Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/04/2019

Debito pubblico. Come farselo finanziare e fare i moralisti

La goccia scava la roccia, si dice. E alla fine la narrazione liberista del “debito pubblico” come principale fardello dell’economia italiana, che costringerebbe dunque a secoli di tagli di spesa e/o aumenti delle tasse per ricondurlo entro limiti “accettati”, comincia a sfaldarsi. Persino su testate specializzate o su quelle che più mainstream non si può.

Intendiamoci, il livello del debito pubblico italiano è un problema, ma non delle dimensioni catastrofiche proposte dalla narrazione dominante. E’ una variabile che va calcolata insieme a molte altre (la posizione finanziaria netta con l’estero, per esempio). Così come bisogna tener conto dei “proprietari” del nostro debito pubblico (cambia parecchio se i possessori sono investitori stranieri o italiani), nonché delle possibilità o dei vincoli connaturati alla moneta.

In più, bisogna calcolare anche se i capitali e i risparmi degli italiani sono investiti o detenuti qui, oppure altrove.

Sul punto vi proponiamo un editoriale di Guido Salerno Aletta, pubblicato su Teleborsa, che coglie con qualche ironia la “stranezza” della speculazione finanziaria italiana, che per esempio si getta a corpo morto sui titoli di stato tedeschi – i supersicuri Bund – sempre spaventata dal livello dello spread o dai voti delle società di rating.

Si scopre così che masse colossali di risparmio e profitti vengono letteralmente regalate alla “concorrenza”, col il triplo risultato beffardo di a) sottrarre a questo paese risorse utili, b) consentire ad un altro paese di indebitarsi senza pagare interessi, c) rimetterci parte del capitale.

Una genialata tipicamente italica, che si spiega con molti fattori.

Ci soffermiamo solo su un punto, visto che per il resto è tutto magistralmente spiegato da Salerno Aletta.

In linguaggio tecnico, si dice che i titoli di stato della Germania “offrono rendimenti negativi”. Significa che chi investe su quei titoli presta 100 euro a Berlino con la certezza di vedersene restituire qualcuno in meno (da pochi centesimi a qualche euro, a seconda della dinamica del mercato). Il meccanismo è un tantino più complicato, perché di fatto si acquista quel titolo pagandolo molto più di 100 euro, cosicché le cedole annuali versate dalla Bundesbank non bastano a coprire la differenza. Ma il significato economico è quello.

Perché si fa una sciocchezza simile invece di prestarli allo Stato italiano che, al contrario, li restituirà per intero e pagando ogni anno una cedola? Per paura che lo Stato italiano possa fallire e non restituire quindi le cifre ricevute...

L’eventualità del fallimento – da qui a qualche anno – è decisamente remota, ma la “pressione dei mercati” è tale da presentarla sempre come “possibile”.

A guadagnarci sono ovviamente il bilancio pubblico della Germania (e dell’Olanda o di altri paesi beneficiati dai “rendimenti negativi” sui propri titoli), perché può indebitarsi senza pagare un centesimo, anzi guadagnandoci pure qualcosa. E’ quasi divertente pensare che c’è chi può fare una cosa del genere e per di più “fare la morale” a quelli che ti finanziano. Al contrario dello Stato italiano (e di altri paesi in condizioni simili), che invece deve accantonare ogni anni decine di miliardi per pagare il “servizio del debito” (gli interessi annuali), rinunciando a spese socialmente utili e ad investimenti che potrebbero far crescere l’economia.


Questo spread sul debito, accumulandosi nel corso degli anni, insieme ad altri meccanismi negativi generati dai “trattati europei”, ha prodotto distorsioni pesanti sulla struttura produttiva del paese, la devastazione dei sistemi di welfare (sanità, pensioni, assistenza sociale, ecc), nonché dell’istruzione di ogni ordine e grado. E’ tra i fattori che – oltretutto – ha facilitato la corsa alla precarietà contrattuale, all’abbassamento dei salari (per favorire la “competitività delle imprese”), stimolando dopo decenni massicci fenomeni migratori verso altri paesi, soprattutto da parte di giovani con formazione medio-alta. Contribuendo insomma al calo demografico e allo spopolamento di ampie zone del nostro territorio.

Un disastro epocale che ci sta spingendo verso il “secondo mondo” e che è stato lucidamente calcolato in uno studio del Centre for European Policy (poderoso think tank ordoliberista germanico, che vanta tra i suoi membri ex ministri e Commissari Ue come Hans Tietmeyer e Frits Bolkestein).

Possono e debbono esser sollevate obiezioni ai criteri usati per fare questo calcolo, e dunque alle cifre finali; ma non c’è dubbio che il danno sia stato notevolissimo. Per chi non vuole leggersi tutto lo studio, vi riproponiamo qui la tabella principale del report su 20 anni di Euro: vincitori e vinti.


E dire che c’è chi crede che l’euro non sia un problema...

Sullo stesso tema il nostro giornale comincia a vantare una produzione decisamente importante, anche perché proposta da autori diversi per formazione, professione, ruolo.

Buona lettura!

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Ricchi, ma ancora un po’ scemotti
Gli Italiani, strozzini di sé stessi

Guido Salerno Aletta

Editorialista dell’Agenzia Teleborsa

La verità, prima o poi, viene a galla.

E’ di questa settimana il riconoscimento, anche sulla grande stampa, del fatto che l’Italia non è poi messa malaccio come si dice in continuazione: la sua posizione finanziaria netta sull’estero, nel confronto tra attività e passività complessive, è ormai quasi in pareggio.

Alla fine del terzo trimestre 2018, il saldo è stato negativo per soli 54,7 miliardi di euro (neppure il 3% del PIL), mentre era ancora di -141 miliardi alla fine del secondo trimestre 2017. Il miglioramento prosegue da diversi anni, trainato dal consistente attivo della bilancia dei pagamenti correnti.

Spicca, in particolare, la posizione finanziaria netta della componente privata dell’economia italiana (assicurazioni, fondi, famiglie ed imprese), il cui saldo è stato positivo per ben 969 miliardi di euro, vantando attività all’estero per 1.918 miliardi di euro, di cui 1.244 per investimenti di portafoglio.

Nel 2018, il surplus di conto corrente con l’estero è stato pari a 45,3 miliardi di euro (2,6% del PIL) rispetto ai 48 miliardi del 2017. Mentre l’avanzo per le merci si è ridotto da 55,8 a 48,5 miliardi. I proventi netti da investimenti sono aumentati da 10,8 a 14 miliardi di euro (0,8% del PIL). L’Italia ha dunque pagato all’estero interessi, profitti e rendite per 57,4 miliardi, incassandone per 71,4.

I saldi commerciali attivi, insieme a quelli attivi nel bilanciamento tra rendite finanziarie incassate dall’estero e pagate all’estero, ci hanno fatto recuperare una solidità insospettata: gli italiani, se solo lo volessero, potrebbero comprarsi dagli stranieri tutto il debito pubblico che questi ultimi detengono, guadagnandoci davvero nello scambio.

Già, perché molti italiani, in questi anni, sono stati terrorizzati dallo spread che impazzava, e sono stati indotti a portare i propri risparmi all’estero, investendo soprattutto in Germania, anche se lì i titoli di Stato hanno rendimenti negativi.

Scemotti, quindi, molti italiani continuano a consegnare allo Stato tedesco più euro di quanti questo stesso promette di restituire loro alla scadenza dei titoli.

Se il debito pubblico della Germania cala in continuazione, è soprattutto per via dei sacrifici che sono stati fatti soprattutto dagli investitori stranieri, quelli che si vedono falcidiato il capitale versato, non solo per i sacrifici imposti ai contribuenti tedeschi.

Per il timore di un default del debito pubblico italiano, con il solito rating delle Agenzie che ci massacra classificandolo ad appena due notch sopra il livello di “spazzatura”, lo Stato italiano offre rendimenti ragguardevoli, che ingrassano la rendita strozzando lo sviluppo.

Facciamoci due conti.

I dati recenti relativi al debito pubblico italiano, riferiti alla fine del 2018, indicano in 684 miliardi di euro le detenzioni dei non residenti, su un debito complessivo di 2.316 miliardi: una somma pari al 30% di quest’ultimo. Al netto delle detenzioni indirette, il debito pubblico detenuto all’estero è appena il 25% del totale in circolazione ed il comparto privato dell’economia italiana detiene all’estero una quantità di asset in grado di riscattarli ampiamente: invece di perderci sul capitale, investendo ad esempio in titoli tedeschi, incasserebbe ricche cedole per interessi sul debito italiano.

Bisogna che gli italiani aprano finalmente tutte e due gli occhi: potrebbero vendere i titoli stranieri che hanno in portafoglio, su cui perdono in linea capitale per via dei rendimenti negativi, per acquistare titoli italiani da cui incasserebbero comunque degli interessi.

Bisogna ridurre finalmente l’entità degli interessi sul debito pubblico italiano, che è ancora troppo alta, a livelli ancora irragionevoli: un avanzo primario elevato impone poi sacrifici insostenibili all'economia reale.

Gli Italiani stanno speculando su loro stessi, da troppi anni: la gran parte di loro paga troppe tasse, che servono per pagare una quota degli interessi, decine di miliardi di euro l’anno: è un sistema di cui finora hanno beneficiato un po’ tutti. Banche, assicurazioni, fondi di investimento e previdenziali incassano per interessi sul debito pubblico una quota delle imposte, indebitando lo Stato per consentirgli di pagare il resto degli interessi.

Gli Italiani, strozzini di sé stessi.

Ricchi, ma ancora un po’ scemotti.

Vedi anche:

http://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/21/il-debito-pubblico-giapponese-e-noi-0114725,

http://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/19/litalia-un-paese-di-rentier-e-lavoratori-poveri-0114683,

http://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/09/i-cinesi-deuropa-siamo-noi-conto-terzi-pero-0114308,

http://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/03/contro-i-terroristi-del-debito-pubblico-0114090,

http://contropiano.org/news/news-economia/2019/03/30/debito-pubblico-il-re-delle-fake-news-0113971,

Fonte

Mattarella avalla la legislazione da “Stato minimo” su legittima difesa

Lo diciamo subito chiaro e tondo: non condividiamo la decisione del Presidente Mattarella di firmare la legge sulla Legittima Difesa. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ieri ha promulgato la legge recante le modifiche al codice penale e in materia di legittima difesa ed ha contestualmente inviato una lettera ai Presidenti del Senato, della Camera e al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Nella lettera che accompagna la promulgazione della Legge, il Quirinale scrive che: “Va preliminarmente sottolineato che la nuova normativa non indebolisce né attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini, esercitata e assicurata attraverso l’azione generosa ed efficace delle Forze di Polizia”. In realtà con la legge approvata avviene il contrario.

Si consegna agli individui la discrezione di valutare la situazione di pericolo e l’eventuale ricorso all’uso di armi. Una contraddizione questa che non viene affatto evidenziata quando nella lettera del Quirinale si scrive che: “L’art.2 della legge, modificando l’art.55 del codice penale, attribuisce rilievo decisivo ‘allo stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto: è evidente che la nuova normativa presuppone, in senso conforme alla Costituzione, una portata obiettiva del grave turbamento e che questo sia effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta”, scrive il presidente della Repubblica nella lettera, ma è proprio l’assenza di un parametro sulla portata obiettiva che consegna amplissimi spazi alla discrezionalità degli individui nel decidere se usare o meno le armi per “difendersi”.

Infine nella lettera è scritto ancora: “Segnalo che l’articolo 3 della legge in esame subordina al risarcimento del danno la possibilità di concedere la sospensione condizionale della pena, nel caso di condanna per furto in appartamento o per furto con strappo ma che lo stesso non è previsto per il delitto di rapina. Un trattamento differenziato tra i due reati non è ragionevole poiché – come indicato dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 125 del 2016 – ‘gli indici di pericolosità che possono ravvisarsi nel furto con strappo si rinvengono, incrementati, anche nella rapina”, scrive ancora il presidente della Repubblica.

Già nel 2006, a voler essere precisi, il governo Berlusconi approvò una modifica secondo la quale, in caso di violazione di domicilio, veniva riconosciuto come sussistente un rapporto di proporzionalità tra offesa e reazione.

In un documento del gruppo giustizia di Potere al Popolo si contesta la legge approvata adesso dal Presidente Mattarella. “Con la legge in corso di approvazione, invece, tale proporzionalità viene riconosciuta in maniera assoluta, non solo estendendola a una casistica più ampia, ma togliendo di fatto al giudice ogni possibilità di interpretazione.

Ma la legge in questione interviene anche a proposito dell’eccesso colposo, ovvero di quelle situazioni in cui un cittadino si difende eccessivamente, e per questo eccesso viene punito (riconoscendogli dunque le attenuanti del caso). La legge promossa dalla Lega e appoggiata dal M5S, invece, esclude la possibilità di punire chi, trovandosi in una situazione di pericolo o di grave turbamento commette un omicidio o un tentato omicidio per salvaguardare la propria o l’altrui incolumità.

Siamo abituati a considerare che il grave turbamento sia una condizione psicologica che può anche non essere del tutto dipendente dalla situazione oggettiva di pericolo, trattandosi dunque di una condizione soggettiva che dà luogo a reazioni diverse a seconda della persona coinvolta. In tal caso, di fatto, ogni atto di violenza può essere giustificato perché oltre che sulla base della situazione oggettiva, la reazione della persona coinvolta può essere valutata anche sulla base del turbamento che una particolare situazione di pericolo può provocare nella persona offesa, la quale di fatto è autorizzata a difendersi come ritiene più opportuno, anche attraverso l’uso di armi”
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27/04/2019

Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli “italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della II Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia ed Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani, di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

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Libia. Haftar attacca chiede il ritiro dei soldati italiani da Misurata

“Occorre che l’Italia ritiri al più presto il suo ospedale militare da Misurata. Abbiamo le prove che quella struttura ormai non ha più nulla di umanitario, ma costituisce un valido aiuto per le milizie di Misurata che combattono contro il nostro esercito”. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, non ha usato certo mezze parole il portavoce del maresciallo Khalifa Haftar, generale Ahmed Mismari.

Soprattutto quando attacca su quella che è stata una vera e propria operazione militare “coperta” da parte dell’Italia in Libia, ossia l’invio di un contingente militare italiano con il pretesto di “proteggere” l’ospedale di Misurata. Un ospedale che poteva ricoverare 40 pazienti ma che veniva presidiato da ben 300 militari italiani nel quadro della “Missione Ippocrate”. E tutti, da allora fino ad oggi, hanno fatto finta di crederci.

“L’ospedale era stato inviato per assistere i feriti negli scontri contro Isis a Sirte nel 2016. Ma quei combattimenti sono terminati da un pezzo, perché restano 400 soldati italiani? Da quella base partono gli aerei che bombardano le nostre truppe e causano vittime anche tra i civili. Crediamo che gli italiani abbiano un ruolo nel addestrare le milizie. Non va bene, devono andarsene”, ha sentenziato il portavoce di Haftar dal suo ufficio di Bengasi.

Non è la prima volta che Haftar e comandanti a lui vicino attaccano il ruolo dell’Italia in Libia. Nell’agosto del 2018 aveva esplicitamente chiesto l’allontanamento dell’ambasciatore italiano Perrone per le sue dichiarazioni in una intervista che non era piaciuta all’uomo forte di Tobruk.

Ma la posizione italiana è andata sempre più indebolendosi, soprattutto dopo l’esplicito sostegno ad Haftar anche da parte degli Usa (oltre che della Francia). Da Pechino, dove è in visita, il premier Conte si rifugia dietro una classica posizione cerchiobottista: “L’Italia non è né a favore di Sarraj né a favore di Haftar, ma a favore del popolo libico, che sta soffrendo da troppo tempo e che ha il diritto di vivere in pace”. “Il mio governo – ha aggiunto – mira alla stabilizzazione del Paese. Ho detto più volte che la situazione militare non è affidabile. Invito tutti i leader europei, mediorientali e gli Stati Uniti, a considerare che serve il cessate il fuoco immediato perché se continua il conflitto diventa poi difficile la soluzione politica”.

Ma alla luce degli sviluppi militari sul campo e della dislocazione internazionale delle forze, quello di Conte sembra al massimo un auspicio più che un progetto di soluzione politica per la Libia.

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L'OCSE esalata la schiavitù salariale

“Il livello attuale del sussidio è elevato rispetto ai redditi mediani italiani e relativamente a strumenti simili negli altri paesi Ocse. La sua messa in opera dovrà essere monitorata attentamente per assicurare che i beneficiari siano accompagnati verso adeguate opportunità di lavoro”.

L’OCSE, cioè l’organizzazione economica degli stati alleati degli USA, ha emesso la sua sentenza sul reddito di cittadinanza: è troppo alto, così toglierebbe incentivi a lavorare.

Dunque per questa autorità (si fa per dire) internazionale un disoccupato che riceva mediamente da 300 a 450 euro al mese, questo dicono i dati su quanto realmente verrà distribuito con il reddito, si metterà sul divano felice e non lavorerà più.

La posizione dell’OCSE non casualmente coincide con quella della Confindustria. Sono i padroni, i padroni peggiori che parlano, quelli che vogliono che in Italia ci si abitui a paghe di 600 euro al mese.

Ci sono due parole che tecnicamente definiscono ciò che vogliono questi signori dell’OCSE e chi sta con loro: SFRUTTAMENTO e SCHIAVISMO.

OCSE e compagnie varie di ricconi vadano all’inferno e noi organizziamoci perché il lavoro ne esca.

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Gli F-35 vanno comprati, che volino o no

L’incontro di ieri a Washington tra Donald Trump e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva tra i temi principali, come ovvio, i colloqui di giovedì scorso a Vladivostok tra Vladimir Putin e Kim Jong Un.

Ma non solo. Nei giorni scorsi vari media giapponesi davano per scontata l’inclusione nell’ordine del giorno anche della questione dei caccia F-35, soprattutto dopo la scomparsa in mare, il 9 aprile, nel corso di un’esercitazione, di uno di tali aerei.

Subito dopo l’incidente, sentito dall’agenzia nhk world-jaapan, l’ex tenente generale dell’aviazione, Toshimichi Nagaiwa, ha detto che gli F-35A dovrebbero costituire i futuri principali caccia del Giappone e, dato che il loro dispiegamento è in fase di sperimentazione, l’incidente pone un serio problema allo sviluppo del programma.

Quattro giorni fa, ancora nhk world-japaan scriveva che le ricerche hanno sinora consentito di recuperare solo alcune parti della coda del caccia, mentre il pilota è tuttora “disperso”. Per intensificare le operazioni, in una zona in cui i fondali raggiungono i 1.500 metri, è previsto l’arrivo del vascello oceanografico “Kaimei” e anche gli Stati Uniti prevedono di inviare una unità con elevate capacità di ricerca, data l’urgenza di recuperare i resti del velivolo, dotato di tecnologia stealth altamente classificata. Per il pilota, una prece...

Lo scorso 16 aprile, The Asahi Shimbun riassumeva in questo modo i termini della questione. “Il recente incidente con il caccia a tecnologia stealth avanzata F-35A solleva la questione se il Giappone debba continuare a comprare dagli Stati Uniti questi costosi aerei da guerra. Il governo dovrebbe per il momento congelare il programma d’acquisto e, come massima priorità, concentrarsi sul chiarire le cause dell’incidente”.

The Asahi Shimbun ricordava come il velivolo precipitato fosse stato il primo F-35 assemblato, meno di un anno fa, in Giappone, dalla Mitsubishi Heavy Industries su licenza della Lockheed Martin e avesse all’attivo appena 280 ore di volo.

L’aereo precipitato, scriveva il giornale, “è costato circa 14 miliardi di yen (125 milioni di dollari). Un esemplare della variante F-35B, a decollo corto e atterraggio verticale, si era schiantato in USA a settembre dell’anno scorso; ma l’incidente al largo della Prefettura di Aomori è stato il primo occorso a un F-35A a decollo e atterraggio convenzionali”. The Asahi non esclude errori umani o condizioni del pilota, ma precisa che questi, un maggiore 41enne, era un “veterano con circa 3.200 ore di volo, incluse circa 60 ore su un F-35A”.

Dunque, tra le possibili cause dell’incidente, “il governo dovrebbe considerare tutte le possibilità”, a partire da “problemi meccanici, problemi al motore, movimento e altitudine”, non dimenticando che in precedenza il velivolo aveva già “effettuato due atterraggi di emergenza a causa di problemi meccanici”.

Per la cronaca, a fine 2018 Tokyo ha approvato l’acquisto di 105 F-35 aggiuntivi – 63 F-35A e 42 F-35B – per oltre 1,2 trilioni di yen, con l’obiettivo di arrivare a un totale di 147 F-35. In contemporanea, Tokyo programma di riadattare i due cacciatorpediniere portaelicotteri della classe “Izumo”, trasformandoli in vere e proprie portaerei, adattandone i ponti di volo ai caccia F-35B, come d’altronde fatto dall’Italia – al pari del Giappone, in base al trattato di pace, non può avere portaerei propriamente dette – con i cosiddetti “incrociatori portaeromobili” “Garibaldi” e “Cavour”, di fatto vere e proprie portaerei STVOL (Short Take-Off and Vertical Landing).

La scorsa settimana, il Ministro della Difesa Takeshi Iwaya aveva detto che il governo non ha intenzione di cambiare i piani di acquisto dei caccia, ma se verranno messi in luce difetti tecnologici, il governo “non avrà altra scelta che effettuare una revisione radicale del programma”.

E’ il caso di ricordare come già quasi un anno fa un rapporto del U.S. Government Accountability Office (GAO) avesse rilevato poco meno di mille difetti non ancora sanati nel programma del F-35 e ora, sempre secondo il GOA, solo il 27% degli F-35 in servizio negli Stati Uniti sarebbero pienamente operativi e, di questi, circa la metà in grado di eseguire una sola missione di combattimento, a causa della mancanza di parti necessarie, ritardi nelle riparazioni e pezzi di ricambio inadatti. In base al rapporto GOA, il costante ammodernamento del velivolo rende obsolete le parti di ricambio stivate nei depositi: il 44% di esse non è già più adatta ai nuovi F-35 recentemente adottati dal Corpo dei Marines.

Ma, Donald Trump, che intanto ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato internazionale sul commercio di armi, chiede (?) al Giappone di acquistare enormi quantità di armi statunitensi, tra cui F-35. Però, “il governo non dovrebbe procedere con il programma F-35 semplicemente perché ha già preso la decisione”, scriveva The Asahi all’inizio della settimana; il “primo test della risposta di Tokyo all’incidente arriverà al più tardi questa settimana, quando i principali esponenti della politica estera e della difesa dei due governi” si riuniranno.

Di fatto, secondo The Asahi, durante l’incontro di ieri alla Casa Bianca, oltre alla questione nord-coreana e al vertice Putin-Kim di giovedì scorso, Trump e Abe hanno affrontato soprattutto le questioni del contenzioso commerciale – lo squilibrio di 67,6 miliardi di dollari a favore del Giappone – le divergenze sulle tariffe (quelle giapponesi per i prodotti agricoli statunitensi e i dazi USA su auto, acciaio e alluminio nipponici, ecc.) e, a quanto pare, si sono travati pienamente d’accordo sul continuare nei fortissimi acquisti di equipaggiamenti militari USA da parte di Tokyo. Della questione dei caccia F-35 non c’è traccia nelle cronache di The Asahi Shimbun.

Sulla vicenda specifica del Giappone è intervenuta nei giorni scorsi anche la russa topwar.ru, rilevando come gli Stati Uniti non abbiano fornito alla Mitsubishi la chiave del software, per cui questa non ha potuto adattarlo alle esigenze dell’aeronautica giapponese. Riguardo alle voci su un congelamento degli acquisti, il sito russo scrive che “non ci saranno cambiamenti: i capi dei dipartimenti militari giapponesi e americani hanno precisato che tutti i contratti tra Giappone e Stati Uniti per i caccia di 5° generazione rimangono in vigore”. Questo, a dispetto del fatto che la stampa nipponica abbia pubblicato materiali secondo cui vari F-35A in servizio in Giappone sarebbero già stati costretti ad atterraggi di emergenza, in almeno sette occasioni, a causa dell’anormale funzionamento delle apparecchiature di bordo.

Anche dall’Italia non pare ci siano ripensamenti: i caccia F-35 vanno comprati.

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La mezza conversione di Alesina e Giavazzi

Articolo interessante di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera dell’altroieri (24/4). Interessante perché nella narrazione economara (non crederete di capire davvero di “sostenibilità del debito pubblico” perché ripetete a pappardella le sciocchezze che vi propinano da trenta anni sul rapporto debito/pil?) finalmente viene introdotto il concetto di “debito estero”, ammettendo che l’Italia ha una Posizione Finanziaria Netta in sostanziale pareggio come vado a dire (umilmente) io da qualche anno.

Cito testualmente il duo bocconiano: «L’Italia non ha un debito estero netto perché i prestiti che Stato e aziende private hanno contratto fuori dall’Italia sono compensati da altrettanti titoli esteri acquistati dalle famiglie e dalle nostre banche. Basterebbe azzerare queste posizioni — cioè vendere i titoli esteri che possediamo e ricomprarci i Btp detenuti all’estero — per diventare il Giappone. A quel punto potremmo permetterci di aumentare la spesa pubblica e al tempo stesso ridurre le tasse, lasciando crescere il debito». E poi ancora: «Tutto ciò è possibile, ma vorrebbe dire uscire dall’euro che è nato per fare il contrario: integrare i mercati dei capitali dell’Eurozona e diversificare il rischio distribuendolo nell’area».

Dunque i due finalmente ammettono che la chiave di volta per capire la reale situazione della nostra condizione finanziaria è quella di valutare correttamente la situazione dei conti con l’estero (Bilancia Commerciale, Saldo delle Partite Correnti e Posizione Finanziaria Netta).

Al secondo punto, correttamente, sostengono che 1) ricreare le condizioni degli anni '70/'80 del secolo scorso per riportare in patria i capitali allocati all’estero significa uscire dall’Euro (verissimo) e con serafica tautologia inoltre sostengono 2) che l’Euro è nato con l’unico scopo di diversificare il rischio al quale sono esposti i capitali grazie alla libera circolazione dei capitali all’interno dell’area euro.

Ah? L’Euro sarebbe nato con questo unico scopo? Quello di diversificare il rischio? Non per garantire la crescita dell’area? Non per evitare pericolose guerre commerciali fatte di dazi e svalutazioni competitive ma in un quadro di crescita e cooperazione tra stati in tutta l’area?

Bene, allora cari Chiarissimi Professori voi state dicendo che abbiamo smantellato l’industria pubblica (con relativa deindustrializzazione) e svenduto gli assets bancari pubblici solo per consentire ai nostri capitalisti di investire all’estero legalmente?

Voi state dicendo che abbiamo accettato una politica monetaria di deflazione istituzionalizzata solo perché Agnelli possa portare i suoi danari (poi ci sarebbe da dire anche sull’aggettivo possessivo appropriato) in Lussemburgo?

E tutto questo per ottenere il risultato straordinario di aver ridotto l’area economica più ricca e istruita del mondo in una zona a rischio caduta nel “secondo mondo” a causa dell’assenza di investimenti in ricerca che l’hanno tagliata fuori dalla Rivoluzione Digitale in corso?

Ci sarebbe inoltre da dire che i capitali italiani investiti in altri paesi dell’area (in primis in Germania) sono sottoposti ad una tosatura che di fatto è una patrimoniale imposta da stati esteri a causa di tassi reali negativi: effetti paradossali.

In pratica cari ed illustri Professori ci state spiegando che abbiamo preso la fregatura del millennio?

Poi molto altro ci sarebbe da dire sull’autolesionismo della Germania guidata dalla Merkel.

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Molti anniversari e troppo sangue

di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.

La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.

Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.

In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.

Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».

La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».

Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).

Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

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