Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/08/2019

Afghanistan - I taliban sono pronti a riprendere il potere

Qualcosa si muove in direzione della pace in Afghanistan. O almeno in direzione della fine dell’incubo statunitense in corso in quel paese da 18 anni. Dallo scorso ottobre alcuni funzionari di Washington e rappresentanti dei taliban stanno tenendo una serie d’incontri faccia a faccia nel piccolo stato del Qatar, nel golfo Persico, e si stanno avvicinando a un accordo. Durante una visita in Afghanistan il mese scorso, il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha dichiarato che l’amministrazione Trump sperava in “un accordo di pace prima del 1 settembre”.

Questa prospettiva non raccoglie grande attenzione perché tutti temono che Donald Trump stia per avventurarsi, in maniera improvvida, in una nuova e molto più grave guerra con il paese vicino, l’Iran, ma si tratta di un’ipotesi assolutamente realistica. Tra 18 mesi le truppe statunitensi potrebbero essersi completamente ritirate dall’Afghanistan.

Ma la vera domanda è: quanto tempo passerà prima che i taliban tornino al potere?

Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta. Sarebbe troppo umiliante. E quindi i vincitori locali spesso devono lasciare che la grande potenza salvi la faccia, concedendole un “rispettabile intervallo” di tempo (per usare l’immortale espressione di Henry Kissinger) tra il momento in cui le truppe della grande potenza se ne vanno e quello in cui sanciscono la propria vittoria.

Ma quanto è lungo un “rispettabile intervallo”? Solitamente intorno ai tre anni. È il tempo che attese il Vietnam del Nord, dopo che le truppe statunitensi avevano lasciato il Vietnam del Sud (1972), prima di prendere il controllo di quest’ultimo (1975). Ed è lo stesso tempo trascorso dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (1989) e quello in cui il loro governo fantoccio a Kabul è stato spazzato via (1992), anche se una guerra civile tra gruppi islamisti rivali ha impedito ai taliban di occupare la capitale per altri quattro anni.

Ed è probabilmente lo stesso intervallo di tempo che i taliban dovranno aspettare stavolta, dopo che le truppe statunitensi avranno lasciato l’Afghanistan (diciamo all’incirca alla fine del 2020, appena prima delle elezioni negli Stati Uniti), prima di salire ufficialmente al potere a Kabul (forse nel 2023?).

In Afghanistan ancora molte persone vengono uccise – in media circa venti civili uccisi o feriti ogni giorno, almeno il doppio di soldati e anche molti taliban – ma i taliban hanno vinto.

Nonostante un grande sostegno aereo da parte degli Stati Uniti, il governo più o meno eletto che Washington ha creato a Kabul ha perso il controllo di un terzo dell’Afghanistan dal 2014, quando le truppe statunitensi e di altri paesi occidentali si sono ritirate dalle loro postazioni di combattimento sul campo. Un altro terzo del paese è controllato dal governo di giorno e dai taliban di notte.

Se gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo “fantoccio” (come lo chiamano i taliban) del presidente Ashrad Ghani. Gli Stati Uniti riconoscono implicitamente questa realtà di fatto, perché solo i diplomatici di Washington, e non i rappresentanti del governo afgano ufficiale, partecipano ai negoziati con i taliban in Qatar.

Alcuni funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma “a titolo personale”, senza poter negoziare alcunché. Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti.

E come giustificherà la Casa Bianca il fatto di aver svenduto i suoi alleati afgani, che da lei dipendevano? Senza grandi difficoltà, se i “Nixon tapes” possono valere da precedente. La conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nell’agosto 1972, quando questi stavano decidendo se abbandonare il Vietnam del Sud, fu registrata dal sistema della Casa Bianca e resa poi pubblica nel corso dello scandalo Watergate.
Nixon: ‘Potremo ancora avere una politica estera presentabile se tra un anno o due anni, il Vietnam del Nord ingloberà il Vietnam del Sud? È questa la vera domanda’.

Kissinger: ‘(Sì), se la cosa apparirà come il risultato dell’incompetenza del Vietnam del Sud. Ma se adesso li abbandoniamo in un modo tale che che, diciamo, tra tre o quattro mesi, (li) avremo messi alle corde… la cosa non ci sarà di grande aiuto. Dobbiamo trovare una qualche formula che mantenga la situazione in piedi per un anno o due… Dopodiché, dopo un anno, signor presidente, il Vietnam sarà acqua passata. Se risolviamo le cose, diciamo, il prossimo ottobre, a gennaio 1974 a nessuno importerà nulla”.
Ha funzionato per Nixon e Kissinger, e può funzionare anche per Trump e Pompeo. Questi ultimi forse non sono altrettanto intelligenti e furbi, ma sono altrettanto spietati. Il ritiro non costituirebbe peraltro, per loro, un danno politico, perché i taliban non sono mai stati interessati ad attaccare gli Stati Uniti (quella era Al Qaeda).

Gli unici sconfitti in questo accordo saranno gli afgani, che dovranno vivere nuovamente sotto il controllo dei taliban.

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I fatti di Roma, visti con gli occhi di un agente

Sui fatti di Roma, l’omicidio di un carabiniere e l’arresto di due turisti statunitensi, ci è arrivata questa lettera di un agente della Polizia locale di Milano.

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Chi mi conosce sa che vengo da una lunga storia di militanza politica e sindacale. Sempre a sinistra, senza indugio, perché lì sono piantate le mie radici.

Dopodiché da ormai 27 anni, indosso una divisa, quella della Polizia Locale di Milano. Un osservatorio straordinario. Al servizio del cittadino e delle istituzioni.

In questi anni, questa particolare miscellanea mi ha consentito di vedere ed interpretare la realtà con occhi diversi.

Una realtà che si presenta a tutti noi con molte contraddizioni al suo interno e che necessita di essere compresa.

Non è facile e non a caso le mie riflessioni non termineranno mai con un punto ed a capo.

Mai rinuncerò a quel pragmatismo che è connotato essenziale del mio lavoro ed a quella onestà intellettuale che fa parte della mia storia.

Contrario a qualsiasi dogmatismo e sempre aperto al confronto costruttivo, perché non ritengo di avere alcuna verità in tasca.

Peccato che oggi come oggi, questo approccio sia sempre più raro, perché si preferiscono gli slogan ed una superficialità deleteria.

La morte a Roma il 26 luglio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, non può lasciare indifferenti.

A prescindere dagli sviluppi che potrà avere la vicenda, visto che vi sono ancora alcuni punti da chiarire, vi è una certezza.

La vera ed indiscussa vittima di questo tragico episodio è il carabiniere assassinato. Guai chi volesse ridimensionarne la gravità.

Ed al signor Vittorio Feltri, direttore di Libero a cui piace sfrugugliare anche in presenza di simili tragedie, voglio dire di imparare a tener chiusa quella bocca piena di aristocratica saccenza.

Ha senso disquisire se Mario Cercella Rega sia un eroe oppure no, visto che si era dimenticato di portare con sè l’arma di ordinanza?

Aggiungendo poi che “un vicebrigadiere che dimentica la pistola in caserma e si fa accoltellare da un ragazzotto mezzo scemo, fatico a definirlo eroe”.

Tutto ciò mi appare inopportuno e tra le altre cose cinico. Pessimo esempio di giornalismo.

“Uno di meno…” Purtroppo anche questa considerazione è apparsa sui social. Chiunque abbia scritto, detto o anche solo pensato tutto ciò, è persona indegna. È una considerazione deplorevole e priva di umanità. Non siamo in guerra e credo che nessuno, con o senza divisa, possa meritarsi undici coltellate letali.

Posso dire che anche queste persone sono vittime di quel cattivismo di cui Salvini è il primo seminatore? E magari lo detestano... ma poi fanno inconsapevolmente il suo gioco. Simili affermazioni sono il trionfo di quel cattivismo che sta rendendo Salvini il salvatore della patria.

Salvini lo usa contro gli immigrati ed i diversi in genere, queste persone lo riversano contro i tutori dell’ordine. Stiamo parlando della stessa moneta.

Peccato, che poi tutto ciò inneschi quella guerra tra poveri che distrugge valori portanti quali solidarietà e rispetto reciproco. Vince Salvini, vince questo cattivismo ormai esasperato e bieco. Perdiamo tutti noi. Le persone oneste e di buonsenso. Chi indossa una divisa e chi quella divisa la rispetta, pur consapevole delle criticità presenti.

E qui veniamo all’altra questione correlata con l’omicidio del vicebrigadiere.

Mi riferisco alla bendatura degli occhi di Christian Natale Hjorthv uno dei due turisti americani coinvolti nell’omicidio. Tengo a precisare, per dovere di cronaca, che non è l’autore diretto dell’assassinio.

Trovo insopportabile mettere in contrapposizione l’omicidio ed il trattamento avvenuto durante il fermo.

In molti hanno voluto mettere sul piatto della bilancia da una parte l’omicidio e dall’altra l’episodio del fermo.

Molta opinione pubblica si è divisa su questo, senza comprendere che esistono pesi e misure diverse.

Senza comprendere che il carabiniere è indubbiamente la vittima, ma lo stato di diritto non può mai interrompersi.

Salvini ha rilasciato immediatamente dichiarazioni inequivocabili. Per lui, l’unica questione importante rimane l’omicidio del carabiniere.

Grave questa presa di posizione del Ministro degli Interni che ancora una volta ha scelto la demagogia.

La stessa demagogia che ha utilizzato, stavolta dimostrando leggerezza, quando ha avallato che i presunti omicidi fossero 2 nordafricani.

Errore grave che ha visto protagonisti anche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Paolo Gentiloni del PD che hanno tweettato la notizia.

Lasciamo perdere gli altri... ma posso dire che da un Ministro degli Interni mi attendo ben altro atteggiamento?

Possibile che senza attendere conferme, il primo sospettato è l’immigrato di colore?

È poi possibile, che di fronte ad una foto che ha fatto il giro del mondo, un Ministro degli Interni possa fare simili dichiarazioni?

“A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un carabiniere morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita”.

Caro Ministro, d’accordo sul dolore e sul cordoglio, ma davvero può pensare che agli americani non interessi come vengono trattati i loro cittadini?

Certo grande strumentalità da parte loro, ma...

La tragedia del Cermis grida ancora vendetta e noi offriamo su un piatto d’argento l’opportunità di una scorciatoia?

Purtroppo, il mondo non si ferma per la morte di un carabiniere.

Come dicevo prima, neppure lo stato di diritto può concedersi pause. L’articolo 608 del nostro codice penale parla chiaro. Parla di misure di rigore non consentite dalla legge nei confronti di persona arrestata. Prevede per il pubblico ufficiale una pena fino a 30 mesi di reclusione. Tutto ciò non può essere sottovalutato, anche perché il mondo ci guarda...

Ma anche perché la Magistratura non può esimersi dal perseguire un possibile reato. Ne va della credibilità del nostro Paese.

Non è un caso che il Generale Nistri abbia stigmatizzato l’accaduto, perché consapevole che così si lede l’immagine dei carabinieri. Un corpo, un’istituzione nel nostro Paese.

I provvedimenti nei confronti di chi ha scattato la foto e bendato l’americano sono inevitabili e a mio parere giusti. Importante sarà individuare i veri responsabili...

Quella foto mi ha colpito e credo abbia fatto lo stesso effetto a molti, perché ci riporta indietro negli anni.

Ad un immaginario collettivo che ha formato intere generazioni. Alle immagini delle torture nelle dittature sudamericane, a Guantanamo e ovunque vi sia assenza di democrazia. Mi ha ricordato quanto accaduto alla scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto di Genova, durante la riunione del G8 del 2001. Fatti gravissimi per i quali vi è stata tra le altre, anche la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Una foto così non poteva essere archiviata come un errore di percorso, perché ne va della reputazione delle ns forze dell’ordine.

Qualcuno sosterrà che in altri Paesi anche europei, tutto ciò non farebbe notizia.

Credo che tutto ciò meriterebbe un riscontro un po’ più serio di alcune foto apparse su facebook, ma rimane un fatto. Le leggi italiane non consentono simili trattamenti ed io a quelle devo fare riferimento.

Io, che indosso una divisa, ne ho piena consapevolezza e non voglio sottovalutare.

Purtroppo, nel bene e nel male, noi rappresentiamo le istituzioni e le istituzioni devono far rispettare le leggi.

Comprendo bene il dolore e la rabbia che possono aver provato i carabinieri, che avevano fra le mani i responsabili della morte di un loro collega. Per giunta una morte così violenta e ingiustificabile.

Posso comprendere anche il forte sentimento di vendetta che possono aver avuto, l’avrei provato anch’io.

Dopodiché, bisogna essere fermi e coerenti su un principio fondamentale.

L’uomo può ipotizzare la vendetta, perché è umanamente comprensibile.

La Giustizia italiana non può ammetterla, perché anche il più efferato degli assassini va tutelato fino a sentenza avvenuta.

Uno stato di diritto ha regole ben precise.

Non è uno stato poliziesco emanatore di una dittatura.

Uno stato di diritto deve mirare alla salvaguardia ed al rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo.

Può contenere regole non sempre condivisibili, soprattutto quando la tragedia ti colpisce in prima persona, ma non si può derogare.

Tanto più per chi indossa una divisa ed è preposto a far rispettare le leggi vigenti.

Mi rendo conto, che qualcuno di chi mi legge mi accuserà di eccessivo garantismo, ma non è così.

Il ragionamento deve essere onesto e non deve prestarsi a malintesi.

Quanto ho descritto prima, corrisponde esattamente a quanto viene insegnato in qualunque scuola militare, scuole di polizia varie e università di giurisprudenza. A mio avviso andrebbe ripreso e ribadito in ogni scuola italiana, evidenziandone l’essenzialità.

Chi indossa una divisa deve essere un esempio per i cittadini di questo Paese. Io ci credo ancora in questo ruolo e cerco di essere coerente nel mio lavoro quotidiano.

Dopodiché voglio essere molto chiaro, nel sottolineare quanto sia sempre più difficile e complicato il nostro lavoro.

Lo voglio evidenziare, perché sono troppi i cittadini che si permettono di sentenziare sul nostro operato senza conoscere nulla.

E troppo spesso arrivano sentenze di condanna legate ad ignoranza e pregiudizi. Sono come quei pensionati che per passare il tempo, osservano il lavoro degli operai nei cantieri ed hanno sempre motivo per criticare e discettare, spesso senza neppur conoscere la materia. Sono quei cittadini che non raramente sulle strade, con insolenza, ti ricordano che sono loro a pagarti lo stipendio...

In realtà, il nostro è un lavoro complicato e pieno di rischi. Sono frequenti le situazioni che mettono a rischio la nostra incolumità.

Spesso sono gli stessi giudici a non comprendere la complessità di certi interventi. Dove devi contenere persone alterate, violente, prive di scrupoli.

Troppo frequentemente mancano quelle indicazioni essenziali ed anche quella formazione costante che ci aiuterebbe molto. Per non parlare di quelle famose sinergie, che dovrebbero risolvere tutto e invece sono troppo spesso inesistenti.

È tema centrale il dovere di garantire sicurezza al cittadino.

Chi potrebbe metterlo in discussione? Peccato che questa sicurezza debba essere garantita da persone in carne ed ossa. E qui casca l’asino.

Troppo poco o quasi mai, si parla dei pericoli che corrono gli operatori di polizia che pagano sulla loro pelle le insufficienze e le inefficienze del sistema.

È difficile poter garantire sicurezza al cittadino se l’operatore non lavora in condizioni di sicurezza. Una grande questione che si preferisce rimandare e non porre all’attenzione dell’opinione pubblica.

Ho voluto commentare a modo mio i fatti di Roma, perché in questi giorni le discussioni fra i colleghi e non solo con loro, sono molto accese. Crescono di giorno in giorno, le strumentalizzazioni politiche ed ancora una volta le tifoserie hanno il sopravvento. Nulla di più deleterio nell’impedire che prevalga consapevolezza e buonsenso.

Io detesto tutti coloro che si riempiono la bocca di slogan, senza sforzarsi di fare dei ragionamenti. Purtroppo i social sono strumenti perversi ed i politici pompano secondo convenienza.

Continuerò a sforzarmi di ragionare e riflettere in piena autonomia, perché sono geloso dei miei pensieri.

Danilo Tosarelli - Polizia Locale Milano

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Meridione sottoposto ad un “doppio divario”. Ultima chiamata dal rapporto dello Svimez

Come previsto nel Rapporto Svimez dello scorso anno, se l’Italia rallenta, il Sud subisce una brusca frenata. Si sta consolidando sempre più il “doppio divario”: dell’Italia rispetto all’Unione Europea e del Sud rispetto al Centro-Nord. È nel problema italiano, dunque, che si accentua il problema meridionale, su cui grava ora lo spettro di una nuova recessione.

Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa da Svimez, le persone che sono emigrate dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, si legge nel rapporto, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)”. La ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.
Secondo lo Svimez, ormai sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

In base alle elaborazioni dell’istituto, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.

Ma se la situazione di stagnazione economica dell’intero paese continua ad essere l’ipoteca sul presente e sul futuro, nel Meridione le cose vanno anche peggio. “Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito” sostiene lo Svimez. Nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del -0,3%”.

“Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico”.

Alle difficoltà economiche, si aggiunge un peggioramento del situazione dal punto di vista del lavoro.

“La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%)”.

Ma sul declino del Meridione, pesa anche la riduzione dell’intervento pubblico che in passato era servito come fattore di riequilibrio verso il resto del paese.

“L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.

Le conclusioni annunciate dallo Svimez (e che rimandano al prossimo rapporto autunnale) sono pesanti come macigni: “Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua, configurando il “doppio divario” rispetto ai principali paesi europei”.

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La Fed inventa la politica monetaria preventiva

“Come al solito, Powell [Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, ndt] ci ha deluso”. La furia di Donald Trump era in linea con la delusione dei mercati finanziari, dopo gli annunci della Federal Reserve di mercoledì 31 luglio. Il presidente americano non nasconde il suo allineamento con Wall Street: vede nel Dow Jones la bussola che conferma il successo della sua politica e le sue possibilità di rielezione.

Da quando è salito al potere, l’indice principale di Wall Street è salito da 17.888 a oltre 27.000 punti, con Donald Trump che si autocelebra di ogni passaggio simbolico. Così il presidente americano si è lasciato trasportare quando ha visto l’indice perdere più di 300 punti e l’apprezzamento del dollaro contro tutte le altre valute, subito dopo i commenti del presidente della Federal Reserve. Ovvero il contrario di quello che vuole.

Decidendo di abbassare i tassi di riferimento statunitensi di un quarto di punto, nella “forchetta” compresa tra il 2% e il 2,25%, Jerome Powell ha comunque concesso una grande vittoria a Donald Trump. Da più di diciotto mesi, il Presidente americano batte sulla Federal Reserve ogni volta che può, accusandola di condurre una politica monetaria non sufficientemente accomodante, arrivando a minacciare di licenziare il Presidente della Fed.

Jerome Powell si è finalmente piegato: per la prima volta dal 2009, la Federal Reserve ha abbassato i suoi tassi.

Il voltafaccia dell’istituzione monetaria è incredibile. Mentre ancora a fine dicembre aveva dichiarato che avrebbe normalizzato la propria politica monetaria, aumentato i tassi Usa – almeno tre volte nel 2019 – e ridotto il proprio bilancio, ora sta abbandonando questa linea di condotta. Non solo sta abbassando i tassi, ma sta anche abbandonando l’idea di ridurre il proprio bilancio.

Ma per i mercati finanziari queste concessioni non sono sufficienti. Molti si aspettavano un calo più significativo dei tassi di riferimento, pari almeno allo 0,5%. Soprattutto, speravano di ottenere la conferma che la Federal Reserve si sarebbe impegnata in una politica di allentamento monetario per un periodo di tempo molto lungo e avrebbe ridotto i suoi tassi fino a quando il denaro non fosse stato quasi “gratuito”. Jerome Powell ha raggelato le loro speranze. “Questo non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi”, ha detto, prima di spiegare che la Federal Reserve sarebbe pronta ad adattarsi alla mutevolezza delle circostanze.

La mancanza di chiarezza nelle dichiarazioni riflette l’imbarazzo della direzione della Federal Reserve nello spiegare il cambiamento di linea. Il board della FED è diviso al proprio interno: due dei suoi membri si sono rifiutati di votare a favore della riduzione dei tassi. Infatti, come si può giustificare un percorso di politica monetaria identico a quello seguito nel periodo della crisi finanziaria del 2008, quando invece l’economia statunitense pare essere sulla buona strada?

Perché se ci atteniamo agli indicatori ufficiali che fungono da riferimento per la Federal Reserve – sui quali c’è molto da obiettare, perché danno certamente una visione distorta della realtà – questi sono favorevoli: anche se ad un ritmo più lento, la crescita continua, intorno al 2%; il tasso ufficiale di disoccupazione è del 3,5%, quasi vicino alla piena occupazione secondo la definizione degli economisti; i consumi aumentano favorevolmente; la fiducia è alta. Cosa si potrebbe chiedere di più?

Alla fine delle discussioni, Jerome Powell ha finalmente trovato una spiegazione per l’inversione dell'operato della Federal Reserve: il mondo. Il deterioramento del contesto globale, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, il rallentamento delle economie europee, la Brexit, l’aumento dei rischi geopolitici, sono tutti fattori che, secondo lui, giustificano l’adozione di misure di allentamento monetario in modo preventivo. Perché è anche uno dei principali cambiamenti per la Federal Reserve: sceglie di intervenire ancor prima che la crisi economica si manifesti.

In che modo il taglio di un quarto di punto percentuale, già storicamente basso, contribuirà a contenere questi rischi esterni o almeno a sostenere il credito e gli investimenti? Mistero. La risposta si trova quindi altrove. Certamente dalle parti del sistema finanziario globale.

Riprendendo una politica monetaria non convenzionale, la Federal Reserve pone fine al suo percorso solitario e si unisce a tutte le altre principali banche centrali. Da diversi mesi, Cina, Australia e Canada hanno adottato ancora una volta politiche di bassi tassi d’interesse e di rilancio del credito a sostegno dell’economia. La Banca centrale europea (BCE) si prepara ad adottare misure senza precedenti a settembre per salvare le economie europee, in particolare Germania e Italia, mentre i tassi sono già negativi. La Banca del Giappone, da parte sua, da vent’anni non abbandona le sue politiche di tassi d’interesse zero o negativi e di riacquisto di azioni proprie.

Solo la Banca d’Inghilterra si rifiuta per il momento di abbassare i tassi, ma per ragioni di circostanza: deve cercare di fermare la caduta della sterlina, che sta accelerando da quando Boris Johnson è stato nominato Primo Ministro. Questo solleva la minaccia di una Brexit disordinata, senza accordo con l’Unione Europea.

Allineandosi con le altre banche centrali, la Federal Reserve rafforza il fronte delle istituzioni monetarie mondiali. Questo rimuove i margini e le lacune che il mondo finanziario sfrutta per correre alla ricerca del minimo divario, del benché minimo guadagno. In diverse occasioni, negli ultimi anni (in particolare nel 2015, febbraio 2018, autunno 2018), le banche centrali globali sono state in grado di misurare questi massicci movimenti di capitali, passando da un capo all’altro del mondo senza controllo, alla velocità del nanosecondo, a seconda dei loro interessi, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Sono stati in grado di comprendere i rischi per l’economia globale, molti dei quali sono però il risultato degli eccessi delle proprie politiche monetarie non convenzionali. Il debito stratosferico, un universo a tasso zero o addirittura negativo, le bolle patrimoniali, sono tutti segni di disfunzione in un sistema finanziario che si è abituato a vivere catturando denaro gratuito dalle banche centrali e assumendo sempre più rischi.

L’attuale nervosismo sui mercati suscita timori di nuovi disordini, amplificati da masse sempre più gigantesche di capitale. Nelle ultime settimane diversi fondi sono crollati, non riuscendo a soddisfare la domanda immediata di rimborso dei loro clienti. I mercati obbligazionari, invece, sono in crescita: i titoli del Tesoro USA a due anni hanno rendimenti superiori ai titoli trentennali statunitensi. Le obbligazioni svizzere sono tutte a tassi negativi. Le obbligazioni tedesche hanno tassi negativi fino a 30 anni.

Dopo le altre banche centrali, la Federal Reserve indica pertanto di essere pronta a fornire la liquidità necessaria per preservare la stabilità finanziaria. Ma quello che deve essere un segno di appagamento potrebbe far sorgere ulteriori dubbi. Le banche centrali saranno in grado di mantenere il controllo della situazione?

* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli (Potere al Popolo) dell’articolo pubblicato su Mediapart.

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Libia - Serraj attacca l’inviato Onu, Haftar prepara nuova offensiva

Fayez al-Sarraj, capo del governo di Unione nazionale di Tripoli (Gna) libico, ha contestato la relazione dell’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, nel suo rapporto al Consiglio di Sicurezza. Secondo alcune fonti governative libiche al-Sarraj ha convocato il responsabile della missione Onu di sostegno in Libia per consegnargli una nota di protesta formale.

Lo scorso mercoledì, davanti al Consiglio di Sicurezza, Salamé aveva lanciato un appello per una tregua nei combattimenti in occasione della celebrazione islamica dell’Eid al-Adha (la “Festa del sacrificio”, il 12 agosto, ndr), avanzando la proposta che la tregua venisse accompagnata da iniziative atte a ristabilire un clima di fiducia fra la parti, come lo scambio di prigionieri e il rilascio delle persone sequestrate od arrestate arbitrariamente. “È giunto il mento che i libici mettano fine a questa lunga stagione di reciproco sospetto, paura e divisione”, aveva concluso Salamè.

Ma l’inviato dell’Onu nella relazione aveva anche menzionato “delle accuse non confermate di violazione dei diritti umani” commessi a Gharyan dalle forze fedeli al governo di Tripoli, e denunciato “le sparizioni e gli arresti arbitrari” avvenuti dall’inizio delle ostilità, specialmente nella capitale. Insomma un colpo al cerchio e un colpo alla botte che Serraj non ha gradito. Del resto anche nei giorni scorsi, in una intervista ad una agenzia russa Serraj non aveva gradito il cerchiobottismo dell’inviato Onu e aveva dichiarato che “noi non abbiamo attaccato nessuno e l’appello per una cessazione delle ostilità dovrebbe essere rivolto all’aggressore”. Ma non è solo Serraj a non aver gradito la relazione dell’inviato dell’Onu.

Il Mufti libico, lo sceicco Al-Sadiq Al-Gharyani, ha detto mercoledì che l’inviato dell’ONU in Libia Ghassan Salame sta “mentendo ai libici” . Il Mufti ha aggiunto in un programma settimanale su Tanasuh TV che Salamè sta eseguendo l’agenda degli Emirati Arabi Uniti ed è assunto da un paese che sta combattendo i libici con le sue armi e denaro. “Salame è solo un combattente politico sul campo per conto di quel paese”. Anche lo sceicco Al –Gahrayani contesta la relazione di Salamè all’Onu in quanto “Il briefing di Salamè al Consiglio di sicurezza è stato falso e inesatto in quanto ha messo sullo stesso piano le forze attaccanti e quelle in difesa”.

Ma le fonti sul campo fanno sapere che il gen. Haftar non sembra intenzionato a fermare la sua offensiva alla conquista della capitale libica. Si parla di una nuova escalation proprio intorno al giorno della Festa del Sacrificio del 12 agosto che invece Salamè indicava come data per stabilire una tregua. E mentre è confermato che la Turchia abbia abbandonato Haftar e assicura oggi l’appoggio a Tripoli, l’Egitto pare intenzionato ad aumentare il suo sostegno politico e militare al generale.

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Andate in Russia!


Nel passato “andatevene in Russia” era l’invito brutale con cui le varie destre, democristiane liberali fascistoidi, si rivolgevano ai comunisti e a chiunque a sinistra criticasse il potere e magari anche lo contestasse con la lotta.

Oggi Gian Francesco Menani sindaco leghista di Sassuolo, centro industriale ricco della ricca Emilia, propone di andare in Russia agli operai che perdono il lavoro in una fabbrica della sua città.

Un leghista che suggerisce ad operai italiani di emigrare e cercarsi un lavoro a tremila chilometri di distanza. Senza neppure chiedersi se nel suo territorio – ripeto carico di grande ricchezza evidentemente mal distribuita – non ci siano le risorse per far lavorare tutti.

Insomma i padroni di Sassuolo non possono farci niente, bisogna andare a lavorare altrove, uno stipendio è sempre uno stipendio, lire o rubli che siano.

Così il salviniano. Che evidentemente ignora di riproporre in rubli ciò che i governi democristiani degli anni '50 predicarono e realizzarono in altre monete, quando dissero ai disoccupati italiani di imparare le lingue e fecero accordi con altri paesi per trasferirli lì. Ad esempio nella miniera di Marcinelle, in Belgio.

Oggi il sindaco leghista di Sassuolo propone agli operai di andare a lavorare nel paese dove risiede la multinazionale russa che chiude la loro fabbrica. Conseguentemente gli operai Whirlpool di Napoli dovrebbero andare negli USA, quelli di Piombino e Taranto in India, altri in vari paesi d’Europa e del mondo e così via.

Una volta “andate in Russia” era lo slogan con cui la destra sosteneva il peggio del potere, oggi diventa una proposta di mercato in ossequio alle multinazionali.

La destra modifica il senso dei suoi vecchi slogan riciclandoli, ma ne lascia intatto il fine: i ricchi e i padroni non si toccano, i poveri e gli sfruttati si arrangino e soprattutto non rompano le scatole.

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01/08/2019

Afghanistan - Una guerra, con 900 soldati italiani, inutile e fallita

di Alberto Negri

Nonostante gli attentati l'Afghanistan, con la presenza di 900 soldati italiani, è stato dimenticato. Quasi ignorati i dati dell’Unama, l’agenzia dell’Onu in Afghanistan, secondo cui nei primi 6 mesi del 2019 le forze pro-governative (nazionali e internazionali) hanno ucciso più civili di quelle anti-governative, Talebani e Isis compresi.

L’Afghanistan solleva un disinteresse eclatante. Neppure una raffica di attentati _ venti morti a Kabul domenica in un attentato suicida, 30 ieri su un autobus che ha urato una bomba nella provincia di Farah _ bastano a smuovere la nostra attenzione mentre si è aperta nel sangue la campagna per le presidenziali del 28 settembre dove Ashraf Ghani concorre per un secondo mandato.

Questa è una guerra così dimenticata che forse gli italiani si sono scordati del loro contingente di 900 militari a Herat, in un Paese dove dal 2001, dopo gli attentati di Al Qaida in Usa dell’11 settembre, sono stati uccisi 54 nostri soldati. Diciotto anni di guerra inutile soprattutto se si pensa che lo sbocco finale sarà il ritorno dei Talebani.

L’Afghanistan è così fuori dall’attenzione internazionale che sono passati quasi ignorati i dati dell’Unama, l’agenzia dell’Onu in Afghanistan, secondo cui nei primi 6 mesi del 2019 le forze pro-governative (nazionali e internazionali) hanno ucciso più civili di quelle anti-governative, Talebani e Isis compresi.

Secondo i conti del Watson Institute della Brown University, la guerra afghana tra ottobre 2001 e ottobre 2018 ha già causato, tra Pakistan e Afghanistan, oltre 210mila morti. A questi si devono aggiungere centinaia di migliaia di morti a cominciare dal 1979, quando l’Urss invase il Paese per salvare un governo filo-comunista, quelli causati dalla resistenza vittoriosa contro l’Armata Rossa dei mujaheddin, sostenuti dall’Occidente e dal mondo musulmano, le vittime della guerra civile tra le fazioni e quelle provocate dal regime dei Talebani che ospitarono la centrale jihadista di Osama bin Laden e di Al Qaida.

Se uno nasceva in Afgahnistan negli ultimi 40 anni aveva alte probabilità di restare ucciso in guerra o in attentati, di morire di fame, di assistere alla distruzione della sua casa e del suo villaggio, alla morte di parenti e amici, di non andare a scuola, soprattutto se donna. Di dovere scappare e vivere un’esistenza da profugo: sono milioni gli afghani in Iran e Pakistan, i due Paesi confinanti. Non solo. Poteva vedere l’arrivo di grandi potenze straniere, da oriente e da occidente, determinate a tenere sotto il controllo il Paese ma che dopo qualche anno dovevano ritirarsi abbandonandolo al suo destino. Senza parlare dei suoi vicini, dall’Iran al Pakistan, dalla Russia alla Cina, tutti desiderosi di mettere le mani sulle fazioni afghane o sulle risorse minerarie.

Gli ultimi attentati arrivano nel mezzo del negoziato tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad, che è di nuovo a Kabul. L’obiettivo è portare a casa entro settembre la firma dell’accordo di massima già raggiunto a Doha lo scorso gennaio. Riguarda 4 questioni: ritiro delle truppe straniere, assicurazione dei Talebani che il Paese non tornerà un santuario dei jihadisti, dialogo intra-afghano (che il governo di Kabul annuncia imminente, mentre i Talebani frenano) e un cessate il fuoco.

La situazione è complicata dalle varie forze in gioco e dai molteplici interessi: gli attentati possono essere opera dei Talebani così come di tutti gli altri attori che attualmente sono presenti in Afghanistan: oltre all’islamismo radicale c’è il terrorismo, il narcotraffico e tutta la criminalità organizzata. E poi anche i partiti politici che hanno le loro milizie da mettere in campo. Tutti giocano su più tavoli usando, quando fa comodo, anche la violenza che poi a parole condannano.

Senza dimenticare proprio i dati delle Nazioni Unite che non dovrebbero permetterci di ignorare la tragedia afghana. Le forze pro-governative afghane, incluse quelle internazionali, hanno ucciso più civili di quanto abbiano fatto gli insorti nella prima metà del 2019. Secondo le stime i civili uccisi dalle forze governative afghane e da quelle internazionali, sono stati 717 contro i 531 morti per mano degli insorti. I raid aerei, compiuti soprattutto da forze militari internazionali, hanno ucciso 363 persone, inclusi 89 bambini.

In questa guerra dimenticata e fallita facciamo vittime che vogliamo ignorare. Meglio fare finta di niente, non è vero?

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A Caracas si riunisce il Foro di San Paulo. Movimenti e partiti da 70 paesi

Partiti e organizzazioni di sinistra dei cinque continenti, riuniti a Caracas per le 25esima riunione del Foro di San Paolo, hanno ribadito che accompagneranno il Venezuela nella resistenza all’attacco imperiale contro il paese, “opponendo la dottrina di Simon Bolivar a quella di Monroe”, ovvero l’idea della Grande Patria Latino-Americana che garantirebbe un reale multilateralismo e multipolarismo, contro quella dell’America Latina e dei Caraibi come “il cortile di casa degli Usa”. Questa l’idea forte della dichiarazione finale consegnata nelle mani del presidente della Repubblica Bolivariana Nicolás Maduro e del suo omologo cubano, Miguel Díaz-Canel, presenti entrambi alla sessione conclusiva dei lavori, un documento approvato dalle 720 delegazioni provenienti da oltre 70 paesi di tutto il mondo, come testimonianza della coesione che regnava in questi giorni di incontro a Caracas.

Unendosi alle celebrazioni per la nascita del leader rivoluzionario Hugo Chàvez, il segretario esecutivo del Forum di San Paolo, Mónica Valente, ha sottolineato che il modo migliore per onorare il defunto presidente venezuelano è “continuare la sua lotta per la sovranità e la partecipazione da protagonisti dei popoli, per combattere la povertà e le forze imperiali”.

Il presidente cubano, da parte sua, ha sottolineato il consenso raggiunto durante lo sviluppo del Forum, che ha dato un resoconto “delle preoccupazioni dell’offensiva neoliberale e degli attacchi imperiali, ma dimostra anche la resistenza dei popoli del mondo”.

Il presidente Maduro ha sottolineato l’importanza dell’unità della sinistra latinoamericana e caraibica “dal punto di vista morale, spirituale e politico”.

“Dobbiamo raggiungere l’unione di tutte le forze progressiste con un grande progetto che unificherà le forze popolari”, ha affermato il successore di Chàvez, che sabato aveva ringraziato pubblicamente l’economista Luciano Vasapollo, membro della segreteria della Rete dei Comunisti, per il suo impegno a favore della Rivoluzione Bolivariana, in tutte le dimensioni della sua attività, da quella accademica a quella sindacale, e anche nei suoi rapporti con il mondo cattolico.

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