Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2017
Fine di un tabù. Italia fuori dall’euro? Starebbe meglio
Qualche settimana fa era stato uno studio di Mediobanca. Adesso ne arriva un altro da un centro studi economici francese, ma la diagnosi è la stessa: per l'Italia uscire fuori dall'euro non sarebbe affatto una catastrofe, come declamano i terrorizzatori filoeuropeisti ma, nel medio periodo, potrebbe addirittura andare meglio di quanto stia adesso.
E' la pagina web di Wall Street Italia a riportare oggi che dall’analisi dell’Osservatorio Economico Francese (OFCE), un illustre istituto di ricerche economiche e politiche, emerge una conclusione che lo stesso team di studiosi definisce “inaspettata”: i costi di un’uscita dall’Eurozona non sono probabilmente così alti come si è portati a pensare per paesi in deficit come Italia e Spagna, mentre sono più elevati del previsto per i paesi in surplus che potrebbe subire perdite di capitali, una conseguenza di default o svalutazioni.
Addirittura se si prende in considerazione i rischi per i bilanci dei singoli paesi in caso di ritorno alla lira, (bilancio del settore pubblico e della banca centrale, bilanci delle aziende private e delle famiglie e bilanci delle banche), l’Italia è l’unico paese che non correrebbe alcun pericolo per i bilanci citati e anche Olanda e Francia presentano rischi bassi, limitati alle aziende non finanziarie e alle famiglie. Con il ritorno alla lira, che si rivaluterebbe dell’1%, l’Italia sarebbe il paese dell’area euro che avrebbe meno problemi economici e che correrebbe meno rischi in termini di debito pubblico. Sempre secondo lo studio dell'istituto economico francese, dopo una svalutazione significativa, la lira sul lungo termine finirebbe per stabilizzarsi e addirittura avrebbe il potenziale di apprezzarsi dell’1% rispetto all’euro.
Fonte
07/01/2014
L'Italia deve uscire dall'Euro? Il 46% dice di si
L’agenzia di informazione Tmnews sta curando un sondaggio sul proprio sito. L'Euro è una risorsa per l'Italia o un vincolo alla crescita? O forse invece di uscirne è meglio rinegoziare le condizioni di adesione? I primi risultati alle tre questioni poste sono i seguenti:
Da quando c'è l'Euro l'Italia è più povera. Dobbiamo uscirne: 46.15%
Euro o no, l'Italia ha bisogno di riforme. Meglio rinegoziare: 28.46%
L'Euro è ancora di stabilità per l'Italia.Non possiamo uscirne: 25.38%
(aggiornato a sabato 4 gennaio)
Ma i risultati del sondaggio di Tmnews non sono affatto una sorpresa. Un altro sondaggio era stato condotto dalla medesima agenzia a giugno del 2012 e questi erano stati i risultati:
Per gli euroscettici la moneta unica ha impoverito il Paese ma c'è chi ha ancora fiducia nell'euro. Che ne pensi?
Si, con l'euro sono diventato più ricco: 8.21%
No, con moneta unica mi sono impoverito: 71.35%
Non è cambiato niente nella mia vita: 20.43%
Un sondaggio analogo era stato realizzato ad ottobre scorso da Scenarieconomici.it, relativo a un campione di 4.000 intervistati. Alla domanda se si era favorevoli al ritorno alla lira, con il ripristino della politica monetaria in mano alla Banca d’Italia, al fine di alleviare i tassi di interesse sul debito, il 48% degli intervistati ha risposto di sì e il 45% di no. Ad aprile, alla stessa identica domanda, le risposte erano state favorevoli al 44% e contrarie al 48%.
Dunque, per la prima volta da quando vengono realizzati sondaggi sull’euro, gli italiani contrari alla moneta unica hanno sorpassato quelli favorevoli. Si pensi che alla domanda sull’uscita dall’euro, posta sempre da Scenarieconomici.it nel maggio del 2011, quando era in arrivo la tempesta finanziaria che avrebbe colpito i nostri titoli di stato, l’80% aveva risposto di no e solo il 20% era stato favorevole al ritorno alla lira.
Ma questo trend di crescente ostilità all'euro era iniziato già da un anno e mezzo. Un sondaggio effettuato a maggio del 2012 da Pew Research Center in otto Paesi dell’Unione Europea, di cui cinque membri dell’Eurozona, aveva certificato che l’Italia – paese europeista acritico per decenni - stava diventando il paese più Euro-scettico dell’Area Euro. Il 40% degli italiani vorrebbe che si tornasse alla lira, mentre il 52% preferisce mantenere l’euro, pero’ ben il 44% degli italiani considera l’euro una cosa negativa, mentre il 30% considera la valuta unica un fattore positivo.
Il sondaggio di Tmnews, certifica ormai una tendenza che vede nell’Italia il paese più Euro-scettico tra i grandi paesi dell’area Euro, contrariamente a quanto rilevato negli anni passati, in cui l’Italia era uno dei paesi più Euro-entusiasti. Era un'altra realtà e su questa si era adagiata acriticamente anche tutta la sinistra italiana. Quello di oggi è un altro paese ma soprattutto un’altra realtà politica e sociale dal quale si possono trarre indicazioni molto utili.
Fonte
La crisi demolisce ogni certezza...
Da quando c'è l'Euro l'Italia è più povera. Dobbiamo uscirne: 46.15%
Euro o no, l'Italia ha bisogno di riforme. Meglio rinegoziare: 28.46%
L'Euro è ancora di stabilità per l'Italia.Non possiamo uscirne: 25.38%
(aggiornato a sabato 4 gennaio)
Ma i risultati del sondaggio di Tmnews non sono affatto una sorpresa. Un altro sondaggio era stato condotto dalla medesima agenzia a giugno del 2012 e questi erano stati i risultati:
Per gli euroscettici la moneta unica ha impoverito il Paese ma c'è chi ha ancora fiducia nell'euro. Che ne pensi?
Si, con l'euro sono diventato più ricco: 8.21%
No, con moneta unica mi sono impoverito: 71.35%
Non è cambiato niente nella mia vita: 20.43%
Un sondaggio analogo era stato realizzato ad ottobre scorso da Scenarieconomici.it, relativo a un campione di 4.000 intervistati. Alla domanda se si era favorevoli al ritorno alla lira, con il ripristino della politica monetaria in mano alla Banca d’Italia, al fine di alleviare i tassi di interesse sul debito, il 48% degli intervistati ha risposto di sì e il 45% di no. Ad aprile, alla stessa identica domanda, le risposte erano state favorevoli al 44% e contrarie al 48%.
Dunque, per la prima volta da quando vengono realizzati sondaggi sull’euro, gli italiani contrari alla moneta unica hanno sorpassato quelli favorevoli. Si pensi che alla domanda sull’uscita dall’euro, posta sempre da Scenarieconomici.it nel maggio del 2011, quando era in arrivo la tempesta finanziaria che avrebbe colpito i nostri titoli di stato, l’80% aveva risposto di no e solo il 20% era stato favorevole al ritorno alla lira.
Ma questo trend di crescente ostilità all'euro era iniziato già da un anno e mezzo. Un sondaggio effettuato a maggio del 2012 da Pew Research Center in otto Paesi dell’Unione Europea, di cui cinque membri dell’Eurozona, aveva certificato che l’Italia – paese europeista acritico per decenni - stava diventando il paese più Euro-scettico dell’Area Euro. Il 40% degli italiani vorrebbe che si tornasse alla lira, mentre il 52% preferisce mantenere l’euro, pero’ ben il 44% degli italiani considera l’euro una cosa negativa, mentre il 30% considera la valuta unica un fattore positivo.
Il sondaggio di Tmnews, certifica ormai una tendenza che vede nell’Italia il paese più Euro-scettico tra i grandi paesi dell’area Euro, contrariamente a quanto rilevato negli anni passati, in cui l’Italia era uno dei paesi più Euro-entusiasti. Era un'altra realtà e su questa si era adagiata acriticamente anche tutta la sinistra italiana. Quello di oggi è un altro paese ma soprattutto un’altra realtà politica e sociale dal quale si possono trarre indicazioni molto utili.
Fonte
La crisi demolisce ogni certezza...
25/06/2013
Euro: cui prodest?
Interessi sociali e
nazionali che vengono favoriti dalla moneta unica e dalla sua "forza".
Banche e multinazionali in testa, naturalmente.
Il silenzio con il quale è stata accolta nei media la richiesta d’indizione di un referendum sul Fiscal Compact, promossa con perizia tecnica e legittimità democratica dal Comitato No Debito, non deriva soltanto da radicate infatuazioni ideologiche. Dietro l’ostinato rifiuto che spesso s’incontra nell’establishment anche solo a discutere seriamente intorno al nodo dell’euro si celano corposi interessi materiali di una fetta importante e variegata della borghesia italiana. Vale la pena allora porsi, prima di ogni altra considerazione, la domanda di Medea: Euro, cui prodest?
Infatti, a differenza di quanto accade per la gran parte dei soggetti sociali, a cominciare dai lavoratori, per i quali l’analisi dei costi e benefici derivanti dalla moneta unica è complessa, per altri soggetti l’euro continua ancor oggi a rappresentare, nonostante la crisi, un vantaggio certo. L’individuazione di questi soggetti è una condizione necessaria per comprendere pienamente la situazione in cui il Paese si trova.
Di ciò non sempre a sinistra vi è piena consapevolezza. Non di rado capita di incontrare argomentazioni, paradossalmente coincidenti con quelle della teoria economica neoclassica e liberista, circa il fatto che in un’economia capitalistica i fenomeni monetari costituiscono un semplice velo che si limita a coprire il corpo vivo della produzione. In tale prospettiva una moneta vale l’altra: dollaro, sterlina, lira o euro pari sono nello svolgimento della loro funzione puramente lubrificatrice dei rapporti di dominio del capitale. È questa però una visione astratta e dogmatica. La moneta è l’incarnazione storica della forma astratta di valore che costituisce il motore pulsante del modo di produzione capitalista. Il modo concreto in cui l’astrazione del valore si rappresenta nella realtà è soggetto a cambiamenti anche profondi, come quello avvenuto col passaggio dalla moneta-merce (oro) alla moneta fiduciaria. Queste differenti manifestazioni storiche, pur non mutando la natura del valore come oggettivazione di lavoro vivo, contribuiscono a determinare le modalità concrete dello sfruttamento del capitale e i meccanismi della sua accumulazione. Nell’azione storica e politica, cioè nella materialità della lotta di classe, ciò che i soggetti hanno di fronte sono le forme concrete che il capitale assume nelle sue metamorfosi e sono quindi esse che vanno analizzate e combattute in una visione processuale, e non palingenetica, della trasformazione sociale. Non bisogna confondere questo atteggiamento con il riformismo perché lo stato di cose presenti che il movimento reale deve cambiare non è altro che quello in cui si svolge la corporeità delle nostre vite.
Domandiamoci allora qual è la differenza economica fondamentale che si è prodotta in Italia nel passaggio dalla lira all’euro. Per dirla in soldoni, essa è consistita nel fatto che la lira era una “moneta debole” mentre l’euro è una “moneta forte”. Caratteristica di una moneta debole è quella di essere soggetta a una costante perdita di valore rispetto sia alle valute estere (svalutazione) sia ai beni e servizi prodotti e consumati internamente (inflazione). La perdita di valore interno ed esterno della moneta non costituisce sempre e necessariamente un danno per tutti coloro che la adoperano. Dipende dall’uso che della moneta se ne fa e dal modo in cui essa è entrata nelle tasche del possessore. La perdita di valore nominale di qualunque merce, compresa la moneta, non è mai assoluta ma è sempre relativa a qualcos’altro, che nello stesso tempo guadagna di valore. In altre parole, inflazione e svalutazione non sono neutre rispetto alla distribuzione del reddito e della ricchezza. E a sua volta la distribuzione del reddito e della ricchezza non è neutra rispetto allo sviluppo economico e sociale di un Paese.
I principali effetti redistributivi prodotti da una moneta debole come la lira, soggetta a inflazione e svalutazione, erano: la riduzione del valore dei patrimoni reali e finanziari denominati in valuta nazionale e la contemporanea riduzione del valore capitale dei debiti pubblici e privati in essere all’interno del Paese (fino a un passato recente l’inflazione e la svalutazione erano i mezzi più usati dagli Stati per ridurre il proprio debito); la maggiore rischiosità nelle transazioni reali e finanziarie con l’estero; la riduzione del prezzo estero delle merci esportate e viceversa l’aumento del prezzo interno delle merci importate, che equivale ad un guadagno di competitività internazionale; la riduzione del potere d’acquisto all’estero dei redditi e dei flussi monetari denominati in valuta nazionale. Con l’euro questi effetti redistributivi non solo si sono arrestati, ma hanno cambiato direzione.
Alla luce di questa premessa possiamo elencare quali categorie economico-sociali in Italia hanno tratto sicuro giovamento dal passaggio dalla lira all’euro:
È tuttavia possibile individuare un atteggiamento prevalente in questo coacervo di soggetti così diversi: la conservazione dello status quo. Ciascuno di essi, infatti, gode di una posizione di privilegio, ereditato o acquisito, derivante dalle forti barriere all’entrata, legali o materiali, nei settori in cui opera. Per tale ragione l’egemonia esercitata da questo blocco di interessi sull’intera società italiana rappresenta un fortissimo fattore di immobilismo economico, sociale e culturale. Le sabbie mobili nelle quali l’Italia sta affondando trovano così, anche per ragioni distributive e non solo di diretta efficienza economica, una delle loro cause proprio nell’euro e in coloro che grazie a esso continuano a prosperare.
di Andrea Ricci economista, docente di Economia internazionale all'Università di Urbino
Fonte
Cui prodest scelus, is fecit
(Colui al quale il crimine giova, egli l’ha commesso)
(Seneca, Medea, III, 500-501)
Il silenzio con il quale è stata accolta nei media la richiesta d’indizione di un referendum sul Fiscal Compact, promossa con perizia tecnica e legittimità democratica dal Comitato No Debito, non deriva soltanto da radicate infatuazioni ideologiche. Dietro l’ostinato rifiuto che spesso s’incontra nell’establishment anche solo a discutere seriamente intorno al nodo dell’euro si celano corposi interessi materiali di una fetta importante e variegata della borghesia italiana. Vale la pena allora porsi, prima di ogni altra considerazione, la domanda di Medea: Euro, cui prodest?
Infatti, a differenza di quanto accade per la gran parte dei soggetti sociali, a cominciare dai lavoratori, per i quali l’analisi dei costi e benefici derivanti dalla moneta unica è complessa, per altri soggetti l’euro continua ancor oggi a rappresentare, nonostante la crisi, un vantaggio certo. L’individuazione di questi soggetti è una condizione necessaria per comprendere pienamente la situazione in cui il Paese si trova.
Di ciò non sempre a sinistra vi è piena consapevolezza. Non di rado capita di incontrare argomentazioni, paradossalmente coincidenti con quelle della teoria economica neoclassica e liberista, circa il fatto che in un’economia capitalistica i fenomeni monetari costituiscono un semplice velo che si limita a coprire il corpo vivo della produzione. In tale prospettiva una moneta vale l’altra: dollaro, sterlina, lira o euro pari sono nello svolgimento della loro funzione puramente lubrificatrice dei rapporti di dominio del capitale. È questa però una visione astratta e dogmatica. La moneta è l’incarnazione storica della forma astratta di valore che costituisce il motore pulsante del modo di produzione capitalista. Il modo concreto in cui l’astrazione del valore si rappresenta nella realtà è soggetto a cambiamenti anche profondi, come quello avvenuto col passaggio dalla moneta-merce (oro) alla moneta fiduciaria. Queste differenti manifestazioni storiche, pur non mutando la natura del valore come oggettivazione di lavoro vivo, contribuiscono a determinare le modalità concrete dello sfruttamento del capitale e i meccanismi della sua accumulazione. Nell’azione storica e politica, cioè nella materialità della lotta di classe, ciò che i soggetti hanno di fronte sono le forme concrete che il capitale assume nelle sue metamorfosi e sono quindi esse che vanno analizzate e combattute in una visione processuale, e non palingenetica, della trasformazione sociale. Non bisogna confondere questo atteggiamento con il riformismo perché lo stato di cose presenti che il movimento reale deve cambiare non è altro che quello in cui si svolge la corporeità delle nostre vite.
Domandiamoci allora qual è la differenza economica fondamentale che si è prodotta in Italia nel passaggio dalla lira all’euro. Per dirla in soldoni, essa è consistita nel fatto che la lira era una “moneta debole” mentre l’euro è una “moneta forte”. Caratteristica di una moneta debole è quella di essere soggetta a una costante perdita di valore rispetto sia alle valute estere (svalutazione) sia ai beni e servizi prodotti e consumati internamente (inflazione). La perdita di valore interno ed esterno della moneta non costituisce sempre e necessariamente un danno per tutti coloro che la adoperano. Dipende dall’uso che della moneta se ne fa e dal modo in cui essa è entrata nelle tasche del possessore. La perdita di valore nominale di qualunque merce, compresa la moneta, non è mai assoluta ma è sempre relativa a qualcos’altro, che nello stesso tempo guadagna di valore. In altre parole, inflazione e svalutazione non sono neutre rispetto alla distribuzione del reddito e della ricchezza. E a sua volta la distribuzione del reddito e della ricchezza non è neutra rispetto allo sviluppo economico e sociale di un Paese.
I principali effetti redistributivi prodotti da una moneta debole come la lira, soggetta a inflazione e svalutazione, erano: la riduzione del valore dei patrimoni reali e finanziari denominati in valuta nazionale e la contemporanea riduzione del valore capitale dei debiti pubblici e privati in essere all’interno del Paese (fino a un passato recente l’inflazione e la svalutazione erano i mezzi più usati dagli Stati per ridurre il proprio debito); la maggiore rischiosità nelle transazioni reali e finanziarie con l’estero; la riduzione del prezzo estero delle merci esportate e viceversa l’aumento del prezzo interno delle merci importate, che equivale ad un guadagno di competitività internazionale; la riduzione del potere d’acquisto all’estero dei redditi e dei flussi monetari denominati in valuta nazionale. Con l’euro questi effetti redistributivi non solo si sono arrestati, ma hanno cambiato direzione.
Alla luce di questa premessa possiamo elencare quali categorie economico-sociali in Italia hanno tratto sicuro giovamento dal passaggio dalla lira all’euro:
- I possessori di patrimoni reali e finanziari e i soggetti
strutturalmente creditori (“rentier”) perché il valore relativo della
ricchezza posseduta e del credito concesso era prima soggetto a
strisciante erosione;
- Le banche e gli intermediari finanziari perché con inflazione e
svalutazione i) il rischio di posizioni lunghe (debiti a breve e
prestiti a lungo termine) era più elevato; ii) i tassi di interesse
reali, cioè al netto della crescita dei prezzi, erano bassi e sovente
negativi; iii) i movimenti di capitale finanziario in entrata e in
uscita erano ostacolati dal rischio di cambio.
- Le imprese multinazionali italiane (grandi e piccole) il cui ciclo
produttivo è parzialmente o interamente delocalizzato perché con l’euro
godono della riduzione dei costi di produzione all’estero derivanti da
un moneta forte.
- Gli intermediari commerciali con l’estero (attività di
import-export) perché in presenza di inflazione e svalutazione il giro
d’affari era ridotto e il margine di intermediazione soggetto a grossa
volatilità e alto rischio.
- Le imprese e le attività non soggette a concorrenza internazionale o
operanti in regime di regolamentazione della concorrenza, ubicate
prevalentemente nel settore dei servizi (libere professioni, farmacie,
trasporti, forniture di servizi di rete, servizi per la cura della casa e
della persona ecc.) e le imprese manifatturiere che operano in mercati
di concorrenza monopolistica (es. i marchi prestigiosi del made in Italy)
perché non risentono del mancato recupero di competitività impedito
dalla stabilità del cambio e usufruiscono dell’aumento del valore
relativo dei loro investimenti e dei loro introiti;
- Tutti coloro che per ragioni di lavoro, di svago o di pura immagine
passano lunghi periodi fuori dai confini nazionali (es. élites dello
spettacolo, dello sport, della comunicazione).
È tuttavia possibile individuare un atteggiamento prevalente in questo coacervo di soggetti così diversi: la conservazione dello status quo. Ciascuno di essi, infatti, gode di una posizione di privilegio, ereditato o acquisito, derivante dalle forti barriere all’entrata, legali o materiali, nei settori in cui opera. Per tale ragione l’egemonia esercitata da questo blocco di interessi sull’intera società italiana rappresenta un fortissimo fattore di immobilismo economico, sociale e culturale. Le sabbie mobili nelle quali l’Italia sta affondando trovano così, anche per ragioni distributive e non solo di diretta efficienza economica, una delle loro cause proprio nell’euro e in coloro che grazie a esso continuano a prosperare.
di Andrea Ricci economista, docente di Economia internazionale all'Università di Urbino
Fonte
05/12/2011
Rivoglio la Lira
Pare che il 9 dicembre i padroni d'Europa decideranno che fine deve fare
l'Euro. Io rivoglio la Lira, costi quel che costi. Lo so, magari sono
un sognatore sfigato, ma voglio la Lira. Rivoglio il sabato sera con in
tasca 10 mila, per pizza, birra e caffè. Rivoglio il mezzo pieno alla
mia vecchia Renault con 20mila lire di gasolio. Rivoglio il caffè a
mille lire. Rivoglio gli stipendi da un milione e mezzo per campare una
famiglia in modo dignitoso. Rivoglio il biglietto allo stadio con
15mila. Rivoglio il vecchio telefono a gettoni, che chiami con 200 lire.
Rivoglio fare la spesa per una settimana con 40mila lire, l'affitto di
casa a 400mila, la brioches a 1000 lire. Vi prego ridatemi la Lira, e
chi se ne fotte se per andare in gita all'estero ci vorrà una vagonata
di soldi. Sto bene qui, ma ridatemi la lira.
Fonte.
Lungi da me fare il sentimentale (almeno qui) sui bei tempi andati, ma è innegabile che l'Euro abbia scartavetrato non poco il belìno a gran parte della popolazione italiana.
Cristo, nel '94 con 100 mila Lire di spesa sì portava a casa una vagonata di roba, ora cacci 50€ e torni a casa col sacchetto mezzo vuoto!
Fonte.
Lungi da me fare il sentimentale (almeno qui) sui bei tempi andati, ma è innegabile che l'Euro abbia scartavetrato non poco il belìno a gran parte della popolazione italiana.
Cristo, nel '94 con 100 mila Lire di spesa sì portava a casa una vagonata di roba, ora cacci 50€ e torni a casa col sacchetto mezzo vuoto!
29/11/2011
Bancarotta pilotata o disordinata?
In finanza, quindi Piazza Affari, Londra, Tokyo e Wall Street, si parla
di default multiplo già da giugno e infatti noi ne abbiamo parlato qui
su Cadoinpiedi.
C'è anche un programma che è iniziato quest'estate di ricerca da parte
sia della Germania che della Francia, quindi diciamo i paesi al centro
dell'Euro, per trovare una soluzione nel caso in cui Grecia, Italia,
Portogallo, Spagna, Irlanda non ce la facciano. Un team di avvocati
lavora già da diversi mesi e questo programma è quasi completo, il che
vuole dire che c'è la possibilità che questo Euro si spacchi e che
quindi una parte che diciamo è la parte del Nord Europa, quella che ha
seguito una politica fiscale di maggiore austerità negli ultimi dieci
anni, si ricostituisca intorno a un Euro che sarà un Euro forte. Il resto andrà in default .
In Italia di queste cose non se ne è parlato perché non se ne è voluto
parlare e in realtà se uno parlava con chiunque operava sulle piazze
affari internazionali che l'Italia potesse andare in default era una
possibilità. Certamente una possibilità abbastanza remota a giugno però
oggi siamo quasi arrivati al momento cruciale.
Io quello che posso dire è quello che alcuni avvocati di questo team che stanno lavorando al possibile default mi hanno detto è che succederà un po' com'è successo in Argentina, potrebbero chiudere le banche per una settimana, i depositi potrebbero essere congelati, si potrà prelevare una certa quantità di denaro quotidianamente (in Argentina erano l'equivalente di 250 dollari) e in questa settimana di "congelamento" ci sarà la conversione dall'Euro alla moneta che si vuole scegliere, per esempio l'Italia potrebbe tornare alla lira. Però questo comporterà anche dei cambiamenti a livello pratico. Dopodiché i risparmiatori italiani chiaramente si ritroveranno le lire. Questo significa che se uno vive in Italia e non va all'estero non ha grossi problemi, al contrario la debolezza della moneta sarebbe un danno. Certo, chi ha i soldi fuori, chi ha gli Euro fuori, sarà avvantaggiato perché ci sarà una svalutazione della lira e il tasso di cambio sarà il tasso di cambio che verrà deciso chiaramente dalle autorità monetarie e anche dalle autorità europee. Credo sarà molto vicino al tasso di cambio al quale la moneta è entrata e quindi 1936,27 lire. Chiaramente ci sarà una svalutazione e quindi questi soldi varranno di meno alla fine della settimana di conversione di quanto valevano all'inizio.
Poi c'è questa notizia che l'Fmi smentisce gli aiuti all'Italia...
Questa notizia molto probabilmente è stata passata a chi l'ha pubblicata perché mercoledì c'è l'asta dei Btp decennali e quindi si voleva in un certo senso rassicurare i mercati. E infatti oggi FMI ha smentito qualsiasi aiuto. Questa mattina alla borsa di Londra ci sono state già delle reazioni abbastanza negative perché chiaramente si pensa che gli italiani l'abbiano pubblicata appositamente. E questa è una cosa gravissima perché dà proprio l'impressione anche della poca professionalità del mercato italiano. Del resto il problema fondamentale qui è un problema di fiducia, nel senso che non si ha più fiducia nei confronti dell'Euro. Pensiamo anche a quello che è successo giovedì scorso, con i tedeschi che non sono riusciti a piazzare i loro Bund, ma non solo questo. Il rendimento è arrivato ai livelli del rendimento dei Gilt, quindi dei buoni inglesi. I buoni inglesi hanno un solo elemento di vantaggio rispetto ai Bund: sono in sterline e non in Euro.
Ho paura che non ce la faremo a riprenderci, nel senso che questo multiplo default sia in realtà uno scenario molto possibile che vedrà non solo la Grecia e l'Italia ma anche la Spagna e il Portogallo (forse solo l'Irlanda si salverà perché in Irlanda si è fatta una politica completamente diversa e gli indicatori economici sono abbastanza positivi) uscire dall'euro e uscire in modo disordinato.
L'ultimo elemento di preoccupazione è questo processo di ricapitalizzazione imposto alle banche che è in preparazione a Basilea 3 e quindi quello che sta succedendo sui mercati adesso è anche una riduzione drastica della liquidità disponibile sui mercati. Il che vuol dire che abbiamo un effetto di sfiducia nei confronti dell'Euro che si sovrappone a una contrazione della liquidità, quindi ci sono meno soldi in circolazione e c'è anche meno volontà di investire in obbligazioni. Le banche vendono la maggior parte delle loro obbligazioni per poter ricostituire la loro liquidità. Per cui vediamo che la Bce per esempio nel mese di settembre ha acquistato quasi 600 miliardi di obbligazioni da parte di tutta quanta l'Europa di cui 100 dalla Francia e 100 dall'Italia e il rimanente dal resto dei paesi europei, perché le banche li scambiano in cambio per poter ricostituire il proprio contante. Quindi c'è una crisi anche all'interno del mercato delle obbligazioni che non riesce a assorbire tutto quello che praticamente gli viene dato. Abbiamo due elementi: la sfiducia ma anche un elemento strutturale che è appunto la mancanza di liquidità.
Fonte.
Il patatrac è dietro l'anglo, non capisco per quale motivo la gente sì accanisca a non volerlo riconoscere. Prima ne prendiamo atto meglio ne usciremo, magari con qualcosa di radicalmente innovativo rispetto al sistema attuale che sta mandando in pezzi le nostre vite.
Io quello che posso dire è quello che alcuni avvocati di questo team che stanno lavorando al possibile default mi hanno detto è che succederà un po' com'è successo in Argentina, potrebbero chiudere le banche per una settimana, i depositi potrebbero essere congelati, si potrà prelevare una certa quantità di denaro quotidianamente (in Argentina erano l'equivalente di 250 dollari) e in questa settimana di "congelamento" ci sarà la conversione dall'Euro alla moneta che si vuole scegliere, per esempio l'Italia potrebbe tornare alla lira. Però questo comporterà anche dei cambiamenti a livello pratico. Dopodiché i risparmiatori italiani chiaramente si ritroveranno le lire. Questo significa che se uno vive in Italia e non va all'estero non ha grossi problemi, al contrario la debolezza della moneta sarebbe un danno. Certo, chi ha i soldi fuori, chi ha gli Euro fuori, sarà avvantaggiato perché ci sarà una svalutazione della lira e il tasso di cambio sarà il tasso di cambio che verrà deciso chiaramente dalle autorità monetarie e anche dalle autorità europee. Credo sarà molto vicino al tasso di cambio al quale la moneta è entrata e quindi 1936,27 lire. Chiaramente ci sarà una svalutazione e quindi questi soldi varranno di meno alla fine della settimana di conversione di quanto valevano all'inizio.
Poi c'è questa notizia che l'Fmi smentisce gli aiuti all'Italia...
Questa notizia molto probabilmente è stata passata a chi l'ha pubblicata perché mercoledì c'è l'asta dei Btp decennali e quindi si voleva in un certo senso rassicurare i mercati. E infatti oggi FMI ha smentito qualsiasi aiuto. Questa mattina alla borsa di Londra ci sono state già delle reazioni abbastanza negative perché chiaramente si pensa che gli italiani l'abbiano pubblicata appositamente. E questa è una cosa gravissima perché dà proprio l'impressione anche della poca professionalità del mercato italiano. Del resto il problema fondamentale qui è un problema di fiducia, nel senso che non si ha più fiducia nei confronti dell'Euro. Pensiamo anche a quello che è successo giovedì scorso, con i tedeschi che non sono riusciti a piazzare i loro Bund, ma non solo questo. Il rendimento è arrivato ai livelli del rendimento dei Gilt, quindi dei buoni inglesi. I buoni inglesi hanno un solo elemento di vantaggio rispetto ai Bund: sono in sterline e non in Euro.
Ho paura che non ce la faremo a riprenderci, nel senso che questo multiplo default sia in realtà uno scenario molto possibile che vedrà non solo la Grecia e l'Italia ma anche la Spagna e il Portogallo (forse solo l'Irlanda si salverà perché in Irlanda si è fatta una politica completamente diversa e gli indicatori economici sono abbastanza positivi) uscire dall'euro e uscire in modo disordinato.
L'ultimo elemento di preoccupazione è questo processo di ricapitalizzazione imposto alle banche che è in preparazione a Basilea 3 e quindi quello che sta succedendo sui mercati adesso è anche una riduzione drastica della liquidità disponibile sui mercati. Il che vuol dire che abbiamo un effetto di sfiducia nei confronti dell'Euro che si sovrappone a una contrazione della liquidità, quindi ci sono meno soldi in circolazione e c'è anche meno volontà di investire in obbligazioni. Le banche vendono la maggior parte delle loro obbligazioni per poter ricostituire la loro liquidità. Per cui vediamo che la Bce per esempio nel mese di settembre ha acquistato quasi 600 miliardi di obbligazioni da parte di tutta quanta l'Europa di cui 100 dalla Francia e 100 dall'Italia e il rimanente dal resto dei paesi europei, perché le banche li scambiano in cambio per poter ricostituire il proprio contante. Quindi c'è una crisi anche all'interno del mercato delle obbligazioni che non riesce a assorbire tutto quello che praticamente gli viene dato. Abbiamo due elementi: la sfiducia ma anche un elemento strutturale che è appunto la mancanza di liquidità.
Fonte.
Il patatrac è dietro l'anglo, non capisco per quale motivo la gente sì accanisca a non volerlo riconoscere. Prima ne prendiamo atto meglio ne usciremo, magari con qualcosa di radicalmente innovativo rispetto al sistema attuale che sta mandando in pezzi le nostre vite.
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