Venti
di guerra sembrano pronti ad investire la Libia. Dopo le notizie di
attacchi statunitensi a Sabratha e il caso degli ostaggi italiani, le
prime pagine dei giornali mondiali sono ormai occupate da alcuni giorni
dal possibile attacco internazionale nel Paese nord africano. Una
coalizione formata da 19 Stati tra cui Stati Uniti, Francia, Gran
Bretagna ed Italia, sotto la guida di quest’ultima, sarebbe pronta ad
avviare un intervento armato d’aria e di terra per porre fine al caos
libico e indurre un arretramento delle forze dello Stato Islamico, ormai
ben radicate nel Paese.
Tutto ciò non sarebbe, però, frutto di
una scelta estemporanea dovuta alla recrudescenza delle violenze sul
territorio, ma la diretta conseguenza di un percorso intrapreso alla
fine dello scorso anno con gli incontri di Roma sulla questione libica. In
questi mesi, infatti, numerose sono state le operazioni sul campo e,
nonostante la mancanza di un ufficiale Governo di unità nazionale e, di
conseguenza, di una formale richiesta di intervento, le basi logistiche
per una presenza internazionale sono state gettate. Diverse
informative più o meno ufficiali, infatti, riferiscono della presenza di
militari britannici a Misurata e Tobruk, di forze armate francesi che,
partendo dalla portaerei Charles De Gaulle, avrebbero compiuto raid
nell’area di Sirte, e di voli di ricognizione statunitensi a partire
dalla base italiana di Sigonella. Una “guerra segreta”, come definita da
molti giornali, che, senza mandato formale ed approvazione della
comunità nazionale, starebbe gettando le basi per un intervento
ufficiale e coordinato tra le diverse forze internazionali.
La cautela e la segretezza delle operazioni lascia aperti, però, diversi filoni di interpretazione. Nonostante
sia ormai evidente la volontà di Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna e
Francia di ricoprire un ruolo significativo nel mutamento del contesto
libico e nel futuro riassetto del Paese, il basso profilo delle
iniziative fino ad ora intraprese, la reticenza ad assumere la guida
delle operazioni e la post-posizione continua di un eventuale intervento
bellico formale sembrano, infatti, caratterizzare l’atteggiamento di
tutte le potenze coinvolte. Da un lato questo sembra dovuto al
mancato accordo sul Governo di unità nazionale: l’attendismo rispetto
all’ennesimo voto di fiducia del Governo di Tobruk rispetto al Governo
Sarraj, prima di ratificare eventuali decisioni, deve essere letto in
quest’ottica. Dall’altro, però, il timore delle conseguenze di un ruolo
attivo nella questione appare come elemento centrale nelle scelte dei
diversi Governi. Se la possibilità di attacchi sul proprio territorio
nazionale potrebbe spaventare la popolazione con conseguente
indebolimento della fiducia nelle istituzioni e future ricadute
elettorali, il precedente del 2011 obbliga i Governi alla cautela.
L’azione contro il colonnello Gheddafi, infatti, deve essere considerata
la principale causa dell’attuale caos libico e del formale fallimento
dell’essenza statuale della Libia.
Se, a suo tempo, l’intervento venne
condotto, per stessa ammissione dei soggetti coinvolti, anche per la
difesa dei capitali internazionali investiti nell’economia libica, il
risultato dell’operazione deve essere considerato fallimentare. Ad oggi,
per quanto nell’economia libica sia in atto un tracollo inarrestabile e
gli asset strategici come il petrolio ed il gas siano sempre più
deboli, gli interessi coinvolti non sono minori e le ricadute di una
nuova operazione non risolutiva potrebbero incidere sia sui mercati
nazionali sia sull’intero mercato internazionale. D’altra parte,
però, l’avanzata dello Stato Islamico e l’identificazione dei terminal
petroliferi come Ras Lanuf o Mellitah come target degli attacchi
jihadisti, spaventano le grandi compagnie come Total, British Petroleum
ed ENI. Per alcuni Paesi, Italia in primis, il timore di intervenire
viene, dunque, bilanciato dalle opportunità insite nell’intervento
stesso.
Da questo punto di vista deve essere letta la possibile divisione della Libia in tre zone sotto controllo internazionale con la Tripolitania affidata alla gestione italiana, il Fezzan sotto protettorato francese e la Cirenaica controllata dalla Gran Bretagna. Il ruolo di supervisione dell’assetto generale dovrebbe, invece, essere gestito dagli Stati Uniti. Una divisione per aree di controllo che, da un lato, ricalca i confini delle zone di influenza delle attuali forze libiche e, dall’altra, sembra sovrapporsi alle aree di azione delle diverse compagnie petrolifere nazionali. Un progetto che potrebbe, però, incontrare numerose resistenze, anche tra coloro che oggi guidano i due Governi libici. Se il Governo di Tripoli, attraverso la voce del proprio Ministro degli Esteri Aly Abuzaakouk, avrebbe affermato di non accettare un intervento internazionale autonomo nel Paese, dichiarando di poter giungere ad una soluzione all’interno del dibattito libico, varie informative confermano la presenza italiana nell’area. A questa, inoltre, dovrebbero aggiungersi a breve 50 incursori del contingente “Col Moschin” a supporto delle operazioni di controllo del territorio. Difficile immaginare che l’azione delle forze armate italiane possa avere un reale impatto strategico laddove dovesse mancare la collaborazione con le istituzioni locali. Sul fronte di Tobruk, unico Governo considerato legittimo dalla comunità internazionale fino alla firma a Tunisi dell’accordo di unità nazionale, i Ministri locali hanno, invece, più volte negato il proprio avallo a Sarraj, minando la possibilità di costituzione del nuovo Governo e di presentazione di formale richiesta di intervento armato. In questo caso, la mancata collaborazione deve, però, essere letta più come strategia per ottenere maggiori vantaggi dalla trattativa che come reale opposizione al progetto di unità nazionale o di azione internazionale.
Un formale attacco armato internazionale in Libia sembra, dunque, possibile, ma non probabile nel breve periodo.
Nonostante questo, le azioni singole ed indipendenti dei diversi
soggetti coinvolti, potrebbero portare effetti di lungo periodo
altrettanto distruttivi per la realtà libica. Una guerra dichiarata, ma
non formalmente combattuta aprirebbe, infatti, spazi sempre maggiori
alla propaganda dello Stato Islamico, indebolirebbe ulteriormente le
capacità di azione dei tre Governi libici e inciderebbe negativamente
sulle condizioni di vita, già critiche, della popolazione. In entrambi i
casi, la percezione che ne deriva è quella di un intervento dai
tratti neocoloniali teso al mantenimento di un efficace controllo
territoriale e di un accettabile livello di tutela di impianti e
personale espatriato nel tentativo di impedire che la crisi libica
tracimi dai confini del Paese, andando ad investire il territorio
europeo e il mercato internazionale.
Nessun commento:
Posta un commento