Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/10/2026

Tunisia - Esplode la protesta contro il regime di Saied

Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, delle frequenti interruzioni dell’erogazione dell’acqua e dell’elettricità e della crescente carenza di medicinali e beni di prima necessità.

In una rara dimostrazione di unità, partiti di opposizione di tutto lo spettro politico si sono uniti ai sindacati, agli avvocati, ai medici, ai giornalisti e ai disoccupati in una marcia lungo il viale Habib Bourguiba, punto focale delle proteste che nel 2011 contribuirono a innescare la rivolta che portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali.

La protesta di questi giorni rappresenta una sfida significativa per Saied, dopo anni di divisioni che hanno indebolito la capacità dell’opposizione di mobilitare grandi folle.

“Il silenzio non sarà più accettabile... lo Stato non può essere costruito concentrando tutto il potere nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Slah Eddine Salmi, capo dell’UGTT, durante la manifestazione.

I manifestanti hanno scandito slogan come: “Niente paura, il potere appartiene al popolo!” e “Le prigioni sono piene, la gente ha fame!”. Hanno anche ripreso l’iconico slogan della rivolta del 2011, “Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Nel 2021 e nel 2022 l’esponente liberalconservatore Saied si è impossessato di ampi poteri, sciogliendo il parlamento e iniziando a governare per decreto. Al tempo il nuovo uomo forte della Tunisia ha licenziato decine di giudici ed ha fatto arrestare decine di oppositori appartenenti sia alle correnti islamiste sia a quelle di sinistra.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che il regime ha intensificato la repressione contro la società civile e i giornalisti. Da parte sua Saied accusa gli oppositori e non meglio precisati soggetti esterni di aver orchestrato la crisi economica per alimentare disordini sociali e destabilizzare il paese e il governo.

Ma ormai anche alcuni settori della cosiddetta classe media, alle prese con le crescenti difficoltà economiche, cominciano a criticare apertamente il regime di Saied, che inizialmente era stato accolto da larghi strati della popolazione come il male minore, in grado di riportare stabilità e ordine dopo gli anni di caos e tensione seguiti alla caduta del regime di Bel Ali.

Lo scorso 27 settembre, un gruppo di laureati ancora disoccupati ha iniziato una marcia di circa 300 km da Menzel Bouzaiane, nella Tunisia centrale, verso la capitale Tunisi, per chiedere lavoro e l’attuazione di una legislazione volta a fornire un percorso chiaro verso l’impiego nel settore pubblico.

Ribattezzata come la “Marcia della Dignità”, la protesta diretta verso Cartagine, il sobborgo della capitale che ospita il palazzo presidenziale, è iniziata con 23 partecipanti, ma altri laureati senza lavoro si sono uniti lungo il percorso sino a superare i 120. Il 6 ottobre, la polizia ha bloccato la marcia nella città di Borj Cedria, a sud di Tunisi, imponendo ai partecipanti di continuare singolarmente, e non più in gruppo, destando però così l’attenzione di alcuni media.

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’economia tunisina è cresciuta del 2,7% nel 2025 e del 2,4% nella prima metà del 2026. Ma sempre secondo l’INS, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attestava al 14,9%. Tra i laureati, però, raggiungeva addirittura il 26,6%, arrivando al 35,6% tra le donne laureate (contro il 14,2% per gli uomini). In generale, i senza lavoro rappresentano il 35,4% di coloro che hanno dai 15 ai 24 anni. Dall’inizio dell’anno, poi, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo a settembre il 5,6%.

La disoccupazione e la mancanza di prospettive alimentano così l’emigrazione dal paese, che negli ultimi anni ha perso una quota considerevole dei suoi giovani, molti dei quali laureati.

Già lo scorso 25 luglio, migliaia di persone si erano mobilitate a Tunisi, ma anche a Monastir, a Sousse e in altre città, contro i continui black-out energetici, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la repressione del regime.

Prima ancora, il 15 ottobre 2025, migliaia di tunisini avevano già avviato una imponente protesta contro l’inquinamento prodotto dal “Gruppo chimico tunisino” (Gct) a Gabès, dopo i gravi problemi respiratori riscontrati in decine di bambini, causati dai fumi tossici emessi dalla fabbrica che converte i fosfati in acido fosforico e fertilizzanti.

Dopo la partecipata protesta di sabato scorso – e sull’onda delle rivolte soprattutto giovanili che imperversano soprattutto in Europa ma anche in India – le manifestazioni in Tunisia nei prossimi giorni potrebbero crescere di intensità e impensierire il regime di Saied, che finora è riuscito a tenere sotto controllo la situazione utilizzando un messaggio nazionalista e paternalista ma anche la crescente repressione.

In carcere negli ultimi anni sono finiti esponenti politici di spicco, come l’anziano leader del partito islamista Ennahda, Rached Gannouchi, arrestato nel 2023. Dietro le sbarre ci sono i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi e Ahmed Souab, accusati di “cospirazione”. La nota attivista per i diritti umani, Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata recentemente condannata a 25 anni di detenzione. Da marzo è in prigione anche Wael Naouar, del Comitato direttivo della “Global Sumud Flotilla”, accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti, e altri attivisti del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

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Trasportatori meridionali, un doppia croce

Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud.

Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare container. Ma in passato ho lavorato in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, e anche in Friuli e Trentino-Alto Adige. Sempre assunto da ditte del Sud che lavorano al Nord.

Non sono mai voluto emigrare. Se l’avessi fatto avrei cambiato la mia vita lavorativa, e forse anche quella dei miei figli, che probabilmente, a differenza mia, saranno obbligati a emigrare una volta laureati.

Spesso mi confronto con autisti del Nord, e la prima cosa che viene fuori è il salario. Gli stipendi sono spesso simili, ma con una grossa differenza: molti di loro, alla stessa cifra, la sera sono a casa, magari con poche notti fuori durante il mese, e di conseguenza con meno spese per mangiare, vivere fuori casa o semplicemente farsi una doccia. Mentre a noi, se ci va bene, tocca partire il lunedì mattina alle 3 e tornare il sabato alle 3 di mattina. Nella peggiore delle ipotesi, partire la domenica alle 22 e tornare il sabato alle 15.

Per i siciliani è ancora peggio. Molte aziende dell’isola tengono gli autisti fuori anche 15 giorni. Per loro, infatti, ai lunghi viaggi si aggiungono i tempi e i costi necessari per attraversare lo Stretto. Una volta, prima delle schede tachigrafiche digitali, si rientrava prima, ma a patto di viaggiare diverse ore in più di quelle consentite. A quei tempi partivo da Napoli per il Veneto la domenica pomeriggio e tornavo il lunedì sera. In pratica, nell’arco di 24 ore arrivavo a guidarne 18.

Questo perché il grosso del comparto industriale si trova al Nord. Di conseguenza è lì che si decidono molti appalti, ed è lì che si fa il prezzo del trasporto. Spesso sono proprio le aziende del Sud a vincere alcuni di questi appalti. E lo fanno con gare al ribasso. Per questo, anche quando gli stipendi sono simili, gli autisti meridionali finiscono spesso per lavorare molte più ore e trascorrere molti più giorni lontano da casa per guadagnare la stessa cifra.

Al Nord c’è molto lavoro interno, spostamenti tra fabbriche e industrie che si trovano a poche centinaia di chilometri l’una dall’altra. Questo fenomeno al Sud è molto meno frequente. Io sono campano, e lavorare tra Calabria e Campania, oppure tra Campania e Puglia, è diverso rispetto a spostarsi tra le regioni del Nord.

La prima differenza è la concentrazione di fabbriche e aziende, molto più bassa al Sud. Poi c’è la situazione logistica. Al Nord esiste una fitta rete autostradale che, al netto del traffico, permette di collegare molte zone industriali in poche ore. 200 km al Nord sono diversi da 200 km al Sud.

Tutto questo ha contribuito a creare un comparto dei trasporti meridionale che ormai da anni lavora al ribasso. Alcuni sopravvivono, ma molti su quel sistema si sono anche arricchiti. E spesso, sia chi cerca di resistere sia chi si è arricchito, ha fatto quadrare i conti tagliando sul costo dei lavoratori.

Non soltanto sugli stipendi, ma anche sul tempo e sulla qualità della vita degli autisti. Oggi, con la crisi dei carburanti, diventa sempre più difficile continuare a tagliare sul personale, anche perché ormai gli autisti mancano, a prescindere dal prezzo del gasolio. Questo sistema, che ha sempre camminato sul filo del rasoio, adesso è in seria difficoltà. Naturalmente lo è anche al Nord, perché se noi subiamo soprattutto la concorrenza interna al ribasso, molte aziende settentrionali soffrono quella straniera.

Infatti, anche le imprese del Nord specializzate nei trasporti internazionali devono affrontare un’enorme concorrenza da parte dei vettori dell’Est Europa. In questo siamo accomunati.

Il problema è che ormai da anni, sia al Sud che al Nord, una parte importante del trasporto cerca di restare competitiva attraverso la compressione del costo del lavoro. Con la differenza che al Sud, dove il tessuto economico e industriale soffre da sempre di una depressione endemica, i margini per ridurre ulteriormente i costi sono ormai ridottissimi.

Al Nord la maggiore concentrazione industriale offre ancora opportunità che al Sud spesso non esistono, ma anche lì il rischio è che a pagare il prezzo della concorrenza siano ancora una volta gli autisti. Insomma, se al Nord si galleggia ancora, al Sud siamo già sott’acqua.

Naturalmente in tutto questo ci sono anche le responsabilità dei grandi committenti, di chi affida i trasporti e spesso cerca il prezzo più basso possibile. Perché alla fine il prezzo del trasporto non lo decide soltanto chi lo esegue, ma anche chi lo commissiona. E quando una ditta rifiuta un viaggio perché non è economicamente sostenibile, spesso ce n’è un’altra pronta ad accettarlo a un prezzo ancora più basso.

Probabilmente una parte delle responsabilità è anche delle aziende di trasporto stesse, sia del Nord che del Sud, che invece di combattere un sistema basato sulla concorrenza al ribasso, spesso ne sono state complici e, in alcuni casi, si sono anche arricchite.

Per anni questo sistema ha funzionato, almeno per qualcuno. Finché i costi potevano essere scaricati sui lavoratori, si è continuato ad andare avanti. Oggi però i margini si sono ridotti, gli autisti scarseggiano e il prezzo del gasolio mette ulteriormente in difficoltà un settore già fragile.

Il caro gasolio non ha creato questa crisi. Ha semplicemente fatto emergere tutte le contraddizioni di un sistema che era in difficoltà già da decenni. Forse già da tempo si sarebbe dovuto scioperare, magari coinvolgendo anche chi il trasporto lo mantiene in vita, anzi in strada. Mettendo insieme le esigenze delle aziende con quelle dei lavoratori.

Ma forse anche oggi stiamo perdendo l’ennesima occasione per riformare un settore ormai in declino, già prima del gasolio a 2 euro e 50.

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Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…

Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che le viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito... 

Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.

Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.

Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.

Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.

Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare... 

Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo... 

Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.

Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.

“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.

Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.

La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.

L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.

Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.

Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.

In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).

Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).

I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).

Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...

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Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate

Dall’inizio della guerra, l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente hanno condotto decine di attacchi mirati contro le infrastrutture del Golfo, danneggiando seriamente e bloccando sistematicamente fabbriche, centrali e stabilimenti di vario tipo e causando guasti a cascata e danni economici in tutta la regione, in una campagna ben orchestrata che contribuisce a spiegare come la Repubblica islamica sia riuscita a tenere testa alla superiorità militare degli Stati Uniti.

Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.

Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.

I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.

Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.

Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.

Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.

L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.

Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.

Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.

D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.

Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.

Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.

L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.

Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.

I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.

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Una Legge di Bilancio che scambia l’indebitamento bellico per sostenibilità sociale

di Alessandro Volpi

L’architettura finanziaria della Legge di Bilancio 2027 si rivela per ciò che è realmente: un complicato gioco di prestigio contabile destinato a celare la profonda debolezza strutturale dei conti pubblici italiani.

Dietro le formule rassicuranti e le promesse di stabilità declamate dall’esecutivo, la manovra da circa 30 miliardi di euro regge le proprie fondamenta su una scommessa azzardata, formalizzata attraverso la richiesta alla Commissione europea di attivare la clausola di salvaguardia per un extra-deficit dello 0,6% del Prodotto interno lordo (Pil). Si tratta di un’operazione che vale oltre 14 miliardi di euro all’anno, quasi 29 miliardi nel biennio, ottenuti alzando l’asticella dell’indebitamento netto al 3,4%. Ma il prezzo politico ed economico pagato per sbloccare questa presunta “flessibilità europea” si traduce in un vincolo stringente e paradossale: l’obbligo di spendere una fetta colossale di queste risorse, circa 7,2 miliardi di euro all’anno, nel settore del riarmo e della Difesa.

Per ottenere l’autorizzazione a indebitarsi per l’energia e salvaguardare la facciata dei conti di base, l’Italia accetta infatti di trasformare l’incremento delle spese militari nel lasciapassare contabile indispensabile per far quadrare i bilanci. La narrazione governativa tenta di far passare questa mossa come un atto di spregiudicata furbizia finanziaria, sostenendo che lo spostamento degli impegni bellici e di quelli energetici nel capitolo dell’extra-deficit autorizzato permetta di “liberare” 15 miliardi di risorse ordinarie per confermare il taglio del cuneo fiscale, la rimodulazione dell’Irpef e i sostegni alle famiglie. In realtà, ci troviamo di fronte a un vicolo cieco.

La spesa pubblica viene così piegata a una gerarchia di priorità distorta, in cui il finanziamento delle armi e degli equipaggiamenti bellici non risponde più soltanto a un’analisi delle “necessità strategiche” del Paese ma diventa una mera “condizione contabile” per far tornare i numeri di bilancio senza dover applicare ulteriori tagli impopolari alla sanità o alle pensioni. Si costruisce così una manovra economica in cui la prosecuzione delle tutele sociali minime per il ceto medio e i lavoratori a basso reddito è letteralmente subordinata alla capacità di indebitarsi per acquistare sistemi d’arma.

Inoltre, l’illusione che questo debito sia “neutro” o “scusato” da Bruxelles rivela una preoccupante superficialità e ignora il nodo cruciale del costo del denaro. La Commissione europea può anche decidere di scomputare temporaneamente queste cifre ma quei 14 miliardi all’anno di nuove emissioni di Btp rimangono debito vivo e reale, che andrà a gravare su una spesa per interessi già destinata a risalire verso il 4,6% del Pil.

In un contesto di tassi di interesse elevati, finanziare a debito 14 miliardi extra significa generare una zavorra aggiuntiva di centinaia di milioni di euro all’anno di soli interessi passivi, uscite improduttive che non finanzieranno un solo ospedale o una sola scuola, ma serviranno esclusivamente a remunerare i mercati per il maggior rischio Paese percepito. Ogni titolo di Stato emesso per coprire l’extra-deficit produce rendimenti che alimentano una spirale viziosa in cui la spesa per servire il debito finirà per divorare proprio quegli spazi fiscali che si pretendeva di proteggere.

Si crea così una pericolosa dipendenza da fattori esterni e autorizzazioni comunitarie che potrebbero venire meno o essere condizionate nel tempo, esponendo il Paese a violenti contraccolpi sui mercati e a rientri forzati nei parametri. L’intera operazione dimostra come la programmazione finanziaria sia ormai ridotta a una navigazione a vista, dove si accetta la logica del riarmo a tappe forzate non per una scelta geopolitica consapevole e condivisa con i cittadini, ma come escamotage per nascondere la mancanza di coperture strutturali autonome. Una manovra che scambia l’indebitamento bellico per sostenibilità sociale non risolve i problemi del Paese, ma si limita a rinviarli, lasciando in eredità ai prossimi anni un conto salatissimo da pagare e una spesa pubblica ancora più rigida, ricca solo di interessi da pagare e vulnerabile alle tempeste finanziarie.

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Brevi considerazioni sul weekend italiano

1. Cosa è successo. Venerdì mattina decine di migliaia di giovani hanno riempito le piazze di tutta Italia. A valle di una settimana di proteste e occupazioni negli istituti scolastici, il No Meloni Day, saldatosi con la giornata di sciopero per il clima, grazie al lavoro delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi, ha portato studentesse e studenti a irrompere – finalmente – nel dibattito pubblico italiano.
Sabato, a partire da una chiamata contro il carovita nata sui social network “ispirata” alle proteste francesi, migliaia di persone sono tornate in piazza, concentrandosi soprattutto in alcune città del centro nord, con i cortei più partecipati a Bologna, Torino, Milano. Una giornata così densa da imporsi all’attenzione pubblica e che ha completamente surclassato mediaticamente altri eventi, come la rituale seppur partecipata marcia organizzata dalla CGIL a Roma.

2. Tutto si tiene, ovvero chi sono e cosa chiedono i giovani in piazza. Diritto a un’istruzione decente e cori contro la guerra hanno camminato insieme in questo weekend di inizio autunno, così come gli slogan contro il carovita e le bandiere palestinesi, albanesi, italiane (fenomeno inedito a queste latitudini).
Nonostante i tentativi della destra di strumentalizzare e infiltrare la chiamata di sabato – tentativi falliti in partenza – le piazze si sono configurate decisamente come momenti contro il governo Meloni, come piazze antisistema.
Chi si prende la scena è figlio di una composizione spuria – giovani e giovanissimi, spesso persone razzializzate – e porta un’istanza di incompatibilità assoluta col presente che pare non essere più disposta a rinchiudersi in una dimensione privata. Il rifiuto della prospettiva individuale di una vita precaria e infelice è il rifiuto di un orizzonte collettivo e globale che produce guerra e genocidi. Questo è decisamente un bene.

3. Niente da condannare, tutto da costruire. Da ieri sera giornali e TV di tutti i media nazionali sono presi dalla consueta trance ipnotica, in grado di durare giorni e giorni, sugli “scontri”. Tutta la politica chiede condanne. Il governo grida all’attentato alla democrazia – sì, proprio loro che hanno firmato i decreti sicurezza e l’ultima scandalosa legge elettorale – mentre l’opposizione corre a dissociarsi o incastrarsi nel solito pantano di dichiarazioni incomprensibili ai più.
Leggiamo le parole di Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise alla fine della giornata di rivolta francese di ieri – “piazze piene e tutto calmo e gioioso laddove non c’è la polizia” – e rischiamo che venga l’esterofilia pure a noi.
Non c’è niente da condannare se non l’operato delle forze dell’ordine in questo paese – paese che non riesce nemmeno a piazzare un numero identificativo sulla divisa di chi carica e arresta minorenni.
Condanniamo l’immobilismo della politica che chiude le orecchie davanti ai problemi reali delle persone, perché ha interesse solo ad agire come volano per gli affari dei milionari. Un paese terrorizzato dalle piazze e che rimuove il conflitto sociale, che oscilla esclusivamente tra la depressione e il risentimento, è il capolavoro delle classi dominanti. Non permettiamoglielo.

4. Fare come in Francia: l’Europa si ribella. Mezza Europa è in rivolta. Dalla Francia arrivano le immagini di una giornata storica, a un mese dalla mobilitazione guidata dagli studenti che si è allargata a milioni di lavoratori paralizzando il paese da settimane.
In Spagna il diritto alla casa ha sconvolto l’agenda politica nazionale, tutti si preparano a una giornata di sciopero generale per l’11 novembre che si annuncia imponente.
Proteste di massa infiammano l’Albania, qualcosa si muove in Belgio e Portogallo. In tutti questi casi – nonostante le enormi differenze, l’eterogeneità delle rivendicazioni e delle forze sindacali e politiche presenti – il protagonismo giovanile è un tratto comune.
Che le nuove generazioni si prendano la scena pubblica, nel ruolo che gli spetta, è condizione necessaria per invertire la rotta rispetto alle politiche guerrafondaie, antidemocratiche, antipopolari, che accomunano le classi dirigenti europee e internazionali. E in Italia?
Non siamo in Francia, e non siamo di fronte al “blocchiamo tutto” dello scorso autunno, ma è possibile che anche in Italia qualcosa covi sotto la cenere. Va protetto e alimentato, perché possa irrompere dentro un autunno che si preannunciava assai più triste.

5. E adesso? È sciopero generale. Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni di mobilitazione al fianco del popolo palestinese, si muove a geometrie variabili, spesso su un afflato puramente emotivo – che così come cresce rapidamente si svuota altrettanto veloce – in maniera discontinua e poco prevedibile.
Ma dimostra che, anche nell’Italia in cui sembra non accadere mai nulla, esiste un pezzo di società che soffre ed è arrabbiata, che è fuori dal radar delle organizzazioni politiche del centrodestra e del centrosinistra (e ne vuole restare fuori), che ha una disponibilità alla lotta che per anni sembrava sopita.
È una domanda sociale che viene dalle classi popolari, una domanda che chiede di essere ascoltata, allargata, approfondita e soprattutto organizzata. Lo sciopero del 30 ottobre convocato dall’Unione Sindacale di Base è un’occasione preziosa. Saldare le lotte, stringere alleanze di classe, costruire la mobilitazione dentro le scuole, le università, sui luoghi di lavoro: ecco i compiti che dobbiamo porci.
Mobilitare e organizzare sono le due gambe su cui un’organizzazione che vuole essere di massa deve imparare a camminare.

Bentornate – speriamo più a lungo possibile – piazze giovani e arrabbiate. Il 30 ottobre blocchiamo tutto, insieme.

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19/10/2026

La lunga scia di sangue di Ludwig

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo – gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”.

Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

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In Cina la produttività non è effetto dei sussidi, ma dell'implementazione capillare dell'IA nelle attività industriali

di Michelangelo Cocco

Alla manifattura occorrerebbe trovare un nuovo nome al passo coi tempi, perché, con l’impiego massiccio di robot e intelligenza artificiale, non sarà più manu facere, “fare con la mano”.

La Cina è il principale laboratorio di questa svolta epocale. Non l’unico protagonista: Giappone, Corea del Sud, Germania, Stati Uniti sono attori di primo piano. Tuttavia in Cina convergono spinte di carattere demografico (il rapido invecchiamento della popolazione) e politico (la rinnovata centralità attribuita dal Partito comunista alla manifattura) che, combinate con le dimensioni della base industriale del paese, stanno favorendo una sperimentazione più generalizzata e rapida che altrove della “manifattura intelligente” (smart manufacturing) e di quella “adattiva” (adaptive manufacturing), ovvero delle sue forme più avanzate, che integrano IA e robotica nei processi produttivi.

Per spiegare l’ingresso del settore manifatturiero cinese direttamente nell’era dell’intelligenza artificiale agentica, saltando alcune tappe della digitalizzazione tradizionale, l’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha proposto un suggestivo paragone con i pagamenti elettronici. «Proprio come la Cina ha saltato le carte di credito, passando direttamente ai pagamenti da cellulare, molte fabbriche stanno saltando la digitalizzazione tradizionale completa, per passare direttamente agli agenti di intelligenza artificiale», ha dichiarato Zhou Yuxiang in una recente intervista a South China Morning Post.

Fondata nel 2016, Black Lake Technologies è, per numero di fabbriche servite, il principale fornitore di agenti di intelligenza artificiale per l’industria nella regione Asia-Pacifico. I suoi sistemi integrano l’IA in tutte le fasi del ciclo produttivo, favorendo il passaggio da fabbriche che utilizzano i dati semplicemente per monitorare e ottimizzare la produzione a impianti in cui l’intelligenza artificiale contribuisce direttamente a gestire e coordinare le operazioni. Presente in quasi 40.000 fabbriche in tutto il mondo, annovera tra i suoi clienti Tesla, McDonald’s, Mixue Group, GAC Group e Nongfu Spring.

Secondo Zhou, il cambiamento in corso in Cina indica chiaramente che la “fabbrica del mondo” sta andando oltre i suoi tradizionali punti di forza – costi contenuti e qualità affidabile – per vincere la competizione sulla flessibilità, quella degli stabilimenti anzitutto.

A tal fine, Black Lake Technologies e altre compagnie cinesi forniscono strumenti e agenti di intelligenza artificiale da impiegare in tutte le fasi, dalla progettazione alla produzione, consentendo agli stabilimenti di rispondere tempestivamente alla domanda di prodotti personalizzati e realizzati in piccoli lotti.

La diffusione dell’intelligenza artificiale nell’industria (e nella società) è l’oggetto della Iniziativa IA+, varata nel 2025 dal governo centrale, che punta a integrare l’IA nel 90 per cento dell’economia cinese entro il 2030. Una soglia che va intesa come un obiettivo dichiarato, più che come una previsione realistica. Che tuttavia chiarisce l’intenzione di Pechino di promuovere un’applicazione quanto più capillare possibile delle nuove tecnologie alla manifattura.

In quest’ambito, Black Lake Technologies, con sede a Shanghai, ha lanciato una serie di agenti di intelligenza artificiale specializzati in diverse funzioni aziendali: dalla gestione dei file di progettazione e dei flussi di lavoro agli acquisti, al controllo qualità, al coordinamento della catena di fornitura, alla pianificazione della produzione e alla manutenzione degli impianti.

Le nude cifre snocciolate dai protagonisti di questa rivoluzione danno un’idea delle conseguenze che avrà sul mondo del lavoro, oltre che su quello della produzione.

Secondo Zhou, fino al 40 per cento degli agenti di Black Lake Technologies ha raggiunto la piena autonomia, prendendo decisioni sotto la supervisione umana. Il restante 60 per cento si trova tuttora nella fase di “co-pilota”, aiuta cioè i dipendenti a decidere più rapidamente, ma ancora senza agisce in completa autonomia. Zhou prevede che anche questi sistemi potranno raggiungere la piena autonomia entro 12-18 mesi, imparando dall’esperienza e dalle correzioni degli ingegneri.

«Le fabbriche acquistano queste soluzioni per guadagnare velocità e, una volta integrato nell’impianto, l’agente impara dai riscontri degli esseri umani. Nel giro di uno o due mesi, l’agente recupera il divario, elimina gli errori e raggiunge prestazioni paragonabili a quelle umane», ha dichiarato Zhou al quotidiano hongkonghese.

Classe 1989, Zhou sottolinea che «gli agenti sono il risultato delle conoscenze industriali, delle competenze e dell’esperienza accumulate dal settore manifatturiero cinese, che è all’avanguardia a livello globale».

Black Lake Technologies sta esportando il proprio modello all’estero, soprattutto nel Sud-est asiatico e in America Latina. Inizialmente, la presenza internazionale dell’azienda è derivata dall’espansione delle fabbriche cinesi in mercati come Vietnam, Indonesia, Malaysia e Messico. In seguito – ha spiegato Zhou – le multinazionali che già utilizzavano la tecnologia di Black Lake Technologies in Cina hanno cominciato a replicare il sistema nei propri stabilimenti internazionali. Successivamente si sono aggiunte le aziende manifatturiere locali, interessate a integrare gli agenti di intelligenza artificiale nei propri processi produttivi.

Sussidi governativi e yuan sottovalutato sono certamente tra i fattori della competitività del made in China, e alimentano le critiche occidentali al modello cinese. Ma il fenomeno nuovo, e più importante, è l’ammodernamento dell’industria cinese. È a esso che bisogna guardare per comprenderne la direzione e gli sviluppi.

Black Lake Technologies è posseduta da grandi gruppi industriali e fondi d’investimento cinesi, a conferma della centralità che le politiche industriali di Pechino attribuiscono alle tecnologie abilitanti (tra cui gli agenti IA) per lo sviluppo della nuova manifattura.

South China Morning Post ha raccontato così un esempio di applicazione degli agenti IA di Black Lake Technologies:
La crescente domanda di flessibilità produttiva è alimentata anche da una nuova generazione di marchi cinesi affermatisi sui mercati internazionali, come Labubu, la linea di personaggi da collezione di Pop Mart. A differenza dei giocattoli prodotti tradizionalmente su larga scala, i prodotti Labubu presentano centinaia di varianti, che richiedono ai produttori di adattare rapidamente le rispettive catene di fornitura.

Per intercettare questa tendenza, ad aprile Black Lake Technologies ha lanciato Popzao, una piattaforma pensata per rispondere alla crescente domanda di articoli personalizzati da parte di celebrità, musei e attrazioni turistiche. Si tratta di soggetti che desiderano realizzare prodotti con il proprio marchio anche in piccoli quantitativi, pur avendo poca o nessuna esperienza nel settore manifatturiero.

Secondo Zhou, Popzao utilizza agenti di intelligenza artificiale per digitalizzare e automatizzare le diverse fasi del processo, dalla progettazione alle simulazioni tridimensionali fino alla realizzazione degli stampi.

In questo modo, i costi fissi di ingegnerizzazione scendono da circa 300.000 yuan (44.800 dollari) a 2.000 yuan sotto forma di token, ovvero crediti utilizzabili sulla piattaforma. Il modello consente inoltre di ridurre il quantitativo minimo ordinabile da 20.000 a soli 100 pezzi.
Se l’impiego degli agenti di IA nella produzione di Labubu può sembrare una cosa di poco conto, proviamo a immaginarlo nell’industria automobilistica, dove la loro capacità di coordinare progettazione, approvvigionamenti, assemblaggio e controlli di qualità potrebbe trasformare radicalmente l’organizzazione della produzione, la flessibilità delle fabbriche e il ruolo stesso dei lavoratori.

La crescente diffusione dei robot nelle fabbriche ha spinto Black Lake Technologies a rafforzare anche l’integrazione tra i suoi agenti di intelligenza artificiale e i sistemi hardware.

«Noi svolgiamo il ruolo di centro di coordinamento e cervello del sistema», ha concluso Zhou.

L’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha spiegato che le aziende di robotica si concentrano soprattutto sul 70 per cento delle attività industriali, quelle che richiedono lavoro manuale e competenze limitate, mentre gli agenti di intelligenza artificiale intervengono sul restante 30 per cento, costituito dalle mansioni svolte da specialisti e ingegneri altamente qualificati.

Secondo Zhou, «quando il software avrà raggiunto la piena autonomia e i robot saranno in grado di operare senza supervisione umana, avremo davanti a noi il quadro definitivo della manifattura del futuro». Senza più operai.

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