di Michele Giorgio
Usa e Israele flettono i
muscoli. La ripresa degli avvertimenti minacciosi all’Iran, dopo un
apparente periodo di calma, è passata per la Siria. In poche ore
tra gli attacchi verbali di Donald Trump a Tehran (e Mosca) per i
bombardamenti nella regione siriana di Idlib e i violenti raid aerei
israeliani contro presunte postazioni iraniane in Siria, la tensione è
salita alle stelle riportando in primo piano il pericolo di un’altra
guerra in Medio Oriente. «Sento voce che la Russia, la Siria e,
in misura minore, l’Iran, stanno bombardando la provincia di Idlib e
stanno uccidendo indiscriminatamente civili innocenti. Il mondo sta
guardando questa macelleria. Qual è lo scopo, che cosa si pensa di
ottenere? Stop!», ha twittato il presidente americano riferendosi ai bombardamenti
aerei russi e siriani e al coinvolgimento di combattenti filo iraniani
nell’offensiva di Damasco a Idlib contro 30.000 miliziani di Hay’at
Tahrir a Sham (al Qaeda in Siria) e del Fronte nazionale di liberazione sostenuto dalla Turchia. Offensiva che ha causato, secondo alcune fonti, centinaia di morti civili e lo sfollamento di 270 mila persone. Mosca
ieri ha bloccato alla nascita in Consiglio di Sicurezza dell’Onu una
mozione di condanna dei bombardamenti e ha fatto sapere che
continueranno perché prendono di mira i terroristi di al Qaeda e non
intenzionalmente i civili siriani. Ha fatto inoltre notare che
la mozione non faceva alcun riferimento agli attacchi aerei Usa contro
Boghuz, Raqqa e altre località che hanno fatto migliaia di civili morti.
Mentre condanna gli attacchi aerei russi e siriani sui miliziani jihadisti a Idlib, Trump approva quelli israeliani in Siria. La tv Canale 13, citando un anonimo funzionario americano, l’altra sera ha riferito che gli
Usa hanno intimato ai russi di far uscire le forze iraniane dalla Siria
e che il governo Netanyahu ha chiesto a Washington di fare pressioni su
Mosca per tenere le forze di Tehran a 70-100 chilometri dalle linee con
Israele. Nella notte tra domenica e lunedì, gli aerei
israeliani hanno colpito la base aerea T-4 vicino Homs uccidendo cinque
soldati. Poche ore prima i cacciabombardieri israeliani avevano fatto
almeno dieci morti prendendo di mira una base dell’esercito siriano a
Kishwah (Damasco). Tel Aviv dice di aver risposto a lanci di razzi verso
il Golan, territorio siriano che occupa dal 1967. Nell’ultima settimana
sono stati tre gli attacchi israeliani contro le forze armate siriane e
presunte basi e uomini dell’Iran.
I venti di guerra spirano forti nella regione. Mentre i jet
militari israeliani sganciavano missili in Siria, il gruppo di attacco
della US Navy, guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, ha condotto
simulazioni di raid aerei e missilistici nelle acque del Golfo davanti
all’Iran, in segno di avvertimento. Alle esercitazioni hanno
presto parte anche i bombardieri strategici B-52 inviati nelle scorse
settimane alle basi Usa in Qatar. Tehran mantiene la calma per
non fornire pretesti a un possibile attacco Usa. Ma non manca di
replicare alle affermazioni di Washington. «Sono gli Stati Uniti a
doversi comportare da paese normale... sono loro che hanno
lasciato il tavolo negoziale, sono la parte che ha calpestato il patto e
che deve tornare ad avere un comportamento normale... Se il nemico
realizza di aver intrapreso una strada sbagliata, quello sarà il giorno
per sedersi al tavolo dei negoziati e per risolvere ogni questione», ha
commentato ieri il presidente iraniano Hassan Rohani rispondendo al
segretario di Stato Mike Pompeo che si era detto pronto ad avviare il
dialogo con l’Iran «senza precondizioni» ma soltanto «una volta
che gli iraniani dimostreranno di comportarsi come una nazione
normale». Pompeo aveva poi ammonito che «lo sforzo degli Usa di
invertire l’attività malevola della Repubblica Islamica continuerà senza
tentennamenti». Intervistato dalla Abc News il ministro degli
esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha replicato che eventuali
colloqui con Washington «non sono molto probabili».
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