Chiara Cruciati – Il Manifesto
Cosa attende l’Iraq, in preda ad un grave settarismo interno e prigioniero delle conseguenze di otto anni di occupazione Usa? Ne abbiamo parlato con Harith Hasan al Qarawee, analista iracheno di Al Monitor e Jadaliyya.
In che contesto giunge l’offensiva jihadista e qual è il ruolo dei paesi del Golfo?
La
ragione principale dell’avanzata dell’Isil è il tracollo dello Stato in
Siria e in Iraq, lo Stato post coloniale che ha fallito nel creare
società in cui tutte le comunità si sentano incluse, nel gestirle come
una società unica e democratica. È anche il risultato di una
competizione geopolitica tra gli assi guidati da Iran e Arabia Saudita
che usano le identità settarie per la propria agenda politica. Tutta la
regione, incluso l’Iraq, è stata soggetta a dinamiche di
settarizzazione: le comunità hanno cominciato ad autodefinirsi in base
all’appartenenza religiosa. Come conseguenza, gruppi come l’Isil sono
cresciuti facendo leva sulla rabbia per la discriminazione subita dalle
comunità sunnite, sulla debolezza degli Stati a causa delle guerre
civili in corso e sui finanziamenti alle opposizioni siriane. Non
possiamo dire che ufficialmente i paesi del Golfo sostengono tali
gruppi, ma è noto che privati inviano denaro. Difficile stabilire una
connessione ufficiale tra governi e gruppi, ma un legame ufficioso c’è.
Quali sono le radici della settarizzazione?
In
Medio Oriente i governi usano politiche di esclusione per rafforzare il
proprio potere. Esempio, il Bahrein: una minoranza sunnita governa una
maggioranza sciita; o la Siria dove una minoranza alawita controlla la
maggioranza sunnita. Prima le linee di demarcazione erano usate
diversamente: nel regime di Saddam o quello di Assad esistevano elementi
di esclusione settaria, ma non si basavano su ideologie religiose.
Ovvero, le fondamenta delle istituzioni stavano nella creazione di
strutture clientelari che portavano sì all’esclusione di determinate
comunità dalla gestione del potere, ma non dalla vita politica o
economica. Non era una discriminazione fondata su un’ideologia settaria:
Saddam non governava l’Iraq come un regime sunnita.
La
situazione è cambiata con la Repubblica Islamica in Iran che ha
proposto una nuova relazione tra governo e religione. È cominciato un
processo di “sciizzazione” che ha interessato tutta la regione: sempre
più sciiti hanno cominciato a definirsi in base all’appartenenza
religiosa. Per controbattere, paesi come l’Arabia Saudita hanno iniziato
un processo di “sunnizzazione”, usando l’identità sunnita per arginare
certi settori sociali e l’influenza che su di loro aveva l’Iran. La
settarizzazione del Medio Oriente è un prodotto sia dell’esclusione
sociale interna che della competizione politica regionale.
Che tipo di sviluppi prevede in Iraq e nella regione nei prossimi mesi?
Due
sono gli scenari. Il primo è pessimistico: le alleanze politiche
falliscono, la divisione si radica e Maliki non lascia la poltrona ad
una figura più rappresentativa. Se non si giunge ad un contratto
politico che spinga i sunniti a combattere l’Isil, i jihadisti
mobiliteranno sempre più adepti. Lo scenario ottimista è che le forze
politiche trovino un accordo affidando il governo ad una figura che
avvii una reale negoziazione con le comunità sunnite. L’Isil non
minaccia solo Baghdad, non guida un’insurrezione contro un solo governo,
ma intende cambiare la mappa regionale. Questo dovrebbe unire sunniti e
sciiti, Iran, Turchia e Arabia Saudita, in uno sforzo comune.
In che modo l’occupazione statunitense ha radicato tali settarismi?
L’occupazione
Usa aveva una visione semplicistica dell’Iraq: una società composta da
tre comunità, sciiti sunniti e curdi. Hanno costruito il sistema statale
su questa formula incrementando il sentimento settario, invece che
annullarlo, per crearsi alleati e garantirsi egemonia. L’occupazione ha
anche giocato un ruolo nell’equilibrio dei poteri: per la prima volta
dal 1921 l’Iraq ha avuto un governo sciita che da una parte ha aumentato
l’influenza iraniana e dall’altra i tentativi dei paesi sunniti, Arabia
Saudita in primis, di arginare tale egemonia sostenendo i gruppi
sunniti. Oggi l’intervento Usa in Iraq è il riconoscimento di tale
settarizzazione: ora Washington dovrebbe agevolare la decentralizzazione
del potere e l’avvio di un’azione collettiva contro l’Isil.
Il Kurdistan ha tentato di allargare i propri confini. Cosa cambia con la nuova alleanza tra Irbil e Baghdad?
Le
condizioni oggettive non sono favorevoli all’indipendenza: eccetto
Israele, nessun paese è pronto a sostenere il Kurdistan, uno Stato
debole, senza sbocchi sul mare e dipendente dalla Turchia. Si
libererebbe del controllo di Baghdad per finire sotto Ankara. La sola
soluzione è una nuova formula tra Baghdad e Irbil: uno stato confederale
che potrebbe nascere dalla nuova alleanza.
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