Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/02/2016

Libia: sarà guerra?

di Francesca La Bella

Dopo cinque anni dall’attacco che portò alla caduta del Governo del Colonnello Muhammar Gheddafi, in questi giorni, varie voci sembrano annunciare un nuovo intervento in Libia. Secondo un articolo del New York Times, ripreso da molte testate italiane ed europee, l’amministrazione Obama starebbe valutando la possibilità di aprire, in collaborazione con gli alleati europei, un nuovo fronte contro lo Stato Islamico in territorio libico. Questa repentina escalation sarebbe strettamente collegata agli ultimi attacchi del gruppo islamista contro i terminal petroliferi della costa libica e alla perdurante condizione di instabilità del Paese, ulteriormente aggravata dalla mancata fiducia al neonato Governo di Fayez al Sarraj.

Davanti al fallimento dei negoziati che, supportati dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale nel suo complesso, avrebbero dovuto portare alla creazione di un Governo di unità nazionale che fungesse da barriera all’avanzata dello Stato Islamico nel Paese, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed Italia avrebbero, dunque, scelto di porsi alla guida di un nuovo intervento armato in Libia. Colloqui sarebbero in atto a questo scopo e se, gli incontri di Roma alla fine del 2015 sarebbero stati un primo passo verso la costituzione di un fronte comune a livello diplomatico, le ultime notizie descrivono un quadro in rapida evoluzione in senso militare. La settimana passata, a Parigi, si sarebbe svolto un importante incontro tra il Capo dello Stato Maggiore statunitense, Joseph Dunford Jr, e l’omonimo francese Pierre de Villiers in merito ad una eventuale azione armata in Libia. Il sito del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti riporta, a tal proposito, che i colloqui si sarebbero concentrati sulla necessità di un intervento armato di contrasto dello Stato Islamico per impedire che il disequilibrio libico tracimi ad altri paesi africani. Durante le discussioni, sarebbe stata, però, evidenziata anche l’indispensabilità di un’azione di supporto al processo politico interno per garantire la sicurezza e la stabilità di più lungo periodo. A conferma di questo indirizzo, all’inizio di questa settimana, l’addetto stampa del Pentagono, Peter Cook, avrebbe dichiarato che le forze militari statunitensi si troverebbero già in territorio libico per vagliare le possibili alleanze con forze armate locali qualora, dopo un iniziale intervento aereo, dovesse esserci la necessità di un’azione via terra per consolidare il controllo territoriale.

Per quanto più caute rispetto a quelle degli alleali di oltre oceano, le parole del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, devono essere lette nella stessa direzione. Se Gentiloni, a margine del ventiseiesimo Vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, avrebbe incontrato l’inviato ONU in Libia, Martin Kobler, per discutere la necessità di implementare il processo politico in atto in Libia nell’ottica di una veloce stabilizzazione del Paese, Pinotti avrebbe affermato che la soluzione alla questione libica deve essere trovata prima della primavera. Negando un’unilaterale accelerazione dell’iniziativa internazionale, il Ministro avrebbe dichiarato, in un intervista al Corriere della Sera, che è in atto un processo di “racconta di informazioni e di stesura di piani possibili di intervento sulla base dei rischi prevedibili”.
L’intervento, per quanto non imminente, appare, dunque, in fase di preparazione, ma si può riscontrare nelle dichiarazioni dei diversi attori un certo attendismo rispetto all’evoluzione degli eventi. Se da un lato questo può essere imputato alla mancanza di un Governo nazionale che richieda formalmente un’azione di supporto in territorio libico per contrastare il pericolo costituito dallo Stato Islamico, dall’altro il fallimento dell’intervento internazionale contro Gheddafi con la conseguente dissoluzione della Libia nella sua essenza statuale, costituisce un precedente da cui è impossibile prescindere.

A completamento di questo quadro devono essere, infine, evidenziate le resistenze delle stesse forze libiche ad un eventuale intervento internazionale. All’annuncio dell’invio di truppe britanniche per l’addestramento delle forze armate libiche, Ahmed Maiteeq, uno dei 32 ministri del Governo Sarraj, avrebbe dichiarato che la presenza di forze armate straniere in Libia avrebbe offeso l’orgoglio nazionale e che la soluzione della problematica Stato Islamico avrebbe dovuto nascere da una alleanza interna alla Libia e non dall’intervento straniero. In linea con queste parole, le dichiarazioni rilasciate a Middle East Eye da Ibrahim Bate el Mal, portavoce del Consiglio Militare di Misurata, secondo le quali i bombardamenti potrebbero portare ad un peggioramento anziché ad un miglioramento della situazione. Un nuovo attacco internazionale, anziché creare le premesse per la risoluzione della questione libica, potrebbe, infatti, aggravare le attuali condizioni sociali ed economiche della popolazione, dando nuova forza alla propaganda dello Stato Islamico e permettendo al movimento jihadista di allargare la propria base di appoggio in altre aree del Paese.

“Costituzione italiana contro i Trattati europei. Il conflitto inevitabile”

L’ultimo saggio di Giacchè dimostra che i Trattati esprimono un’idea di società che confligge con la nostra Costituzione, violandone i diritti fondamentali, a partire dal diritto al lavoro. Come uscire dalla gabbia dei mercati e dai vincoli dell’euro? Intervista all’autore.

di Alba Vastano

“Nessuno ha il potere di modificare, se non in meglio (cioè se non ampliando i diritti), i primi dodici articoli della nostra Costituzione. Né la Corte, né il Parlamento, né il Governo. Nessuno.” Vladimiro Giacchè

Incontro Vladimiro Giacchè a “Casale Alba2”, uno dei cinque casolari immersi nella cornice naturale del parco Aguzzano di Roma. È un luogo dove si svolgono attività socio-culturali-didattiche e di ristoro. L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro “Costituzione italiana contro i Trattati europei”. Un saggio che l’autore, economista d’eccellenza, presenta con maestria.

Il tema è intricatissimo, intrigante (ndr: nell’accezione di affascinante, che incuriosisce, che cattura) ed è assolutamente attuale. Giacchè, ne argomenta i punti focali: l’attacco alla Costituzione italiana, come uscire dalla gabbia economica in cui ci hanno rinchiuso i Trattati europei,  riaffermando la validità dell’impianto della Costituzione e la sua priorità sugli stessi Trattati. Si sofferma a lungo l’economista sul nuovo art.81 che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, in conformità delle regole europee del Fiscal compact, e fa un’accurata analisi “dolens” sulla sua incostituzionalità. Offre spunti per riflettere su come l’inserimento in Costituzione dell’art.81 sia “un vero e proprio cuneo che scardina il sistema dei fondamentali diritti”. Nell’intervista a seguire, concessa da Giacchè in esclusiva per La Città futura, pillole di economia per i lettori.

Mi permetta una domanda iniziale che non vuole essere una critica al titolo del suo saggio. Ma, con l’occhio europeista, è la Costituzione italiana a essere contro i Trattati europei o viceversa? O c’è, come poi si afferma nel sottotitolo, un’incompatibilità che è diventata conflitto fra le due leggi-principe fondanti, ovvero la Costituzione e i trattati Ue? 

La Sua domanda non è affatto strana. Qualcuno ha criticato il titolo del mio saggio, osservando che sono i Trattati europei a essere contrari alla nostra Costituzione e non viceversa. Il che ovviamente è vero, se non altro perché arrivano dopo. Ma il mio titolo ha un’intenzione polemica e politica: intende alludere al fatto che oggi la Costituzione può essere e deve essere usata come un’arma per demistificare e combattere i Trattati europei nei loro contenuti regressivi.

Perché? Quali sono, nel suo “Costituzione italiana contro i Trattati europei”, i punti centrali della costruzione politica giuridica europea che lei intende focalizzare e che considera destrutturanti o destabilizzanti per la nostra Costituzione?

Il punto essenziale è la “stabilità dei prezzi” assunta come vero e proprio valore centrale dei Trattati europei, e in particolare quale obiettivo economico che deve avere l’assoluta priorità su tutti gli altri. Nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ad esempio, si legge che l’“obiettivo principale” dell’Unione è quello di “mantenere la stabilità dei prezzi”, e solo “fatto salvo questo obiettivo”, ossia dopo e solo se esso è conseguito, ci si deve occupare degli altri (art. 119, co.2; concetto ripetuto nell’art. 127, co.1). Ora il problema è che l’obiettivo della “stabilità dei prezzi”, se assunto come prioritario, è contraddittorio rispetto al diritto al lavoro e a una retribuzione decente previsti dalla nostra Costituzione. Nel nome della lotta contro l’inflazione gli aumenti salariali sono sbagliati e le politiche espansive pubbliche finalizzate a creare occupazione vanno addirittura vietate. La Commissione Europea ha usato nella valutazione delle manovre di finanza pubblica italiane il cosiddetto “livello di disoccupazione di equilibrio”; politiche pubbliche dirette a ridurre il livello di disoccupazione al di sotto di questo livello sono “troppo espansive”, non vanno bene perché creano inflazione. E a quanto fissa la Commissione europea questo livello “giusto” di disoccupazione per l’Italia per il 2016? All’11,4%!

Questo è semplicemente contrario al diritto al lavoro previsto dalla Costituzione italiana come uno dei diritti fondanti della nostra repubblica (e fondante, tra parentesi, per la stessa democrazia – che ovviamente è soltanto formale se le persone sono disoccupate e ricattabili).

Parliamo di Costituzione italiana. In riferimento ai principi fondamentali che non possono essere modificati neppure dalla Corte costituzionale è palese invece che siano stati attaccati pesantemente dai Trattati europei. Quali Trattati in particolare, hanno inciso sulla nostra Costituzione?

Questo è un punto centrale. Nessuno ha il potere di modificare, se non in meglio (cioè se non ampliando i diritti), i primi dodici articoli della nostra Costituzione. Né la Corte, né il parlamento, né il governo. Nessuno.

La torsione liberista e anticostituzionale dei trattati europei comincia con l’Atto unico europeo del 1986 e si afferma con il trattato di Maastricht del 1992 e con la moneta unica. Che, a differenza di quanto qualcuno pensa, non è soltanto una moneta, ma il condensato di un ordine giuridico: che prevede, oltre alla stabilità dei prezzi, la banca centrale indipendente, lo smantellamento dell’economia mista (in cui settore pubblico e privato convivono) e una concorrenza all’interno dell’Unione tutta giocata sul dumping salariale (pago meno i salari) e sul dumping fiscale (faccio pagare di meno le tasse alle imprese). Nulla di tutto questo sarebbe stato accettato dai nostri costituenti.

E invece il nostro Parlamento ha accettato – alla Camera senza un solo voto contrario – di inserire nella Costituzione quel vero e proprio tarlo del nuovo articolo 81, che costituzionalizzando il pareggio di bilancio impone politiche di austerity anche se esse confliggono con diritti fondamentali: posso chiudere gli ospedali anche se questo va contro il diritto alla salute, posso ridurre stipendi e pensioni anche se questo va contro il diritto a una remunerazione civile, ecc.

Da quali dinamiche nasce la crisi europea, intesa o fraintesa dai più come crisi del debito pubblico? Ci spieghi le dinamiche che stanno affondando in particolare l’economia dei paesi del sud dell’Europa.

La crisi europea nasce da squilibri della bilancia commerciale tra i paesi membri. Squilibri che vedevano in particolare un paese (la Germania) in forte attivo grazie a una aggressiva politica mercantilistica (attuata – in conformità con i trattati – abbassando salari e tasse alle imprese), altri in passivo per l’impossibilità di reggere la concorrenza senza più la via d’uscita di riaggiustamenti del cambio e con un debito in aumento a causa dei bassi tassi d’interesse. Come ho spiegato tre anni fa nel mio Titanic Europa, il debito pubblico è in gran parte una derivata di questo squilibrio della bilancia commerciale e poi dello scoppio della crisi. 

Interpretare la crisi come crisi del debito pubblico ha avuto due vantaggi per chi oggi guida l’Europa: ha impedito di affrontare alla radice il vero problema (il mercantilismo tedesco, che sfruttava la rigidità introdotta dalla moneta unica) e legittimato politiche di austerity che hanno colpevolizzato le vittime (i cittadini degli “Stati spendaccioni”) e tagliato, guarda caso, proprio i salari indiretti (i servizi sociali) e differiti (le pensioni). Sono stato tra quelli che avevano previsto che questo avrebbe inferto un colpo formidabile alla domanda interna e peggiorato la situazione economica del nostro paese, finendo per appesantire anche il debito pubblico a causa del crollo del prodotto interno lordo. Purtroppo le cose sono andate proprio così. L’Italia ha perso circa un quarto della sua produzione industriale dall’inizio della crisi. I tre quarti della produzione industriale perduta sono stati persi nella fase dell’austerity.

La resa della Grecia ha dato all’Europa antiliberista e a quel che resta della sinistra il colpo di grazia?

Ha dato il colpo di grazia soprattutto all’illusione che si possa cambiare questa Europa senza affrontare alla radice i problemi. Ossia senza affrontare il tema della moneta unica e di quello che essa implica in concreto. Su questo tema purtroppo la sinistra è più indietro, nella comprensione dei meccanismi in gioco, dello stesso establishment europeo, che pure non brilla per lungimiranza strategica. In un testo della Commissione, ad esempio, si legge tra l’altro quanto segue: 

Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale...” [Il testo citato è scaricabile da internet qui: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-43_it.htm , N.d.R.].

Insomma: con la moneta unica la via maestra per il recupero di competitività è la riduzione dei salari. 

Io credo che dopo la “capitolazione” del governo greco (la definizione è di Varoufakis) molti a sinistra stiano aprendo gli occhi sull’impossibilità di avere “un’altra Europa” sulla base dei trattati e delle politiche attuali. È molto importante che questa consapevolezza si diffonda.

Tornando all’art.81: perché questo inchino che l’Italia ha regalato al fiscal compact, e alle politiche neoliberali europee? Era una strada obbligata?

L’inserimento in Costituzione dell’art. 81 è il risultato di un ricatto: i paesi creditori del nord Europa, a cominciare dalla Germania, hanno sostanzialmente detto che senza questo tipo di garanzie avrebbero lasciato l’Italia (e gli altri paesi cosiddetti “periferici” dell’Europa) sulla graticola dei mercati finanziari, che erano tornati a chiedere rendimenti molto elevati per comprare i titoli del nostro debito pubblico. Il primo errore è consistito nell’accettare questo ricatto: l’Italia avrebbe invece dovuto prendere atto che il patto fondativo dell’euro (perdita della sovranità monetaria contro guadagno di bassi tassi d’interesse) era stato violato (da altri), e trarne le dovute conseguenze. Il secondo errore è consistito nel piegarsi a questo ricatto quasi gioiosamente, senza la minima consapevolezza delle conseguenze reali sulla nostra economia, e anzi credendo nel potere magico delle politiche di austerity. Che sono invece risultate disastrose. Paura e subalternità culturale hanno fatto un disastro.

E per approfondire  la questione del pareggio di bilancio, Manin Carabba, ex presidente della Corte dei Conti, che lei ha richiamato nel suo saggio, definisce “abnorme e inaccettabile che il principio debba prevalere su ogni diritto dei cittadini costituzionalmente garantito”. Costituzionalizzandolo si è dato quindi il via ad un’economia nemica dello stato e dei diritti dei cittadini? 

Si è inserito nella Costituzione un tarlo che la rode, mangiandosi valori e diritti. Determinati diritti già oggi non sono considerati più esigibili a fronte dei vincoli del pareggio di bilancio. Qui però c’è un errore di prospettiva che va sottolineato: infatti l’articolo 81 in nessun modo può prevalere sui diritti fondamentali tracciati nei primi 12 articoli della Costituzione. Chi afferma qualcosa del genere non sa nulla della Costituzione e della gerarchia che esiste tra la prima sua parte e le altre. 

Precisamente per questo Manin Carabba parla di qualcosa di “abnorme e inaccettabile”. E ha ragione.

E per tornare all’Europa e ai trattati, oggi per il nostro Paese è conveniente più Europa o meno Europa? E se “più”, quale Europa?

Chi oggi vuole davvero un futuro con più Europa, dovrebbe volere meno Europa adesso. Mi spiego. Il percorso di integrazione che si è intrapreso, mettendo la moneta davanti alle politiche e – soprattutto – alla convergenza economica tra i paesi membri, sta distruggendo l’Europa, ponendo le basi dell’implosione dell’Unione e di conflitti disastrosi. Ha già creato forti rancori, assenza di solidarietà e recriminazioni reciproche a non finire. Si tratta di capire che questa integrazione non è “insufficiente” – come spesso si dice (come se bastasse mettere un cappello politico alla moneta unica), ma che essa ha preso una strada sbagliata. Si tratta di tornare indietro e di eliminare ciò che fa da ostacolo alla convergenza economica tra i paesi dell’Unione. A cominciare dalla moneta unica. Solo quando si sarà dato vita a un reale percorso di convergenza si potrà parlare di un’integrazione più stretta. Altrimenti, quello che si chiama “integrazione” è un abbraccio mortale. Dal quale prima o poi uno o più paesi – giustamente – si divincoleranno.

Vuole spiegare quali sarebbero i vantaggi per l’Italia da una exit monetaria? Come verrebbero trattati i debiti e i crediti italiani dopo una exit? Nel periodo di transizione cosa accadrebbe all’economia italiana, già provatissima e quanto tempo occorrerebbe  per risalire la china? 

Come dicevo, il vincolo monetario è stato centrale nel determinare il peggioramento delle nostre dinamiche economiche. Ormai questo è il segreto di Pulcinella. Ecco cos’ha twittato giorni fa Jonathan Tepper, l’autore assieme a John Mauldin di alcuni ottimi libri sugli scenari economici: 

Mi sembra che ogni commento sia superfluo. È evidente che la nostra priorità è uscire da questa situazione prima che sia troppo tardi: ossia prima che la deindustrializzazione del nostro paese abbia raggiunto il punto di non ritorno.

Riappropriarsi della sovranità monetaria consentirebbe di riattivare il meccanismo di riequilibrio basato sui riallineamenti del cambio (svalutazione esterna), in assenza del quale si deve far ricorso all’abbassamento dei salari reali e nominali (svalutazione interna). Inoltre, se chi produce ricomincia a vendere le proprie merci, sarà anche incentivato a ricominciare a investire (mentre gli investimenti in questi anni sono crollati del 25%).

Ovviamente a tale riappropriazione dovrebbero accompagnarsi misure quali la fine dell’indipendenza della banca centrale e controlli sui movimenti di capitale.

Quanto al resto della Sua domanda, cercherò di rispondere limitando al minimo i tecnicismi (che servono eccome, ma in altre sedi).

I debiti e crediti dovranno essere trattati in base alla legislazione e alla moneta del paese in cui i contratti sono stati stipulati. Questo significa che, nell’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica, i debiti sarebbero pagati nella nuova moneta nazionale e non in euro. Da questo punto di vista non si avrà quello che qualcuno (disinformato o in malafede) paventa, ossia un’enorme crescita del debito pubblico. Lo stock di debito non conoscerà questo aumento, né il fatto di ripagare il debito pubblico nella nuova moneta costituirà uno svantaggio per i detentori italiani di titoli di Stato. Sicuramente gli interessi sul nuovo debito aumenteranno nel breve periodo, per poi tornare a scendere a situazione stabilizzata e in presenza della ripresa economica.

Non si avrà alcuna fiammata inflattiva, come non si è avuta dopo le svalutazioni del 1992-1995: all’epoca si svalutò complessivamente di oltre il 50% sul marco e di oltre il 30% sul dollaro, e l’inflazione scese (dallo 6,4% del 1992 al 5,4% del 1995). Oltretutto, se il timore è la crescita del prezzo delle materie prime (pagate in dollari), vale la pena di notare due cose: in primo luogo, che nei confronti degli Stati Uniti svaluteremmo molto meno che nei confronti del neo-marco (già, perché la nostra non sarebbe l’uscita di un paese, ma la fine della moneta unica); e in secondo luogo con il petrolio ai minimi attuali la prospettiva di un suo rincaro non è davvero fonte di particolare preoccupazione.

Quanto al resto, succederà quello che è successo allora: una forte ripresa della produzione, dell’occupazione e delle esportazioni (e questo fornirà la base materiale per la ripresa di rivendicazioni salariali, oggi impensabili).

Ovviamente, ogni fine di un ordine monetario comporta turbolenze e instabilità anche forti sui mercati. Non sarà un pranzo di gala, ma sono fenomeni che si possono governare, come si è sempre fatto dacché esistono le monete. E comunque l’alternativa – questo dovremmo ormai averlo capito – è peggiore.

City has no heart


Tempeste in casa M5s. Che fare?

Uno dei paradossi del M5s è che è tutt’ora su valori molto sostenuti nei sondaggi, a pochi punti dal Pd, ma, nello stesso tempo si manifestano forti turbolenze interne: a Bologna è aspramente diviso sul sindaco da candidare, a Milano la candidata scelta meno di due mesi fa provoca molti malumori e dalla Casaleggio associati arriva il consiglio di ritirarsi, a Napoli addirittura si pensa di non presentare nessuno a causa delle divisioni interne mentre le cose vanno meglio a Torino e (forse) a Roma, mentre ci sono forti problemi con i sindaci eletti.

Il tutto mentre Grillo decide di fare il “Passo di lato” e togliere il suo nome dal simbolo, la vicenda di Quarto non è stata gestita al meglio nella comunicazione e sulla questione dei giudici costituzionali il gruppo parlamentare ha fatto una solenne fesseria sulla quale caliamo caritatevolmente un velo.

Inutile dire che se questa situazione dovesse protrarsi potrebbe dare frutti molto amari alle prossime amministrative e compromettere seriamente le politiche. Cari amici pentastellati attenti: la befana passa una volta nell’anno e non ogni settimana. Tre anni fa, il M5s ebbe un successo insperato ed al di là di ogni aspettativa, però poi fra la stucchevole polemica sugli scontrini, la processione delle espulsioni, l’assurda scelta di disertare le trasmissioni televisive e pasticci vari, venne sperperato un capitale ed alle europee arrivò il caffè amaro della flessione al posto della squillante vittoria sognata. Ed andò anche bene, visto che, comunque fu un risultato oltre il 20%. Poi nelle amministrative del 2015 c’è stata una ripresa (zoppa, come al solito, perché nelle amministrative il M5s prende regolarmente meno delle politiche).

Credo che sia arrivato il momento di prendere una medicina molto amara e dire onestamente che il modello organizzativo sin qui seguito proprio non funziona. In primo luogo: un partito che prende il 25% o giù di lì, non può esistere solo (o prevalentemente) in rete ma deve mettere i piedi per terra, darsi una struttura territoriale che organizzi i suoi militanti, ed organizzare significa darsi una struttura con sedi territoriali, coordinamenti provinciali o regionali ed un gruppo dirigente nazionale. Immagino i bruciori di stomaco di molti lettori che penseranno inorriditi “Ma questo è un partito! Orrore!”. Si è un partito perché tali si è quando si chiede un mandato agli elettori per il Parlamento, il resto sono chiacchiere prive di senso. Ed un partito va organizzato anche se tenendo sempre d’occhio il nemico: la burocrazia.

Mettiamoci in testa che organizzazione non significa necessariamente burocrazia e che ci si può benissimo burocratizzare anche restando nel casino più disorganizzato, anzi per i burocrati lo spontaneismo è un invito a nozze.

Se lasci il gruppo parlamentare senza il contrappeso di una direzione nazionale (eletta nel modo più democratico possibile, intendiamoci!) non viene fuori una cosa più democratica e meno “partitica”, ma solo un partito di notabili di stampo giolittiano. Bel guadagno!

Magari, si possono creare organismi collegiali elettivi ma anche segnati dalla revocabilità individuale, ma comunque organismi formali e dotati di precise competenze.

Altro problema da risolvere: darsi uno statuto degno di questo nome e non la trovata divertente del “Non statuto”: bella battuta ma adesso facciamo sul serio. Ci vogliono regole precise, non una cosa interminabile come quell’aborto di “Costituzione europea”, che si tentò nello scorso decennio e che venne fortunatamente bocciato dai referendum, ma uno statuto decente, chiaro e sufficientemente definito. E dire norme, significa anche dire giudici capaci di interpretarle ed applicarle, altrimenti è come se non ci fossero. Cosa sarebbe la Costituzione se non ci fosse una Corte Costituzionale? Inoltre, uno statuto, al pari di qualsiasi norma, non è una cosa stabilità per l’eternità. Magari si può prevedere un tempo di durata durante il quale la norma non può essere modificata oppure stabilire procedure aggravate per la sua modifica, quello che vi pare, ma statuti, leggi e Costituzioni non sono i Dieci Comandamenti, pensati per l’eternità. Ad esempio è evidente che il non Statuto andava modificato prevedendo una deroga alla norma che proibisce le dimissioni per potersi candidare ad altra carica; ovviamente questo deve essere una eccezione e non un costume, ma le eccezioni, in politica come nella vita, ci sono.

E’ evidente che in questa situazione dovrebbero scendere in campo Di Battista a Roma, Di Maio o Fico a Napoli  (meglio Fico, per non perdere la Vice Presidenza della Camera) ed un altro parlamentare a Milano. Si poteva interpellare la rete per decidere sulla deroga, magari stabilire che fosse necessaria una maggioranza qualificata e, invece no, le regole sono eterne: guarda che capolavoro di risultati ci sono!

Ancora: leviamoci dalla testa anche l’idea che una linea politica si costruisca a botta di referendum on line improvvisati giorno per giorno. Quando si trattò di definire la posizione del movimento sulla legge elettorale ci fu un corso di una decina di incontri informativi iniziali, poi c’erano diversi giorni durante i quali c’erano interventi sul sito, discussioni in alcuni metup ed alla fine si votava pezzo per pezzo. E la cosa coinvolse trentamila persone: perché non si continua con quel metodo? C’è una linea organica di politica economica del M5s? Dove si legge? Ed esiste una politica estera del M5s?  Per ora vedo Grillo che, pur se con una battuta, ha ipotizzato l’uscita dalla Nato, Di Maio che ha detto che non se ne parla, il M5s che è contro il Muos in Sicilia ed il Ttip però non dice niente sulla Nato, un gruppo parlamentare europeo con l’Ukip ed insieme la proposta di aprire ai Bric, il gruppo parlamentare che è contro l’intervento in Libia ma che non dice cosa dovremmo fare… cosa è questo indigeribile minestrone? E voi così pensate di governare il paese? O pensate che prima si vincono le elezioni e poi si pensa a cosa fare? Comincio ad avere i sudori freddi. Il guaio è che in assenza di una direzione nazionale collegiale, non c’è neppure un soggetto che pensi a produrre una linea politica. O pensate che una linea spunti da sola come i funghi dopo la pioggia.

Ancora: il M5s è stato un esempio totalmente anomalo di “soggetto carismatico”. Il soggetto carismatico classico (che sia il movimento garibaldino o il partito peronista, il partito fascista di Mussolini o quello radicale di Pannella, il movimento gollista o Lotta Continua di Sofri) ha per definizione un solo capo carismatico che decide la linea politica e guida in prima persona il suo partito o movimento. Qui abbiamo avuto una conduzione a due: un leader carismatico verso le masse esterne che riverbera il suo carisma sull’altro che è il “progettista interno” che ha avuto (ed ha) compiti prevalentemente ideologici (se mi permettete il termine)  ed organizzativi. Ulteriore anomalia: nessuno dei due si è posto come capo, ma entrambi come garanti del movimento e nessuno dei due è entrato in Parlamento. Con il risultato di avere una sorta di centro direttivo nazionale distinto e non sempre in sintonia con il gruppo parlamentare. Ammetterete che è una architettura un po’ spericolata! Sembra una discoteca con il portale di una chiesa barocca, un minareto e la sommità di una pagoda e senza il muro posteriore.

Adesso, per di più, l’uomo immagine, quello che assolveva al ruolo di punto di riferimento carismatico, ha deciso di fare un passo di lato, come dire che la cupola si mette di lato. Quanto scommettiamo che viene tutto giù?

Un modo di evitare il crollo c’è, ma bisogna mettersi al lavoro subito, mettere da parte le mitologie e produrre un progetto politico degno di questo nome e una organizzazione funzionale a questo disegno.

Basta con i sogni, diventiamo grandi ed iniziamo a fare politica, quella vera. Che ne dite?

Fonte

Rapporto annuale HRW: un Afghanistan in caduta libera

Combattimenti aumentati, insicurezza totale, civili ancora massacrati, usurpazione e violenza a scandire giorni e ore di chi vive nella terra dell’Hindu Kush. Il rapporto annuale di Human Rights Watch raccoglie e testimonia tutto ciò senza far sconti al cosiddetto governo di unità nazionale con cui l’amministrazione Obama ha cercato d’inventarsi l’ennesimo esecutivo fantoccio. Maggiormente mascherato rispetto ai governi Karzai, eppure non meno inquietante sul fronte dei problemi irrisolti e addirittura aumentati.

Chi controlla cosa - I distretti finiti sotto il totale controllo talebano sono sensibilmente aumentati. Il rapporto non li quantifica, nei mesi scorsi alcuni analisti hanno contato 20 se non addirittura 24 province a giurisdizione talebana, calcolando probabilmente anche quelle dove le milizie degli insorgenti sono semplicemente presenti e battagliano contro l’Afghan National Security Army. Sta di fatto che ampie zone che il governo di unità nazionale afferma di dirigere, compresa la capitale, non sono affatto sicure. Le stesse Nazioni Unite ammettono che metà del territorio afghano è diventato estremamente pericoloso. Chiunque rischia di saltare in aria sui numerosissimi Ieds disseminati in fasce sempre più vaste del territorio, più che durante i grandi attacchi talebani alle forze Nato del biennio 2009-2010. Per ragioni d’opportunismo, prima che d’opportunità politica, Ghani e i suoi protettori d’Oltreoceano vendono la storiella d’una nazione in evoluzione alla ricerca d’una dimensione democratica. Di fatto non esistono princìpi che possano sostenere tale versione. Accanto agli ordigni di terra, agli attentati kamikaze, ai bombardamenti dal cielo, usurpazione e violenza continuano a devastare l’esistenza dei civili, causandone il 70% dei decessi.

Vittime civili - Si è registrato un incremento di attacchi rivolti a figure pubbliche, accanto ai sempre bersagliati uomini dell’apparato militare, è stata la volta di giudici, procuratori e personale del ministero di Giustizia. Fra gli obiettivi cominciano a rientrare gli operatori delle Ong, cosicché il lavoro in tale settore è diventato a rischio, per esterni e per locali, e sono diminuiti anche gli stanziamenti, complice la recessione globale. Si registrano decessi per l’aumento dell’uso di razzi lanciati su case situate in aree urbane, autori indistintamente miliziani in turbante e truppe dell’esercito. Ad aprile Ghani ha introdotto una norma per limitare soldati con meno di 18 anni d’età che, però, continuano a essere reclutati. Anche i talebani raccolgono nelle loro file i quattordicenni, usandoli spesso per azioni suicide; sono stati lanciati assalti contro le scuole chiuse a Kunduz, Ghor e nel Nuristan. Nel mese di maggio è stata approvata una dichiarazione per salvare le scuole, proteggere studenti, insegnanti e il personale che ci lavora. In alcune province settentrionali (Faryab, Kunduz) gruppi fondamentalisti sono accusati di abusi sugli abitanti di villaggi e rapimenti di persone detenute come ostaggio per chiedere riscatti.

Diritti delle donne - All’esordio l’amministrazione Ghani affermava un impegno per preservare e migliorare i diritti delle donne. Mese dopo mese ha disatteso ogni obiettivo: dal difendere l’esistente legge che punta a eliminare la violenza contro le donne, a bloccare i cosiddetti crimini morali che paradossalmente conducono in prigione donne in fuga da violenze domestiche e matrimoni forzati. Una documentazione dell’Unama riferisce che il 65% di casi esaminati con tanto di abusi su figli minori s’è risolto con una mediazione e solo il 5% ha prodotto un procedimento penale verso il capofamiglia, in genere il marito, ma anche il fratello o il padre della donna. A marzo l’omicidio della ventisettenne Farkhunda Malikzada, falsamente accusata d’aver bruciato una copia del Corano, aveva galvanizzato le attiviste dei diritti che hanno organizzato proteste pubbliche, domandando giustizia. Delle dozzine di giovani uomini che l’avevano fustigata, linciata e data alle fiamme una trentina sono stati arrestati, sebbene un congruo numero sia rimasto a piede libero. Il processo s’è tenuto in fretta e alcuni degli accusati hanno sostenuto che la propria confessione era stata estorta. Diciotto imputati sono stati assolti, quattro condannati a morte, otto a 16 anni di reclusione. Le sentenze capitali sono state trasformate in pene detentive. Di diciotto poliziotti responsabili di mancata protezione alla donna (il linciaggio s’era svolto in pieno centro di Kabul e la polizia era accorsa sul luogo), undici sono stati condannati e otto assolti. Il Parlamento afghano ha creato un ulteriore ostacolo ai diritti femminili quando ha respinto la proposta presidenziale di offrire la massima rappresentanza della Corte Suprema al giudice Anisa Rasouli, capo della Corte giovanile di Kabul. Parlamentari conservatori hanno lanciato una campagna contro di lei, sostenendo che non poteva servire la Suprema Corte. Nella ricerca di compromesso Ghani affermava di proporre un'altra candidata. Nessun nome è stato fatto.

Torture e libertà d’espressione - Fra le promesse del governo c’era l’eliminazione della tortura. Un ipotetico Comitato di lavoro che doveva attuare il piano non è mai sorto; in giugno l’Afghan Security Agency ha emanato un ordine che proibiva l’uso di torture per ottenere confessioni. I casi, attuati da agenti dell’Intelligence (NDS), sono leggermente diminuiti in alcune province rispetto all’anno 2014, ma su tutto il territorio nazionale sono aumentati. Secondo l’Unama un terzo dei detenuti afghani ha subìto pressioni e violenze nei centri di reclusione (quattro di essi si trovano nell’area di Kandahar). Comunque non è stato prodotto alcun report di denuncia su tali pratiche. Il fronte mediatico, presente con varie testate ed emittenti, ha registrato un incremento di violenza contro i giornalisti. Nel maggio il governo ha dismesso la Commissione d’investigazione di violazione sulla comunicazione, un organismo che in passato era servito per molestare e intimidire i cronisti. Doveva essere rimpiazzato da una consulta con giornalisti e gruppi della società civile per istituire una Commissione sui mass media che valutasse le eventuali dispute sulla comunicazione. Della Commissione si son perse le tracce. Nel frattempo il governo imponeva la restrizione sui reportage nelle zone di combattimento con le forze insorgenti e vietava ai membri di polizia e forze dell’ordine di parlare con gli inviati. In agosto il National Security Council ha convocato sei giornalisti sospettati d’aver dato vita a una pagine anonima su Facebook dedicata alla satira politica.

Forze militari Nato - Diecimila soldati Usa rimangono sul territorio nell’ambito della missione Resolute Support; solo alla fine del 2016 potrebbero essere dimezzati. Restano anche 850 militari tedeschi, 760 turchi, 500 italiani. Reparti statunitensi continuano a sostenere le forze armate locali nella repressione anti talebana per via aerea e con l’utilizzo di droni. In molte occasioni questi attacchi appaiono indiscriminati, è accaduto all’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz, colpito e distrutto da oltre un’ora di bombardamento e dall’uccisione di personale medico e infermieristico. Le indagini su quello che viene ritenuto un crimine di guerra non hanno finora prodotto effetti. Talvolta i giudici tornano a indagare su azioni particolarmente efferate, ad esempio lo sterminio d’un gruppo di persone a Wardak nel 2012, ma le nuove indagini egualmente si concludono con un nulla di fatto che peggiora il clima in un Paese che si sente alla mercé di ogni impostore, in divisa e non. Dal 2007 una Corte criminale internazionale sta valutando azioni delittuose sulle quali, però, cala spesso il velo dell’oblìo.

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Scienza e conflitto, Noi Restiamo apre un nuovo fronte

Al Politecnico di Torino, lo scorso 26 gennaio si è tenuta, con ottima affluenza di studenti, un'iniziativa organizzata dalla campagna Noi Restiamo riguardo alle conseguenze dell'innovazione tecnologica sui paradigmi produttivi. Il progresso tecnologico in campo digitale, infatti, non ha trasformato solo i prodotti finiti e le modalità del loro consumo, ma il processo produttivo stesso, con pesanti ricadute sull'organizzazione produttiva e, quindi, sul mercato del lavoro.

È su questo aspetto in particolare che ci si è interrogati, in quanto, come segnalato da osservatori di ogni orientamento politico, l'automatizzazione sta provocando una costante riduzione di posti di lavoro, in particolare quelli basati su azioni routinarie, tanto manuali, quanto intellettuali. Simile riflessione diventa tanto più pressante in un momento storico segnato da un attacco al mondo del lavoro senza precedenti, che le giovani generazioni pagano in modo particolare, con la diffusione generalizzata di precarietà e disoccupazione anche tra soggetti già inseriti nel mondo del lavoro. Se n'è discusso con Roberto Centazzo, Juan Carlos De Martin e Francesco Piccioni.

Centazzo, esperto di innovazione nelle piccole e medie imprese, ha sottolineato, in particolare, le modalità d'introduzione della stampante 3D nella produzione industriale, e le potenzialità che ne scaturiscono. Dopo aver rilevato l'importanza di comprendere il processo produttivo in relazione al contesto sociale in cui esso d'inserisce, è passato all'esame più puntuale dell'innovazione rappresentata dalle stampanti 3D. Stampanti che potrebbero rappresentare una svolta non solo nell'organizzazione produttiva, ma persino a livello concettuale, in quanto sembrano stravolgere il modo tradizionale di produrre oggetti: per la prima volta, il materiale di lavoro viene trasformato attraverso l'aggiunta, e non la sottrazione, di materia. Questa rivoluzione concettuale porterebbe inevitabilmente, come avvenuto con l'informatica, a una rivoluzione nelle competenze tecniche e nei comportamenti dell'utenza. Utenza che già oggi si distribuisce in due fasce di mercato: quello delle stampanti 3D domestiche (prodotti di consumo), e quello delle stampanti destinate alla produzione industriale. L'analisi di Centazzo si è concentrata sul secondo filone, in cui, ha precisato, l'uso delle stampanti 3D è ancora limitato a pochi produttori e alla produzione su piccola scala: il suo futuro dipenderà dalla capacità d'implementarlo nel processo produttivo in maniera sempre più efficiente. Qualora ciò avvenisse, sono due i cambiamenti principali che quest'innovazione potrebbe schiudere: una maggiore economicità dell'accesso alla produzione industriale, e la necessaria acquisizione di nuove competenze per la sua gestione. Cambia il processo produttivo, cambiano le sue ripercussioni nel contesto sociale: sulla necessità d'una lettura e d'una risposta politica alle rivoluzioni nel campo della produzione – risposta che riguardi, in particolare, la redistribuzione del reddito – si è concluso l'intervento di Centazzo. Non esiste una mano invisibile, neppure per le nuove tecnologie.

Juan Carlos De Martin, docente presso il Dipartimento di Automatica e Ingegneria (DAUIN) del Politecnico che studia, in particolare, il rapporto tra internet e società (di estremo interesse, al riguardo, è la sua attività nell'ambito del centro di ricerca NEXA), ha sottolineato come l'Italia sia ancora molto arretrata riguardo alle competenze digitali, e stia dunque subendo passivamente la rivoluzione produttiva dei nostri tempi. Tre sono i motivi principali dell'arretratezza italiana: il divario infrastrutturale rispetto ai Paesi più avanzati; il divario economico, principale causa delle difficoltà, per larghe fasce di cittadinanza, e in particolare per quelle più deboli, ad accedere agli strumenti digitali; il ritardo culturale, che riguarda le stesse competenze cognitive di base. Da quest'ultimo punto di vista, il professor De Martin ha denunciato l'attacco portato avanti, in Italia, contro scuola e università, sempre più distruttivo, in particolare, a partire dal 2008. Riguardo agli effetti della rivoluzione tecnologica sull'occupazione, De Martin ha poi ricordato come l'assunto per cui la nuova tecnologia distrugge tanti posti di lavoro quanti ne crea, non sia affatto una legge di natura, e sembri, nelle condizioni attuali, a forte rischio di smentita. Ciò, in particolare, per due elementi di discontinuità presentati dalla rivoluzione digitale rispetto alle precedenti: un primo cambiamento, d'ordine “ontologico” è il mutamento nel materiale prodotto: le precedenti rivoluzioni produttive riguardavano la costruzione di oggetti fisici; quella digitale, invece, produce bit. Secondo elemento di novità è lo sviluppo dell'intelligenza artificiale in grado di minacciare, per la prima volta, alcune forme di lavoro umano intellettuale. De Martin stima che i posti di lavoro a rischio siano circa il 10% del totale. Ha auspicato, come direzioni concrete di azione: da un lato, l'elaborazione di ricerche che riguardino l'Italia nel contesto della rivoluzione digitale; e, dall'altro, riflessioni teoriche di carattere più generale, che sappiano inserire tali analisi in un quadro complessivo che comprenda anche la dimensione e le ripercussioni politiche e sociali della tecnologia.

L'intervento si è concluso con la citazione di uno studio di Paolo Sylos Labini ("Valore e distribuzione in un'economia robotizzata", 1985), in cui l'economista affrontava l'ipotesi che l'intero processo produttivo fosse condotto attraverso robot. In tale caso limite, chi sarebbe in grado di acquistare merci? In polemica con Benedetto Croce che riproponeva la classica soluzione liberale (inevitabile miseria per i lavoratori, e loro dipendenza dalla carità delle classi superiori), Sylos Labini propugnava l'intervento statale nella redistribuzione del reddito, come risposta a un'esigenza di razionalità, secondo il criterio: "a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Francesco Piccioni, giornalista di Contropiano, ha preso le mosse proprio dall'assunto, già criticato da De Martin, e continuamente riproposto dalla retorica dominante del “non preoccupatevi, si cadrà in piedi” (ossia: “qualche lavoro lo troverete”). Piccioni ha analizzato un'ampia mole di dati, tra cui il rapporto su “Il futuro del lavoro", presentato nei giorni scorsi al World Economic Forum di Davos, che stima in 5,1 milioni il saldo negativo dei posti di lavoro nel quinquennio 2015-2020. Tutto il lavoro seriale, di routine, sia esso materiale o intellettuale, operaio o impiegatizio, è ad alto rischio di scomparsa. In crescita risultano, invece, i posti di lavoro 'creativi' e quelli del mondo degli affari: giornalisti, architetti, ingegneri, operatori finanziari, attori.

La questione chiave, secondo Piccioni, è: quanti sono questi nuovi posti di lavoro? Più degli attuali? La risposta sembra negativa. Ogni rivoluzione industriale sviluppa il capitale fisso e riduce quello variabile (il lavoro umano) e, dato l'attuale contesto politico ed economico di feroce competizione globale, una redistribuzione del reddito che contrasti simile tendenza è assolutamente inverosimile. Il trend non può essere invertito finché la molla del sistema economico rimarrà il profitto, e non la soddisfazione dei bisogni dei lavoratori.

L'aula piena di studenti, le loro domande e un'attiva partecipazione al dibattito hanno segnato questa nostra prima iniziativa al Politecnico di Torino. La necessità d'inserire le competenze acquisite all'università in una comprensione più ampia delle dinamiche sociali che ci circondano, da cui nessun tipo di formazione scientifica e nessuna categoria professionale possono prescindere; la voglia di essere parte attiva in questo mondo “grande e terribile”: due punti che vogliamo portare al Politecnico e in ogni ambito universitario in cui ci troviamo ad agire. La campagna Noi Restiamo apre un nuovo fronte!

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“L’occidente si è rinchiuso nella sua fortezza a digerire il bottino”

Vedere un convegno che rimette in discussione l’adesione dell’Italia alla Nato in un aula parlamentare, è decisamente uno scenario al quale non eravamo abituati. Merito del Movimento 5 Stelle che venerdì 29 gennaio ha organizzato un incontro nell’aula magna dei gruppi parlamentari di Montecitorio dal titolo significativo: “Se non fosse Nato”.

Introdotto da un breve video che ha ricostruito tutte le nefaste conseguenze della Nato in Italia e delle guerre che attraverso questo apparato hanno coinvolto il nostro paese, il convegno ha visto la partecipazione dell’attivista cattolica irlandese Maired Corrigan Maguire (Premio Nobel per la Pace per il contributo dato al negoziato che ha portato alla fine del conflitto nell’Irlanda del Nord); del reporter e saggista Andre Vltchek (coautore con Noam Chomski di un importante libro), dell’avvocato Claudio Giangiacomo (membro di Ialena e estensore di una legge di iniziativa popolare contro le basi militari). Gli interventi sono stati presentati da Manlio Di Stefano del M5S in Commissione Esteri e sintetizzati da Alessandro Di Battista portavoce del M5S alla Camera. Dopo le relazioni ci sono state delle comunicazioni delle reti e dei comitati impegnati suo territori contro le basi e le servitù militari – da Camp Darby al Muos, dalla Sardegna al dal Molin – e interventi di vari attivisti dei movimenti contro la guerra.

Sentire un Premio Nobel per la Pace resocontare dei suoi tre viaggi nella Siria devastata dalla guerra e dichiarare che “vogliono destabilizzare il paese e far cadere il suo governo” e definire stati bellicisti paesi come Usa, Israele, Arabia Saudita, non è proprio musica che si sente tutti i giorni. Certo la visione di Maired Corrigan Maguire contiene ancora un pizzico di ingenuità quando vede una “Europa al bivio” tra xenofobia e razzismo da un parte e Germania e Italia dall’altra nell’accoglienza ai profughi e ai rifugiati, ma è vero che proprio sulla questione dei profughi oggi l’Ue è scossa da contraddizioni interne profonde.

Colpisce invece la metafora usata da Andre Vltchek quando ha descritto uno scenario in cui l’occidente – Usa e Unione Europea – è responsabile di un genocidio neocoloniale e adesso si rifiuta di pagarne il prezzo. “L’occidente si è chiuso dentro la sua fortezza a digerire il bottino e si è indurito con i propri crimini”. Nessuna indulgenza verso l’Unione Europea che soprattutto in Africa ha stravolto i mercati interni imponendo i suoi prezzi, le sue merci e la sua economia distruggendo quella locale.

E’ toccato invece a Claudio Giangiacomo illustrare la proposta di legge presentata nel 2008 da una serie di reti antimilitariste (Disarmiamoli, Semprecontrolaguerra etc.) e che giaceva negli scantinati della Camera dei Deputati nonostante le 50mila e passa firme raccolte dai promotori. Una legge che intendeva esplicitamente mettere i bastoni tra le ruote alla Nato, ai suoi automatismi e alla sua pesante militarizzazione del nostro territorio. Il M5S si è impegnato a ripresentare la legge e a costringere il parlamento a discuterne. Dal canto suo Di Battista ha sottolineato il no del M5S all’allargamento a est della Nato e alle sanzioni contro la Russia oltre che a suonare l’allarme verso l’intervento militare che si profila in Libia. Insomma non saremo alla vigilia dell’uscita dell’Italia dalla Nato tante volte gridato nelle manifestazioni (ultime quelle dello scorso 16 gennaio), ma con questa iniziativa in parlamento della seconda (e forse della prima) forza politica del nostro paese, la battaglia contro la Nato sembra almeno essere uscita dalla sua dimensione catacombale in cui è ridotta, per tentare di diventare un fattore di lotta politica pubblica e aperta. Un buon segno da cogliere e da sviluppare attivamente.

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Con Tsipras la Grecia diventa alleata d'Israele

di Michele Giorgio

Annunciato a metà mese da Benyamin Netanyahu, si è svolto ieri a Cipro il vertice a tre con il primo ministro israeliano, il premier greco Tsipras e il presidente cipriota Anastasiades. Un summit preceduto dalla firma due giorni fa di importanti accordi bilaterali tra Atene e Tel Aviv. Tsipras da uomo di sinistra ha stretto un’alleanza con Israele, dall’economia alla cooperazione militare, che non avevano saputo o voluto raggiungere neppure i leader greci di destra. La parola chiave del vertice di Cipro è stata “gas”. I tre Paesi hanno annunciato la costituzione di un comitato per studiare la possibilità di portare il gas naturale che si trova nelle acque al largo di Israele e Cipro, in Europa attraverso la Grecia.

Nonostante la prevalenza dei temi economici, le intese raggiunte a Nicosia sono molto più ampie e riguardano anche la sicurezza. E se la vicinanza tra Cipro e Israele, in funzione anti-Turchia, è nota da tempo, invece la stretta cooperazione tra Grecia e Stato ebraico rappresenta una novità.

Per decenni la Grecia è stata apertamente filo-palestinese e il suo cambio di rotta genera preoccupazione ai vertici dell’Olp, tanto che l’ex ministro degli esteri Nabil Shaath, sulle pagine del quotidiano Haaretz, si è domandato se «la Grecia tradirà la Palestina». Atene ha bisogno di rilanciare la sua disastrata economia ma, ha scritto Shaath, «vantaggi economici a breve termine non devono danneggiare una profonda e preziosa amicizia». Una amicizia tra i popoli, ha sottolineato, «tra greci e palestinesi…purtroppo questo rapporto ha iniziato a cambiare».

A metà gennaio la Grecia e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, sollecitati da Netanyahu, hanno tentato di bloccare una risoluzione dei ministri degli esteri dell’Ue che ribadisce la separazione territoriale tra Israele e le colonie che ha costruito nei Territori occupati.

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