Lo sanno benissimo, ma ancora non gli basta.
Infatti, nell’intervista concessa giorni fa al Wall Street Journal, Mario Draghi ha detto che queste misure sono inevitabili e “recessive nel breve periodo”.
Ma, ha aggiunto, alla contrazione immediata seguirà una crescita
sostenibile nel lungo periodo se, e solo se, verranno introdotte
“riforme strutturali”.
I tagli alla spesa di per sé non bastano, se l’ulteriore riduzione
del deficit è ottenuta con aumenti di imposte, che secondo lui
andrebbero invece ridotte. Il che si può fare solo con altri tagli alle
spese, cioè allo stato sociale.
Ma questo ancora non basterebbe.
C’è accordo sul fatto che ci vorrebbero più spese per investimenti
pubblici in infrastrutture e modernizzazione. Anni fa, l’ex-presidente
della Commissione europea Jacques Delors propose di non conteggiare gli
investimenti pubblici nei deficit dei bilanci degli Stati, per non
aumentarne il livello ammesso, che allora era il 3 % e oggi è lo zero.
Draghi, invece, propone che queste spese vadano a ulteriore
riduzione della spesa corrente, che però è in gran parte costituita da
istruzione, sanità e altre spese sociali.
Inevitabile quindi la domanda dell’intervistatore se l’Europa si
definirà o no in base al suo modello sociale. “Il modello sociale
europeo non c’è più”, secondo Draghi in quanto si è permesso che alti
tassi di disoccupazione giovanile lo rendessero meno equo.
Conclusione pretestuosa perché, casomai, è proprio la persistenza
di uno stato sociale ancora abbastanza ampio che ha reso socialmente
sostenibile l’iniquità del mercato lavoro dualistico a danno dei
giovani. Di questa iniquità sono responsabili il mercato e le imprese,
non certo i lavoratori.
Non stupisce quindi, di conseguenza, il concetto di maggiore “equità” del mercato del lavoro enunciato da Draghi.
Secondo lui, il peso della flessibilità sociale ricade tutto sui giovani perché c’è una parte del mercato del lavoro “protetta”.
Di conseguenza, l’obiettivo della riforma del mercato del lavoro
deve essere di ridurre le difese contrattuali per tutti, così il disagio
sarà più equamente distribuito.
Più ex-protetti licenziati e più precari assunti, tutti a
condizioni complessivamente peggiori, questa è l’equità secondo Draghi.
Che questi “protetti” siano magari i genitori dei più “precari” i
quali quindi starebbero molto peggio se mancassero le difese
contrattuali dei “protetti”, che a loro volta sono genitori anche di
figli più giovani cui non potranno offrire condizioni di ingresso
decenti nel mercato del lavoro, è un’idea che non sfiora né Draghi né
altri.
Come ciliegina, Draghi si permette una spiritosaggine degna delle
esternazioni dei nostri “sobri” ministri, ricordando che un economista
americano tempo fa disse che l’Europa era così ricca da potersi
permettere di pagare tutti anche senza lavorare.
Al contrario, Romano Prodi in una conferenza a Bologna ha gettato
l’allarme sul fatto che la riduzione dello stato sociale mina la
coesione sociale.
Mina anche, vale la pena di aggiungere, quella competitività di cui tanti parlano a vanvera.
Difficili condizioni di vita per ampi strati sociali, scuole e
università sottofinanziate, non possono che produrre carenza di massa di
quadri della conoscenza, di cui l’economia italiana ha invece
particolarmente bisogno per reggere la concorrenza mondiale.
Pare che la “Apple” abbia detto al presidente Obama che non può
riportare produzioni negli USA perché mancano quadri adeguati; e mancano
perché il sistema scolastico americano non li produce.
È questo il destino che Draghi e Monti, con il contributo fattivo di Gelmini e Sacconi, hanno in mente per l’Italia?
La linea enunciata con chiarezza da Draghi, certamente condivisa da
Monti, è meno stato sociale e meno difese contrattuali per tutti. Ciò
dovrebbe favorire la crescita nel lungo periodo.
Ma sia Draghi che Monti sono molto eufemistici riguardo alla stessa crescita.
Il primo non dice che alla recessione seguirà semplicemente
crescita, bensì che, grazie alle riforme strutturali, seguirà una
“crescita sostenibile”, perché sa che ben altre sono le misure che
producono crescita senza aggettivi, ma non le vuole!
Nella stessa vena Monti ha detto che il suo decreto cresci-Italia
“aiuta” la crescita, così come fanno certi venditori di lozioni, di cui
non possono più dire che “fanno crescere” i capelli. Alla fine, dopo
questo “breve” periodo di purgatorio, avremo una crescita moralmente
accettabile.
Ma, come diceva un famoso economista, la lunghezza del “breve
periodo” è molto diversa a seconda che lo si guardi dall’inizio o dalla
fine. E noi siamo solo all’inizio.Fonte.
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