Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/05/2020

Itesa segreta USA-Iran? Il perno potrebbe essere il nuovo primo ministro iracheno

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Dovessimo tener conto solo delle posizioni e delle dichiarazioni ufficiali delle due parti, l’ipotesi di una tregua tra Usa e Iran ci apparirebbe del tutto infondata. Il quadro però è in continua evoluzione e non escluderei che questa possibilità passi per l’Iraq, al momento il terreno di scontro principale tra Washington e Tehran».

È stato questo il commento dell’analista Mouin Rabbani alla nostra domanda sul «cessate il fuoco» politico e diplomatico non dichiarato in atto tra Iran e Usa di cui si sussurra in Medio Oriente. Tehran avrebbe ordinato alle milizie sciite irachene sotto il proprio controllo di placare, per il momento, la sete di vendetta per l’assassinio, compiuto dagli Usa lo scorso 3 gennaio, del generale iraniano Qassem Soleimani e del vice comandante delle Brigate Hezbollah irachene Abu Mahdi al Muhandis. E di contenere gli attacchi alle basi militari Usa in Iraq. In cambio Washington chiuderà un occhio sul rispetto da parte di alcuni paesi delle sanzioni che ha varato contro l’Iran, consentendo così a Tehran di respirare.

Secondo Middle East Eye, un giornale online sul Medio Oriente ben informato, al centro di questa presunta soluzione ci sarebbe Mustafa Al Kadhimi, primo ministro iracheno da qualche settimana, gradito a Washington e decisamente meno a Tehran. Al Khadimi, ex capo dell’Inis, l’intelligence dell’Iraq, è considerato ostile dall’Hezbollah iracheno. Abu Ali al Askari, il comandante di questa milizia, ha accusato Al Kadhimi di essere coinvolto nell’attacco a Soleimani e Al Muhandis.

Alcuni hanno ricordato la storia di collaborazione del nuovo capo del governo con la Cia e i suoi rapporti con Ahmed Chalabi un «oppositore» dell’ex leader iracheno Saddam Hussein che nel 2003 chiese con forza agli Usa di attaccare e invadere l’Iraq, sostenendo il possesso da parte di Baghdad di armi di distruzione di massa che in realtà non esistevano.

Al Kadhimi intende stringere i rapporti con l’Arabia Saudita nemica dell’Iran. Il premier iracheno ha subito inviato l’influente ministro Ali Allawi a Riyadh per siglare un accordo per la fornitura di energia elettrica, in vista della scadenza della proroga delle sanzioni Usa sulle importazioni dall’Iran; per sviluppare la produzione di gas nel giacimento di Okaz e per sbloccare l’invio di un ambasciatore saudita in Iraq. Allawi ha anche incontrato il ministro degli esteri saudita, Faisal bin Farhan al Saud, il quale ha espresso sostegno al governo iracheno e i suoi sforzi «per superare la difficile situazione contro il terrorismo». Ed ha affermato la disponibilità del suo paese a sostenere l’Iraq «in tutti i campi».

In sostanza Riyadh si propone di prendere il posto dell’Iran che mantiene una forte influenza sull’Iraq portandogli però scarsi benefici economici. E proprio mentre Kadhimi va ripetendo la volontà di porre tutte le milizie irachene filo-Iran sotto il pieno controllo del governo e delle forze armate, Faik Sheikh Ali, segretario del Partito popolare per la riforma, ha denunciato davanti alle telecamere della tv saudita Al Arabiya che le Pmu – la coalizione di forze paramilitari a maggioranza sciita creata nel 2014 per combattere l’Isis dalla massima autorità sciita irachena, l’ayatollah Ali al Sistani – pagano salari per 130 mila uomini avendone in realtà solamente 48 mila.

Tehran guarda a questi sviluppi con preoccupazione ma, sottolinea Middle East Eye, deve fare buon viso a cattivo gioco pur di vedere allentate le sanzioni Usa che penalizzano la sua economia. Un tribunale lussemburghese il mese scorso a sorpresa ha scongelato beni iraniani bloccati dalle misure statunitensi. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha salutato con enfasi «la vittoria» contro «la prepotenza» della Casa Bianca.

Da parte sua una fonte autorevole ma anonima citata da Mee ha commentato: «Gli americani hanno ottenuto il loro uomo a Baghdad (Al Kadhimi, ndr) e gli iraniani i loro soldi». Altre fonti parlano di intese dietro le quinte per scongelare beni iraniani e fondi della Banca centrale iraniana, ufficialmente per aiutare Tehran nella lotta al coronavirus. E non è passato inosservato il recente ritiro da parte degli Usa di missili Patriot posizionati in Arabia Saudita.

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Il pensiero inutile di fronte alle lotte di classe

Sulla rivolta di Minneapolis, nel frattempo tracimata in ribellione sociale in tutto il paese, si sono come di consueto formati due campi ideologici della sinistra inutile. Da una parte il rioters di professione, immarcescibile prodotto dell’Occidente post-novecentesco, a cui la rivolta americana provoca brividi di godimento proprio perché ne valorizza il lato “impolitico”, “disorganizzato”, “insorgente” e, quindi, svincolato completamente da quel Novecento che, al contrario, presentava la politica come fatto mediato da un pensiero e da un’organizzazione strutturati; al lato opposto il “marxista” smaliziato, pronto a derubricare le rivolte americane a “riot” in quanto non ne scorge l’azione politica consapevole di un qualche “partitocomunista” o “sindacatodiclasse” alle sue spalle o alla sua testa. Ambedue questi atteggiamenti raccontano della crisi della sinistra, almeno di quella italiana.

In primo luogo, la rivolta di Minneapolis va riconosciuta per quello che è: una lotta di classe. Non altro, non di meno. Non è una rivolta semplicemente “antirazzista”, sicuramente non nei termini e nel valore che tale concetto ha in Europa, per ragioni storicamente determinate. In secondo luogo, è una lotta di classe organizzata e cosciente, sebbene non nelle forme tradizionali a cui siamo abituati in Europa. Abitudine, anche qui, formata per determinazioni storiche che differenziano le due sponde dell’Atlantico. Il dato di fatto, scarsamente riconosciuto alle altezze della politica italiana, profondamente introflessa e provinciale, è il grado e la natura di classe di queste rivolte, che ciclicamente esplodono per motivi profondi, che si coalizzano attorno alle “ragioni dei neri” perché è proprio attorno a quel pezzo di società americana che si ritrovano le fratture di classe e i suoi antagonismi fondamentali.

Non è certo Minneapolis che rende evidente questo processo politico-sociale traumatico e fervido di coscienza radicale. Sono decenni che le lotte di classe negli Usa avvengono su di un terreno più avanzato, più radicale e più cosciente delle lotte di classe in Europa. È questo il fatto determinante che dovremmo imparare a riconoscere. La violenza ragionata, la radicalità politica e la consapevolezza sociale che tali rivolte ogni volta palesano, in connessione con pezzi di società profonda americana, e quindi per nulla “avanguardistiche” o scollegate dalla realtà, può non essere replicabile nei contesti europei, ma andrebbe riconosciuta per quel tanto che può insegnare alle lotte di classe di questa parte del mondo.

Esistono delle differenze che impediscono a queste lotte di agire, influenzare e piegare i rapporti della rappresentanza politica alle ragioni di queste lotte di classe. Un sistema di potere stratificato che impedisce, al momento, di convogliare queste lotte in un progetto politicamente organizzato e influente. È un dato di fatto: l’anticapitalismo nordamericano non riesce a varcare le soglie del duopolio repubblicano-democratico, ed è dentro questa logica che trovano ragione e razionalità le scelte di lottare dentro il partito democratico da parte di alcuni esponenti di queste lotte di classe e di “liberazione razziale”. Consapevoli, tutti quanti, che non è dentro quel sistema chiuso e corrispondente alle ragioni del monopolio industriale (e militare-industriale, altra caratteristica locale senza paragoni in Europa), che si troverà la soluzione dei problemi della società americana, ma – al tempo stesso – costituisce una manovra tattica per sopravvivere e intercettare la massima parte di quel proletariato americano che si situa lungo una linea del colore che – anche qui – non trova ancora aderenze paragonabili nel contesto europeo.

Sono lotte di classe “malate”, così come è malata la società americana. Lotte di classe che per innescarsi hanno bisogno di un fatto particolare e plateale (ma non sono così tutte le lotte di classe?), e che hanno come combustibile una società nera che corrisponde, in sua massima parte, al proletariato povero americano. Non quella forma di “aristocrazia operaia” impoverita e sconvolta dalla retrocessione sociale che ha votato Trump, ma quel pezzo (enorme) di società subalterna, e su cui si scaricano, in aggiunta, le dinamiche perverse dell’esclusione razziale, della ghettizzazione, della ulteriore marginalizzazione culturale. Il comburente, invece, è dato dalla repressione poliziesca, e poi militare, di una violenza anche qui “malata”, diversa dalle latitudini europee – se di differenza repressiva è possibile parlare. Una linea di classe che si innesta su di una linea del colore che taglia verticalmente – e non trasversalmente – la società americana, secondo parossistiche determinazioni altrove sconosciute, almeno a questo grado di profondità.

È dalla massima alienazione che può scorgersi la massima liberazione. E una società radicalmente alienata come quella nordamericana promette istanze di emancipazione altrove meno gravide di potenzialità. Non per questo è destinata ad un avvenire di sicuro progresso, ma quel che conta, per noi, è qualcosa di molto più importante: che anche nel ventre dell’impero è possibile la lotta di classe, ed è proprio qui che è possibile una sua più cosciente radicalità, di pensiero e di azione. Quel proletariato in lotta non leggerà Marx o Lenin, ma di sicuro lo sta applicando alla realtà meglio dei tanti glossatori nostrani. È questo il vero insegnamento che proviene da Minneapolis, Minnesota, Usa.

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USA, la prateria è in fiamme


“Con la pandemia da Covid le persone sono affamate, senza casa e senza lavoro, cosa ci si può aspettare? Penso che stia per accadere a masse di persone nel Paese. Potremmo raggiungere il punto che diventi una guerra civile”

Un abitante di Minneapolis di 54 anni a proposito dei riot.

“Il nostro fine è decimare quella forza il prima possibile”, ha dichiarato il governatore del Minnesota Tim Walz dopo la quarta notte consecutiva a Minneapolis di riot, nonostante il coprifuoco imposto dopo le otto di sera.

Non è servita a calmare gli animi l’imputazione per omicidio di terzo grado formulata venerdì per Derek Chavin, il poliziotto che lunedì ha ucciso George Floyd.

Questo atto giudiziario è successivo al licenziamento degli agenti che hanno preso parte a quello che è stato a tutti gli effetti un linciaggio a danno di un afro-americano, avvenuto in seguito ad una segnalazione di un reato minore e “non-violento”.

Sono emersi dei particolari sulla ventennale carriera del poliziotto assassino tre volte coinvolto in sparatorie e 10 volte comparso di fronte alla Civilian Review Authority e all’Office of Police Conduct a causa delle denunce sulla sua condotta.

Il fatto che fosse ancora regolarmente in servizio la dice lunga sull’impunità di cui godono alcuni profili all’interno delle forze dell’ordine.

Nemmeno la Guardia Nazionale è riuscita ad avere la meglio sugli insorti fino ad ora, e per sabato notte è stata mobilitata al completo: 13.200 unità chiamate a fronteggiare la rabbia che si è estesa al resto del Paese.

“Il caos assoluto”, ha dichiarato sempre Walz.

Sono più di 30 le città che hanno conosciuto mobilitazioni, stando alla mappa del New York Times, ed una dozzina hanno conosciuto manifestazioni violente.

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Donald Trump, che ha di fatto legittimato l’azione violenta contro i manifestanti.

The Orange Man ha praticamente “citato” il capo della polizia di Miami Walter Headley che, interrogato nel 1967 sul perché non ci fossero stati tumulti nella comunità afro-americana della Florida, al picco delle insurrezioni nei ghetti metropolitani, disse: “when the looting starts, the shooting stars”, cioè “quando iniziano i saccheggi, iniziano gli spari”.

Un segnale, diciamo, che sembra essere stato colto da colui che ha sparato a Detroit contro la folla di manifestanti, uccidendo un ragazzo.

Come anche le settimane precedenti hanno dimostrato, i gruppi di estrema destra manifestano impunemente armati, con il beneplacito della Casa Bianca.

Intanto Trump, attraverso il Dipartimento della Difesa, ha paventato la possibilità di utilizzare l’esercito in funzioni di polizia, ovvero la polizia militare per pattugliare le strade.

“Duri, forti e rispettati”, ha detto delle unità della polizia militare, facendo indirettamente propaganda agli “antifa” citandone alcuni slogan.

Questi ultimi hanno chiamato a partecipare alle manifestazioni...

La possibilità di utilizzare la polizia militare è fornita da una legge del 1807 – l’insurrection act – utilizzato l’ultima volta nel 1992 per reprimere la rivolta di Los Angeles.

In sei mesi vennero compiuti 12 mila arresti, con una caccia all’uomo che sembra essere nuovamente iniziata in questi giorni.

Colin Kaepernick, il giocatore di football americano che per primo alcuni anni fa si era messo in ginocchio in segno di protesta durante l’esecuzione dell’inno nazionale nel pre-partita, ha dichiarato che ha attivato una squadra di avvocati di alto livello e pagherà le spese legali per coloro che subiranno conseguenze giudiziarie in seguito alla partecipazione delle proteste.

Il famoso quarterback afro-americano, diventato l’atleta più famoso nella nuova stagione della “coscienza nera” dopo le proteste di 5-6 anni fa, ha dichiarato: “when civility leads to death, revolution is the only logical reaction”; legittimando di fatto i riot, a differenza del rapper Killer Mike, che ad Atlanta, con un messaggio molto mediatizzato, ha invitato a manifestare in modo pacifico.

Si è riconfermato l’antico copione, con differenti eletti afro-americani che hanno preso parola per condannare le mobilitazioni quando assumono un profilo “violento”. Va ricordato che da parte di una polizia “ultra-militarizzata” viene fatto uso abbondante di gas lacrimogeni e pallottole di gomma.

Tornano alla mente le parole del reverendo M.L. King – “più devoti all’ordine che alla giustizia” – davanti alla “buona coscienza” di questi membri dell’establishment democratico.

È comunque chiaro che, anche se ancora lontani dalle espressioni di violenza che hanno caratterizzato le insurrezioni urbane statunitensi della seconda metà degli anni sessanta, culminate con l’estate di Watts nel ’67, la determinazione dei manifestanti sta diventando un fatto politicamente rilevante.

Le parole del governatore del Minnesota sono laconiche: “semplicemente sono più loro di noi”. Segno che non si tratta di un pugno di persone, ma di una rivolta di massa.

Come si evince da numerose interviste e testimonianze, le attuali mobilitazioni sono uno “spartiacque” per una generazione che ha deciso non solo di appoggiare idealmente, ma di sostenere concretamente, la protesta.

Come ha detto una 27enne ad una giornalista del “NYT”: “devo essere parte della storia, devo essere parte del cambiamento”.

Colpisce positivamente la reazione di una parte rilevante del movimento sindacale della città del Minnesota, che ha alle spalle una importante esperienza di organizzazione dei lavoratori.

Circa 400 sindacalisti hanno sottoscritto una petizione online, aprendo la pagina FB Union members for #justiceForGeorgeFloyd e gli autisti degli autobus aderenti all’Union Bus Drivers si sono rifiutati di trasportare agenti e persone arrestate, non volendo collaborare con la macchina repressiva contro i manifestanti.

Particolarmente solidali si sono dimostrati gli insegnanti e i lavoratori dei magazzini di Amazon.

Una indagine di ACLU nel 2015 mostrava che le violenze toccavano 8,7 volte in più gli afro-americani, nonostante solo una piccola parte – il 5,4% – vivesse nella città, riporta il Financial Times.

Altri due dati costringono ad interrogarsi non sul perché sia scoppiata la rabbia, ma perché sia ancora tutto sommato contenuta. Gli afro-americani costituiscono il 13% della popolazione americana, ma sono il 25% dei 100 mila morti deceduti per coronavirus. Delle 5 mila persone uccise dalla polizia, dal 2015 a oggi, i neri sono il doppio dei bianchi. Se poi guardiamo alla popolazione carceraria, questa strutturale disparità causata dalla “linea del colore” apparirebbe ancora più netta.

We got to fight the power that be... cantavano i “Public Enemy” in una canzone profetica.

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"Brutti, sporchi e cattivi" (1976) di Ettore Scola - Minirece


Il vero problema è che nessuno parla più dei tagli alla sanità pubblica


Uno dei metodi più funzionali per eliminare un problema è quello di non parlarne più. Un assunto che può sembrare banale, ma che è profondamente vero. Quanti piccoli problemi quotidiani, ad esempio, cessano di essere – appunto – un problema semplicemente rimuovendone la narrazione? Pensateci: pensate a quante volte vi capita.

Un metodo che funziona, ma che ha una controindicazione. Perché il problema, nel frattempo, mica si risolve! Finisce in una sorta di limbo. A quel punto, se siamo fortunati, avviene qualcosa che lo risolve per noi. Altrimenti si ripresenta. Senza dubbio.

È un po’ quello che sta avvenendo in Italia con la sanità pubblica: vi ricordate in che maniera se ne parlava, anche fino ad un mese fa? Infermieri e medici eroi, posti in terapia intensiva da aumentare, assunzioni di personale sanitario assolutamente indispensabili, tagli alla sanità come maledizioni che si stavano abbattendo sul popolo italiano.

Un dibattito assolutamente sensato, visto che al momento dell’arrivo della pandemia in Italia potevamo contare su poco più di 5.300 posti di terapia intensiva. Per un paese di circa 60 milioni di abitanti, significa che per ogni 11.321 abitanti c’è un posto in terapia intensiva.

Giusto? Sbagliato? Letta così, sembra una quantità bassissima: sopratutto per un paese con età media molto alta, ed in fase di impoverimento ormai da almeno un decennio (il che significa meno soldi da spendere in sanità privata).

In ogni caso, la situazione oggettiva ha espresso il suo verdetto: in relazione alla pandemia, quei posti non erano soltanto pochi. Erano drammaticamente pochi, ed hanno gettato tutto il sistema sanitario in una crisi che sembrava a volte ingestibile.

E infatti c’è voluto un lockdown – evento clamoroso e rarissimo, in una società moderna – per gestire gli effetti del coronavirus. Il motivo di questa situazione drammatica (per quasi due mesi l’Italia è stata il primo paese al mondo per numero di morti e di contagi) fu attribuito all’inadeguatezza del nostro sistema sanitario pubblico. Specificare “pubblico” forse è inutile, perché – e sono sempre i fatti a parlare – la sanità privata, in questa emergenza, si è dimostrata fondamentalmente inutile.

Quando si tratta di salvare la vita della gente in maniera universale e non di vendere prestazioni mediche, la sanità privata non serve a niente.

Il virus è piombato sul nostro paese con una sanità pubblica – l’unica, dunque, a poter opporre una resistenza all’aggressione della malattia – che aveva subito tagli enormi nel corso degli ultimi anni.

E tutti ne parlavano: ad esempio il Corriere della Sera, che in un articolo del 31 marzo testualmente affermava: «Fino a fine febbraio, quindi, l’Italia disponeva di 8,58 posti di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti. Gli ultimi dati di confronto europei li ha pubblicati nel 2012 la prestigiosa rivista Intensive care medicine.

Otto anni fa in Italia i posti di terapia intensiva erano 12,5 ogni 100 mila abitanti contro i 29,2 della Germania e i 21,8 dell’Austria. D’altronde nel 2016, stando agli ultimi dati Istat disponibili, la Germania destinava alla Sanità il 165% di fondi pubblici in più di noi (con il 35% in più di abitanti), la Francia il 90% in più (con il 9,8% in più di abitanti) e la Gran Bretagna il 66% in più (con l’8% in più di abitanti). In pratica mentre noi spendevamo 1.844 euro ad abitante, la Francia ne spendeva 3.201, la Germania 3.605 e la Gran Bretagna 2.857».

L’articolo, a firma di Domenico Affinito, indicava anche i responsabili di questo scempio: «Quello della spesa sanitaria è uno dei nodi centrali di questa storia. Dal 2001 a oggi il fabbisogno sanitario statale in termini assoluti è quasi sempre aumentato, passando da 71,3 miliardi nel 2001 a 114,5 nel 2019. Se dieci anni fa i 105,6 miliardi di euro erano il 7% della ricchezza nazionale, nel 2019 i 114,5 miliardi erano il 6,6%: un taglio dello 0,4% del Pil in 10 anni che porta la firma dei governi Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte.

Secondo il rapporto della Fondazione Gimbe “il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale» la situazione è ancora più complessa: «Nel decennio 2010-2019 – si legge nel rapporto – il finanziamento pubblico del Ssn è aumentato di 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,9% all’anno, un tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%”.

Quindi è cresciuto in termini assoluti, ma meno dell’inflazione. Non solo, in più ci sarebbero altri 37 miliardi di euro totali di finanziamenti promessi negli anni dai governi e non realizzati o ridotti: circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie e oltre 12 miliardi nel 2015-2019 quando, per esigenze di finanza pubblica, alla Sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate e cioè calcolate sul fabbisogno.

I fondi promessi rispetto al fabbisogno e non dati: 8 miliardi decisi dal governo Monti (Finanziarie 2012 e 2013); 8,4 decisi dal governo Letta (Finanziaria 2014); 16,6 decisi dal governo Renzi (Finanziarie 2015, 2016 e 2017); 3,1 decisi dal governo Gentiloni (Finanziaria 2018) e 0,6 decisi dal governo Conte (Finanziaria 2019)».

Citiamo il Corriere della Sera perché è il più importante giornale in Italia, ma del rapporto tra tagli alla sanità pubblica e lo stato di assoluta emergenza procurato dal coronavirus in Italia ne parlavano quasi tutti: Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Report e molti altri.

Man mano che la situazione andava migliorando (e succedeva, ripetiamo, solo grazie ad un lockdown), il tema è iniziato a diradarsi, fino a sparire. Forse perché non faceva più notizia, chissà. E dire che l’entità dei tagli alla sanità, in 10 anni, ammonta a 37 miliardi. La stesa cifra che il famigerato Mes metterebbe a disposizione ora per le sole spese sanitarie nella gestione della crisi...

Ma il fatto che decine di migliaia di persone siano morte a causa anche di scelte politiche non è una notizia? È un “titolone” da sparare sempre, per ricordare a tutti cosa è successo, e per colpa di chi. Non dovrebbe essere questo, il ruolo della stampa? Il “cane da guardia” della democrazia?

Lo so che vi viene da ridere, guardando le condizioni dell’informazione mainstream. Ma è un problema, se a fare giornalismo sul serio sono solo le testate indipendenti, davvero indipendenti, e per questo solitamente piccole.

Perché ora l’attenzione di tutti è sulla situazione economica, sui soldi che dovrebbero arrivare dall’Europa, sui tagli alle tasse. Ma di rifinanziare la sanità pubblica per renderla davvero a disposizione di tutti, e non di pochi, ne vogliamo continuare a parlare?

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Uber commissariata per lo sfruttamento dei Rider. Ma potrebbe essere l’ultima volta

Il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria, ossia il commissariamento, di Uber Italy srl, la filiale italiana del gruppo statunitense, con l’accusa di caporalato. In particolare i magistrati indicano lo sfruttamento dei rider addetti alle consegne di cibo per il servizio Uber Eats. Ma su Uber Italy è in corso anche un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza .

Nell’inchiesta, che ha portato ad una serie di perquisizioni, viene contestato il reato previsto dall’articolo 603bis del codice penale, ossia la “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” per la gestione dei fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio per il servizio Uber Eats. Fattorini che, stando a quanto ricostruito, formalmente non lavorano per Uber ma per altre due società di intermediazione del settore della logistica, tra cui la Flash Road City che risulta indagata nel procedimento.

“La mia paga era sempre di 3 euro a consegna indipendentemente dal giorno e dall’ora” ha denunciato e messo a verbale un rider che ha lavorato per il servizio Uber Eats. In un’altra denuncia sono riportate le minacce dei datori di lavoro: “Da noi non lavorerai, perché ho bloccato il tuo account”, dice il responsabile in una conversazione con un rider avanzando anche minacce: “Ho solo minacciato di venirti a rompere la testa e lo ribadisco (...) ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il c...”.

I giudici parlano anche di sottrazione legalizzata delle mance e punizioni economiche per i rider. Per i giudici di Milano, Uber, attraverso società di intermediazione di manodopera, avrebbe sfruttato migranti provenienti da contesti di guerra, “richiedenti asilo” e persone che dimoravano in “centri di accoglienza temporanei” e in “stato di bisogno”.

La multinazionale Uber, ovviamente, scarica ogni responsabilità sulle sue diramazioni locali e formalmente indipendenti.

È proprio il meccanismo delle piattaforme e della logistica a consentire questi giochetti, lo scaricabarile e la deresponsabilizzazione del centro direttivo della filiera. “Uber Eats ha messo la propria piattaforma a disposizione di utenti, ristoranti e corrieri negli ultimi 4 anni in Italia nel pieno rispetto di tutte le normative locali. Condanniamo ogni forma di caporalato attraverso i nostri servizi in Italia” si legge in una nota del gruppo multinazionale dopo il commissariamento di Uber Italy da parte del Tribunale di Milano.

La magistratura dunque ha messo il dito nel verminaio, così come avvenuto in casi analoghi nel mondo della logistica. E qui si pone il problema di fondo, anzi i problemi.

Uno di questi è già visibile. La totale deregolamentazione del mercato del lavoro, consente ai grandi gruppi di esternalizzare funzioni e responsabilità in filiere che vengono in gran parte gestite da società o cooperative che adottano il caporalato come norma e non come eccezione.

L’aver eliminato quelli che vengono liquidati come “lacci e lacciuoli” che impedirebbero la libertà di impresa, ha liberato la strada alla moderna schiavizzazione della forza lavoro, soprattutto nei settori in espansione come quello della circolazione delle merci (distribuzione, logistica etc.). In questo settore è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie per scoprire il verminaio di sfruttamento, illegalità, sistemi intimidatori da parte dei datori di lavoro.

Il secondo problema, per ora meno visibile ma incombente, riguarda le condizionalità degli aiuti europei messi in campo per l’emergenza coronavirus. Colpisce molto il fatto che tra le riforme prioritarie che l’Italia dovrebbe adottare per stare nei parametri dei finanziamenti europei, ci sia la “riforma della giustizia”.

Che ai tecnocrati europei stiano a cuore le aule o le cancellerie dei tribunali, le condizioni delle carceri e dei detenuti, i tempi del codice di procedura penale, ci riesce francamente molto strano. Ragione per cui ci sorge il dubbio, che le istituzioni europee puntino ad una riforma della giustizia in Italia che riduca al minimo le possibilità della magistratura di intervenire sulla “libertà d’impresa”, magari per ragioni ambientali o violazioni dei diritti dei lavoratori e delle comunità.

Insomma incursioni della magistratura come quella contro Uber o sull’ex Ilva di Taranto, non saranno più gradite dagli investitori esteri in Italia. Questi vogliono mano libera per fare quello che vogliono, senza “lacci e lacciuoli” che consentano ad un giudice o ad un ispettore del lavoro e ambientale di mettere il naso nelle attività imprenditoriali, specie in quelle di multinazionali che sono abituate a fare il proprio comodo nei paesi che hanno reso subalterni a forza di austerity, delocalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro.

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Il respiro tonante della Storia


Chi vuole misurare gli eventi, soprattutto se di portata epocale, deve necessariamente uscire dall’immediato per abbracciare il tempo lungo della Storia, la cui grandezza oltrepassa i limiti della cronaca.

Se, nel farlo, si rende conto di non riuscire a cogliere appieno il senso degli eventi e quale posizione, tra le tante possibili, è la più adatta a descriverli, credo che debba avere il coraggio di ammetterlo e, magari, provare ad affinare gli strumenti con cui osserva la realtà.

Può darsi che, così facendo, comprenda la necessità di dotarsi di un metodo e di apprendere alcuni princìpi, così da dare origine a una propria “visione del mondo” e di avere a disposizione una specie di “guida” o, se si preferisce, un manuale dei significati da cui attingere per leggere il presente.

La rivolta di Minneapolis, così come le proteste in altre città americane, compreso il tentativo di assalto alla Casa Bianca, offrono una ghiotta occasione per compiere tale verifica.

Le motivazioni apparenti sono le motivazioni reali?

In questi giorni ho avuto modo di riprendere in mano il corpus dell’opera di Marx, rileggendo con avidità, e rinnovato stupore, le parti dedicate al “metodo” – magistrale la famosa Introduzione a Per la critica dell’economia politica.

Ho persino recuperato, nelle parti nascoste della mia libreria, il voluminoso Genesi e struttura del Capitale di Marx, di Roman Rosdolsky, e l’opera che Ilyenkov dedica al problema della logica dialettica.

Una prima “riconquista”, persino banale, è che il presente non può che essere letto con le lenti della totalità, ovvero come un insieme di determinazioni che interagiscono tra di loro formando una realtà organica, che è storica e sociale.

La realtà è, dunque, una dialettica di forze diverse, a loro volta espressione di determinati interessi economici e dove una porzione di società, quantitativamente molto piccola, impone il proprio modello di sviluppo a tutto il corpo sociale.

Se c’è una cosa che la rivolta di Minneapolis ha reso evidente, così come per altro la stessa pandemia, sono i limiti, anche antropologici, del modello di sviluppo americano (occidentale, per estensione), così come ha reso evidenti i limiti delle rivendicazioni di diritti civili espunti di ogni legame con la giustizia sociale.

Se, da una parte, il modello di sviluppo americano si è dimostrato incapace di estirpare il razzismo, dall’altra ha confermato la sua natura di sistema fortemente polarizzato, dove i privilegi di alcuni (pochi) si fondano sulle ingiustizie subite da altri (tanti).

Questa è la totalità da osservare: la totalità del modello di sviluppo dominante e dei rapporti sociali che regolano la sua economia e la sua politica.

Si tratta di individuare nei fatti di cronaca le modalità con cui quel modello tenta di resistere al proprio declino e, cosa ancora più intrigante, le forme possibili delle rivolte future, che ci saranno e saranno sempre più invadenti e, si spera, in grado di alimentare una metamorfosi sistemica che liberi l’umanità – finalmente – da quanto la blocca in un presente che è profondamente ingiusto.

Fonte

"Tetsuo" (1989) di S. Tsukamoto - Minirece