Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/06/2026
L’IA non è roba loro, il Governo convochi le parti sociali
Lavoro, istruzione, alta formazione e ricerca, sicurezza, sanità, giustizia, sono solo alcuni dei campi sui quali, legittimamente, il Governo intende regolamentare l’utilizzo della IA, ma non sfuggirà a nessuno che rappresentano settori strategici delle politiche pubbliche nei quali si svolgono funzioni essenziali dello Stato e della collettività. Conseguentemente la strada della decretazione senza confronto non è minimamente sostenibile.
I rischi di un’ulteriore implementazione delle politiche repressive e securitarie, a danno dei soggetti protagonisti dei conflitti sociali o delle categorie più esposte come ad esempio i migranti, è molto concreto e va assolutamente scongiurato. E non è pensabile che ad avere funzioni di garanzia siano comitati o agenzie quali l’AGINT e l’ACN entrambe alle dirette dipendenze del Governo.
Sul tema lavoro in particolare è indispensabile aprire un confronto serio sui livelli occupazionali, sull’aumento del lavoro nell’intensità e nel tempo e sul plus valore che si produrrà con questo salto tecnologico, nel quale le conoscenze, le competenze di lavoratrici e lavoratori saranno un elemento fondamentale per l’addestramento degli strumenti di IA. In tal senso, affinché il prodotto di questa “rivoluzione tecnologica” non si traduca in uno strumento finalizzato all’aumento di profitto per il capitale, ma restituisca un’idea di progresso in termini complessivi di società, riteniamo indispensabile che nell’agenda politica del Parlamento trovi posto come priorità una proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Alcuni contratti di lavoro, come quello recentemente siglato per le Funzioni Centrali del pubblico impiego, introducono alcuni strumenti di regolamentazione, totalmente o quasi demandati ai contratti di secondo livello. Ma senza una cornice generale che fissi alcuni principi e raccolga le istanze che vengono dal mondo del lavoro, l’IA rimarrà strumento agito nell’interessi di pochi super ricchi che già dominano la scena internazionale.
Da questo punto di vista, il peso che ha ormai assunto il settore militare nelle priorità di politica economica e nella diplomazia, lo pone centrale anche per quanto concerne l’impiego dell’IA in funzione di un potenziamento degli strumenti offensivi e distruttivi. La nostra opposizione all’impiego di risorse lavorative ed economiche per questi scopi, per di più con partner oltremodo inaccettabili, come lo stato terrorista di Israele, è ferma e senza possibilità di compromessi.
C’è poi il tema della sostenibilità ambientale di una tecnologia che rischia di avere un impatto enorme a causa della quantità di acqua che richiede ai fini del raffreddamento dei server, nonché quello del consumo energetico e delle fonti con cui approvvigionare i data center, oppure scegliere gli strumenti a basso consumo che stanno emergendo fuori dal panorama statunitense.
Sullo sfondo di tutto questo e degli altri infiniti aspetti dell’applicazione della IA nei singoli specifici settori, c’è il tema della riservatezza dei dati e del controllo sull’utilizzo che ne verrà fatto dai proprietari degli agenti e dagli sviluppatori degli algoritmi. In questo senso il partenariato stretto con Israele sulla cybersicurezza potrebbe dare accesso ad uno Stato che abbiamo visto essere capace di genocidi, nonché di azioni terroristiche, ad una infrastruttura strategica. A nostro avviso tutto questo, oltre a rafforzare la richiesta di interruzione delle relazioni con Tel Aviv, apre ad ulteriori considerazioni sui pericoli e sulle criticità che le innovazioni tecnologiche a carattere strategico come l’IA hanno per le scelte che il Paese compie in un contesto geopolitico in continuo mutamento e dove la NATO e l’UE assumono un profilo sempre più bellicista e reazionario.
C’è troppo in gioco perché vengano escluse le rappresentanze sociali dai livelli decisionali. Per questo USB chiede al Governo l’apertura immediata di un tavolo generale di confronto a Palazzo Chigi e tavoli tematici nei singoli ministeri.
Unione Sindacale di Base
15/06/2026
Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari
di Paolo Lago
Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.
Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.
Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.
Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’IA fatta di fasci di algoritmi.
La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).
Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022), Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.
Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.
Bolivia - Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz
Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come una protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, che per difendersi minaccia lo stato di emergenza.
Una giornata di violenta repressione poliziesca ha scosso il centro della Capitale La Paz giovedì scorso, causando 36 arresti e decine di feriti. Gli eventi sono avvenuti dopo che la Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha marciato nel cuore della capitale boliviana, dopo due settimane in cui le forze di sicurezza erano riuscite a mantenere il centro del paese libero dalle proteste.
Testimoni e manifestanti hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte dei contingenti di polizia, dopo che questi hanno attaccato duramente i manifestanti per disperderli.
Il leader della Confederazione Unica Sindacale dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), Vicente Choque, ha ratificato davanti alle organizzazioni sociali l’impegno a mantenere le mobilitazioni, assicurando che non fosse il momento di abbandonare la lotta. Allo stesso modo, il rappresentante ha sottolineato che la richiesta principale e non negoziabile continua a essere le dimissioni di Rodrigo Paz.
Le organizzazioni sociali riunite nel Cabildo del Jach’a Marka Viacha hanno deciso di mantenere e rafforzare i blocchi in diverse parti del comune, con la partecipazione di settori affiliati alla Federazione Tupak Katari, SIMACO, al Centro dei Lavoratori boliviani e alle autorità locali.
Durante il raduno, i partecipanti hanno deciso di continuare con le misure di pressione e la sorveglianza permanente agli ingressi principali, riaffermando il loro sostegno alle richieste dei settori mobilitati.
Hanno inoltre ratificato il loro impegno a sostenere le proteste fino alle dimissioni del presidente Rodrigo Paz, avvertendo che le mobilitazioni si intensificheranno nei prossimi giorni
Le autorità native e le organizzazioni sociali della provincia di Camacho hanno ratificato la loro decisione di mantenere i punti di blocco installati sull’autostrada che collega La Paz con Copacabana, oltre a continuare le loro mobilitazioni indefinitamente.
Durante un’assemblea, i leader hanno deciso di non revocare le misure di pressione finché le richieste sollevate dai loro settori non saranno soddisfatte e il presidente Rodrigo Paz non lascerà l’incarico.
“L’unità è la nostra forza principale. Non possiamo permettere che ci dividano mentre violano i nostri diritti e influenzano i nostri territori”, hanno detto i rappresentanti della provincia.
Hanno inoltre invitato organizzazioni sociali, comunità e settori di diverse regioni del paese a unirsi alle mobilitazioni, con l’obiettivo di rafforzare le misure di pressione e far prevalere ciò che considerano popolare.
Fonte
Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”
Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.
Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.
Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.
Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.
Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.
Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.
Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.
Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.
Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.
Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.
Sono tutte illazioni? Vedremo.
In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.
La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.
Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.
Insomma, non proprio un collaboratore occasionale...
La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?
In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?
Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.
Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.
Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.
Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.
Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.
Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.
Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.
Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.
Torniamo ai Savi.
Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.
Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.
Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.
Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.
La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.
Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.
Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.
Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.
La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.
Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.
Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.
Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!
La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.
È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.
Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.
È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.
Fonte
Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri
Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.
Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.
Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.
Non siamo sorpresi.
Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.
Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.
La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?
La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.
L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.
Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.
Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.
Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.
Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.
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Il 12 giugno della Russia e l’accerchiamento euro-atlantico
Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell’URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevič che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall’Ucraina di Leonid Kravčuk.
Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušča, Boris Eltisn, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk decretavano a tavolino la fine dell’URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell’URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell’URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico.
Si celebrano dunque con ciò stesso, tutt’oggi, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l’iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni ’90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all’anno.
Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni ’90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all’incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Čubajs.
Proprio come l’accumulazione originaria nell’Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata su sangue, violenza, privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali, tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell’apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.
A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell’età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all’economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI.
Non si può dimenticare come colui che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l’economista americano Jeffrey Sachs, fosse all’epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”, dopo la “fine del comunismo”.
Un’era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell’industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d’ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi e pannelli disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa.
Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi.
In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, anche molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev.
Se quest’ultimo ha condotto l’ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni ’50 – si è scritto ripetutamente – che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all’Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi ‘900, per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni ’90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L’accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni ’90, con l’assorbimento via via degli ex stati socialisti dell'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera del 12 giugno, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l’improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l’inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-’18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza.
Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell’attuale conflitto in Ucraina: ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell’Intesa e dell’Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell’articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall’altra.
Perché, evidentemente, secondo questa gente solo Vladimir Putin avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l’attentato di Sarajevo. Quello che c’è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l’accerchiamento militare NATO a partire dagli anni ’90.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l’inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi».
La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l’accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l’aggredito” e a maledire “l’aggressore”, diffondendo la novella di una supposta precedente “armonia”, della “concordia” tra le nazioni, proditoriamente infrante da qualcuno improvvisamente preso da “mire imperiali”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l’inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell’aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l’altro si è difeso».
Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie continentali per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
P.S.: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dača ormai da anni, praticamente dall’epoca del Covid-19 e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dača sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.
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Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia
Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.
Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.
A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.
La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.
Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica.
L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.
Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.
Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.
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