazione delle acque della
piscina del reattore nucleare del Cisam di San Piero a Grado (Pisa),
prima che le stesse siano scaricate nel canale dei Navicelli. Rispetto
al piano stabilito c'è stato qualche ritardo, ma per avere maggiori
garanzie di sicurezza. Lo assicura al quotidiano ambientale
Greenreport.it l'ammiraglio Domenico De Bernardo, responsabile del
procedimento.
Secondo
De Bernardo la formula ''consente di arrivare a un quarto della
rilevanza radiologica, ed è calcolato in condizioni estreme: si
ipotizza cioè che una persona faccia il bagno nei Navicelli e si cibi
dei suoi pesci o di prodotti della terra irrigati con le acque del
canale''.
+++ Sull'argomento vedi altri articoli di Senza Soste
''La formula di scarico - ha spiegato
l'ufficiale - è stata elaborata dalla Lainsa, la ditta che si è
aggiudicata l'appalto per il decommisioning. Ma per ragioni di
trasparenza e confronto lo stato maggiore della Difesa ha deciso di
sottoporla a un parere dell'Ispra, l'istituto superiore per la
protezione e la ricerca ambientale, che ha espresso parere
favorevole''.
L'impianto inizierà la sua missione la
prossima settimana e avrà una capacità di decontaminazione di 30 metri
cubi settimanali per un lavoro a ciclo continuo di 6-7 mesi se non vi
saranno inconvenienti. ''Noi - sottolinea De Bernardo - verseremo 4 mc
al giorno che di fatto sono diluiti dalla portata di 300 mc all'ora,
qual'è quella del depuratore di Pisa Sud.
La cassa di clorazione inoltre verrà
pulita e analizzata ogni tre mesi. Oltre alle analisi, il piano di
vigilanza, così come le prescrizioni formulate dall'Ispra, prevede la
registrazione dei dati degli allontanamenti delle acque dal Cisam e dei
conferimenti a Pisa Sud, con un programma di sorveglianza e
monitoraggio anche delle zone limitrofe a quelle dove verrà conferita
l'acqua''.
Fonte: ansa
tratto da http://www.gonews.it/articolo_224710_Via-alla-decontaminazione-delle-acque-radioattive-del-Cisam.html
27 settembre 2013
Fonte
Io non sono uno specialista di decommisioning (Madonna puttana come mi danno in culo questi inglesismi di merda! Chiamatelo smaltimento cazzo!!!) ma dove sta l'estremismo concettuale nel supporre che, passi la nuotata, una persona si cibi con prodotti che sono venuti a contatto con le acque dei Navicelli?!?
27 settembre 2013
Fonte
Io non sono uno specialista di decommisioning (Madonna puttana come mi danno in culo questi inglesismi di merda! Chiamatelo smaltimento cazzo!!!) ma dove sta l'estremismo concettuale nel supporre che, passi la nuotata, una persona si cibi con prodotti che sono venuti a contatto con le acque dei Navicelli?!?
Tanto tuonò che piovve: è la crisi di un governo che non doveva nascere
Ci siamo: la crisi è iniziata come era inevitabile che fosse date le caratteristiche di una maggioranza tenuta insieme con lo sputo e con un Cavaliere tristemente avviato al patibolo. Vediamo ora che può succedere.
Primo nodo da risolvere: Letta cade o no? Questo dipende da diversi fattori: il numero di dissidenti Pdl, cosa farà il M5s e se ci saranno altri dissidenti. Ma, anche se dovesse passare la fiducia al Senato, che prospettive avrebbe? Le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl comporterebbero obbligatoriamente le nuove elezioni?
Di per sé, le dimissioni di un rilevante gruppo di parlamentari non comporta lo scioglimento delle Camere, ma se a dimettersi fosse la metà più uno (dei 315 elettivi, nel computo non andrebbero considerati i senatori a vita) il Parlamento (per lo meno la singola camera interessata) non sarebbe più rappresentativo e lo scioglimento diventerebbe obbligato.
Ad esempio, può succedere che alle dimissioni in massa di Pdl e Lega si aggiungano quelle dei M5s, sulla carta si tratterebbe di 157 su 315, uno in meno della maggioranza ed, a quel punto, deciderebbero i 7 senatori di Sel che sono all’opposizione di Letta ma non è detto che si dimettano con gli altri. In ogni caso, bisogna poi vedere quanti dissidenti potrebbero esserci fra grillini e Pdl. Facciamo l’ipotesi che a dimettersi siano meno della metà più uno, ma comunque un numero alto (poniamo 140), in teoria si potrebbe procedere con la sostituzione, proclamando i primi non eletti ma ci sarebbero problemi sia tecnici che politici. Ad esempio, in Lombardia la destra ha vinto ottenendo il premio di maggioranza ed ha eletto più della metà dei senatori, per cui non ci sarebbero candidati sufficienti a rimpiazzare i dimissionari e questo potrebbe ripetersi anche per le altre regioni in condizioni simili. Per cui avremmo un Senato incompleto, con un certo numero di seggi vacanti, anche perché pure i sostituti potrebbero dimettersi a loro volta.
Risultato: avremmo un Senato a composizione quasi dimezzata. Indire elezioni suppletive per occupare i seggi mancanti? Accadde nel 1972 quando, a causa della morte del senatore della Val d’Aosta quella regione restò senza rappresentante e si votò di nuovo in quella regione. Ma si trattava di un caso particolare in un collegio uninominale. Nel nostro caso non c’è nessuna legge che lo preveda e non si saprebbe come fare.
Dunque, resterebbe il problema di un Senato a composizione ridotta, il che porrebbe problemi di ordine politico e costituzionale non secondari. Pertanto, anche se Letta ottenesse la maggioranza sarebbe molto difficile proseguire come se nulla fosse. Senza contare che il partito (o i partiti) dei senatori dimissionari potrebbero reagire con l’ostruzionismo sistematico alla Camera, magari con continue verifiche del numero legale.
Concludendo sul punto: può darsi che Letta resti in piedi anche grazie ai nuovi senatori a vita, ma per quanto? Sino al 2015? Cioè far durare una situazione così anomala per altri 18 mesi? Mi sembra molto difficile.
Il governo Letta ha combinato molto poco in questi mesi e non solo per il suo carattere eterogeneo, ma anche per l’inconsistenza personale sua e dei suoi ministri, per la mancanza di serie indicazioni programmatiche che non fossero l’esecuzione pronta, rispettosa e leale dei decreti dell’ “Europa”. Combinerebbe di più nei mesi successivi in una situazione come quella descritta? E cosa?
Dunque, realisticamente, prima o poi si andrà a nuove elezioni. Tutto sta a vedere se in autunno o in primavera, magari accorpando politiche ed europee. Che differenza farebbe? Molta direi. Votare subito significa votare con il Porcellum e con le conseguenze che è facile immaginare (prevedibilmente si riprodurrà l’impasse al Senato), sarebbe la soluzione più frontale, con probabili effetti sullo spread ecc ecc. Ma significherebbe anche far saltare in aria il meccanismo golpista di riforma della Costituzione messo in piedi in questi mesi. E bloccare, almeno per ora, il banchetto delle privatizzazioni.
Più o meno la stessa situazione ci sarebbe se votassimo a febbraio, come l’anno scorso, salvo che nel frattempo ci sarebbe la pronuncia della Corte Costituzionale e per votare occorrerebbe modificare, anche di poco, la legge elettorale nei punti eventualmente dichiarati incostituzionali dalla Corte.
Vice versa, votare fra marzo e giugno potrebbe (ma non necessariamente) essere fatto con una legge elettorale diversa, però si potrebbe avviare il banchetto delle privatizzazioni e cercare di portare a termine la riforma della Costituzione. Il che, da un punto di vista costituzionale, sarebbe un orrore senza precedenti: non solo la riforma sarebbe stata decisa da un sinedrio di “saggi” non eletti da nessuno, ma a ratificarla sarebbe un Parlamento monco. Ormai siamo abituati ad una gestione molto disinvolta delle questioni di ordine costituzionale, ma qui saremmo davvero al colpo di Stato senza neppure la parvenza di legalità.
Dunque, conviene mettere subito le carte in tavola e capire dove stiamo andando a sbattere. Ad esempio, il M5s potrebbe spiazzare tutti offrendo un’astensione al Senato per 2-3 mesi a due condizioni: immediato blocco dei lavoro della commissione per la riforma costituzionale e delle privatizzazioni e riforma elettorale con alcuni punti fermi.
Ora vediamo che succede…
Fonte
Al solito Giannuli macina queste cose con più incisività dei panzer tedeschi del '41...
Piacerebbe vedere il M5S, per una volta sul pezzo con una proposta realmente destabilizzante in positivo, ma onestamente dubito che il raggruppamento grillino abbia lo spessore intellettuale, e la scaltrezza politica per porre in essere un'operazione come quella suggerita da Giannuli.
Primo nodo da risolvere: Letta cade o no? Questo dipende da diversi fattori: il numero di dissidenti Pdl, cosa farà il M5s e se ci saranno altri dissidenti. Ma, anche se dovesse passare la fiducia al Senato, che prospettive avrebbe? Le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl comporterebbero obbligatoriamente le nuove elezioni?
Di per sé, le dimissioni di un rilevante gruppo di parlamentari non comporta lo scioglimento delle Camere, ma se a dimettersi fosse la metà più uno (dei 315 elettivi, nel computo non andrebbero considerati i senatori a vita) il Parlamento (per lo meno la singola camera interessata) non sarebbe più rappresentativo e lo scioglimento diventerebbe obbligato.
Ad esempio, può succedere che alle dimissioni in massa di Pdl e Lega si aggiungano quelle dei M5s, sulla carta si tratterebbe di 157 su 315, uno in meno della maggioranza ed, a quel punto, deciderebbero i 7 senatori di Sel che sono all’opposizione di Letta ma non è detto che si dimettano con gli altri. In ogni caso, bisogna poi vedere quanti dissidenti potrebbero esserci fra grillini e Pdl. Facciamo l’ipotesi che a dimettersi siano meno della metà più uno, ma comunque un numero alto (poniamo 140), in teoria si potrebbe procedere con la sostituzione, proclamando i primi non eletti ma ci sarebbero problemi sia tecnici che politici. Ad esempio, in Lombardia la destra ha vinto ottenendo il premio di maggioranza ed ha eletto più della metà dei senatori, per cui non ci sarebbero candidati sufficienti a rimpiazzare i dimissionari e questo potrebbe ripetersi anche per le altre regioni in condizioni simili. Per cui avremmo un Senato incompleto, con un certo numero di seggi vacanti, anche perché pure i sostituti potrebbero dimettersi a loro volta.
Risultato: avremmo un Senato a composizione quasi dimezzata. Indire elezioni suppletive per occupare i seggi mancanti? Accadde nel 1972 quando, a causa della morte del senatore della Val d’Aosta quella regione restò senza rappresentante e si votò di nuovo in quella regione. Ma si trattava di un caso particolare in un collegio uninominale. Nel nostro caso non c’è nessuna legge che lo preveda e non si saprebbe come fare.
Dunque, resterebbe il problema di un Senato a composizione ridotta, il che porrebbe problemi di ordine politico e costituzionale non secondari. Pertanto, anche se Letta ottenesse la maggioranza sarebbe molto difficile proseguire come se nulla fosse. Senza contare che il partito (o i partiti) dei senatori dimissionari potrebbero reagire con l’ostruzionismo sistematico alla Camera, magari con continue verifiche del numero legale.
Concludendo sul punto: può darsi che Letta resti in piedi anche grazie ai nuovi senatori a vita, ma per quanto? Sino al 2015? Cioè far durare una situazione così anomala per altri 18 mesi? Mi sembra molto difficile.
Il governo Letta ha combinato molto poco in questi mesi e non solo per il suo carattere eterogeneo, ma anche per l’inconsistenza personale sua e dei suoi ministri, per la mancanza di serie indicazioni programmatiche che non fossero l’esecuzione pronta, rispettosa e leale dei decreti dell’ “Europa”. Combinerebbe di più nei mesi successivi in una situazione come quella descritta? E cosa?
Dunque, realisticamente, prima o poi si andrà a nuove elezioni. Tutto sta a vedere se in autunno o in primavera, magari accorpando politiche ed europee. Che differenza farebbe? Molta direi. Votare subito significa votare con il Porcellum e con le conseguenze che è facile immaginare (prevedibilmente si riprodurrà l’impasse al Senato), sarebbe la soluzione più frontale, con probabili effetti sullo spread ecc ecc. Ma significherebbe anche far saltare in aria il meccanismo golpista di riforma della Costituzione messo in piedi in questi mesi. E bloccare, almeno per ora, il banchetto delle privatizzazioni.
Più o meno la stessa situazione ci sarebbe se votassimo a febbraio, come l’anno scorso, salvo che nel frattempo ci sarebbe la pronuncia della Corte Costituzionale e per votare occorrerebbe modificare, anche di poco, la legge elettorale nei punti eventualmente dichiarati incostituzionali dalla Corte.
Vice versa, votare fra marzo e giugno potrebbe (ma non necessariamente) essere fatto con una legge elettorale diversa, però si potrebbe avviare il banchetto delle privatizzazioni e cercare di portare a termine la riforma della Costituzione. Il che, da un punto di vista costituzionale, sarebbe un orrore senza precedenti: non solo la riforma sarebbe stata decisa da un sinedrio di “saggi” non eletti da nessuno, ma a ratificarla sarebbe un Parlamento monco. Ormai siamo abituati ad una gestione molto disinvolta delle questioni di ordine costituzionale, ma qui saremmo davvero al colpo di Stato senza neppure la parvenza di legalità.
Dunque, conviene mettere subito le carte in tavola e capire dove stiamo andando a sbattere. Ad esempio, il M5s potrebbe spiazzare tutti offrendo un’astensione al Senato per 2-3 mesi a due condizioni: immediato blocco dei lavoro della commissione per la riforma costituzionale e delle privatizzazioni e riforma elettorale con alcuni punti fermi.
Ora vediamo che succede…
Fonte
Al solito Giannuli macina queste cose con più incisività dei panzer tedeschi del '41...
Piacerebbe vedere il M5S, per una volta sul pezzo con una proposta realmente destabilizzante in positivo, ma onestamente dubito che il raggruppamento grillino abbia lo spessore intellettuale, e la scaltrezza politica per porre in essere un'operazione come quella suggerita da Giannuli.
Saldi all’Italiana
Saccomanni è un uomo
ottimista, meno male perché c’è ben poco da stare allegri. Secondo il
Fondo Monetario lo stato della nostra economia è preoccupante.
Quest’anno il Pil dovrebbe diminuire dell’1,7 per cento, a detta del
Tesoro, ma il Fmi non esclude una contrazione del 2 per cento. Siamo al quarto anno di recessione dal 2008, con alle spalle un calo del 2,4 per cento nel 2012. I conti pubblici, poi, non sono affatto a posto.
Il deficit tendenziale per il 2013 è del 3,1 per cento, ragione per cui
serviranno 1,5-2 miliardi per non sforare il limite massimo consentito
dall’Europa pari al 3 per cento. Il problema è dove li troviamo tutti questi soldi?
C’è chi sostiene che si potrebbero vendere i beni pubblici ancora in nostro possesso: se escludiamo beni come l’acqua che un referendum ha sancito di proprietà esclusivamente pubblica, ci sono rimasti solo caserme e monumenti. Quasi tutti i gioielli di famiglia industriali se ne sono andati nel 1992, per far fronte alla crisi della lira. Naturalmente quella svendita, gestita dall’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, non portò, come era stato promesso, al miglioramento dei conti pubblici. Nel 1994 il debito pubblico ammontava a 1.771.108 miliardi di lire, il gettito generato dalle privatizzazioni per il triennio 1993-1995 fu di appena 27.000 miliardi, meno dell’1,5 per cento.
Piuttosto i saldi all’italiana produssero lo smembramento dell’industria pubblica a vantaggio di élite straniere ed italiane, oggi finalmente abbiamo capito che ha contribuito al processo di deindustrializzazione del paese che tanto preoccupa la Commissione Europea. Ed è bene rinfrescarci la memoria su come furono gestiti quei saldi per evitare di doverne pagare il conto ancora una volta noi.
Dal 1992 al 2002 il Tesoro gestì direttamente operazioni di privatizzazione per un controvalore di circa 66,6 miliardi di euro. A questa cifra vanno però aggiunte le privatizzazioni gestite dall’Iri (sempre sotto il coordinamento del Tesoro), per un controvalore di circa 56,4 miliardi di euro, le dismissioni realizzate dall’Eni (5,4 miliardi di euro) e la liquidazione dell’Efim (440 milioni di euro). Si tratta di cifre molto consistenti, da cui è facile intuire il valore e l’importanza dei beni venduti, o per meglio dire “svenduti”.
Per capire quanto valgono questi stessi beni che non ci appartengono più possiamo comparare gli incassi delle privatizzazioni con i valori delle rivendite degli stessi da parte dei privati o i valori attuali.
Il gruppo Benetton si aggiudicava per 470 miliardi GS Autogrill che poi ha rivenduto ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto.
Nel 1992 la cessione del 58 per cento del Credito italiano produsse ricavi lordi per 930 milioni di euro, nel 2002 Unicredito italiano capitalizzava 26.593 milioni di euro.
Tra il 1994 e il 1996 la cessione del 36,5 per cento dell’Imi rese 1.125 milioni di euro, le successive 3 tranche, pari al 19 e al 6,9 per cento, rispettivamente 619 e 258 milioni di euro, nel 2002 Imi-Sanpaolo capitalizzava 16.941 milioni di euro.
Un caso a parte è poi rappresentato dal Banco di Napoli: quel 60 per cento che lo Stato ha venduto alla BNL per 32 milioni di euro (una volta ripulito delle perdite e dei crediti inesigibili con 6.200 milioni di euro di denaro pubblico), viene rivenduto dalla BNL, a distanza di pochi anni, per 1.000 milioni di euro. È anche vero che la BNL lo ha risanato completamente, ma la differenza tra i due valori è enorme. In ogni caso perché questo risanamento non poteva avvenire per mano dello Stato? Perché è gestito da incompetenti e da pirati.
Alle cifre di vendita da parte del tesoro vanno aggiunte le commissioni per i collocatori di borsa, banche che compongono il sindacato di collocamento e altri consulenti, così come le spese di registrazione e listing sui mercati azionari, spese per adempimenti CONSOB, SEC eccetera. Questi costi nel corso degli anni sono diminuiti, ma si aggirano comunque tra il 2 e il 3 per cento dell’ammontare totale del ricavato. Una fetta consistente di questo denaro, circa l’1 per cento, l’hanno poi incassata le maggiori investment banks anglosassoni, come J.P. Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, First Boston, Merrill Lynch e così via, per la loro attività di consulenza. Il tutto senza ovviamente rischiare in proprio neanche un dollaro, e senza dover neppure sostenere una gara pubblica per l’affidamento dell’incarico.
La seconda fase del processo di privatizzazione riguarda invece le banche di diritto pubblico, e include la privatizzazione de facto della Banca d’Italia i cui azionisti fino ad allora erano banche italiane di diritto pubblico. Dal 1992 la proprietà passa nelle mani di privati spesso addirittura esteri, che hanno rilevato quote sostanziose delle banche italiane come BNP Paribas, Crédit agricole, Banco Bilbao, Allianz eccetera, il tutto in palese violazione dell’articolo 3 del vecchio statuto, sostituito soltanto nel 2006. Le conseguenze più importanti di questa decisione riguardano la creazione di moneta, che dalle mani dello Stato – cioè noi cittadini – passa a quelle di soggetti esteri, a questi ultimi viene virtualmente ceduta una fetta della nostra sovranità nazionale.
Completate le privatizzazioni comincia il gioco delle sedie: alcuni personaggi chiave lasciano il settore pubblico e vanno a lavorare per le grandi banche straniere che hanno guidato la vendita del patrimonio nazionale sul mercato: Mario Draghi diventa vicepresidente della Goldman Sachs e Vittorio Grilli, ai tempi vicedirettore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni, viene assunto al Credit Suisse.
Qualcuno ha scritto che ciò che è successo in Italia assomiglia allo smembramento delle aziende di stato della vecchia Unione Sovietica, ed in parte il parallelo è giusto. Ma gli oligarchi russi se ne impossessarono, i manager ed i politici italiani le hanno smembrate per regalarle ai loro amici stranieri in cambio di posti di lavoro all’estero.
Fonte
29/09/2013
“Nazisti criminali”, decapitata Alba Dorata. E adesso?
Con una maxioperazione di polizia senza precedenti, ieri all’alba sono scattati in tutta la Grecia gli arresti di decine tra parlamentari, dirigenti e militanti del movimento neonazista ellenico Chrysi Avgi. Ieri sera erano 20 gli estremisti di destra finiti in manette, e una quindicina – ma presto potrebbero scattare altri mandati di cattura – sono ancora ricercati attivamente. Anche alcuni agenti di polizia sono caduti nella retata dei loro colleghi, compresa una sergente trovata in possesso di pistole, razzi, revolver, coltelli, tirapugni, taser, dinamite e materiale del partito che utilizza la svastica come simbolo. Anche in casa del ‘duce’ e fondatore di Alba Dorata, il 56enne Nikolaos Michaloliakos, sono state trovate due pistole ed un fucile.
Quella scattata contro il movimento che lo scorso anno ha ottenuto il 7% dei voti e che le politiche di austerità e massacro sociale della troika hanno portato nei sondaggi dei giorni scorsi al 13% è stata un’operazione in grande stile, decisa da alcuni magistrati dell’Aero Pago, la Corte Suprema ellenica, che ha improvvisamente cambiato atteggiamento nei confronti delle scorribande violente dei “chrisavgites”. Per anni lasciati fare contro immigrati, sindacalisti, omosessuali, attivisti di sinistra e artisti, perché utile valvola di sfogo per una popolazione massacrata da tagli, licenziamenti e privatizzazioni e che avrebbe potuto orientare la propria rabbia contro banche, sistema politico e imprenditori arraffoni. D'altronde ai discorsi di fuoco sulla ‘difesa della patria’ i 18 parlamentari di Alba Dorata hanno sempre associato un’estrema compatibilità con le politiche lacrime e sangue degli esecutivi telecomandati da Bruxelles e Francoforte. Basta guardare gli atti parlamentari, ed emerge un comportamento dei ‘ribelli’ neonazisti sempre a favore degli armatori, dei grandi capitalisti, degli evasori fiscali, di coloro che hanno affondato la Grecia e ora stanno facendo pagare il conto agli strati più bassi della popolazione.
Per questo, per anni, gli squadristi di Michaloliakos hanno agito indisturbati in particolare contro il capro espiatorio per eccellenza, gli immigrati, che sono stati aggrediti, picchiati, a volte uccisi. È significativo che molti media italiani nei giorni scorsi abbiano parlato della ‘prima vittima di Alba Dorata’ riferendosi al rapper antifascista Pavlos Fyssas, dimenticando le vittime precedenti. È stato apparentemente proprio l’omicidio di Killah P a costringere il governo greco a cambiare atteggiamento nei confronti delle camicie nere. Minacciando il taglio del finanziamento pubblico, ordinando perquisizioni in alcune sedi del partito, destituendo alcuni importanti dirigenti della polizia troppo collaborativi con Alba Dorata. Finché venerdì notte una riunione ‘segreta’ tra i ministri chiave di Samaras e l’Antiterrorismo non ha dato il via agli arresti ordinati. Per la prima volta dalla fine della dittatura dei colonnelli – di cui Alba Dorata rappresenta una esasperata continuità – a finire in manette sono stati alcuni parlamentari. E la faccia del ‘fuhrer’ Michaloliakos mentre gli agenti incappucciati lo portano fuori dalla sede centrale della Polizia, ammanettato, è rivelatrice della sorpresa e della rabbia del mandante di quella che la magistratura, nelle nove pagine che hanno dato il via alla retata, descrive come un’organizzazione criminale profondamente gerarchizzata colpevole di omicidi, aggressioni, rapine, estorsioni e riciclaggio di denaro sporco.
Un'inchiesta scattata dopo l’omicidio, il 17 settembre, del rapper 34enne ma che include decine di altre denunce che procure e dirigenti della polizia avevano per almeno tre anni lasciato nei loro cassetti, garantendo ai nazisti impunità e agibilità. Grazie al clima creato in Grecia dalla morte di Fyssas – enormi manifestazioni hanno chiesto la messa fuori legge di Chrysi Avgi, le cui sedi sono state assaltate e a volte distrutte dai manifestanti più radicali – i procuratori Charalambos Vourliotis ed Euterpe Goutzamani in pochi giorni hanno avocato a sé le varie inchieste, avvalendosi anche delle testimonianze di quelli che la stampa ha descritto come esponenti di Alba Dorata ‘pentiti’, e che a questo punto appaiono più come degli infiltrati dei servizi segreti nel movimento nazista. Da tempo, si è saputo, ‘attenzionato’ dalle forze di sicurezza che hanno pedinato gli squadristi e ne hanno intercettato le conversazioni. Soffiate e intercettazioni hanno permesso di risalire dal sicario autore dell’omicidio, Giorgos Roupakias, fino ai quadri locali di Alba Dorata di Keratsini e Nicea, e su fino ai massimi dirigenti del partito: Michaloliakos, Pappas, Michos, Kasidiaris e Panagiotaros. Che hanno perso l'immunità parlamentare in virtù dell'articolo 187 del codice penale, pur rimanendo in carica fino ad una eventuale condanna definitiva.
Le indagini hanno condotto ieri anche all'arresto di due agenti di polizia, dopo quelli già arrestati o messi sotto accusa nei giorni scorsi. Ieri, dopo due generali della Polizia, è saltato un altro pezzo da novanta, questa volta un dirigente del controspionaggio ‘dimissionato’ senza troppi complimenti. Secondo alcuni perché implicato nella preparazione di un eventuale colpo di stato dell’estrema destra. Dimos Kouzilos, capo della Terza divisione Peg del controspionaggio ellenico, la sezione dedita al controllo nazionale delle intercettazioni telefoniche e quindi ‘Grande Fratello’ ellenico, sarebbe parente del deputato di Alba dorata Nikos Kouzilos. Secondo altri la colpa di Kouzilos, promosso all’incarico da Ioannis Dikopoulois, uno dei due capi della polizia sostituiti tre giorni fa, sarebbe stata quella di non aver colto e denunciato le responsabilità dei vertici neonazisti che pure teneva sotto osservazione da tempo.
Alcuni media ellenici riportano oggi che nei giorni scorsi un’informativa al governo ellenico proveniente dai servizi segreti greci ma anche da quelli israeliani allertava su un possibile colpo di stato, ideato da Alba Dorata insieme ad alcuni militari ed ex militari in pensione guidati da Sotiris Tziakos, che sarebbe dovuto scattare proprio ieri. Tziakos, insieme al colonnello Michalis Ioannides, è il punto di riferimento di due pagine facebook: uno denominato ‘un milione di armi greche’ e l’altro ‘Costituzione Gruppo Tempo Zero’, sulle quali è evidente la propaganda militarista e di estrema destra. Davvero i neonazisti preparavano un colpo di Stato? O il pericolo di un golpe è servito al governo per giustificare il cambio di passo nei confronti di Michaloliakos e camerati?
Da notare che la risposta dell’estrema destra agli arresti non è stata ieri particolarmente contundente. Circa trecento militanti sono andati a sventolare le bandiere greche davanti alla sede centrale della Polizia, in via Alexandra, nella Capitale, finché non sono stati sloggiati dai reparti antisommossa. E all’Associazione dei riservisti delle forze speciali dell’esercito (Keed) che pochi giorni fa aveva chiesto le dimissioni del governo, le autorità hanno vietato una marcia convocata ad Atene. Domani in parlamento dovrebbe iniziare l’iter per l’approvazione di una nuova legge che permette di sospendere il finanziamento pubblico alle organizzazioni partitiche accusate di svolgere attività illegali.
“Finalmente!” è stata la reazione più comune tra i militanti e i dirigenti dei sindacati, dei partiti di sinistra, delle organizzazioni popolari. Quelli che per anni hanno subito le aggressioni e i pestaggi degli squadristi di Michaloliakos, e che stampa e governo hanno sempre associato ai nazisti nella teoria degli opposti estremismi. Teoria che anche in questi giorni i dirigenti socialisti e del centrodestra di Samaras hanno rispolverato, e che potrebbe permettere, dopo aver colpito ieri l’estrema destra, di cominciare a colpire l’estrema sinistra. In nome della stabilità, della legge, dell’ordine, riservando lo stesso trattamento a quella che è di fatti una loro creatura – Alba Dorata – e poi al vero nemico, i movimenti popolari e quegli spezzoni della sinistra che contestano le politiche di austerità, la sudditanza della Grecia agli interessi dell’Unione Europea e del grande capitale internazionale.
È impensabile che un movimento che ha raccolto lo scorso anno il 7% dei consensi e che si è rapidamente radicato nella società greca possa essere cancellato da un giorno all’altro con un atto giudiziario. Da alcune parti si cerca in queste ore di mettere in allarme la società greca sul pericolo che la punizione dei dirigenti di Alba Dorata nasconda un disegno più complesso: la rifondazione di Alba Dorata e la riconversione del partito neonazista in una forza di estrema destra ripulita e presentabile, adatta ad essere accolta in un eventuale governo di ‘centrodestra’. Lo avevamo già scritto, su Contropiano, qualche giorno fa. E il fatto che uno dei parlamentari arrestati ieri, Panagiotaros, abbia parlato della necessità della rifondazione di Chrysi Avgi proprio prima di finire in manette sembra confermare il sospetto. Così come la collaborazione parlamentare offerta da Michaloliakos al premier Samaras venerdì, in un intervento pubblico alla vigilia del suo arresto. Oppure, è l’altra ipotesi, Nuova Democrazia mira semplicemente a raggranellare i consensi elettorali che ora vanno ai neonazisti e che dopo l’eventuale messa fuori legge di Alba Dorata o il suo ridimensionamento tramite la via giudiziaria si troverebbero ‘a disposizione’. A Samaras basterebbe spostare un po’ più a destra il suo discorso politico, e il gioco sarebbe fatto.
Non è un caso che l’inchiesta imputa al partito neonazista di essere un’associazione a delinquere, un’organizzazione criminale – come potrebbe essere la mafia – senza metterne in discussione la legittimità politica in quanto organizzazione terroristica di estrema destra.
Ma non sempre le ciambelle riescono col buco. La fine della tremenda crisi in cui le politiche di austerità hanno gettato la Grecia non sembra a portata di mano e non è detto che una forza neonazista e violenta sparisca dalla scena così, come d’incanto. Non sarà certo il sistema politico ed economico che ha allevato e protetto la bestia nazista a eliminarla. Non può, e non vuole. La sinistra e i movimenti popolari faranno bene a tenere alta la guardia e a non delegare alle istituzioni la lotta contro il fascismo.
Fonte
Sempre più pessime le strategia in atto nel "laboratorio greco".
Quella scattata contro il movimento che lo scorso anno ha ottenuto il 7% dei voti e che le politiche di austerità e massacro sociale della troika hanno portato nei sondaggi dei giorni scorsi al 13% è stata un’operazione in grande stile, decisa da alcuni magistrati dell’Aero Pago, la Corte Suprema ellenica, che ha improvvisamente cambiato atteggiamento nei confronti delle scorribande violente dei “chrisavgites”. Per anni lasciati fare contro immigrati, sindacalisti, omosessuali, attivisti di sinistra e artisti, perché utile valvola di sfogo per una popolazione massacrata da tagli, licenziamenti e privatizzazioni e che avrebbe potuto orientare la propria rabbia contro banche, sistema politico e imprenditori arraffoni. D'altronde ai discorsi di fuoco sulla ‘difesa della patria’ i 18 parlamentari di Alba Dorata hanno sempre associato un’estrema compatibilità con le politiche lacrime e sangue degli esecutivi telecomandati da Bruxelles e Francoforte. Basta guardare gli atti parlamentari, ed emerge un comportamento dei ‘ribelli’ neonazisti sempre a favore degli armatori, dei grandi capitalisti, degli evasori fiscali, di coloro che hanno affondato la Grecia e ora stanno facendo pagare il conto agli strati più bassi della popolazione.
Per questo, per anni, gli squadristi di Michaloliakos hanno agito indisturbati in particolare contro il capro espiatorio per eccellenza, gli immigrati, che sono stati aggrediti, picchiati, a volte uccisi. È significativo che molti media italiani nei giorni scorsi abbiano parlato della ‘prima vittima di Alba Dorata’ riferendosi al rapper antifascista Pavlos Fyssas, dimenticando le vittime precedenti. È stato apparentemente proprio l’omicidio di Killah P a costringere il governo greco a cambiare atteggiamento nei confronti delle camicie nere. Minacciando il taglio del finanziamento pubblico, ordinando perquisizioni in alcune sedi del partito, destituendo alcuni importanti dirigenti della polizia troppo collaborativi con Alba Dorata. Finché venerdì notte una riunione ‘segreta’ tra i ministri chiave di Samaras e l’Antiterrorismo non ha dato il via agli arresti ordinati. Per la prima volta dalla fine della dittatura dei colonnelli – di cui Alba Dorata rappresenta una esasperata continuità – a finire in manette sono stati alcuni parlamentari. E la faccia del ‘fuhrer’ Michaloliakos mentre gli agenti incappucciati lo portano fuori dalla sede centrale della Polizia, ammanettato, è rivelatrice della sorpresa e della rabbia del mandante di quella che la magistratura, nelle nove pagine che hanno dato il via alla retata, descrive come un’organizzazione criminale profondamente gerarchizzata colpevole di omicidi, aggressioni, rapine, estorsioni e riciclaggio di denaro sporco.
Un'inchiesta scattata dopo l’omicidio, il 17 settembre, del rapper 34enne ma che include decine di altre denunce che procure e dirigenti della polizia avevano per almeno tre anni lasciato nei loro cassetti, garantendo ai nazisti impunità e agibilità. Grazie al clima creato in Grecia dalla morte di Fyssas – enormi manifestazioni hanno chiesto la messa fuori legge di Chrysi Avgi, le cui sedi sono state assaltate e a volte distrutte dai manifestanti più radicali – i procuratori Charalambos Vourliotis ed Euterpe Goutzamani in pochi giorni hanno avocato a sé le varie inchieste, avvalendosi anche delle testimonianze di quelli che la stampa ha descritto come esponenti di Alba Dorata ‘pentiti’, e che a questo punto appaiono più come degli infiltrati dei servizi segreti nel movimento nazista. Da tempo, si è saputo, ‘attenzionato’ dalle forze di sicurezza che hanno pedinato gli squadristi e ne hanno intercettato le conversazioni. Soffiate e intercettazioni hanno permesso di risalire dal sicario autore dell’omicidio, Giorgos Roupakias, fino ai quadri locali di Alba Dorata di Keratsini e Nicea, e su fino ai massimi dirigenti del partito: Michaloliakos, Pappas, Michos, Kasidiaris e Panagiotaros. Che hanno perso l'immunità parlamentare in virtù dell'articolo 187 del codice penale, pur rimanendo in carica fino ad una eventuale condanna definitiva.
Le indagini hanno condotto ieri anche all'arresto di due agenti di polizia, dopo quelli già arrestati o messi sotto accusa nei giorni scorsi. Ieri, dopo due generali della Polizia, è saltato un altro pezzo da novanta, questa volta un dirigente del controspionaggio ‘dimissionato’ senza troppi complimenti. Secondo alcuni perché implicato nella preparazione di un eventuale colpo di stato dell’estrema destra. Dimos Kouzilos, capo della Terza divisione Peg del controspionaggio ellenico, la sezione dedita al controllo nazionale delle intercettazioni telefoniche e quindi ‘Grande Fratello’ ellenico, sarebbe parente del deputato di Alba dorata Nikos Kouzilos. Secondo altri la colpa di Kouzilos, promosso all’incarico da Ioannis Dikopoulois, uno dei due capi della polizia sostituiti tre giorni fa, sarebbe stata quella di non aver colto e denunciato le responsabilità dei vertici neonazisti che pure teneva sotto osservazione da tempo.
Alcuni media ellenici riportano oggi che nei giorni scorsi un’informativa al governo ellenico proveniente dai servizi segreti greci ma anche da quelli israeliani allertava su un possibile colpo di stato, ideato da Alba Dorata insieme ad alcuni militari ed ex militari in pensione guidati da Sotiris Tziakos, che sarebbe dovuto scattare proprio ieri. Tziakos, insieme al colonnello Michalis Ioannides, è il punto di riferimento di due pagine facebook: uno denominato ‘un milione di armi greche’ e l’altro ‘Costituzione Gruppo Tempo Zero’, sulle quali è evidente la propaganda militarista e di estrema destra. Davvero i neonazisti preparavano un colpo di Stato? O il pericolo di un golpe è servito al governo per giustificare il cambio di passo nei confronti di Michaloliakos e camerati?
Da notare che la risposta dell’estrema destra agli arresti non è stata ieri particolarmente contundente. Circa trecento militanti sono andati a sventolare le bandiere greche davanti alla sede centrale della Polizia, in via Alexandra, nella Capitale, finché non sono stati sloggiati dai reparti antisommossa. E all’Associazione dei riservisti delle forze speciali dell’esercito (Keed) che pochi giorni fa aveva chiesto le dimissioni del governo, le autorità hanno vietato una marcia convocata ad Atene. Domani in parlamento dovrebbe iniziare l’iter per l’approvazione di una nuova legge che permette di sospendere il finanziamento pubblico alle organizzazioni partitiche accusate di svolgere attività illegali.
“Finalmente!” è stata la reazione più comune tra i militanti e i dirigenti dei sindacati, dei partiti di sinistra, delle organizzazioni popolari. Quelli che per anni hanno subito le aggressioni e i pestaggi degli squadristi di Michaloliakos, e che stampa e governo hanno sempre associato ai nazisti nella teoria degli opposti estremismi. Teoria che anche in questi giorni i dirigenti socialisti e del centrodestra di Samaras hanno rispolverato, e che potrebbe permettere, dopo aver colpito ieri l’estrema destra, di cominciare a colpire l’estrema sinistra. In nome della stabilità, della legge, dell’ordine, riservando lo stesso trattamento a quella che è di fatti una loro creatura – Alba Dorata – e poi al vero nemico, i movimenti popolari e quegli spezzoni della sinistra che contestano le politiche di austerità, la sudditanza della Grecia agli interessi dell’Unione Europea e del grande capitale internazionale.
È impensabile che un movimento che ha raccolto lo scorso anno il 7% dei consensi e che si è rapidamente radicato nella società greca possa essere cancellato da un giorno all’altro con un atto giudiziario. Da alcune parti si cerca in queste ore di mettere in allarme la società greca sul pericolo che la punizione dei dirigenti di Alba Dorata nasconda un disegno più complesso: la rifondazione di Alba Dorata e la riconversione del partito neonazista in una forza di estrema destra ripulita e presentabile, adatta ad essere accolta in un eventuale governo di ‘centrodestra’. Lo avevamo già scritto, su Contropiano, qualche giorno fa. E il fatto che uno dei parlamentari arrestati ieri, Panagiotaros, abbia parlato della necessità della rifondazione di Chrysi Avgi proprio prima di finire in manette sembra confermare il sospetto. Così come la collaborazione parlamentare offerta da Michaloliakos al premier Samaras venerdì, in un intervento pubblico alla vigilia del suo arresto. Oppure, è l’altra ipotesi, Nuova Democrazia mira semplicemente a raggranellare i consensi elettorali che ora vanno ai neonazisti e che dopo l’eventuale messa fuori legge di Alba Dorata o il suo ridimensionamento tramite la via giudiziaria si troverebbero ‘a disposizione’. A Samaras basterebbe spostare un po’ più a destra il suo discorso politico, e il gioco sarebbe fatto.
Non è un caso che l’inchiesta imputa al partito neonazista di essere un’associazione a delinquere, un’organizzazione criminale – come potrebbe essere la mafia – senza metterne in discussione la legittimità politica in quanto organizzazione terroristica di estrema destra.
Ma non sempre le ciambelle riescono col buco. La fine della tremenda crisi in cui le politiche di austerità hanno gettato la Grecia non sembra a portata di mano e non è detto che una forza neonazista e violenta sparisca dalla scena così, come d’incanto. Non sarà certo il sistema politico ed economico che ha allevato e protetto la bestia nazista a eliminarla. Non può, e non vuole. La sinistra e i movimenti popolari faranno bene a tenere alta la guardia e a non delegare alle istituzioni la lotta contro il fascismo.
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Sempre più pessime le strategia in atto nel "laboratorio greco".
Rifondazione. Ferrero denuncia l'infiltrazione dei servizi segreti
"FERRERO SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE : Oggi ho denunciato che vi sono manovre di infiltrazione da parte dei servizi nei confronti di Rifondazione. L’ho fatto perché se qualcuno ha idea di far succedere qualcosa di strano, sappia che siamo al corrente delle loro manovre. Loro si muovono nell’ombra, nell’ambiguità e lavorano per far casino. Noi siamo per la luce, la chiarezza, le battaglie alla luce del sole".
La denuncia è forte e netta, anche se per il momento non dettagliata con nomi e circostanze. Certo, buona parte del caos interno in questo momento a Rifondazione appare persino "eccessivo" rispetto alla tradizione di questo partito.
L'invito che rivolgiamo a tutti i compagni è di mantenere gli occhi bene aperti. C'è un regime in forte crisi strutturale, gente che sta perdendo la certezza del dominio, che è abituata ad alzare polveroni e spaccare tutto (partiti, collettivi, sindacati, ecc). In genere gli infiltrati dei "servizi" scelgono di annidarsi in mezzo a chi urla di più e capisce di meno, tra chi chiama tutti "traditori" (o magari maledice "la casta", come va di moda adesso) e prova a trasformare la ricerca dell'unità possibile nell'impossibilità di unirsi (magari in nome dell'"unità").
Complicato? Solo per chi non conosce la storia del movimento operaio....
*****
Sbaglia chi pensa o dice che "i servizi segreti devono essere messi davvero male se si riducono a infiltrare Rifondazione Comunista".
Sbaglia anche se è certamente vero che il gruppo dirigente del Prc appare incapace - e non da oggi - di sciogliere i nodi strategici che tengono questo partito avvinto alla logica dei "cartelli elettorali", il cui capofila - come una maledizione biblica - resta sempre il Pd. E proprio questa incapacità sembra aver aperto un'autostrada alla contestazione "basista" del gruppo dirigente.
Ma stanno realmente così le cose? Certamente no. Nella conflittualità interna al Prc giocano ormai allo scoperto forze che non sono riconducibili alla normale "dialettica interna" di un partito ormai extraparlamentare. È vero, la "strategia" immaginaria del gruppo dirigente punta apertamente al rientro nella "comunità della politica", finanziamenti pubblici compresi. Ma quanti si oppongono sono una "variopinta schiera" (citazione marxiana, cercatevela) che nasconde difficoltà autentiche, indignazione comprensibile e manovre putride.
Peraltro niente affatto "nuove". Abbiamo ritrovato nomi e storie decisamente datate, confusione senza limiti, attacchi pretestuosi (ancorché, come detto, favoriti da una politica spesso suicida). Ricorrenze che ci portano a individuare delle frequenze inquietanti, facilitate da un atteggiamento irresponsabile praticato per anni dal "partito della rifondazione comunista", entro le quali si sono infilati come una lama nel burro gli infiltrati del Sisde o come si chiama adesso.
Veniamo da un periodo politico idiota, in cui era sufficiente mandare in rete "appelli" - per quanto improbabili - per raccogliere nomi, indirizzi, preferenze, mail, ecc. Non stiamo ovviamente parlando di iniziative serie - come Ross@ et similia, che possono vantare "promotori" con certificazione di "origine controllata" - ma di pagliacciate generiche, promosse da sconosciuti o quasi, cui aderisce chi capita. Sembra un trionfo della "democrazia di base", è invece uno spalancare le porte a Cetto La Qualunque.
Ripetiamo: se il vertice attuale del Prc avesse preso atto di un fallimento strategico (i "cartelli elettorali" a un tanto al chilo), tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma questo non cambia il quadro attuale; Rifondazione è davvero sotto attacco delle spie di professione. Speriamo ovviamente che si apra una stagione di confronto serio sulle prospettive, dopo che il Prc avrà provveduto a rimuovere il tumore che sta provando a ucciderlo. Paradossalmente, ma neppure troppo, il "bacio delle morte" è probabilmente arrivato dalla decisione di promuovere una "lista Ingroia", in cui il magistrato antimafia è stato ahivoi supportato da una pletora di sbirri che metà bastava...
Ora c'è un problema da risolvere. E speriamo davvero che il Prc riesca nell'impresa. Ci sembra infatti che nel potere - checché ne pensino i media che ironizzano a sproposito sulla notizia dell'infiltrazione - esista un "disegno" abbastanza preciso; "ripulire gli angoli" da ogni "sporcizia" non controllata. Spazzar via i "diversi" e quanti potrebbero - malgrado loro - rappresentare un'alternativa credibile. Non pensiamo infatti che il Prc sia oggi "pericoloso" per l'assetto di potere in virtù della propria "saggezza". La sua scelta a favore del 12 ottobre (invece che del 18 e 19) ne rappresenta per intero la debolezza. Ma a prescindere dalle sue intenzioni soggettive, il Prc rappresenta pur sempre un'aggregazione politica consistente (alcune decine di migliaia di iscritti), fatta di persone che non hanno ancora deciso di arrendersi allo strapotere del potere. Questo insieme - al di là del gruppo dirigente - va disperso, polverizzato, cancellato dallo scenario politico.
Come si fa, però, a riconoscere degli sbirri in mezzo a compagni perbene? Ci vuole orecchio, avrebbe sentenziato Jannacci. O almeno saper riconoscere il "giro" che da venti anni o poco più infiltra l'uno dopo l'altro prima i centri sociali, poi alcune frange non brillanti del sindacalismo di base e ora direttamente le organizzazioni politiche o settori di movimento. Una storia di merda che arriva da lontano (dai tempi della "zarina del Sisde") e vorrebbe andare ancora più lontano.
Si può fermare, sia detto tra noi...
Fonte
La denuncia è forte e netta, anche se per il momento non dettagliata con nomi e circostanze. Certo, buona parte del caos interno in questo momento a Rifondazione appare persino "eccessivo" rispetto alla tradizione di questo partito.
L'invito che rivolgiamo a tutti i compagni è di mantenere gli occhi bene aperti. C'è un regime in forte crisi strutturale, gente che sta perdendo la certezza del dominio, che è abituata ad alzare polveroni e spaccare tutto (partiti, collettivi, sindacati, ecc). In genere gli infiltrati dei "servizi" scelgono di annidarsi in mezzo a chi urla di più e capisce di meno, tra chi chiama tutti "traditori" (o magari maledice "la casta", come va di moda adesso) e prova a trasformare la ricerca dell'unità possibile nell'impossibilità di unirsi (magari in nome dell'"unità").
Complicato? Solo per chi non conosce la storia del movimento operaio....
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Sbaglia chi pensa o dice che "i servizi segreti devono essere messi davvero male se si riducono a infiltrare Rifondazione Comunista".
Sbaglia anche se è certamente vero che il gruppo dirigente del Prc appare incapace - e non da oggi - di sciogliere i nodi strategici che tengono questo partito avvinto alla logica dei "cartelli elettorali", il cui capofila - come una maledizione biblica - resta sempre il Pd. E proprio questa incapacità sembra aver aperto un'autostrada alla contestazione "basista" del gruppo dirigente.
Ma stanno realmente così le cose? Certamente no. Nella conflittualità interna al Prc giocano ormai allo scoperto forze che non sono riconducibili alla normale "dialettica interna" di un partito ormai extraparlamentare. È vero, la "strategia" immaginaria del gruppo dirigente punta apertamente al rientro nella "comunità della politica", finanziamenti pubblici compresi. Ma quanti si oppongono sono una "variopinta schiera" (citazione marxiana, cercatevela) che nasconde difficoltà autentiche, indignazione comprensibile e manovre putride.
Peraltro niente affatto "nuove". Abbiamo ritrovato nomi e storie decisamente datate, confusione senza limiti, attacchi pretestuosi (ancorché, come detto, favoriti da una politica spesso suicida). Ricorrenze che ci portano a individuare delle frequenze inquietanti, facilitate da un atteggiamento irresponsabile praticato per anni dal "partito della rifondazione comunista", entro le quali si sono infilati come una lama nel burro gli infiltrati del Sisde o come si chiama adesso.
Veniamo da un periodo politico idiota, in cui era sufficiente mandare in rete "appelli" - per quanto improbabili - per raccogliere nomi, indirizzi, preferenze, mail, ecc. Non stiamo ovviamente parlando di iniziative serie - come Ross@ et similia, che possono vantare "promotori" con certificazione di "origine controllata" - ma di pagliacciate generiche, promosse da sconosciuti o quasi, cui aderisce chi capita. Sembra un trionfo della "democrazia di base", è invece uno spalancare le porte a Cetto La Qualunque.
Ripetiamo: se il vertice attuale del Prc avesse preso atto di un fallimento strategico (i "cartelli elettorali" a un tanto al chilo), tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma questo non cambia il quadro attuale; Rifondazione è davvero sotto attacco delle spie di professione. Speriamo ovviamente che si apra una stagione di confronto serio sulle prospettive, dopo che il Prc avrà provveduto a rimuovere il tumore che sta provando a ucciderlo. Paradossalmente, ma neppure troppo, il "bacio delle morte" è probabilmente arrivato dalla decisione di promuovere una "lista Ingroia", in cui il magistrato antimafia è stato ahivoi supportato da una pletora di sbirri che metà bastava...
Ora c'è un problema da risolvere. E speriamo davvero che il Prc riesca nell'impresa. Ci sembra infatti che nel potere - checché ne pensino i media che ironizzano a sproposito sulla notizia dell'infiltrazione - esista un "disegno" abbastanza preciso; "ripulire gli angoli" da ogni "sporcizia" non controllata. Spazzar via i "diversi" e quanti potrebbero - malgrado loro - rappresentare un'alternativa credibile. Non pensiamo infatti che il Prc sia oggi "pericoloso" per l'assetto di potere in virtù della propria "saggezza". La sua scelta a favore del 12 ottobre (invece che del 18 e 19) ne rappresenta per intero la debolezza. Ma a prescindere dalle sue intenzioni soggettive, il Prc rappresenta pur sempre un'aggregazione politica consistente (alcune decine di migliaia di iscritti), fatta di persone che non hanno ancora deciso di arrendersi allo strapotere del potere. Questo insieme - al di là del gruppo dirigente - va disperso, polverizzato, cancellato dallo scenario politico.
Come si fa, però, a riconoscere degli sbirri in mezzo a compagni perbene? Ci vuole orecchio, avrebbe sentenziato Jannacci. O almeno saper riconoscere il "giro" che da venti anni o poco più infiltra l'uno dopo l'altro prima i centri sociali, poi alcune frange non brillanti del sindacalismo di base e ora direttamente le organizzazioni politiche o settori di movimento. Una storia di merda che arriva da lontano (dai tempi della "zarina del Sisde") e vorrebbe andare ancora più lontano.
Si può fermare, sia detto tra noi...
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Roba da matti: lo Stato spreca il valore di una decina di IMU per non far funzionare a modino qualche computer!
Secondo l’Osservatorio digitale della Scuola di management del
Politecnico di Milano il ritardo dell’Agenda Digitale italiana costa al
paese oltre un miliardo al mese. Parliamo di semplici risparmi sulla
spesa pubblica attraverso innovazione, non tagli. Peccato che i tagli
piacciano tanto alla nostra classe dirigente, soprattutto se applicati
in maniera classista riducendo diritti, mentre l’innovazione è al di là
della loro capacità di comprensione, oppure fa paura per la sua
intollerabile carica di trasparenza.
Solo la fatturazione elettronica verso la pubblica amministrazione farebbe risparmiare oltre un miliardo di Euro. La fetta più grossa è però nella sanità, l’investimento in informatizzazione della quale farebbe risparmiare ben 6,5 miliardi, più dell’IMU. Il totale dei risparmi nella sanità investendo in informatizzazione è però ben più grande, perché ai 6.5 miliardi per lo Stato si aggiungerebbero 7.6 miliardi per i cittadini. Una sola voce per capirci: se tutti i referti fossero consegnati via Internet si risparmierebbero 370 milioni l’anno.
Portare online le transazioni della spesa pubblica dall’attuale 5% (sic) al 30% farebbe risparmiare ben 5 miliardi e un altro miliardo si risparmierebbe intensificando l’uso delle infrastrutture digitali già disponibili ma sottoutilizzate. E invece, chissà perché la stragrande maggioranza dei centri di spesa dello Stato non è autorizzata a possedere strumenti (una carta di credito) per operare via Internet neanche per comprare una risma di carta.
Non è poco, svariate IMU sulla prima casa anche se un popolo di analfabeti di ritorno, che ama farsi rappresentare dallo scilipotismo di tutti i colori, non è in grado di capirlo. Il grosso della ciccia starebbe però nella maggiore informatizzazione del fisco, settore dove immediatamente si accendono gli special di un paese dove per poter nascondere al fisco 10 lire in milioni diventano conniventi con chi al fisco sottrae miliardi.
Ridurre i pagamenti in contanti incrementando i pagamenti elettronici dal 20% attuale al 30% farebbe recuperare al fisco almeno cinque miliardi di evasione fiscale sul sommerso ma, soprattutto, la conservazione elettronica degli archivi fiscali derivati, in grado di rendere più rapidi i controlli, produrrebbe altri 10 miliardi di recupero fiscale attraverso la maggiore efficienza dei registri digitali. (fonte principale ANSA).
Fonte
Solo la fatturazione elettronica verso la pubblica amministrazione farebbe risparmiare oltre un miliardo di Euro. La fetta più grossa è però nella sanità, l’investimento in informatizzazione della quale farebbe risparmiare ben 6,5 miliardi, più dell’IMU. Il totale dei risparmi nella sanità investendo in informatizzazione è però ben più grande, perché ai 6.5 miliardi per lo Stato si aggiungerebbero 7.6 miliardi per i cittadini. Una sola voce per capirci: se tutti i referti fossero consegnati via Internet si risparmierebbero 370 milioni l’anno.
Portare online le transazioni della spesa pubblica dall’attuale 5% (sic) al 30% farebbe risparmiare ben 5 miliardi e un altro miliardo si risparmierebbe intensificando l’uso delle infrastrutture digitali già disponibili ma sottoutilizzate. E invece, chissà perché la stragrande maggioranza dei centri di spesa dello Stato non è autorizzata a possedere strumenti (una carta di credito) per operare via Internet neanche per comprare una risma di carta.
Non è poco, svariate IMU sulla prima casa anche se un popolo di analfabeti di ritorno, che ama farsi rappresentare dallo scilipotismo di tutti i colori, non è in grado di capirlo. Il grosso della ciccia starebbe però nella maggiore informatizzazione del fisco, settore dove immediatamente si accendono gli special di un paese dove per poter nascondere al fisco 10 lire in milioni diventano conniventi con chi al fisco sottrae miliardi.
Ridurre i pagamenti in contanti incrementando i pagamenti elettronici dal 20% attuale al 30% farebbe recuperare al fisco almeno cinque miliardi di evasione fiscale sul sommerso ma, soprattutto, la conservazione elettronica degli archivi fiscali derivati, in grado di rendere più rapidi i controlli, produrrebbe altri 10 miliardi di recupero fiscale attraverso la maggiore efficienza dei registri digitali. (fonte principale ANSA).
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Siria, ribelli divisi: nasce l'Alleanza Islamica
Entro stasera il Consiglio di Sicurezza dell'Onu voterà la risoluzione
sulla Siria. La Russia ha dato il via libera alla bozza presentata ieri
sull'arsenale chimico di Bashar al-Assad, dopo due anni di veti e
stalli.
Una risoluzione che prevede la distruzione delle armi chimiche del regime di Damasco, pena un intervento internazionale non meglio specificato. I missili statunitensi? Il presidente Putin era stato chiaro: la Russia interverrà contro Assad se non rispetterà l'accordo stipulato con la comunità internazionale, aggiungendoci però tutte le perplessità russe in merito. La bozza di risoluzione redatta ieri si basa sul noto Capitolo VII, che prevede l'uso della forza nel caso di minaccia alla sicurezza e alla pace internazionale, ma richiede un ulteriore passaggio in Consiglio di Sicurezza. Passaggio non scontato: Mosca potrebbe nuovamente bloccare con il veto un intervento armato contro la Siria.
L'accordo di ieri è giunto nel pomeriggio dopo un incontro tra il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri di Mosca Lavrov: "Abbiamo raggiunto un accordo - ha commentato Kerry - Questa risoluzione può ora portare alla rimozione e alla distruzione delle armi chimiche in Siria". La risoluzione prevede la creazione di un team internazionale delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche dell'Aia, che torni in Siria per verificarne l'implementazione.
I primi passi verso una soluzione diplomatica erano stati mossi all'inizio di settembre, grazie alla mediazione russa che aveva evitato il promesso attacco militare statunitense: il presidente Assad ha accettato di consegnare la lista delle armi chimiche in suo possesso, ha aperto le porte agli ispettori dell'Onu e ha promesso la consegna dell'arsenale entro un anno.
A preoccupare l'Occidente, però, non è solo Assad. Le divisioni interne alle opposizioni siriane e la sempre più spiccata appartenenza a fazioni islamiste si sono tradotte in questi giorni nell'adesione di tredici gruppi di ribelli alla "Alleanza Islamica". Due i punti di contatto: l'abbandono della Coalizione Nazionale Siriana, ombrello delle opposizioni riconosciuto legittimo rappresentante della Siria dalla comunità internazionale; e l'intenzione di applicare la legge islamica, la Shariah, alla nuova Siria.
Ne faranno parte, tra gli altri, il Fronte al Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham (restano fuori gli ultraradicali dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante). La nuova federazione fondata sull'islamismo militante potrebbe marginalizzare definitivamente le forze moderate di opposizione: l'Esercito Libero Siriano è già alle prese con scontri diretti contro fazioni vicine ad Al Qaeda per il controllo di parte del Paese, una faida interna che potrebbe portare gli islamisti a prevalere, forti del sostegno della rete di Al Qaeda, ma anche di armi e denaro provenienti da Qatar e Arabia Saudita. Secondo i dati a disposizione, circa 30mila dei 100mila miliziani anti-Assad attivi in Siria sono entrati a far parte dell'Alleanza Islamica. Non ancora la maggioranza dei ribelli, ma sicuramente i meglio organizzati e addestrati, soprattutto nelle regioni settentrionali.
A renderli sempre più forti, però, non è solo l'attività militare. In alcune aree del Paese, oggi sotto il controllo dei ribelli, gruppi islamisti - salafiti in primis - si sono guadagnati il consenso di una popolazione allo stremo, attraverso programmi umanitari in grado di alleviare almeno in parte la grave crisi economica in cui versa la Siria.
All'Onu si dovrebbe discutere anche di questo: caduto Assad, quale Siria si prospetta all'orizzonte?
Fonte
Una risoluzione che prevede la distruzione delle armi chimiche del regime di Damasco, pena un intervento internazionale non meglio specificato. I missili statunitensi? Il presidente Putin era stato chiaro: la Russia interverrà contro Assad se non rispetterà l'accordo stipulato con la comunità internazionale, aggiungendoci però tutte le perplessità russe in merito. La bozza di risoluzione redatta ieri si basa sul noto Capitolo VII, che prevede l'uso della forza nel caso di minaccia alla sicurezza e alla pace internazionale, ma richiede un ulteriore passaggio in Consiglio di Sicurezza. Passaggio non scontato: Mosca potrebbe nuovamente bloccare con il veto un intervento armato contro la Siria.
L'accordo di ieri è giunto nel pomeriggio dopo un incontro tra il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri di Mosca Lavrov: "Abbiamo raggiunto un accordo - ha commentato Kerry - Questa risoluzione può ora portare alla rimozione e alla distruzione delle armi chimiche in Siria". La risoluzione prevede la creazione di un team internazionale delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche dell'Aia, che torni in Siria per verificarne l'implementazione.
I primi passi verso una soluzione diplomatica erano stati mossi all'inizio di settembre, grazie alla mediazione russa che aveva evitato il promesso attacco militare statunitense: il presidente Assad ha accettato di consegnare la lista delle armi chimiche in suo possesso, ha aperto le porte agli ispettori dell'Onu e ha promesso la consegna dell'arsenale entro un anno.
A preoccupare l'Occidente, però, non è solo Assad. Le divisioni interne alle opposizioni siriane e la sempre più spiccata appartenenza a fazioni islamiste si sono tradotte in questi giorni nell'adesione di tredici gruppi di ribelli alla "Alleanza Islamica". Due i punti di contatto: l'abbandono della Coalizione Nazionale Siriana, ombrello delle opposizioni riconosciuto legittimo rappresentante della Siria dalla comunità internazionale; e l'intenzione di applicare la legge islamica, la Shariah, alla nuova Siria.
Ne faranno parte, tra gli altri, il Fronte al Nusra e i salafiti di Ahrar al-Sham (restano fuori gli ultraradicali dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante). La nuova federazione fondata sull'islamismo militante potrebbe marginalizzare definitivamente le forze moderate di opposizione: l'Esercito Libero Siriano è già alle prese con scontri diretti contro fazioni vicine ad Al Qaeda per il controllo di parte del Paese, una faida interna che potrebbe portare gli islamisti a prevalere, forti del sostegno della rete di Al Qaeda, ma anche di armi e denaro provenienti da Qatar e Arabia Saudita. Secondo i dati a disposizione, circa 30mila dei 100mila miliziani anti-Assad attivi in Siria sono entrati a far parte dell'Alleanza Islamica. Non ancora la maggioranza dei ribelli, ma sicuramente i meglio organizzati e addestrati, soprattutto nelle regioni settentrionali.
A renderli sempre più forti, però, non è solo l'attività militare. In alcune aree del Paese, oggi sotto il controllo dei ribelli, gruppi islamisti - salafiti in primis - si sono guadagnati il consenso di una popolazione allo stremo, attraverso programmi umanitari in grado di alleviare almeno in parte la grave crisi economica in cui versa la Siria.
All'Onu si dovrebbe discutere anche di questo: caduto Assad, quale Siria si prospetta all'orizzonte?
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