Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/07/2019

Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente

Da oltre vent’anni a questa parte, il dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con il paradigma della scarsità delle risorse che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al deficit e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo perdi la credibilità dei mercati e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del default, agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi – questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome default.

Nel disinteresse generale, pochi giorni fa (esattamente, il 10 luglio 2019) si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: in un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.

Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.

L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.

La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.

Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.

Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.

Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.

Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.

Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.

Fonte

Blade Runner 2019

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento e pattuglie in fiamme”.

Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).

Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!

E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.

A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.

E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.

Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.

E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.

Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.

E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.

E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.


Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.

E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».

Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!

Fonte

Immigrati pericolosi? Forse i nazisti ucraini...

Mai come ora il dibattito sui migranti è stato politicizzato, tuttavia si tende a trascurare un aspetto importantissimo inerente la sfera ideologica, cioè l’orientamento politico dei migranti.

Molti tendono a considerare i migranti come una categoria omogenea e completamente spersonificata, come se fossero incapaci di esprimere una propria visione politica. Nulla di più sbagliato. I migranti e le comunità in cui si riuniscono devono essere valutati caso per caso sul piano ideologico e su quello pratico.

L’esempio dei migranti ucraini è emblematico, ce ne sono moltissimi che sono ottime persone, mentre altri sono l’esatto contrario. Nel nostro paese ci sono numerose comunità ucraine, alcune delle quali – da cinque anni a questa parte – si sono fatte portatrici di valori ultra-reazionari e fascistoidi, arrivando anche a recuperare fardelli del nazismo. In Italia vediamo regolarmente manifestazioni di ucraini in cui si sventolano i vessilli rossi e neri dell’era collaborazionista con il Terzo Reich o in cui si ostenta il ritratto del protagonista di quella fase storica, il nazista Stepan Bandera.

Alcune comunità ucraine (spesso in combutta con la rappresentanza diplomatica) arrivano a fare di peggio, cercando di coprire i crimini compiuti da fanatici ucraini. I casi più emblematici e prossimi sono l’aggressione avvenuta sulla metropolitana di Roma o la battaglia in difesa di un soldato ucraino recentemente condannato in Italia per l’omicidio di un giornalista che si trovava in Donbass (Andrea Rocchelli).

Ci sono dei migranti per cui in Italia non ci sarà mai posto: i fascisti. Noi abbiamo sconfitto il fascismo nel 1945 e da allora lottiamo incessantemente per non farlo tornare. Sul fascismo non si possono accettare compromessi, neanche in nome dell’accoglienza.

Va segnalata una esagerata asimmetria tra (il giusto) allarme per i terroristi islamici che potrebbero arrivare in Italia con i flussi migratori di mussulmani, rispetto alla totale noncuranza per l’evenienza che tra gli emigrati ucraini ci possano essere dei nazisti responsabili di orribili crimini ed efferatezze.

L’Ucraina è un paese fallito, prossimo al collasso e pertanto la popolazione si riversa in massa all’estero. Le statistiche ufficiali raccontano che nel paese ci siano oltre quaranta milioni di persone, ma verosimilmente ne sono rimaste poco più di venticinque milioni.

La diaspora ucraina ha guardato molto all’Italia, ufficialmente qui ci sono oltre 240mila ucraini e dovrebbero essere il quinto gruppo etnico (i primi sono i rumeni, con oltre 1,2 milioni). Tuttavia il dato è ampiamente sottostimato, in quanto molti ucraini sono in Italia senza registrazione o sotto falsa identità rumena per poter liberamente circolare nella UE (andando cosi a dare una spiegazione all’esorbitante numero di rumeni).

Il numero di ucraini in Italia è destinato a crescere ulteriormente anche per via del fatto che sono state introdotte nuove agevolazioni all’ingresso in territorio UE. Si tratta di un modo per rafforzare i legami con Kiev all’interno dello scontro geopolitico in atto.

L’Italia è la terza destinazione per importanza della diaspora ucraina, dopo Russia e Polonia. Ovviamente quei fascisti ucraini che vogliano emigrare difficilmente prenderebbero in considerazione l’idea d’andare in Russia o in Polonia, due stati verso cui il nazionalismo ucraino prova un odio profondo. Quindi ci troviamo con il concreto rischio che un gran numero di nazisti, compresi i combattenti dei battaglioni punitivi, arrivino in Italia.

Ciò può essere accelerato anche da eventuali cambi negli assetti politici ucraini, cioè nell’ipotesi in cui i nazisti vedano compressi i propri spazi d’agibilità. Già nelle elezioni legislative tenutesi due domeniche fa, i partiti fascisti hanno raccolto dei consensi risibili e non si sono neanche avvicinati alla soglia di sbarramento fissata per poter ottenere dei seggi. Sebbene questi gruppi abbiano un consenso popolare limitatissimo, dispongono di un’eccellente apparato militare e pertanto sono in grado di tenere in ostaggio l’Ucraina. Ciò genera una contraddizione che potrebbe presto deflagrare.

In definitiva, se in Italia si volesse affrontare coerentemente la questione dei migranti, andrebbe tenuta in debita considerazione la sfera politica e non limitarsi a quella umanitaria o securitaria. Noi abbiamo una buona Costituzione e dobbiamo pretendere che sia rispettata (in ogni suo punto) da chiunque voglia venire nel nostro Paese.

Un simile discorso si può estendere anche al resto della UE, sperando oltretutto che per gli ucraini vengano rivisti i meccanismi d’ingresso recentemente adottati. Se così non sarà, si andrà incontro ad un rischio tanto grave quanto grande.

Fonte

29/07/2019

Allucinazione Perversa (1990) di Adrian Lyne - Minirece


L'eredità di Amano, defunto direttore dell'AIEA, inquieta israele

di Michele Giorgio

La nomina del successore di Yukiya Amano alla direzione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è una delle variabili che potrebbero influenzare gli sviluppi della crisi legata all’accordo sul programma nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) e il confronto tra Tehran e Washington.

Non sorprende che uno dei protagonisti della crisi, Israele – che si è battuto contro il Jcpoa e ha accolto con soddisfazione la decisione di Trump di uscire dall’accordo e di approvare sanzioni contro le esportazioni iraniane di petrolio – stia analizzando con attenzione vita, carriera e posizioni di coloro che dovrebbero prendere il posto di Amano. Il governo Netanyahu auspica, e con ogni probabilità sta già facendo, pressioni per ottenere che il vertice dell’Aiea si mostri più duro nei confronti dell’Iran.

Yukiya Amano è stato un convinto sostenitore dell’intesa del 2015 messa a dura prova dal ritiro unilaterale degli Usa. Nato nel 1947, il diplomatico giapponese era un prodotto della generazione traumatizzata dalla distruzione con le bombe atomiche Usa di Hiroshima e Nagasaki.

Quello spettro lo aveva spinto per tutta la vita a lavorare per il disarmo atomico e a trovare attraverso la diplomazia le migliori soluzioni politiche. «Se hai intenzione di litigare con un Paese che forse pensa di costruire armi nucleari, è meglio non farlo sentire in un angolo», ha dichiarato in una intervista del 2016. Per questo l’Iran, che pure non ha avuto rapporti semplici con Amano e talvolta lo ha accusato di essere nel campo americano, ha espresso dispiacere per la morte del direttore dell’Aiea.

«Mi rattrista la notizia della prematura scomparsa di Yukiya Amano, era un sostenitore convinto del Jcpoa fin dal suo inizio e ci aspettiamo che il suo successore segua lo stesso percorso», ha auspicato il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif. Anche gli Usa si sono detti dispiaciuti ma Trump e i falchi nel suo entourage hanno più volte accusato di mancanza di aggressività il diplomatico giapponese che, a loro dire, accettava facilmente le dichiarazioni dell’Iran sul suo programma nucleare.

Al momento della morte Amano era impegnato a convincere l’Iran a rimanere nel Jcpoa anche se Trump lo aveva abbandonato, provocando la crisi in atto dalle conseguenze imprevedibili. L’Aiea è quindi costretta a lavorare per una difficile successione in una fase delicata. Israele, riportava a inizio settimana il Jerusalem Post, ritiene che siano due i veri candidati alla successione.

A contendersi il comando saranno l’ambasciatore argentino all’Aiea, Rafael Grossi, e il rumeno Cornel Feruta, già capo dello staff di Amano. Feruta è considerato un sincero e accanito sostenitore dell’accordo del 2015 e se sarà eletto, aggiungeva il quotidiano di Gerusalemme, potrebbe ritrovarsi in conflitto con gli Stati Uniti e Israele.

Il rumeno nel 2016 ha dichiarato: «Penso che il Jcpoa rappresenti un vero successo dal punto di vista della verifica dei programmi nucleari». E come Amano anche Feruta ritiene che l’Iran pur avendo pensato, negli anni passati, alla possibilità di assemblare bombe atomiche, poi non sia andato oltre gli studi scientifici. Posizione in netto contrasto con quella di Tel Aviv che accusa l’Iran di volersi dotare di ordigni nucleari.

Di Rafael Grossi si sa poco. È stato e sarebbe ancora un sostenitore del Jcpoa ma di recente, partecipando a incontri e conferenze, ha fatto capire che gli sviluppi della crisi in atto avranno un impatto sulla tenuta e la validità dell’accordo siglato quattro anni fa.

Israele comunque è pessimista ed esprime forti dubbi sulla politica di controllo dell’Aiea delle centrali iraniane, al di là della linea di chi prenderà il posto di Amano. Ciò mentre, proprio Israele, continua a detenere segretamente armi atomiche e a non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare.

Fonte

Il pogrom è solo rimandato...

C’è il corpo della vittima, il colpevole ha confessato, l’arma del delitto è stata trovata. C’è pure il movente. Che è quello da cui partire per cercare di capire un certo numero di stranezze nel caso del carabiniere assassinato a Roma. Perché se le vie del Signore sono infinite e quelle del crimine sono ingarbugliate, qui ci sono almeno tre cose che non quadrano:

1. È chiaro che i due giovani americani che vengono truffati da uno spacciatore non possono chiamare i carabinieri. Cercano di cavarsela da soli prendendosela con chi gli ha indicato i pusher che li hanno poi truffati: per ritorsione gli portano via il borsello dicendogli (in americano?): se rivuoi il borsello facci riavere i 100 euro che abbiamo pagato per l’aspirina al posto della coca. Una truffa classica, come quella del mattone al posto dell’apparecchio radio. Ma la domanda è: come facevano a sapere a chi rivolgersi?

2. È meno usuale che lo spacciatore abbia chiamato i carabinieri, dopo aver organizzato la trappola dell’appuntamento con i due americani, attraverso una telefonata al proprio cellulare: da quale telefono ha chiamato?

3. È quanto meno singolare che due carabinieri vadano all’appuntamento-trappola, da soli e in borghese. Il reato non era poi così grave. Ma ammesso si ritenesse urgente agire in flagranza di reato, perché un appostamento e un intervento così improvvisato, senza appoggio?

Gli investigatori hanno agito con rapidità e sono riusciti a catturare i colpevoli e l’arma del delitto in poche ore. La cosa dimostra che la capacità investigativa delle nostre polizie è di ottimo livello. La magistratura, invece, non ha ancora finito il suo lavoro: sarà il processo a fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda dolorosa e triste, ma anche tragica e grottesca. Sappiamo quello che è successo, i giudici stanno lavorando per scoprire perché è successo.

C’è tuttavia da rilevare che non c’è alcun bisogno di caricare gli uomini e le donne delle forze dell’ordine di funzioni pretoriane di cui non si sente la necessità, come invece sembra voler fare il ministro dell’Interno che spesso interferisce a sproposito, cioè con mere intenzioni propagandistiche.

Stavolta è andato assolutamente fuori misura: ha indicato i colpevoli tra i suoi bersagli preferiti, gli immigrati; si è sostituito alla magistratura invocando pene esemplari; ha addirittura inventato i lavori forzati a vita come pena per i colpevoli. Troppa fretta? Troppi fumetti? Troppa protagonismo?

Fatto sta che c’è mancato poco a scatenare un pogrom contro gli immigrati. I social hanno amplificato gli appelli alla caccia all’uomo lanciato dai soliti mestatori a pagamento, i telegiornali hanno fatto da cassa di risonanza, qualche testata giornalistica ha invocato la forca, neanche troppo velatamente. C’è stato un episodio inquietante: un certo numero di volanti della Polizia ha fatto un carosello a sirene spiegate di fronte al comando dell’Arma a Roma, con tanto di beneplacito del Questore.

Tutto questo fa pensare male. E cioè che la disponibilità emotiva al linciaggio sia stata testata con successo. Sembrerebbe tutto pronto per il prossimo pretesto.

Fonte

Ciò che mi manca. Assenze non programmate dal Sahel

Partivo e già cominciavano a mancarmi. Neppure entrato nel nuovo aeroporto di Niamey che iniziavo a sentirne la mancanza.

Il poliziotto che mi aveva lasciato entrare nell’atrio della nuova aerostazione solo perché l’aereo che attendevo era in ritardo. Mi ha chiesto se mi ricordavo di lui e gli ho detto di sì, perché era rimasto colpito dall’orologio tascabile di quelli antichi che solo aveva visto nei film. Gli ho promesso che, se possibile, gliene avrei portato uno al ritorno.

Poi, una volta nel piano superiore, l’altro poliziotto che controllava i documenti mi ha giustamente fatto osservare che il mio permesso di soggiorno era scaduto da sette mesi. Alla mia promessa di farlo rinnovare in tempo prima del ritorno in Niger mi ha lasciato passare senza nulla chiedere in cambio.

In aereo, poi, ero accanto ad un giovane eritreo che, con altri cinquanta come lui, stavano viaggiando per la Francia, dopo aver passato otto mesi a Niamey. Evacuati dalla Libia erano rimasti in paziente attesa di un Paese che li avrebbe accolti come rifugiati per rifarsi una vita.

Seduti accanto in aereo abbiamo fatto entrambi il segno della croce prima di mangiare quanto la compagnia Air France ci ha messo a disposizione per la cena col menu a scelta. Ha preso una coca e mi ha mostrato la sua croce di legno dicendo che lui era cristiano. Al momento di separarci ha ritirato la mia borsa che si trovava nel portabagagli in alto rispetto al sedile 23 J del volo AF 0339, con destinazione Parigi Charles de Gaulle.

Mi mancava la confusione all’uscita dell’aeroporto. Le mani che insistono per prendere e poi portare i bagagli fino all’auto. In genere, giusto quando tutto sembra pronto, spunta un’altra mano per aiutare a mettere la valigia nel portabagagli. La difesa dell’occupazione passa anche da queste semplici operazioni di moltiplicazione.

E poi mancano i semafori che non funzionano, i vigili che parlano in continuazione al cellulare e poi salutano gli autisti che passano. Mi manca financo la signora sordomuta che chiede un ‘aiuto per l’amore di dio’ alla rotonda che si affaccia al Palazzetto dello Sport di Niamey. La stessa che, dimenticando di essere muta, fa le rimostranze se quanto offerto non è all’altezza delle sue aspettative. Il tutto dopo l’ordinanza che vieta la mendicanza a partire dal primo maggio di quest’anno.

Ma è passato il peggio, il grande ‘summit dei capi di stato’, che ha lasciato come eredità nuove strade, alberghi cinque stelle e l’accordo ratificato sul libero commercio per il continente africano che mai entrerà in vigore.

Mi mancano i bambini che sanno e possono ancora giocare sulle strade spingendo i copertoni delle moto fingendosi al gran premio. La gente che, non conoscendosi, saluta sulla strada e, con aria di complicità, accelera il passo se si annuncia la pioggia.

Mi mancano i dromedari che passano accanto alle macchine senza fare rumore e gli asini che, da veri signori della strada, cercano di rimanere fedeli alla corsia preferenziale a loro riservata. Mancano gli appelli alla preghiera che ritmano il tempo di ogni giorno.

Mi manca soprattutto lei. Seducente senza volerlo e onnipresente in tutte le circostanze. Protagonista indiscussa della vita sociale: la politica internazionale, l’economia e il governo attuale.

Mi manca lei, la sabbia che si corica languidamente sulle strade e passa la notte coi pochi clienti che spariscono prima dell’alba, quando arriveranno i pulitori coi giubbetti verdi a spostarla da un’altra parte. Senza fissa dimora, forte della sua debolezza, si infiltra ovunque e tutto riveste del suo manto volutamente trascurato.

Mi manca la sua precarietà, il suo senso delle proporzioni, la capacità di assunzione dei suoi limiti e la sua sconcertante umiltà. Passeranno i cieli e la terra, i cantieri che rinnovano la città, i regimi militari e le repubbliche marinare, passeranno gli eserciti e i capitani di ventura, passeranno i condottieri e i temibili pirati della nave di sabbia, passeranno le epopee, gli avventurieri e i grandi commercianti di schiavi, i predicatori e i dittatori. Passeranno tutti senza fermarsi.

Rimarrà solo lei, la sabbia, per costruire castelli senza porte.

Casarza Ligure, luglio 2019

Fonte

La danza intorno all’Iran non è per nulla immobile

Quel che accade nel Mediterraneo e in Medio Oriente ci riguarda direttamente. Ma sembra un argomento quasi tabù per il dibattito pubblico italiano, distratto dai latrati parafascisti di certi ministri. Intanto, però, i processi vanno avanti..

Eravamo abituati alla predominanza assoluta dell’imperialismo statunitense, molto visibile sul piano militare ma assai più pervasivo su quello economico-finanziario. Oggi invece sono apparsi altri attori, sia a livello globale che regionale. E l’opzione militare diventa assai più rischiosa, specie quando l’asimmetria di potenza diventa meno sbilanciata di quanto poteva essere con la Jugoslavia, l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi.

L’analisi di Guido Salerno Aletta, che qui di seguito ripubblichiamo, evidenzia diversi elementi per nulla al centro del “dibattito pubblico”, anche se difficilmente può sfuggire la loro rilevanza geostrategica.

In particolare due:
a) le piattaforme per le transazioni finanziarie (di cui gli Usa hanno ancora il quasi-monopolio, tanto da costringere Russia e Cina a prepararne delle nuove);
b) il ruolo ancora centrale del dollaro, altrettanto “sfidato” (quantomeno dall’euro).

Si comprende dunque come le sanzioni all’Iran agiscano soprattutto su questo piano, bypassando anche la frenesia israeliana che spinge per un attacco militare, mettendo in difficoltà l’Unione Europea – che ancora riconosce l’accordo firmato da Obama, insieme a Mosca e Pechino – e divaricando quindi gli interessi economici tra le due sponde dell’Atlantico.

Benvenuti nel mondo multipolare, certamente più complesso di quello “unipolare e globalizzato” dentro cui era dominante il “pensiero unico”. Chi ancora ragiona dentro quegli schemini ideologici semplificati si smarrisce presto, così come accadde a quanti non seppero prendere le misure alla fine del “mondo diviso in due”, all’inizio degli anni ‘90...

Buona lettura.

*****

Iran: crisi regionale, scontro globale

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Non sono le petroliere sequestrate, quella iraniana nello stretto di Gibilterra e per ritorsione quella britannica nello Stretto di Hormuz, a marcare una differenza sostanziale rispetto alle precedenti situazione di massima tensione nei rapporti con l’Iran. Ne abbiamo viste di tutti i colori, a partire dai 52 americani tenuti in ostaggio nella Ambasciata americana assediata a Teheran nel 1980 e poi trattenuti per 444 giorni.

Le vicende di questi ultimi mesi non riguardano tanto la nuova prova di forza degli Usa nei confronti di Teheran, con una escalation di sanzioni che ha pochi precedenti, quanto l’emersione di un conflitto globale in materia di piattaforme che consentono le transazioni finanziarie internazionali e di una distanza che sembra ormai quasi incolmabile, tra gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra, sui seguiti da dare al Trattato JCPOA del 2015, e da cui il Presidente americano Trump ha deciso unilateralmente il recesso nel 2018.

Francia, Germania e Regno Unito marciano all’unisono: nella Persia sono di casa. La Storia ha superato definitivamente la temporanea cesura dei due blocchi antagonisti, che non è durata neppure per tutta la seconda metà del Novecento. L’Unione europea è un soggetto politico, in quanto sempre più sottende la convergenza di alcuni specifici interessi nazionali.

La prossima riunione della JCPOA Joint Commission, che si terrà a Vienna il prossimo 28 luglio, sarà presieduta da Federica Mogherini, nella sua qualità di Alto Rappresentante europeo per la politica estera. Si terrà secondo il formato E3+2, sigla che mette insieme da una parte i tre Paesi europei che ne fanno parte (Francia, Gran Bretagna e Germania) e dall’altra Cina e Russia.

Messa così, sarebbe l’America di Trump ad essere rimasta isolata dal resto del mondo sulla questione iraniana. In realtà, sta dimostrando ancora quasi intatta la capacità di dominare il mondo globalizzato attraverso il controllo delle transazioni finanziarie, che passano sul sistema SWIFT, ed attraverso la estensione automatica delle sanzioni ai Paesi terzi che non si adeguano alle sue decisioni, escludendoli a loro volta dalla possibilità di continuare ad avere relazioni commerciali e finanziarie con gli Usa. Nessuno si può permettere tanto.

Il primo nodo riguarda la realizzazione di piattaforme alternative per le transazioni commerciali internazionali: mentre l’Ue sta cercando di allentarlo, parzialmente e limitatamente alla questione iraniana, Cina e Russia hanno deciso di reciderlo nettamente, già da tempo, non solo nell’ambito dei rapporti bilaterali ma in prospettiva anche nell’ambito del Gruppo BRICS.

Il secondo nodo riguarda l’uso nelle transazioni di una moneta alternativa al dollaro. Anche l’uso della valuta americana può arrivare ad essere inibito: chi detiene dollari ne ha il possesso e la disponibilità, ma essi rimangono sempre di proprietà del governo americano. L’Europa ha a disposizione l’euro, una alternativa valida e credibile al dollaro. Per lo yuan, invece, il cammino per farne una moneta di riferimento per le transazioni internazionali sarà ancora lungo.

Le sanzioni comminate dagli Usa nei confronti dell’Iran sono dunque molto più aspre che in passato, in quanto non riguardano più solo l’embargo petrolifero, ma il divieto di ogni transazione finanziaria internazionale, che si estende anche ai Paesi terzi che intrattengono rapporti con Teheran.

Le reazioni ci sono state, ma non sono all’altezza della sfida americana: dal 29 giugno, per cercare di aggirare questa sanzione che impedirebbe anche ai Paesi aderenti alla UE di continuare a commerciare con Teheran, la componente europea del Gruppo E3+2 ha annunciato la adozione di una apposita piattaforma, INSTEX, che consente gli scambi con l’Iran utilizzando come moneta di rifermento l’euro.

Per non incappare nella estensione delle sanzioni americane in materia di transazioni finanziarie, si è deciso però di farne una piattaforma che consente solo lo scambio di merci contro merci. Poiché se ne esclude il petrolio, per via dell’accettazione da parte europea di questo embargo americano, l’Iran ha ben poco da offrire come export. Ed, infatti, Teheran ritiene questo strumento assolutamente insufficiente perché non comprende il petrolio, anzi lo esclude.

Secondo l’Ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, INSTEX “da solo non è assolutamente in grado di rappresentare quel salto di qualità o di rispondere alle esigenze iraniane, che Teheran pone per poter normalizzare la situazione”. In ogni caso, rappresenta “uno strumento che ha delle potenzialità ma che non è risolutivo”.

Il sostanziale silenzio americano sul piano militare, nonostante le provocazioni in atto, dimostra la impraticabilità di un intervento armato. Meglio strangolare economicamente il regime di Teheran, per farlo scendere a patti sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, che potrebbe servire alla realizzazione di armi atomiche, piuttosto che ripetere le esperienze dell’invasione dell’Iraq. Anche allora, Saddam Hussein era stato accusato dagli Usa di detenere “armi di distruzione di massa”: si tratta, ancora una volta, della sicurezza di Israele.

Al riguardo, il Premier Benjamin Netanyahu, è stato durissimo, commentando la decisione assunta a Bruxelles dai Ministri degli esteri dell’Unione il 15 luglio scorso, secondo cui il recente annuncio iraniano di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio al di là della soglia massima prevista dal Trattato non è poi di entità così grave da giustificare un recesso dei tre Paesi (Francia, Germania e Regno Unito) dal Trattato medesimo.

Paragonando la pavidità europea attuale verso il riarmo iraniano a quella che caratterizzò la Conferenza di Monaco nel ’38 che spianò la strada al Nazismo, ha affermato che l’Unione europea potrebbe non accorgersi della minaccia dell’Iran “fino a quando i missili nucleari iraniani non cadranno sul suolo”.

La strategia americana sembra funzionare: il presidente iraniano Hassan Rohani, parlando in una riunione del suo gabinetto, appena martedì scorso ha affermato che “ci sono Paesi che stanno mediando tra l’Iran e le altre parti, scambi di contatti e di lettere, così che tutti sappiano che l’Iran non perderà l’opportunità di colloqui giusti e legali per risolvere i problemi. Ma non ci siederemo al tavolo della capitolazione in nome dei negoziati”. Se ci sarà una tregua nella “guerra economica” all’Iran costituita dalle sanzioni Usa, “si potrà preparare il terreno per negoziati che raggiungano una conclusione”. D’altra parte, secondo Rohani, non c’è solo Israele a tirare le fila della strategia americana, ma anche gli avversari regionali della Repubblica islamica, tra cui l’Arabia Saudita.

E l’Italia, che fa? Gioca di sponda e guarda alla Libia. Nonostante le ruvidità delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, compromesse dopo l’assassinio del giovane Regeni di cui ancora non si conosce la vera matrice, mantiene buone relazioni sul piano economico e soprattutto nel settore petrolifero: si insinua tra i sostenitori del generale Khalifa Haftar, la cui marcia verso Tripoli, annunciata con grande clamore, si è dimostrata un fiasco.

Approfitta poi dell’indebolimento oggettivo della Turchia, sia sul piano economico che delle relazioni con Washington, pesantemente compromesse dalla decisione di Ankara di acquistare il sistema contraereo S400 dalla Russia, che le è già valsa l'esclusione dal programma di approvvigionamento dei caccia F35. La strategia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan, che puntava ad una presenza anche in Libia, oltre che ad una spartizione della Siria, ha subito un duplice colpo di arresto. Il Presidente della Turchia, che aveva lasciato anzitempo la Conferenza di Palermo, piccato per essere stato escluso dal tavolo ristretto delle trattative sul futuro della Libia, è in forte difficoltà.

Anche l’Arabia Saudita non è nelle migliori condizioni, non solo per via delle disavventure in cui è incorso il principe Mohammad bin Salman, quanto per la endemica riduzione delle entrate petrolifere del Regno che non gli consente di finanziare gli interventi all’estero con l'ampiezza del passato.

L’Italia, preferendo consolidare le relazioni politiche e petrolifere con il Qatar, rispetto a quelle con gli Emirati Arabi Uniti che in Libia sostengono finanziariamente il generale Khalifa Haftar, ha fatto una scelta di campo che va a sostenere indirettamente il Premier libico al-Sarraj: costui conta infatti sull’aiuto delle milizie di Misurata, che a loro volta beneficiano del supporto qatarino.

Al generale Haftar è rimasto solo il sostegno francese, ma anche questo è stato compromesso, almeno sul piano mediatico, dal rinvenimento in una base del generale, nella città di Gharian, di quattro missili anticarro “Javelin” di costruzione americana, che erano stati venduti alla Francia con il divieto di ulteriore cessione. La Difesa francese ha precisato che i missili erano stata forniti in dotazione per autodifesa alle forze francesi in Libia “schierate a scopi di intelligence antiterrorismo”. Quelli rinvenuti, poi, erano “danneggiati e fuori uso”, temporaneamente immagazzinati per la distruzione, e comunque “non sono stati trasferiti alle forze locali”, intendendo i ribelli filo-Haftar.

È una zeppa, di cui ha dato notizia il New York Times sulla base di informazioni fornite dal Dipartimento della Difesa statunitense, che la dice lunga sulla distanza tra i due Presidenti, Donald Trump ed Emmanuel Macron.

La partita a scacchi continua, e non riguarda solo l’Iran.

Fonte