Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/09/2014

La Bce torna alla carica contro le tutele sul lavoro. Giovedi si comincia con il Jobs Act

Del discorso del presidente della Bce, Mario Draghi a Jackson Hole il messaggio che troneggia sulle prime pagine riguarda la flessibilità sui conti pubblici. In realtà l'intervento di Draghi era piuttosto centrato sull'occupazione e ha indicato - in cambio della flessibilità sui conti pubblici - misure che consentano una maggiore differenziazione salariale avvicinando i contratti al territorio e alle diverse aziende; riducano le rigidità del mercato; favoriscano una maggiore qualità della forza lavoro.

A ben vedere sono tutti temi contenuti nel Jobs Act che comincerà ad essere esaminato dalla Commissione Lavoro a partire da giovedì. La polemica pubblica insiste sull’abolizione dell’art.18 (tra l’altro esplicitamente evocata già nelle lettera di Draghi e Trichet il 5 agosto del 2011). Renzi ha glissato affermando che è ''inutile discuterlo adesso'', in quanto si tratta di un ''totem ideologico''. Pronta la replica del ministro Lupi secondo il quale se ''è un totem, sarebbe meglio cambiarlo''.

Viene da chiedersi le ragioni di un tale accanimento. Infatti l'art.18 è poco utilizzato in Italia. Più di qualche ricerca ha confermato che ogni anno viene invocato solo in poche migliaia di cause di lavoro. Non solo. La controriforma Fornero ha cancellato il reintegro automatico in alcuni casi, prevedendo indennità risarcitoria per licenziamenti per motivi economici e restringendo le possibilità del giudice se i contratti collettivi non prevedono il reintegro anche in caso di licenziamenti disciplinari per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo.

Le motivazioni sono dunque prettamente “ideologiche”.

Illuminante, a tale scopo, ricordare i punti b e c  del primo capitoletto della lettera di Draghi e Tricher del 5 agosto 2011:

b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

Il nodo della questione è tutto qui. Abolire le tutele giuridicamente universali per i lavoratori, significa avere il pieno controllo e comando del mercato del lavoro e sancire così una vittoria definitiva della supremazia del capitale (le imprese) sul lavoro (i loro dipendenti). In cambio di cosa? Della flessibilità sui conti pubblici, ha detto Draghi a Jackson Hole.

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Isis e Hamas uguali, Assad amico di Isis… ci riprovano ancora


analisi di Michele Giorgio – Il Manifesto

Hamas e l’Isis, lo Stato Islamico, «sono la stessa cosa». Tra Bashar Assad e l’Isis «correva buon sangue». L’avanzata del «mostro» che sta divorando l’Iraq e la Siria, grazie ai fondi messi a disposizione dei generosi «donatori privati» del Golfo per promuovere la crescita del salafismo e del wahabismo, è stata prontamente utilizzata a scopo propagandistico.

Il premier israeliano Netanyahu per giorni ha ripetuto che Hamas e Isis sono uguali. Un’affermazione che non sta in piedi. Così come era assurda l’associazione che un ex premier israeliano, Ariel Sharon, fece, nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle,  tra Osama bin Laden e Yasser Arafat.

Il salafismo al quale si rifanno al Qaeda e la sua ultima emanazione, l’Isis, ha sempre attaccato frontalmente Hamas, apostata perché accetta un sistema politico di tipo «occidentale». Talaat Zahran, un noto sceicco salafita, lo scorso 22 luglio ha definito «inappropriato» l’aiuto ai palestinesi di Gaza e ad Hamas perché non hanno interrotto l’alleanza con l’Iran sciita ed Hezbollah.

I leader del salafismo ripetono che vanno eliminati i «nemici interni» all’Islam, ossia gli sciiti e le altre minoranze islamiche, prima di lanciare la guerra santa contro i non-musulmani. Anche per questi motivi, sostenere che tra Assad – visto dai sunniti più radicali semplicemente come uno sciita alawita al potere – e l’Isis corra o corresse buon sangue vuol dire avere una conoscenza limitata dell’Islam e della sua storia e non aver compreso l’impatto che più di trent’anni fa ha avuto nella regione la rivoluzione islamica (sciita) in Iran. Significa non avere presente le trame che l’Arabia Saudita ha messo in piedi per decenni per contrastare l’ascesa della «Mezzaluna sciita», simboleggiata dall’alleanza tra la Siria e l’Iran. Vuol dire non avere presente il significato che per un sunnita più estremista ha vedere in mani dei munafiqin (dissimulatori), dei rawàfid (rinnegati), ossia gli sciiti, Damasco e Bahgdad, le due antiche «capitali» del sunnismo uscito vittorioso dal sanguinoso conflitto interno con i «partigiani di Ali».

Sono vicende antiche eppure così attuali in Medio Oriente, se si considera che l’Isis intende fondare un califfato prendendo a modello il periodo di Maometto e dei primi anni successivi alla sua morte. In particolare, in buona considerazione è tenuto il primo califfo dell’Islam, Abu Bakr, che diede priorità proprio alla lotta agli «apostati». Il Saladino, secoli dopo, fece strage degli sciiti prima di combattere i Crociati in Terra Santa. Ancora oggi una porzione significativa di sunniti fatica ad accettare gli sciiti come musulmani a tutti gli effetti. Che l’Isis e Assad possano aver dialogato e complottato assieme è pura immaginazione. Il fatto che Damasco abbia liberato nel 2011 decine di islamisti finiti poi nei ranghi dell’Isis non può aver avuto un impatto determinante sulla crescita di una organizzazione che tra Iraq e Siria conta decine di migliaia di miliziani.

È vero che Assad per un lungo periodo ha osservato con soddisfazione lo scontro armato tra l’Isis e le altre milizie ribelli. Ma quale parte in guerra non guarda con compiacimento ai nemici che si ammazzano tra di loro? Descrivere la crescita dell’Isis come frutto di una strategia studiata a tavolino dal presidente siriano e il suo entourage è irrazionale. La conquista di Baghdad, la pulizia territoriale dagli sciiti e dalle altre minoranze islamiche e la sua restituzione ai «legittimi proprietari» sunniti all’interno di un califfato, è la missione che si era dato dopo il 2003 Abu Musab al Zarqawi, il fondatore dello Stato Islamico in Iraq (Isi), approfittando dell’invasione anglo-americana del paese. Dopo l’uccisione di al Zarqawi quella missione è passata ad Abu Bakr al Baghdadi, il leader di Isis, che vuole fare di Siria e Iraq un califfato. La conquista della Siria, l’uscita di scena di Assad, la fine dell’alleanza tra Damasco e Tehran, sono il sogno di Riyadh e di altre petromonarchie sunnite.

Usa e Francia parlano di «gioco sporco» di Assad e dimenticano che se i jihadisti oggi dettano legge in Siria e Iraq ciò è avvenuto per le manovre dietro le quinte, talvolta con interessi non coincidenti, di Turchia, Qatar e Arabia Saudita. E con la benedizione di Washington. Senza dimenticare che all’inizio l’Els (la milizia della Coalizione Nazionale dell’Opposizione) aveva accolto a braccia aperte i combattenti dell’Isis e del Fronte al Nusra (il ramo siriano di al Qaeda) perché ben addestrati e in grado di dare filo da torcere all’esercito siriano. Sono state proprio le unità di al Nusra qualche giorno fa a strappare ai governativi il valico di Quneitra sul Golan, a conferma che i qaedisti e i «laici» combattono spalla a spalla. Ad al Nusra, all’Isis e alle altre formazioni islamiste, non importa nulla dei diritti umani violati, dei prigionieri politici, del pluralismo e della «brutale dittatura». Vogliono soltanto rovesciare l’apostata Assad.

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I “padri nobili” della sinistra? Invecchiano male, anzi peggio

C’era stato il tempo di Vittorio Foa e poi quello di Pietro Ingrao, non poteva mancare quello di Fausto Bertinotti. Il primo è servito a picconare in nome del realismo i diritti acquisiti dal movimento operaio. Il secondo a fungere da figura consolatoria mentre intorno a lui i partiti ai quali era iscritto mutavano geneticamente. Infine, e non poteva mancare, è arrivato il turno di Fausto Bertinotti, anagraficamente più giovane ma ideologicamente figlio dei primi due, delle loro ambiguità e delle innumerevoli interviste con cui per anni hanno occupato le pagine de Il manifesto, “dando la linea”.

L’intervento di Bertinotti al Festival di Todi, in un dibattito con un titolo di per se preoccupante ed emblematico – “I vinti giusti, un certo sguardo del futuro”, ha messo insieme tutti i luoghi comuni della traiettoria di chi negli anni passati ha sempre “parlato a sinistra per andare a destra”. Per finire dove? Nel limbo ideologico, politico e storico che alla fin fine riconosce come valori positivi solo quelli dominanti: i liberali e i cattolici. L’unica ideologia ad aver fallito? Quella comunista ovviamente, sostengono i “padri nobili della sinistra”.

Diventa appena un po’ più facile comprendere perché prima il Pci e poi il Prc si sono “liquesi” dopo essere stati logorati dall’interno e dai propri gruppi dirigenti.

Il comunismo "ha fallito”. La cultura politica da cui si deve ripartire? “Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo”. Il gesto più rivoluzionario di questi anni? “Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger”. L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? “Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani”. Queste alcune delle “chicche” di Bertinotti a Todi che ovviamente la stampa di destra – e Libero in particolare – non ha esitato a sottolineare.

E poi, come di consueto, c’è il grande alibi dei mutamenti epocali, presi come tali, senza una disamina critica o una decostruzione che ne separi i dati oggettivi da quelli che la soggettività interviene a modificare. “Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze” ha detto Bertinotti e che “chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale”. E di fronte al liberalismo economico e politico che ha determinato questo scenario, oggi duramente messo alla prova dalla sua stessa crisi, cosa opporre? ”Io penso che la cultura liberale - che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato - è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione”. “Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica”. Nell’affabulazione bertinottiana (cosa che gli riesce benissimo solo le prime due volte che lo senti) c’è un passaggio obbligato anche sul sindacato, alla vigilia dell’assalto finale all’art.18 e al dispiegarsi del Jobs Act. “Il sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica”, ha detto Bertinotti ormai senza briglie. “È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori”. Bertinotti infila una serie di osservazioni condivisibili per arrivare a conclusioni del tutto sballate “Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi”.

Insomma se non volevamo morire democristiani (e ci troviamo con i Renzi boys and girls che dilagano) al massimo potremo morire liberali? No, Bertinotti ci propone di morire liberali e democristiani insieme. Una bella traiettoria, non c’è che dire, e una conferma di più che negli anni Novanta, coloro che animano questo giornale, fecero non bene ma benissimo a non farsi irretire dal Prc bertinottiano. Guardatevi e guardiamoci sempre dai padri nobili della sinistra, hanno sempre coperto le svolte a destra dell’asse politico del paese.

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Il giullare di Pontassieve

di Giovanni Gnazzi

C’è da domandarsi davvero se l’inquilino di Palazzo Chigi sia in grado di comprendere la differenza che corre tra un raduno dell’Agesci e il governo di uno tra i dieci paesi più importanti del mondo. Probabilmente no, a giudicare l’ormai costante sovrapposizione tra le boutades e le parole al punto da non riconosce più la differenza tra le une e le altre. Parla e agisce senza controllo, minaccia, insulta, schernisce, ne ha per tutti, come fosse in un contesto simile a quello del raduno intorno al fuoco di un gruppo di scout.
Com’è noto, la definizione degli scout non lascia speranze: trattasi di un gruppo di bambini vestiti da cretini, guidati da alcuni cretini vestiti da bambini. E’ tutto da stabilire se Renzi è solo un lupetto o un ben più importante capo scout, ma da venerdì pomeriggio saremmo orientati verso la prima ipotesi. La scenetta del gelato dal carrettino piazzato davanti a Palazzo Chigi è sintomatica di come il bulletto di Pontassieve abbia ormai perso la testa per se stesso, di come cioè la passione di Renzi per Renzi abbia debordato oltre il senso del ridicolo.

Dal momento che l’Economist (non il Granma) lo aveva sbattuto in una foto di copertina trasformata in vignetta, nel quale il boy-scout perenne aveva un gelato in mano mentre si trovava, in compagnia di Hollande e della Merkel, su una barchetta raffigurante l’Euro in procinto di affondare, Renzi ha ordinato di mettere a bilancio della Presidenza del Consiglio dei Ministri la sua suscettibilità.
Ha dunque fatto disporre dalla responsabile del cerimoniale della Presidenza del Consiglio il noleggio del carretto della Grom con gelataio e gelato al seguito per mettere in scena lo spettacolino di lui che mangia il gelato. Il costo della scenetta, sia detto per inciso, è di mille euro, che speriamo il premier paghi di tasca sua o con assegno della sua fondazione, che è la stessa cosa. Ci mancherebbe pure che dovessimo ulteriormente gravare la spesa pubblica degli spettacolini parrocchiali di un omino a cui l’ego è esploso senza ritegno.
Matteo Renzi, a fronte di un quadro drammatico e dinanzi all’evidenza del collegamento tra le sue baggianate ed i risultati ottenuti (gli 80 Euro sono l’esempio più lampante di come non ha capito nulla del paese, dell’economia e della politica) ha riproposto altri slogan, con quella consueta comunicazione da sacrestia che gli è consona.
Altre slides e altri annunci, ulteriori rinvii di quanto aveva già dato per fatto, ulteriore richiesta di proroga per la sua permanenza a Palazzo Chigi e ulteriori dosi di sovraesposizione di se stesso.
Aveva incontrato anche il Presidente della Repubblica prima di presentare le nuove slides, dal quale aveva ricevuto le consuete affettuosità e la trasmissione a quattr’occhi di quanto Bruxelles ha ordinato per l’Italia. Nonostante ciò, è arrivato in sala stampa a Palazzo Chigi con il nulla raccontato bene, la fuffa incartata in carta lucida, unica immagine di rilievo, il cono con crema e limone che con l’aria da bamboccione leccava in favore di telecamera.
La consapevolezza di come dal suo arrivo i conti del Paese siano drammaticamente peggiorati è ormai diffusa e Renzi ha già esaurito la luna di miele con gli italiani. Sarebbe ora, in assenza di una opposizione maggiorenne e di una maggioranza guidata dai boy-scout, recarsi alle urne in autunno. Il baratro è già evidente: più il tempo passa, più rischiamo di caderci dentro.

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Stoccate a Renzi di gran classe, unico appunto al finale: recarsi alle urne in autunno, constatata la totale assenza di ideologie antagoniste nella classe politica italiana, sarebbe del tutto inutile, quanto meno al fine d'imporre la sterzata di cui questo paese avrebbe bisogno. Insomma in questo paese, ma diciamo pure nell'emisfero in cui siamo inseriti, i Nestor Kirchner (quindi soggetti "meramente keynesiani) non si sono mai visti negli ultimi 30 anni.

Ucraina: chi paga le sanzioni a Mosca?

di Fabrizio Casari

Dopo l’ultimatum UE di una settimana, tempo nel quale verranno presentate le nuove sanzioni occidentali contro Mosca, a far crescere notevolmente la tensione politica e militare tra Russia e Nato, arriva puntuale il premier britannico Cameron, che in una intervista al Financial Times informa dell’intenzione di attivare una forza militare a comando britannico che comprenderebbe militari di Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Estonia, Lettonia e Lituania (il Canada si sarebbe detto disponibile).
Una forza di spedizione congiunta denominata JEF, dotata di unità terrestri, aeree e navali forte di diecimila uomini. Si muoverebbe continuamente ai confini sud-orientali russi e, seppur in funzione di deterrenza e come segnale di disponibilità alla risposta rapida, utilizzerebbe proprio l’assenza di stanzialità e basi fisse per evitare la violazione degli accordi tra Nato e Mosca in ordine all’equilibrio di forze in Europa.

Difficile credere che questo schieramento possa impensierire Mosca sotto il profilo militare, dal momento che la sproporzione di forze è tale da non essere messa in discussione da questa nuova creatura militare partorita dal sempre gravido ventre degli Stranamore occidentali. E’ invece plausibile che l’iniziativa intenda mettere di fronte al fatto compiuto Germania e Italia, che continuano a chiedere una soluzione negoziata. L’operazione Nato, voluta da Obama e attuata da Cameron, sembra destinata a rassicurare i paesi dell’Est che continuano a chiedere con cadenza quotidiana soldi e guerra per rinsaldare le rispettive gang di mafiosi al potere.
Non gli si può concedere una guerra termonucleare globale per difendere Kiev ma si può far finta di non limitarsi alla guerra delle sanzioni economiche. Il messaggio è comunque indirizzato anche a Mosca, indicando la disponibilità ad alzare ulteriormente l’asticella del confronto militare alle sue frontiere utilizzando i paria ex Patto di Varsavia.

Si tratterà di vedere se e come il dispositivo pensato da Cameron potrà concretizzarsi e quale sarà la risposta di Mosca, che riafferma con Putin l’intenzione di non farsi accerchiare e di garantire alle regioni che vogliono continuare ad essere legate alla Russia tutto l’appoggio necessario. Ma volendo scongiurare una escalation militare, al momento la questione delle sanzioni occidentali e delle contro sanzioni russe rappresentano il cuore del conflitto, essendo la soluzione politica, la grande assente dalla discussione europea, ancorché l’unica soluzione possibile. E sono quindi le sanzioni il terreno dove si misureranno le contraddizioni europee nella prossima settimana.

Nonostante la questua quotidiana di Kiev e degli altri paesi dell’Est, il danno per l’Europa è decisamente elevato. Secondo alcune stime indipendenti il complessivo danno possibile per l’Occidente con la guerra economica alla Russia è di 1200 miliardi di Euro, 190 dei quali a carico della sola Germania. Solo per quanto riguarda il settore agricolo ammontano a due miliardi di Euro i mancati introiti del 2014 derivanti dalle esportazioni europee verso la Russia, 706 milioni solo per quanto riguarda l’Italia.
Ma sono importi destinati a crescere e a ripercuotersi nell’economia più generale, dal momento che la mancata esportazione dei prodotti deteriorabili renderà necessario immetterli nei mercati interni già saturi, con il risultato di dover applicare ulteriori abbassamenti dei prezzi complicando così ulteriormente la dinamica domanda-offerta già messa a durissima prova dalla deflazione. Deflazione che non è positiva; non viene infatti da una riduzione dei prezzi data da maggiore concorrenza, ma da l’abbassamento dei prezzi determinato dalla riduzione dei consumi causata dalla contrazione delle entrate, conseguenza ovvia della crisi occupazionale.

Nemmeno pensare poi, a quello che avverrà nei prossimi due mesi, quando il gas russo, dal quale dipendono quasi tutti all’Est e che risulta determinante anche per l’approvvigionamento di Germania e Italia, potrebbe essere bloccato da Mosca oppure venduto a prezzi decisamente più alti di quello pagato fino ad ora, determinando così un costo ancora più alto per tutta la filiera e che andrebbe a colpire l’utenza finale. Non è peraltro escluso che nel caso l'escalation occidentale contro Mosca proseguisse, Putin potrebbe addirittura scegliere di bloccare l’export del gas, la cui cosa avrebbe come risultato lasciare mezza Europa nella morsa del gelo.

Sono diversi quindi gli elementi che spingono Germania, Italia e la stessa Francia ad un atteggiamento meno ideologico nel confronto tra Bruxelles e Mosca. L’impressione è che l’Europa, nella fretta di assecondare le mire statunitensi di contrastare la Cina nel Nord dell’Eurasia e di limitare il consolidamento dell’alleanza euroasiatica, sia rimasta con il classico cerino in mano. Aprire un nuovo scontro in un nuovo scenario con Russia e Cina, infatti, è tutto nell’esclusivo interesse statunitense, che nella limitazione dell’espansione dell’alleanza tra Mosca e Pechino vede il suo core business per la difesa dell’impero unipolare.

Tutt’altra questione per quanto riguarda Mosca, che ha già trovato nel mercato euroasiatico e nella Turchia la riallocazione di alcuni dei suoi prodotti oggi bloccati dalle sanzioni e che ha in Argentina e Brasile i nuovi fornitori agricoli (dal grano alle verdure e alla frutta) che importava dall’Europa e che ha già un accordo con la Cina per l’assegnazione delle quote di gas fino ad ora assegnate al Vecchio continente.

Rischia dunque di costare carissima la scelta dei golpisti di Kiev di aderire ai trattati europei, in opposizione a quanto il legittimo governo di Yanukovic aveva voluto, cioè l’adesione all’Unione Doganale Euroasiatica, composta da Russia, Bielorussia e Kazhakistan, che prevedeva una circolazione di merci senza dazi e a tariffe uniche nei tre paesi per il commercio con i paesi terzi e l’approvvigionamento energetico a prezzi calmierati da parte di Mosca.
L’adesione di Kiev agli accordi con Bruxelles, siglata nello scorso Giugno dai golpisti guidati da Poroshenko, non prevedono altro che prestiti finanziari dal FMI a fronte di prezzi calmierati per le esportazioni ucraine verso l’Europa e sono da escludersi donazioni di entità determinanti da parte europea, vista la crisi drammatica in cui si trova. Dunque non vi sono questioni di convenienza economica per Kiev, ma solo di natura politica-ideologica. L’adesione agli accordi economici preferenziali con Bruxelles è la porta di servizio dalla quale passare per la successiva richiesta, quella di entrare nella Nato.

L’Europa, infatti, ha scelto di aizzare la destra ucraina al colpo di stato proprio per rompere con Mosca. Primo fondamentale passaggio per incorporare Kiev nella Nato e poter così ulteriormente allargare la presenza dell’alleanza Atlantica a Est, arrivando nel giro di poco tempo a piazzare armamenti e uomini ai confini con la Russia, in violazione a quanto pattuito con Mosca solo pochi anni addietro e ribadito pochi mesi orsono.
Una richiesta di adesione alla Nato avrebbe messo la Russia con le spalle al muro e l'avrebbe probabilmente spinta, da accerchiata, ad una risposta militare immediata, per quanto limitata, che indicasse senza equivoci l’indisponibilità a scherzare con la sua sicurezza. Ma Washington non vede altra strada che non sia quella di esercitare minacce e pressioni a Pechino e Mosca per ridurre la loro crescente influenza nello scenario globale e mette nel conto sacrificare pace e sicurezza di chiunque.

In questo senso l’Europa, proprio per sfilarsi dalla morsa nella quale Washington intende stringerla deve cercare nella soluzione politica al conflitto ucraino la via d’uscita. Lo scioglimento del Parlamento ucraino da parte di Poroshenko e l’indizione di elezioni per il prossimo 26 Novembre, risultano una manovra per cancellare la presenza parlamentare dei rappresentanti di Crimea e Donbass e ridurre quella dell’estrema destra con cui Bruxelles e Washington non gradiscono apparire nelle foto di rito. Si vedrà come andranno le elezioni, visto che alle ultime la maggioranza dei voti sono andati ai filorussi guidati da Yanukovic e che la drammatica crisi economica, con aggiunte le minacce di guerra, stanno provocando proteste massicce a Kiev contro il re del cioccolato.

Ammesso quindi che Poroshenko possa vincere (cosa non semplice) dovrà comunque decidere di trovare una soluzione politica alla crisi con Mosca. Tanto nei colloqui in Finlandia, come nell’incontro tra Putin e Poroshenko a Minsk, Kiev al momento si dice disposta a riconoscere un’ampia autonomia alla regione, ma Putin ritiene questo assolutamente insufficiente sotto il profilo della sicurezza delle sue frontiere, per questo, propone la nascita di uno stato vero e proprio che tenga insieme Crimea e Dombass e che rappresenti una sorta di cuscinetto tra Russia e Occidente.

Non sembrano, quelle di Putin, pretese eccessive; a maggior ragione dopo che i bombardamenti ucraini su Donetsk e le migliaia di civili morti nell'assalto dell'esercito di Kiev alle città e ai villaggi del Donbass non favoriranno certo la convivenza nel prossimo futuro. Dunque la proposta di Putin è praticabile e di buon senso: la dimensione dell’Ucraina è cosa assolutamente trascurabile.
Bruxelles potrebbe effettivamente lavorare per convincere Washington che l’Europa non può pagare un prezzo economico altissimo per legarsi ad un paese insignificante (se non per essere utilizzato in funzione antirussa) o essere addirittura portata sull’orlo di una guerra per assecondare i piani del Pentagono. Cominciando col dire che l’opzione militare è scartata e che la soluzione del conflitto deve essere politica, Bruxelles si farebbe un favore. Pazienza se gli Stranamore di Washington, i nazisti di Budapest e Varsavia e i golpisti di Kiev ci resteranno male.

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Il caso Merkel-Draghi, ovvero l'Unione Europea non tiene

La decisione del giornale tedesco Der Spiegel di render nota la telefonata fatta da Angela Merkel a Mario Draghi, presidente della Bce, e soprattutto i toni usati dalla cancelliera, evidenzia i limiti strutturali - questi sì - della costruzione europea.

Diamo per scontato che la notizia sia stata fatta filtrare direttamente dall'entourage della Merkel e che il contenuto sia quello riportato dal giornale. La risposta della Bce, del resto, non è affatto una smentita, ma una conferma, sia pur limitata da alcune "inesattezze".

Il contenuto è riassumibile in poche battute, anche se la materia è indubbiamente complessa. La Merkel avrebbe chiesto a Draghi: "hai cambiato idea riguardo alla necessità di mantenere l'austerità nella gestione del bilancio pubblico?" Domanda sorta dalla necessità di interpretare correttamente, quanto alle implicazioni di politica monetaria e non solo, il discorso fatto da Draghi alla riunione dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Kansas.

In sostanza, il vertice tedesco è preoccupato dalla possibilità che la Bce - sostenendo la necessità di "usare meglio i margini di flessibilità contenuti nei trattati", in special modo per quanto riguarda i vincoli di bilancio, possa far da sponda alla pressante richiesta italo-francese di mettere in atto uno scambio presuntamente "virtuoso" tra rapida approvazione di "riforme strutturali" (a partire come sempre dalla devastazione del mercato del lavoro, in termini di diritti e salario) e "maggiore flessibilità sui tempi di rientro dal deficit e di riduzione del debito".

A nessuno può sfuggire che si tratta di uno scambio, comunque, molto "rigorista", visto che sacrifica equilibri sociali pluridecennali (soprattutto in Francia, dove diritti e salari sono stati meglio difesi che in Italia) alla promessa di un piccolo rinvio per il raggiungimento del pareggio di bilancio.

La Germania, comunque, sarebbe preoccupata da un allentamento del "rigore" proprio per quanto riguarda la politica monetaria realizzabile dalla Bce - in completa autonomia - perché un serio "quantitative easing" che comportasse l'acquisto dei titoli di stato dei paesi più deboli implicherebbe un impegno diretto di capitali (monetari) tedeschi a garanzia dei debiti dei "paesi cicala".

Diciamo subito che tutta questa discussione in termini di "austerità versus flessibilità" è solo un modo ideologico di nascondere un conflitto tra interessi cresciuto fino a diventare quasi ingestibile. Le attuali regole dell'Unione Europea, infatti, sono rigide in proporzione inversa alla potenza economica di diversi paesi. Per la Germania, ad esempio, non valgono quasi mai. Né quando si trattava di rientrare dal deficit eccessivo per i costi affrontati con la "riunificazione", né - da alcuni anni a questa parte - quando si tratta di metter fine al "surplus eccessivo" nella bilancia dei pagamenti. Tradotto: l'attuale congegno previsto dai trattati funziona in maniera "elastica" ma regolare, come la forza di gravità. E l'economia tedesca ha tratto tutti i vantaggi possibili da questa posizione, ma al riparo dagli obblighi di "compensare" con risorse proprie gli squilibri che andava creando nelle economie dell'eurozona (inchiodate su due lati: dalla minore competitività tecnologica e dalla moneta unica).

Questa distorsione asimmetrica è la principale palla al piede dell'economia continentale in un contesto di crisi globale. La maggiore "reattività" di Stati Uniti e Giappone, strombazzata da opinionisti un tanto al chilo, è stata fin qui possibile perché non gravata da meccanismi istituzionali formalmente paralizzanti.

L'Unione Europea, in altri termini, non funziona ancora come uno stato propriamente detto (anche se le sue decisioni in materia di "riforme strutturali" e politiche di bilancio sono assolutamente vincolanti, con la sanzione affidata alla reazione dei mercati) perché il suo anomalo e antidemocratico assetto istituzionale patisce comunque la formale necessità della "ricerca del compromesso" tra i paesi membri. Compromessi sempre squilibrati dalla "forza di gravità", ma pur sempre lenti nell'elaborazione e fonte di continui ripensamenti, riformulazione, aggiustamenti in corso d'opera, eccezioni e rinvii.

Comunque sia, questo schema non tiene più. Finché si trattava di sperimentare una ricetta di "austerità" sulla Grecia - paese dalla "forza gravitazionale" quasi inesistente (2% del Pil europeo) - non si sono levate obiezioni degne di nota. Ovvero di "peso" politico. Ma questo modo di gestire la crisi - senza addentrarci qui nel più generale quadro di crisi del capitale e del modo di produzione - sta distruggendo le economie di due paesi fondatori della Ue, per di più dotati di una "massa gravitazionale" che non può essere ignorata. Tanto più che i problemi creati a tutto il continente dalla "linea Bundesbank-Merkel" stanno ora - come ampiamente previsto - ripercuotendosi anche sul centro motore (anche la Germania sta facendo ormai i conti con la crescita zero e il rischio di deflazione).

Qualcosa bisogna insomma fare, ha avvertito anche Draghi. La frase rivelatrice del suo di scorso a Jackson Hole è infatti "i rischi di fare troppo sono minori del fare troppo poco". Ma la Bce, con la sola politica monetaria, non può fare molto di più che "spargere denaro dagli elicotteri" (ipotesi vista con orrore da Berlino). Serve "altro". E qui tutti si fermano agli slogan: "riforme strutturali", "politiche industriali", ecc.

La nuova nomenclatura dell'Unione Europea, in queste ore sta discutendo duramente di poltrone e incarichi; e ogni nome (o paese di provenienza) implica un'accentuazione diversa in materia di flessibilità, austerità, riforme, ecc. Un massacro di pesi e contrappesi (basti pensare che se alla guida degli "affari economici" dovrà andare il francese Moscovici, per forza di cose orientato alla "flessibilità", Berlino pretende di inventare nuove poltrone per riequilibrare con un "falco" austero i possibili sconfinamenti del primo) che tutto può promettere, meno che decisioni efficaci e rapide in materia di economia.

Intendiamoci: sul massacrare i lavoratori di tutti i paesi l'accordo è completo. La discussione vera è su quali frazioni di capitale verranno "favorite" e quali invece accompagnate verso l'asta fallimentare (la crisi Alitalia è stata decisa in questo modo, oltre 20 anni fa, ai tempi degli accordi di Maastricht).

L'unica "riforma strutturale" che - forse, davvero forse - potrebbe ridar fiato all'Unione Europea sarebbe un equilibrio complessivo assai meno "tedescocentrico", meno spudoratamente vantaggioso per le imprese-guida delle filiere che dipendono da Berlino e dintorni. Ma chi glielo dice alla Merkel?

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Euro-crisis. Il Re-nzi è nudo

Il socialista Manuel Valls ha presentato le dimissioni del suo governo a Hollande. Il Presidente della Repubblica ha incaricato Valls di formare un nuovo esecutivo, epurandolo dalla scomoda presenza del “ribelle” Ministro dell'economia Montebourg. La crisi del governo si è aperta sull'austerità a partire dalle dichiarazioni polemiche di Montebourg, il quale, in un'intervista a Le Monde, aveva messo in discussione la riduzione dogmatica del deficit criticando le conseguenti politiche di austerità e la subalternità alla guida tedesca in Europa. La querelle si sarebbe potuta risolvere con l'allontanamento dall'esecutivo del Ministro e degli altri frondisti con lui solidali, ma Hollande ha voluto dare un segnale preciso riconfermando la posizione francese sul fronte dell'austerità, anche e soprattutto per non screditarsi agli occhi della Germania in una fase dove all'impasse sulla produttività seguirà una riorganizzazione delle politiche dei sacrifici segnata dalle linee di tensione tra il rigorismo della BCE e gli interessi statuali dei paesi forti.

Il piccolo terremoto d'oltralpe ridicolizza i vagheggiamenti dei vari retroscenisti dei giornali nostrani su un presunto asse Roma-Parigi deciso a pretendere maggiore flessibilità rispetto ai vincoli sul rapporto deficit/pil. Non solo, un Hollande in vena di strigliate ha convocato a Parigi un vertice del Partito Socialista Europeo proprio alla vigilia del consiglio europeo del 30 agosto che deciderà i nomi e i ruoli della nuova commissione europea, sede nella quale, come si strombettava su alcuni nostri fogliacci, Renzi, mosso da un pizzico di frizzante ribellismo, avrebbe provato a fare la voce grossa sulla flessibilità, facendosi forte di un presunto appoggio francese. Frottole.

I ruggiti del coniglio fiorentino non spaventano nessuno, in primo luogo Draghi, il quale davanti a queste sparate sullo sforamento del deficit ha serenamente alzato le spalle, invitando Renzi a cedere maggior sovranità in materia di politica economica e raccomandandosi, fintanto che sta lì, di portare almeno a termine le riforme... quelle sul mercato del lavoro, s'intende, mica quelle quisquilie delle riforme istituzionali demandate alla Boschi tra una tintarella e l'altra.

Renzi appare sempre più solo. I centri di potere che contano, in casa, in Europa e oltre l'Atlantico, chiedono “fatti e non parole”. Ogni editoriale del Partito di Repubblica a firma Scalfari avanza una bocciatura invocando la giusta transizione a un regime oligarchico, del quale, va da sé, Eugenio non può che candidarsi a esserne partecipe. Solo Napolitano, temporeggiando perché a corto di carte da giocare, per ora resta a guardare senza silurare Renzi, il quale però, in un clima da ultima cena, confidava ai lupetti di San Rossore che anche lui verrà presto rottamato. Non servono le intime confessioni attorno al fuoco del campo scout per rendersi conto che la missione sistemica di Renzi è stata assolta dopo le consultazioni europee: neutralizzato il 5 stelle e omogeneizzato attorno al progetto della stabilità l'intero quadro istituzionale Renzi può anche esser scaricato.

Viale del tramonto allora? Forse... e allora Matteo messo alle strette sfrutta il tempo che gli rimane da qui all'approvazione della legge di stabilità (15 ottobre) per reinventarsi. Ma i compiti a casa che il governo si appresta a svolgere nel Consiglio dei Ministri del 29 agosto e che verranno presentati al Consiglio Europeo del 30 si attengono a una formula ben semplice e per nulla nuova: compressione salariale e investimento sulla rendita, come previsto dallo Sblocca Italia.

Ricette non dissimili da quelle imposte agli altri PIGS mediterranei. Tante sono state le pacche sulle spalle a una Spagna disciplinata per la quale il recente aumento degli indici di produttività ha significato un aumento della disoccupazione e dell'aumento dei carichi di lavoro assoluti. La Pizia della Bocconi, Tabellini, si era già espressa a riguardo invocando la diminuzione dei salari e Draghi non aspetta altro per approdare a una nuova tranche di prestiti alle banche praticamente a tasso zero, come nella primavera 2012.

Sul piano europeo comunque il rebus si fa via via più complesso. I conflitti alla periferia del vecchio continente infettano il cuore della macchina comunitaria iniziando a incrinare alcuni degli attuali equilibri. Sull'Ucraina, ad esempio, la Germania, avendo difficoltà ad invertire sul breve periodo un modello di economia a base export, potrebbe fare una prima mossa fuori dallo schema filo-atlantista che prevalentemente ha caratterizzato la crisi fin'ora. I bandi commerciali russi apriranno una falla profonda nel sistema tedesco nei semestri a venire e giusto l'altro giorno, mentre la Merkel s'intratteneva con Poroshenko, il Vicecancelliere Sigmar Gabriel si è lasciato sfuggire la proposta di una possibile federalizzazione dell'est russofono: esattamente il contrario dell'obbiettivo dell'integrità territoriale ucraina perseguito dalla Junta di Kiev e dagli USA.

Insomma, se anche la Germania, con una produttività impostata a colpi di workfare e mini-job, soffre del rallentamento dei mercati mondiali scivolando verso la stagnazione, allora, entro il quadro continentale, sembrano profilarsi scenari a più dimensioni. Scenari sia di tensione interstatuale, per il conflitto tra la ricerca di competitività interna e sui mercati d'esportazione, sia di accelerazione nell'area Euro dell'imposizione di una sempre più violenta gerarchizzazione salariale, polarizzando una distanza tra governi dell'austerity e terreni sociali da questi sconquassati. Su questi sarà indispensabile sviluppare, con esperimenti di sciopero sociale, le rigidità poste dalle lotte per l'abitare e i campi indicati dalla vivacità delle lotte dei facchini. Laddove non poste da queste istanze di ribellione ai costi unilaterali della crisi, le ipotesi di redistribuzione della ricchezza (redditi di cittadinanza, universali, minimi e garantiti), qualora si dessero, si affaccerebbero su questo complesso scenario come esigenza di ulteriore omogeneizzazione e regolamentazione di una dimensione di classe subalterna del lavoro vivo e in funzione delle suddette opzioni di sviluppo sistemico della crisi. 

Ma chissà che le carte non si possano rimescolare in maniera interessante e con una rapidità inaspettata nel contrasto a queste opzioni proprio laddove Renzi si giocherà le partite più importanti della sua sopravvivenza politica, innanzitutto a partire dal delicato passaggio dell'approvazione della legge di stabilità in autunno...

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Ansiolitici