di Roberto Prinzi
Come era prevedibile, nel suo discorso all’Assemblea
Generale dell’Onu il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha
“snobbato” la causa palestinese focalizzandosi quasi interamente
sull’Iran. Aiutandosi, come ormai sua consuetudine con alcune
immagini e diagrammi, Netanyahu ha accusato la Repubblica islamica di
continuare a produrre materiale nucleare. “L’Iran ha un nuovo magazzino
nucleare a Teheran dove nasconde numerosi ordigni – ha tuonato dal palco
dell’Assemblea – Perché lo nasconde?”. La domanda è retorica, la
risposta è immediata: “Non lo distrugge perché non ha abbandonato
l’obiettivo di sviluppare la bomba nucleare”.
È un Netanyahu aggressivo
quello che ha parlato ieri, i suoi toni sono da guerra:
“Continueremo ad agire contro l’Iran in Siria, in Libano, ovunque e
sempre in difesa del nostro popolo”. Nell’elenco dei nemici, non poteva mancare certo il partito libanese Hezbollah accusato
dal premier di usare i cittadini di Beirut come scudi umani e di
nascondere dei missili in tre differenti punti della capitale vicini
all’aeroporto. “In Libano l’Iran sta dirigendo Hezbollah a costruire
siti segreti per convertire proiettili impropri in missili guidati
precisi, missili che possono raggiungere il cuore d’Israele con una
precisione di 10 metri” ha affermato.
Ma la sua “rivelazione”sulla presunta attività nucleare iraniana resta l’apice del suo discorso di ieri. I toni sono enfatici, i gesti teatrali, a tratti caricaturali: “Oggi
vi svelo per la prima volta che l’Iran ha un’altra struttura segreta a
Teheran, un deposito segreto atomico per conservare un quantitativo
ingente di attrezzature e materiale proveniente dal programma nucleare
segreto iraniano”. Per rendere le sue accuse più credibili,
Netanyahu ha mostrato alla platea una foto del presunto luogo
incriminato: “Questo sito contiene 300 tonnellate di materiale e
attrezzature nucleari”.
Il premier non è nuovo a questi annunci: già lo scorso aprile,
infatti, poco prima del ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare del
2015, rivelò un “programma segreto nucleare iraniano”. L’obiettivo
è chiaro: dimostrare alla comunità internazionale che gli iraniani non
rispettano l’intesa nel tentativo così di arruolare nuovi possibili
alleati in chiave anti-Iran. Finora la sua retorica non ha
fatto molti proseliti al di là dei fedeli alleati statunitensi e diversi
stati arabi. Anzi si può dire senza esagerare che i suoi tentativi e
quelli di Trump si sono rivelati al momento fallimentari: le
altre cinque potenze mondiali (Francia, Gran Bretagna, Germania, Cina e
Russia) continuano infatti a difendere l’accordo, così come l’intera Ue.
Dopotutto le “rivelazioni” del premier contrastano con quanto sostiene
la stessa Agenzia internazionale per l’Energia atomica (IAEA) secondo
cui Teheran sta rispettando i punti dell’intesa.
L’apertura occidentale verso gli ayatollah è per il leader israeliano inaccettabile:
“Mentre gli Usa stanno affrontando l’Iran con nuove sanzioni, l’Europa e
gli altri [paesi] stanno cercando di aiutarla ad aggirare queste nuove
sanzioni”. Il duro attacco di Netanyahu all’Iran non poteva non
ricevere l’immediata risposta di Teheran. “Le sue accuse sono senza
senso. Il mondo riderà soltanto a questo discorso falso e inutile” ha
detto il portavoce del ministero degli esteri Bahram Qassemi
secondo quanto riferisce l’agenzia iraniana Fars. Della Palestina nel
discorso di Netanyahu non c’è traccia se non alla fine, quando si è
difeso dalle accuse di apartheid e ha accusato il presidente Abu Mazen
di finanziare il terrorismo.
Proprio il leader di Fatah, un’ora prima dallo stesso palco aveva
chiesto a Washington di rivedere le sue politiche aggressive contro il
popolo palestinese che “minano la soluzione a due stati”. “Rinnovo
il mio invito al presidente Trump di annullare le sue decisioni e
decreti riguardo a Gerusalemme [come capitale d’Israele], i rifugiati
[per i tagli all’Unrwa] e sulle colonie”. In un discorso più volte applaudito, Abu
Mazen ha ribadito che gli Usa non possono più essere l’unico mediatore
del processo di pace dato che le sue politiche vanno “contro i
palestinesi”. “[Con lui] abbiamo iniziato con lo stesso impegno
per la pace, abbiamo atteso la sua proposta di pace con pazienza ma
siamo rimasti scioccati dal risultato – ha argomentato il leader di
Fatah – Le decisioni prese sono un insulto al diritto internazionale,
minano la soluzione a due Stati. Propongono solo una soluzione
umanitaria, hanno tolto dal tavolo le questioni politiche, Gerusalemme e
i rifugiati”.
“Ora vediamo gli Usa con nuovi occhi” ha poi dichiarato, come
se 25 anni di Oslo non avessero già dimostrato quanto Washington fosse
un broker disonesto. Ha quindi pronunciato la frase più
significativa del suo discorso (“Gerusalemme non si vende. I diritti dei
palestinesi non sono negoziabili”) prima di proporre un tavolo
negoziale che abbia come mediatori il Consiglio di Sicurezza e il
Quartetto per il Medio Oriente. “Vogliamo uno Stato con confini definiti
e i suoi diritti. Dov’è il crimine in tutto questo?” ha domandato alla platea.
Il punto è se può bastare tutto questo. Il suo discorso,
sebbene a tratti coinvolgente, è apparso in definitiva una ripetizione
di vecchie formule già dimostratesi fallimentari. Non c’è una
visione politica dirompente, non c’è un piano che, al di là delle
critiche e degli applausi effimeri incassati ieri, possa rappresentare
un serio grattacapo politico per Israele. La scelta di Netanyahu di
liquidare i palestinesi e Abu Mazen con poche battute al termine del suo
discorso non è casuale. Tel Aviv ritiene da alcuni anni di
essere riuscita definitivamente a porre nel cassetto la causa
palestinese. Il nemico da eliminare è l’Iran, è l’Iran che non
fa vivere notti serene alla leadership israeliana: il tentativo è quello
di trovare sempre più partner disposti a condividere la sua politica
aggressiva contro Teheran. Nel frattempo, però, i palestinesi possono
tornare nell’oblio. Le dichiarazioni di alcune ore prima del ministro
alla difesa israeliano Lieberman non lasciano alcun dubbio a riguardo:
“Non mi interessa uno stato palestinese”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2018
Le leggi speciali liberiste di Matteo Salvini
Quando scopriremo il significato di tutti i cavilli, postille, rimandi del decreto Salvini, ci accorgeremo che esso è ancora peggiore di quanto ufficialmente già appare. Il potere quando vuole essere particolarmente feroce, annida nei dettagli i suoi più violenti propositi.
In ogni caso già così questo decreto si presenta come il più grave attacco alle libertà e alla democrazia del nostro paese dal 1945 ad oggi. Certo, c’è stato il precedente della legge Minniti, che ha aperto la via al decreto attuale, a perenne vergogna del PD. Ma quelle di Salvini sono autentiche leggi speciali, quelle che ogni regime autoritario deve varare per consolidarsi.
In questo caso il decreto non colpisce l’opposizione politica, ma agisce sul piano sociale, imponendo un apartheid civile che colpisce sia i migranti, sia ogni forma di conflitto. In questo senso il decreto Salvini è prima di tutto liberismo estremo, con la cittadinanza ed i diritti civili assegnati in base alla ricchezza e alla collocazione nel mercato del lavoro. E come ogni misura liberista che si rispetti, il decreto è anche affari e privatizzazioni, con la svendita al mercato – magari a prestanome degli stessi proprietari espropriati – dei beni sequestrati ai mafiosi.
Il razzismo contro i migranti è l’anima del provvedimento, ma in fondo ne è anche la copertura. Esso serve a costruire consenso a tutte le altre misure di selezione e violenza sociale.
Salvini decreta un regime speciale, per gli stranieri e verso gli italiani con la pelle di una altro colore. Per essi non valgano i diritti, le garanzie costituzionali degli altri cittadini. Essi sono esseri umani di seconda serie, devono solo subire, farsi schiavi obbedienti, sottoposti ai ricatti di chi li sfrutta e a controlli burocratici e polizieschi oppressivi. Altrimenti possono essere rinchiusi nei lager, cacciati nella clandestinità o gettati nei deserti libici.
Persino la cittadinanza, che in democrazia nessuna legge può mettere a disposizione del potere – che non può mai dichiarare non più tale un suo cittadino – entra nel giro delle misure repressive e ritorsive. Ma questo trattamento è “solo per i delinquenti”, è “per la nostra sicurezza”, proclama Salvini. Perché non ci sono forse già leggi contro la delinquenza, la violenza, il terrorismo? Certo che ci sono, ma qui si tratta di stranieri, di migranti, di africani, che anche se fossero cittadini italiani non dovrebbero più essere considerati come tali. Come chiamare questa se non discriminazione razziale?
Sicurezza è la parola usata in malafede in un paese che ha perso la sicurezza del lavoro e la sicurezza della vita quando si lavora, che ha perso la sicurezza sociale e la sicurezza di un futuro dignitoso. Ma non è questo ciò che intendono i mass media come sicurezza.
No, la sicurezza di cui si parla nasce dalle emergenze inventate e alimentate per coprire quelle vere. Tutti i delitti contro la persona, anche quelli più odiosi, sono in calo rilevante, eppure i leghisti ed i loro soci ci vogliono far vivere in un paese in cui sia urgente armarsi e sparare. I migranti che arrivano nel nostro paese sono sempre meno e quelli che ancora lo fanno vogliono solo passare per andare altrove. Ben pochi sono attratti dall’Italia di oggi. Non c’è alcuna invasione in corso, semmai una evasione, di milioni di italiani che son tornati ad emigrare perché qui non trovano più niente da fare. Il governo si occupa forse di loro, che tra l’altro rischiano di subire in Germania, in Svezia, in tanti paesi dove sono andati a cercar lavoro, lo stesso trattamento che si vuole riservare a chi è migrato qui? No.
Ma le misure contro i migranti servono anche a creare consenso a quelle contro i poveri e contro chi lotta. È atrocemente paradossale, ma le leggi razziali servono a sostenere quelle fasciste. Tornano i principi del Codice Rocco. Un operaio che occupa la fabbrica può essere condannato fino a quattro anni di carcere, chi occupa una casa pure, se poi fa anche il blocco stradale può arrivare a sei anni di condanna. È la garanzia della proprietà privata che Salvini ha recentemente proclamato e che ora militarizza. I NOTAV in Valle Susa e i NOTAP in Puglia, ora rischiano di essere tra le prime vittime delle leggi speciali. Molti dei sostenitori di quei movimenti avevano votato per il M5S, che li ha ripagati approvando le leggi di Salvini. Altro che Rousseau, qui sono Scelba e Mussolini che ispirano il governo e i ministri cinquestelle hanno perso ogni credibilità politica e morale in tema di democrazia e diritti civili.
Infine i poveri, già oggetto della vergognosa definizione di problemi per il decoro urbano, contenuta nella legge Minniti, sono colpiti dalla ferocia del decreto. I poveri non si devono vedere, devono essere espulsi, nascosti, rinchiusi. La guerra alla povertà è prima di tutto guerra ai poveri in carne ed ossa. E anche i vigili urbani avranno migliaia di micidiali taser a disposizione per condurre questa guerra.
Le leggi speciali di Salvini sono l’austerità che si arma contro i poveri mentre li fa combattere tra loro. Esse cercano di creare consenso ad un progetto reazionario che dopo aver cancellato il diritto al lavoro, allo studio, alla salute e alla sicurezza sociale, ora cancella anche il diritto ad una cittadinanza uguale. È una regressione ottocentesca, ma è anche la conclusione mostruosa della finta modernità della società schiavizzata dal mercato.
Il decreto Salvini è una legislazione speciale e razziale contro i poveri e gli sfruttati e la nostra Costituzione resterà sotto sequestro come la nave Diciotti, fino a che esse non saranno abrogate con disonore. Fino ad allora il dovere di ogni democratico è rifiutarle, boicottarle, violarle.
Fonte
In ogni caso già così questo decreto si presenta come il più grave attacco alle libertà e alla democrazia del nostro paese dal 1945 ad oggi. Certo, c’è stato il precedente della legge Minniti, che ha aperto la via al decreto attuale, a perenne vergogna del PD. Ma quelle di Salvini sono autentiche leggi speciali, quelle che ogni regime autoritario deve varare per consolidarsi.
In questo caso il decreto non colpisce l’opposizione politica, ma agisce sul piano sociale, imponendo un apartheid civile che colpisce sia i migranti, sia ogni forma di conflitto. In questo senso il decreto Salvini è prima di tutto liberismo estremo, con la cittadinanza ed i diritti civili assegnati in base alla ricchezza e alla collocazione nel mercato del lavoro. E come ogni misura liberista che si rispetti, il decreto è anche affari e privatizzazioni, con la svendita al mercato – magari a prestanome degli stessi proprietari espropriati – dei beni sequestrati ai mafiosi.
Il razzismo contro i migranti è l’anima del provvedimento, ma in fondo ne è anche la copertura. Esso serve a costruire consenso a tutte le altre misure di selezione e violenza sociale.
Salvini decreta un regime speciale, per gli stranieri e verso gli italiani con la pelle di una altro colore. Per essi non valgano i diritti, le garanzie costituzionali degli altri cittadini. Essi sono esseri umani di seconda serie, devono solo subire, farsi schiavi obbedienti, sottoposti ai ricatti di chi li sfrutta e a controlli burocratici e polizieschi oppressivi. Altrimenti possono essere rinchiusi nei lager, cacciati nella clandestinità o gettati nei deserti libici.
Persino la cittadinanza, che in democrazia nessuna legge può mettere a disposizione del potere – che non può mai dichiarare non più tale un suo cittadino – entra nel giro delle misure repressive e ritorsive. Ma questo trattamento è “solo per i delinquenti”, è “per la nostra sicurezza”, proclama Salvini. Perché non ci sono forse già leggi contro la delinquenza, la violenza, il terrorismo? Certo che ci sono, ma qui si tratta di stranieri, di migranti, di africani, che anche se fossero cittadini italiani non dovrebbero più essere considerati come tali. Come chiamare questa se non discriminazione razziale?
Sicurezza è la parola usata in malafede in un paese che ha perso la sicurezza del lavoro e la sicurezza della vita quando si lavora, che ha perso la sicurezza sociale e la sicurezza di un futuro dignitoso. Ma non è questo ciò che intendono i mass media come sicurezza.
No, la sicurezza di cui si parla nasce dalle emergenze inventate e alimentate per coprire quelle vere. Tutti i delitti contro la persona, anche quelli più odiosi, sono in calo rilevante, eppure i leghisti ed i loro soci ci vogliono far vivere in un paese in cui sia urgente armarsi e sparare. I migranti che arrivano nel nostro paese sono sempre meno e quelli che ancora lo fanno vogliono solo passare per andare altrove. Ben pochi sono attratti dall’Italia di oggi. Non c’è alcuna invasione in corso, semmai una evasione, di milioni di italiani che son tornati ad emigrare perché qui non trovano più niente da fare. Il governo si occupa forse di loro, che tra l’altro rischiano di subire in Germania, in Svezia, in tanti paesi dove sono andati a cercar lavoro, lo stesso trattamento che si vuole riservare a chi è migrato qui? No.
Ma le misure contro i migranti servono anche a creare consenso a quelle contro i poveri e contro chi lotta. È atrocemente paradossale, ma le leggi razziali servono a sostenere quelle fasciste. Tornano i principi del Codice Rocco. Un operaio che occupa la fabbrica può essere condannato fino a quattro anni di carcere, chi occupa una casa pure, se poi fa anche il blocco stradale può arrivare a sei anni di condanna. È la garanzia della proprietà privata che Salvini ha recentemente proclamato e che ora militarizza. I NOTAV in Valle Susa e i NOTAP in Puglia, ora rischiano di essere tra le prime vittime delle leggi speciali. Molti dei sostenitori di quei movimenti avevano votato per il M5S, che li ha ripagati approvando le leggi di Salvini. Altro che Rousseau, qui sono Scelba e Mussolini che ispirano il governo e i ministri cinquestelle hanno perso ogni credibilità politica e morale in tema di democrazia e diritti civili.
Infine i poveri, già oggetto della vergognosa definizione di problemi per il decoro urbano, contenuta nella legge Minniti, sono colpiti dalla ferocia del decreto. I poveri non si devono vedere, devono essere espulsi, nascosti, rinchiusi. La guerra alla povertà è prima di tutto guerra ai poveri in carne ed ossa. E anche i vigili urbani avranno migliaia di micidiali taser a disposizione per condurre questa guerra.
Le leggi speciali di Salvini sono l’austerità che si arma contro i poveri mentre li fa combattere tra loro. Esse cercano di creare consenso ad un progetto reazionario che dopo aver cancellato il diritto al lavoro, allo studio, alla salute e alla sicurezza sociale, ora cancella anche il diritto ad una cittadinanza uguale. È una regressione ottocentesca, ma è anche la conclusione mostruosa della finta modernità della società schiavizzata dal mercato.
Il decreto Salvini è una legislazione speciale e razziale contro i poveri e gli sfruttati e la nostra Costituzione resterà sotto sequestro come la nave Diciotti, fino a che esse non saranno abrogate con disonore. Fino ad allora il dovere di ogni democratico è rifiutarle, boicottarle, violarle.
Fonte
Mercati in fiamme. Di Maio e Salvini “vincono” come Pirro
Sempre più nei panni di due Tsipras di destra... Di Maio e Salvini che si concedono al bagnetto di folla, sotto Palazzo Chigi, dopo aver fissato nel Def lo “sforamento” del deficit al 2,4%, ricordano ormai da vicino l’ex speranza della “sinistra” che sfidava la Troika con un referendum popolare (per poi vincerlo e tradirlo, nel giro di 24 ore).
Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).
In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.
I problemi sono ora di due tipi, molto diversi:
a) cosa prevedono di fare con questi soldi,
b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.
Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.
Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese...) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.
Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).
Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la struttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.
C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.
Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo preciso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbe riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.
E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.
Un po’ di respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.
Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli, futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.
Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.
Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Il rendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.
Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprio ieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).
Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sul mercato europeo.
Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.
Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresa Repubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.
La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante... Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.
Fonte
Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).
In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.
I problemi sono ora di due tipi, molto diversi:
a) cosa prevedono di fare con questi soldi,
b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.
Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.
Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese...) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.
Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).
Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la struttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.
C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.
Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo preciso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbe riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.
E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.
Un po’ di respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.
Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli, futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.
Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.
Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Il rendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.
Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprio ieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).
Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sul mercato europeo.
Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.
Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresa Repubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.
La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante... Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.
Fonte
USA all'attacco dell'OPEC
di Michele Giorgio – il Manifesto
Sono tiepide le reazioni delle petromonarchie alle esternazioni di Donald Trump alle Nazioni unite. La stampa ufficiale tace ma l’attacco a sorpresa lanciato dal presidente americano all’Opec e agli alleati nel Golfo, che non farebbero abbastanza per favorire il calo del prezzo del petrolio, ha generato stupore e qualche disappunto.
La soddisfazione per la conferma del cosiddetto «metodo Trump» – il pugno di ferro – nei rapporti tra Usa e Iran è stata mitigata da critiche che monarchi e principi arabi non si attendevano. Il presidente americano è stato chiaro.
Con il barile di greggio che ha toccato gli 82 dollari, si sta rivelando contraria agli interessi americani la decisione saudita di non aumentare la produzione, un passo necessario, secondo gli Usa, per coprire la quota che l’Iran non potrà esportare a causa delle ulteriori sanzioni americane che scatteranno a novembre.
«Difendiamo molte di queste nazioni per nulla. E poi si approfittano di noi dandoci prezzi alti del petrolio. Vogliamo che smettano di aumentare i prezzi e che inizino a ridurre i prezzi. E d’ora in poi dovranno contribuire sostanzialmente alla loro protezione militare».
«Trump non è uno che la manda a dire – dice al manifesto l’analista arabo Mouin Rabbani – Se i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo vogliono la protezione americana dall’Iran e altri avversari allora devono sapere che questo costo è destinato ad aumentare».
«Il punto – aggiunge Rabbani – è che le casse saudite e di altri paesi del Golfo non sono piene come un tempo visti i costi per decine di miliardi di dollari nell’acquisto di armi. La guerra in Yemen si è rivelata particolarmente dispendiosa per Riyadh. Perciò l’aumento del prezzo del greggio serve a compensare le tante uscite. Solo che ciò si scontra con quanto desidera Trump che non vuole arrivare alle elezioni di fine autunno con l’economia americana penalizzata dal costo delle materie prime».
Non è solo. Il Congresso Usa sta valutando l’approvazione di una legge volta a favorire azioni legali contro i membri dell’Opec per «manipolazione dei prezzi di mercato». Una minaccia molto seria: Riyadh ha ingaggiato un noto avvocato repubblicano ed ex procuratore generale, Ted Olson, per cercare di fermare il disegno di legge bipartisan.
Monarchi e principi arabi sperano che Trump interrompa la sua offensiva sui prezzi del petrolio e, rispetto al Golfo, torni a concentrarsi esclusivamente sulle pressioni contro Tehran, dando seguito in maniera ancora più compiuta all’uscita degli Usa dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano.
Non solo, si aspettano che l’amministrazione Usa raffreddi i rapporti con il Qatar, da oltre un anno al centro di una campagna di sanzioni da parte della cosiddetta Nato araba (Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto) perché sponsor del movimento dei Fratelli musulmani, nemico di Riyadh, e non abbastanza duro con l’Iran.
Anwar Gargash, astro nascente della politica estera del Consiglio di cooperazione del Golfo, in un’intervista di inizio settimana al National, è stato netto nell’indicare che il prossimo passo da muovere è lo stop al programma missilistico dell’Iran. A farlo, ha lasciato intendere, dovranno essere gli Stati Uniti.
«La questione ha assunto un’ulteriore urgenza a causa dei (ribelli sciiti) Houthi che usano missili iraniani per colpire l’Arabia Saudita», ha detto Gargash aggiungendo che in qualsiasi accordo futuro con l’Iran sul nucleare e altre questioni centrali i paesi arabi (del Golfo) dovranno essere chiamati a dare l’approvazione.
Fonte
Sono tiepide le reazioni delle petromonarchie alle esternazioni di Donald Trump alle Nazioni unite. La stampa ufficiale tace ma l’attacco a sorpresa lanciato dal presidente americano all’Opec e agli alleati nel Golfo, che non farebbero abbastanza per favorire il calo del prezzo del petrolio, ha generato stupore e qualche disappunto.
La soddisfazione per la conferma del cosiddetto «metodo Trump» – il pugno di ferro – nei rapporti tra Usa e Iran è stata mitigata da critiche che monarchi e principi arabi non si attendevano. Il presidente americano è stato chiaro.
Con il barile di greggio che ha toccato gli 82 dollari, si sta rivelando contraria agli interessi americani la decisione saudita di non aumentare la produzione, un passo necessario, secondo gli Usa, per coprire la quota che l’Iran non potrà esportare a causa delle ulteriori sanzioni americane che scatteranno a novembre.
«Difendiamo molte di queste nazioni per nulla. E poi si approfittano di noi dandoci prezzi alti del petrolio. Vogliamo che smettano di aumentare i prezzi e che inizino a ridurre i prezzi. E d’ora in poi dovranno contribuire sostanzialmente alla loro protezione militare».
«Trump non è uno che la manda a dire – dice al manifesto l’analista arabo Mouin Rabbani – Se i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo vogliono la protezione americana dall’Iran e altri avversari allora devono sapere che questo costo è destinato ad aumentare».
«Il punto – aggiunge Rabbani – è che le casse saudite e di altri paesi del Golfo non sono piene come un tempo visti i costi per decine di miliardi di dollari nell’acquisto di armi. La guerra in Yemen si è rivelata particolarmente dispendiosa per Riyadh. Perciò l’aumento del prezzo del greggio serve a compensare le tante uscite. Solo che ciò si scontra con quanto desidera Trump che non vuole arrivare alle elezioni di fine autunno con l’economia americana penalizzata dal costo delle materie prime».
Non è solo. Il Congresso Usa sta valutando l’approvazione di una legge volta a favorire azioni legali contro i membri dell’Opec per «manipolazione dei prezzi di mercato». Una minaccia molto seria: Riyadh ha ingaggiato un noto avvocato repubblicano ed ex procuratore generale, Ted Olson, per cercare di fermare il disegno di legge bipartisan.
Monarchi e principi arabi sperano che Trump interrompa la sua offensiva sui prezzi del petrolio e, rispetto al Golfo, torni a concentrarsi esclusivamente sulle pressioni contro Tehran, dando seguito in maniera ancora più compiuta all’uscita degli Usa dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano.
Non solo, si aspettano che l’amministrazione Usa raffreddi i rapporti con il Qatar, da oltre un anno al centro di una campagna di sanzioni da parte della cosiddetta Nato araba (Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto) perché sponsor del movimento dei Fratelli musulmani, nemico di Riyadh, e non abbastanza duro con l’Iran.
Anwar Gargash, astro nascente della politica estera del Consiglio di cooperazione del Golfo, in un’intervista di inizio settimana al National, è stato netto nell’indicare che il prossimo passo da muovere è lo stop al programma missilistico dell’Iran. A farlo, ha lasciato intendere, dovranno essere gli Stati Uniti.
«La questione ha assunto un’ulteriore urgenza a causa dei (ribelli sciiti) Houthi che usano missili iraniani per colpire l’Arabia Saudita», ha detto Gargash aggiungendo che in qualsiasi accordo futuro con l’Iran sul nucleare e altre questioni centrali i paesi arabi (del Golfo) dovranno essere chiamati a dare l’approvazione.
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Cosa ci serve adesso
Ci dicono da più parti: “c’è un pericolo di fascismo, la destra è al governo, c’è necessità di una unità più grande”.
E’ vero. E lo sappiamo bene.
A Roma, giovedì mattina, hanno sgomberato con la forza, da una casa popolare, una donna di 70 anni, sola, con la pensione al minimo (500 euro al mese). Una “squadretta” di vigili urbani in tenuta antisommossa ha aggredito gli attivisti che hanno tentato, come mille altre volte, di impedire questo sconcio, ordinato senza neanche preoccuparsi di trovare prima una soluzione alternativa per l’anziana. Per esemplificare al meglio il nuovo corso disegnato dal “decreto Salvini sulla sicurezza”, i vigili hanno proceduto anche all’arresto di quattro degli attivisti.
A ordinare questa vergogna il nuovo comandante dei vigili urbani di Roma, con un curriculum pieno di iniziative dello stesso genere nel corso degli ultimi 30 anni, promosso in questa carica dalla sindaca espressione di un “Movimento” che prometteva di cambiare volto a una città e all’Italia. Ma che ha promosso i peggiori esempi di cosa non si deve fare per governare con intelligenza e competenza una capitale. Era accaduto già con Raffaele Marra e suo fratello (anche lui proveniente dal “serbatoio” dei vigili urbani). Succede e succederà ancora con altri. Questo è il fascismo che avanza, quello istituzionale, che è più solido e pericoloso degli squadristi di CasaClown.
Questo sconcio è avvenuto nel giorno in cui un “governo del cambiamento” brindava alla “manovra del popolo” per aver deciso – metterlo in pratica sarà tutt’altra roba – di alzare un po’ il livello del deficit per il prossimo anno e fare un po’ di scena sulle “promesse realizzate”.
Un governo che giura di “eliminare la povertà” ma che procede a colpi di decreti, sfratti, aumenti delle tariffe (luce e gas) verso l’eliminazione fisica dei poveri. E che, di conseguenza, si premura soprattutto di rendere illegale ogni resistenza, politica e sociale.
Tra gli arrestati di ieri spiccano i nomi di Giacomo e Federico, attivisti dell’Asia Usb, protagonisti da anni della lotta per la casa a Roma. Sono stati anche candidati di Potere al Popolo!, alle elezioni politiche e/o alle circoscrizionali romane di primavera. Federico era stato anche presente alla conferenza stampa che lanciava la lista, alla Camera, distinguendosi per il dover andare via in anticipo perché doveva andare a lavorare. Cose che capitano ai precari, non certo agli abitué del Palazzo...
Questi arresti, in definitiva, ci permettono di chiarire meglio, e molto concretamente, cosa deve essere Potere al Popolo! La discussione in corso sullo statuto, infatti, si presta fin troppo facilmente a stiracchiamenti da avvocaticchi, a lunghe tirate su princìpi sacrosanti ma spesso raggelati nell’empireo dell’astrazione, o della forma senza sostanza, come la scarpa senza il piede.
Al nostro blocco sociale – lavoratori con ogni tipo di contratto ed anche senza, pensionati, disoccupati, studenti, senza casa, migranti, ecc. – serve una rappresentanza politica e un’organizzazione in grado di unire i mille momenti di conflitto e resistenza sociale, altrimenti condannati all’isolamento nel “chilometro zero”, e quindi facilmente circondati e sconfitti.
Serve o servirebbe anche una rappresentanza elettorale credibile, che fa quel che dice, che ne sostiene gli interessi materiali e ideali. Che non parla di “alternativa”, ma la pratica. Che non baratta il programma di lotta collettivo con qualche poltrona personalizzata (in un consiglio comunale o in una “società partecipata”).
Servono attivisti che si alzano alle 5 di mattina per andare a impedire uno sfratto o a sostenere un picchetto fuori una fabbrica che chiude; che sono presenti dove c’è un problema, che organizzano comitati di quartiere per risolvere problemi grandi e piccoli altrimenti destinati a incancrenire, avvelenando la vita collettiva.
Servono attivisti che – come a Rocca di Papa, Tiburtino III e Casalbruciato, per ricordare fatti solo delle ultime settimane – ci sono e sono conosciuti dai residenti quando c’è da respingere i tentativi di infiltrazione fascista.
Servono attivisti che arrivano in orario quando c’è da volantinare, manifestare, aprire uno sportello, riunirsi in assemblea. Perché il tempo di ognuno è prezioso e non va sprecato, ma soprattutto perché buttarlo via in vane attese deprime anche lo spirito più militante.
Servono attivisti che pensano camminando, ragionano correndo, intuiscono e intervengono prima che qualcuno glielo “ordini”, che hanno fame di fare qualcosa, che esprimono un’opinione perché sanno qualcosa del problema di cui si discute (“chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”, spiegava Mao).
Servono attivisti che studiano e scrivono perché è necessario per tutti conoscere ciò non sappiamo ancora, non per “farsi un nome”.
Si avverte un po’ meno – diciamo così... – il bisogno di “pacchetti di tessere”, di liste di nomi tirate fuori da un cassetto quando c’è da votare un segretario o un coordinatore a qualsiasi livello, di “assemblee territoriali” che appaiono e scompaiono con la stessa cadenza temporale e per lo stesso motivo.
Si avverte un po’ meno, insomma, l’esigenza di “contare” adesioni su carta, di far finta che ci siano “oltre cento aderenti” in un posto dove non si riesce a metterne insieme cinque per fare un volantinaggio o un banchetto firme sotto una proposta di legge di iniziativa popolare.
Serve un’alternativa che cammini per le strade, salga le scale dei casermoni di periferia, agisca nelle fabbriche e nei supermercati, stia negli uffici e tra i riders, nelle scuole e nelle università, nelle file della sanità o alla posta.
Non si avverte invece affatto il bisogno di una “alternativa” ridotta a parola, a straccio agitato per raccattare qualche voto, ripetuta ossessivamente negli incontri tra frammenti di ceto politico che cercano di ovviare allo sradicamento sociale assemblandosi cento volte nello stesso modo.
Non è una distinzione generazionale (“nuovo” e “vecchio” non significano nulla), non è una distinzione tra iscritti a qualche partito e “cani sciolti”, non è un differenziazione tra “movimentisti” e “partitisti”.
Abbiamo bisogno di tutti e anche di tantissimi altri ancora. Per fare, non per discettare. Altrimenti il fascismo trionfa e poi ne discuteremo dentro la galera.
Fonte
E’ vero. E lo sappiamo bene.
A Roma, giovedì mattina, hanno sgomberato con la forza, da una casa popolare, una donna di 70 anni, sola, con la pensione al minimo (500 euro al mese). Una “squadretta” di vigili urbani in tenuta antisommossa ha aggredito gli attivisti che hanno tentato, come mille altre volte, di impedire questo sconcio, ordinato senza neanche preoccuparsi di trovare prima una soluzione alternativa per l’anziana. Per esemplificare al meglio il nuovo corso disegnato dal “decreto Salvini sulla sicurezza”, i vigili hanno proceduto anche all’arresto di quattro degli attivisti.
A ordinare questa vergogna il nuovo comandante dei vigili urbani di Roma, con un curriculum pieno di iniziative dello stesso genere nel corso degli ultimi 30 anni, promosso in questa carica dalla sindaca espressione di un “Movimento” che prometteva di cambiare volto a una città e all’Italia. Ma che ha promosso i peggiori esempi di cosa non si deve fare per governare con intelligenza e competenza una capitale. Era accaduto già con Raffaele Marra e suo fratello (anche lui proveniente dal “serbatoio” dei vigili urbani). Succede e succederà ancora con altri. Questo è il fascismo che avanza, quello istituzionale, che è più solido e pericoloso degli squadristi di CasaClown.
Questo sconcio è avvenuto nel giorno in cui un “governo del cambiamento” brindava alla “manovra del popolo” per aver deciso – metterlo in pratica sarà tutt’altra roba – di alzare un po’ il livello del deficit per il prossimo anno e fare un po’ di scena sulle “promesse realizzate”.
Un governo che giura di “eliminare la povertà” ma che procede a colpi di decreti, sfratti, aumenti delle tariffe (luce e gas) verso l’eliminazione fisica dei poveri. E che, di conseguenza, si premura soprattutto di rendere illegale ogni resistenza, politica e sociale.
Tra gli arrestati di ieri spiccano i nomi di Giacomo e Federico, attivisti dell’Asia Usb, protagonisti da anni della lotta per la casa a Roma. Sono stati anche candidati di Potere al Popolo!, alle elezioni politiche e/o alle circoscrizionali romane di primavera. Federico era stato anche presente alla conferenza stampa che lanciava la lista, alla Camera, distinguendosi per il dover andare via in anticipo perché doveva andare a lavorare. Cose che capitano ai precari, non certo agli abitué del Palazzo...
Questi arresti, in definitiva, ci permettono di chiarire meglio, e molto concretamente, cosa deve essere Potere al Popolo! La discussione in corso sullo statuto, infatti, si presta fin troppo facilmente a stiracchiamenti da avvocaticchi, a lunghe tirate su princìpi sacrosanti ma spesso raggelati nell’empireo dell’astrazione, o della forma senza sostanza, come la scarpa senza il piede.
Al nostro blocco sociale – lavoratori con ogni tipo di contratto ed anche senza, pensionati, disoccupati, studenti, senza casa, migranti, ecc. – serve una rappresentanza politica e un’organizzazione in grado di unire i mille momenti di conflitto e resistenza sociale, altrimenti condannati all’isolamento nel “chilometro zero”, e quindi facilmente circondati e sconfitti.
Serve o servirebbe anche una rappresentanza elettorale credibile, che fa quel che dice, che ne sostiene gli interessi materiali e ideali. Che non parla di “alternativa”, ma la pratica. Che non baratta il programma di lotta collettivo con qualche poltrona personalizzata (in un consiglio comunale o in una “società partecipata”).
Servono attivisti che si alzano alle 5 di mattina per andare a impedire uno sfratto o a sostenere un picchetto fuori una fabbrica che chiude; che sono presenti dove c’è un problema, che organizzano comitati di quartiere per risolvere problemi grandi e piccoli altrimenti destinati a incancrenire, avvelenando la vita collettiva.
Servono attivisti che – come a Rocca di Papa, Tiburtino III e Casalbruciato, per ricordare fatti solo delle ultime settimane – ci sono e sono conosciuti dai residenti quando c’è da respingere i tentativi di infiltrazione fascista.
Servono attivisti che arrivano in orario quando c’è da volantinare, manifestare, aprire uno sportello, riunirsi in assemblea. Perché il tempo di ognuno è prezioso e non va sprecato, ma soprattutto perché buttarlo via in vane attese deprime anche lo spirito più militante.
Servono attivisti che pensano camminando, ragionano correndo, intuiscono e intervengono prima che qualcuno glielo “ordini”, che hanno fame di fare qualcosa, che esprimono un’opinione perché sanno qualcosa del problema di cui si discute (“chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”, spiegava Mao).
Servono attivisti che studiano e scrivono perché è necessario per tutti conoscere ciò non sappiamo ancora, non per “farsi un nome”.
Si avverte un po’ meno – diciamo così... – il bisogno di “pacchetti di tessere”, di liste di nomi tirate fuori da un cassetto quando c’è da votare un segretario o un coordinatore a qualsiasi livello, di “assemblee territoriali” che appaiono e scompaiono con la stessa cadenza temporale e per lo stesso motivo.
Si avverte un po’ meno, insomma, l’esigenza di “contare” adesioni su carta, di far finta che ci siano “oltre cento aderenti” in un posto dove non si riesce a metterne insieme cinque per fare un volantinaggio o un banchetto firme sotto una proposta di legge di iniziativa popolare.
Serve un’alternativa che cammini per le strade, salga le scale dei casermoni di periferia, agisca nelle fabbriche e nei supermercati, stia negli uffici e tra i riders, nelle scuole e nelle università, nelle file della sanità o alla posta.
Non si avverte invece affatto il bisogno di una “alternativa” ridotta a parola, a straccio agitato per raccattare qualche voto, ripetuta ossessivamente negli incontri tra frammenti di ceto politico che cercano di ovviare allo sradicamento sociale assemblandosi cento volte nello stesso modo.
Non è una distinzione generazionale (“nuovo” e “vecchio” non significano nulla), non è una distinzione tra iscritti a qualche partito e “cani sciolti”, non è un differenziazione tra “movimentisti” e “partitisti”.
Abbiamo bisogno di tutti e anche di tantissimi altri ancora. Per fare, non per discettare. Altrimenti il fascismo trionfa e poi ne discuteremo dentro la galera.
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Sulla Flat Tax contrapposizioni del tutto formali
Difficile orientarsi nel labirinto di annunci e repentine smentite che caratterizzano l’azione di governo in prossimità della legge di bilancio.
Ciò che però risulta evidente è che qualsiasi misura annunciata in campagna elettorale si scontra con quei vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea che di fatto precludono qualsiasi tipo di intervento che comporti impiego di risorse: la rottura di quei vincoli è quindi la condizione necessaria per mettere in campo politiche espansive, ma al di là dei proclami questo governo non appare intenzionato a sfidare davvero la governance europeista.
E così la tanto annunciata abrogazione della legge Fornero si tramuta in una ben più misera quota 100 che dovrebbe riguardare soltanto i lavoratori delle aziende in crisi del settore privato (300/400 mila lavoratori); il reddito di cittadinanza, oltre all’assurda e incostituzionale destinazione “autoctona”, rischia di tramutarsi in un reddito di inclusione con una platea leggermente più allargata; la flat tax, tanto cara alla Lega, presumibilmente si configurerà, in una prima fase, con un innalzamento della soglia dei ricavi utili per poter usufruire dell’aliquota agevolata del 15 percento. Ad oggi tale aliquota agevolata si applica già nei confronti di tutti quei professionisti che percepiscono ricavi fino a 30mila euro e per altre categorie con ricavi fino a 50 mila euro. L’obiettivo è estendere la platea ad autonomi e società di persone (Snc, Sas e Srl) che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe poi un 5 percento addizionale.
A completare il quadro, anche un abbassamento dello sgravio Ires dal 24 al 15 percento sugli utili investiti dalle società di capitali in beni strumentali e nuova occupazione.
A finanziare la misura dovrebbe intervenire il solito condono di turno che, nella versione del governo del cambiamento, assume la denominazione di “pace fiscale”.
Al di là della platea alla quale si rivolgerà il testo definitivo, non vi è dubbio che la flat tax indirizzi il vantaggio fiscale alle fasce di reddito più alte e non riguarderà minimamente quel variegato mondo dei lavoratori precari (falsi autonomi o professionisti a reddito basso e discontinuo) ai quali tutti strizzano l’occhio giusto il tempo della campagna elettorale.
Fatta questa doverosa premessa è però opportuno chiarire che sul tema delle tasse si gioca una finta contrapposizione politica tra l’attuale governo e la presunta opposizione: ambedue gli schieramenti, pur riferendosi ad un elettorato differente, convergono sul fatto che le tasse occorre ridurle ai più ricchi in base a quella strampalata teoria secondo la quale se costoro pagano meno tasse investiranno di più e creeranno posti di lavoro. Il fatto che tale teoria non abbia alcun riscontro nella realtà ed anzi contribuisca ad acuire le diseguaglianze sociali, viene considerato un dettaglio irrilevante.
In realtà quelle forze politiche che oggi si scandalizzano dinanzi alla flat tax ed invocano il principio della progressività delle imposte tacciono sul fatto che non solo le società di capitali (tra cui le imprese più grandi) di fatto non sono mai state assoggettate ad imposta progressiva, ma l’aliquota unica per tali società è stata progressivamente abbassata, passando nel corso degli anni dal 37 all’attuale 24 percento, grazie all’ennesima riduzione di ben 3,5 punti percentuali operata dal governo Renzi nella legge di stabilità del 2017.
In sintesi l’ aliquota unica del 24 percento per le società di capitali (indipendentemente dal fatturato) corrisponde più o meno all’aliquota IRPEF più bassa (23 percento) riguardante chi percepisce redditi fino a 15.000 euro...
La logica sottesa a questo incredibile trattamento di favore nei confronti delle grandi imprese è stata quella di attrarre nel nostro paese gli investimenti esteri attraverso una tassazione irrisoria.
Sul versante IRPEF (che dovrebbe essere interessato dalla flat tax a partire dal 2020) è sufficiente ricordare che di quel sistema progressivo che contemplava fino ai primi anni 80’ ben 32 scaglioni con l’aliquota più alta che arrivava al 72 percento per i redditi sopra i 500 milioni delle vecchie lire e l’aliquota più bassa al 10 percento per i redditi sotto i 2 milioni delle vecchie lire, non è rimasto più nulla.
Tutti gli interventi fiscali messi in campo dai vari governi che si sono succeduti hanno avuto un minimo comune denominatore: alzare le aliquote fiscali dei redditi più bassi ed abbassare quelle dei redditi più alti. Risultato: gli scaglioni sono ora ridotti a 5 con l’aliquota più bassa salita dal 10 al 23 percento e quella più alta scesa dal 72 percento al 43 percento per i redditi oltre i 75.000 euro.
E’ in questo quadro di continua erosione del principio costituzionale di progressività dell’imposta che si inserisce la proposta delle 2 aliquote Irpef tanto cara alla Lega.
Ma non è sufficiente limitarsi a contrastare tale proposta, se non si rimette in discussione tutto un sistema fiscale che si fonda sulla iniquità e sulla diseguaglianza sociale.
Per questo lavoratori dipendenti, pensionati, precari e in generale i ceti meno abbienti devono diffidare quando sentono ripetere che in Italia le tasse sono troppo alte.
La genericità di questa affermazione prelude sempre a interventi fiscali volti ad avvantaggiare i più ricchi. Ce lo insegna la storia
Fonte
Ciò che però risulta evidente è che qualsiasi misura annunciata in campagna elettorale si scontra con quei vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea che di fatto precludono qualsiasi tipo di intervento che comporti impiego di risorse: la rottura di quei vincoli è quindi la condizione necessaria per mettere in campo politiche espansive, ma al di là dei proclami questo governo non appare intenzionato a sfidare davvero la governance europeista.
E così la tanto annunciata abrogazione della legge Fornero si tramuta in una ben più misera quota 100 che dovrebbe riguardare soltanto i lavoratori delle aziende in crisi del settore privato (300/400 mila lavoratori); il reddito di cittadinanza, oltre all’assurda e incostituzionale destinazione “autoctona”, rischia di tramutarsi in un reddito di inclusione con una platea leggermente più allargata; la flat tax, tanto cara alla Lega, presumibilmente si configurerà, in una prima fase, con un innalzamento della soglia dei ricavi utili per poter usufruire dell’aliquota agevolata del 15 percento. Ad oggi tale aliquota agevolata si applica già nei confronti di tutti quei professionisti che percepiscono ricavi fino a 30mila euro e per altre categorie con ricavi fino a 50 mila euro. L’obiettivo è estendere la platea ad autonomi e società di persone (Snc, Sas e Srl) che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe poi un 5 percento addizionale.
A completare il quadro, anche un abbassamento dello sgravio Ires dal 24 al 15 percento sugli utili investiti dalle società di capitali in beni strumentali e nuova occupazione.
A finanziare la misura dovrebbe intervenire il solito condono di turno che, nella versione del governo del cambiamento, assume la denominazione di “pace fiscale”.
Al di là della platea alla quale si rivolgerà il testo definitivo, non vi è dubbio che la flat tax indirizzi il vantaggio fiscale alle fasce di reddito più alte e non riguarderà minimamente quel variegato mondo dei lavoratori precari (falsi autonomi o professionisti a reddito basso e discontinuo) ai quali tutti strizzano l’occhio giusto il tempo della campagna elettorale.
Fatta questa doverosa premessa è però opportuno chiarire che sul tema delle tasse si gioca una finta contrapposizione politica tra l’attuale governo e la presunta opposizione: ambedue gli schieramenti, pur riferendosi ad un elettorato differente, convergono sul fatto che le tasse occorre ridurle ai più ricchi in base a quella strampalata teoria secondo la quale se costoro pagano meno tasse investiranno di più e creeranno posti di lavoro. Il fatto che tale teoria non abbia alcun riscontro nella realtà ed anzi contribuisca ad acuire le diseguaglianze sociali, viene considerato un dettaglio irrilevante.
In realtà quelle forze politiche che oggi si scandalizzano dinanzi alla flat tax ed invocano il principio della progressività delle imposte tacciono sul fatto che non solo le società di capitali (tra cui le imprese più grandi) di fatto non sono mai state assoggettate ad imposta progressiva, ma l’aliquota unica per tali società è stata progressivamente abbassata, passando nel corso degli anni dal 37 all’attuale 24 percento, grazie all’ennesima riduzione di ben 3,5 punti percentuali operata dal governo Renzi nella legge di stabilità del 2017.
In sintesi l’ aliquota unica del 24 percento per le società di capitali (indipendentemente dal fatturato) corrisponde più o meno all’aliquota IRPEF più bassa (23 percento) riguardante chi percepisce redditi fino a 15.000 euro...
La logica sottesa a questo incredibile trattamento di favore nei confronti delle grandi imprese è stata quella di attrarre nel nostro paese gli investimenti esteri attraverso una tassazione irrisoria.
Sul versante IRPEF (che dovrebbe essere interessato dalla flat tax a partire dal 2020) è sufficiente ricordare che di quel sistema progressivo che contemplava fino ai primi anni 80’ ben 32 scaglioni con l’aliquota più alta che arrivava al 72 percento per i redditi sopra i 500 milioni delle vecchie lire e l’aliquota più bassa al 10 percento per i redditi sotto i 2 milioni delle vecchie lire, non è rimasto più nulla.
Tutti gli interventi fiscali messi in campo dai vari governi che si sono succeduti hanno avuto un minimo comune denominatore: alzare le aliquote fiscali dei redditi più bassi ed abbassare quelle dei redditi più alti. Risultato: gli scaglioni sono ora ridotti a 5 con l’aliquota più bassa salita dal 10 al 23 percento e quella più alta scesa dal 72 percento al 43 percento per i redditi oltre i 75.000 euro.
E’ in questo quadro di continua erosione del principio costituzionale di progressività dell’imposta che si inserisce la proposta delle 2 aliquote Irpef tanto cara alla Lega.
Ma non è sufficiente limitarsi a contrastare tale proposta, se non si rimette in discussione tutto un sistema fiscale che si fonda sulla iniquità e sulla diseguaglianza sociale.
Per questo lavoratori dipendenti, pensionati, precari e in generale i ceti meno abbienti devono diffidare quando sentono ripetere che in Italia le tasse sono troppo alte.
La genericità di questa affermazione prelude sempre a interventi fiscali volti ad avvantaggiare i più ricchi. Ce lo insegna la storia
Fonte
Luce e gas. Seconda stangata in quattro mesi. Tutti zitti?
Una nuova stangata è stata decisa “dalle autorità” sulle tariffe per l’elettricità e il gas. Dopo gli aumenti già scattati a luglio, dal primo ottobre, secondo quanto ha stabilito l’Arera (Autorità per l’energia), la luce costerà il 7,6% in più (pari a 32 euro in più nell’anno ‘scorrevole’ 2018), mentre il metano salirà del 6,1% (+61 euro). A luglio erano scattati gli aumenti del 6,5% per la luce e dell’8,2% per il gas. Facendo la somma stiamo parlando del 14,1% di aumento sull’elettricità e del 14,3% sul gas.
Secondo le autorità a pesare sono in particolare l’aumento delle materie prime energetiche, la crescita del prezzo dei permessi di emissione di Co2 e lo stop dei reattori nucleari in Francia.
“Per far fronte ai forti aumenti dei prezzi delle materie prime energetiche e delle quotazioni all’ingrosso dell’energia elettrica e del gas che hanno raggiunto in Italia e in Europa livelli record”, per la luce Arera afferma di aver rinnovato il blocco degli oneri generali di sistema: con questa manovra l’Arera “utilizza nella misura massima possibile la sua azione di ‘scudo'” ottenendo “il contenimento della spesa” per circa 1 miliardo. Gli oneri generali di sistema pesano per il 20% sull’energia elettrica e per il 4% sul gas (dove però l’Iva viene conteggiata anche sull’imposta di consumo, praticamente una tassa... sulla tassa).
La prima osservazione che balza agli occhi è che nessuna retribuzione è aumentata o verrà aumentata in proporzione agli aumenti su questi servizi di prima necessità. Tutti i meccanismi di adeguamento dei salari al carovita sono stati aboliti “perchè facevano aumentare l’inflazione”. I più giovani non sanno che fino al 1993 esisteva un meccanismo di adeguamento automatico. Lo avevano taglieggiato già nel 1984 (governo Craxi) e lo hanno eliminato totalmente con l’accordo di concertazione tra governo (Ciampi), Confindustria e Cgil-Cisl-Uil nel 1993, il secondo dei “governi di Maastricht” con cui è iniziato il declino generale delle condizioni di vita di lavoratori e settori popolari.
La seconda osservazione è che “l’abbassamento dell’inflazione” perseguito con criminale metodicità dal 1992 in poi su input del modello tedesco, ha prodotto una deflazione ancora peggiore. Paradossalmente, la prima (l’inflazione) è, dentro certi limiti, un indicatore di vivacità del sistema economico, la seconda (la deflazione) è un indicatore di stagnazione.
Dopo anni di lotta contro una inflazione inesistente, i salari e quindi i consumi e gli investimenti sono stagnanti. I gruppi capitalisti vorrebbero far quadrare il cerchio tenendo bassi i salari e pretendendo che i consumi crescano lo stesso. Hanno puntato sistematicamente a ovviare a tale incongruenza seguendo pedissequamente il modello mercantilista tedesco fondato sulle esportazioni. La depressione del mercato interno era funzionale alla competizione sul mercato mondiale. Ma il giochetto ha fatto corto circuito. Da qui la perversa soluzione di riscaricare sulle tariffe, e quindi sulle condizioni di vita delle famiglie, l’accumulazione di profitti ai privati nonostante le tensioni internazionali sulle materie prime energetiche.
Quindi salari fermi e aumento delle tariffe. Nei decenni trascorsi questo avrebbe provocato immediatamente scioperi, blocchi stradali, reazioni sociali furibonde. Ma oggi? Oggi, Cgil-Cisl-Uil hanno consapevolmente consentito questa situazione. Per riorganizzare una seria lotta contro il carovita (autoriduzione delle bollette etc.) serve una nuova generazione di militanti e attivisti. Al governo non c’è più l’odiata “casta” né i volenterosi maggiordomi di Bruxelles ma un triumvirato di annunciatori mirabolanti e di restauratori materiali delle disuguaglianze sociali.
Quando arriveranno le bollette/stangata di luce e gas a novembre, sarà difficile accollare il problema agli immigrati o alla “casta”. Le autorità stanno consentendo, ancora una volta, l’assicurazione della remunerazione alle società private a cui hanno svenduto i servizi pubblici essenziali, a quei capitalisti “bollettari” e parassiti che incassano senza dover muovere un dito e con un rischio di impresa pari a zero.
Ce n’è abbastanza per cominciare ad alzare la testa, alzare la voce, impugnare il lato del tavolo da rovesciare. A cominciare dalla manifestazione nazionale del prossimo 20 ottobre per le nazionalizzazioni proprio dei servizi e delle reti strategiche.
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Secondo le autorità a pesare sono in particolare l’aumento delle materie prime energetiche, la crescita del prezzo dei permessi di emissione di Co2 e lo stop dei reattori nucleari in Francia.
“Per far fronte ai forti aumenti dei prezzi delle materie prime energetiche e delle quotazioni all’ingrosso dell’energia elettrica e del gas che hanno raggiunto in Italia e in Europa livelli record”, per la luce Arera afferma di aver rinnovato il blocco degli oneri generali di sistema: con questa manovra l’Arera “utilizza nella misura massima possibile la sua azione di ‘scudo'” ottenendo “il contenimento della spesa” per circa 1 miliardo. Gli oneri generali di sistema pesano per il 20% sull’energia elettrica e per il 4% sul gas (dove però l’Iva viene conteggiata anche sull’imposta di consumo, praticamente una tassa... sulla tassa).
La prima osservazione che balza agli occhi è che nessuna retribuzione è aumentata o verrà aumentata in proporzione agli aumenti su questi servizi di prima necessità. Tutti i meccanismi di adeguamento dei salari al carovita sono stati aboliti “perchè facevano aumentare l’inflazione”. I più giovani non sanno che fino al 1993 esisteva un meccanismo di adeguamento automatico. Lo avevano taglieggiato già nel 1984 (governo Craxi) e lo hanno eliminato totalmente con l’accordo di concertazione tra governo (Ciampi), Confindustria e Cgil-Cisl-Uil nel 1993, il secondo dei “governi di Maastricht” con cui è iniziato il declino generale delle condizioni di vita di lavoratori e settori popolari.
La seconda osservazione è che “l’abbassamento dell’inflazione” perseguito con criminale metodicità dal 1992 in poi su input del modello tedesco, ha prodotto una deflazione ancora peggiore. Paradossalmente, la prima (l’inflazione) è, dentro certi limiti, un indicatore di vivacità del sistema economico, la seconda (la deflazione) è un indicatore di stagnazione.
Dopo anni di lotta contro una inflazione inesistente, i salari e quindi i consumi e gli investimenti sono stagnanti. I gruppi capitalisti vorrebbero far quadrare il cerchio tenendo bassi i salari e pretendendo che i consumi crescano lo stesso. Hanno puntato sistematicamente a ovviare a tale incongruenza seguendo pedissequamente il modello mercantilista tedesco fondato sulle esportazioni. La depressione del mercato interno era funzionale alla competizione sul mercato mondiale. Ma il giochetto ha fatto corto circuito. Da qui la perversa soluzione di riscaricare sulle tariffe, e quindi sulle condizioni di vita delle famiglie, l’accumulazione di profitti ai privati nonostante le tensioni internazionali sulle materie prime energetiche.
Quindi salari fermi e aumento delle tariffe. Nei decenni trascorsi questo avrebbe provocato immediatamente scioperi, blocchi stradali, reazioni sociali furibonde. Ma oggi? Oggi, Cgil-Cisl-Uil hanno consapevolmente consentito questa situazione. Per riorganizzare una seria lotta contro il carovita (autoriduzione delle bollette etc.) serve una nuova generazione di militanti e attivisti. Al governo non c’è più l’odiata “casta” né i volenterosi maggiordomi di Bruxelles ma un triumvirato di annunciatori mirabolanti e di restauratori materiali delle disuguaglianze sociali.
Quando arriveranno le bollette/stangata di luce e gas a novembre, sarà difficile accollare il problema agli immigrati o alla “casta”. Le autorità stanno consentendo, ancora una volta, l’assicurazione della remunerazione alle società private a cui hanno svenduto i servizi pubblici essenziali, a quei capitalisti “bollettari” e parassiti che incassano senza dover muovere un dito e con un rischio di impresa pari a zero.
Ce n’è abbastanza per cominciare ad alzare la testa, alzare la voce, impugnare il lato del tavolo da rovesciare. A cominciare dalla manifestazione nazionale del prossimo 20 ottobre per le nazionalizzazioni proprio dei servizi e delle reti strategiche.
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27/09/2018
Roma. I Vigili Urbani sono un problema per l’ordine pubblico. La Giunta comunale si esprima
Le scene raccontate, viste e filmate questa mattina, nel popolare quartiere di Villa Gordiani, indicano che la Capitale deve fare i conti con un nuovo problema: le funzioni dei Vigili Urbani nella gestione dell’ordine pubblico. “I dilettanti allo sbaraglio provocano situazioni come queste”. La fonte che commenta quanto accaduto questa mattina, non la possiamo riferire ma è persona di grande esperienza sulla materia.
I fatti. Questa mattina presto la sig.ra Anna, una anziana di 70 anni, sola e a basso reddito che vive nelle case popolari di via Venezia Giulia, (Villa Gordiani, zona Prenestina), si sente suonare alla porta. Sono i Vigili Urbani (anzi la “Polizia di Roma Capitale”) che intendono eseguire il suo sfratto. La sig.ra Anna si barrica dentro casa, chiama al telefono gli attivisti del quartiere e chiede aiuto. Parte un tam tam che vedere convergere alla spicciolata tutti coloro che potevano venire a dare una mano a bloccare lo sfratto.
Anna minaccia di buttarsi di sotto e di darsi fuoco. Insieme ai Vigili della Polizia di Roma Capitale arrivano i Vigili del Fuoco che mettono i gommoni sotto le finestre. Poi allungano una scala mobile per evitare che la sig.ra Anna si getti dal balcone. L’afferrano e la portano dentro casa. Sul portone si fronteggiano gli attivisti e gli abitanti del quartiere contro i Vigili Urbani che a quel punto usano lo spray urticante. Il parapiglia si incattivisce. Un attivista dell’Asia Usb ha il volto tumefatto.
Altri Vigili (la squadra di intervento era di almeno di una quindicina di persone sia in divisa che in borghese), inseguono per i cortili delle case popolari alcuni attivisti e la gente del quartiere indignata per quello che stava succedendo. Ne fermano quattro e ne chiedono l’arresto. I quattro vengono portati al Comando della Polizia di Roma Capitale di via Macedonia in attesa della convalida o meno del fermo da parte del Gip. Due di essi sono dirigenti dell’Asia-Usb, conosciuti da anni per la loro attività sul fronte delle lotte sulla questione abitativa. Gli avvocati si sono recati al Comando per verificare la situazione.
La polizia, completamente all’insaputa dello sfratto effettuato dai Vigili, arriva dopo circa un ora e mezza e si schiera davanti al portone.
Intorno alla 12.00 la sig.ra Anna viene portata fuori dall’appartamento. Si ignorano del tutto le soluzioni alternative che i Vigili e il Comune mettono a disposizione di una anziana di 70 anni sfrattata. La buttano fuori e... basta, che si arrangi.
Riassunto. Una mattinata di un giorno da cani nella Capitale con una anziana buttata in mezzo alla strada e quattro arresti effettuati dai Vigili Urbani per essersi opposti ad uno sfratto di una anziana in un quartiere popolare.
Quanto si è palesato questa mattina a Villa Gordiani, segnala un serissimo problema sulle regole d’ingaggio dei Vigili Urbani (o agenti della Polizia di Roma Capitale) nella gestione dell’ordine pubblico o di casi come questi. Ci giungono segnalazioni di comandanti dei vari raggruppamenti territoriali che scalpitano per andare ad effettuare sgomberi e sfratti. Una situazione pericolosa e che va disinnescata immediatamente. Occorre attendere come si risolverà il gravissimo episodio di questa mattina, ma la prima cosa da chiedere e da fare è che la Giunta Comunale rimetta al loro posto i “rambo” della Polizia di Roma Capitale oppure ammetta che “l’ordine viene dall’alto”.
Di una cosa siamo certi, Roma ha molte priorità, a partire dalla gestione del traffico e della viabilità, sicuramente non ha la priorità di vedere i Vigili Urbani convertiti in sceriffi. Prima si chiarisce questo inquietante dettaglio, meglio sarà per tutti, anzi per tutta Roma. La task force di vigili-rambo messa in piedi ad aprile dal comandante Di Maggio, da tempo è diventata un problema nella gestione dell’ordine pubblico. Soprattutto per la mentalità che sta diffondendo a piene mani tra i Vigili Urbani. Il contesto securitario e ossessivo che ormai viene istigato dall’alto, a livello statale e locale, sta evocando mostri. E’ urgente che la Giunta Comunale faccia sapere il suo orientamento sulla materia.
Le autorità comunali e i loro mastini si possono accanire contro i più deboli, ma l’unione dei deboli può diventare una forza, e l’aria che tira può cambiare.
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I fatti. Questa mattina presto la sig.ra Anna, una anziana di 70 anni, sola e a basso reddito che vive nelle case popolari di via Venezia Giulia, (Villa Gordiani, zona Prenestina), si sente suonare alla porta. Sono i Vigili Urbani (anzi la “Polizia di Roma Capitale”) che intendono eseguire il suo sfratto. La sig.ra Anna si barrica dentro casa, chiama al telefono gli attivisti del quartiere e chiede aiuto. Parte un tam tam che vedere convergere alla spicciolata tutti coloro che potevano venire a dare una mano a bloccare lo sfratto.
Anna minaccia di buttarsi di sotto e di darsi fuoco. Insieme ai Vigili della Polizia di Roma Capitale arrivano i Vigili del Fuoco che mettono i gommoni sotto le finestre. Poi allungano una scala mobile per evitare che la sig.ra Anna si getti dal balcone. L’afferrano e la portano dentro casa. Sul portone si fronteggiano gli attivisti e gli abitanti del quartiere contro i Vigili Urbani che a quel punto usano lo spray urticante. Il parapiglia si incattivisce. Un attivista dell’Asia Usb ha il volto tumefatto.
Altri Vigili (la squadra di intervento era di almeno di una quindicina di persone sia in divisa che in borghese), inseguono per i cortili delle case popolari alcuni attivisti e la gente del quartiere indignata per quello che stava succedendo. Ne fermano quattro e ne chiedono l’arresto. I quattro vengono portati al Comando della Polizia di Roma Capitale di via Macedonia in attesa della convalida o meno del fermo da parte del Gip. Due di essi sono dirigenti dell’Asia-Usb, conosciuti da anni per la loro attività sul fronte delle lotte sulla questione abitativa. Gli avvocati si sono recati al Comando per verificare la situazione.
La polizia, completamente all’insaputa dello sfratto effettuato dai Vigili, arriva dopo circa un ora e mezza e si schiera davanti al portone.
Intorno alla 12.00 la sig.ra Anna viene portata fuori dall’appartamento. Si ignorano del tutto le soluzioni alternative che i Vigili e il Comune mettono a disposizione di una anziana di 70 anni sfrattata. La buttano fuori e... basta, che si arrangi.
Riassunto. Una mattinata di un giorno da cani nella Capitale con una anziana buttata in mezzo alla strada e quattro arresti effettuati dai Vigili Urbani per essersi opposti ad uno sfratto di una anziana in un quartiere popolare.
Quanto si è palesato questa mattina a Villa Gordiani, segnala un serissimo problema sulle regole d’ingaggio dei Vigili Urbani (o agenti della Polizia di Roma Capitale) nella gestione dell’ordine pubblico o di casi come questi. Ci giungono segnalazioni di comandanti dei vari raggruppamenti territoriali che scalpitano per andare ad effettuare sgomberi e sfratti. Una situazione pericolosa e che va disinnescata immediatamente. Occorre attendere come si risolverà il gravissimo episodio di questa mattina, ma la prima cosa da chiedere e da fare è che la Giunta Comunale rimetta al loro posto i “rambo” della Polizia di Roma Capitale oppure ammetta che “l’ordine viene dall’alto”.
Di una cosa siamo certi, Roma ha molte priorità, a partire dalla gestione del traffico e della viabilità, sicuramente non ha la priorità di vedere i Vigili Urbani convertiti in sceriffi. Prima si chiarisce questo inquietante dettaglio, meglio sarà per tutti, anzi per tutta Roma. La task force di vigili-rambo messa in piedi ad aprile dal comandante Di Maggio, da tempo è diventata un problema nella gestione dell’ordine pubblico. Soprattutto per la mentalità che sta diffondendo a piene mani tra i Vigili Urbani. Il contesto securitario e ossessivo che ormai viene istigato dall’alto, a livello statale e locale, sta evocando mostri. E’ urgente che la Giunta Comunale faccia sapere il suo orientamento sulla materia.
Le autorità comunali e i loro mastini si possono accanire contro i più deboli, ma l’unione dei deboli può diventare una forza, e l’aria che tira può cambiare.
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