Covid. Come prepararsi alla seconda ondata.
Una cura «Detox et Jeûne» permette al corpo di rispondere in modo eccellente all’intossicazione del Covid-Time. Parola di Thomas Uhl, naturopata navigato, fondatore, nel 2006, di «La Pensée sauvage», centro che offre cure basate sul digiuno e sulla mono-dieta, in siti di eccellenza sulle Prealpi del Vercors, in Corsica, a Ibiza e in Svizzera.
Vieni da noi, rivela a L’OBS Thomas Uhl (nouvelobs.com), ti avvicinerai a ciò che sei veramente. Non esitare a praticare la disintossicazione digitale – dice. Piuttosto che stare attaccato a uno schermo a guardare una serie TV, leggi un libro. Disconnettiti dai social. Goditi l’attimo – anziché perdere tempo a condividerlo su Instagram o Facebook.
Prenditi il tempo per ascoltare il tuo corpo, per contemplare l’universo che ti circonda. Fissa intensamente ogni frame, imprimilo nella mente. Cammina all’aria aperta, vai in bici e nuota nell’acqua fredda. Fai un passo indietro, senza dimenticare di dormire profondamente. Quando sarai sveglio, respira, sentirai vibrare i fiori e le frasche, poi rilassati e dormi, lasciati trascinare nel sonno profondo, e poi risvegliati e abbandonati al circolo in cui tutto ruota e ritorna. Rimettiti al periplo del sole, delle stagione e delle colture.
Anche il prestigioso Les Échos (IlSole24Ore francese) ha ritenuto di grande interesse l’iniziativa del NatOp Thomas Uhl, tanto da dedicargli ampio spazio su SL – Série Limitée – inserto di Actualité, Mode, Luxe, Culture.
La Pensée sauvage propone 4 trattamenti: Digiuno liquido, Mono-dieta, Cura detox vegetale e Detox gourmet. Sono trattamenti ricavati da un procedimento a «Déshabiller», a levare. Si prendono i trattamenti ordinari e li si mette a nudo.
Il procedimento, che potrebbe esser denominato «Déshabiller l’hypocrite» (hypocrite è la nostra vita ordinaria, prima di entrare a La Pensée sauvage), il procedimento, dicevo, consiste nel levare l’involto di plastica e fuffa col quale la civiltà capitalistica presenta le nostre vite smilze, e apparecchiare un desco, per così dire, essenziale. Sembra un rimettere le lancette indietro. Ma non è così. Perché “digiunare alla selvaggia” costa 1400-1600 euro a settimana (letemps.ch).
Pagare per smettere di mangiare può sembrare completamente assurdo – dicono a Série Limitée. Ma ci si abitua. Ci siamo abituati a pagare per mangiare, e a pagare per dimagrire. A pagare per stare seduti, e a pagare per correre su un tapis roulant.
D’altronde digiunare è la cosa più antica del mondo. Allora abbiamo provato, dicono a SL, e... sì, è cool. Un po’ di affaticamento all’inizio, una sensazione di paura e panico. Ma poi tutto fila liscio. Abbiamo iniziato e non ci siamo pentiti. Sei giorni di privazione con menu spartani: succhi di frutta diluiti al mattino (un quinto di succo, e quattro quinti di acqua), tisane durante il giorno e una scodella di brodo vegetale la sera.
I risultati sono spettacolari – dicono a Le Temps (Référence suisse du journalisme de qualité). Perdita di peso (reale). Viso trasfigurato, pelle con una morbidezza senza precedenti. Ma la cosa principale, dicono, è altrove. L’intestino è messo a riposo, l’organismo è resettato, e promette sei mesi di benessere, minimo. E tutto ciò, dicono, non deve sorprendere.
Soffriamo di overflow – dice Thomas Uhl. L’organismo è sovra-sfruttato e iper-venduto. Se non vuoi rischiare il Default, devi ridurre l’esposizione. Devi concedere al corpo una vacanza.
Bisogna lasciare la città, le metropolitane affollate, gli uffici dove i rapporti umani sono compromessi, i siti produttivi dove l’estrazione di plusvalore assoluto detta i tempi accelerati delle prestazioni. Con in mano un biglietto del TGV bisogna partire per gli altipiani del Vercos, e consegnarsi all’autorità del massiccio del Grand Veymont.
Bisogna scendere in strada, On the Road, e andare, come in Marrakech Express di Salvatores, e ricomporre i cocci di una vita emotivamente e socialmente devastata. Bisogna ritagliarsi un’isola di tranquillità in mezzo a quel mare di tragedie e conflitti che sono le nostre vite troppo civilizzate, come in Mediterraneo. Bisogna riscoprire la ricchezza della semplicità, riappropriarsi del proprio tempo, vivere senza l’ansia da prestazione.
Leggo questi reportage e mi rendo conto che non appartengono a quel genere di articoli sponsorizzati che usano il giornalista come un tecnico pubblicitario. Qui non c’è bisogno di questa tecnica. Sono i giornali stessi che si sentono in dovere di informare i lettori che un altro mondo è possibile.
Cosa sarebbe del Capitalismo se qualcuno non tenesse viva la speranza di una interruzione dello status quo, di una sospensione della fatica, della routine, della concentrazione, della corsa per arrivare a timbrare in orario, dei panini ingurgitati camminando, dei caffè tracannati a litri, dell’aranciata mandata già a garganella per compensare la fatica e le piccole umiliazioni quotidiane, i capi che urlano e la pressione che sale e tappa le orecchie?
Quest’altro mondo – e questa è la fregatura – è sempre il capitalismo. È lo stesso mondo a pagamento e sfruttamento, che promette di regalarci ciò che ci venderà, che stacca per un tot la spina, per riaccenderla quando la giostra si ferma e il giro finisce. E gli agenti di commercio, i pubblicitari, sono i giornali di Confindustria. Non facciamoci prendere per i fondelli, ciò che ci presentano come “pensiero selvaggio”, è ancora neo-capitalismo.
Nel 1962, Claude Lévi-Strauss, uno dei massimi esponenti dello strutturalismo, ed etnologo di grande spessore, pubblicava un libro importante: La Pensée sauvage.
In questo libro Lévi-Strauss decostruisce la gerarchia tra Civilizzati e Primitivi, tra Scienza e Stregoneria, tra Metropoli e Periferia. Il libro si inserisce e contribuisce a determinare un avvenimento che riguarda certamente la scienza e la cultura in generale, ma che è, principalmente, un avvenimento politico ed economico.
Corrisponde ad un cambiamento di vasta portata nella geografia politica. L’Europa cessa di essere il centro del mondo. Cessa l’idea stessa di centro. Il centro è dappertutto. Non ha più alcun senso parlare di Primitivi. Il primitivo è esistito solo in un ordine gerarchico e teleologico, in cui la faccia triste dell’aborigeno annunciava la faccia tronfia dell’europeo civilizzato.
La scienza non è la versione evoluta della magia. Entrambe hanno un criterio ordinativo, e qualunque esso sia, ha sempre un valore, rispetto all’assenza di ogni ordinamento. L’esigenza d’ordine, dice Lévi-Strauss, sta alla base del cosiddetto pensiero primitivo, ma solo in quanto sta alla base di ogni pensiero. La magia non si distingue dalla scienza, se non per un diverso principio ordinativo. E se la scienza dispone gli elementi trattati dalla magia in un ordine diverso, ciò non vuol dire né che la magia sia priva di significato, né che la scienza abbia una valenza superiore alla magia. Si tratta di ordini differenti. Insomma, la scienza non può giudicare la magia, tanto quanto la magia non può giudicare la scienza, entrambe sono situate sullo stesso piano strutturale, entrambe hanno la dignità di pensiero intelligente.
Questo rivolgimento è alla base del Terzo-Mondismo in politica, ma è anche alla base della riscoperta dei saperi tradizionali, delle culture minori, della medicina alternativa, dell’alchimia, eccetera. Saperi minori che daranno il via a quel viaggio di riscoperta di conoscenze marginali squalificate dal razionalismo illuminista.
Il lato triste di tutta questa avventura è che la riabilitazione dell’astrologia si trasforma in oroscopo, la riabilitazione delle pratiche terapeutiche sciamaniche si trasforma in cliniche olistiche e l’alchimia in erboristeria, la riscoperta di alimenti e pratiche primitive si trasforma in SPA e saloni di benessere, in cui la fuga dal capitalismo ha una scadenza e un prezzo. Poi, riposati, svuotati e depurati, bisogna rientrare nei ranghi.
Rifugiarsi due settimane sul massiccio del Grand Veymont è una fuga narcisistica, un tuffarsi dentro una piscina depurata con tisane e brodini vegetali, un chiudere gli occhi, sperando che riaprendoli il mondo là fuori sia sparito e con esso il carico di sofferenza.
La speranza che ci si possa liberare dal lavoro sfruttato senza liberarsi dal capitalismo muore in questi paradisi artificiali con ingresso a pagamento.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/06/2020
Zangrillo e Gualtieri, padroni e servitori
Se non fosse che il dessert viene servito dopo pranzo, per di più da una Tv pubblica come Rai3, quella di ieri se fosse stata una semplice intervista ad un giornale, magari come Libero, poteva tranquillamente passare come il replay della carnevalata fuori stagione alla quale, il giorno prima, si era assistito, grazie al prefetto di Milano, con l’utilizzo di Piazza del Duomo.
Tutto concesso, per il primo comizio pubblico post emergenza coronavirus, al generale in pensione Pappalardo, ex ras dei Forconi, oggi leader dei nostrani “gilet arancioni” copia sbiadita di quelli d’oltralpe, tra l’altro di colore – e soprattutto programma – ben diverso.
Gli stessi contenuti usati per arringare poco meno di un migliaio di persone, così come riportato dal Corriere della Sera.
Ma il risalto mediatico avuto dal primario dell’Ospedale privato S. Raffaele, il dottor Zangrillo, pro-rettore dell’omonima università, nonché noto medico personale di Berlusconi, ha fatto il giro delle case italiane e ne siamo certi, presto raggiungerà i mediocri della Terra, come Trump. Ad alimentare di altra benzina la follia omicida di chi di sangue umano già gronda.
Stiamo però alla nuda cronaca, per quanto oramai già risaputa.
Questo presunto luminare della medicina, confortato – a suo dire – da dichiarazioni di clinici di fama mondiale come il professor Silvestri dell’Università di Atlanta (USA) e dal virologo italiano prof. Clementi, ha affermato in modo lapidario (ancora una volta assistiamo a “show” fuori programma da Lucia Annunziata) che “il coronavirus, da un punto di vista clinico, non esiste più!”.
E che tutto il battage che incessantemente viene riportato dai media, sarebbe in funzione esclusiva di un rallentamento della ripresa della essenziale normalità, i quali rilevano “i tentennamenti” del Governo Conte.
L’accostamento con le interviste rilasciate dal nuovo presidente di Confindustria viene spontanea. Insomma siamo in presenza di un’incessante bombardamento da postazioni diverse, ma con lo stesso medesimo scopo.
E che dire di questo appuntamento televisivo domenicale con la politica che poco prima aveva avuto la presenza del ministro dell’Economia, Gualtieri, il quale nella pervicace volontà di mantenere il consueto equilibrio, al limite della monotonia espressiva, aveva ribadito concetti già sentiti in precedenti occasioni dallo stesso Conte; ovvero che le parti sociali, intese come “forze produttive del Paese”, non solo erano state attentamente ascoltate, ma che le loro richieste erano state anche ampiamente accolte, tanto quanto altre provenienti da settori di cittadinanza non meglio definiti.
E si vede, eccome! Basta osservare lo stanziamento in Sanità di circa 3 miliardi di euro, sterilizzato dal mancato introito nelle casse dello Stato dell’imposta governativa meglio conosciuta come IRAP.
Seppur con l’incidere dialettico di un burocrate dello Stato, Gualtieri ha dichiarato che il Governo sta lavorando per un piano pluriennale (una pianificazione di sovietica memoria?) in pieno accoglimento... delle richieste avanzate a Bruxelles dalla UE.
Ma – udite, udite! – con un gran lesinare soldi per interventi pubblici, non specificati per l’occasione, avvalorando così una tesi vacillante a metà, di voler andare in controtendenza con l’andazzo degli ultimi trent’anni.
Talmente contraddittorio il ministro dell’Economia, il quale non ha escluso anzi, il ricorso al prestito Mes (così lo ha nominato), utilissimo per aiutare un’economia “integrata” come quella italiana.
A supporto di ciò, ha infine preso ad esempio quello della Rete Autostradale, dove pur definendola come “bene comune”, non ha potuto fare a meno di dire che si dovrà, in qualche modo, trovare un accordo con Atlantia e irregimentare nuove tariffe.
Alla faccia dei morti di Genova, ancora lì a chiedere giustizia!
Fonte
Tutto concesso, per il primo comizio pubblico post emergenza coronavirus, al generale in pensione Pappalardo, ex ras dei Forconi, oggi leader dei nostrani “gilet arancioni” copia sbiadita di quelli d’oltralpe, tra l’altro di colore – e soprattutto programma – ben diverso.
Gli stessi contenuti usati per arringare poco meno di un migliaio di persone, così come riportato dal Corriere della Sera.
Ma il risalto mediatico avuto dal primario dell’Ospedale privato S. Raffaele, il dottor Zangrillo, pro-rettore dell’omonima università, nonché noto medico personale di Berlusconi, ha fatto il giro delle case italiane e ne siamo certi, presto raggiungerà i mediocri della Terra, come Trump. Ad alimentare di altra benzina la follia omicida di chi di sangue umano già gronda.
Stiamo però alla nuda cronaca, per quanto oramai già risaputa.
Questo presunto luminare della medicina, confortato – a suo dire – da dichiarazioni di clinici di fama mondiale come il professor Silvestri dell’Università di Atlanta (USA) e dal virologo italiano prof. Clementi, ha affermato in modo lapidario (ancora una volta assistiamo a “show” fuori programma da Lucia Annunziata) che “il coronavirus, da un punto di vista clinico, non esiste più!”.
E che tutto il battage che incessantemente viene riportato dai media, sarebbe in funzione esclusiva di un rallentamento della ripresa della essenziale normalità, i quali rilevano “i tentennamenti” del Governo Conte.
L’accostamento con le interviste rilasciate dal nuovo presidente di Confindustria viene spontanea. Insomma siamo in presenza di un’incessante bombardamento da postazioni diverse, ma con lo stesso medesimo scopo.
E che dire di questo appuntamento televisivo domenicale con la politica che poco prima aveva avuto la presenza del ministro dell’Economia, Gualtieri, il quale nella pervicace volontà di mantenere il consueto equilibrio, al limite della monotonia espressiva, aveva ribadito concetti già sentiti in precedenti occasioni dallo stesso Conte; ovvero che le parti sociali, intese come “forze produttive del Paese”, non solo erano state attentamente ascoltate, ma che le loro richieste erano state anche ampiamente accolte, tanto quanto altre provenienti da settori di cittadinanza non meglio definiti.
E si vede, eccome! Basta osservare lo stanziamento in Sanità di circa 3 miliardi di euro, sterilizzato dal mancato introito nelle casse dello Stato dell’imposta governativa meglio conosciuta come IRAP.
Seppur con l’incidere dialettico di un burocrate dello Stato, Gualtieri ha dichiarato che il Governo sta lavorando per un piano pluriennale (una pianificazione di sovietica memoria?) in pieno accoglimento... delle richieste avanzate a Bruxelles dalla UE.
Ma – udite, udite! – con un gran lesinare soldi per interventi pubblici, non specificati per l’occasione, avvalorando così una tesi vacillante a metà, di voler andare in controtendenza con l’andazzo degli ultimi trent’anni.
Talmente contraddittorio il ministro dell’Economia, il quale non ha escluso anzi, il ricorso al prestito Mes (così lo ha nominato), utilissimo per aiutare un’economia “integrata” come quella italiana.
A supporto di ciò, ha infine preso ad esempio quello della Rete Autostradale, dove pur definendola come “bene comune”, non ha potuto fare a meno di dire che si dovrà, in qualche modo, trovare un accordo con Atlantia e irregimentare nuove tariffe.
Alla faccia dei morti di Genova, ancora lì a chiedere giustizia!
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USA - L’esercito spara sulla gente per le strade di Minneapolis
L’esercito a Minneapolis impone il coprifuoco e spara sui cittadini che non fuggono immediatamente dentro le case. Nel video, girato da una signora dalla porta di casa, si sente distintamente l’ufficiale gridare “Sparagli!” in direzione della persona che sa riprendendo la scena.
Non è la prima volta nella storia, che l’esercito o la marina Usa aprono il fuoco contro i propri concittadini, ma il fatto che avvenga ancora oggi chiarisce chi sia – per il Potere – “il nemico”.
Ma naturalmente quello è un Paese altamente democratico...
Da “prendere ad esempio” anche da queste parti, no?
Hanno anche hackerato la radio della polizia di Chicago in modo tale non potessero più comunicare tra loro e ha lasciato la canzone “Fuck the police” in ripetizione.
Altre immagini della capitale del Minnesota, con i blindati dell’esercito a presidiare la sede del governatore.
Non è la prima volta nella storia, che l’esercito o la marina Usa aprono il fuoco contro i propri concittadini, ma il fatto che avvenga ancora oggi chiarisce chi sia – per il Potere – “il nemico”.
Ma naturalmente quello è un Paese altamente democratico...
Da “prendere ad esempio” anche da queste parti, no?
Also in today's criminal justice news, National Guard and Minneapolis PD officers illegally demand taxpayers stop filming from their porch and go inside – you'll hear "Light 'em up!" as they then shoot at these people *WHO ARE ON THEIR OWN PORCH*Sul fronte opposto, e con tutt’altri strumenti, hacker di Anonymous hanno rimosso il sito web della polizia di Minneapolis.
pic.twitter.com/151AkaMhSH
— T. Greg Doucette (@greg_doucette) May 31, 2020
Hanno anche hackerato la radio della polizia di Chicago in modo tale non potessero più comunicare tra loro e ha lasciato la canzone “Fuck the police” in ripetizione.
Altre immagini della capitale del Minnesota, con i blindati dell’esercito a presidiare la sede del governatore.
National Guard protecting the state Capitol.#riots2020 #BlackLivesMatter #JusticeForGeorge #Minneapolis #MinneapolisRiot #ICantBreath pic.twitter.com/Cs9NEk5e7kIn completa controtendenza a Camden, nel New Jersey, i poliziotti si sono uniti alla cittadinanza nella protesta contro i loro “colleghi” assassini...
— dcphotolv (@DamairsCarter) May 31, 2020
In New Jersey police have literally started marching with protesters.#BLACK_LIVES_MATTERFonte
pic.twitter.com/w6FJ3qowUG
— Joshua Potash (@JoshuaPotash) May 31, 2020
Contro la mercificazione del genoma SARS Cov-2: l’appello dei ricercatori
È partito circa un mese fa l’appello contro la mercificazione e privatizzazione del genoma del SARS Cov-2, per fare in modo che le proprietà intellettuali e la ricerca sul virus che ha paralizzato il mondo siano pubbliche. Ricerca che, affermano gli scienziati da cui è partito l’appello, deve essere libera dagli interessi delle industrie farmaceutiche, che già stanno scatenando una guerra nascosta (vedi lo scontro tra USA e Germania) per accaparrarsi studi e brevetti sul vaccino.
UNAids e Oxfam hanno calcolato che “per vaccinare contro il coronavirus la metà più povera della popolazione mondiale, 3,7 miliardi di persone, servirebbe meno di quanto le 10 maggiori multinazionali del farmaco guadagnano in 4 mesi”, circa 25 miliardi di dollari.
Lo studio della genetica, della biologia e degli effetti dell’infezione del coronavirus sono e non possono che essere a carico dello Stato, così come è stato e sarà il costo sociale che questa pandemia sta producendo in tutta la collettività. È da questo concetto, semplice e inevitabile, che parte l’appello dei ricercatori di tutto il mondo, che in Italia è stato rilanciato anche da USB.
“Siamo necessariamente coinvolti in decisioni politiche che dipendono dai risultati della ricerca e siamo perciò convinti che la principale via d’uscita dalla dilagante pandemia è rappresentata dal vaccino che non può, quindi, essere lasciato al mercato libero, alla competizione economica, perché la vita e la salute non debbono subire le logiche del brevetto.
La “proprietà intellettuale” delle ricerche che salvano vite, e quindi in qualche modo la proprietà della vita stessa deve restare nella disponibilità dell’intera comunità scientifica e della collettività.
Non deve, perciò, essere concesso il brevetto sul virus e non ci devono essere costi aggiuntivi a quelli di produzione su diagnostici, vaccini e farmaci per l’epidemia da SARS Cov-2.” (leggi l’appello completo e firma la petizione qui).
In Italia, come nella maggior parte dei Paesi a capitalismo avanzato le università pubbliche per sopravvivere e per competere nel mondo, si sono legate sempre di più al settore privato. Il sistema di finanziamenti alla ricerca europei e a cascata nazionali e regionali, mirano sempre di più a rafforzare la partnership pubblico-privato, in altre parole a trasformare gli enti di alta formazione (e quasi unici enti di ricerca pubblica), in un hub di laureati e cervelli al servizio dei privati, industrie e aziende che trovano più economico appaltare le proprie attività di ricerca al pubblico, perché a questi enti, non avendo bisogno di speculare (in teoria), bastano briciole per produrre conoscenza preziosa.
Questa condizione, in presenza di un virus letale come il SARS Cov-2, rischia di trasformarsi in un macabro business fatto sulla salute e sicurezza dei cittadini e sul lavoro precario di ricercatori, dottorandi e borsisti.
Si tratta di riportare la “proprietà intellettuale” di ricerche che salvano vite, nella disponibilità della intera comunità scientifica e degli Stati, perché la vita e la salute non si brevettano, o per dirla alla Albert Sabin, il virologo che scoprì il vaccino contro la poliomelite e si rifiutò di brevettarlo “non si brevetta il sole”.
L’appello, chiede quindi una legislazione speciale contro la mercificazione del genoma del coronavirus che impedisca ogni forma di privatizzazione della conoscenza, ovvero:
– libera circolazione delle informazioni, dei dati scientifici e delle scoperte correlate al coronavirus;
– divieto di brevetto su parti del genoma virale e sui derivati scientifici (vaccino, farmaci, diagnostici);
– equo compenso dell’utilizzo di precedenti brevetti di natura tecnico-scientifica che consentano il miglioramento della prevenzione e la cura dell’infezione;
– distribuzione e diffusione mondiale delle cure e dei vaccini anche attraverso la produzione direttamente a carico dei sistemi collettivi nazionali.
Fonte
UNAids e Oxfam hanno calcolato che “per vaccinare contro il coronavirus la metà più povera della popolazione mondiale, 3,7 miliardi di persone, servirebbe meno di quanto le 10 maggiori multinazionali del farmaco guadagnano in 4 mesi”, circa 25 miliardi di dollari.
Lo studio della genetica, della biologia e degli effetti dell’infezione del coronavirus sono e non possono che essere a carico dello Stato, così come è stato e sarà il costo sociale che questa pandemia sta producendo in tutta la collettività. È da questo concetto, semplice e inevitabile, che parte l’appello dei ricercatori di tutto il mondo, che in Italia è stato rilanciato anche da USB.
“Siamo necessariamente coinvolti in decisioni politiche che dipendono dai risultati della ricerca e siamo perciò convinti che la principale via d’uscita dalla dilagante pandemia è rappresentata dal vaccino che non può, quindi, essere lasciato al mercato libero, alla competizione economica, perché la vita e la salute non debbono subire le logiche del brevetto.
La “proprietà intellettuale” delle ricerche che salvano vite, e quindi in qualche modo la proprietà della vita stessa deve restare nella disponibilità dell’intera comunità scientifica e della collettività.
Non deve, perciò, essere concesso il brevetto sul virus e non ci devono essere costi aggiuntivi a quelli di produzione su diagnostici, vaccini e farmaci per l’epidemia da SARS Cov-2.” (leggi l’appello completo e firma la petizione qui).
In Italia, come nella maggior parte dei Paesi a capitalismo avanzato le università pubbliche per sopravvivere e per competere nel mondo, si sono legate sempre di più al settore privato. Il sistema di finanziamenti alla ricerca europei e a cascata nazionali e regionali, mirano sempre di più a rafforzare la partnership pubblico-privato, in altre parole a trasformare gli enti di alta formazione (e quasi unici enti di ricerca pubblica), in un hub di laureati e cervelli al servizio dei privati, industrie e aziende che trovano più economico appaltare le proprie attività di ricerca al pubblico, perché a questi enti, non avendo bisogno di speculare (in teoria), bastano briciole per produrre conoscenza preziosa.
Questa condizione, in presenza di un virus letale come il SARS Cov-2, rischia di trasformarsi in un macabro business fatto sulla salute e sicurezza dei cittadini e sul lavoro precario di ricercatori, dottorandi e borsisti.
Si tratta di riportare la “proprietà intellettuale” di ricerche che salvano vite, nella disponibilità della intera comunità scientifica e degli Stati, perché la vita e la salute non si brevettano, o per dirla alla Albert Sabin, il virologo che scoprì il vaccino contro la poliomelite e si rifiutò di brevettarlo “non si brevetta il sole”.
L’appello, chiede quindi una legislazione speciale contro la mercificazione del genoma del coronavirus che impedisca ogni forma di privatizzazione della conoscenza, ovvero:
– libera circolazione delle informazioni, dei dati scientifici e delle scoperte correlate al coronavirus;
– divieto di brevetto su parti del genoma virale e sui derivati scientifici (vaccino, farmaci, diagnostici);
– equo compenso dell’utilizzo di precedenti brevetti di natura tecnico-scientifica che consentano il miglioramento della prevenzione e la cura dell’infezione;
– distribuzione e diffusione mondiale delle cure e dei vaccini anche attraverso la produzione direttamente a carico dei sistemi collettivi nazionali.
Fonte
I golpisti di Confindustria
Il neo presidente di Confindustria Bonomi, dalle pagine de La Repubblica della famiglia Agnelli, lancia un proclama al paese: tutto il potere ai padroni.
Questa è la sintesi di una lunga intervista nella quale il finanziere milanese, reduce dai disastri della Lombardia di cui la sua organizzazione condivide la responsabilità con la classe politica, chiede che tutte le risorse pubbliche e private vadano alle imprese ed ai loro profitti.
Bonomi minaccia un milione di licenziamenti se non si farà come dice lui. Cioè basta coi contratti nazionali, coi diritti, coi salari, con il reddito di cittadinanza.
Anche a CgilCislUil e a Landini, che in questi anni con gli industriali hanno concordato tutto, il presidente di Confindustria dice “basta”.
“Sono 25 anni che in Italia cala la produttività“, afferma Bonomi, e state certi che non pensa al fallimento della sua classe imprenditoriale, ma agli “operai sfaticati”. Basta guardare il lavoro dallo specchietto retrovisore, sintetizza il leader dei padroni e noi sappiamo da decenni questa modernità cosa vuol dire: più lavoro con meno salario.
Bonomi i soldi non li vuole solo dai lavoratori, ma anche dallo Stato, che deve finanziare le imprese senza mettere becco sui loro affari, anzi favorendo proprio quelle più grandi, perché quelle piccole vanno aiutate solo a crescere.
E questo spiega perché il giornale di John Elkann, in attesa degli aiuti pubblici, dia tanta enfasi a queste parole. Che sono rivolte con insolita durezza contro il governo e tutta la classe politica, accusati di pensare solo a dare soldi ai poveri e non alle imprese.
Il ministro Gualtieri ha risposto promettendo l’aiuto alla FCA, il mantenimento di autostrade a Benetton e lamentando la “ingenerosità” del capo degli industriali.
La sua è stata la risposta piagnona di un servo che non capisce perché il padrone non gli sia riconoscente. Il povero ministro non ha capito che con la crisi che avanza i padroni non si accontentano più dei tanti regali già ricevuti, ma vogliono proprio tutto.
Bonomi vuole i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri e per questo non può accontentarsi. E vuole un governo che risponda immediatamente ai bisogni di classe dei padroni.
Così la Confindustria si candida a guidare quello che è stato definito “il partito del PIL”, a fare con esso un governo che attui quelle “riforme” liberiste che ancora chiedono i vertici UE in cambio degli aiuti.
Come se quelle riforme, ultime la legge Fornero e il Jobsact, non fossero ancora state fatte, come se non fossero già state massacrate la sanità e il sistema pubblico, proprio per dare soldi ai padroni come Bonomi.
Quando – dopo trent’anni di politiche liberiste e privatizzazioni, dopo una pandemia che ne ha mostrato tutti gli effetti criminali – si parla come se l’Italia fosse un paese con “troppo socialismo”, allora si vuole un saccheggio capitalista del paese che è incompatibile con la Costituzione e la democrazia.
Il generale Pappalardo e Casapound hanno portato in piazza terrapiattisti fascisti contro tutta la classe politica, ma queste ridicole manifestazioni non minacciano la democrazia quanto il golpismo economico della Confindustria.
Quando un padrone chiede di togliere il reddito di poche centinaia di euro ai poveri perché quei soldi servono ai suoi investimenti e questo non suscita indignazione adeguata; quando uno che parla come Bonomi non viene considerato e trattato come Bolsonaro, che ha lo stesso programma, allora la democrazia è sotto una minaccia mortale, anzi padronale.
Fonte
Questa è la sintesi di una lunga intervista nella quale il finanziere milanese, reduce dai disastri della Lombardia di cui la sua organizzazione condivide la responsabilità con la classe politica, chiede che tutte le risorse pubbliche e private vadano alle imprese ed ai loro profitti.
Bonomi minaccia un milione di licenziamenti se non si farà come dice lui. Cioè basta coi contratti nazionali, coi diritti, coi salari, con il reddito di cittadinanza.
Anche a CgilCislUil e a Landini, che in questi anni con gli industriali hanno concordato tutto, il presidente di Confindustria dice “basta”.
“Sono 25 anni che in Italia cala la produttività“, afferma Bonomi, e state certi che non pensa al fallimento della sua classe imprenditoriale, ma agli “operai sfaticati”. Basta guardare il lavoro dallo specchietto retrovisore, sintetizza il leader dei padroni e noi sappiamo da decenni questa modernità cosa vuol dire: più lavoro con meno salario.
Bonomi i soldi non li vuole solo dai lavoratori, ma anche dallo Stato, che deve finanziare le imprese senza mettere becco sui loro affari, anzi favorendo proprio quelle più grandi, perché quelle piccole vanno aiutate solo a crescere.
E questo spiega perché il giornale di John Elkann, in attesa degli aiuti pubblici, dia tanta enfasi a queste parole. Che sono rivolte con insolita durezza contro il governo e tutta la classe politica, accusati di pensare solo a dare soldi ai poveri e non alle imprese.
Il ministro Gualtieri ha risposto promettendo l’aiuto alla FCA, il mantenimento di autostrade a Benetton e lamentando la “ingenerosità” del capo degli industriali.
La sua è stata la risposta piagnona di un servo che non capisce perché il padrone non gli sia riconoscente. Il povero ministro non ha capito che con la crisi che avanza i padroni non si accontentano più dei tanti regali già ricevuti, ma vogliono proprio tutto.
Bonomi vuole i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri e per questo non può accontentarsi. E vuole un governo che risponda immediatamente ai bisogni di classe dei padroni.
Così la Confindustria si candida a guidare quello che è stato definito “il partito del PIL”, a fare con esso un governo che attui quelle “riforme” liberiste che ancora chiedono i vertici UE in cambio degli aiuti.
Come se quelle riforme, ultime la legge Fornero e il Jobsact, non fossero ancora state fatte, come se non fossero già state massacrate la sanità e il sistema pubblico, proprio per dare soldi ai padroni come Bonomi.
Quando – dopo trent’anni di politiche liberiste e privatizzazioni, dopo una pandemia che ne ha mostrato tutti gli effetti criminali – si parla come se l’Italia fosse un paese con “troppo socialismo”, allora si vuole un saccheggio capitalista del paese che è incompatibile con la Costituzione e la democrazia.
Il generale Pappalardo e Casapound hanno portato in piazza terrapiattisti fascisti contro tutta la classe politica, ma queste ridicole manifestazioni non minacciano la democrazia quanto il golpismo economico della Confindustria.
Quando un padrone chiede di togliere il reddito di poche centinaia di euro ai poveri perché quei soldi servono ai suoi investimenti e questo non suscita indignazione adeguata; quando uno che parla come Bonomi non viene considerato e trattato come Bolsonaro, che ha lo stesso programma, allora la democrazia è sotto una minaccia mortale, anzi padronale.
Fonte
USA - Gli afroamericani non possono che insorgere
Non sembra placarsi la rabbia scaturita dopo l’omicidio da parte della polizia di Minneapolis dell’afroamericano George Floyd lo scorso lunedì. Da quando sono iniziate le mobilitazioni almeno 75 città risultano coinvolte, e due dozzine hanno proclamato il “coprifuoco” per domenica sera dopo le mobilitazioni di sabato. San Francisco, Atlanta e Filadelfia sono tra le città che hanno dichiarato coprifuoco.
Non si registrava un numero così elevato di provvedimenti di questo genere dalla morte del leader afroamericano Martin Luther King, nel 1968.
L’uccisione del reverendo fu uno spartiacque per la società nord-americana ed un giro di boa che di fatto decretò la fine della pratica della “non-violenza” da parte del movimento afro-americano, la ripresa della difesa armata come strategia che lo caratterizzerà e lo sviluppo delle maggiori esperienze organizzative “nere” degli anni a avvenire.
Molti amministratori locali chiedono il supporto della Guardia Nazionale per dare “man forte” alla polizia territoriale, come nel caso di Los Angeles, dove sono stati chiamati ad intervenire tra le 500-700 unità della National Guard al fianco dei 10 mila agenti della LAPD. O di Seattle, nello stato di Washington, dove opereranno 200 membri della Guardia Nazionale. Il Texas ha dichiarato lo “State of Disaster” che consente ad agenti federali di svolgere funzioni di polizia, mentre sono rimasti feriti 60 agenti del Secret Service a protezione della Casa bianca.
Ormai sono 5 le persone morte per eventi legati alle proteste.
Gli appelli alla calma di parte degli eletti, comunque a parole “sensibili” alla questione delle ingiustizie razziali, sembrano per ora legittimamente inascoltati tenendo conto che l’aumento della tensione ha nuovamente posto con forza la questione della giustizia razziale, spingendo al licenziamento degli agenti coinvolti e all’imputazione di “omicidio di terzo grado” per Derek Chavin.
“Pace, non pazienza”, è stata l’espressione usata dal sindaco di St. Paul, Malivin Carter, ripresa da altri. L’esatto contrario di ciò che grida la piazza, quel “No justice, No Peace” che riecheggia dopo quasi trent’anni dall’ultima insurrezione urbana della storia statunitense, avvenuta a Los Angeles nel 1992, che ha preceduto l’ultimo ciclo di proteste di circa 5 anni fa da Ferguson a Baltimora.
Trump ed una parte dell’establishment invece non fanno che gettare benzina sul fuoco etichettando come “terroriste” le esperienze organizzative – tra cui gli “antifa” – che invitano a partecipare alle proteste. Gli fa eco l’Attorney General William P. Barr, che classifica come “terrorismo domestico” le sommosse che avvengono al calar del sole nelle metropoli nord-americane.
Per cercare di comprendere al meglio le ragioni delle attuali proteste abbiamo tradotto un intervento della studiosa ed attivista afroamericana Keeanga-Yamahtta Taylor apparso sul New York Times: “Of Course There Are Protest. The State Is Failing Black People”.
K-YT è assistant professor di studi afroamericani all’università di Princeton, nonché prolifica autrice di importanti testi, che spaziano dal movimento afroamericano al femminismo nero, fino alla condizione urbana del proletariato “di colore”, che purtroppo non sono stati tradotti in italiano.
Il suo testo più rilevante è forse “#BlackLivesMatter to Black Liberation”, pubblicato nel 2016 dalla Haymarket Books, in cui fornisce una delle chiavi di lettura più interessanti del movimento #BlackLivesMatter.
Il suo è un atto d’accusa contro il fallimento della Stato e contro l’ipocrisia dell’establishment democratico, nonché una lucidissima spiegazione di come storicamente l’unica strada percorribile per il cambiamento della condizione afro-americana sia prendere il destino nelle proprie mani.
Buona Lettura
*****
Pronti o no, negli Stati Uniti la vita sta tornando alla normalità e la normalità include inevitabilmente che dei poliziotti uccidano un afroamericano disarmato in loro custodia, omicidio a cui seguono delle proteste. Il Paese sta cercando di tornare alla sua routine quotidiana.
Questa volta è Minneapolis. Migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto che ha pressato il suo ginocchio sul collo di Floyd per otto minuti mozzandogli il fiato, mentre lui era bloccato a terra ammanettato. Le richieste di aiuto di Floyd, che ripeteva di non riuscire a respirare, chiamando la sua defunta madre, sono state ignorate. Gli altri tre poliziotti che stavano a guardare sembravano del tutto indifferenti al fatto che una vita stesse spirando di fronte alla folla inorridita.
I politici eletti in Minnesota hanno condannato la brutalità. Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, ha dichiarato: “essere neri in America non può essere una condanna a morte”. Altri, inclusa la senatrice Amy Klobuchar, che spera di farsi strada come candidata alla vicepresidenza di Joe Biden hanno espresso una carrellata di emozioni che sono diventate un luogo comune: shock, orrore, promesse di indagini e inviti a mantenere la calma. Per punizione, fatto raro in questi casi, i quattro poliziotti coinvolti sono stati licenziati.
Ma il fatto stesso che Floyd sia stato arrestato, senza contare l’omicidio, per un crimine insignificante come una banconota falsa durante una pandemia che ha ucciso un afroamericano su duemila, è l’agghiacciante dimostrazione che le vite delle persone nere ancora non valgono negli Stati Uniti.
È facile capire la risposta delle manifestazioni multietniche a Minneapolis. (Se guardate bene, centinaia di bianchi stanno partecipando, le ingiustizie che si intrecciano sono chiare anche ai loro occhi). In questa stagione primaverile sono almeno 23mila le morti legate al coronavirus nell’America nera. Il virus si è fatto strada nelle comunità nere, mettendo in luce e accelerando le disuguaglianze sociali ben radicate che hanno fatto degli afroamericani i più vulnerabili alla malattia.
Questo inaccettabile perdita è accaduta quando le restrizioni erano al loro massimo e il distanziamento sociale era nella fase più estrema. Cosa succederà quando la nazione riaprirà del tutto, anche se i numeri del coronavirus continuano a crescere?
Mentre la maggior parte dei pubblici ufficiali bianchi prova a far tornare le cose alla normalità il più velocemente possibile, le discussioni sulle conseguenze devastanti della pandemia sulle persone nere si sono dissolte sullo sfondo, conseguenze che sono diventate la “nuova normalità” con cui vivere o morire.
Se anche ci fossero stati dei dubbi sul fatto che sia i poveri sia la classe lavoratrice afroamericana fosse sacrificabile o meno, ora non ce ne sono più. È chiaro che la violenza di stato non è solo appannaggio della polizia.
Non è solo la percentuale più alta di morti che ha alimentato la rabbia, ma anche casi resi pubblici di afroamericani a cui è stata negata l’assistenza sanitaria perché infermieri e medici non credevano a quello che raccontavano sui loro sintomi. Questo è esattamente esasperante come l’assunto che gli afroamericani abbiano delle responsabilità personali per le loro morti in percentuali così sproporzionate.
Invece di sfruttare questa enorme crisi per cambiare le condizioni che hanno portato al numero impressionante di morti di afroamericani, agenti armati dallo stato continuano la loro politica meschina e gretta. Perfino le istruzioni che sembrano innocue sul distanziamento sociale diventano nuove scuse usate dalla polizia per molestare e infastidire gli afroamericani.
A New York gli afroamericani sono il 93% degli arresti relativi al coronavirus. Ci sono disparità etniche simili anche a Chicago. Nel momento in cui i dipartimenti di polizia hanno assicurato di arrestare meno persone per interrompere il contagio nelle prigioni locali e in nome della salute pubblica, gli afroamericani rimangono nel mirino. Del resto, perché la polizia stava arrestando George Floyd per una banconota falsa, un “crimine” di povertà commesso da un lavoratore a basso reddito disperato?
Quando manifestanti bianchi, armati fino ai denti in Michigan e da altre parti, minacciano i politici locali, il presidente li considera “bravissime persone” e molto spesso sono lasciati in pace. Sicuramente non vengono uccisi per soffocamento nel mezzo della strada.
Al contrario, dopo che il governatore del Minnesota ha attivato la guardia nazionale giovedì sera, il presidente ha suggerito che si può sparare contro coloro che osano protestare contro la brutalità della polizia. I manifestanti di Minneapolis sono stati accolti da gas lacrimogeni e proiettili sparati dalla polizia, anche se molti politici sostengono di comprendere la loro rabbia.
Questo doppio standard è uno dei motivi dei tumulti ed è anche la ragione per cui il potenziale di queste rivolte esiste in ogni città.
La rabbia che esplode nelle strade è radicata molto più a fondo delle ovvie ipocrisie del trattamento diverso riservato ai manifestanti bianchi e conservatori rispetto alla folla multietnica che si oppone alla brutalità della polizia. Nelle ultime settimane è stato registrato l’omicidio di Ahmaud Arbery in Georgia, la feroce sparatoria della polizia di Louisville contro Breonna Taylor e l’uccisione di Tony McDade, un uomo trans nero, da parte di poliziotti a Tallahassee.
Questi casi erano stati ignorati finché il grido di protesta ha imposto alla nazione di prestare attenzione, anche se l’opinione pubblica era stata incollata ai telegiornali fino a quel momento a causa dell’ordine di stare a casa. Nel mentre, c’è stato il caso, altamente pubblicizzato di una donna bianca che ha chiamato la polizia a Central Park contro un afroamericano che le chiedeva di tenere il cane al guinzaglio. Le potenziali conseguenze di quella chiamata sono rese chiare da quello che è successo a George Floyd.
Ma ciò che è innegabile nelle proteste aspre a Minneapolis e nel Paese è il senso che lo Stato è o complice o incapace di imprimere un cambio effettivamente sostanziale.
Mentre il candidato presidente per i democratici scherza sul fatto che gli afroamericani che non votano per lui non sono veri afroamericani, la crisi nelle comunità nere sembra più acuta e si sovrappone con episodi di violenza della polizia o altre espressioni del potere oppressivo dello stato quasi quotidiani.
Joe Biden pensava fosse uno scherzo che gli avrebbe permesso di mostrarsi come un insider nella comunità afroamericana. Invece l’ha fatto apparire un arrogante che pensa di appartenere alla classe dei giovani o dei lavoratori afroamericani.
È apparso come ogni altro politico ricco che non è riuscito a cogliere l’enormità delle sfide. Il simultaneo collasso della politica e del governo ha spinto le persone a scendere in strada – a scapito della loro salute e della salute degli altri – per chiedere le più basilari necessità della vita, incluso il diritto di essere liberi dalle persecuzioni della polizia o dall’omicidio.
Quali sono le alternative alla protesta quando lo Stato non riesce a svolgere le mansioni di base e quando poliziotti banditi raramente vengono bacchettati per crimini che vengono puniti con anni di prigione per i cittadini normali?
Se non puoi ottenere giustizia all’interno del sistema, allora devi cercare altri mezzi per cambiarlo. Questo non è un desiderio, è una premonizione. La convergenza di questi tragici eventi – una pandemia che ha ucciso sproporzionatamente afroamericani, il fallimento dello Stato nel proteggere i cittadini neri e la caccia agli afroamericani da parte della polizia – ha confermato ciò che molti di noi sapevano già: se noi e chi sta con noi non ci mobilitiamo in nostra difesa, nessun ente ufficiale lo farà mai.
Giovani afroamericani devono sopportare le contusioni causate dai proiettili di gomma o dall’acre bruciore dei gas lacrimogeni perché il governo ci ha abbandonato, black lives matter solo perché le facciamo valere noi. Non c’è nulla di nuovo nella nostra storia.
Dopo la Seconda guerra mondiale, gli afroamericani che vivevano in città videro le contraddizioni di una società che manda un uomo sulla Luna ma permette che i topi mordano i bambini afroamericani nelle loro culle la notte. Il governo federale assicurò abitazioni sotto gli standard assegnate agli afroamericani per mantenere la segregazione residenziale. Dovunque gli afroamericani guardassero, lo Stato non solo era sordo ai loro bisogni ma un complice del crimine.
Questo è stato la causa delle sollevazioni urbane che hanno spazzato le città della nazione negli anni '60, la stessa epoca del movimento dei diritti civili nel sud. Il fallimento dello Stato nel concedere un qualunque diritto gli afroamericani chiedessero, ha lasciato centinaia di migliaia di loro a dover fare da soli. Non importava allora, e non importa ora, se la società bianca approva o disapprova, quello che conta è che il meccanismo formale per il cambiamento sociale ha fallito, spingendo gli afroamericani ad agire a propria tutela.
Sei anni fa, le proteste di Ferguson hanno posto le basi per la nascita del movimento black lives matter, che è radicato in simili disuguaglianze sociali. Fu paradossale che il nuovo movimento emerse all’ombra del primo presidente afroamericano e alla presenza di più afroamericani al congresso di quanti ce ne siano mai stati prima.
Comunque, la presenza di così tanto potere politico nero non aveva fermato la brutalità quotidiana della polizia. Così come non ha potuto fermare il collasso della proprietà di case degli afroamericani, l’allargamento del gap del benessere fra etnie o il debito dato dai prestiti per gli studenti che ha messo il giogo alla storia debitoria dei black millennials.
Non importava se le aspettative erano troppo grandiose per ciò che un presidente nero avrebbe potuto ottenere. Ciò che importava era che il governo avesse sostanzialmente fallito nel fare la differenza nelle vite delle persone, gli afroamericani protestavano per far sì che black lives matter.
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Cina - Concluse le Due Sessioni, l'imperativo è ripristinare subito crescita, stabilità e sicurezza
Si è conclusa tra il 27 ed il 28 maggio
scorsi la Doppia Sessione, principale appuntamento politico annuale in
Cina, che prevede il quasi contemporaneo svolgimento della Conferenza
Politico-Consultiva del Popolo, massimo organo consultivo del Paese, e
dell'Assemblea Nazionale del Popolo, massimo organo legislativo
nazionale.
Le indicazioni e le decisioni che i due consessi erano chiamati a proporre e mettere nero su bianco, soprattutto l'Assemblea, vero e proprio Parlamento nel sistema politico del Paese asiatico, erano molto attese dagli osservatori di tutto il mondo, in particolare per comprendere i provvedimenti che la Cina avrebbe messo in campo per il rilancio dell'economia in questa difficile fase di ripresa e per conoscere le soluzioni alla crisi di Hong Kong, dopo le violente proteste dello scorso anno e i tentativi di replicarle anche in questo primo semestre, già denso di difficoltà a causa dell'emergenza sanitaria.
Nel pieno della pandemia e delle polemiche tra Pechino e Washington, dopo le accuse di inizio maggio da parte di Donald Trump e Mike Pompeo, che avevano imputato alla Cina e all'OMS di aver nascosto rischi e dimensioni dell'epidemia scoppiata tra dicembre e gennaio nella città di Wuhan, il primo ministro Li Keqiang, nella conferenza stampa di chiusura del 28 maggio, pur in assenza di una previsione precisa sul PIL per quest'anno (incertezza che aveva fatto agitare i mercati nei primi giorni della Doppia Sessione), ha spiegato che la Cina «sta assumendo misure calibrate per rafforzare la crescita», dicendosi «fiducioso sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo». Insomma, anche in questo durissimo 2020, ci si attende un numero col segno positivo, sebbene piuttosto distante dal range indicato cinque anni fa per la fase di "nuova normalità" (6-6,5%) e comunque inferiore al 6,1% del 2019.
«Sforzi maggiori» sono stati menzionati anche per la stabilizzazione del mercato del lavoro, venendo incontro ai settori maggiormente colpiti dalle restrizioni dovute all'emergenza Covid-19, anzitutto commercio e turismo. Pechino non si è limitata ad iniettare, attraverso la sua banca centrale (PBoC), liquidità sui mercati finanziari, come fatto a metà febbraio con 300 miliardi di yuan tra finanziamenti a un anno ed operazioni di pronti contro termine, o a tagliare il tasso sui prestiti a medio termine a un anno dal 3,25% al 3,15%. Il governo ha messo in campo anche una serie di misure fiscali, sulla scia della più vasta riforma strutturale dell'offerta avviata nel 2015, mirate a ridurre la tassazione per le micro, piccole e medie imprese, in particolare quelle innovative.
L'obiettivo dichiarato da Li Keqiang per quest'anno è quello di provare a raggiungere una media di 10.000 nuove «entità di mercato» (aziende, esercizi ecc. ...) registrate al giorno. Un traguardo che apparirebbe mastodontico per qualsiasi altro Paese, ma che in Cina, viste le dimensioni, risulta assolutamente possibile, sebbene ambizioso in questa congiuntura. Basti pensare che nel triennio 2014-2016, in media, nel Paese asiatico erano sorte ogni giorno 12.000 nuove imprese, mentre il dato aveva addirittura superato quota 15.000 nel primo quadrimestre del 2017.
In ogni caso, la prospettiva di medio termine resta quella al 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, anno in cui è fissato il primo grande traguardo della Cina di Xi Jinping: il raggiungimento di una moderata prosperità generalizzata, ovvero lo Xiaokang, per utilizzare il termine confuciano già recuperato in chiave moderna da Deng Xiaoping nel 1979. Si tratta di un passaggio fondamentale nel lungo percorso di sviluppo cominciato all'alba degli anni Ottanta con l'attuazione della politica di riforma e apertura, che dovrà aprire la strada ad ulteriori riforme sino al 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, nel quadro della cosiddetta Nuova Era.
Un articolo del presidente cinese, previsto in pubblicazione nelle prossime ore all'interno dell'11° numero della rivista bimestrale Qiushi, mette in luce proprio la costruzione di una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti, a partire dall'attenzione che la leadership, sin dal 18° Congresso del PCC (2012), ha dedicato all'aspirazione della popolazione ad una migliore qualità della vita, come anticipato oggi da Xinhua. L'agenzia stampa cinese, riassumendo il testo di Xi, sottolinea che «in generale, la Cina ha già fondamentalmente raggiunto l'obiettivo» e che «i risultati hanno persino superato le aspettative». Permangono ancora «alcune aree di fragilità [...] che devono essere consolidate con sforzi adeguati». Richiamando il paradigma di sviluppo del Paese nella Nuova Era, incentrato sul primato della qualità (esistenziale, manifatturiera, ambientale ecc. ...), l'articolo di Xi ribadisce che «i criteri per una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti dovrebbero includere non solo indicatori quantitativi ma anche un'attenta valutazione degli attuali standard di vita e del senso di soddisfazione della popolazione».
Imprescindibile dallo sviluppo economico e sociale c'è la questione della riunificazione nazionale, che richiama le crisi di Hong Kong e Taiwan. Un Paese, due sistemi è l'emblematico modello pensato da Deng Xiaoping negli anni Ottanta sia per Hong Kong, restituita da Londra nel 1997, che per Macao, ex colonia portoghese, restituita alla Cina nel 1999, ma anche per Taiwan. Con l'isola, ancora "ribelle", è in atto un dialogo per la riunificazione sin dal 1992, specie con il Kuomintang e alcune forze della coalizione pan-blu, oggi però interrotto dalla governatrice Tsai Ing-wen, leader del Partito Democratico Progressista e della coalizione pan-verde di cui è a capo.
In generale si tratta di ferite ancora sanguinanti, residui di squarci aperti nel corpo martoriato del Celeste Impero tra il XIX e il XX secolo, quando la Cina fu dapprima aggredita dalle potenze coloniali europee, che costrinsero l'ormai indebolita Dinasta Qing a firmare numerosi trattati di spoliazione territoriale, definiti "ineguali" e mai accettati dai cinesi, come ad esempio quello di Nanchino (1842), la Convenzione di Pechino (1860) e la Convenzione per l'Estensione Territoriale (1898), che assegnarono, in tre diverse fasi, all'Impero Britannico l'isola di Hong Kong, la Penisola di Kowloon e tutti i territori insulari e peninsulari circostanti, i cosiddetti Nuovi Territori, pari all'86% della superficie dell'attuale regione amministrativa speciale di Hong Kong.
Nei decenni successivi la Cina fu poi invasa, più volte, dal Giappone imperiale, che occupò anche la stessa Taiwan per cinquant'anni (1895-1945). Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Paese fu colpito anche dagli Stati Uniti che, alleati del Kuomintang di Chiang Kai-shek, mobilitarono le loro forze per impedire che le milizie di Mao Zedong e Zhu De avessero la meglio nell'ultimo atto di un'estenuante guerra civile protrattasi, a più fasi, sin dal 1927. Sforzi vani, guardando agli esiti della storia, ma non del tutto, considerando il sostegno politico e militare che ancora oggi - nonostante il diritto internazionale sancisca dal 1971 il principio di Una sola Cina - Washington garantisce a Taiwan, perpetuando la sopravvivenza di quello che è, a tutti gli effetti, un suo protettorato a poche miglia dalle coste della Cina continentale.
Con la legge sulla sicurezza nazionale approvata la scorsa settimana dall'Assemblea, Pechino mette dunque un punto sulla questione di Hong Kong, alla luce degli incidenti, delle violenze e dei disordini che per mesi hanno messo a repentaglio la stabilità sociale, la legalità e l'incolumità fisica dei cittadini, non di rado aggrediti dai manifestanti più violenti solo per aver espresso idee ed opinioni diverse. Hanno fatto il resto le richieste di sostegno delle frange più estremiste, munite persino di bandiere americane e britanniche, al governo degli Stati Uniti e la risposta di Donald Trump, con la firma, nel novembre scorso, del cosiddetto Hong Kong Human Rights and Democracy Act, un'ingerenza ovviamente intollerabile per Pechino.
Oggi, alla luce dell'approvazione di questa criticata legge, lo stesso Trump ed il suo segretario di Stato Mike Pompeo dicono di ritenere tramontato lo status speciale di Hong Kong, confondendo evidentemente il concetto di autonomia con quello di indipendenza. Premesso che quella attuale è una programmata fase di transizione cinquantennale (1997-2047) e non uno status eterno, il modello Un Paese, due sistemi - viene da sé - non potrà mai trasformarsi in un fantomatico modello Due Paesi, due sistemi. Questione di sovranità, più che di "sovranismo".
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Le indicazioni e le decisioni che i due consessi erano chiamati a proporre e mettere nero su bianco, soprattutto l'Assemblea, vero e proprio Parlamento nel sistema politico del Paese asiatico, erano molto attese dagli osservatori di tutto il mondo, in particolare per comprendere i provvedimenti che la Cina avrebbe messo in campo per il rilancio dell'economia in questa difficile fase di ripresa e per conoscere le soluzioni alla crisi di Hong Kong, dopo le violente proteste dello scorso anno e i tentativi di replicarle anche in questo primo semestre, già denso di difficoltà a causa dell'emergenza sanitaria.
Nel pieno della pandemia e delle polemiche tra Pechino e Washington, dopo le accuse di inizio maggio da parte di Donald Trump e Mike Pompeo, che avevano imputato alla Cina e all'OMS di aver nascosto rischi e dimensioni dell'epidemia scoppiata tra dicembre e gennaio nella città di Wuhan, il primo ministro Li Keqiang, nella conferenza stampa di chiusura del 28 maggio, pur in assenza di una previsione precisa sul PIL per quest'anno (incertezza che aveva fatto agitare i mercati nei primi giorni della Doppia Sessione), ha spiegato che la Cina «sta assumendo misure calibrate per rafforzare la crescita», dicendosi «fiducioso sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo». Insomma, anche in questo durissimo 2020, ci si attende un numero col segno positivo, sebbene piuttosto distante dal range indicato cinque anni fa per la fase di "nuova normalità" (6-6,5%) e comunque inferiore al 6,1% del 2019.
«Sforzi maggiori» sono stati menzionati anche per la stabilizzazione del mercato del lavoro, venendo incontro ai settori maggiormente colpiti dalle restrizioni dovute all'emergenza Covid-19, anzitutto commercio e turismo. Pechino non si è limitata ad iniettare, attraverso la sua banca centrale (PBoC), liquidità sui mercati finanziari, come fatto a metà febbraio con 300 miliardi di yuan tra finanziamenti a un anno ed operazioni di pronti contro termine, o a tagliare il tasso sui prestiti a medio termine a un anno dal 3,25% al 3,15%. Il governo ha messo in campo anche una serie di misure fiscali, sulla scia della più vasta riforma strutturale dell'offerta avviata nel 2015, mirate a ridurre la tassazione per le micro, piccole e medie imprese, in particolare quelle innovative.
L'obiettivo dichiarato da Li Keqiang per quest'anno è quello di provare a raggiungere una media di 10.000 nuove «entità di mercato» (aziende, esercizi ecc. ...) registrate al giorno. Un traguardo che apparirebbe mastodontico per qualsiasi altro Paese, ma che in Cina, viste le dimensioni, risulta assolutamente possibile, sebbene ambizioso in questa congiuntura. Basti pensare che nel triennio 2014-2016, in media, nel Paese asiatico erano sorte ogni giorno 12.000 nuove imprese, mentre il dato aveva addirittura superato quota 15.000 nel primo quadrimestre del 2017.
In ogni caso, la prospettiva di medio termine resta quella al 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, anno in cui è fissato il primo grande traguardo della Cina di Xi Jinping: il raggiungimento di una moderata prosperità generalizzata, ovvero lo Xiaokang, per utilizzare il termine confuciano già recuperato in chiave moderna da Deng Xiaoping nel 1979. Si tratta di un passaggio fondamentale nel lungo percorso di sviluppo cominciato all'alba degli anni Ottanta con l'attuazione della politica di riforma e apertura, che dovrà aprire la strada ad ulteriori riforme sino al 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, nel quadro della cosiddetta Nuova Era.
Un articolo del presidente cinese, previsto in pubblicazione nelle prossime ore all'interno dell'11° numero della rivista bimestrale Qiushi, mette in luce proprio la costruzione di una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti, a partire dall'attenzione che la leadership, sin dal 18° Congresso del PCC (2012), ha dedicato all'aspirazione della popolazione ad una migliore qualità della vita, come anticipato oggi da Xinhua. L'agenzia stampa cinese, riassumendo il testo di Xi, sottolinea che «in generale, la Cina ha già fondamentalmente raggiunto l'obiettivo» e che «i risultati hanno persino superato le aspettative». Permangono ancora «alcune aree di fragilità [...] che devono essere consolidate con sforzi adeguati». Richiamando il paradigma di sviluppo del Paese nella Nuova Era, incentrato sul primato della qualità (esistenziale, manifatturiera, ambientale ecc. ...), l'articolo di Xi ribadisce che «i criteri per una società moderatamente prospera in tutti i suoi aspetti dovrebbero includere non solo indicatori quantitativi ma anche un'attenta valutazione degli attuali standard di vita e del senso di soddisfazione della popolazione».
Imprescindibile dallo sviluppo economico e sociale c'è la questione della riunificazione nazionale, che richiama le crisi di Hong Kong e Taiwan. Un Paese, due sistemi è l'emblematico modello pensato da Deng Xiaoping negli anni Ottanta sia per Hong Kong, restituita da Londra nel 1997, che per Macao, ex colonia portoghese, restituita alla Cina nel 1999, ma anche per Taiwan. Con l'isola, ancora "ribelle", è in atto un dialogo per la riunificazione sin dal 1992, specie con il Kuomintang e alcune forze della coalizione pan-blu, oggi però interrotto dalla governatrice Tsai Ing-wen, leader del Partito Democratico Progressista e della coalizione pan-verde di cui è a capo.
In generale si tratta di ferite ancora sanguinanti, residui di squarci aperti nel corpo martoriato del Celeste Impero tra il XIX e il XX secolo, quando la Cina fu dapprima aggredita dalle potenze coloniali europee, che costrinsero l'ormai indebolita Dinasta Qing a firmare numerosi trattati di spoliazione territoriale, definiti "ineguali" e mai accettati dai cinesi, come ad esempio quello di Nanchino (1842), la Convenzione di Pechino (1860) e la Convenzione per l'Estensione Territoriale (1898), che assegnarono, in tre diverse fasi, all'Impero Britannico l'isola di Hong Kong, la Penisola di Kowloon e tutti i territori insulari e peninsulari circostanti, i cosiddetti Nuovi Territori, pari all'86% della superficie dell'attuale regione amministrativa speciale di Hong Kong.
Nei decenni successivi la Cina fu poi invasa, più volte, dal Giappone imperiale, che occupò anche la stessa Taiwan per cinquant'anni (1895-1945). Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Paese fu colpito anche dagli Stati Uniti che, alleati del Kuomintang di Chiang Kai-shek, mobilitarono le loro forze per impedire che le milizie di Mao Zedong e Zhu De avessero la meglio nell'ultimo atto di un'estenuante guerra civile protrattasi, a più fasi, sin dal 1927. Sforzi vani, guardando agli esiti della storia, ma non del tutto, considerando il sostegno politico e militare che ancora oggi - nonostante il diritto internazionale sancisca dal 1971 il principio di Una sola Cina - Washington garantisce a Taiwan, perpetuando la sopravvivenza di quello che è, a tutti gli effetti, un suo protettorato a poche miglia dalle coste della Cina continentale.
Con la legge sulla sicurezza nazionale approvata la scorsa settimana dall'Assemblea, Pechino mette dunque un punto sulla questione di Hong Kong, alla luce degli incidenti, delle violenze e dei disordini che per mesi hanno messo a repentaglio la stabilità sociale, la legalità e l'incolumità fisica dei cittadini, non di rado aggrediti dai manifestanti più violenti solo per aver espresso idee ed opinioni diverse. Hanno fatto il resto le richieste di sostegno delle frange più estremiste, munite persino di bandiere americane e britanniche, al governo degli Stati Uniti e la risposta di Donald Trump, con la firma, nel novembre scorso, del cosiddetto Hong Kong Human Rights and Democracy Act, un'ingerenza ovviamente intollerabile per Pechino.
Oggi, alla luce dell'approvazione di questa criticata legge, lo stesso Trump ed il suo segretario di Stato Mike Pompeo dicono di ritenere tramontato lo status speciale di Hong Kong, confondendo evidentemente il concetto di autonomia con quello di indipendenza. Premesso che quella attuale è una programmata fase di transizione cinquantennale (1997-2047) e non uno status eterno, il modello Un Paese, due sistemi - viene da sé - non potrà mai trasformarsi in un fantomatico modello Due Paesi, due sistemi. Questione di sovranità, più che di "sovranismo".
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