Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/12/2024

In rifle we trust. Individualismo, violenza ed armi nella storia statunitense

di Gioacchino Toni

Richard Hofstadter, La repubblica dei fucili. L’America come cultura delle armi e altri saggi, Traduzione di Paolo Bassotti, Saggio introduttivo di Emanuele Bevilacqua, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 192, € 17,00

Per capire qualcosa di più degli Stati Uniti contemporanei, più che ai resoconti confezionati dai commentatori dei media nostrani, spesso derivati dai grandi network statunitensi con l’aggiunta di qualche nota di colore, ed alle analisi che anche a sinistra sembrano spesso più inclini a soddisfare desideri che non a confrontarsi con la realtà statunitense, potrebbe essere di qualche aiuto ricorrere a qualche vecchio scritto di Richard Hofstadter che, da storico che si confronta con le scienze sociali, ha incentrato i suoi studi sulla politica e sulla mentalità statunitensi, soprattutto sugli aspetti populisti, mettendo al centro del dibattito questioni fino ad allora trascurate. Per quanto si tratti di studi datati ed in parte superati da ricerche più recenti e per quanto siano nel frattempo cambiati l’universo sociale ed il panorama politico, risultano ancora di una certa utilità al fine di comprendere un po’ meglio un universo come quello statunitense che in Europa si conosce e comprende forse meno di quel che si pensa.

Dopo essersi occupato nel corso degli anni Quaranta degli aspetti ferocemente competitivi del capitalismo americano del periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo – Social Darwinism in American Thought, 1860-1915 (1944) e The American Political Tradition and the Men Who Made It (1948, tr. it. Il Mulino 1960) –, nei due decenni successivi Hofstadter ha concentrato la sua attenzione sul populismo che ha caratterizzano la storia politica americana sin dall’Ottocento – The Age of Reform (1955) – indagando in particolare gli aspetti “paranoici” che si ritrovano in essa, questione al centro di The Paranoid Style in American Politics (1964), testo recentemente pubblicato da Adelphi1.

L’insistito ricorso all’appello al popolo e le visioni paranoiche e complottiste che caratterizzano gli Stati Uniti di Trump hanno dunque una storia radicata in America a cui si ricollega anche la diffusa quanto viscerale ostilità nei confronti di tutto ciò che “odora di intellettuale” e che viene percepito come parte integrante di quella élite che imbriglia la vita dei “veri e genuini americani”, che Hofstadter indaga nel volume Anti-Intellectualism in American Life (1963; tr. it. Einaudi 1967), testo che sarà a breve riproposto da Luiss University Press2.

Venendo a La repubblica dei fucili, il volume raccoglie alcuni testi scritti da Hofstadter a metà degli anni Cinquanta – La rivolta pseudo-conservatrice (1955), sui cui torna all’inizio del decennio successivo con Pseudo-conservatorismo revisited. Un post-scriptum (1962), ed Il mito dell’allegro possidente (1956) – ed un paio di scritti del 1970, anno in cui scompare: L’America come cultura delle armi (1970) e Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti (1970). Ad introdurre il volume è un saggio di Emanuele Bevilacqua che proietta nell’attuale universo digitale alcune riflessioni di Hofstadter circa la violenza ed il culto delle armi negli Stati Uniti.

Secondo lo storico americano, la violenza negli Stati Uniti deriverebbe in maniera considerevole da alcune condizioni culturali specifiche che si sono evolute nel tempo: la cultura della frontiera ed il mito del pioniere armato; il diritto costituzionale a possedere armi, sancito dal Secondo emendamento, vissuto come baluardo della libertà individuale al fine di proteggersi da ogni forma di oppressione; la normalizzazione della violenza a cui avrebbero concorso gli strumenti di intrattenimento popolare come il cinema e la televisione.

Tutte le culture di massa hanno i loro eroi stereotipati, e nessuno è del tutto privo di violenza, ma niente è paragonabile all’insolita passione degli Stati Uniti per figure solitarie e individualiste come il detective, lo sceriffo o il cattivo della situazione. Nelle narrazioni drammatiche americane rispetto a quelle inglesi, per esempio, è molto più difficile che un conflitto venga risolto con l’intelligenza o secondo un ordine morale piuttosto che con un atto di violenza audace e improvviso (p. 50).

Per quanto il ruolo della frontiera sia stato importante nello strutturarsi della cultura delle armi tra gli americani, secondo lo studioso forse ancora di più ha influito la radicata avversione nei confronti dell’esercito organizzato, derivata dai Whig radicali inglesi, da cui è desunta l’idea della creazione di milizie di cittadini armati al fine di difendersi da eventuali forme di autoritarismo statale. Il possesso delle armi è al centro della

tradizione antimilitarista dei Whig radicali inglesi, ripresa e intensificata dall’America coloniale, soprattutto dalla generazione che precedette la Rivoluzione americana, per poi divenire parte integrante della tradizione politica americana. [...] Gli americani si convinsero che l’unica soluzione possibile al perenne conflitto tra militarismo e libertà fosse la loro proposta alternativa: un popolo armato (pp. 52-53).

Tale preferenza per la milizia popolare ha esercitato un ruolo importante nella stesura del Secondo emendamento della Costituzione. «Il diritto di possedere armi era un diritto collettivo e non individuale, strettamente correlato all’esigenza civile (soprattutto in mancanza di un esercito nazionale adeguato) di una “ben organizzata milizia”; con esso, il Congresso si impegnava a non impedire agli Stati di fare il necessario per il mantenimento di milizie ben regolate» (p. 55).

Storicamente, l’idea del diritto ad essere armati non è un convincimento esclusivo dei fanatici cultori dei pistole e fucili; per molti americani l’accesso diffuso alle armi è visto come contrappeso fondamentale e necessario ad una possibile tirannia. Tale convincimento è «sopravvissuto in tutta la sua gloria e la sua ingenuità anche nell’era tecnologica moderna, venendo ripreso, ad esempio dai giovani neri, soprattutto dalle Panthers, che hanno fatto incetta di armi in modo più letale per loro che per chiunque altro» (p. 57). Così scrive Hofstadter nel saggio L’America come cultura delle armi, pubblicato i n apertura degli anni Settanta, palesando una presa di distanza dalle lotte afroamericane che non hanno disdegnato il ricorso ad armi da fuoco. Mentre in altre società la presenza di piccoli gruppi armati non autorizzati viene vista come un pericolo da eliminare a partire dal contrasto all’accesso alle armi, gli Stati Uniti, sostiene lo storico, preferiscono contrastare il pericolo di tali gruppi armandosi maggiormente a loro volta.

Facendo riferimento al periodo in cui scrive, Hofstadter motiva l’accentuata devozione alle armi del Sud e del Sud-Ovest degli Stati Uniti non solo con le radici rurali che contraddistinguono quelle zone, ma anche ricordando che le armi al Sud sono a lungo state prerogativa riservata ai bianchi per esercitare un maggior controllo sugli schiavi, dunque il possesso di armi è nel tempo divenuto un simbolo di status del maschio bianco per poi venir fatto proprio dagli stessi maschi afroamericani.

Per quanto gli Stati Uniti fossero urbanizzati e industrializzati, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i parlamenti, tanto a livello locale che nazionale, erano composti in buona parte da uomini di una certa età provenienti dalla provincia rurale. È su tali basi che si sarebbe strutturata la convinzione della legittimità del ricorso alla violenza armata come modalità attraverso cui difendere i diritti individuali. Lo studioso sottolinea anche come tra gli americani sia riscontrabile una tendenza alla rimozione degli effetti negativi della violenza; un’amnesia che minimizza episodi e cause sistemiche e si rivela utile al mantenimento di un’immagine idealizzata della storia nazionale.

In Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti, altro scritto datato 1970, dopo aver sottolineato come gli storici americani abbiano sempre evitato di soffermarsi su quanto la violenza sia ricorrente nella storia del loro Paese e come, nonostante ciò, gli statunitensi tendano a pretendersi una nazione virtuosa come nessun’altra, Hofstadter evidenzia come, a differenza di ciò che accade in altri Paesi, la violenza negli Stati Uniti tenda a dispiegarsi più facilmente tra cittadini piuttosto che tra questi e lo Stato: in America «la violenza non nasce dal desiderio di sovvertire lo Stato, e per questo non danneggia mai la legittimità dell’autorità» (p. 127) e così è sempre stato, con la non irrilevante eccezione della Guerra civile, scrive lo studioso in questo testo del 1970.

Che una mole di violenza come quella che si è dispiegata negli Stati Uniti nel corso della sua storia non abbia preso le mosse dall’intenzione di sovvertire l’autorità statale, induce Hofstadter a passare in rassegna alcune tra le principali forme di violenza che hanno caratterizzato la vita del Paese ponendo l’accento su come in tutte queste sia in qualche modo presente la componente razziale.

Nella storia americana, in conflitto di classe è stato messo nettamente in secondo piano dal conflitto etnico-religioso e razziale. Gli scontri tra gruppi hanno sostituito la lotta di classe, o si sono posti come possibile alternativa. Gli episodi di lotta di classe effettivamente avvenuti raramente si sono svolti “in purezza”, scevri da antagonismi etnico-razziali e dalla nostra complessiva gerarchia d i status fondata su caratteristiche religiose, etniche e razziali (p. 132).

Secondo Hofstadter, la violenza legata al mondo dell’industria ha avuto la sua fase più significativa ai tempi delle società segrete Molly Maguires nelle città ove si estraeva l’antracite, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento ed i primi del secolo successivo. L’imponente sciopero delle ferrovie del 1877 coinvolse una dozzina di città provocando scontri che condussero a quasi un centinaio di morti. «Per la prima volta, si paventò lo spettro di una forza rivoluzionaria nazionale impossibile da gestire (per quanto l’idea neanche sfiorasse gli scioperanti), cosa che portò al rafforzamento della Guardia nazionale e alla creazione di una catena di armerie nelle città più importanti» (p. 140). Lo stesso grande sciopero delle ferrovie del 1886 si rivelò particolarmente violento così come molti altri scoppiati in apertura di Novecento soprattutto ove erano radicati la Western Federation of Miners e l’Industrial Workers of the World (IWW).

Se la conflittualità di classe negli Stati Uniti, pur rifacendosi meno che in altri Paesi a motivazioni ideologiche, ha dato luogo ad esplosioni di violenza che non trovano forse paragoni altrove, secondo lo storico ciò è da ricercarsi più nell’ethos dei capitalisti americani che non in quello dei lavoratori.

Alcune considerazioni Hofstadter le dedica a come anche la sinistra americana si sia fatta affascinare dall’esercizio della violenza nel corso degli anni Sessanta. In tali riflessioni lo storico statunitense, che in età giovanile aveva per qualche tempo militato nel Partito comunista americano, salvo poi uscirsene in dissenso con la deriva stalinista dei paesi socialisti e dei partiti comunisti occidentali, manifesta più volte il suo distacco dalle frange più radicali delle proteste statunitensi sia del mondo del lavoro che dei movimenti studentesche e afroamericani.

Ai saggi stesi da Hofstadter negli anni Cinquanta e Sessanta, presenti in La repubblica dei fucili, sarà dedicato un nuovo scritto su “Carmilla online”.

Note

  1. Richard Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, tr. it. di Francesco Pacifico, Adelphi, Milano 2021. Si veda a tal proposito Sandro Moiso, Il “grande complotto” nella tradizione politica americana (e altrove), in “Carmilla online”, 28 Giugno 2021. 

  2. Del meccanismo di eroicizzazione dell’individuo qualunque che, come un novello David, trova la forza ed il coraggio di opporsi al Sistema ed alla sua grande cospirazione, che caratterizza la cultura, soprattutto audiovisiva, americana si è recentemente occupato, tra gli altri, Tom Nichols (The Death of Expertise (2017); id., La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, tr. it. di Chiara Veltri, Luiss University Press, Roma 2023.

Fonte

02/12/2024

Cat sick blues (2015) di Dave Jackson - Minirece

Siria - I movimenti al fronte dimostrano che l'offensiva jihadista lede in primis gli interessi iraniani

di Francesco Dall'Aglio

Siccome della situazione siriana, interna ed esterna, si capisce poco e io ne so anche meno, allego due carte che, a detta di chi ne sa di più, sono abbastanza verosimili. Non ci interessa tanto la linea attuale del fronte, ovviamente, che sarà cambiata altre tre volte nei cinque minuti che ci sto mettendo a scrivere, quanto la situazione generale.

Sulla prima carta, di Suryak (che trovate sia su Telegram che su Twitter, e che consiglio di seguire anche per la guerra in Ucraina) ci sono segnate anche le basi straniere, legali e illegali, e io ci ho aggiunto quella che secondo un po' tutti gli analisti è, o forse dovremmo a questo punto dire era, l'obiettivo di HTS: dopo Aleppo scendere verso sud (come hanno fatto) e prendere il controllo di Hama e di Homs fino ad arrivare al confine libanese (come non hanno fatto, visto che lì si è concentrata la resistenza dell'esercito regolare siriano).
Questo non tanto per rompere le scatole ai russi, le cui basi sulla costa non sarebbero state toccate (dalla carta si può vedere che in tutto quel settore le basi russe sono solo due, una piccola base militare a nord di Hama e, a sudest di Homs, l'aeroporto militare di Shayrat) ma per interrompere i rifornimenti iraniani a Hezbollah in Libano, sia quelli via mare che quelli via terra. Noi ovviamente vediamo tutto in chiave anti- o filo-russa, ma HTS (e la Turchia e Israele...) ce l'ha con l'Iran e con le sue milizie.

Nella seconda carta, invece, sono evidenziate le varie suddivisioni del territorio siriano, tra governativi, "ribelli" e miliziani vari.
Fonte

Irlanda - Lo Sinn Féin rincula, l’estrema destra non sfonda

di Marco Santopadre

Le elezioni irlandesi del 29 novembre avrebbero potuto vedere la storica affermazione dei nazionalisti di sinistra del Sinn Féin, ma il risultato dei repubblicani è stato notevolmente inferiore anche a quello conseguito nel 2020.

Mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso – a causa di un complesso sistema elettorale, di tipo proporzionale ma basato sul “voto unico trasferibile” – ma le percentuali delle varie formazioni in lizza si sono stabilizzate permettendo di tracciare un bilancio abbastanza preciso, anche se per la distribuzione definitiva dei seggi al Dáil Éireann (che in totale aumenteranno da 160 a 174 grazie a una recente riforma) occorrerà aspettare ancora diverse ore.

I risultati

Se alle scorse elezioni lo Sinn Féin aveva conquistato la vetta con il 24,53%, frutto di un forte balzo in termini di consensi, stavolta si deve accontentare del 19,01% e del terzo posto.

In vetta è arrivato il Fianna Fáil, storico partito di centrodestra, con il 21,86%, praticamente la stessa percentuale ottenuta quattro anni fa (22,18%).

Subito dietro si posiziona l’altro storico partito di centrodestra, il Fine Gael, con il 20,8%, eguagliando esattamente il risultato del 2020.

In quarta posizione ma a grande distanza si posizionano i Socialdemocratici (centrosinistra) che con il 4,81% migliorano sensibilmente rispetto al 2,9% raggranellato alla precedente tornata.

Subito dietro si piazzano i Laburisti (sinistra moderata) con il 4,65%, risultato leggermente migliore rispetto al 4,38% di quattro anni fa.

Dalle elezioni escono invece sconfitti i Verdi (centrosinistra) che crollano dal 7,13 al 3,04%, puniti per la loro partecipazione ad un governo di centrodestra formato dalle due forze politiche conservatrici eredi degli opposti schieramenti che si sono combattuti durante la guerra civile. Dopo essersi alternati al potere negli ultimi cento anni, nel 2020 Fine Gael e Fianna Fáil hanno per la prima volta dovuto optare per una coalizione e imbarcare gli ecologisti per sbarrare la strada ai nazionalisti di sinistra.

People Before Profit, la coalizione di sinistra radicale legata ad alcuni movimenti sociali, migliora invece leggermente il proprio bottino passando dal 2,63 al 2,84%.

Tra le diverse formazioni di una magmatica galassia conservatrice sempre più affollata, due hanno ottenuto risultati di rilievo. Aontú (“Unità”), un partito creato nel 2019 dall’ex parlamentare dello Sinn Féin Peadar Tóibín, ha ottenuto un discreto 3,9% dei voti e 2 eletti. In rotta con la linea progressista dei repubblicani sui diritti civili, Tóibín e altri membri dell’ala tradizionalista del partito hanno accentuato negli ultimi anni il loro profilo identitario pur affermando di difendere un programma economico di centrosinistra e di continuare a battersi per la riunificazione dell’Irlanda.

Nel nuovo Dáil Éireann siederanno anche 4 rappresentanti di Independent Ireland (3,6%), una formazione costituita recentemente da alcuni ex membri del Sinn Féin e da vari indipendenti che dichiara un profilo politico conservatore (aderisce al gruppo liberale europeo Renew Europe come il Fianna Fáil) ma ha posizioni molto dure sull’immigrazione.

Si conferma in questa tornata l’appeal dei candidati indipendenti – che spaziano ideologicamente dall’estrema sinistra all’estrema destra – che hanno conquistato, in totale, più del 13% dei consensi rivelando una crescente frammentazione del sistema politico e un calo dei consensi nei confronti dei partiti. L’aumento della disaffezione si conferma anche nel calo dell’affluenza che passa dal 62,9% al 59,71%.

Visti i risultati, sicuramente i due partiti maggiori cercheranno di confermare la maggioranza uscente, sostituendo i Verdi con gli altri partiti di centrosinistra ed eventualmente con alcuni indipendenti.

Il passo falso del Fine Gael

Le elezioni avrebbero dovuto tenersi entro marzo 2025, ma il Taoiseach (primo ministro, in gaelico) Simon Harris – subentrato nella primavera del 2024 a Leo Varadkar sia come leader del Fine Gael sia come capo del governo – ha voluto giocare la carta delle elezioni anticipate sulla base dei sondaggi che ne attestavano la crescente popolarità dandolo al 27% mentre lo Sinn Féin perdeva consensi rispetto al boom degli anni scorsi.

Molto concentrato a dare di sé un’immagine dinamica e moderna, il più giovane premier nella storia dell’Irlanda è stato subito ribattezzato “Tik Tok Taoiseach” per il suo presenzialismo sui social.

Poco prima di sciogliere il parlamento bicamerale, ha approfittato di un generoso surplus di bilancio, assicurato dai crescenti introiti fiscali versati dalle multinazionali (soprattutto statunitensi) che hanno stabilito il proprio domicilio fiscale nel paese che garantisce loro una delle tassazioni più basse del mondo, per varare una finanziaria elettorale ricca di bonus ed elargizioni.

Simon Harris aveva a disposizione 8 miliardi di euro da spendere – cifra consistente su un Pil intorno ai 500 miliardi – ed ha ben pensato di utilizzarne un paio per oliare la sua campagna elettorale, assicurando che il prossimo anno ogni lavoratore si troverà mille euro in più in busta paga. Le misure “natalizie” vanno da un aumento dei bonus garantiti alle famiglie con figli a quelli miranti ad alleviare il peso delle bollette fino ad un alleggerimento della tassazione sui redditi da lavoro inferiori ai 44 mila euro annui. Il salario minimo dovrebbe aumentare del 6%, arrivando a 13,50 euro l’ora, il secondo più alto d’Europa dopo quello garantito dal Lussemburgo. Altri fondi sono stati destinati ad alleviare il peso degli affitti sulle famiglie con redditi più bassi.

Il governo ha scelto però di non spendere i 14 miliardi di euro di tasse non pagate dalla Apple negli Stati Uniti e che la multinazionale dovrà versare a Dublino obbedendo ad una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I fondi verranno versati su due nuovi fondi sovrani. Il centrodestra intende comunque finanziare ingenti investimenti sulla rete elettrica, il sistema idrico e il sistema dei trasporti, venendo incontro alle pressanti richieste delle imprese che gestiscono i voracissimi data center ma anche di una popolazione in crescita.

Nonostante una partenza “col botto”, in poche settimane di campagna elettorale Simon Harris ha però dilapidato il suo vantaggio. Anche se la situazione economica in generale è buona – il tasso di disoccupazione supera di poco il 4% – la maggioranza dell’opinione pubblica considera una priorità la soluzione alla crisi degli alloggi, che sono scarsi e i cui prezzi sono ormai inavvicinabili.

Molte preoccupazioni e malcontento generano il costo della vita e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria pubblica. In molte regioni, poi, la popolazione si lamenta per la mancanza di insegnanti nelle scuole e dei prezzi degli asili nido.

Il problema della casa è sicuramente il più rilevante. Negli ultimi quattro anni la forza lavoro nel paese è aumentata di 600 mila unità, raggiungendo quota 2,8 milioni. La stragrande maggioranza sono immigrati provenienti da altri stati dell’Unione Europea, attirati nell’isola verde dai posti di lavoro offerti dalle multinazionali. A questi si aggiungono circa 110 mila cittadini ucraini arrivati in Irlanda dal 2022, solo parte dei quali sono ospitati in centri d’accoglienza. Seguono i lavoratori immigrati provenienti soprattutto da Brasile, India, Pakistan, Cina, Filippine e Sudafrica.

Il rapido e consistente aumento dei residenti ha aggravato fortemente la crisi degli alloggi – gli esperti calcolano che ne manchino almeno 300 mila – ed ha portato vicino al punto di rottura un sistema sanitario molto fragile. Il governo di coalizione ha dimostrato, al di là delle mance elettorali, di non essere in grado di aggredire e risolvere il problema. In più, durante una tappa della campagna elettorale, il taoiseach Harris ha maltrattato, davanti a numerosi giornalisti, la dipendente di una fondazione che assiste disabili che lo aveva accusato di non avere a cuore i lavoratori del settore.

Nel corso di un’iniziativa di sostegno a un candidato del Fine Gael, inoltre, l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha attaccato gli insegnanti – «non ho niente contro di loro ma non ne assumerei molti» – facendo arrabbiare molti potenziali elettori.

Lo Sinn Féin si sgonfia

Dopo l’esclusione dal governo nel 2020, i repubblicani hanno condotto una campagna elettorale permanente e aggressiva.

I nazionalisti di sinistra hanno chiesto al governo di investire una quota maggiore del surplus di bilancio per risolvere finalmente il problema della casa piuttosto che per diminuire il debito pubblico. Il Sinn Féin, in caso di vittoria, aveva promesso di stanziare 39 miliardi in 5 anni per far costruire un gran numero di alloggi, sovvenzionati dallo stato, da rivendere a prezzi ampiamente inferiori a quelli di mercato, e di iniettare consistenti risorse aggiuntive nell’istruzione, nella sanità e in progetti per ammodernare le infrastrutture del paese, spesso fatiscenti.

Nei due anni successivi alle scorse elezioni i sondaggi hanno attestato una forte ascesa dei repubblicani, arrivati a conquistare il 36% delle intenzioni di voto. A metà del 2022, però, la tendenza ha cominciato a invertirsi e alle elezioni amministrative e poi alle europee, nei mesi scorsi, i repubblicani hanno portato a casa risultati abbastanza magri.

A minare la fiducia nel partito che si batte per la riunificazione dell’isola sono stati innanzi tutto una serie di scandali. A metà ottobre la leader del partito Mary Lou McDonald è dovuta intervenire in parlamento per dar conto di quattro gravi episodi che hanno interessato membri anche importanti del Sinn Féin costretti a dimettersi. Tra questi spicca il caso dell’ex addetto stampa del partito Michael McMonagle, dichiaratosi colpevole di diversi reati legati alla pedofilia commessi mentre lavorava per l’ufficio della prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neil. In questo e in altri casi la dirigenza ha evitato di rendere conto tempestivamente ed in maniera esauriente delle inchieste a carico di alcuni dei suoi eletti e responsabili, dando l’impressione di voler nascondere la verità per non danneggiare il partito.

Ma sicuramente le difficoltà maggiori le ha provocate il disagio – sfruttato ad arte dall’estrema destra – suscitato in una parte dell’elettorato popolare dei repubblicani dal repentino aumento dell’immigrazione, causato dall’arrivo di più di 100 mila rifugiati ucraini e da decine di migliaia di richiedenti asilo in un territorio che è da sempre terra di emigrazione (tuttora in molti prendono la via dell’Australia e degli USA) ma non aveva mai, prima d’ora, sperimentato l’immigrazione che rappresenta, ormai, il 20% dei 5,3 milioni di abitanti della Repubblica.

Nel 2020 erano state presentate in Irlanda solo 2.195 domande di protezione internazionale, ma nel 2022 le richieste sono diventate 11.115 per salire a 20 mila nei primi nove mesi del 2024.

La cattiva gestione da parte delle autorità e la propaganda dell’estrema destra che tende a incolpare immigrati e rifugiati di tutti i problemi – in primis l’aumento della criminalità – hanno rapidamente riscaldato il clima. Dal 2022 gruppi razzisti violenti si sono dedicati ad assaltare, quando non a incendiare, i centri di accoglienza, ad animare rivolte notturne e a diffondere fake news.

All’inizio dell’anno, quando Simon Harris ha sostituito l’impopolare Leo Varadkar alla guida del governo, ha impresso una svolta a destra alle politiche dell’esecutivo sull’immigrazione, sgomberando alcune tendopoli di immigrati a Dublino e sforbiciando i sussidi.

Lo Sinn Féin ha criticato il governo e si è impegnato in una campagna di denuncia delle falsificazioni dei gruppi razzisti (che oltretutto contendono ai repubblicani l’eredità indipendentista), ma al tempo stesso ha rivisto il proprio programma sull’immigrazione, promettendo in caso di vittoria di creare una “Immigration Management Agency” per gestire più razionalmente i flussi, di accelerare le decisioni in materia di asilo e le espulsioni, e di tagliare i sostegni statali ai rifugiati ucraini.

La destra cresce ma non sfonda

Visti i risultati, una parte del potenziale elettorale repubblicano ha scelto evidentemente di votare per partiti di destra ed estrema destra che però, contrariamente alle aspettative, non sfondano, penalizzati dalla frammentazione e dal sistema elettorale.

Mentre scriviamo sembra che l’estrema destra non sia riuscita a far eleggere nessun candidato, dopo l’irruzione di alcuni eletti nelle istituzioni locali del giugno scorso, anche se rispetto al 2020 i consensi a quest’area sono notevolmente aumentati.

Dei sessanta candidati dell’estrema destra presentatisi alle elezioni di venerdì scorso, una trentina sono riconducibili alla “National Alliance”, una federazione composta dal National Party, dagli Irish People, da Ireland First e da altri gruppi.

Fonte

Biden in Angola, lo scontro con la Cina ora corre su una linea ferroviaria

Joe Biden, alla fine del suo mandato, comincia oggi il viaggio in Africa annunciato per anni, ma mai effettuato. Sarà in Angola per un viaggio che riguarderà un importante progetto ferroviario sostenuto in parte anche con fondi degli Stati Uniti e che, di fatto, punta a sottrarre minerali strategici alla Cina. La ferrovia collegherà la Repubblica Democratica del Congo (Drc) ricca di risorse e lo Zambia al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico, ideale per i commerci e i trasporti verso l’Occidente.

In gioco ci sono vaste riserve di minerali come rame e cobalto che sono componenti chiave di batterie e altri dispositivi elettronici. La Cina al momento è l’attore principale in Drc con grande preoccupazione di Washington. A settembre Pechino ha anche firmato un accordo con la Tanzania e lo Zambia per rilanciare una linea ferroviaria rivale verso la costa orientale dell’Africa.

Secondo funzionari Usa è molto probabile che Donald Trump sosterrà la ferrovia e rimarrà uno stretto partner dell’Angola quando tornerà alla Casa Bianca a gennaio.

Il progetto è sponsorizzato dal commerciante globale di materie prime Trafigura, dal gruppo edile portoghese Mota-Engil e dall’operatore ferroviario Vecturis. La US Development Finance Corporation ha erogato un prestito di 550 milioni di dollari per ristrutturare la rete ferroviaria di 1.300 chilometri da Lobito alla Drc.

Biden atterrerà oggi brevemente a Capo Verde prima di volare in Angola. Lì visiterà il Museo Nazionale nella capitale Luanda durante il viaggio di due giorni e mercoledì farà tappa al porto di Lobito.

Il suo viaggio realizza una delle promesse che aveva fatto all’Africa. Altre restano irrealizzate, come l’ottenimento di due seggi permanenti per l’Africa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre al progetto ferroviario, Washington ha fatto ben poco per gli africani con quali affermava di voler stabilire relazioni ampie e ad alto livello. Ha invece subito diversi insuccessi diplomatici. Quest’estate ha perso la principale base di spionaggio americano in Niger. Ciò lascia gli Usa senza un punto d’appoggio militare nella vasta regione del Sahel, punto caldo della militanza islamista.

L’Angola ha coltivato a lungo stretti legami con Cina e Russia, ma di recente si è avvicinata all’Occidente. I funzionari angolani affermano di essere desiderosi di lavorare con qualsiasi partner che possa far progredire la loro agenda volta a promuovere la crescita economica e sperano che il progetto stimoli gli investimenti in una serie di settori.

La visita di Biden riflette un’inversione di tendenza nei rapporti tra Stati Uniti e Angola. Gli Usa e l’Unione Sovietica hanno sostenuto parti opposte nella guerra civile angolana durata 27 anni. Washington, che appoggiava le milizie di destra contro il governo socialista, ha stabilito relazioni con l’Angola solo nel 1993.

Funzionari dell’amministrazione Biden affermano che il progetto ferroviario di Lobito è un test per dimostrare che la partnership pubblico-privato funziona e porterà ad altri importanti progetti infrastrutturali in Africa. Non pochi, tuttavia, esprimono forti dubbi. Il progetto non ha una data di completamento e lo sviluppo di un suo collegamento anche verso Est, in competizione con la ferrovia sponsorizzata dalla Cina, al momento è solo una teoria.

Fonte

Esplode l’automobile occidentale

L’automobile è stata la metafora della superiorità dell’Occidente capitalistico nei confronti del resto del mondo che andava a piedi o al massimo a cavallo. Ed anche il pivot della struttura industriale, rappresentando una merce di massa che garantiva in un colpo solo una percentuale rilevante dell’occupazione, dei consumi, del “benessere” e dei profitti per le imprese.

È stata anche il simbolo merceologico della “libertà”, in cui la possibilità di andare dove si vuole – compatibilmente con i confini e i rapporti internazionali – sostituiva e compensava le libertà effettive: quella di concorrere alla formazione delle decisioni politiche che riguardano la vita di tutti.

Adesso, nel giro di poche settimane, i segnali di crisi che covavano da anni sembrano condensarsi in un uno ciclone unico, da cui difficilmente uscirà un assetto tranquillizzante.

Ieri sera si è dimesso Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, il più pagato del settore (40 milioni di stipendio annuo, 100 milioni – si dice – di “buonuscita”). Al suo posto un “comitato esecutivo temporaneo” con al centro John Elkann, l’erede-guida della famiglia Agnelli, il cui “stile” sembra ben illustrato dalla causa legale che lo vede opposto... alla madre, Margherita.

Pesano sul gruppo il drastico calo delle vendite (il -17% solo ad ottobre, una quota di mercato del 14,4% contro il 17,4% di un anno fa), e quindi quello dei ricavi (nel terzo trimestre crollati del 27%). Il valore delle azioni era già sceso del 38%, e stamattina ha perso un altro 7%...

Ma pesa soprattutto l’assenza di una strategia adeguata ai cambiamenti nel settore, come del resto in tutta Europa e negli Stati Uniti. Stellantis è infatti ora una multinazionale che non ha più molto a che vedere con la Fiat dell’Avvocato. Fusioni e acquisizioni successive, con o dopo Sergio Marchionne, hanno portato sotto lo stesso tetto marchi storici di paesi diversi sulle due sponde dell’Atlantico: la stessa Fiat, Lancia, Maserati, Peugeot, Citroen, Chrysler, Jeep, Dodge e altri minori.

Deve quindi fare i conti con costi diversi a seconda della collocazione degli stabilimenti (più alto il costo del lavoro negli Usa, maggiore quello dell’energia in Europa, anche a causa della guerra in Ucraina che ha spinto a sostituire l’economico gas russo con il GNL Usa, a prezzo quadruplo). Ma anche con regole molto diverse relative alle emissioni (estremamente differenziate anche all’interno degli States, ma di nuovo in discussione nell’Unione Europea, che sta mettendo in forse il divieto di immatricolazione per diesel e benzina a partire dal 2035).

E qui la crisi di Stellantis si rivela la crisi di tutta l’auto occidentale. Stamattina è cominciato lo sciopero nel gruppo Volkswagen, che in Germania conta dieci stabilimenti di produzione di automobili e circa 300mila dipendenti, di cui 120mila del marchio VW (ci sono anche Audi, Porsche, Skoda, Seat, ecc.), il più colpito dal piano di risparmio proposto dal cda.

È un primo “sciopero di avvertimento”, comunica il sindacato IGMetall, ma potrebbe diventare “la lotta più dura di tutta la storia” del marchio. Calcolando che parliamo di un sindacato implicato nella co-gestione dell’azienda, dunque niente affatto “estremista” o “rivoltoso”, la situazione deve essere un po’ più che tragica.

Ma è un male comune. Da luglio a settembre, l’utile operativo (EBIT) di Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz è stato di circa 7,1 miliardi di euro – quasi la metà rispetto al terzo trimestre del 2023. Il fatturato complessivo è sceso di quasi il 6%, a 145,4 miliardi di euro. Anche queste altre azienda, insomma, stanno presentando piani di “razionalizzazione” che prevedono pesanti tagli ai costi, e quindi soprattutto all’occupazione.

Come si fa, d’altro canto, a delineare strategie industriali in un contesto dove la “competitività” è altissima, la capacità produttiva mondiale immensamente superiore alle possibilità di vendita, la “domanda” scende con l’erosione dei salari europei, l’innovazione tecnologica (ibrido ed elettrico) è improvvisamente congelata perché il “mercato europeo” non risponde (al contrario di quello cinese, dove l’elettrico ormai sta diventando maggioranza e quindi le auto europee non trovano più spazio, se non nelle nicchie extra-lusso)?

Le incertezze superano di gran lunga i punti fermi, che non sembrano esserci più. Al massimo, confessa il presidente di Anfia, Roberto Vavassori, si pensa a fare pressione per fermare la “transizione energetica”: «Chiediamo fortemente che nei primi 100 giorni di lavoro della Commissione Ue venga approvato, mantenendo inalterati scadenza e obiettivi del 2035, un piano di neutralità tecnologica». Insomma, “non penalizziamo i motori endoternici tradizionali” fin quando non avremo capito che fare.

Ma l’attesa e l’incertezza, spiegano proprio i classici del neoliberismo ora in crisi, condannano le imprese a “perdere l’occasione” e a restare indietro nella competizione tecnologica. Mentre invece i cinesi, già ora leader del settore, accelerano la loro corsa.

E non c’è solo il problema della “competizione” o dei profitti per le imprese del settore. Perché, come detto all’inizio, il settore automobilistico è un pilastro della società capitalistica “liberale” occidentale. Solo in Europa impiega 14 milioni di lavoratori, tra diretti e indiretti (subfornitori, venditori, meccanici, ecc.), il 6,1% dell’occupazione. Una fetta altissima del Pil per Germania, Francia, Italia, Spagna, Cechia, Polonia, Romania, ecc.

Un crollo qui non sarà una “crisi settoriale”. Basti pensare che lo sciopero in Volkswagen – in attesa di quelli in Bmw, Ford e Mercedes – si incrocia immediatamente con l’avvio della campagna elettorale, per le elezioni politiche anticipate in Germania. Pace sociale e stabilità politica di solito vanno assieme, anche e soprattutto quando “non vanno”...

Non si scherza più. E non ci si può neanche adagiare sull’abitudine ai “tempi lunghi” propri di ogni analisi della “crisi del capitalismo”.

È qui, ci siamo dentro.

Fonte

L’Italia ridotta come la Grecia, ma a fuoco lento

Nel 2015 Troika, Unione Euruopa e il solito Fondo Monetario Internazionale imposero alla Grecia un sanguinoso “programma di salvataggio”: in cambio di tre “piani di aiuto” (289 miliardi concessi a tassi d’interesse usurai, con piani di rientro infiniti), dal 2010, vennero applicate al paese riforme draconiane: misure che distrussero, nel giro di pochi anni, il già malmesso welfare greco e che costrinse lo Stato ellenico a svendere gli asset strategici del paese, facendo precipitare la sua popolazione nella miseria più nera.

E tutto ciò soltanto per salvare le banche tedesche e francesi che avevano largheggiato con prestiti sia allo Stato che ai privati, creando per qualche anno una euforia da benessere effimera e senza basi economiche serie. Poi l’improvvisa richiesta di “rientro” fatta tramite l’Unione Europea.

Ricordate il referendum del luglio 2015 contro quel feroce piano di austerity? L'“OXI”, il no, fu votato dalla maggioranza schiacciante del popolo greco (61%), ma dato che Tsipras si era mostrato comunque favorevole ad un accordo con la UE, Varoufakis si dimise ed il piano passò lo stesso.

La volontà popolare dei greci, fu totalmente ignorata e dall’orgoglio e l’entusiasmo che il popolo ellenico aveva riscoperto e trasmesso a tutto il mondo, si passò, nel giro di pochissimo tempo, alla delusione ed alla rabbia per il tradimento consumato.

Nel corso degli anni successivi la disoccupazione salì al 27,5% (quella giovanile al 60%) contro una media dell’8,3% nella zona euro; mentre il potere di acquisto dei greci scese di dieci volte e lavoratori e pensionati, per sopravvivere dovettero indebitarsi fino al collo. L’emigrazione arrivò al 31% e, a causa dei sanguinosi tagli alla sanità pubblica, milioni di persone non ebbero più accesso alle cure mentre il tasso di mortalità aumentò notevolmente compreso, purtroppo, quello infantile.

La Grecia di allora sembra l’Italia di oggi? Si, le somiglia tantissimo.

Sanità sfasciata e dentro una dinamica di progressivo smantellamento: personale agli sgoccioli ed allo stremo, pronto soccorsi come inferni; attese infinite anche per accertamenti ed analisi salva-vita e malati oncologici; medicina territoriale sempre più ridotta al lumicino e boom della sanità privata e in convenzione tanto che, nel 2023, gli italiani costretti a rinunciare alle cure sono stati 4,5 milioni per meri motivi economici.

Poi, in materia di salari e stipendi, l’Italia è, da un pezzo, il paese peggiore dell’area UE. Una proiezione sugli ultimi trenta anni, pubblicata a maggio 2022, certificava inesorabilmente che, soltanto nel nostro paese, salari e stipendi anziché aumentare nei 30 anni che vanno dal 1990 al 2020 registravano una contrazione del 2,9%.

Una percentuale che, a causa della pandemia era già da ritoccare ma che, con la guerra e l’economia di guerra (esclusione dal nuovo patto di stabilità della spesa militare in fortissima crescita) che l’Unione Europea sta imponendo ai paesi membri e con un’inflazione galoppante a due cifre, è destinata a crescere in modo esponenziale.

La povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di individui, pari al 9,7% del totale dei residenti in Italia mentre cresce sempre più l’incidenza della povertà relativa che coinvolge ormai più di 8,5 milioni di individui anche perché continua ad espandersi drammaticamente l’area del lavoro povero: almeno il 12% dei lavoratori sono working poors, persone che pur lavorando sono povere e non riescono a vivere in modo dignitoso. Si tratta di almeno 3 milioni di persone che guadagnano meno di 11.500 euro netti l’anno, ovvero, poco più di 950 euro al mese, se va bene.

Sul lato previdenziale poi, altro che “abolizione della legge Fornero” o “pensione anticipata”. Tutte chiacchiere al vento. La riforma previdenziale allo studio del Governo prevede che dal 2029 l’uscita dal lavoro passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e 5 mesi.

Secondo osservatori e analisti, l’obiettivo finale è il superamento del tetto dei 70 anni. E si tratta di pensioni calcolate con il famigerato sistema “contributivo” che si basa non più su un sistema di ripartizione solidale ma soltanto sui contributi versati. In parole povere questo vuol dire, per i più, pensioni da fame.

Basterebbe ricordare che, ad esempio, in Francia, con la riforma Macron, l’età pensionabile è passata da 62 a a 64 anni, ma calcolata con il metodo retributivo: quello che nel 1995 governo e Cgil, Cisl e Uil, hanno fatto sparire di comune accordo per lanciarsi, tutti insieme appassionatamente, nella favolosa (per loro) avventura dei fantastici fondi pensione.

Le grandi compagnie assicurative ancora ringraziano ma non ancora sazie vorrebbero scippare ai lavoratori anche i TFR (trattamenti di fine rapporto). C’est l’Italie.

Fonte

Siria - Una guerra di tutti contro tutti che favorisce la destabilizzazione

La tempistica degli eventi nel nord-ovest della Siria non sembra una coincidenza, poiché si è verificata subito dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano. Ma ci conferma anche che in Medio Oriente tutte le alleanze continuano ad essere “a geometria variabile” e non sempre di facile decifrazione.

Per la Siria, già sottoposta a bombardamenti frequenti e ripetuti da parte di Israele, l’incubo dell’instabilità sta diventando nuovamente una realtà. I miliziani jihadisti anti-Assad sono penetrati in profondità ad Aleppo rivelando – anche in questo caso – le gravi vulnerabilità della difesa siriana. L’esercito siriano è stato colto alla sprovvista, mentre il supporto aereo russo è arrivato troppo tardi e le milizie arabo-sciite alleate della Siria sembrano per ora scomparse dalla scena.

“Per Israele, l’indebolimento della presenza dell’Iran in Siria è vantaggioso perché interrompe il trasferimento di armi a Hezbollah” – scrive il Jerusalem Post“Tuttavia, l’emergere di gruppi islamisti rappresenta una nuova minaccia. Una Siria frammentata, dominata da fazioni estremiste, potrebbe portare a una rinascita del jihadismo globale simile all’ascesa dell’ISIS”.

Sottovalutando la situazione sul campo, Damasco, dopo più di quattro anni di tregua, aveva attuato una serie di riforme tra cui quella che ha portato ad un esercito volontario e abolito il servizio militare obbligatorio. Ma i bassi stipendi e l’incapacità dimostrata nel rispondere adeguatamente ai ripetuti raid israeliani hanno abbassato il morale delle truppe siriane.

Infine c’è stata una errata supposizione secondo cui la provincia di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli jihadisti, non rappresentava più una minaccia significativa.

Ed invece i ribelli – guidati da Hayat Tahrir al-Sham (l’ex Fronte al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda) – che promuovono una ideologia salafita-jihadista, che ricorda molto l’ISIS, sono passati all’offensiva. Secondo alcune fonti, armi di fabbricazione turca e sostegno finanziario del Qatar hanno avuto un ruolo decisiva in questa campagna. In sostanza si tratta dei due principali paesi del network dei Fratelli Musulmani al quale in Palestina fa riferimento Hamas.

Eppure anche i giornali vicini a Erdogan non paiono convinti che dietro l’offensiva dei miliziani ci sia il governo di Ankara, anzi qualcuno ipotizza che la decisione di riaprire il conflitto in Siria contrasti con le nuove relazioni regionali dello stesso Erodgan. Infine risulta anche che Hayat Tahrir al-Sham abbia acquistato numerosi droni dall’Ucraina. Esperti di Kiev addestravano da settimane i membri dell’HTS a Idlib con i droni.

I gruppi religiosi minoritari come gli alawiti (a cui appartiene Assad), i cristiani, gli ezidi, gli sciiti e i curdi affrontano adesso gravi rischi. Le forze curde, ad esempio, hanno preso preventivamente il controllo dei quartieri di Aleppo est per impedirne il controllo degli jihadisti, mentre i ribelli siriani filo-Ankara hanno annunciato di aver preso il controllo della città di Tal Rifaat, a nord di Aleppo, strappandola alle Unità di protezione popolare curde (YPG).

Le milizie jihadiste hanno annunciato che consentiranno a tutte le unità combattenti curde delle Forze democratiche siriane (SDF) di lasciare la città di Aleppo “con le armi verso il nord-est della Siria in sicurezza”, secondo una dichiarazione del Dipartimento delle operazioni militari dell’operazione “Deterrenza dell’aggressione”.

“Non si può non constatare come l’attacco sia avvenuto mentre Israele, attraverso il suo premier Netanyahu, lancia pesanti avvertimenti a Damasco che farebbe transitare verso il Libano rifornimenti di armi per il movimento sciita Hezbollah”, sottolinea Michele Giorgio su Il manifesto. Le frontiere maledette del Medio Oriente dunque sono ancora in fiamme.

Fonte