Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/01/2016

Turchia - Il sotterraneo tomba della curda Cizre

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Un sotterraneo tramutato in tomba, uno stillicidio lento e inesorabile: gli ultimi sei giorni di Cizre, ormai sotto coprifuoco da metà dicembre, sono lo specchio terribile della guerra turca contro il Kurdistan. Ventinove persone sono bloccate nei sotterranei di una casa nel quartiere di Cudi, estremo rifugio dall’artiglieria pesante dell’esercito turco.

Sono in trappola: feriti 6 giorni fa, si stanno dissanguando, senza cibo né acqua. E uno a uno morendo: sono già 4 le vittime, tra cui il 28enne Selami Yilmaz, Cihan Karaman e Selim Turay. I 25 sopravvissuti sono lì, impossibilitati ad uscire dal fuoco che non cessa: ancora ieri i carri armati vomitavano razzi. Una potenza di fuoco che ha danneggiato seriamente l’edificio, il tetto potrebbe collare sui feriti intrappolati.

E le ambulanze non riescono ad arrivare: «Non siamo in grado di raggiungerli, una situazione disumana – commentava sull’agenzia kurda AnfEnglish il parlamentare dell’Hdp Sariyildiz – Chiamano il 155, il numero d’emergenza, che gli dice di uscire ma parte subito il fuoco contro chi ci prova. Nell’incontro con il governatore ci è stato detto di convincerli ad uscire e a raggiungere le ambulanze ma non possono farlo. Sono già morte 4 persone, tra loro una donna e due studenti universitari».

Sono questi i pericolosi nemici dello Stato turco? Lo era Cihan Karaman, ferito da una scheggia che gli è entrata nel petto, costretto a camminare verso l’ambulanza a cui era stato impedito di soccorrerlo, e poi morto senza possibilità di essere medicato?

La campagna militare imbastita dal presidente Erdogan è lo specchio del clima autoritario che ha investito la Turchia: l’Akp era alla ricerca di un nemico interno con cui stringere il giogo repressivo su tutto il paese e lo ha individuato nel Pkk e nel popolo kurdo. Sulle ceneri del movimento di Gezi Park, che aveva mobilitato la società turca contro la deriva autoritaria, Erdogan ha plasmato una strategia della paura che si scatena contro ogni voce critica.

Se a sud est è in corso un massacro, tutta la Turchia è nel mirino: in Kurdistan si moltiplicano i raid contro i civili e i coprifuoco, mentre a colpire è anche la magistratura. Lunedì 11 membri dell’Hdp, il partito di sinistra pro-kurdo, sono stati arrestati su ordine del tribunale di Istanbul perché accusati di sostenere il Pkk. Tra loro il tesoriere del partito e un membro della segreteria. La stessa corte ha aperto un’inchiesta contro l’emittente turca della Cnn per aver usato il termine “dittatore” in riferimento a Erdogan. Sorte peggiore per Refik Tekin, cameraman di Imc Tv, ferito dai soldati a Cizre mentre catturava il momento della barbara uccisione di 9 persone, tra cui un membro del consiglio comunale, che sventolavano bandiere bianche: sarà arrestato, una volta fuori dall’ospedale, con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terrorista separatista.

Opposta la reazione dello Stato contro chi danneggia l’Hdp: due giorni fa la corte di Ankara ha condannato 5 persone per aver attaccato e dato alle fiamme a settembre la sede del partito nella capitale, ma le pene sono state sospese per buona condotta durante il processo e perché incensurati.

Ma Erdogan punta ad una politica più ampia, che istituzionalizzi la repressione: in preparazione c’è un piano di azione contro il terrorismo. Lo ha fatto sapere il portavoce del governo, Numan Kurtulmus: 303 articoli volti a colpire struttura sociale ed economica dei gruppi considerati terroristi. Ovvero il Pkk, perché l’Isis sfugge al mirino di Ankara: la campagna lanciata a fine luglio contro lo Stato Islamico si è presto rivelata una copertura per bombardare il movimento kurdo e gli islamisti che godono dell’impunità turca non sono stati toccati.

Alla luce della strage di civili appaiono ancora più surreali e offensive le dichiarazioni del governo turco: «La nostra gente continua a vivere una vita normale durante il giorno – ha detto Kurtulmus – I coprifuoco sono in atto solo di notte». Falsità a cui fa eco il premier turco Davutoglu che – riferendosi al caso di Silopi, sotto coprifuoco totale dal 14 dicembre al 19 gennaio, e per metà demolita dall’esercito – ha definito quell’operazione «di grande successo».

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Casablanca - Tripoli vial Algeri: allarme sulla nuova rotta dello jihadismo

di Giovanni Pagani

Mentre il processo di riunificazione libica definito nella città marocchina di Skhirat subisce l’ennesimo rallentamento, è proprio dal Marocco che potrebbero giungere nuovi rinforzi per Daesh in Libia. A dare l’allarme sono le autorità algerine, le quali hanno chiesto maggiore chiarezza a Rabat a seguito di un insolito flusso di marocchini in transito verso Tripoli via Algeri.

Nella notte di sabato 23 gennaio, circa 270 marocchini provenienti da Casablanca sono stati fermati all’aeroporto Houari-Boumedienne mentre erano in attesa della coincidenza per Tripoli. Le autorità algerine, allarmate dal fatto che molti dei viaggiatori fermati non si trovavano in possesso di regolari documenti di residenza in Libia, hanno preferito impedire loro il transito, sospettando che si trattasse di foreign fighters pronti ad unirsi alle fila di Daesh. L’episodio – contornato da poca chiarezza a causa delle già fredde relazioni diplomatiche tra Rabat e Algeri – è stato infine risolto con un incontro tra l’ambasciatore marocchino e il ministro degli Esteri algerino, Abdelkader Messahel.

Quest’ultimo – come riportato domenica dal quotidiano locale L’Expression – ha infine dichiarato che i viaggiatori con regolare permesso di soggiorno o lavoro sarebbero stati fatti transitare in Libia in via eccezionale, mentre gli altri sarebbero stati rimpatriati. In altre parole, al di fuori di questo singolo frangente, nessun marocchino potrà più entrare in Libia attraverso l’Algeria.
Il collegamento aereo tra Marocco e Libia è interrotto dal febbraio del 2015, quando Rabat decise di proibire l’accesso agli aerei libici, dopo che la propria compagnia di bandiera, Royal Air Maroc, aveva già sospeso i voli su Tripoli nel luglio precedente. Fino a domenica 24 gennaio, i marocchini con un lavoro in Libia erano quindi costretti a fare scalo in Algeria; ma il rafforzamento della presenza di Daesh sul territorio libico, unito al sensibile aumento di marocchini diretti in Libia denunciato da Algeri nelle scorse settimane, ha portato quest’ultima a interrompere la rotta per motivi di sicurezza nazionale.

A prescindere dall’isolato caso diplomatico verificatosi tra Rabat e Algeri, i timori delle autorità algerine potrebbero fondatamente segnalare l’emergenza di un nuovo flusso di foreign fighters in uscita dal Marocco; oltre a confermare la Libia come ‘destinazione emergente’ del jihad internazionale.

Il fenomeno dei combattenti marocchini in Siria segue esattamente la parabola e le tempistiche vissute da altri paesi arabi ed europei. Dall’inizio del 2011 all’estate del 2014 – quando fu proclamato il “califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi – Rabat, al fianco di molte potenze europee e arabo-sunnite, aveva deliberatamente dichiarato il proprio appoggio ai ribelli siriani, dando tacita approvazione ai giovani jihadisti che decidevano di lasciare il paese per combattere Assad. Ma l’affermarsi di Daesh in Siria, Iraq e Libia, accompagnato dal nuovo ciclo di attentati che ha investito Europa e mondo arabo negli ultimi mesi, ha portato le autorità marocchine ad agire con rinnovata durezza nei confronti di coloro che dimostravano tendenze al radicalismo islamico o che tentavano di unirsi alle fila del terrorismo internazionale. La nuova norma sulla sicurezza nazionale – una versione aggiornata della legge anti-terrorismo promossa all’indomani degli attentati di Casablanca (2003) – si inserisce in questo quadro e non è stata esente da critiche da parte di varie Ong, per le limitazioni delle libertà personali e dei diritti umani che essa ha comportato.

Le ragioni che spingono sempre più giovani dalle periferie di Casablanca, Tangeri e Tetouan a rispondere alla chiamata di Daesh si possono ricondurre allo stesso senso di emarginazione e ingiustizia sociale che porta migliaia di tunisini a seguire il medesimo percorso ogni mese. Inoltre, il Marocco non è estraneo al radicalismo salafita di matrice jihadista, che aveva già portato molti giovani in Iraq dopo l’invasione del 2003 e che continua a fornire un fertile terreno ideologico per la retorica di Daesh.

Secondo dati ufficiali pubblicati lo scorso ottobre, sarebbero infatti 1500 i marocchini già reclutati dallo Stato Islamico, 2500 se si calcolano anche quelli con cittadinanza europea. Il Marocco, si colloca dunque al secondo posto in Nord Africa, dopo la Tunisia, per il numero di giovani che hanno sposato la causa di Daesh; mentre come dimostrano i recenti timori di Algeri, un crescente numero tra questi sembra sempre più attratto dall’opzione libica.

Il progressivo sgretolamento dell’entità statale libica dall’estate 2014, unito alla contingente concentrazione in Siria ed Iraq dei maggiori sforzi internazionali contro lo Stato Islamico, ha infatti creato le condizioni ideali affinché la Libia diventasse ‘meta emergente’ del terrorismo islamico. La presenza di due governi insediati agli estremi geografici del paese ed entrambi impossibilitati a esercitare alcun tipo di sovranità territoriale su di esso, ha fatto sì che si venisse a creare un ampio vuoto governativo nella regione centrale, in prossimità di Sirte.

Qui, città natale di Muammar Gheddafi, il format jihadista promosso da Daesh ha attecchito rapidamente su alcuni milizie locali, alle quali si sono aggiunti sempre più volontari dall’area sub-Sahariana e dai vicini paesi del Nord Africa. A quasi un anno dalla decapitazione di 21 lavoratori copti, ‘manifesto’ videografico di Daesh in Libia, si può affermare che quest’ultimo abbia affondato radici stabili nell’area, aiutato anche dalla complicità di una comunità internazionale disattenta e frammentata.

In questo quadro, la Libia aveva fino a ieri rappresentato una meta di passaggio, dove i foreign fighters in arrivo dai paesi limitrofi erano indottrinati e addestrati prima di recarsi in Siria attraverso la Turchia. Tuttavia, l’aumento dei controlli lungo la frontiera turco-siriana e la crescente disponibilità di volontari, proprio dalla Tunisia e dal Marocco, sembrano aver reso Sirte destinazione sempre più finale nelle nuove rotte del jihad.

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Calais e i nostri miserabili

E’ apparsa su un muro londinese, Knightsbridge, nel centro residenziale cittadino, dove le immagini danno fastidio quanto le presenze dal vivo. Trattandosi d’una miserabile, hanno cercato di cancellarla e poi celarla, per preservarla, dicono così, ripetendo anche per un fumetto quel che accade nella realtà. Si tratta del volto smunto di Cosette, l’eroina del celebre romanzo con cui Victor Hugo immortalò le vite di donne e uomini piegati dagli stenti, nella Francia della Restaurazione e poi delle riaccese speranze del Quarantotto. Il murale è un’opera dell’artista Banksy, genio di strada che con spray colorati riproduce le contraddizioni del mondo. Lo fa lì dove la società scava gli abissi delle divisioni di classe, centocinquant’anni e più dopo le vite di Cosette e Jean Valejan. La denuncia di Bansky è bipolare, impressa su una parete dell’ambasciata di Francia in terra britannica, poiché i governi Valls e Cameron si rendono responsabili di quei ghetti di moderni miserabili immersi nella paludosa fanghiglia ai margini di Calais. Visto che la piaga irrisolta dei migranti è incrementata dalle tante guerre che le stesse “repubbliche imperiali” incentivano.

Quel graffito ammonisce: perché ai disperati, già disumanizzati da condizioni esistenziali insostenibili, s’aggiungono trattamenti repressivi che ulteriormente li castigano? Certo, accanto alle speranze di collocazione nelle terre di qua o di là della Manica, spesso deluse da respingimenti, solo l’opera assistenziale di volontari introduce conforto e generi di necessità essenziale. Poi tutto sembra restare eguale: freddo e palta, igiene precaria e assenza di prospettive. Se qualche sindaco incarna gli ideali di Valjean-Madeleine deve fare i conti con norme che diventano più restrittive, non tanto per uno Schengen che rischia di sparire, ma per il possibile esaurimento di recettività di collettività che per paura chiudono le porte. Le palpebre di Cosette si socchiudono nell’assenza d’un orizzonte ridiventato oscuro. Nuovi narratori non solo di penna, ora che la realtà si riproduce con cento e più strumenti, mostrano tutto questo ma la coscienza civile stenta. La Storia sembra aver fermato un moto di progresso costruito sulla dignità che, come i valori della Rivoluzione di Francia, esordiscono e smarriscono la via. Esistono ma restano inapplicati. E nel moderno romanzo il lieto fine manca.

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Siria - L'Onu esclude i curdi dai negoziati

Le opposizioni siriane, riunite sotto l’ombrello dell’Alto Comitato per i Negoziati (HNC), non hanno ancora risposto alle Nazioni Unite. Ieri a Riyadh avrebbero dovuto decidere se volare o meno a Ginevra dove venerdì dovrebbe aprirsi il negoziato siriano, dopo il rinvio di lunedì. Ma non ha comunicato nulla, la decisione – dicono dall’Arabia Saudita – sarà resa nota oggi. Non mancano voci pessimiste tra i partecipanti al vertice: non ci sarebbe consenso perché una parte dei gruppi anti-Assad vogliono prima il rispetto delle precondizioni poste, ovvero lo stop dei raid russi, la fine degli assedi nelle città controllate dai ribelli e la liberazione dei prigionieri politici.

Nella serata di ieri il portavoce dell’HNC, Salim al-Muslat, ha sciolto un po’ di dubbi parlando di “visione positiva del negoziato” da parte delle opposizioni: “Ci sono alcune domande, una lettera è stata inviata al segretario generale Ban Ki-moon e all’inviato per la Siria de Mistura. Non poniamo ostacoli di fronte alla soluzione politica, ma vogliamo alcune spiegazioni: ad esempio cos’è un governo ad interim”.

Un percorso che resta quantomeno accidentato e che non fa ben sperare i promotori del dialogo, Onu, Usa e Russia. Dopo l’accordo trovato a Vienna a novembre dalla comunità internazionale e dopo la risoluzione delle Nazioni Unite di dicembre che suggellava il processo negoziale come soluzione alla crisi, il mondo si è accorto che non poteva fare i conti senza l’oste. Ovvero con chi poi è chiamato a negoziare: le opposizioni siriane.

Se il governo di Damasco si è da tempo detto pronto al dialogo, le opposizioni continuano a tirare la corda, sostenute dal Golfo a cui tanti rinvii non fanno che bene: ad oggi il potere contrattuale dell’Arabia Saudita e in parte della Turchia non è consistente quanto quello iraniano e russo, sia per le vittorie registrate dal cosiddetto asse sciita sul terreno sia per il comportamento diplomatico delle potenze regionali.

Ne è chiaro esempio il diktat lanciato ieri dalla Turchia: il premier Davutoglu, in un incontro con i parlamentari dell’Akp, ha ribadito il boicottaggio da parte di Ankara del negoziato di Ginevra se al tavolo saranno presenti anche i kurdi siriani del Pyd, Partito dell’Unione Democratica.

«Crediamo che debbano esserci kurdi, arabi, turkmeni, sunniti, cristiani. Tuttavia siamo contrari a Ypg e Pyd». Perché sono terroristi come il Pkk: questa è la visione che la Turchia intende imporre ad un Occidente “confuso”: gli Stati Uniti hanno da qualche mese preferito all’alleanza militare con i gruppi moderati anti-Assad quella con le Unità di Difesa Popolare kurde, le Ypg, braccio del Pyd. Eppure è lo stesso paese che ha definito pochi giorni fa il Pkk “organizzazione terroristica”, fingendo di non vedere i legami strettissimi, politici, ideologici e militari tra Rojava e Pkk.

È la realpolitik. Che potrebbe però produrre seri danni: ieri sera il co-presidente del Pyd, Saleh Muslim, ha detto alla stampa di non aver ancora ricevuto nessun invito dall’Onu per partecipare al negoziato di Ginevra. Eppure ieri de Mistura lo aveva annunciato pubblicamente: tutti gli inviti sono stati recapitati, l’Onu ha invitato 15 negoziatori e 12 esperti. I nomi non sono stati resi noti, si aspetta che le varie parti invitate accettino.

Ha vinto Ankara e la sua brutale campagna contro il popolo kurdo. Poco fa il ministro degli Esteri francese Fabius ha detto di averne avuto la conferma dall’inviato per la Siria Staffan de Mistura: i kurdi del Pyd sono stati esclusi da Ginevra per “non creare troppi problemi”.

Una posizione quantomeno particolare: potrebbero esserci i salafiti di Jaysh al-Islam, ora alleati dei moderati, ma non chi ha strenuamente combattutto l’Isis sul terreno.

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Il nonno della Boschi, Licio Gelli, la Banca Etruria e la P2

Recentemente, mi è capitato per caso di rimettere mani negli atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2 e, mentre cercavo altro, mi è capitato di leggere (Doc.XXIII n 2-ter/13  Vol XIII pp. 234 e segg) il verbale stenografico della seduta del 22 novembre 1983 dedicata all’audizione del generale Siro Rossetti del Sid e membro della Loggia P2 (in questo verbale indicato sempre come Rosseti, ma in altre parti della documentazione come Rossetti che ci sembra la versione più corretta).

Ad un certo punto della seduta si sviluppa un contraddittorio fra il Presidente, che contesta a Rossetti una data di affiliazione risalente al giugno 1970 e lo stesso generale che, in un memoriale, sosteneva di aver conosciuto Gelli solo nel 1971 (la questione dei pochi mesi di distanza ha senso ove si tenga presente che il golpe Borghese avvenne nel dicembre 1970).

Il Presidente, Tina Anselmi, dice:

PRESIDENTE. Nello stesso memoriale, lei riferisce che conobbe Gelli agli inizi del 1971, presentatole da Francesco Boschi; da dati in possesso di questa Commissione, risulta che Gelli era certamente già attivo nella P2 alla data del 28 novembre 1966 e che lei vi era entrato alla data dell’8 giugno 1970.

ROSSETTI. Adesso, se 1970 o 1971, mi può sfuggire; certo, io ho conosciuto Gelli soltanto quando sono entrato nella P2, dopo questo contatto, su invito di Salvini, al quale ere stato presentato da Francesco Boschi. Può darsi che sia stato nel 1970.

Dunque, Francesco Boschi che, salvo un improbabile omonimia, dovrebbe essere il nonno dell’attuale ministro, era persona molto introdotta ai massimi vertici della massoneria, al punto di frequentarne i due massimi esponenti: il Gran Maestro di Palazzo Giustiniani ed il Maestro Venerabile della più importante loggia. Questo ovviamente non è in sé un reato, ma la circostanza diventa curiosa dove si consideri che, nel suo discorso autodifensivo davanti alla Camera, il ministro Maria Elena Boschi ha sostenuto di appartenere ad una famiglia di origini contadine di cui Ella sarebbe la prima ad aver conseguito una laurea.

Laurea a parte, incuriosisce questa insolita frequentazione, dato che non si sa di contadini introdotti in ambienti massonici così altolocati, ma forse il ministro intendeva parlare di possidenti terrieri, che, però, sono altra cosa. Il contatto peraltro, potrebbe spiegarsi anche in altro modo, ad esempio con una amicizia occasionale o un qualche vincolo parentale, se, poco dopo, nella stessa audizione non si leggesse un altro piccolo passo.

Rossetti aveva detto di essere rimasto ben impressionato, in un primo momento, del gruppo umano della P2, perché molto coeso nella sua aspirazione a migliorare l’Italia, al di là delle personali appartenenze partitiche ed ideologiche. Richiesto dall’on Bellocchio (Pci) di fare alcuni esempi, citava Francesco Boschi e l’onorevole Luigi Mariotti.

Dunque, Boschi sarebbe stato organico alla Loggia, anche se il suo nome non risulta nel suo piè di lista. E la cosa incuriosisce ancor di più, perché, come si sa, l’elenco completo degli affiliati non è stato mai ricostruito, dunque sarebbe uno dei nomi restati coperti. Ed anche questo è fonte di interrogativi che andrebbero chiariti. Non risulta, peraltro, che il signor Francesco Boschi abbia mai smentito il generale Rossetti.

C’è poi un altro punto di contatto fra Gelli, la P2 e la famiglia Boschi: la Banca dell’Etruria. Leggendo l’elenco della P2 troviamo due membri del consiglio di amministrazione dell’Etruria (Mario Lebole e Renato Pellizzer) ed il suo direttore generale Giovanni Cresti. Una curiosità: nell’asset della Banca fa bella figura di sé anche la collezione privata (oltre 10.000 pezzi fra monete, libri antichi, mobili di pregio, tele ecc.) lasciata in donazione da un importante antiquario aretino, Ivan Bruschi, anche lui iscritto alla P2. Non solo: è proprio presso la banca Etruria che la P2 aprirà il suo conto “primavera” sul quale affluivano le quote associative, per cui occorreva essere ben sicuri che non ci fossero fughe di notizie che avrebbero svelato i nomi degli iscritti.

E proprio presso questa banca Pierluigi Boschi, padre di Elena, avrà una brillante carriera che lo porterà sino alla vicepresidenza, così come è presso questa banca che lavorerà anche Francesco, suo figlio e fratello del ministro.

Certo, Arezzo è una città piccola dove tutti si conoscono, così come (eventuali) colpe di padri e di nonni non ricadono su figli e nipoti, però, non sarebbe il caso di capirci qualcosa di più, magari in un nuovo confronto parlamentare?

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Domination


26/01/2016

Airbnb come Uber: nuove tecnologie, vecchia economia

La settimana scorsa si è svolta la United States Conference of Mayors, un evento annuale che riunisce centinaia di sindaci americani e che, oltre a richiamare l’attenzione dei media, svolge un importante ruolo politico, in quanto può contribuire a uniformare le scelte di un gran numero di amministrazioni locali. La Conferenza di quest’anno è stata, fra le altre cose, teatro di un duro scontro fra due lobby contrapposte: da un lato i rappresentanti di uno degli astri nascenti della Sharing Economy, quella società Airbnb che organizza e gestisce lo scambio di ospitalità a pagamento fra abitanti di tutto il mondo, dall’altro le associazioni degli albergatori.

Le accuse incrociate fra i duellanti sono note. Airbnb si presenta, al pari di Uber, come campione di una “economia della condivisione” che consente alla classe media di viaggiare a costi più bassi, sottraendosi allo strozzinaggio dell’industria alberghiera che impone prezzi monopolistici. Gli albergatori ribattono che Airbnb offre ai clienti livelli di servizio e sicurezza neanche lontanamente paragonabili ai propri (e spesso inferiori a quanto richiesto per legge) ma soprattutto (argomento cui le amministrazioni locali sono particolarmente sensibili) accusa la controparte di evadere le tasse (in quanto i compensi versati ai locatari si sottraggono al controllo).

Non a caso, Airbnb si è presentata alla Conferenza promettendo di trasformarsi in tempi brevi in un formidabile collettore di imposte per le amministrazioni (ha addirittura accennato alla possibilità di raccogliere 200 milioni di dollari all’anno). Eppure, malgrado abbia assoldato una nutrita squadra di lobbysti (perlopiù consulenti dell’amministrazione federale in carica, in cerca di alternative nell’imminenza della fine del mandato di Obama) continua a incontrare la diffidenza di molte città (fra cui New York e Los Angeles), alcune della quali stanno addirittura ragionando sulla possibilità di limitare la possibilità di affittare abitazioni a breve termine.

Il punto che determina diffidenze e resistenze, riguarda il dubbio su chi siano realmente i locatari. Airbnb tende ad accreditare l’idea che siano perlopiù comuni cittadini che arrotondano il reddito mettendo a frutto la propria casa quando devono allontanarsene per motivi di lavoro o di svago. Idem per gli affittuari: gente comune (soprattutto giovani) che vuole viaggiare senza spendere troppo. Invece pare che la realtà sia meno edificante: una quota significativa del business Airbnb riguarderebbe multiproprietari di appartamenti che non intendono affittare occasionalmente, bensì sistematicamente e per brevi periodi successivi, danneggiando il mercato degli affitti a lungo termine a prezzi abbordabili e contribuendo in tal modo al processo di gentrizzazione dei centri urbani.

Le analogie con il caso di Uber, del quale mi sono più volte occupato su queste pagine mi paiono evidenti. La cosiddetta Sharing Economy si fonda su modelli di business che sfruttano le nuove tecnologie, non per affrancare i consumatori dai vecchi, odiosi intermediari della “vecchia” economia, bensì per sostituirli con nuovi intermediari (che aspirano a posizioni monopolistiche ancora più salde) che estraggono rendita da proprietà altrui (automobili, case o altro). I veri beneficiari non sono i consumatori, né i piccoli proprietari chiamati a “condividere” le proprie risorse, ma questi nuovi colossi della Internet Economy che instaurano con i propri “fornitori di servizi” lo stesso rapporto che i latifondisti avevano con i mezzadri.

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ZeroHedge: la fine dell’era delle bolle finanziarie

tratto da www.vocidallestero.it

ZeroHedge riporta un interessante articolo scritto a dicembre da David Stockman, ex politico e uomo d’affari americano. Secondo Stockman l’economia mondiale è di fronte ad un periodo di deflazione almeno decennale (la ‘stagnazione secolare’) causato dalla politica di tassi bassi in vigore dagli anni ’90; questi tassi hanno alimentato, oltre alle bolle speculative degli ultimi 25 anni, un’enorme bolla sugli investimenti in beni capitali che ha enormemente ampliato la capacità produttiva mondiale oltre la capacità della domanda di assorbirla, rubando capacità produttiva al futuro. Dopo 84 mesi di zero lower bound e con la liquidità indotta con i QE sui mercati degli asset che ha causato investimenti sempre più speculativi, la risalita dei tassi, già avviata, innescherà la distruzione di questa capacità in eccesso per via deflattiva. L’alternativa – con i tassi ancora a zero – è il crollo del sistema finanziario.

di David Stockman, 13 dicembre 2015


Ci stiamo avvicinando a un punto di svolta cruciale nel ciclo globale delle bolle finanziarie che è in corso da più di due decenni. Vale a dire, le banche centrali del mondo hanno finalmente finito la polvere da sparo. Saranno incapaci di fermare l’implosione del credito, che inesorabilmente seguirà la nuova bolla.

Finiremo col parlare della Fed che si appresta ad un cambiamento epocale alzando i tassi di interesse, ma prima è fondamentale delineare il contesto macroeconomico globale.

In una parola, stiamo entrando in una grandiosa deflazione. Il precipizio si manifesta nel rinnovato massacro che si sta svolgendo nei mercati delle materie prime.

Questa settimana l’indice Bloomberg delle materie prime, che comprende tutto, dal petrolio greggio a soia, rame, nichel, cotone e bestiame, è affondato sotto quota 80 per la prima volta dal 1999. Adesso è inferiore quasi del 70% rispetto al suo massimo storico, alla vigilia della crisi finanziaria, e del 55% dal suo picco durante la ripresa del 2011.


I rialzisti di Wall Street e gli apologeti keynesiani della Fed vogliono farvi credere che non c’è molto da dire. Sostengono che è solo un temporaneo eccesso di petrolio e qualche eccessiva esuberanza di investimenti in conto capitale nel settore dei metalli e dell’industria mineraria.

Ma le loro rassicurazioni che, in un anno o giù di lì, l’attuale eccessiva offerta di rame, greggio, minerali di ferro e altre materie prime sarà assorbita da un’economia globale in espansione non potrebbero essere più lontane dalla verità. In realtà, questo errore è al centro del mio punto di vista sugli investimenti.

Noi riteniamo che l’economia globale sia enormemente rigonfia di spesa basata su debito che non può essere sostenuta. E che questa distorsione sia aggravata sul lato dell’offerta da un incredibile surplus di capacità produttiva in eccesso. A cui si sommano antieconomici e cattivi investimenti che sono stati innescati dal credito a bassissimo costo offerto dalle banche centrali.

Di conseguenza, l’economia mondiale in realtà sta per contrarsi per la prima volta dagli anni ’30. Questo perché il prezzo in caduta delle materie prime è solo il preludio a quella che sarà una depressione degli investimenti in conto capitale in tutto il mondo – proprio il genere di cose che non è più successo dagli anni ’30.

C’è stato così tanto eccesso di investimenti nel settore energetico, minerario, in quello della lavorazione, produzione e stoccaggio dei materiali, che nulla di nuovo sarà costruito negli anni a venire. Il boom degli ultimi due decenni, in sostanza, [anticipando gli investimenti] ha rubato al futuro molto della sua capacità di produzione.

Quindi ci sarà una seria riduzione nella produzione di macchine per miniere e movimento terra, di impianti di perforazione per i giacimenti di petrolio, di autocarri pesanti e vagoni ferroviari, di navi cargo e portacontainer, di macchinari per la movimentazione e lo stoccaggio di materiali, di macchine utensili e apparecchiature per il trattamento chimico e molto, molto altro.

Il punto cruciale, però, è che la netta riduzione dell’industria dei beni capitali ha implicazioni molto più distruttive per la macroeconomia rispetto ad una riduzione delle vendite di elettrodomestici di consumo o del numero di posti in bar e ristoranti.

I servizi sono praticamente senza scorte di lavoro e le catene di approvvigionamento di beni di consumo durevoli come lavastoviglie e automobili in genere hanno forse da 50 a 100 giorni di scorte a portata di mano. Così, quando si accumulano investimenti eccessivi in scorte, l’alleggerimento delle stesse e la conseguente riduzione della catena di approvvigionamento sono relativamente di breve durata.

Ma quando si tratta di beni strumentali il metro importante per la misura dell’inventario è la capacità in essere. Ecco dove le politiche pro-bolle finanziarie da parte della Fed e delle altre banche centrali hanno fatto tanti danni.

Lunghi periodi di costo sotto mercato del capitale inducono la aziende a sopravvalutare drasticamente il rendimento degli investimenti. E quindi alla fine ad accumulare l’equivalente di anni e anni di eccesso di capacità.

Questo è molto diverso dalle recessioni dei beni di consumo vissute dai nostri nonni negli anni ’50 e ’60. Quelle tipicamente implicavano tagli moderati di produzione e diversi trimestri di riduzione delle scorte. Questa volta l’aggiustamento dei beni capitali richiederà anni, forse più di un decennio.

Ecco perché.

Quando le miniere di ferro sono ampiamente sovradimensionate, per esempio, i nuovi ordini per le grandi macchine gialle da miniera della Caterpillar (CAT) possono scendere quasi a zero. Ecco perché CAT sta già vivendo il più lungo periodo di calo delle vendite al dettaglio – 35 mesi di fila e non è ancora finita – nella sua storia centenaria.


Questo è anche il motivo per cui la recessione globale in arrivo sarà così prolungata e ostinata. Quando il credito a buon mercato genera un boom di beni capitali longevi e costosi, dà luogo ad una “conduttura” di nuove capacità.

Questa conduttura non è facile da chiudere e spesso ha senso completarla – diciamo portacontainer, acciaierie o nuovi campi minerari – anche se i prezzi e la redditività sono già in declino. Questo è noto come il problema dei “costi irrecuperabili“.

Gli ordini di macchine da miniera rischiano di restare profondamente depressi per il resto del decennio. E questa sindrome si presenterà anche nella maggior parte degli altri settori, come per camion pesanti, cantieri navali, impianti di perforazione petrolifera, ecc.

Questa depressione nelle industrie di beni capitali, a sua volta, significa la scomparsa di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e ben remunerati in aziende come Caterpillar. Lo stesso accadrà per le loro vaste catene di rifornimento di componenti, materiali e fornitori di servizi in outsourcing. E la cascata di queste contrazioni lungo la catena alimentare dell’economia intensificherà ed espanderà ulteriormente la dinamica deflazionistica.

Il grafico sottostante da qualche suggerimento sulla crisi massiccia che si sta parando davanti al mondo intero.

Nel corso degli ultimi 25 anni gli investimenti in conto capitale da parte delle società quotate in borsa del mondo sono cresciuti di un incredibile 500%. Gran parte di questo fenomeno è accaduto in Cina e nelle economie dei mercati emergenti (EM), e nelle infrastrutture di trasporto e di distribuzione che li collega.


Eppure questa massiccia esplosione della spesa per investimenti non si è verificata perché diversi miliardi di contadini asiatici improvvisamente hanno deciso di mettere da parte un’infinità di nuovi capitali.

In realtà, questa campagna senza precedenti di costruzioni e investimenti in conto capitale è stata finanziata quasi interamente dall’emissione massiccia di credito a tasso di interesse reale virtualmente nullo.

Ciò significa che il capitale è stato drasticamente sotto-prezzato facendo abbondare sprechi, eccessi e inefficienze.

Alla fine, l’economia globale si è pericolosamente sbilanciata. E queste conseguenze negative del falso boom di credito delle banche centrali mettono infatti in evidenza le opportunità di investimento future.

Il sano investimento capitalistico basato sui prezzi di mercato e sull’accantonamento del risparmio dal reddito corrente può andare avanti all’infinito, alimentando l’aumento di efficienza, produzione e ricchezza.

Ma gli investimenti in conto capitale basati sul credito a basso costo consentono solo temporaneamente all’economia mondiale di allargare la sua torta, e mangiarsela anche. Ora è il tempo del conto.

Inutile a dirsi, durante la fase di espansione della bolla finanziaria innescata dalle banche centrali, regna l’ottimismo e rialzisti e speculatori insistono sul fatto che “questa volta è diverso”.

Eppure le solide leggi della finanza e dell’economia di mercato non cambiano mai. Spesso ci vuole un tempo prolungato prima che tutti gli eccessi facciano il proprio lavoro e infine la bolla scoppi.

Il grafico sottostante riassume questa grande deformazione.

Nel corso degli ultimi due decenni, il debito da rimborsare nel mercato globale del credito è salito da 40 trilioni di dollari a 225 trilioni di dollari. Questo rappresenta un’incredibile espansione del debito di 185 trilioni di dollari. Questa eruzione sarebbe semplicemente inimmaginabile senza l’aiuto delle banche centrali che stampano denaro.

Al contrario, il PIL globale è cresciuto soltanto di 50 trilioni di dollari nello stesso periodo, e anche questo risultato è un’esagerazione. Gran parte di questa crescita rappresenta soltanto il pass-through del credito facile, e non risparmi reali investititi efficientemente nella produzione.

Di conseguenza, è probabile che l’economia globale abbia accumulato più di $ 4 di nuovo debito per ogni $ 1 di PIL incrementale.

Non solo questa è evidentemente un’equazione finanziaria insostenibile, ma significa anche che quando si ferma la crescita del credito, il debito si ritira dal PIL. Non era nuova ricchezza, solo produzione rubata al futuro.


E questo ci porta alla prossima mossa della Fed di alzare i tassi di interesse per la prima volta in 10 anni. Sarà pari a un cambiamento di rotta che a tempo debito frantumerà l’intero regime delle bolle finanziare che ha dato origine al falso credito e al boom degli investimenti in conto capitale descritto sopra.

Come ho detto spesso, la Fed è diventata dipendente dalla “Soluzione Semplice”. Durante più dell’80% degli oltre 300 mesi nel corso dell’ultimo quarto di secolo o ha tagliato i tassi o li ha lasciati invariati.


Di conseguenza, i giocatori d’azzardo professionisti nell’odierno casinò di Wall Street non hanno alcuna vera esperienza di un periodo in cui l’adagio “la Fed è tua amica” non funziona. Hanno sperimentato essenzialmente mercati fittizi a senso unico, sapendo che l'”opzione” Greenspan/Bernanke/Yellen sarebbe venuta in soccorso su azioni e altri asset rischiosi.

Ma ecco il punto. Dopo 84 mesi di tassi di interesse a zero – gente, questa sì che è pura follia secondo tutti gli standard storici – la Fed ha esaurito tempo e scuse.

Se alla fine non comincia a normalizzare i tassi, come più volte promesso, la sua credibilità sarà fatta a pezzi. E accadrà quello che ha a lungo mortalmente temuto. Cioè, il mercato crollerà in un attacco sibilante che frantumerà la fiducia in quello che è essenzialmente un gigantesco schema Ponzi basato sul credito.

E le altre principali banche centrali del mondo sono nella stessa barca.

Proprio la scorsa settimana abbiamo visto la BCE fermata bruscamente dalla potente rappresentanza tedesca che essenzialmente ha detto a Draghi che 1.3 trilioni di euro stampati sono abbastanza.

Allo stesso modo, anche la Banca popolare della Cina (PBOC) ha esaurito la polvere da sparo. E questo è di monumentale importanza.

L’epicentro del boom globale di materie prime, investimenti in conto capitale e industriale era in Cina. Grazie alla frenesia con cui la PBOC ha stampato la più grande quantità di denaro nella sua storia, un eccezionale debito pubblico e privato è esploso da 500 miliardi di dollari nel 1994 a 30 trilioni di dollari oggi.

Questa è una crescita di 60 volte. C’è da meravigliarsi che i grafici sui beni e gli investimenti in conto capitale mostrati sopra sono andati quasi verticali durante il picco del boom globale?

Ma ora la Cina è di fronte al crollo del suo schema Ponzi, e il capitale è in fuga dal paese ad un ritmo prodigioso.

Soltanto negli ultimi 15 mesi, quasi 1 trilione di dollari è volato a Londra, New York, in Australia, a Vancouver e in altri luoghi sicuri per la fuga di capitali.

Così la PBOC è costretta a fermare le sue macchine da stampa, al fine di evitare che il tasso di cambio dello yuan crolli e che il deflusso di capitali vada completamente fuori controllo.

Anche in Giappone, la stampa della Banca del Giappone non sta più accelerando. Questo perché nonostante migliaia di miliardi di nuovi capitali creati dal nulla negli ultimi anni, il Giappone è sull’orlo della sua quinta recessione in sette anni. Anche in Giappone, la bolla finanziaria sta perdendo la sua credibilità.

25 gennaio 2016

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