Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2014
Safa, vittima del Far West afghano
Quella di Safa Ahmad è una storia di povertà e morte. Come altre mille e mille in Afghanistan, Paese che vede la terza generazione soffocata dai conflitti. Ma accanto alla scia di sangue Safa lascia un presidio di sogno e riscatto, spezzati purtroppo da ex miliziani trasformati in vagabondi, volto oscuro d’una nazione dove la quotidianità è soffocata dalla violenza degli occupanti occidentali e dei sempiterni Signori della guerra. Polvere e soprusi vagano nell’aria della capitale e dei villaggi dove bambini, donne, anziani pagano le conseguenze più dolorose. Safa è stato ucciso per una lite di strada, che pur nei suoi giovani diciassette anni cercava d’evitare, perché chi in quei luoghi nasce povero (la quasi totalità dei 32 milioni di abitanti) ha ben altri problemi da risolvere che sprecare inutili energie in sciocchi contenziosi. Non quando s’incrociano criminali matricolati come Raqib, l’assassino, non privo di passato politico. Lui era stato uno dei comandanti della Shura-e Nezar, organismo paramilitare guidato da Shah Massud, Signore della guerra considerato eroe nazionale. Da questo passato Raqib ereditava il sopruso con cui s’era impossessato dei terreni di taluni paesani che, a causa di bombardamenti (negli ultimi tredici anni della Nato), s’erano stabiliti nei dintorni di Kabul. Aveva proseguito con le proprie infamie, aumentandole in occasione del reclutamento di suoi due fratelli nella polizia di frontiera grazie al programma governativo di “disarmo, smobilitazione, rintegrazione”.
Safa, originario d’un villaggio della provincia di Parwan, ha finito i suoi giorni crivellato dai proiettili del kalashnikov imbracciato da questo soggetto e fornitogli da uomini politici. Il ragazzo era stato fermato mentre insieme al padre accompagnava la mamma all’ospedale, percorrendo la strada che unisce alcuni villaggi a quella principale del distretto. Una via costruita col Programma di solidarietà nazionale. Lì, come faceva da tempo con tutti gli abitanti, il teppista voleva impedire il percorso. Alle rimostranze dell’anziano, che sosteneva la necessità e l’urgenza del tragitto, Raqib sparava. Lo feriva gravemente procurandogli il decesso dopo una ventina di giorni. L’assassino fuggiva e tuttora trova rifugio dai Warlods di Parwan, zona dove alla vigilia del risultato elettorale il team di Abdullah ha fatto distribuire dalle 30 alle 50.000 armi a malviventi e balordi. Lo scandalo è venuto a galla e lo stesso governatore della provincia non ha potuto negare l’avvenuta militarizzazione privata della zona, senza che magistrati, polizia ed esercito prendessero provvedimenti. Di Safa gli amici raccontano che veniva da una famiglia di agricoltori della Shamili vally, intenta a coltivare un paio d’ettari di terra. Era ancora bimbo quando ha aperto gli occhi sulla brutalità che la gente del villaggio subiva a opera dei Taliban. Il bambino, assieme a un fratello maggiore, contribuiva al sostentamento familiare vendendo il bolani, tradizionale pane afghano ricoperto di verdure.
Caduto il regime dei turbanti gli Ahmad tornarono nel villaggio, sperando di riprendere un’esistenza minima ma dignitosa. Trovarono rovine, campi dissestati e molte difficoltà nel riavviare la coltivazione agricola. Fu quello il periodo in cui l’adolescente Safa incrociò l’attività del Solidarity Party e iniziò a leggere opuscoli dell’organizzazione democratica. Nonostante le difficoltà economiche si riavvicinò agli studi, mentre un’innata sensibilità e il passato di sofferenze lo aprirono ai problemi sociali facendogli acquistare coscienza politica. Quest’ultima si consolidava con incontri, dibattiti e gesti di sostegno che gli attivisti rivolgevano a uomini e donne di città e campagna. Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un ragazzo intelligente e ingegnoso. Tempo addietro aveva proposto una rappresentativa provinciale del partito volta a preparare temi e letture che venivano affrontati in villaggi, scuole, moschee per sensibilizzare la popolazione. In una delle stanze di casa aveva creato una piccola biblioteca e offriva ad altri coetanei l’opportunità d’incrociare alfabetizzazione e idee. Per l’impegno che metteva anche nei momenti pubblici delle manifestazioni svolte alla luce del sole che, nel violento panorama afghano, espongono i militanti democratici alle ritorsioni fondamentaliste, Safa s’era guadagnato un ruolo di spicco fra i coetanei. I suoi compagni e i vertici di Hambastagi ne ricordano altruismo e coraggio, ma soprattutto la voglia di costruire un Afghanistan totalmente diverso da quello che l’ha assassinato.
Fonte
Safa, originario d’un villaggio della provincia di Parwan, ha finito i suoi giorni crivellato dai proiettili del kalashnikov imbracciato da questo soggetto e fornitogli da uomini politici. Il ragazzo era stato fermato mentre insieme al padre accompagnava la mamma all’ospedale, percorrendo la strada che unisce alcuni villaggi a quella principale del distretto. Una via costruita col Programma di solidarietà nazionale. Lì, come faceva da tempo con tutti gli abitanti, il teppista voleva impedire il percorso. Alle rimostranze dell’anziano, che sosteneva la necessità e l’urgenza del tragitto, Raqib sparava. Lo feriva gravemente procurandogli il decesso dopo una ventina di giorni. L’assassino fuggiva e tuttora trova rifugio dai Warlods di Parwan, zona dove alla vigilia del risultato elettorale il team di Abdullah ha fatto distribuire dalle 30 alle 50.000 armi a malviventi e balordi. Lo scandalo è venuto a galla e lo stesso governatore della provincia non ha potuto negare l’avvenuta militarizzazione privata della zona, senza che magistrati, polizia ed esercito prendessero provvedimenti. Di Safa gli amici raccontano che veniva da una famiglia di agricoltori della Shamili vally, intenta a coltivare un paio d’ettari di terra. Era ancora bimbo quando ha aperto gli occhi sulla brutalità che la gente del villaggio subiva a opera dei Taliban. Il bambino, assieme a un fratello maggiore, contribuiva al sostentamento familiare vendendo il bolani, tradizionale pane afghano ricoperto di verdure.
Caduto il regime dei turbanti gli Ahmad tornarono nel villaggio, sperando di riprendere un’esistenza minima ma dignitosa. Trovarono rovine, campi dissestati e molte difficoltà nel riavviare la coltivazione agricola. Fu quello il periodo in cui l’adolescente Safa incrociò l’attività del Solidarity Party e iniziò a leggere opuscoli dell’organizzazione democratica. Nonostante le difficoltà economiche si riavvicinò agli studi, mentre un’innata sensibilità e il passato di sofferenze lo aprirono ai problemi sociali facendogli acquistare coscienza politica. Quest’ultima si consolidava con incontri, dibattiti e gesti di sostegno che gli attivisti rivolgevano a uomini e donne di città e campagna. Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un ragazzo intelligente e ingegnoso. Tempo addietro aveva proposto una rappresentativa provinciale del partito volta a preparare temi e letture che venivano affrontati in villaggi, scuole, moschee per sensibilizzare la popolazione. In una delle stanze di casa aveva creato una piccola biblioteca e offriva ad altri coetanei l’opportunità d’incrociare alfabetizzazione e idee. Per l’impegno che metteva anche nei momenti pubblici delle manifestazioni svolte alla luce del sole che, nel violento panorama afghano, espongono i militanti democratici alle ritorsioni fondamentaliste, Safa s’era guadagnato un ruolo di spicco fra i coetanei. I suoi compagni e i vertici di Hambastagi ne ricordano altruismo e coraggio, ma soprattutto la voglia di costruire un Afghanistan totalmente diverso da quello che l’ha assassinato.
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Petromonarchie divise, Qatar contro tutti
Chi pensa che le petromonarchie arabe costituiscono un blocco unico e granitico sbaglia, e di molto. Da tempo ormai la spaccatura tra Qatar da una parte e Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein dall'altra sembra approfondirsi, nonostante il tentativo di regolare i contenziosi tramite il recente Accordo di Riad. Il rapporto che sta ultimando l'Arabia Saudita e che sarà presentato oggi al vertice di Gedda, anziché suggellare l'accordo raggiunto lo scorso aprile, potrebbe invece "esacerbare la situazione" come ha constatato nei giorni scorsi una fonte saudita al quotidiano Al-Ray del Kuwait, emirato che in questi mesi ha tentato di assumere un ruolo di mediazione.
Gli attriti tra le quattro monarchie feudali della penisola arabica si erano già intensificati lo scorso anno quando il Qatar è stato accusato di interferire pesantemente nelle questioni interne degli altri paesi, oltre che essere troppo estremista nel finanziare gruppi jihadisti e leader religiosi schierati spesso contro gli interessi e le decisioni di Riad e soci.
La spaccatura tra i quattro Paesi si era consumata in particolare sull'Egitto, con il Qatar che appoggiava i Fratelli Musulmani e il presidente Morsi mentre le altre tre petromonarchie sostenevano i militari. La frattura si è allargata quando Doha ha accresciuto il proprio sostegno anche alle forze jihadiste attive nel conflitto siriano e in Iraq.
Si era tentata la via diplomatica e un primo accordo mirante a far allineare il Qatar alle politiche regionali era stato raggiunto nel novembre dello scorso anno, ma poi già a marzo Arabia Saudita, Emirati e Barhein hanno formalmente ritirato i propri ambasciatori da Doha. Mossa inedita per gravità e pubblicità dalla fondazione del blocco del Golfo, nel 1981. Un nuovo accordo raggiunto il mese successivo vedeva i primi passi dell'annunciato impegno del Qatar ad abbassare i toni delle sua emittente satellitare Al Jazeera, considerata a ragione un potente strumento di ingerenza negli affari interni degli altri paesi del mondo arabo.
Il piccolo ma sempre più influente emirato ha accresciuto il proprio potere sfruttando le conseguenze delle cosiddette primavere arabe, orientandole verso i propri interessi e verso soluzioni islamiste radicali grazie ad Al Jazeera. Nel frattempo Doha si è trasformato rapidamente nel protettore della Fratellanza Musulmana dall’Egitto fino ad Hamas in Palestina, dal Fronte Islamico in Giordania fino ai Fratelli Musulmani siriani impegnati contro il governo. Spiega Maurizio Molinari in un recente articolo pubblicato su La Stampa: “Il Qatar è così divenuto il punto di riferimento dei gruppi ribelli sunniti che, in più Paesi, si battono contro despoti e monarchi. È tale posizione che ha portato Doha a diventare la capitale che - assieme a Kuwait City - ospita le maggiori raccolte di fondi anche a favore dello Stato Islamico (Isis) del «Califfo Ibrahim» Abu Bakr Al Baghdadi. Al tempo stesso il Qatar vanta una politica estera di alto profilo con gli Stati Uniti - ospitando il comando delle truppe Usa in Medio Oriente - e con la Cina a cui ha iniziato questo mese a vendere gas liquido sulla base di un contratto che prevede 2 milioni di tonnellate di forniture annue”.
Al contrario Riad, che pure sostiene varie organizzazioni e gruppi fondamentalisti sunniti e anche della galassia jihadista, formalmente ha siglato un patto di ferro con il regime egiziano che lega anche tutti gli altri paesi arabi sunniti che si oppongono tanto alla «Mezzaluna sciita» guidata dall’Iran che alla galassia islamista sostenuta dal Qatar. Spiega ancora Molinari: “Il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Abdullah possono contare anzitutto sugli Emirati del Golfo - Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman - assieme allo Yemen e, in Nord Africa, ad Algeria e Marocco. È uno schieramento di capitali accomunate dal timore dell’egemonia di un Iran nucleare sul Golfo Persico e dalla paura per sommovimenti interni guidati da gruppi come Isis, Jubat Al Nusra e le milizie jihadiste libiche. All’interno della Lega Araba sono posizioni di maggioranza, che si articolano in politiche differenti. Nei confronti dei gruppi jihadisti, come i Fratelli Musulmani, la scelta del Cairo e di Riad è la più dura repressione mentre per fronteggiare l’Iran nucleare l’unica carta a disposizione ce l’hanno i sauditi, grazie alle armi atomiche che - secondo la tv Bbc - avrebbero già «acquistato» negli arsenali pachistani”.
E’ in questo quadro che l’Egitto di Al Sisi, secondo il giornale saudita Al-Watan, starebbe discutendo con altri Paesi arabi la possibilità di «intervenire in Siria per sostenere i gruppi ribelli anti-Assad spingendoli anche a combattere l’Isis».
Fonte
Interessante notare che la soluzione egiziana al problema ISIL in Siria si sovrappone perfettamente ai (possibili) piani americani, sicuramente forieri di un'ulteriore complicazione della situazione sul campo, trattandosi di un maldestro tentativo di correggere una politica che, per smettere di far danni, andrebbe sconfessata completamente.
Gli attriti tra le quattro monarchie feudali della penisola arabica si erano già intensificati lo scorso anno quando il Qatar è stato accusato di interferire pesantemente nelle questioni interne degli altri paesi, oltre che essere troppo estremista nel finanziare gruppi jihadisti e leader religiosi schierati spesso contro gli interessi e le decisioni di Riad e soci.
La spaccatura tra i quattro Paesi si era consumata in particolare sull'Egitto, con il Qatar che appoggiava i Fratelli Musulmani e il presidente Morsi mentre le altre tre petromonarchie sostenevano i militari. La frattura si è allargata quando Doha ha accresciuto il proprio sostegno anche alle forze jihadiste attive nel conflitto siriano e in Iraq.
Si era tentata la via diplomatica e un primo accordo mirante a far allineare il Qatar alle politiche regionali era stato raggiunto nel novembre dello scorso anno, ma poi già a marzo Arabia Saudita, Emirati e Barhein hanno formalmente ritirato i propri ambasciatori da Doha. Mossa inedita per gravità e pubblicità dalla fondazione del blocco del Golfo, nel 1981. Un nuovo accordo raggiunto il mese successivo vedeva i primi passi dell'annunciato impegno del Qatar ad abbassare i toni delle sua emittente satellitare Al Jazeera, considerata a ragione un potente strumento di ingerenza negli affari interni degli altri paesi del mondo arabo.
Il piccolo ma sempre più influente emirato ha accresciuto il proprio potere sfruttando le conseguenze delle cosiddette primavere arabe, orientandole verso i propri interessi e verso soluzioni islamiste radicali grazie ad Al Jazeera. Nel frattempo Doha si è trasformato rapidamente nel protettore della Fratellanza Musulmana dall’Egitto fino ad Hamas in Palestina, dal Fronte Islamico in Giordania fino ai Fratelli Musulmani siriani impegnati contro il governo. Spiega Maurizio Molinari in un recente articolo pubblicato su La Stampa: “Il Qatar è così divenuto il punto di riferimento dei gruppi ribelli sunniti che, in più Paesi, si battono contro despoti e monarchi. È tale posizione che ha portato Doha a diventare la capitale che - assieme a Kuwait City - ospita le maggiori raccolte di fondi anche a favore dello Stato Islamico (Isis) del «Califfo Ibrahim» Abu Bakr Al Baghdadi. Al tempo stesso il Qatar vanta una politica estera di alto profilo con gli Stati Uniti - ospitando il comando delle truppe Usa in Medio Oriente - e con la Cina a cui ha iniziato questo mese a vendere gas liquido sulla base di un contratto che prevede 2 milioni di tonnellate di forniture annue”.
Al contrario Riad, che pure sostiene varie organizzazioni e gruppi fondamentalisti sunniti e anche della galassia jihadista, formalmente ha siglato un patto di ferro con il regime egiziano che lega anche tutti gli altri paesi arabi sunniti che si oppongono tanto alla «Mezzaluna sciita» guidata dall’Iran che alla galassia islamista sostenuta dal Qatar. Spiega ancora Molinari: “Il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Abdullah possono contare anzitutto sugli Emirati del Golfo - Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman - assieme allo Yemen e, in Nord Africa, ad Algeria e Marocco. È uno schieramento di capitali accomunate dal timore dell’egemonia di un Iran nucleare sul Golfo Persico e dalla paura per sommovimenti interni guidati da gruppi come Isis, Jubat Al Nusra e le milizie jihadiste libiche. All’interno della Lega Araba sono posizioni di maggioranza, che si articolano in politiche differenti. Nei confronti dei gruppi jihadisti, come i Fratelli Musulmani, la scelta del Cairo e di Riad è la più dura repressione mentre per fronteggiare l’Iran nucleare l’unica carta a disposizione ce l’hanno i sauditi, grazie alle armi atomiche che - secondo la tv Bbc - avrebbero già «acquistato» negli arsenali pachistani”.
E’ in questo quadro che l’Egitto di Al Sisi, secondo il giornale saudita Al-Watan, starebbe discutendo con altri Paesi arabi la possibilità di «intervenire in Siria per sostenere i gruppi ribelli anti-Assad spingendoli anche a combattere l’Isis».
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Interessante notare che la soluzione egiziana al problema ISIL in Siria si sovrappone perfettamente ai (possibili) piani americani, sicuramente forieri di un'ulteriore complicazione della situazione sul campo, trattandosi di un maldestro tentativo di correggere una politica che, per smettere di far danni, andrebbe sconfessata completamente.
Renzi più democristiano: da "cambiare verso" a "passo dopo passo"
All'improvviso Renzi s'ammoscia... Partito come un razzo per stupire il mondo "in 100 giorni", arrivato quasi al 200esimo riformula l'obiettivo a 1.000 giorni. E contestualmente autorottama il vecchio tormentone ("cambiare verso", tutto giocato sull'ottimismo e la velocità), adottando un più democristiano "passo dopo passo". Del resto più adatto alla sua formazione da massone toscano vicino alla finanza cattolica...
Finita la "rivoluzione conservatrice"? Sul piano della "scossa all'economia" certamente sì. Le misure varate dal consiglio dei ministri di ieri sono poco più che acqua fresca. Le "grandi opere" da sbloccare sono scese (fortunatamente, secondo molti, noi compresi) da un numero faraonico di fantastiliardi a soli 3,89 (per l'alta velocità Napoli-Bari e il completamento della Palermo-Catania-Messina, peraltro "riciclando" fondi da altre "grandi opere" rimesse in cantina). Il "Fondo di coesione europeo" - da qui al 2020 - dovrebbe portare altre risorse, ma meglio non quantificarle, per ora, in modo da evitare altre figuracce.
Sempre nel settore edilizia, via libera alle ristrutturazioni domestiche - quindi anche agli abusi - abolendo ogni controllo da parte dei comuni. Basterà una semplice comunicazione e vai col mattone. Difficile però credere che con i chiari di luna presenti molta gente si butterà a ristrutturare casa soltanto perché non deve più passare in Comune per il permesso...
Stop. Di politica industriale non si parla in nessuno dei 50 commi del nuovo decreto. Solo edilizia (quella finanziata dallo Stato, ovvero opere pubbliche, oppure il solito fate-come-vi-pare di berlusconiana memoria). Nessuna parola su investimenti che possano rimettere in moto energie congelate (gli imprenditori italici preferiscono da tempo la delocalizzazione e la speculazione finanziaria, evitando le incertezze e i tempi lunghi della produzione reale), men che meno sui consumi (e dopo l'impatto zero registrato dagli 80 euro non è più il caso di giocare con le furbate...).
La risorsa della "banda larga" dovrà accontentarsi di alcuni miserabili incentivi, anziché della cablatura dell'intero paese (altro che far nozze con i fichi secchi...). La Cassa depositi e prestiti viene gradualmente trasformata in una sorta di "banca pubblica" (ma che non si sappia nell'Unione Europea...) per garantire i prestiti bancari alle imprese.
Tra le sparizioni improvvise merita una segnalazione il capitolo sulle "partecipate", che aveva dominato le anticipazioni della vigilia e rispondeva alle proposte di mister Forbici, alias Carlo Cottarelli, commissario alla spending review. Si capisce, tra le righe, che ci sono troppi interessi locali da salvaguardare e ancora non ben compensati; quindi il tema ha subito un rinvio.
Così come l'annunciatissima "rivoluzione nel sistema degli appalti", con l'introduzione di "standard di livello europeo". Con gli appalti - e i berlusconiani di governo e d'opposizione - non si scherza. Quindi rinvio.
Unica novità parzialmente "positiva", in tempi di licenziamenti di massa, è il rafforzamento del fondo per la Cassa integrazione in deroga, che guadagna altri 760 milioni. Ma serviranno a tamponare, non a ricostruire occupazione.
Anche sull'altro dossier - la giustizia - i rinvii prevalgono sulle cose decise. Il capitolo economicamente più importante è ancora un annuncio: "dimezzamento delle cause civili". Qui pesa il condizionamento dei berlusconiani, che accetteranno di far passare in Parlamento le norme sul processo civile solo se ci sarà un serio blocco delle intercettazioni in quello penale.
Per far capire il margine di mediazione cercato con "il delinquente condannato in via definitiva", Renzi ha fatto inserire la rivalsa finanziaria dello Stato verso il "magistrato che sbaglia". Ancora poco per placare gli appetiti di politici, amministratori e corruttori desiderosi della massima impunità, ma un passo deciso in direzione della limitazione dei poteri della magistratura (quindi del "terzo potere" nello schema delle democrazie liberali).
Il cambio di passo - dal galoppo al trotto - non è sfuggito ai grandi media confindustriali. Che a questo punto chiedono di mettere subito in forno il terribile "jobs act", che dovrebbe azzerare ogni regolamentazione del mercato del lavoro, i diritti sindacali dei singoli e delle organizzazioni, mettendo ogni singolo lavoratore nelle mani della volontà del "datore di lavoro".
I fallimenti sul piano del rilancio dell'economia - difficile anche se l'Unione Europea dovesse decidere di muovere qualche passo in direzione di investimenti comunitari - si tradurrà insomma nella necessità, per l'attuale "governo", di accelerare la riforma costituzionale e della legge elettorale. Successi reazionari a costo zero, se ci dovesse riuscire. Forse sarebbe il caso di impedirglielo, no?
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L'Ecuador chiude metà delle sue basi militari
L’Ecuador smantellerà circa la metà delle sue basi militari per trasformarle in parchi, progetti immobiliari, ospedali, aree turistiche e scuole: è quanto prevede un processo di riforma e modernizzazione che coinvolge le Forze armate deciso dal governo di Quito.
Più in dettaglio, il ministro della Difesa María Fernanda Espinosa, ha annunciato che 264 installazioni militari – delle 561 presenti sul territorio nazionale – saranno chiuse. Di pari passo si procederà all’accorpamento di diverse unità per ridurre le spese e l'occupazione di territorio.
Sarà la compagnia Inmobiliar, incaricata dei lavori per la pubblica amministrazione, a stabilire che destinazione d’uso avranno le vecchie basi a seconda delle necessità. Si sa già che a subire una radicale trasformazione sarà, fra le altre, la base di Eplicachima, nel quadrante nord della capitale, dove sarà costruito un edificio che ospiterà la nuova sede dell’esecutivo e alcuni ministeri.
Il capo del Comando congiunto delle forze armate, il colonnello Luis Garzón, ha precisato all’agenzia ufficiale Andes che le infrastrutture militari al confine settentrionale dell’Ecuador con la Colombia “non saranno toccate”. Nell’area mantengono la presenza diversi gruppi armati ed elementi del contrabbando e del narcotraffico internazionale. E da quella direzione sono venute in questi anni numerose provocazioni da parte dei gruppi paramilitari di estrema destra legati a Washington e Bogotà.
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ISIS - Gli ex “sponsor” Turchia e Arabia Saudita ora hanno paura
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
L’Isis spaventa l’intero mondo arabo e quei regimi che in passato hanno permesso la fioritura dei gruppi islamisti sunniti nella regione ora tremano. Ne abbiamo parlato con l’analista palestinese Mouin Rabbani, codirettore del think tank Jadaliyya e membro dell’Institute for Palestine studies.
I paesi del Golfo sono accusati di aver finanziato e armato i gruppi jihadisti, permettendone l’avanzata in Iraq e Siria, per indebolire i governi sciiti di Siria e Iraq.
È difficile provare senza ombra di dubbio tale collegamento, ma certo è che il Golfo dal 2003 ha sia sostenuto l’invasione Usa dell’Iraq, fornendo basi militari e supporto logistico, sia ostacolato politicamente il nuovo regime sciita di Baghdad. Saddam Huissein è sempre stato una barriera all’influenza iraniana e con la sua caduta Teheran ha fatto di Baghdad un suo satellite. Nell’ultimo decennio gran parte dei miliziani dei gruppi radicali sono arrivati dal Golfo: seppure manchino prove del reclutamento di jihadisti da parte di Riyadh o Doha, sicuramente non sono stati fermati. Le petromonarchie non avevano interesse ad arginare il fenomeno. Più chiaro è il loro ruolo in Siria: ogni governo ha apertamente sostenuto alcuni gruppi di opposizione, quelli che erano in grado di controllare meglio o quelli che ritenevano più efficaci. Lo scopo era rendere le opposizioni ben organizzate e sempre più radicali.
Oggi cosa è cambiato?
Il Golfo è stato il primo sponsor di questi gruppi nel tentativo di far fruttare i propri interessi nella regione e indirizzare le energie estremiste fuori dai propri confini. Ora il timore è che possano tornare indietro. In Arabia Saudita succede già: una forte ondata di attacchi, portata avanti da miliziani islamisti tornati in patria. Quello che oggi preoccupa le petromonarchie è la trasformazione dell’Isis da gruppo minoritario a forza che controlla significativi territori in ben due paesi. A ciò si aggiunge la pressione Usa su Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Emirati, perché interrompano il sostegno ai gruppi islamisti.
La Turchia ha permesso il passaggio di armi e uomini in Siria per rifornire le opposizioni anti-Assad, ma oggi teme un capovolgimento di fronte dopo che l’Isis ha preso di mira anche i kurdi.
Ankara ha sostenuto attivamente i gruppi anti-Assad, armandoli e garantendo loro appoggio logistico, nella convinzione che in pochi mesi avrebbero fatto cadere il regime alawita. Non ha prestato attenzione a chi dava armi e denaro, nell’idea che il conflitto non sarebbe durato così a lungo da far crescere questi gruppi. L’idea era di usarli come piede di porco per scardinare il regime di Assad, assumere il ruolo di guida del Medio Oriente, influenzare il prossimo governo siriano e quindi isolarli. Ma Assad si è mostrato molto più resiliente del previsto e anche la Turchia è costretta a rivedere la propria strategia. Ankara è un elemento chiave dell’equazione: il confine turco-siriano è uno dei principali fattori di rafforzamento degli islamisti e infatti in questi mesi l’attività dell’intelligence turca alla frontiera è molto aumentata.
Tra le fonti di guadagno dell’Isis c’è il contrabbando di greggio, alcuni rapporti dicono che tra gli acquirenti c’è Damasco. È possibile che la famiglia Assad, da decenni impegnata nella repressione dei movimenti islamisti, oggi faccia affari con loro?
Se lo fa è solo per coprire il gap dovuto all’embargo imposto dall’Occidente. Assad non ha sostenuto o avuto contatti con lo Stato Islamico, ma lo ha usato per dimostrare che aveva ragione. Quando il conflitto è scoppiato, Damasco lo ha definito una cospirazione regionale. Quando a farsi avanti sono stati gruppi radicali, il governo li ha mostrati come lo strumento di quella cospirazione terroristica regionale e li ha usati per far perdere sostegno popolare a tutte le opposizioni.
Veniamo a Gaza. L’attacco israeliano ha mostrato come Hamas sia isolato dal resto del mondo arabo, eccezion fatta per Qatar e Turchia. Su cosa si fonda questo asse Egitto-Arabia Saudita?
Dal 2006, quando Hamas vinse le elezioni, la questione palestinese è divenuta elemento di divisione del mondo arabo, teatro del conflitto regionale, un conflitto per procura tra chi appoggia una fazione e chi ne appoggia un’altra. A questo si aggiunge il sostegno politico e militare dell’Iran al movimento palestinese. Di nuovo a dettare alleanze e equilibri è lo scontro Arabia Saudita-Iran. Per quanto riguarda l’Egitto, dopo il golpe militare del 2013, il Cairo ha indicato nei gruppi stranieri i responsabili dei propri problemi, Hamas in primis perché membro dei Fratelli Musulmani. Questo ha creato negli anni una strana alleanza tra i regimi conservatori arabi e Israele.
Fonte
L’Isis spaventa l’intero mondo arabo e quei regimi che in passato hanno permesso la fioritura dei gruppi islamisti sunniti nella regione ora tremano. Ne abbiamo parlato con l’analista palestinese Mouin Rabbani, codirettore del think tank Jadaliyya e membro dell’Institute for Palestine studies.
I paesi del Golfo sono accusati di aver finanziato e armato i gruppi jihadisti, permettendone l’avanzata in Iraq e Siria, per indebolire i governi sciiti di Siria e Iraq.
È difficile provare senza ombra di dubbio tale collegamento, ma certo è che il Golfo dal 2003 ha sia sostenuto l’invasione Usa dell’Iraq, fornendo basi militari e supporto logistico, sia ostacolato politicamente il nuovo regime sciita di Baghdad. Saddam Huissein è sempre stato una barriera all’influenza iraniana e con la sua caduta Teheran ha fatto di Baghdad un suo satellite. Nell’ultimo decennio gran parte dei miliziani dei gruppi radicali sono arrivati dal Golfo: seppure manchino prove del reclutamento di jihadisti da parte di Riyadh o Doha, sicuramente non sono stati fermati. Le petromonarchie non avevano interesse ad arginare il fenomeno. Più chiaro è il loro ruolo in Siria: ogni governo ha apertamente sostenuto alcuni gruppi di opposizione, quelli che erano in grado di controllare meglio o quelli che ritenevano più efficaci. Lo scopo era rendere le opposizioni ben organizzate e sempre più radicali.
Oggi cosa è cambiato?
Il Golfo è stato il primo sponsor di questi gruppi nel tentativo di far fruttare i propri interessi nella regione e indirizzare le energie estremiste fuori dai propri confini. Ora il timore è che possano tornare indietro. In Arabia Saudita succede già: una forte ondata di attacchi, portata avanti da miliziani islamisti tornati in patria. Quello che oggi preoccupa le petromonarchie è la trasformazione dell’Isis da gruppo minoritario a forza che controlla significativi territori in ben due paesi. A ciò si aggiunge la pressione Usa su Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Emirati, perché interrompano il sostegno ai gruppi islamisti.
La Turchia ha permesso il passaggio di armi e uomini in Siria per rifornire le opposizioni anti-Assad, ma oggi teme un capovolgimento di fronte dopo che l’Isis ha preso di mira anche i kurdi.
Ankara ha sostenuto attivamente i gruppi anti-Assad, armandoli e garantendo loro appoggio logistico, nella convinzione che in pochi mesi avrebbero fatto cadere il regime alawita. Non ha prestato attenzione a chi dava armi e denaro, nell’idea che il conflitto non sarebbe durato così a lungo da far crescere questi gruppi. L’idea era di usarli come piede di porco per scardinare il regime di Assad, assumere il ruolo di guida del Medio Oriente, influenzare il prossimo governo siriano e quindi isolarli. Ma Assad si è mostrato molto più resiliente del previsto e anche la Turchia è costretta a rivedere la propria strategia. Ankara è un elemento chiave dell’equazione: il confine turco-siriano è uno dei principali fattori di rafforzamento degli islamisti e infatti in questi mesi l’attività dell’intelligence turca alla frontiera è molto aumentata.
Tra le fonti di guadagno dell’Isis c’è il contrabbando di greggio, alcuni rapporti dicono che tra gli acquirenti c’è Damasco. È possibile che la famiglia Assad, da decenni impegnata nella repressione dei movimenti islamisti, oggi faccia affari con loro?
Se lo fa è solo per coprire il gap dovuto all’embargo imposto dall’Occidente. Assad non ha sostenuto o avuto contatti con lo Stato Islamico, ma lo ha usato per dimostrare che aveva ragione. Quando il conflitto è scoppiato, Damasco lo ha definito una cospirazione regionale. Quando a farsi avanti sono stati gruppi radicali, il governo li ha mostrati come lo strumento di quella cospirazione terroristica regionale e li ha usati per far perdere sostegno popolare a tutte le opposizioni.
Veniamo a Gaza. L’attacco israeliano ha mostrato come Hamas sia isolato dal resto del mondo arabo, eccezion fatta per Qatar e Turchia. Su cosa si fonda questo asse Egitto-Arabia Saudita?
Dal 2006, quando Hamas vinse le elezioni, la questione palestinese è divenuta elemento di divisione del mondo arabo, teatro del conflitto regionale, un conflitto per procura tra chi appoggia una fazione e chi ne appoggia un’altra. A questo si aggiunge il sostegno politico e militare dell’Iran al movimento palestinese. Di nuovo a dettare alleanze e equilibri è lo scontro Arabia Saudita-Iran. Per quanto riguarda l’Egitto, dopo il golpe militare del 2013, il Cairo ha indicato nei gruppi stranieri i responsabili dei propri problemi, Hamas in primis perché membro dei Fratelli Musulmani. Questo ha creato negli anni una strana alleanza tra i regimi conservatori arabi e Israele.
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A Kiev è già campagna elettorale: sfida tra oligarchi
Mentre nell'Ucraina orientale infuria la battaglia e la situazione per l’esercito di Kiev non è proprio rosea, nella capitale dopo l’annuncio dello scioglimento del parlamento è già iniziata la campagna elettorale per il voto del 26 ottobre.
L'appuntamento è fondamentale per il presidente Petro Poroshenko, entrato a furore di popolo alla Bankova a maggio e ora intenzionato a conquistare la maggioranza alla Rada riducendo al minimo o se possibile eliminando del tutto le forze politiche che si sono opposte alla sua ascesa al potere, a partire dal Partito Comunista messo di fatto al bando e da altre forze di sinistra.
Nel tentativo di legare a sé quante più forze politiche e oligarchi possibile, il ‘re del cioccolato’ ha creato il Blocco Poroshenko, un'alleanza pluripartitica nata intorno a Solidarietà, la sua formazione sorta ufficialmente già una quindicina di anni fa e spesso tenuta in naftalina.
Alla guida della coalizione sostenitrice del golpe di febbraio c'è Yuri Lutsenko, ex ministro degli Interni dell'ultimo governo di Yulia Tymoshenko poi finito per alcuni mesi in carcere – sull’onda di quanto accaduto anche a quella che per i media occidentali rimane comunque ‘un’eroina’ – durante la presidenza di Viktor Yanukovich. Alla consolidata intesa con Udar, il partito liberal-nazionalista di Vitaly Klitschko nato per volontà della Cdu tedesca, potrebbe aggiungersi il partito Patria, principale socio del governo di Kiev agli ordini proprio di Yulia Tymoshenko e di Arseny Yatseniuk di nuovo in lite tra loro.
I leader nazionalisti rivendicano grandi vittorie e grandi riforme, ma la verità è che poco è stato fatto anche per imporre al paese le ristrutturazioni economiche chieste a gran voce da Ue e Fmi per concedere i maxiprestiti di cui Kiev ha estrema necessità. L’unica “riforma” attuata è quella dei regolamenti dei gruppi parlamentari allo scopo di sciogliere la delegazione del Partito Comunista d'Ucraina nei confronti del quale in tutto il paese si susseguono provocazioni e persecuzioni. In una recente conferenza stampa il segretario del PCU Petro Simonenko ha ricordato due dei casi in cui sono stati coinvolti membri del partito, ovvero il sequestro da parte del Servizio di Sicurezza d'Ucraina di Vitalij Pryn', e l'arresto e le torture inflitte a un altro membro del partito, Viktor Sinjaev.
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Il fallimento di 30 anni di deflazione
Ha molto contribuito al disastro economico attuale un falso storico e ideologico. Quando in Italia e in Germania alla fine degli anni '70 si adottarono le politiche liberiste e si definì come prioritaria la lotta alla inflazione, fu spesso usato il monito che essa era all'origine del fascismo e soprattutto del nazismo.
Falso. L'ascesa del fascismo da noi con l'inflazione non c'entra nulla e con quella del nazismo ancora meno. L'iperinflazione degli anni 20 in Germania, usata come babau per giustificare tutto, persino lo statuto della Banca Centrale Europea, fu domata in pochi mesi dai governi di centrosinistra di quel paese e dal banchiere Schacht. Fu invece la disoccupazione di massa dopo la crisi del '29 a a far crescere a dismisura il consenso ai nazisti, che fino ad allora era stato in percentuali bassissime. E quel consenso si alimentava del fatto che i governi democratici affrontavano la crisi con le politiche del rigore e dell'austerità, esattamente come oggi.
Sulla base di questo falso storico le politiche deflazionistiche, che al massimo possono essere usate come emergenza per brevi periodi, sono diventate da più di trent'anni la politica economica ufficiale di tutti i paesi europei, Italia e Germania in testa.
Da questo punto di vista tutta la classe dirigente dovrebbe esultare per il fatto che ora l'obiettivo è stato raggiunto: l'inflazione è stata soppressa e al suo posto abbiamo la stagnazione o il calo dei prezzi.
La separazione della Banca d'Italia dal Tesoro, per impedire allo stato di stampare moneta per finanziarsi e per costringerlo a ricorrere al mercato, cioè in primoluogo alle banche, con il conseguente aumento a dismisura del debito e dei suoi vincoli. La distruzione del potere d'acquisto dei salari, avviata con la cancellazione della scala mobile e completata con l'euro. La precarizzazione e la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni, tutte le politiche economiche e sociali attuate senza distinzioni da tutti i governi fino a quello attuale, sono state giustificate nel nome della lotta all'inflazione. E ora abbiamo 6 milioni di disoccupati.
Ora è immaginabile che parta il solito coro delle litanie autogiustificanti, mentre si continuerà a proporre in concreto la continuità di queste politiche trentennali, corretta solo dall'iniezione di poca liquidità nel sistema. Che fallirà nel proposito di far ripartire la crescita.
Non si è sentito nessun effetto economico, ma non quello elettorale, degli 80 euro di Renzi. Draghi, che probabilmente aveva suggerito quella misura al presidente del consiglio, ora fa capire che vuol introdurre liquidità nel sistema finanziario. Se glielo lasceranno fare il risultato sarà uguale a quello degli ottanta euro: zero.
Perché alla base della crisi attuale sta proprio la continuità delle politiche liberiste e deflazionaste che durano da 35 anni. E se quelle non vengono messe in discussione alla radice, le iniezioni periodiche di liquidità sono acqua sparsa nel deserto.
Qui però sta la difficoltà vera. Perché le classi dirigenti economiche politiche e sindacali sono state selezionate in questi anni sulla base della priorità della lotta all'inflazione. Un'altra politica non la vogliono e neppure la sanno fare. Come ben dimostra l'ottusa tracotanza del ministro del Tesoro Padoan, che tranquillamente ha ammesso di aver sbagliato tutte le previsioni, ma che ne sta preparando altre.
Anche l'opinione pubblica è stata educata al tabù della lotta all'inflazione. Per cui oggi spera nelle riforme liberiste e autoritarie di Renzi, che, se realizzate effettivamente, aggraveranno la crisi.
Per cambiare ci vuole una rottura di fondo. Ci vuole il ritorno alla gestione pubblica della moneta, con una banca centrale che la stampi invece che ricorrere alla finanza internazionale. Ci vogliono grandi investimenti pubblici in deficit e politiche di pubblicizzazione e non di privatizzazione. I salari devono crescere senza il vincolo capestro delle produttività e della redditività d'impresa. Il lavoro deve riconquistare sicurezza e dignità rompendo la gabbia della precarietà.
Queste sono le politiche non convenzionali necessarie, le stesse che presero gli stati dopo gli anni trenta del secolo scorso dopo il fallimento del rigore. Queste politiche romperebbero sicuramente gli equilibri e i poteri della globalizzazione, ma lo farebbero dal lato della pace. L'alternativa è che la globalizzazione salti per aria comunque, ma dal lato della guerra, come ci ricorda anche il Papa.
Non c'è niente da fare: o si mettono in discussione i cardini della politica deflazionistica di questi decenni o la crisi si aggraverà sempre più trasferendosi dal campo economico a quello sociale e da questo al campo della democrazia e della stessa convivenza, come la storia insegna a chi da essa vuole imparare.
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