Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/08/2019

Nicaragua, sandinismo o golpismo


Managua. Riavvolte le bandiere, spenti gli altoparlanti, le celebrazioni per il quarantennale della vittoria sandinista si sono completate nella loro parte scenografica. Non in quella emotiva, però: la eco di una manifestazione grande come da dieci anni non si vedeva, lo scorrere nelle vene di tanta mistica ritrovata dopo l’aggressione subìta, continua a circolare nell’aria. La respirano con orgoglio i militanti sandinisti ricompattati, che hanno visto nel 19 Luglio non solo la celebrazione dei quarant’anni che furono ma di quelli che verranno. Non vi saranno altre sottovalutazioni. Si può dire che la fine della manifestazione abbia segnato l’inizio della campagna elettorale più lunga della storia nicaraguense, perché si voterà nel Novembre del 2021 ma le prime mosse sono già allo studio.

Il FSLN resta il gigante con cui destra, chiesa, Usa e UE devono fare i conti quando sul tavolo c’è il Nicaragua. Come se ci fosse un FSLN di lotta e uno di governo, sembra conservare decisamente la sua identità guerrigliera mentre delega al suo governo i grandi passi avanti nel tessuto socioeconomico. Radicato in ogni angolo del Paese, ha dimostrato di avere forza politica e militare, disciplina assoluta nei confronti del suo Comandante, fiducia cieca nella sua leadership. Sono elementi, questi, che fanno del sandinismo un partito unico nel quadro della sinistra internazionale; per quanto possano darsi posizioni contrastanti, sensibilità diverse, l’elemento determinante, alla fine, è l’obbedienza assoluta al suo Comandante. Come lo furono Fidel per i cubani e Chavez per i venezuelani, Daniel Ortega per i sandinisti è molto più che un leader: è il Comandante in Capo.

I soliti alzatori professionali di sopracciglia potranno ritenere tutto questo un delinearsi della versione tropicale del culto della personalità, un fattore di rischio per il politicamente corretto che sprofonda nei divani, aspetti inaccettabile per i mai paghi di sconfitte; ma il fatto è che Daniel Ortega è idolatrato dalla sua gente e viene considerato dal sandinismo, ed anche oltre le sue fila, un padre della Patria più che un Presidente.

E qui, in una parte di mondo dove i sofismi evaporano, dove con maggior violenza si soccombe alle intemerate golpiste della destra, il politicamente corretto viene visto come un esercizio verboso per intellettuali garantiti. Qui, dove tra il tutto e il niente, tra pace e guerra scorre un voto, partecipare assume il valore di un gesto dovuto, di una nobiltà ideale, ma vincere è imperativo categorico, è destino irremovibile, capolinea del tragitto tra vivere o perire. Sarà Daniel a guidare il suo popolo alla prossima tornata elettorale, ogni eredità risulterebbe anzitempo. Ci si aspetta quindi una mobilitazione generale di tutta la destra internazionale per colpire quella che è, senza ombra di dubbio, una icona per la sinistra latinoamericana, l’ultimo Comandante guerrigliero della storia rivoluzionaria e socialista di questo lembo di mondo.

La destra che lo sfiderà è tutta da decifrare. Politicamente analfabeta ma carica di odio, non ha altra idea di futuro che non sia la vendetta e sogna l’intervento statunitense come panacea delle sue incapacità. L’identità è classista e razzista. Nessun programma, nessun contenuto, nessun leader. Al suo interno è scontro tra l’opposizione storica che raccoglie liberali, conservatori, social cristiani e il nuovo partito fondato dalla gerarchia ecclesiale: Alleanza civica. Quest’ultima sostiene di essere l’unica opposizione credibile, la sola autorizzata a muovere sullo scacchiere politico, mentre i partiti tradizionali non lo sarebbero. Immagina il tessuto politico del paese come un immenso inciucio tra sandinisti e tutte le forze politiche, ritenendosi essa, invece, la voce autentica del popolo. Che poi i suoi dirigenti siano solo latifondisti e alti prelati, banchieri e padroni, è solo una fortuita coincidenza. Un luogo strano appare il Nicaragua ad un visitatore di primo arrivo: il governo fa crescere l’economia e gli imprenditori si dedicano a danneggiarla, il FSLN chiede la conciliazione e la chiesa fonda partiti e benedice golpisti.

Il discorso politico a destra langue. Di che parlano? Di censura e repressione, di inesistenti prigionieri politici e fantomatiche persecuzioni; invocano sanzioni e punizioni straniere per il proprio paese reo di non assecondarne i desiderata. Un disco rotto, alla ricerca di qualcuno che all’estero dia credito ad un disegno basato sulla reiterazione continuata della menzogna. Del resto, tutto si muove in funzione del denaro che parte dagli USA e atterra qui: se non c’è repressione non c’è resistenza, se non c’è resistenza non ci sono i fondi per sostenerla. Per questo ogni tanto inventano uno show con 30-40 persone: i media di proprietà della famiglia corrono, inventano la mobilitazione, inviano i video manipolati a Miami e i loro editori passano all’incasso. Principio dei vasi comunicanti in salsa tropicale.

Circolando per Managua si avverte è che il narrare oppositore è una truffa ma, nonostante il clima tranquillo, che l’aria sia più tesa e che l’incertezza abbia guadagnato spazio non lo si può negare. Alcuni ristoratori dicono che gli affari vanno male ma espongono prezzi europei per i pranzi dei nicaraguensi. Le storie sui locali deserti e la gente chiusa in casa sono fake news: i locali sono pieni, nei mercati i prodotti straripano e uscire da Managua il fine settimana obbliga a file di ore sulle carreteras. Certo, la crisi economica derivata dal tentativo di colpo di stato ha lasciato ferite: dopo anni di ininterrotta crescita alla media del 4,5 annuale, il 2019 e 2020 avranno il segno meno: 1800 milioni di dollari di danni all’economia non si ripianano così rapidamente in un paese che ha un PIL che ammonta a un terzo di questa cifra.

Quanto avvenuto, il timore che possa ripetersi, ha in qualche misura disincentivato gli investimenti esteri e la grande impresa (che forma il 30% del PIL) denuncia i suoi indicatori al ribasso. Non così la piccola e media impresa e quelle a conduzione familiare, che insieme allo Stato contribuiscono per il 70% al PIL. La crisi della grande impresa e del latifondo ha un sapore più politico che economico: il ricorso massiccio ai licenziamenti non ha certamente migliorato l’economia del paese. Ma non ci sono solo finalità di bilancio, si tratta in buona parte di terrorismo socio-economico. Si licenzia per generare un senso di inquietudine collettiva circa il destino dell’economia. Non come risposta alla crisi ma per determinarla. La famosa responsabilità sociale dell’impresa giace sotto il manuale di Gene Sharp sul golpe blando.

Perché il tentato colpo di stato è finito ma la dinamica sovversiva di destra, impresa e gerarchia ecclesiale, prosegue. Solo si è trasformata in strategia di destabilizzazione economica. Si invita inutilmente il piccolo commercio a chiudere gli esercizi, si indicono scioperi generali che non riescono, si lanciano allarmi su una dimensione della crisi economica che è totalmente artificiosa e priva di riscontri. L’intento di sovvertire il Paese ha solo cambiato metodologie e obiettivi intermedi, non certo lo spirito e l’obiettivo finale.

La speranza della destra è che il 2020 porti nuove sanzioni statunitensi ed europee. Che si delinei un quadro sistemico che veda il Nicaragua andare alle urne nel 2021 assediato dalle sanzioni internazionali, con una crescita minore - se non con una crisi vera e propria - e con una popolazione che riveda il film dell’aggressione alla Rivoluzione con alcuni degli strumenti utilizzati già negli anni ’80.

Abbondano i suoi possibili candidati, quasi tutti autonominati: stile Guaidò, per intenderci. Alcuni leaderini improvvisati nutrivano ambizioni eccessive ma hanno fatto male i loro conti. Scarso lignaggio per osare la prima fila. Perché quando le armi tacciono, emergono dai rifugi coloro che davano ordini nascosti; i camerieri del golpismo apparecchiano, ma è l’oligarchia che si siede a capotavola.

L’ambasciatore USA a Managua, Kevin Sullivan, ha dato ordine di riunirsi tutti sotto le insegne di Ciudadanos por la libertad e di scegliere il ticket Felix Maradiaga e Cristiana Chamorro per la sfida elettorale. Chi sono? Maradiaga, uno dei proprietari delle ONG golpiste, si è formato e addestrato negli USA e a Belgrado, dove la Otpor gli ha insegnato le tecniche del “golpe blando” di Gene Sharp. È intelligente ma privo di carisma, tanti soldi ma poco popolo: dicotomia non semplice da risolvere. Cristiana Chamorro è invece l’ennesimo prodotto della nidiata Chamorro’s, la famiglia oligarchica che ha sempre visto il Nicaragua come una gigantesca fattoria di proprietà.

Compito non semplice quello statunitense: provarono senza successo già nel 2006 ad unificare l’antisandinismo per impedire la vittoria di Daniel Ortega. Non ci riuscirono perché ogni tanto anche i servi si danno arie da padroni. A Washington pensano che oggi l’occasione sia più propizia ma è da vedere, perché il livello di litigiosità interna alla destra viene da lontano ed è tutt’altro che sopito. In questo contesto il ruolo del MRS, riconosciuto professionista del tradimento, rappresenta l’incognita più ardua del percorso unitario. Gli adepti di Sergio Ramirez e Dora Maria Tellez ufficialmente non vogliono CxL ma fondano una sigla al giorno per così sedersi con maggiori chanches al tavolo della coalizione e raggranellare posti. Controllano una buona parte delle finte ONG, l’ala militare del golpismo e i rapporti con la cosiddetta “sinistra” europea, ma non vanno oltre il 2% dei consensi se gli va bene e liberali e i conservatori non gli perdonano il passato sandinista.

A scompaginare il quadro potrebbe arrivare il cosiddetto “Papa nero”, che al secolo è possibile identificare in Silvio Baez, il Monsignore del golpismo richiamato a Roma proprio per il suo ruolo nel tentativo di colpo di stato del 2018. Intercettato mentre affermava che voleva inviare Daniel Ortega e Rosario Murillo alla fucilazione e rivendicando a se stesso ed alla chiesa l’invenzione dell’Alleanza Civica, potrebbe in qualche modo rappresentare il trade union della destra. Colto, appartie ai Carmelitani ma è stretto alleato dell’Opus Dei e dei Legionari di Cristo. Espressione delle gerarchie ecclesiali latinoamericane, nemiche acerrime di Papa Francisco e impregnate di ideologia fascista, potrebbe autosospendersi dall’abito talare per correre alla presidenza. In fondo, mal che va, lo stipendio di deputato è più alto di quello da Vescovo. L’ambizione politica non gli manca, anzi, così come non gli fa difetto l’ego, davvero ipertrofico. Ma la superbia e l’arroganza di cui dispone frena le possibili alleanze e c’è anche da considerare che la sua candidatura otterrebbe l’effetto di mobilitare gli evangelici a favore del FSLN, dato che la sua sconfitta equivarrebbe ad una sconfitta delle gerarchie ecclesiali nicaraguensi, aspetto questo particolarmente interessante per le chiese evangeliche.

Ma se pensa che la famiglia Chamorro si farà da parte, il Monsignore sbaglia. La candidata sarà comunque Cristiana Chamorro. Perché è lei a poter riassumere in sé il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, la leadership della borghesia e del latifondo parassitario del paese e la proprietà di Ong e mezzi di comunicazione, ovvero gli elementi fondamentali per dare il via alla guerra per riportare nelle mani del padronato e nella sfera d'influenza di Washington il Nicaragua. La campagna elettorale sarà una fase della guerra di classe che l'oligarchia scatenerà. Welfare, spesa pubblica, investimenti per la guerra alla povertà ed allo squilibrio sono blasfemie intollerabili: trasformare i diseredati e dimenticati in soggetti di diritto politico un affronto imperdonabile alla casta.

Alla fine, però, il principale problema della destra sarà quello di spiegare cosa vorrebbero fare. I loro sedici anni di governo, che gettarono il Nicaragua nella miseria nera, non sono abbastanza lontani da scivolare verso l’oblio. Ma comunque per il FSLN non sarà una passeggiata; il sandinismo ha amici dal cuore grande ma nemici dai denti aguzzi. Vogliono lo scalpo di un nemico mai sconfitto e cercheranno ogni mezzo, lecito e soprattutto illecito, per aver ragione dell’indomabile.

Il FSLN dovrà mobilitare tutto il suo popolo, evidenziare e rivendicare quanto fatto. Il Nicaragua oggi è esempio di modernizzazione ed equità sociale, di crescita dei diritti e limitazione dei privilegi. Porta luce e strade nel buio dei cammini un tempo bui e dissestati, mette tetti sulle teste di chi subiva la furia del cielo, offre pavimenti nuovi dove c'era terra e polvere, fa sognare il futuro a chi prima lo temeva. Raffrontare e ricordare sarà necessario: guardare e giudicare è già prendere la rincorsa per andare a votare e stabilire, una volta per sempre, che il sogno si è fatto sistema e che, quaranta anni dopo la vittoria, Sandinismo e Nicaragua sono ormai sinonimi dell’identico animo.

Fonte

Proteste e manifestazioni a Mosca: non solo liberali

In base ai sondaggi del Centro Levada, il 54% dei russi vedrebbe bene Vladimir Putin sulla poltrona presidenziale anche dopo il 2024, limite costituzionale (per ora) dei mandati possibili. Due anni fa, erano il 67%; nel 2013, erano meno del 40%. La percentuale di coloro che la pensano al contrario è oggi del 38%, mentre era del 27% nel 2018 e del 45% nel 2013.

È risaputo che tali sondaggi siano spesso come le previsioni atmosferiche: affidabili da un giorno all’altro, non di più. L’unica cosa su cui gli osservatori sembrano più o meno concordare, è che, a tutt’oggi, agli occhi della maggioranza dei russi, Putin rappresenti la “stabilità”, nonostante i problemi dell’economia, le controriforme pensionistiche, gli aumenti vertiginosi delle tariffe comunali, la politica liberal-oligarchica del governo Medvedev.

Per limitarsi ad alcuni dati, secondo il Rosstat (Comitato statale di statistica) il numero di russi con redditi inferiori al minimo di sussistenza è salito a 20,9 milioni (14,3% della popolazione) nel primo trimestre del 2019, contro il 13,9% del primo trimestre del 2018. Allo stesso tempo, l’utile netto della capogruppo di “Gazprom” nella prima metà del 2019 è aumentato del 31%, attestandosi a 371 miliardi di rubli.

Questo, sostiene il PCFR di Gennadij Zjuganov, mentre diventa più chiaro il senso della riforma pensionistica: Putin taglia la spesa sociale di 20,14 miliardi di rubli nel 2019; la cifra include tagli alle pensioni per 16,27 miliardi e alla sicurezza sociale per 4,82 miliardi; ma si assegnano al contempo 7,02 miliardi al Ministero degli interni, 3,7 alla Procura generale, 2,82 al Comitato di indagine, 2,16 alla Guardia nazionale.

Lo stesso ex Ministro delle finanze (dal 2000 al 2011) e attuale Presidente della Corte dei conti, Aleksej Kudrin, una delle principali figure che i comunisti includono tra i “ministri liberali”, teme “esplosioni sociali” a causa del basso livello di vita in cui si trova una così alta percentuale di popolazione.

Ma Putin significa, appunto, “stabilità” agli occhi della maggioranza dei russi. Basti guardare al tipo di opposizione dello stesso PCFR che, nonostante i biasimi sugli aspetti più eclatanti della politica liberale antipopolare, somiglia a una costante preghiera a Vladimir Putin perché, continuando a fare il Presidente, si decida perlomeno a cambiare la politica del governo.

È su questo sfondo che si sono svolte le manifestazioni del 27 luglio a Mosca, dopo le quali la Procura generale ha dato indicazioni a tutte le procure perché rispondano energicamente (cosa che la polizia non ha mancato di fare già il 27 luglio, fermando un migliaio di persone) ai meeting non autorizzati, soprattutto ora che mancano una quarantina di giorni alle elezioni regionali e municipali (oltre che per alcuni seggi suppletivi alla Duma federale) del 8 settembre.

Al tempo stesso, Svobodnaja Pressa ipotizza che il Governo, forse preoccupato da un’ipotetica “majdan” russa, tenti di andare incontro all’opposizione cosiddetta “antisistema” (Navalnyj e compagnia liberale varia, per intendersi): tutte le candidature cosiddette indipendenti per la Duma municipale di Mosca, respinte dalla Commissione elettorale municipale col pretesto della falsificazione delle firme raccolte – tema al centro delle proteste – potrebbero essere ripescate dalla Commissione elettorale centrale. E nonostante che, come scrive iarex.ru, sia ormai quasi impossibile nascondere il carattere antiputniano delle proteste, la municipalità di Mosca ha prontamente concesso gli spazi per le nuove manifestazioni di sabato 3 agosto.

Come che sia, a parere della politologa Anastasija Udaltsova – moglie del leader del Fronte di Sinistra, Sergej Udaltsov e lei stessa candidata alla Duma di Mosca – con l’atteggiamento di sabato scorso, il governo ha fatto un grosso regalo all’opposizione tutta: finora non c’era grande entusiasmo attorno al voto, ma i manifestanti che sabato scorso sono stati presi a manganellate, potrebbero decidere di andare in massa ai seggi e dare il voto al primo candidato dell’opposizione presente sulla scheda, liberale o comunista che sia.

Secondo lo scrittore Eduard Limonov, alle proteste del 27 luglio, hanno preso parte non solo “teste rasate, skineader, o figli di mamma borghesi”, sostenuti dall’opposizione liberale – attiva in patria o comodamente insediata all’estero a là Khodorkovskij – ma persone di varia estrazione sociale.

Chi si è unito alle proteste di sabato scorso, sa benissimo chi siano i liberali, sa benissimo che i “neo-liberali” di oggi insorgono contro i liberali di ieri: i figli della borghesia contro i padri borghesi; ma è evidente che, oggi, tutti gli scontenti, per qualsiasi motivo, sono pronti a marciare sotto qualunque bandiera.

Indicativo il fatto, aggiunge Limonov, che del migliaio di fermati (quasi tutti subito rilasciati) oltre la metà venisse da fuori Mosca, nonostante la protesta riguardasse, formalmente, il rifiuto a registrare candidati alla Duma di Mosca.

In segno di solidarietà contro la mancata registrazione dei candidati, anche il Fronte di Sinistra, afferma Sergej Udaltsov, ha partecipato ad esempio alle manifestazioni organizzate dai liberali nella regione di Leningrado; mentre i liberali di Mosca marciano esclusivamente per proprio conto.

Diversa la visione di ROTFront: “Lotta di rospi e vipere”, ha definito le manifestazioni moscovite Aleksandr Batov. Vi ha partecipato essenzialmente la cosiddetta “intellighenzija liberale”, che si concentra soprattutto a Mosca, dove affluiscono le risorse fondamentali del paese; vi hanno preso parte anche altri strati di popolazione, anche lavoratori, ma l’indirizzo delle proteste è dettato dai liberali. Si tratta, in fin dei conti, di una parte molto piccola della società, ma, per serie trasformazioni sociali, dice Batov, non è affatto necessario “avere con sé la maggioranza aritmetica della popolazione. È sufficiente avere una maggioranza politica – un gruppo compatto e ben organizzato, che, con la lealtà passiva della maggioranza, può imporre la propria volontà alla società”.

D’altra parte, la maggioranza delle persone non è oggi disposta a seguire i liberali, o a esser presa a manganellate, o a star dietro ai problemi dei candidati. È vero che lo stesso 27 luglio, oltre mezzo milione di persone erano al Park Gorkij ad ascoltare un concerto, ma “ciò non significa che stiano tutti dalla parte del potere. Oggi, quelle persone vanno ad ascoltare musica e domani possono offrire la stessa lealtà passiva a un qualche colpo di stato”. Molti di coloro che hanno manifestato il 27 luglio sono probabilmente partigiani di “majdan”; ma, il sostegno comunicativo è loro assicurato da emittenti come “Ekho Moskvy”, controllata pienamente dal governo.

In sostanza, opinione abbastanza diffusa a sinistra è che le proteste siano vantaggiose anche per il governo, per aumentare l’affluenza alle urne, che altrimenti sarebbe scarsa, e dare così legittimazione alla vittoria dei candidati governativi. La stragrande maggioranza dei cittadini è preoccupata di ben altri problemi: bassi salari, prezzi crescenti, arbitrii burocratici.

Quegli stessi arbitrii messi in luce dai liberali e prontamente ripresi dai media occidentali. L’opposizione liberale, scrive ancora ROTFront, smaschera gli esempi più eclatanti di corruzione dell’élite al potere e scredita il governo agli occhi della società: “questo obiettivo ci agevola, perché l’attuale regime persegue una politica estranea agli interessi dei lavoratori e conduce il Paese alla catastrofe. Ma, sia liberali che potere sono alieni e ostili ai lavoratori, entrambi temono e odiano il popolo; entrambi sono strettamente legati tra loro e con l’Occidente. Entrambi questi gruppi si uniranno indubbiamente se avvertono il pericolo dei lavoratori. E’ disastroso marciare sotto la bandiera altrui; non si possono cavare castagne dal fuoco per questo o quel gruppo oligarchico; non si può partecipare alla lotta del rospo e della vipera”.

E mentre il PCFR ha indetto proprie manifestazioni per il 17 agosto, con lo slogan “Per elezioni oneste e limpide”, il politologo del partito, Sergej Obukhov, premettendo che il PCFR si esprime contro il rifiuto delle Commissioni elettorali a registrare un qualsiasi candidato (tanto più, che qua e là, destino simile tocca anche a candidati comunisti) giudica eccessivo paragonare (lo ha fatto Maksim Ševčenko, del Fronte di Sinistra) la situazione attuale al febbraio 1917, nonostante l’analogia tra Putin che scende in batiscafo sul fondo (in russo: dno) del mare e l’abdicazione di Nikola II in transito alla stazione di Dno.

Di certo, scrive Obukhov, si può “pronosticare una escalation delle proteste a Mosca. Per il momento, i pubblicisti patrioti hanno subito ripreso il mantra “C’è Putin – c’è la Russia, non c’è Putin – non c’è la Russia”, mentre sia i liberali, sia il PCFR scandiscono slogan contro le politiche del presidente, anche se bisogna ammettere che se Putin scompare all’istante, inizierà il caos, dato che altre istituzioni o stabilizzatori diversi da quello presidenziale sono puramente decorativi”.

Non a caso il PCFR, conferma Obukhov, continua a chiedere al “Presidente di cambiare corso e nominare un governo di fiducia popolare, responsabile verso il Parlamento e verso il potere presidenziale”, ricordando che soltanto il PCFR e le forze “popolari-patriottiche” sue alleate possono costituire quella forza in grado di contrapporsi a una “majdan” liberale.

Ovvio che quei “pubblicisti patrioti”, vedono quale alternativa a Putin solo nuovi liberali a là Eltsin e una “perestrojka-2”. Ma, c’è poi davvero tutta questa differenza, come sembra sostenere il PCFR, tra il corso sociale interno eltsiniano e quello attuale putiniano?

Fonte

White girl


Madonna!

Vendita di armi. Per l’Italia una buona e una cattiva notizia

RWM Italia, fabbrica di bombe con sedi in provincia di Brescia e di Cagliari, ha annunciato la sospensione dell’invio dei suoi strumenti di morte in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I cui regimi hanno usato quegli strumenti per far strage di civili, tanti bambini, nello Yemen del Sud.

Questa esportazione criminale era stata autorizzata da Renzi nel 2016 e ora finalmente si blocca per il voto del 26 giugno del Parlamento e conseguenti atti del governo.

Bene è una buona notizia, frutto anche della tenace mobilitazione pacifista, che però non cancella quelle cattive.

La prima è che la sospensione è di 18 mesi. Il comunicato aziendale, che va letto in tutta la sua arida brutalità, annuncia questo come tempo MASSIMO di sospensione dell’invio delle bombe. Poi potrebbe riprendere e questo va impedito.

La seconda cattiva notizia, che qui viene confermata, è che una parte importante degli affari del nostro paese derivano dalla esportazione di armi anche in zone di guerra, in violazione delle leggi e dei trattati internazionali. È questo il “mercato” citato nella lettera della direzione della RWM ITALIA, che fa parte della multinazionale tedesca Rheinmetall, che fabbrica e vende armi dal 1800. E non è escluso che la multinazionale, perdurando i limiti alla esportazione di bombe, decida di delocalizzare la produzione. Allora avremmo la crisi per circa trecento lavoratori, ai quali la direzione RWM già ora annuncia che farà il possibile per salvarne il maggior numero.

E questa è la terza cattiva notizia, risultato del Partito del PIL, quello del fare affari produrre, scavare, edificare, senza limiti perché solo così si crea lavoro. Invece è proprio il lavoro che prima o poi paga il rifiuto di riconvertire il sistema produttivo e l’economia alla pace e all’ambiente.

Per questo la sospensione della vendita di bombe all’Arabia Saudita deve essere il preludio ad una vera e completa buona notizia: la RICONVERSIONE dell’industria di guerra e di morte in industria di pace.

Questo si può fare solo con l’intervento pubblico, con un piano nazionale che promuova investimenti e ricerca in altri settori produttivi, che salvaguardi le lavoratrici ed i lavoratori e che impedisca alle multinazionali di fare come loro solito le cavallette: consumare tutto in un posto e poi andare a devastare altrove.

Consideriamo il risultato sulla RWM come un primo passo per il superamento dei profitti sulla morte; e all’inferno il partito del PIL.

Fonte

Inflazione a 0,9 dopo 2600 miliardi di QE: il fallimento di Draghi in una cifra

2600 miliardi del Qe dopo, l’inflazione core in eurozona è pari allo 0.9%, segno del fallimento della politica monetaria di Draghi, che in 7 anni non è riuscito a centrare il target inflazionistico del 2%, quando in Cina la People’s Bank of China lo pone al 3.5% (con l’inflazione attuale pari al 2.7%).

Non poteva essere altrimenti.

La Bce si preoccupa solo di creare asset inflation, l’inflazione da asset finanziari (il marxiano capitale produttivo di interesse), con relative bolle, immobiliari e azionarie. Mentre invece è cane da guardia, assieme alla Commissione Ue, dei salari, gli unici che possono far salire l’inflazione, tenuti a bada da un assetto deflazionistico che ormai ha raggiunto livelli drammatici.

L’Ue ha 110 milioni di poveri, salariati working poors e precari a go go, un panorama impensabile solo 30 anni fa. È una scelta voluta dalla dirigenza europea tutta, sia dal lato politico che dal lato monetario, protesi a crescenti surplus delle partite correnti, ma anche per fronteggiare l’ascesa cinese.

Solo che la Cina dal 2008, con la legge sul lavoro, ha puntato su alti salari recuperando competitività dal lato dell’innovazione di prodotto e di processo. In pratica, marxianamente, l’eurozona ha puntato sul pluslavoro assoluto mentre la Cina sul plusavoro relativo e il secondo batte sempre il primo perché si hanno dei livelli di produttività, dati dal tasso di investimento, molto più alti del primo. Ma c’è un discorso a parte da fare.

L’Italia, grazie a Confindustria, dal 2011 conduce una feroce politica deflazionistica per avere un tasso di inflazione più basso di quello tedesco e così recuperare competitività sul prezzo.

Dal 2013 il tasso di inflazione italiano è più basso di quello tedesco, recuperando 5, 6 punti percentuali di competitività di prezzo, a costo dell’inaridimento del mercato interno. Attualmente il tasso italiano è pari allo 0.5% annuale, quello tedesco all’1.7%. Bdi, la confindustria tedesca, e Confindustria italiana fanno a gara a chi deflaziona più i salari.

Come Draghi pensi di arrivare ad un target del 2% in questo contesto è un mistero.

Fonte

Il “terrore staliniano” è ancora remunerativo


Ennesimo “russiagate”, questa volta a livello europeo. Quegli inguaribili staliniani (per chi ci crede, o chi lo vocifera) degli attuali inquilini del Cremlino si sono ingegnati a far sì che nella Repubblica Ceca una “vittima” del “terrore sovietico” venisse sbugiardata da un suo stesso connazionale.

Quegli stessi “bolscevichi” (come sopra) avevano già avuto successo, con uguale manovra, nel giugno del 2012, allorché avevano brigato perché nient’altri che la Corte europea per i diritti umani riconoscesse come un falso i “documenti” presentati a suo tempo dal duo Eltsin-Gorbačëv che, sulla scia göbbelsiana, facevano ricadere sul NKVD sovietico e non sui nazisti la responsabilità della fucilazione di alcune decine di migliaia di ufficiali polacchi nell’area dei monti Kozi, che i polacchi chiamano Katyn.

Dunque, nei giorni scorsi, ha attirato l’attenzione del settimanale Argumenty i Fakty e di vari media russi, il caso della ottantottenne ceca Vera Sosnarova, che, per una buona ventina d’anni, si è spacciata in patria come la più famosa reclusa ceca dei lager staliniani.

I suoi racconti su come, appena quattordicenne, nel 1945, insieme a madree e sorella, fosse stata arrestata da agenti del NKVD e avesse poi trascorso 19 anni in un lager, sono stati sbugiardati dal suo connazionale Adam Hradilek, dell’Istituto per lo studio dei regimi totalitari: una fondazione non esattamente stalinista. Nel volume “Krvavé jahody” (“Frutti insanguinati”) dedicato alla “storia” di Vera, compaiono scene come: “una volta eravamo tornati dal lavoro nel bosco e il comandante disse “tutti nelle baracche! Che nessuno esca”; noi non capivamo cosa stesse accadendo. C’era un granaio, in cui spinsero moltissime persone, poi lo cosparsero di combustibile e gli diedero fuoco. Arsero vive quelle persone”; scena che pare ripresa pari pari dal reale e tragico destino della Khatyn bielorussa, il villaggio distrutto dai nazisti nel marzo del ’43, con gli abitanti rinchiusi in un fienile e bruciati vivi. Oppure: “nel bosco i lupi ci seguivano, si univano in branchi, su ogni albero erano appostate le linci, che mangiavano quelli che urlavano”. Ancora: “Ci davano da mangiare borsh con carne umana. Lo capimmo quando trovammo delle dita nella zuppa”.

Per anni, Vera, originaria di Brno, ha tenuto “lezioni” universitarie, conferenze pubbliche e seminari su tali “misfatti” del NKVD, diventando l’eroina di TV e giornali, tanto che alcuni deputati si sono preoccupati di assegnarle un premio di Stato, finché, poche settimane fa, Adam Hradilek, indagandone la biografia, nell’ambito del progetto “Cittadini cecoslovacchi nel GULag”, non ha concluso che la donna non è mai stata in alcun lager. La sua famiglia era emigrata volontariamente in URSS, e per buoni motivi: la madre della Sosnarova era nata in Russia e, durante la guerra civile, aveva seguito un ufficiale del corpo cecoslovacco, associato ai contorivoluzionari bianchi; poi, durante l’occupazione nazista della Cecoslovacchia, aveva denunciato alla Gestapo un vicino di casa e, per sfuggire alla giustizia ceca, nel 1945 era tornata in URSS con le figlie nate in Cecoslovacchia: dunque, non arrestate dal NKVD per aver parteggiato per i bianchi 25 anni prima, come sostiene Vera.

Ma, e il GULag? Secondo Adam Hradilek, negli archivi di FSB e Ministero degli interni russi, non ci sono dati su Vera Sosnarova; Hradilek afferma che qualche volta gli viene negato l’accesso ai dati, in quanto segreti, ma in ogni caso si conferma che tali dati esistono. Nel caso della Sosnarova, la risposta è inequivocabile: non ci sono dati della sua presenza in carceri o campi dell’URSS e nemmeno su processi o riabilitazioni. Ve ne sono però negli archivi civili: Vera si era effettivamente diplomata in URSS, aveva poi lavorato in una fabbrica metallurgica negli Urali e, dal 1947 fino al ritorno in Cecoslovacchia, era stata impiegata nell’impresa di impianti di riscaldamento di Nižnij Tagil, nella regione di Sverdlovsk.

“I prigionieri subivano terribili angherie, ma non venivano bruciati a centinaia nei granai, non erano avvelenati, non venivano fucilati per non aver ottemperato ai piani e non erano vittime degli abusi sessuali descritti da Sosnarova”, dichiara Hradilek.

GULag è oggi non solo un nome, parte della storia nazionale, scrive Colonelcassad, ma anche un brand con cui ottenere fama e buoni guadagni. È particolarmente fruttuoso smerciare il GULag nei paesi dell’ex campo socialista, dove, da fine anni ’80, è sorta un’intera industria di “smascheramento” degli “orrori dello stalinismo”; il libro “Krvavé jahody” è un “Arcipelago GULag” ceco, che è sacrilego mettere in dubbio: chi lo fa, è dipinto come “stalinista”, che giustifica “crimini orribili”.

Sosnarova sostiene di esser stata liberata nel 1964 e lasciata tornare in Cecoslovacchia, dietro dichiarazione che non avrebbe mai raccontato di esser stata in GULag; ma in un’intervista alla rivista DeníkN, Hradilek ha dichiarato che gli “ultimi prigionieri cecoslovacchi furono rilasciati dai campi nel 1955. Solo in casi eccezionali qualcuno è stato rilasciato nel 1959”.

Ora, scrive Argumenty i Fakty, è bene sapere che nel 2002 il parlamento ceco aveva approvato una legge secondo cui i cittadini cechi che fossero stati reclusi nel GULag sovietico, potevano ricevere un risarcimento di 12.000 corone per ogni mese di prigione. Immediatamente, si era fatta avanti Vera Sosnarova, accampando ben 19 anni nelle segrete staliniane. Sollecitando gli archivi russi, però, Praga aveva ottenuto una risposta univoca: la signora non era mai stata reclusa, ma aveva lavorato in diverse fabbriche sovietiche. Senza darsi per vinta, Sosnarova racconta la storia ai giornalisti, lamentandosi del mancato compenso; i giornali si buttano sulla storia e l’intera Repubblica Ceca viene a sapere di Vera Sosnarova; cominciano ad arrivare i soldi da organizzazioni di beneficenza e da semplici cittadini; poi, pubblicazioni, conferenze, apparizioni in tv: ottimi soldi.

Come noto, osservano le agenzie russe, storie simili a quelle raccontate da Vera Sosnarova avevano ricevuto tanto di “legittimazione” accademica nel periodo khruščëviano e poi una vera e propria esplosione durante la perestrojka gorbačëviana; news-front.info ricorda le decine di pellicole e di libri che hanno visto la luce tra fine anni ’80 e buona parte dei ’90, tanto più che, al pari del caso della Sosnarova, si potevano fare discreti soldi, secondo lo schema di raggiro dei “figli del tenente Schmidt”, Ostap Bender e Šura Balaganov, usciti dalla penna di Ilja Ilf e Evgenij Petrov. Si ottenevano finanziamenti statali, si era associati al famigerato “Centro Eltsin” di Ekaterinburg, in cui si svolgono regolarmente “lezioni” su simili “argomenti storici”. Strano soltanto, conclude news-front, che anche la Sosnarova non sia passata per Ekaterinburg: avrebbe sicuramente incassato altri soldi e difficilmente avrebbe trovato un Adam Hradilek russo a sbugiardarla: tale è oggi lo “stalinismo” del Cremlino!

Tutto questo, non per sostenere che quanto è stato scritto, raccontato, “mitizzato”, sul GULag sia pura fantasia. Ma, ad esempio, in base alle cifre pubblicate nel 1989 da Viktor Zemskov, membro della Commissione dell’Accademia delle scienze dell’URSS per l’indagine sulle perdite della popolazione, risultano completamente inventati i numeri citati, per dirne uno, da Stephen Cohen che, nella sua biografia di Bukharin, scrive che nel 1939 ci sarebbero stati 9 milioni di reclusi nei campi sovietici. Secondo i dati di Zemskov, a gennaio 1940, nei campi, colonie e carceri del GULag c’erano 1,8 milioni di persone, mentre il picco fu raggiunto nel 1950, con oltre 2,5 milioni. A gennaio 1951, su 2.528.146 reclusi, 579.918 erano stati condannati per crimini controrivoluzionari; il resto, per reati quali appropriazione di proprietà statale e pubblica (637.055 persone), furto (394.241) e reati economici (128.618). A gennaio 1951, scrive Argumenty i Fakty, la situazione era questa: il 54% dei reclusi aveva una condanna da 5 a 10 anni; il 28%, fino a 5 anni; il 9%, da 10 a 15; il 4,8%, oltre 20 anni e il 4%, da 15 a 20 anni. Chiaro che, se si sommano insieme i reclusi di ogni anno, si arriva facilmente a decine di milioni: una stessa persona, condannata ad esempio nel 1935 a dieci anni di colonia, comparirà negli elenchi fino all’espiazione della pena.

Su forum-msk.org, lo storico Arsenij Roghinskij, afferma che sarebbero state circa “sette milioni le persone arrestate in URSS dal 1918 al 1987, tra politici, contrabbandieri, falsificatori e altri criminali comuni. Tutto è documentato, con tanto di voci su reclusione o rilascio, trasferimenti, procedimenti giudiziari, fughe, morti. Ma la vulgata continua a parlare di quasi 12 milioni di arresti solo tra il 1937 e il 1939”.

Ufficialmente, anche se il primo grande lager per detenuti politici fu quello delle isole di Solovki, in cui i reclusi godevano di relativa libertà (pubblicavano un proprio giornale, una rivista, organizzavano spettacoli, conducevano esperimenti agrari) il GULag in quanto sistema è passato dai 5 lager del 1930, ai 59 lager e 425 colonie del 1938, cessando di esistere nel 1960. Secondo la Grande enciclopedia russa (2005-2019: dunque “stalinista”), il numero di reclusi nel sistema GULag è passato dai 95.064 del 1930, ai 990.554 del 1935; 1.296.494 nel 1936; 1.881.570 nel 1938; 2.169.252 nel 1948; 2.561.351 nel 1950; 1.075.280 nel 1955 e 781.630 nel 1956. Il precipitoso calo di reclusi fu dovuto alla famosa amnistia promossa dal Ministro degli interni Lavrentij Berija a fine marzo 1953, dopo la morte di Stalin, che in tre mesi dimezzò la popolazione del GULag. Anche se il grosso dei politici iniziò a essere rilasciato successivamente, tra il 1954 e il ’56, il loro numero si ridusse da 467mila a 114mila. Berija partì dalla constatazione che nei campi, prigioni e colonie, su oltre 2,5 milioni di reclusi, non più di 220 mila fossero criminali particolarmente pericolosi, mentre i più erano stati condannati per piccoli crimini, furti e appropriazioni indebite di proprietà socialiste, le pene nei confronti dei quali erano state inasprite nel 1947. L’amnistia riguardava le condanne a meno di cinque anni, donne in gravidanza o con figli minori di 10 anni, uomini maggiori di 55 anni e donne maggiori di 50, minori di 18 anni e reclusi con malattie incurabili; ridotte della metà le condanne superiori a 5 anni.

Il provvedimento non si applicava ai condannati a più di 5 anni per crimini controrivoluzionari, appropriazione indebita di beni socialisti, banditismo e omicidio premeditato. Nonostante la credenza contraria (da vedere, malgrado le inesattezze storico-politiche, il film del 1987 “L’estate fredda del cinquantatre”) godettero dell’amnistia anche i politici condannati a meno di 5 anni. A parte un numero limitato di pericolosi criminali, la maggioranza degli amnistiati era costituita da persone condannate per piccoli furti, delitti insignificanti, per aver sottratto un pezzo di carne; così che, se in seguito all’amnistia ci fu una recrudescenza di crimini, questa riguardò essenzialmente furti, teppismo, rapine, ma non omicidi o delitti gravi.

E dunque, quale era stata la realtà del GULag?

Sulla Literaturnaja gazeta dell’agosto 1995, il giovane ricercatore Andrej Timofeev aveva esaminato un campione di 1.090 perseguiti (senza precisarne però l’arco temporale), evidenziando che il 70% era costituito da senza-partito; il 27% da membri del partito e il 3% del Komsomol. Il 53% erano alti responsabili dell’economia e solo il 17% operai; il 10% era occupato nei servizi; 6% studenti o insegnanti; 4% ufficiali dell’esercito o del NKVD; 3% addetti ai media; 1% intellettuali.

Nel 1988 Roj Medvedev aveva scritto su Moskovskie Novosti che dal 1927 al 1953 erano state perseguite oltre 40 milioni di persone, di cui 10 milioni di contadini ricchi espropriati nel 1929-’32; aveva parlato di 6-10 milioni di morti per la carestia del 1932-’33; 2 milioni di deportati polacchi (1939-’40); 7 milioni di arrestati (1937-’38); altri 10 milioni nel periodo 1941-’46. I “sovietologi” USA, partendo dal 1917, avevano parlato di oltre 60 milioni, compresi 18 milioni prima del 1937, di cui 10 milioni di fucilati. Nel 1976, Aleksandr Solženitsin, alla tv spagnola, era arrivato addirittura a 110 milioni (66 milioni dal 1917 al 1954, oltre a 44 milioni nel periodo della guerra).

In tutti questi casi, si sottintendeva che la stragrande maggioranza fosse stata fucilata o comunque morta in reclusione. Nel 1990, Olga Šatunovskaja – all’epoca di Khruščëv, aveva fatto parte della Commissione di indagine sull’omicidio di Kirov e i processi politici degli anni ’30 – scriveva su Argumenty i Fakty che “dal 1 gennaio 1935 al 22 giugno 1941 erano stati arrestati 19.840.000 “nemici del popolo”; di essi, 7 milioni erano stati fucilati e la maggior parte dei rimanenti erano morti nei lager”.

Per sintetizzare, ché già l’abbiamo tirata troppo in lungo: esistono oggi ricerche più recenti che riducono di varie volte tali cifre; basti citare solo i lavori dello storico Jurij Žukov, non certo imputabile di “stalinismo”.

Indicativo il caso di un’organizzazione anticomunista quale “Memorial”, nata proprio per raccogliere le documentazioni relative alle “vittime del regime sovietico” (o aiutare gli eredi di quelle vittime a orientarsi negli archivi): nel 2007 parlava di 12,5 milioni di perseguitati politici; ma nel 2008, al termine di 10 anni di ricerche su “Vittime del terrore politico in URSS” condotte su 280 tomi di memorie registrate in varie regioni dell’ex URSS, aveva raccolto dati su 2.600.000 perseguitati.

Nel gennaio 1992, peraltro in piena restaurazione eltsiniana, la Tass riportava un rapporto trasmesso nel 1954 a Nikita Khruščëv (e che ora veniva reso pubblico per la prima volta) a firma del Procuratore generale Roman Rudenko, del Ministro degli interni Sergej Kruglov e del Ministro della giustizia Konstantin Goršenin. Sulla scorta di quel documento, lo storico Viktor Zemskov scriveva che, dal 1921 al 1954, erano state emesse 3.777.380 condanne (2.369.220 a lager e prigione fino a 25 anni; 765.180 al confino), di cui 642.980 alla fucilazione, in base a vari paragrafi dell’art. 58 del codice penale (“delitti controrivoluzionari, volti a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet degli operai e contadini”), oltre a 283.000 condanne in base agli artt. 59 (pericoloso banditismo) e 193 (delitti militari). Del totale delle condanne, 2.900.000 erano state emesse da Collegi OGPU, trojke e Commissioni speciali NKVD; 877.000 da Corti marziali, Collegi militari, tribunali ordinari. Un’altra nota del Ministero degli interni, successiva di pochi mesi, riportava le cifre di 4.060.306 condannati, di cui 799.455 alla pena capitale. Del resto, osservava Zemskov, le semplici cifre sulla popolazione erano sufficienti quantomeno a mettere in dubbio le sparate dei “sovietologi”, sia russi che occidentali, sulle decine di milioni di perdite umane per il “terrore sovietico”: nel 1926 l’URSS contava 147 milioni di abitanti, cresciuti a 162 milioni nel 1937 e a 170,5 milioni nel 1939.

Con buona pace delle Sosnarova e dei Solženitsin di ogni latitudine.

L’URSS staliniana è stata la messa in pratica della dittatura rivoluzionaria degli operai e dei contadini. Il terrorismo e il terrore di massa sono stati e sono tutt’oggi fatti reali e tragici, in tante parti del mondo in cui si mette in pratica la dittatura della borghesia.

Fonte

Brexit - Che succederebbe se Londra non pagasse i costi? Tremano i vertici di Bruxelles

Il neo primo ministro britannico Johnson ha confermato la sua intenzione di non pagare i costi della Brexit concordati dalla precedente gestione di Theresa May, ventilando che la somma potrebbe essere lasciata in sospeso come strumento di pressione nelle nuove negoziazioni con l’Unione Europea.

In pratica potrebbe spezzare la ragnatela in cui i vertici di Bruxelles avevano provato a imbrigliare la Gran Bretagna dopo la Brexit, per imporle un prezzo salatissimo e condizionarla con il recondito auspicio di una revoca dell’uscita votata dalla maggioranza della popolazione.

Il neopremier britannico intende ora “congelare” il pagamento fino al raggiungimento di una intesa più favorevole al Regno Unito, attingendo nel frattempo alle risorse nazionali per un fondo che faccia da cuscinetto all’uscita dalla Ue. Tecnicamente è possibile: la tesi di Johnson è che l’accordo di Theresa May è morto perché non è stato ratificato dalla Camera dei Comuni. Inoltre l’intesa raggiunta dalla May non specifica la cifra esatta, facendo sì che manchi a tutt’ora un valore concordato della «fattura di divorzio» dovuta da Londra a Bruxelles.

Il Brexit bill, negoziato dall’allora premier Theresa May, equivale a un «patteggiamento» per corrispondere alla Ue tutti gli obblighi che avrebbero dovuto essere onorati prima del suo addio all’Europa: dai contributi ordinari al budget europeo per il 2019 e il 2020 al finanziamento delle pensioni per lo staff Ue

I vertici europei non sembrano avere alcuna intenzione di cedere, anche se Johnson ha già messo in chiaro che non intende riaprire la discussione con Bruxelles senza un via libera formale alle sue “proposte” di rinegoziazione dell’accordo è l’ipotesi di trattenere invece che versare alla Ue una somma pari a quasi il 2% del Pil britannico sta facendo aumentare i consensi tra l’elettorato britannico

L’Office for Budget Responsability, l’istituto del Tesoro britannico che si occupa di analisi e previsioni sull’economia nazionale, si orienta su un valore di circa 38 miliardi di sterline, mentre il governo fissa una forbice fra i 35 e i 39 miliardi di sterline. Sempre l’Obr, scrive l’emittente britannica Bbc, prevede che il pagamento possa essere smaltito per oltre il 75% entro il 2020, dilatando poi alcuni versamenti fino al 2060. Ma questo era lo scenario trattato dalla May e oggi disconosciuto da Johnson e l’intesa raggiunta porta la firme solo dei leader della Ue, quindi è valida solo per una delle due parti al tavolo del negoziato.

A questo punto se la Gran Bretagna di Johnson manda a quel paese Bruxelles la disputa può esplodere in vari modi. Secondo alcuni analisti ci sarebbe un problema di “reputazione” e un problema giuridico. Nel primo caso ci si affida alla “fiducia” della mano invisibile del mercato (la Gran Bretagna è stata spesso un agente delle “divinazioni” dei mercati, ndr). Nel secondo caso i leader della Ue potrebbero fare ricorso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia ma non alla Corte Europea, perché a quel punto la Gran Bretagna non sarebbe più sottomessa alla sua competenza. Ma anche sulla competenza della Corte dell’Aja ci sono dubbi di fattibilità. Insomma l’Unione Europea si troverebbe senza strumenti “oggettivi” di ricatto e pressione contro la Gran Bretagna. Dovrebbe ricorrere a sanzioni o misure unilaterali

Boris Johnson ha dichiarato che non si siederà al tavolo con i leader europei in assenza di apertura su una revisione dell’accordo. Il caponegoziatore per conto dell’Europa, Michel Barnier, ha liquidato come “inaccettabili” le rivendicazioni di Johnson. Al momento, quindi, si va al “testa a testa”, uno scenario al quale i vertici di Bruxelles non erano affatto abituati, forse ringalluzziti dalla facilità con cui avevano piegato la Grecia ai propri diktat.

Infine una annotazione a metà tra scenari e fantapolitica. In queste settimane circolano in rete alcuni giochi online. Uno di questi si occupa delle possibili guerre. Tra gli scenari ce n’è uno che vede l’Unione Europea che attacca la Gran Bretagna per farle pagare il prezzo della Brexit. Gli Usa intervengono militarmente a sostegno di Londra e bombardano Berlino.

Fantascienza? Certo. Fantapolitica? Certo. Ma il che il mondo in cui eravamo abituati a vivere stia cambiando è altrettanto certo.

Fonte

Io non li vedo come tanto fantascientifici simili scenari... 

La “bestia” ammutolita. Triplo smacco per Salvini

La “bestia” tace. Il sistema di manipolazione mediatica messo in piedi dalla banda Salvini si sta ancora leccando le ferite dalla clamorosa toppata presa sulla vicenda del carabiniere ucciso a Roma. Ma la “bestia” per ora è solo ferita, non sconfitta, ci vorrà ancora del tempo affinché gli influencer dell’odio siano costretti a trovarsi un altro lavoro. Una volta che Salvini non sarà più ministro le fonti, i soldi e la dettatura dell’agenda politica non saranno più gli stessi.

Ma hanno fatto esperienza, sapranno riciclarsi, sempre al servizio del potente del momento. Come i fascisti, i più servi e i più stupidi, di sempre e da sempre, come quello qua sotto.


Il micidiale combinato disposto – dall’alto con un ministro che dichiara e ciancia ogni quarto d’ora, dal basso con un sistema di penetrazione massivo nei social – aveva già preparato l’operazione. Un carabiniere ucciso in servizio, immigrati indicati come assassini, ondata di sdegno nel paese, escalation di richieste di vendetta (“legale” o di fatto) e di misure repressive. Da ambienti delle forze dell’ordine era stata fatta partire una fake news addirittura con le foto dei nordafricani “colpevoli”.


Ma i fatti hanno demolito tutto questo, tranne uno: un carabiniere è davvero rimasto ucciso.

Gli assassini non erano arrivati sui barconi, ma con un volo di linea; sono extracomunitari ma di lusso, anzi cittadini di una potenza dominante ancorché “alleata”; non ciondolavano per le strade in “attesa di delinquere”, ma delinquevano per cercare un po’ di cocaina per festeggiare alla grande le vacanze romane.

Una fattualità che ha costretto la “bestia” ad ammutolire dopo aver provato per un'intera giornata a orchestrare un impressionante volume di menzogne e strumentalizzazioni, partite dall’interno stesso delle “forze dell’ordine”. Un primo smacco per Salvini.

Ma la ricostruzione della vicenda sta portando alla luce particolari assai poco chiari sull’intervento dei carabinieri che ha portato alla morte di uno di loro. Per la prima volta, nella nostra pur non breve vita, abbiamo visto da vicino un “facilitatore di pusher” invocare l’intervento dei carabinieri, piuttosto che “gente del giro” per recuperare lo zaino sottrattogli da due sbarbatelli statunitensi. Le anomalie sui tempi e le modalità dell’intervento dei carabinieri sono al vaglio della magistratura. Ci sono cose che continuano a non quadrare sul piano della “regolarità” dell’intervento. Si sente da lontano la “manina” che cerca di “aggiustare” tutte le tessere del mosaico per salvaguardare l’immagine santificata dell’Arma.

Contemporaneamente alla vicenda di Roma, mentre la retorica ufficiale si concentrava sul militare ucciso, altri fatti mettevano alla sbarra episodi molto poco edificanti e altrettanto delittuosi che investono proprio l’arma dei Carabinieri. Tre sottufficiali del corpo sono stati rinviati a giudizio per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di una ragazza ad Arce, provincia di Frosinone, provando per anni a depistare le indagini. Un quarto carabiniere sarebbe stato istigato al suicidio da uno degli imputati.

Poche settimane prima in un’altra località di provincia, Civitavecchia, un altro sottufficiale dei carabinieri è finito indagato per favoreggiamento e falsa testimonianza in un omicidio: quello di Marco Vannini. Nell’operazione contro la ‘ndrangheta in Calabria è stato arrestato anche un “membro delle forze dell’ordine” di cui si tace pudicamente norme e corpo d’appartenenza.

Coincidenze temporali, certo, ma sempre più numerose. Il cesto delle mele marce comincia ad essere un po’ troppo pieno per non essere considerato nel suo peso effettivo. I vertici dell’Arma cominciano ad avere un bel da fare per tamponare domande sempre più insistenti e sempre più scomode. La retorica di Salvini non basta a stopparle.

Infine la circolazione della foto di uno dei due ragazzi fermati per l’omicidio di Roma, in cui lo si vede bendato e legato alla sedia in una caserma e circondato dai militi. Chi l’ha messa in circolazione, è stato anche ammesso, viene dall’interno. Un altro episodio di “fuga di foto” era già avvenuto pochi giorni prima nel caso di Carola, la capitana della Sea Watch che la “bestia” aveva voluto mettere alla berlina. Due punti fanno una linea, la “pratica” – per le vicende che si intende spingere mediaticamente – è questa. Ed è un secondo smacco.


La foto messa in circolazione è un boomerang totale per la “bestia” di Salvini, per due motivi che un qualsiasi ministro dell’Interno dovrebbe conoscere.

Il primo è che rischia di invalidare la correttezza degli interrogatori degli imputati. Il secondo è che gli imputati sono cittadini statunitensi e non della Nigeria, verso i quali la “Bestia” – e i suoi “corrispondenti” nelle caserme o nei commissariati – avrebbe voluto far gonfiare una gogna mediatica con possibili effetti di pogrom anti-migranti (CasaPound e Forza Nuova stanno lì per quello).

Aver dato in pasto ai media quella foto consente a qualsiasi collegio di difesa di chiedere l’invalidamento delle prime ammissioni degli imputati (checché ne dicano i solerti magistrati dell’accusa), soprattutto se quel collegio di difesa vedrà degli avvocati statunitensi (con dietro la potenza di fuoco dell’ambasciata).

In secondo luogo, un infame trattato internazionale imposto da Washington a tutti gli Stati con cui hanno un rapporto feudale, prevede che i cittadini statunitensi non possano essere processati nei paesi in cui commettono reati ma solo negli Usa.

È il trattato, ad esempio, che ha salvato il culo ai piloti Usa responsabili della strage del Cermis. Salvini potrà starnazzare quanto vuole, ma visto che anche lui è andato a leccare le scarpe a Trump, sarà costretto a lasciar andare i due imputati statunitensi negli Usa per essere processati là e non qua. Il rodomonte della sovranità dovrà così abbassare la testa davanti all’imperatore.

E sarà il terzo smacco. Un primato di servilismo.

Come dicevano i saggi? Mai sputare verso il cielo!

Fonte