Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/02/2016

Snowden: la rendition della CIA

di Michele Paris

L’ex dipendente dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), Edward Snowden, fonte delle clamorose rivelazioni sui programmi criminali di sorveglianza planetaria del governo di Washington, era stato nel 2013 al centro di un piano che avrebbe dovuto concludersi con una “rendition” ai suoi danni e il rimpatrio clandestino negli Stati Uniti.
A confermare una notizia che era già apparsa nell’estate del 2014 è stata recentemente la testata danese on-line Denfri.dk in seguito all’ottenimento di alcuni documenti riservati del governo di Copenhagen.

Il materiale in questione, anche se pesantemente censurato, ha consentito di localizzare un velivolo Gulfstream V, col numero di registrazione N977GA, presso l’aeroporto Kastrup della capitale danese nel giugno del 2013, dopo che aveva ottenuto dalle autorità locali il permesso di sorvolare lo spazio aereo del paese scandinavo e di atterrare sul suo territorio.

Questo stesso mezzo era già stato utilizzato per altre azioni illegali da parte della CIA, ovvero il trasporto di presunti terroristi verso località segrete in vari paesi complici di Washington per essere interrogati con metodi di tortura. La famigerata pratica, ampiamente utilizzata dal governo americano dopo l’11 settembre 2001, era diventata nota come “rendition” ed era esclusa da qualsiasi genere di supervisione o procedimento legale.

Il Gulfstream V doveva servire per “ragioni di stato di natura non commerciale” e il sito internet danese ha potuto dedurre che esso faceva parte del piano per rapire Snowden da una comunicazione indirizzata dal governo USA alla polizia criminale norvegese.

In questa lettera, già citata dalla stampa norvegese nell’agosto scorso, l’FBI chiedeva di essere messo “immediatamente” al corrente “nel caso Snowden avesse preso un aereo da Mosca diretto a uno dei vostri paesi”, cioè quelli scandinavi (Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia), “sia in transito sia come destinazione finale”.

L’utilizzo del plurale nel riferimento ai paesi interessati dalla comunicazione dell’FBI lascia intendere dunque che un simile avviso fosse stato inoltrato anche al governo danese, dove era pronto un velivolo per trasportare Snowden negli USA o, non è da escludere, in un paese terzo per sottoporlo clandestinamente a un interrogatorio.

La vicenda è stata ricostruita solo in maniera indiretta perché i documenti ottenuti da Denfri.dk, attraverso un procedimento sulla libertà di informazione previsto dalla legge danese, sono in larga misura censurati. Il ministero della Giustizia di Copenhagen ha spiegato infatti alla testata on-line che “le relazioni della Danimarca con gli Stati Uniti potrebbero essere danneggiate se le informazioni [sulla rendition di Snowden] diventassero di dominio pubblico”.

Nonostante la palese condotta criminale di governi “democratici” impegnati a pianificare il rapimento in tutta segretezza di un cittadino americano in violazione di qualsiasi norma giudiziaria, la notizia arrivata dalla stampa danese non sorprende più di tanto, né per quanto riguarda il governo di Copenhagen né, tantomeno, per quello di Washington.

Come aveva rivelato proprio un documento reso pubblico da Snowden nel dicembre del 2013, la Danimarca è uno dei nove paesi europei – assieme a Belgio, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Spagna e Svezia – considerati “partner terzi” dei governi facenti parte del gruppo dei cosiddetti “Five Eyes” – USA, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda – i cui servizi di sicurezza operano in più o meno totale sintonia nel tenere sotto sorveglianza le comunicazioni elettroniche di virtualmente tutto il mondo.

Inoltre, le credenziali democratiche del governo danese – passato dalla guida Socialdemocratica a quella dei liberali di centro-destra nel giugno 2015 – sono sotto gli occhi di tutti proprio in queste settimane nel pieno della presunta emergenza migranti.
Infatti, il Parlamento di Copenhagen ha tra l’altro approvato una misura che ricorda sinistramente le persecuzioni naziste degli ebrei, in base alla quale le autorità danesi potranno sequestrare i beni al di sopra di un certo valore eventualmente in possesso degli immigrati al momento dell’arrivo nel paese scandinavo per contribuire al loro stesso mantenimento.

Proprio riguardo a Snowden, poi, il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, nel novembre scorso aveva respinto la proposta di offrire asilo all’ex impiegato della NSA. In quell’occasione, due partiti di opposizione avevano chiesto un voto del Parlamento dopo che quello europeo aveva approvato una risoluzione per invitare i paesi membri ad assicurare protezione a Snowden in quanto “difensore dei diritti umani”.

Le intenzioni del governo americano nei confronti di Snowden sono infine perfettamente coerenti con i tentativi già noti di mettere le mani sull’ex contractor della NSA malgrado il suo contributo inestimabile alla conoscenza della verità e il sostegno ottenuto da centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta.

Come è noto, dopo le prime rivelazioni sui programmi dell’apparato della sicurezza nazionale USA nel 2013, Washington non esitò a revocare il passaporto di Snowden, il quale fu costretto a vivere per settimane all’interno dell’aeroporto di Mosca prima di ottenere asilo dal governo russo.
I mesi successivi alla divulgazione di documenti riservati della NSA sono stati poi caratterizzati da numerose minacce esplicite, dirette anche alla sua incolumità fisica, ad opera di politici ed esponenti della comunità d’intelligence.

Le recenti rivelazioni della stampa danese confermano quindi che gli Stati Uniti erano pronti a dar seguito alle minacce contro Snowden, prevedibilmente con metodi di natura illegale e criminale come quegli stessi programmi di sorveglianza da stato totalitario denunciati da colui che è diventato un nemico giurato del governo americano.

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Miliardari cinesi


Il neo liberismo, si sa, ha aumentato enormemente le distanze sociali: è di qualche giorno fa la notizia che 62 persone posseggono da sole più di quanto non abbiano i due miliardi di persone più povere del pianeta.

E che questo accada in Occidente non fa meraviglia, meno scontato è che il fenomeno sia ancora più accentuato in Cina, dove un abitante su 1.300 ha più di un milione di dollari. I super ricchi (oltre i 50 milioni di dollari) sono quasi 100.000 persone nel mondo, la metà sono negli Usa, ma al secondo posto, e non distantissima, c’è la Cina.

Nel 2014 (prima dell’inizio della attuale crisi) la Cina contava 1.020.000 ricchi, ovvero il 6,3% in più dell’anno precedente  e di questi circa 63.500 avevano un patrimonio pari da oltre 10 milioni di euro ed Hurun Wealth Report (l’equivalente cinese di Forbes) aggiunge che per ogni ricco noto ce ne sono due “coperti”.

Qualche dato descrittivo: il 60% di loro è di sesso maschile, ha, in media, 39 anni, almeno due conti bancari ed ama il lusso. E’ sintomatico che lo sport più amati dalla categoria sia il golf, seguito dall’equitazione. Quasi 180mila ricchi e 10.500 super-ricchi vivono a Pechino,  poi che ne sono 177 mila solo nella provincia più industrializzata, il Guangdong, con ed a Shanghai ce ne sono 148mila. Ma interessante è notare la robusta presenza di milionari nelle province più povere come il Guizhou dove se ne contano 3.480 e nello Yunnan dove ce ne sono 6.540. E 300 sono i cinesi con almeno 1 miliardo di dollari: solo nel 2011 Forbes ne contatava 115.

Hanno tutti abitudini da manager occidentale (viaggiano per lavoro 8 giorni al mese sul territorio nazionale e tre volte l’anno all’estero, preferibilmente in Usa, Francia ed Australia, e in media sono in viaggio 20 giorni all’anno) mostrando accentuate tendenze ad integrarsi nella grande borghesia globalizzata. In Cina c’è ancora una cospicua classe media (circa il 40% di quella mondiale) che attenua i differenziali sociali rispetto alla media mondiale, ma la tendenza indica da un lato un indebolimento dei ceti medi e dall’altro una crescita della fascia di reddito più alta.

E’ interessante notare che il fenomeno si è sviluppato in breve: ci sono circa 4 milioni di ultramilionari (in dollari) cinesi su 6 milioni e mezzo di milionari asiatici, ed il numero è quadruplicato in circa 13 anni, se è vero che nel 2001 essi non erano neppure un milione. E nonostante che in Cina non ci sia il fenomeno di forti eredità: sono tutti “nuovi ricchi” per cui il coefficiente Gini per la Cina oscilla fra lo 0,53 e lo 0.61, mentre negli Usa è dello 0,45.

Da dove viene questa immensa ricchezza? Sicuramente la Cina è stata la grande manifattura del mondo in questi anni, ma non si tratta solo di questo e c’è qualche indicatore che fa sospettare altro: “China Daily”, qualche tempo fa, segnalò che dal 2003 al 2010 erano morti ben 65 miliardari: un numero non irrilevante, considerando il numero totale relativamente basso del periodo e l’età media che abbiamo indicato.

Queste le cause delle morti: 15 sono stati assassinati, 17 si sono suicidati, 7 sono morti per incidenti vari, 14 sono stati giustiziati, e solo 19 sono morti per malattie. Soprattutto a causa della quindicina di morti ammazzati, è nato quindi un nuovo business, che consiste in scuole per bodyguard di gente ricca. Cifre che fanno sospettare il peso dell’illecito (contrabbando, corruzione, pirateria, contraffazione ecc.) in questa impennata della crescita dei miliardari.

C’è ancora molto da studiare sulla trasformazione della natura di classe della Cina.

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01/02/2016

Maccartismo made in Israel

Il dibattito sulla politica israeliana è condizionato da due fattori. In primo luogo, la memoria della Shoà – l’evento che abbiamo celebrato come ogni anno qualche giorno fa – pesa come un macigno su tutte le prese di posizione critiche nei confronti del sionismo, che vengono immediatamente – e spesso pretestuosamente – assimilate all’antisemitismo. Quanto alle blande reazioni dell’opinione pubblica occidentale nei confronti della dura repressione israeliana contro il popolo palestinese, tanta tolleranza è dovuta al fatto che, non solo da destra ma spesso anche da sinistra, si guarda a Israele come a una democrazia impegnata a difendersi dall’aggressione di stati, culture e movimenti politici antidemocratici (atteggiamento che il terrorismo di matrice islamica ha ovviamente rafforzato). Tutto ciò impedisce, fra le altre cose, di prendere atto dei crescenti conflitti interni alla nazione israeliana, che rischiano di spaccarla in due campi ideologici ferocemente contrapposti e di farla somigliare alla “democratura” del turco Erdogan, più che alle democrazie occidentali.

Un articolo del New York Times (giornale difficilmente sospettabile di pregiudizio antisraeliano) si occupa di questo tema richiamando l’attenzione sui tentativi dell’estrema destra di “mettere all’indice” autori, opere letterarie, cinematografiche e teatrali in odore di “collaborazionismo” col nemico (identificato non solo con i palestinesi, ma anche con i critici stranieri della politica israeliana). Fra le maggiori protagoniste di questa campagna – che richiama la “caccia alle streghe” scatenata dal senatore McCarthy nel secondo dopoguerra, se non addirittura il Minculpop di mussoliniana memoria, è la ministra della cultura e dello sport Miri Regev. Fra le sue “battaglie” in difesa della purezza ideologica sionista, il New York Times ricorda un emendamento, intitolato “Lealtà in Cultura”, a una legge di bilancio che mira a tagliare i finanziamenti pubblici alle istituzioni che non abbiano espresso “lealtà” allo stato. Al suo fianco, operano gruppi di destra come Im Tirtzu, che ha definito “talpe del nemico” nomi storici della letteratura israeliana come Amos Oz, Yehoshua e David Grossman, mentre alcuni giornali di sinistra rivelano che nel ministero della Regev si starebbe ragionando sui libri da cancellare dai programmi scolastici.

Dure le reazioni da parte di alcuni noti intellettuali: il poeta Meir Wieseltier ha parlato esplicitamente di fascismo, mentre l’attore e regista Oded Kloter ha evocato il regime sovietico e denunciato l’avvicinarsi di un’era di bigottismo, oscurantismo e repressione. In compenso, su testate autorevoli come il Jerusalem Post, sono apparsi articoli in cui si sostiene che il ministro fa bene a tagliare i fondi a chi demonizza la nazione e promuovere le idee di coloro che, al contrario, insegnano ad amare incondizionatamente Israele.

Il punto è, argomenta l’autore dell’articolo del Times, che negli ultimi decenni le immigrazioni da vari Paesi del Medio Oriente e dell’Est Europa hanno cambiato la composizione etnico religiosa del Paese, isolando progressivamente le élite “europeizzate” e sinistrorse che dominavano tradizionalmente la cultura, e legittimando l’ascesa di intellettuali e politici di destra che ora ambiscono a presentarsi come i soli, legittimi eredi ed interpreti del verbo sionista. Questa svolta ripropone un inquietante interrogativo: è possibile che un popolo che ha subito orrende persecuzioni ad opera del nazifascismo possa a sua volta dare vita a un analogo regime? Se guardiamo alla tradizione dell’ebraismo “europeizzato” di cui sopra, la risposta dovrebbe essere un no senza riserve, ma se guardiamo alla doppia pressione, da un lato, della guerra infinta, dall’altro lato, di un integralismo non meno fanatico di quello islamico, non possiamo escludere che un simile mostro possa sorgere.

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L’Unione Europea tra crisi e contrattazione: scatto in avanti o arretramento?

A dar retta agli allarmi e alle previsioni funeste di analisti e leader politici, negli ultimi anni l’Unione Europea avrebbe dovuto saltare dieci, venti, cento volte. Ad ogni polemica, ad ogni conflitto, ad ogni screzio tra i paesi che hanno dato vita a un progetto descritto come sempre in procinto di fallire, più di qualcuno sistematicamente recita il ‘de profundis’ dell’unificazione europea.

Peccato che l’esperienza concreta degli ultimi anni abbia dimostrato che di fronte ad ogni crisi, ad ogni scossone che ha coinvolto l’Ue, il suo establishment abbia reagito spostando in avanti l’asticella del livello di centralizzazione e di gerarchizzazione. E’ avvenuto in varie occasioni, ad esempio al tempo della ‘epica battaglia’ a proposito del trattamento da riservare alla recalcitrante Grecia nella primavera dello scorso anno. Un contenzioso che avrebbe potuto schiantare una Ue divisa tra i difensori irremovibili della riduzione del debito e dell’austerity e coloro che, difendendo Atene, difendevano in realtà la possibilità per i propri stati nazionali di poter sforare parametri troppo stretti anche per le proprie rispettive economie e vantaggiosi esclusivamente per Berlino. Com’è andata a finire è noto: il governo ‘anti-austerity’ di Atene ha piegato la testa quasi senza combattere, accettando una dose da cavallo di tagli che neanche gli esecutivi guidati da socialisti e conservatori si erano mai permessi di sottoscrivere; ciò mentre l’asse ‘flessibilista’ guidato da Italia e Francia tirava i remi in barca accettando i cosiddetti diktat tedeschi, che a ben vedere esprimevano in realtà il punto di vista della stragrande maggioranza dei componenti della Commissione Europea e dell’Eurogruppo, a dimostrazione che esiste ormai una classe dirigente continentale che prescinde sempre più dalle esigenze particolari degli spezzoni nazionali di borghesia. La divisione tra rigoristi e flessibilisti all’interno dell’Ue si è all’epoca conclusa con la netta vittoria dei primi, che ne hanno approfittato per rilanciare e accelerare i processi d’integrazione del polo imperialista europeo a livello finanziario ed economico, ad esempio lanciando il progetto di un Fondo Monetario europeo svincolato da quello internazionale (attualmente guidato da Bruxelles in coabitazione con Washington), oppure allargando la Troika al cosiddetto ‘Fondo Salva Stati’, cioè all’Esm, il Meccanismo Europeo di Stabilità. Un deciso passo in avanti nella creazione di un ulteriore livello di governance alla quale ha fatto seguito, nel corso dell’autunno, l’accelerazione sulla unione bancaria e sulla unione fiscale di livello continentale.

Su un altro fronte, gli attacchi di Parigi hanno fornito all’establishment dell’Unione Europea l’occasione per rilanciare e accelerare i progetti di rafforzamento del complesso militare-industriale europeo, già implementato negli ultimi anni. Inoltre, mentre si va verso la creazione di un’agenzia di intelligence continentale, la Germania ed altri paesi – come il Belgio o l’Olanda – hanno enfaticamente annunciato la loro scesa in campo sul piano militare diretto, mobilitando navi da guerra, caccia e migliaia di soldati da destinare alle missioni già in atto in Medio Oriente e Africa o a quella che si annuncia per ‘stabilizzare’ la Libia. Anche in questo caso si tratta di un passo storico in virtù del quale Berlino ed altri membri del nucleo centrale dell’Ue scendono direttamente in campo affiancandosi al tradizionale protagonismo bellicista francese.

Nonostante queste novità non certo irrilevanti l’attenzione è ora tutta puntata sul conflitto in atto tra i diversi membri dell’Ue a proposito del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori. Un conflitto che, si afferma, potrebbe condurre ad un rapido e disastroso tracollo non solo di Schengen – cioè della libera circolazione degli individui all’interno dello spazio europeo – ma della stessa Unione. Che sia in atto un aspro conflitto sul controllo delle frontiere è innegabile: d’altronde se è vero che gli ambienti capitalistici europei e la burocrazia continentale che ne rappresenta e cura gli interessi sanno bene che senza una massiccia iniezione di manodopera importata difficilmente l’Ue potrà sostenere le esigenze dei settori produttivi in sofferenza in un contesto di competizione internazionale sempre più feroce, è anche vero che ogni paese, ogni spezzone nazionale della borghesia continentale pretende di poter aprire o chiudere il rubinetto dei flussi migratori sulla base dei propri specifici interessi, ritmi, esigenze.

A leggere la tendenza sembra che all’interno dell’establishment europeo l’impasse possa essere superato, anche questa volta, spostando in avanti l’asticella dell’integrazione: la costituzione di una Polizia di Frontiera e di una Guardia Costiera europee sottrarrebbe ai singoli stati almeno una parte della sovranità attualmente detenuta in merito al controllo delle proprie frontiere. In virtù del nuovo innegabile livello di centralizzazione, i vari paesi dovrebbero cominciare ad operare “in coordinamento” con una agenzia continentale espressione dei livelli di governance sempre più strutturati.

“Scampato pericolo” per l’Unione Europea, quindi? Non è il caso di azzardare previsioni e di giocare a fare i veggenti. I pericoli di una implosione del progetto imperialista europeo esistono e sono consistenti. All’interno del processo di integrazione europea non mancano le contraddizioni, gli elementi di conflitto, le divergenze ideologiche e materiali, gli egoismi nazionali, e le polemiche e le contrattazioni assumono anche toni molto duri, rischiando ogni volta di andare oltre il punto di equilibrio esistente e di mandare così in pezzi una architettura politica, economica, istituzionale e militare molto complessa e non ancora sufficientemente solida da poter essere considerata irreversibile.

L’oggetto del contendere, ad esempio, nella duratura polemica tra governo Renzi e Bruxelles non è di poco conto. Roma chiede all’Ue di riconoscere all’Italia un certo margine di flessibilità, ad esempio permettendo che i 220 milioni di euro stanziati dall’Italia a favore della Turchia affinché ‘regoli e controlli i flussi migratori’ (parte di quei 3 miliardi complessivi messi complessivamente a disposizione dall’Ue) siano scorporati dalla Legge di Stabilità e quindi non vengano contabilizzati come uno sforamento del rapporto deficit/Pil, quel vero e proprio dogma del 3% che da anni permette a Berlino e alle istituzioni comunitarie di tiranneggiare una quantità crescente di membri dell’Ue. Se Renzi la spuntasse potrebbe considerarlo un primo passo verso l’ottenimento di un più ampio margine, proprio mentre Bruxelles rimprovera all’Italia uno scarso rispetto dei parametri di rigore e potrebbe imporre a Renzi una manovra correttiva che danneggerebbe di fronte all’elettorato l’immagine di un premier già in crisi di popolarità.

Ma, a parte le questioni specifiche – oltre a quella citata vi è la vicenda del Nord Stream, quella delle sanzioni alla Russia, quella del “bail in” ed altre ancora – la vera posta in gioco nella continua polemica tra Roma e Bruxelles è l’ottenimento di un ruolo più forte dell’Italia all’interno del nucleo duro dell’Unione Europea attualmente egemonizzato dalla Germania e teoricamente dalla Francia.

In realtà anche il rapporto tra Berlino e Parigi non è proprio idilliaco, tanto che sulla stampa d’oltralpe si è parlato negli ultimi mesi di “divorzio tra Francia e Germania”. Tra i due paesi la divergenza in materia di conti pubblici e di lavoro non è mai stata così forte: mentre Berlino vanta la ‘piena occupazione’, un deficit sotto controllo e un Pil in crescita la Francia, per stessa ammissione del presidente Hollande che ha varato un “piano di emergenza economico e sociale” (in realtà un Jobs Act in versione transalpina), è investita da una delle più gravi crisi economiche degli ultimi decenni. Crisi alla quale Parigi chiede di poter rispondere allargando i cordoni della borsa e sforando per l’ennesima volta gli angusti vincoli di bilancio, misure alle quali però la Germania si oppone chiedendo anzi maggiori tagli alla spesa pubblica e più privatizzazioni e rimproverando alla Francia di essere in procinto di disattendere per l’ottavo anno consecutivo, nel 2017, il “dogma” del 3%. Tutto ciò mentre in Gran Bretagna il governo di destra si appresta a far votare i suoi cittadini in un referendum nel quale, esplicitamente, si chiederà ‘si’ o ‘no’ alla permanenza di Londra nell’Ue.

Insomma, mentre nella fascia esterna dell’Ue si moltiplicano le critiche e le rimostranze e crescono i desideri di autonomia rispetto ai diktat di Berlino – anche sulla spinta di un’ondata migratoria eccezionale che dà fiato alle istanze xenofobe e reazionarie – anche nei “quartieri alti” dell’Unione Europea non mancano i motivi di frizione, i dissidi, gli scontri su questioni dirimenti.

Ma non è detto che la crisi attuale dell’Unione Europea porti ad una sua implosione, anzi. La storia degli ultimi anni, come già detto, sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario.

Anche in questo caso la Germania e l’establishment continentale – che nel corso degli ultimi anni si è consolidato ed esteso – potrebbero reagire facendo un passo indietro per poterne fare due in avanti. Da più parti ormai si parla di una Unione Europea “a più velocità”, di un ritorno alla consolidata pratica delle cosiddette ‘cooperazioni rafforzate’ che hanno permesso negli anni scorsi ad alcuni paesi di varare un grado superiore di integrazione e centralizzazione in varie materie che poi è stato rapidamente esteso anche al resto dei partner del progetto continentale. Per evitare di stressare troppo una periferia esterna già ampiamente bastonata dalla crisi economica e dal rigorismo tedesco, l’Ue potrebbe puntare su una ‘Europa a geometrie variabili’ formata da cerchi concentrici con diversi livelli di integrazione: un nucleo compatto attorno a Berlino, poi l’Eurozona e poi ancora l’alleanza tra i 28 membri attuali in vista di un probabile imminente allargamento.

Un simile assetto permetterebbe alla Germania di mantenere una sostanziale preminenza sul progetto di integrazione continentale facendola procedere sulla base dei propri interessi; al tempo stesso i settori più voraci della borghesia tedesca – che prendono di mira tanto Angela Merkel quanto gli “sfaccendati” italiani o francesi – dovrebbero però rinunciare a pretendere di controllare le istituzioni europee al 100% come avvenuto spesso finora. La sfida che impegna da tempo la Germania, evidente, è riuscire a mantenere il suo ruolo politicamente ed economicamente dominante senza però tirare troppo la corda e rompere il giocattolo. Se vorrà consolidare il suo ruolo, Berlino non potrà fare a meno di estendere e consolidare l’integrazione continentale dal punto di vista economico, fiscale, giuridico, legislativo, ideologico, militare, strappando ampie cessioni di sovranità ai propri partner ma cedendo contemporaneamente quote di sovranità in nome di un obbligato rafforzamento delle istituzioni comuni.

Un processo affatto lineare e indolore, è evidente. In ballo c’è il futuro assetto del nucleo duro europeo insieme ed attorno alla Germania e ai suoi satelliti all’interno dell’Ue. Obiettivo di Renzi e di Hollande, sostanzialmente, è ottenere il massimo di ruolo all’interno di una cabina di regia in via di ridefinizione all’interno della quale Italia e Francia vogliono partecipare a pieno titolo e non alla stregua di comprimari. Il vero obiettivo di Renzi sembra quello di modificare i rapporti di forza tra Italia e Commissione e, allo stesso tempo, imporre l’Italia come “terza gamba” della leadership europea.

A ricomporre coercitivamente possibili prospettive divergenti tra i “fratelli coltelli” europei, evidentemente, vi è la prospettiva di sfasciare l’Unione Europea. Il che per i settori dominanti a livello continentale e dei singoli stati forti vorrebbe dire tornare ad affrontare in solitaria – e in posizione di evidente svantaggio – una competizione economica e geopolitica internazionale sempre più agguerrita e selvaggia. E i concorrenti per i singoli stati europei, nella maggior parte dei casi, sarebbero giganti del calibro della Cina, dell’India o degli Stati Uniti, oppure poli multinazionali sempre più integrati e in via di rafforzamento su tutta la geografia terrestre. Una prospettiva che costituisce, è evidente, un elemento di controtendenza forte rispetto alle spinte centrifughe che ciclicamente scuotono l’impianto dell’Unione Europea.

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Nigeria - 86 morti, ennesima carneficina di Boko Haram

Oggi le parole del generale Rabe Abubakar risuonano come una tetra premonizione: sabato il portavoce della Difesa nigeriana, avvertiva delle nuove tattiche messe in atto da Boko Haram nel paese, attentati suicidi nel nord portati avanti da donne che si confondono tra la gente.

“Al Dipartimento della Difesa è stato reso noto che Boko Haram ha ora adottato un nuovo metodo: si vestono come pazzi per accedere a aree pubbliche per detonare bombe. Due kamikaze uomini, vestiti come donne con problemi mentali, hanno portato a termine un attacco suicida a Gombi. Cinque persone sono morte e molte altre ferite”.

Poche ore dopo arrivava l’ennesima strage: sabato sera 86 persone sono state massacrate da miliziani di Boko Haram nel villaggio di Dalori, vicino alla città di Maiduguri (dove il gruppo islamista è nato e si è sviluppato), nel nord della Nigeria. A raccontare la carneficina è stato uno dei sopravvissuti, Alamin Bukura, che ha parlato al telefono con l’Ap. Si era arrampicato su un albero per scampare ai terroristi: da lì ha sentito la gente gridare, tra loro tanti bambini, mentre i miliziani lanciavano dentro le case ordigni incendiari. Quattro ore di attacco, un tempo infinito: bambini e adulti sono morti bruciati, arsi vivi. Poi, gli attentati suicidi: donne, come avvertiva il Dipartimento della Difesa. Tre kamikaze donne si sono fatte saltare in aria nel villaggio vicino, la comunità di Gamori.

Sul terreno restano 86 morti e decine di feriti, molti dei quali con ustioni gravissime. Nessuno è riuscito a fermarli e i miliziani di Boko Haram, arrivati a bordo di moto e auto per portare la morte a Dalori, sono fuggiti dopo la carneficina e dopo aver tentato di colpire anche un vicino campo profughi, dove vivono 25mila persone. L’obiettivo è una città, Maiduguri, in cui vivono 2.6 milioni di persone, la metà dei quali profughi di guerra e che Boko Haram attacca per riprenderne il controllo: cacciati tre anni fa, portano morte per destabilizzare la città e le comunità circostante, il nord est della Nigeria, da cui l’esercito è riuscito a farli uscire negli ultimi anni.

Di certo a destabilizzare un paese in aperto conflitto, da sei anni, con gli islamisti è anche la crisi economica: con un deficit di 11 miliardi di dollari, oggi la Nigeria va a caccia di prestiti di emergenza per coprire il gap ampliato dal crollo del prezzo del petrolio. Il ministro delle Finanze, Kemi Adeosun, ha fatto sapere di aver chiesto a Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo 3.5 miliardi di dollari. Denaro necessario a sostenere i progetti infrastrutturali avviati per ridare spinta all’economia interna, la più ampia di tutto il continente che vive per l’80% sulle royalty per le estrazioni.

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Siria - Il massacro di Damaso e la Pantomima di Ginevra

di Chiara Cruciati

Lo Stato Islamico non agisce a caso. Segue una sua precisa strategia che sui simbolismi fonda la sua propaganda. Il massacro di ieri, a Damasco, ne è la dimostrazione: tre attentati, uno dopo l’altro, hanno colpito a pochissima distanza dal mausoleo di Sayyida Zeinab, sito religioso sciita meta di pellegrinaggio da tutto il Medio Oriente; qui è sepolta la nipote del profeta Maometto e figlia del quarto califfo. Tanto importante da essere da tempo target del terrorismo di matrice islamista: un anno fa due kamikaze uccisero 4 persone, a gennaio di quest’anno è stato al-Nusra a colpire un autobus di pellegrini libanesi che stava raggiungendo il mausoleo, uccidendo nove.

Questa mattina, secondo l’Afp, il numero dei morti è salito a 71, oltre 100 i feriti. Gli attacchi, ieri mattina, sono stati tre. Ancora più odiosi perché, dopo l’esplosione di un’ autobomba, i due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria mentre accorrevano i soccorsi. Una strage. I palazzi intorno sono stati seriamente danneggiati, così come le automobili, un enorme cratere a terra indica il punto della prima esplosione.

Poco dopo è giunta la rivendicazione dello Stato Islamico: “Due soldati del califfato hanno portato a termine operazioni di martirio nella tana degli infedeli”, si legge nel comunicato comparso online.
Non è un caso nemmeno che la strage sia avvenuta mentre a Ginevra si apriva, a metà, il negoziato di pace. Lo Stato Islamico ha ricordato a tutti di esserci, di occupare un terzo del paese e di poter raggiungere qualsiasi città per compiere massacri. Un elemento non da poco, perché in Svizzera l’Isis non c’è: non c’è, ovviamente, al tavolo del dialogo ma non c’è nemmeno nelle intenzioni dei team di negoziatori e di alcuni degli sponsor.

L’Isis è la giustificazione all’intervento militare, è il nemico da sradicare, ma scompare dai discorsi politici quando si deve lavorare alla pacificazione del paese. Difficile immaginare una sconfitta del “califfato” senza un accordo interno, senza il promesso governo di transizione. Ma Ginevra pare lontanissima dall’obiettivo, una conferenza di pace dove il negoziato viene dipinto come il risultato e non il mezzo: un dialogo fine a se stesso, che però non va a definire il futuro del paese.

Basta guardare alle delegazioni delle due parti. Chiuse in stanze diverse, incontrano l’inviato Onu de Mistura da soli, faccia a faccia. Poi de Mistura fa la spola. Ma manca ancora consenso sulle precondizioni poste dalle opposizioni riunite sotto l’Hnc (Alto Comitato per i Negoziati), federazione nata a dicembre sotto l’ala saudita. Sono finalmente arrivate in Svizzera, sabato notte, dopo giorni di tentennamenti e minacce di boicottaggio. Ora tornano a chiedere quello che chiedevano prima: la fine dei raid russi e degli assedi governativi delle città controllate dai miliziani armati di opposizione. I negoziatori sono stati chiari: “Siamo venuti a Ginevra solo per avere rassicurazioni – ha detto uno di loro Basma Kodmani – Non si possono iniziare i negoziati senza gesti di buon volontà”.

De Mistura ha promesso di lavorarci e, ancora ieri, si diceva “ottimista”. Ma a mancare è una base comune: sono tante le città assediate in Siria e sono assediate da tutti gli attori della guerra civile. Lo sono dall’Isis, lo sono dal governo e da Hezbollah, ma lo sono anche dalle milizie di opposizione, bracci armati di quei gruppi che ora siedono a Ginevra. Tra loro Jaish al-Islam, gruppo salafita e ultraconservatore che è membro dell’Hnc (che sta per sbarcare a Ginevra per prendere parte al dialogo), come lo è Ahrar al-Sham, altra formazione islamista, entrambi finanziati e sostenuti dal Golfo.

Il governo di Damasco non ha intenzione di discutere con soggetti che considera gruppi terroristi, ma qui il problema è a monte. La loro presenza tra le fila delle opposizioni rende nella pratica impossibile prospettare un futuro di pacificazione per la Siria. Che tipo di paese immaginano le opposizioni dell’Hnc, se il loro spettro corre dai laici della Coalizione Nazionale ai salafiti di Jaish al-Islam, dai comunisti e socialisti del National Coordination Body agli islamisti di Ahrar al-Sham, fino ai Fratelli Musulmani e alla loro visione economica neoliberista?

Da parte sua il governo di Damasco accendeva ulteriormente le tensioni accusando le opposizioni di boicottare il dialogo: “Chi parla di precondizioni è arrivato a questo meeting per farlo deragliare – ha detto il capo negoziatore, nonché ambasciatore siriano all’Onu, al-Jaafari – Le opposizioni che non si presentano mostrano che non sono serie né responsabili”.

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Quegli strani ragazzi di Casa Pound, così “non conformi”, così coccolati dalle guardie

Qualche giorno fa, sul suo blog, il compagno Paolo Persichetti ha pubblicato un documento della Direzione centrale della Polizia di prevenzione sull’attività di Casa Pound, redatto nell’aprile scorso (leggi). Per chi se la fosse persa, l’informativa in soldoni presenta Casa Pound  come un «sodalizio» caratterizzato da «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne» e impegnato prioritariamente «nella difesa delle fasce deboli», nella lotta contro il precariato e nella difesa dell’occupazione.  Gli episodi di illegalità di cui – nonostante la gerarchia interna? – alcuni suoi esponenti sono stati protagonisti sono, nel documento, ricondotti all’inclinazione di «alcuni elementi» e a «frutto di mera occasionalità», più che di preordinazione: qualche mela marcia che tuttavia, aggiungiamo noi, occasionalmente si lascia prendere la mano con gli omicidi, come nel caso di Gianluca Casseri, militante di Casa Pound Pistoia, che nel dicembre 2011 ha ucciso a Firenze due uomini senegalesi.

Non è l’empatia del solerte funzionario del ministero dell’Interno nei confronti di Casa Pound, però, a stupirci, tanto più dopo che da anni sono noti i rapporti personali di esponenti di Cpi con le forze dell’ordine (ad esempio a Pistoia) e, a volte, perfino le parentele  che intercorrono tra essi (e il pensiero, qui, non può che andare al dirigente di Polizia Adriano Lauro). A nostro avviso, quindi, questo documento è «scontato» più che «sconcertante».  Lo «shock», semmai, potrebbe stare nell’onestà con cui – forse per la prima volta – il ministero dell’Interno abbandona ogni retorica sugli «opposti estremismi» e mostra il (neo)fascismo per quello che è (e, storicamente, è stato), una delle ramificazioni dello Stato capitalista e borghese: a tratti violento, a tratti più «presentabile», a tratti perfino stragista, ma pur sempre una costola del potere. Ed è per questo che noi, neanche ironicamente come Paolo, ci chiediamo se esista una nota informativa dal tono simile sull’attività dei movimenti di estrema sinistra in favore della lotta per la casa, contro il precariato e il sovraffollamento delle carceri, eccetera: non ce lo chiediamo perché sappiamo che, per fortuna, non è mai stata, e mai sarà, scritta.

Infatti, al di là di ogni retorica che ha ridotto il fascismo a violenza/razzismo/sessismo/omofobia/aggressioni (tutte componenti che, ovviamente, contiene ma che non ne spiegano l’essenza) o un esteso – quanto vago – autoritarismo (al punto che, essendo tutto diventato fascismo, niente è più tale), questo documento esprime chiaramente quello che il fascismo rappresenta: un movimento reazionario e conservatore, che non mette in discussione il sistema di rapporti economici e sociali esistenti e che, anzi, è assolutamente compatibile con essi. Non un movimento «non conforme», non un «esercito di spettri ingovernabili» (come recita, grottescamente, una loro maglietta), dunque, ma un movimento anti-rivoluzionario, al di là di ogni auto-rappresentazione di ribellismo che le organizzazioni neo-fasciste hanno tentato di diffondere e affermare nel corso della loro storia. Con tutti i nostri limiti, invece, i movimenti di estrema sinistra (utilizziamo volutamente questa definizione vaga, per quanto poco convincente) compiono – almeno nella maggior parte dei casi – proprio questo passaggio. Quelli per la casa, ad esempio, mettono in discussione gli assetti proprietari, la concezione stessa di proprietà privata; quelli contro il precariato, in gran parte, mettono in discussione il modo di produzione capitalista; quelli contro il carcere, mettono in discussione il diritto come fotografia dei rapporti di classe esistenti e il ruolo che hanno, al suo interno, le istituzioni totali. E, quindi, non possono che essere invisi alle forze di polizie, quelle deputate a mantenere l’ordine pubblico e, attraverso esso, lo status quo.

Casa Pound, invece, si pone su un piano completamente diverso: e qui si capisce perché la definizione – per quanto molto usata – di «opposti estremismi» non ha alcun senso per descrivere la frattura tra fascisti e antifascisti. Se la sinistra di classe rappresenta, o almeno prova a rappresentare, un visione del mondo opposta a quella attualmente egemonica, se non rivoluzionaria, e quindi classificabile come «estrema», i neofascisti fanno tutt’uno con il sistema economico, sociale e politico in atto, non si oppongono a esso: sono, semmai, uno degli strumenti della «lotta di classe dall’alto» contro i lavoratori, i proletari e le classi popolari. E la relazione del ministero dell’Interno ci sembra confermarlo.

Il ruolo dei movimenti neofascisti – e di Casa Pound, con le sue peculiari caratteristiche in primis – è proprio quello di erodere il terreno alle forze di sinistra, facendo propaganda sugli stessi temi, per quanto con motivazioni e scopi opposti. Il loro obiettivo non è quello di cambiare la realtà, ma quello di togliere terreno a chi si pone quel cambiamento come orizzonte politico e di smorzare la lotta di classe, tanto seminando confusione e riorientando l’opinione pubblica quanto – nelle versioni più inclini a emulare la repressione dello Stato – bastonando e aggredendo.

Questa funzione permette ai neofascisti, e soprattutto a Casa Pound, di far prosperare i loro affari, con la benevolenza dello Stato e, come dimostrato da alcune recenti inchieste giornalistiche, anche di alcune frange di criminalità organizzata (che vanno dal camorrista e narcotrafficante Mario Santafede, a Massimo Carminati, alla famiglia Spada a Ostia; per non parlare del coinvolgimento di un cosiddetto «ex militante» nell’omicidio di Silvio Fanella, il cassiere di Gennaro Mockbel).

Legami con la criminalità organizzata che sembrano noti ai giornalisti e ai lettori dei loro articoli, ma non al ministero dell’Interno, dunque: o, per meglio dire, che sono certamente conosciuti ma sembrano irrilevanti ai funzionari di polizia che devono spiegare cosa sia Casa Pound. Un’ulteriore garanzia per i loro affari economici, dicevamo, che – per limitarci a quanto è pubblicamente noto e al contesto romano, visti archiviati momentaneamente i tempi della corsa alle poltrone nelle società e negli uffici comunali – vanno dalla ristorazione (trattorie, con succursali anche a Milano; bistrot francesi; e per ultimo un ristorante spagnolo al Flaminio) ai pub, all’abbigliamento, prima solo attraverso negozi come Badabing ora anche attraverso il marchio Pivert (il cui responsabile è Francesco Polacchi, colui che ha coglionato i giornalisti del Fatto quotidiano presentandosi come uno che «lavora nell’azienda», senza che nessuno di essi si accorgesse che si tratta anche di un dirigente di Casa Pound). Per non parlare degli ambigui rapporti con la Birmania e l’indipendentismo Karen, grazie ai quali hanno ottenuto introiti anche da iniziative benefiche come Voi siete leggenda. Insomma, ci sembra di poter affermare di trovarci di fronte a un «sodalizio» che usa le presunte finalità sociali e la beneficienza come foglia di fico per far soldi (o per muoverli, o per investirli, o magari per giustificarli…), con il benestare delle autorità di polizia. Sinceramente, non saremo noi a lamentarci per questo loro rapporto privilegiato con esse: non abbiamo mai pensato né che la Polizia fosse un’istituzione super partes né, tanto meno, che i neofascisti si opponessero realmente allo Stato al quale fanno, insieme alle forze dell’ordine, da cani da guardia.

Due parole conclusive merita, infine, la parte del documento in cui si afferma che il consolidamento di Cpi «è stato conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico». Posto che gli avvocati di Casa Pound utilizzeranno questa informativa in vari processi (che vedono coinvolti i compagni, ovviamente, e non solo nella causa civile della poetessa Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound, contro l’organizzazione per l’utilizzo del nome), per far emergere il volto «buono» dei suoi militanti (lo stesso che hanno mostrato al Family Day), non possiamo «rallegrarci» con i vari Sansonetti, Concia, ecc. ecc. che hanno consentito tutto ciò.

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L’orrore dimenticato che l’Italia inflisse ai civili jugoslavi

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista fece i conti con i propri gerarchi a Norimberga. In Italia non ci fu un simile processo. Si preferì infatti fin da subito nascondere sotto il tappetto della neonata Repubblica i pezzi grossi del regime ancora vivi: chi era fuggito all’estero, chi non aveva abbandonato il fascismo ma aveva solo cambiato nome al partito… Nessuno, o quasi, pagò per quei crimini.

Per questo oggi non conosciamo tante storie che hanno toccato il nostro Paese. Capitoli interi che si è sempre preferito tenere nascosti, per non turbare il delicato equilibrio sociale in cui si risvegliò l’Italia dopo la Liberazione, e che ancora oggi ignoriamo. Come i campi di concentramento allestiti dall’Italia per internare prigionieri civili slavi, provenienti dalla provincia di Lubiana, all’epoca accorpata al Regno e dislocati sia nell’ex-Jugoslavia che nella Penisola, in particolare a Gonars e Visco, paesini in provincia di Udine.

I fatti legati all’occupazione italiana dei Balcani sono uno dei capitoli meno raccontati del fascismo, e costituiscono la premessa per ciò che saranno negli anni successivi le foibe. Ma andiamo con ordine: dopo aver dichiarato guerra alla Jugoslavia insieme alla Germania, l’11 aprile del 1941 le truppe italiane entrarono a Lubiana, ponendola sotto il suo controllo insieme alla zona circostante.

Come ricorda Boris Mario Gombač nell’articolo “Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars”, pubblicato sulla “Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”: “A differenza dei tedeschi, che avevano stretto la loro zona d’occupazione in un abbraccio mortale, l’Italia preferì un’occupazione diversa, dando alla Provincia di Lubiana un’autonomia che prevedeva una Consulta formata da 14 consiglieri sloveni”. Gli inizi non furono dunque caratterizzati da drastiche violenze.

Le cose cambiarono quando i partigiani sloveni iniziarono a colpire duramente gli eserciti invasori. Herman Janež, presidente del Comitato internati di Rab, in un’intervista ha definito questo cambio di linea politica necessaria “per stroncare l’aiuto che la popolazione offriva alla resistenza slovena che operava nella regione di Kočevje, dove l’opzione della minoranza autoctona tedesca per il Reich aveva completamente svuotato un’intera regione”.

Lui all’epoca aveva 7 anni e ricorda così il momento della partenza: “I soldati entrarono urlando, buttandoci giù dai letti e colpendo con i calci dei fucili chi si fermava. Siamo stati ammassati nella piazzetta dietro alla chiesa. (…). Prima ci hanno fatto fare sotto scorta la strada a piedi fino al centro di Čabar (…). Poi, il giorno seguente, ci hanno divisi in tre gruppi, uomini, donne e bambini e hanno fatto l’appello. Se qualche uomo mancava, voleva dire che era partigiano e quindi tutta la famiglia rischiava di essere passata per le armi”.


Insieme a molti altri fu spedito nel campo di Arbe, Rab in croato, che Alessandro Marzo Magno ha definito su Linkiesta “il più terribile e mortale fra i campi di internamento “per slavi” messi in piedi dall’Italia (soprattutto dal Regio esercito) durante l’occupazione della Jugoslavia”. Lo storico Carlo Spartaco Capogreco ha raccolto i nomi degli altri luoghi d’internamento, diventati campi di concentramento “de facto”, nel suo libro “I campi del duce(Einaudi). Il Friuli Venezia Giulia ne ospitava sei: quello più importante fu a Gonars, ma anche a Gorizia ce ne furono due (Piedimonte e Cighino).

Le condizioni igieniche erano pari a quelle dei più tragicamente famosi lager nazisti: a causa del sovraffolamento di Arbe, donne e bambini vennero trasferiti in altri posti. Soltanto tra Visco e Gonars si arrivò a contenere quasi 10mila prigionieri, ridotti alla fame, invasi da pidocchi e malati: “Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno” scriveva il padre salesiano Tomec in una sua lettera del febbraio ’43, riportata dalla storica Alessandra Kersevan: “Nel monumento ossario del cimitero di Gonars – scrive Kersevanci sono i resti di 453 persone, ma da diversi documenti i morti nel campo risultano essere stati oltre 500. Di essi circa un centinaio erano bambini di meno di un anno”.


Le atrocità subite dagli internati durante il tragitto per raggiungere i vari campi e il durante la permanenza li ha raccontati Marija Poje, ex internata sia ad Arbe che in Friuli, in un’intervista rilasciata a Gombač:Ormai la sopravvivenza – racconta – era diventata una lotta di tutti contro tutti. Si lottava contro gli abitanti delle altre tende, contro i militari ma anche contro i nostri uomini che dall’altra parte della rete pretendevano dalle mogli il loro rancio quotidiano. Nelle nostre menti era inciso solo un pensiero: chi riusciva a sopravvivere un giorno più degli altri era vivo e chi non ce la faceva lo portavano giù verso le fosse comuni”.

Dopo l’8 settembre 1943, i campi di concentramento per gli slavi vennero chiusi e distrutti. A Gonars, al posto di quell’inferno, oggi c’è il “Parco della memoria”, inaugurato nel 2009, ma c’è ancora tanto da fare per far conoscere questo capitolo nero mai completamente svelato. Anche perché non si tratta di quattro gatti: secondo le stime dello storico sloveno Tone Ferenc, ricavate dall’analisi di documenti militari italiani, è attendibile che siano passati più di 25.000 tra sloveni e croati nei campi italiani e di Arba.

Questo massacro di civili, all’inizio non premeditato consciamente dai vertici militari ma poi concretizzatosi senza che nessuno cercasse di evitarlo, ha gettato le basi per le vendette assassine dei partigiani titini a guerra conclusa: italiani e sloveni contrari al comunismo furono gettati dentro gole carsiche profondissime, note come foibe, e condannati a lunghe morti atroci, se non morivano sul colpo. Un tema che è stato spesso impugnato dalla destra italiana, dimenticandosi ciò che c’era a monte, ma anche ignorato colpevolmente dalla sinistra, che vedeva in Tito un alleato troppo importante all’indomani dell’armistizio.

Il silenzio che aleggia ancora su questa storia è lo spettro di una nazione che non ha ancora fatto i conti con sé stessa. Recentemente è uscito una graphic novel firmata da Davide Toffolo, “L’Inverno d’Italia” (Coconino Press), che racconta l’internamento a Gonars dal punto di vista di due bambini sloveni: i loro occhi sono la condanna a cui non ci possiamo sottrarre, anche dopo decenni. Perché l’ignorare il proprio passato è il più grave crimine che si può commettere contro la Storia.