03/04/2025
Verso un attacco USA-Israele contro l’Iran?
La scorsa settimana sono giunti nella grande infrastruttura militare di Diego Garcia (Oceano indiano) sei bombardieri subsonici B-2 Spirit (con caratteristica stealth, che consentono loro di sfuggire al controllo radar e predisposti al trasporto di testate nucleari B-61 e B-83).
Il 1 aprile, è stato registrato invece un intenso traffico di grandi velivoli da trasporto C-17A Globemaster III dell'US Air Force tra alcune importanti basi aeree in Europa (in particolare Ramstein, Germania) e lo scalo Al Udeid in Qatar, hub operativo e logistico chiave per le operazioni delle forze armate USA nello scacchiere mediorientale (presenza fino a 10.000 militari e un centinaio di velivoli). È presumibile che in Qatar siano stati trasferiti sistemi d’arma, munizioni e apparecchiature in vista dell’escalation bellica contro l’Iran.
Presso la base di Al Udeid è pure presente una Cellula Nazionale Interforze italiana che ha il compito di coordinare la pianificazione delle attività degli assetti dell’Aeronautica Militare impiegati nelle operazioni “anti-terrorismo” a guida USA in Iraq e Siria.
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Contro il riarmo europeo è bene manifestare, ma occorre anche chiarezza
Nella maggioranza di governo si dividono strumentalmente, cercando disperatamente di non apparire spaccati in due, tra i sostenitori della “pace di Trump” e i facilitatori del riarmo e delle ambizioni europee.
All’opposizione c’è chi vorrebbe tenere il piede in due scarpe (vedi il PD) e chi come il M5S sembra aver imbracciato con maggiore determinazione lo stop al riarmo europeo.
I sondaggi finora disponibili, dimostrano che nell’opinione pubblica prevale ancora un sentimento contrario al coinvolgimento nella guerra in Ucraina e al riarmo. È un dato importante, ma che rischia di diventare aleatorio se non trova una espressione politica capace di pesare nei rapporti di forza. E questi, nell’attuale Parlamento, sono ancora sfavorevoli ad una scelta non guerrafondaia.
Pesa infatti l’ambiguità sull’idea che l’Unione Europea (arbitrariamente e strumentalmente confusa con “l’Europa”), per pesare nella competizione globale con le altre grandi potenze, debba dotarsi di un forte apparato militare e di politiche conseguenti.
La guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti in qualche modo rafforza questa opzione e la alimenta nella campagna massmediatica tra le opinioni pubbliche del Vecchio Continente.
Ma i fatti, oltre che la storia europea, ci insegnano che una intensa campagna di riarmo parallela ad una guerra commerciale di stampo protezionista formano un combinato disposto micidiale che ha sempre innescato le guerre, e che per qualche motivo queste hanno sempre trovato in Europa la loro incubazione principale.
In uno scenario così inquietante, raddrizzare il piano inclinato appare una priorità sulla quale far convergere tutte le forze che ne hanno consapevolezza, in contrasto con quelle che spingono per inclinarlo ancora di più verso il baratro.
In tale contesto, la manifestazione contro il riarmo europeo del 5 aprile convocata dal M5S coglie l’occasione e sembra riuscire a catalizzare una gran parte delle forze schierate per la pace.
Si può asserire che era nata in un modo – condizionare il dibattito nel “campo largo” – ed è diventata via via un’altra cosa. Ma non appare affatto scontato se questo segno della manifestazione del 5 aprile reggerà nel tempo oppure no.
L’esperienza fattuale ci ha insegnato che le posizioni delle forze politiche italiane cambiano significativamente tra quando si trovano al governo o all’opposizione. In materia di riarmo il M5S di governo ha dato una pessima prova di sé, sia sulla spesa militare che sulla prima fase della guerra in Ucraina. Una volta all’opposizione ha modificato – in meglio – le proprie posizioni. Ne prendiamo atto, ma...
Su questa contraddizione, negli anni passati, non abbiamo mai fatto sconti alle forze del centro-sinistra e della sinistra parlamentare sulle posizioni adottate quando erano al governo o all’opposizione. È sufficiente ricordare lo scontro con il governo D’Alema sull’aggressione Nato alla Jugoslavia (con Mattarella vice e ministro della Difesa) o, in tempi più recenti, quello con il secondo governo Prodi sulla partecipazione dei militari italiani alle guerre degli Usa in Iraq e Afghanistan.
Quando le forze politiche che avevano fatto quelle scelte, una volta tornate all’opposizione, hanno provato a rifarsi una verginità politica nelle piazze, non abbiano mai fatto sconti. Non si capisce perché con il M5S si dovrebbe usare uno standard diverso.
Dunque è un bene che ci sia una manifestazione contro il riarmo europeo, ma meno bene che le forze della sinistra di classe accettino l’egemonia del M5S su questa mobilitazione, che non abbiano previsto né prevedano altre ipotesi, né che esitino a definire più nitidamente le coordinate politiche sulle quali “convergere” con le altre forze che si battono per la pace.
Può sembrare un dettaglio ma non lo è. È stato proprio l’aver perso questa funzione chiarificatrice che ha disgregato e indebolito la sinistra di classe e alternativa in questo paese. Ne riparliamo a partire dal 6 aprile.
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La vittoria di Pirro della Troika in Grecia, sulla pelle della gente
L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.
Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.
Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.
Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.
La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.
Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.
Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.
Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.
L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.
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Gli USA contro tutti, e potrebbe andarle male…
È un Trump con la faccia più tosta del consueto quello che ha agitato tabelle e 400 pagine di ordine esecutivo in conferenza stampa, recitando la parte del “paese saccheggiato” soprattutto dagli alleati storici che si sarebbero approfittati della stolidità dei governi precedenti. “Dazi reciproci” vorrebbe infatti significare che quella americana è una “risposta” ad analoghe tariffe già operanti su e contro le esportazioni statunitensi. Anche se molto raramente ciò è vero.
Solo per fare un esempio veloce, se si considera l’Iva applicata su tutte le merci europee come una “barriera tariffaria” è chiaro che si sta ciurlando nel manico. Perché l’“imposta sul valore aggiunto” (al 21%) viene pagata da tutti – consumatori e imprese, nelle loro forniture reciproche – anche in tutta Europa. Dunque non è e non può essere uno “svantaggio competitivo” per merci e prodotti statunitensi.
Il modo in cui sono state ricavate le percentuali da applicare è però molto più scriteriato di così, al punto da sorprendere persino gli smaliziati analisti del Financial Times:
“Ecco cosa sembrano aver fatto la Casa Bianca e il suo team di investigatori commerciali: prendi il deficit commerciale degli Stati Uniti con un qualsiasi paese in particolare e dividilo per la quantità totale di beni importati da quel paese. Dimezza quella percentuale e ottieni il tasso tariffario ‘reciproco’ degli Stati Uniti. Possiamo confermare che questo corrisponde ai numeri dei primi 24 paesi elencati, che abbiamo controllato a mano perché non ci potevamo credere e anche perché ci rifiutiamo di usare l’IA per qualsiasi cosa”.Sollecitando dunque una reazione davvero scandalizzata in chi vive per affermare il capitalismo occidentale:
“Gli USA... insinuano che tutti i deficit commerciali sono il risultato di pratiche sleali o manipolazione della valuta? E il vantaggio comparato? David Ricardo si starà sicuramente rivoltando nella tomba. E le banane? Non crescono negli USA!”Dettagli a parte – rintracciabili appunto nelle 400 pagine del diktat imperiale – la botta al commercio internazionale è tale da segnare un passaggio d’epoca, con conseguenze in qualche caso devastanti ma anche con aspetti paradossali che vale la pena di accennare, più avanti.
Per restare alle cose di casa nostra “l’Europa” viene trattata come un’area unitaria, senza distinzioni tra i vari paesi, con dazi generali del 20%. Si tratta di dazi su merci e servizi diversi da acciaio, alluminio e automobili per cui erano stati già decise barriere del 25%, in parte già operativi, mentre per le auto sono scattati solo oggi.
Potrebbe sembrare un riconoscimento della entità europea come soggetto anche politicamente autonomo, ma è l’esatto contrario. La riprova formale/diplomatica sta nel fatto che Ursula von der Leyen – responsabile ufficiale dell’Unione Europea – chiede da tempo di poter incontrare “Potus” (President of the United States), ma non le viene neanche risposto. Come una questuante qualsiasi, insomma...
È chiaro dunque che imporre dazi identici a un’area frammentata in quanto a interessi specifici (i paesi membri della UE hanno rapporti commerciali molto diversi con gli Usa per quantità, valore, percentuali di Pil, ecc.) significa incentivare le differenze e inserire un cuneo divisivo fondato non sulle chiacchiere (i presunti “valori condivisi” e altra cialtronerie buone per le cerimonie o i talk show), ma sui profitti.
Gli effetti si vedranno presto, ma le risposte e i commenti dei vari governi europei già ora sono molto differenziati, tra appelli alla “prudenza” e minacce di “vendetta” comunque subordinata a trattative che ancora non sono state aperte. Ne si sa quando potranno esserlo...
A parte Gran Bretagna e Australia, “beneficiate” di dazi minimi al 10%, per il resto del mondo va decisamente peggio. La Cina è colpita con tariffe aggiuntive del 34%, curiosamente identiche a quelle riservate a Taiwan (+32%), cosa che potrebbe generare più sintonie che divergenze tra le “due Cine” (uno dei tanti paradossi di questa strategia statunitense).
Colpite al 49% le merci provenienti dal sud-est asiatico (Cambogia, Vietnam, ecc.), che fin qui erano state “facilitate” nel tentativo di favorirne lo sganciamento rispetto all’economia cinese.
Stessa misura, quasi incomprensibile per “noi europei”, nei confronti del Lesotho (una piccola enclave semi-indipendente all’interno del territorio del Sudafrica), di cui probabilmente Trump ignora persino la collocazione geografica.
Ma potete tranquillamente scorrere il “mattone” firmato ieri sera, qui allegato.
Sul piano politico, si diceva, è la fine certificata di un’epoca chiamata “globalizzazione”, da cui si esce con una frammentazione totale del mercato mondiale. Il tentativo apparente è quello di costringere ogni singolo paese a ricercare rapporti individuali con gli Stati Uniti, ovviamente mettendo a disposizione la possibilità di firmare accordi-capestro molto svantaggiosi.
Ma la reazione generale può facilmente essere anche l’opposto, ossia la ricerca di accordi commerciali migliori che prescindono totalmente dal rapporto individuale con gli Usa. L’esempio recente della triangolazione fin qui impensabile tra Cina, Giappone e Corea del Sud (le tre principali economia asiatiche nel Pacifico) ci sembra piuttosto indicativo di una tendenza che può rapidamente diventare valanga.
Una eventualità del genere, che sarà naturalmente contrastata con ogni mezzo – soprattutto finanziario e militare – da Washington, potrebbe così materializzare un potente boomerang che si abbatte sull’economia Usa.
La quale non è pensabile possa in tempi brevi re-internalizzare le produzioni de-localizzate nell’arco di 80 anni e con più velocità dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Se per le merci di lusso il problema non è drammatico (i dazi possono essere comodamente riassorbiti grazie agli alti margini di profitto dei produttori, e comunque peserebbero marginalmente nelle tasche piene di soldi degli acquirenti abituali di Ferrari e alta moda), per l’infinita lista di merci e servizi a basso costo che “l’America” ha smesso di produrre già da decenni non si vede possibilità di sostituzione in tempi rapidi.
Per esempio, circa venti anni fa WalMart (una catena di grande distribuzione presente capillarmente sul territorio americano, con presenza in ogni sperduto villaggio e con quasi un milione di dipendenti) rappresentava il 12% di tutte le esportazioni cinesi nel mondo. Parliamo di merci che noi troviamo “dal cinese” sotto casa, e che nessuno più produce in Occidente. Men che meno negli Usa...
I giochi sono dunque, a questo punto, tutti aperti. La scommessa dei trumpiani è di restare “king maker” contando sullo strapotere nei rapporti individuali con tutti i paesi del mondo. Ma non è proprio detto che tutto il mondo reagisca accettando di finire sotto il cappio uno alla volta.
E a quel punto si comincia a ragionare sulle possibile alternative. I Brics+ si erano già portati avanti col lavoro, ci sembra...
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[Contributo al dibattito] - Il grande disegno di Trump
Cosa c'è nel "Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio" scritto da Stephen Miran, consigliere economico della Casa Bianca. Che sogna di costringere i partner commerciali a indebolire il dollaro per aumentare la competitività Usa, usando anche la difesa come leva.
Un nuovo ordine commerciale (e finanziario) globale – Sarebbe questo il vero obiettivo dietro l’annuncio di Donald Trump sui nuovi dazi nei confronti dei partner commerciali. Il piano è tutt’altro che segreto. L’economista Stephen Miran l’ha esposto nel dettaglio lo scorso novembre, quando ancora lavorava per la società di investimento Hudson Bay Capital, in un paper dal titolo inequivocabile: A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio). Poco dopo, il 41enne Miran è stato chiamato dal presidente Usa a guidare il suo Consiglio dei consulenti economici. Cosa che fa potenzialmente di quel saggio, secondo molti osservatori non privo di errori e contraddizioni, il canovaccio del grande disegno della Casa Bianca per rilanciare l’industria americana. Conviene leggerlo per capire quali potrebbero essere le prossime mosse di Washington. A partire da un accordo internazionale mirato a ridurre il valore del dollaro, secondo Miran sopravvalutato a danno della competitività dei prodotti statunitensi, e ad allungare la vita del debito pubblico Usa per stabilizzarne i tassi a spese dei detentori stranieri. I quali – e così il cerchio si chiude – verranno convinti con “il bastone delle tariffe” e “la carota della difesa”, cioè la minaccia di essere privati dell’ombrello protettivo fin qui fornito da Washington.
Un vademecum per Trump – Miran, Ph.D ad Harvard e un passato da advisor del dipartimento del Tesoro durante il primo mandato di Trump, si era fatto notare lo scorso agosto per un paper a doppia firma con Nouriel Roubini che accusava l’allora segretaria al Tesoro Janet Yellen di manipolazione dell’emissione di titoli del debito pubblico a fini politici (avrebbe favorito l’indebitamento a breve termine per tener bassi i rendimenti e “drogare” l’economia favorendo una rielezione di Joe Biden). Tesi molto apprezzata dai Repubblicani, anche se il successore di Yellen, Scott Bessent, si è finora ben guardato dall’invertire la rotta. A una settimana dalle elezioni presidenziali, l’economista ha poi sfornato la Guida che è dichiaratamente un vademecum per il tycoon intenzionato a “rendere di nuovo grande l’America”. Miran mette nero su bianco di attendersi che il secondo mandato trumpiano “sarà probabilmente ancora più determinato del primo nel riconfigurare il sistema commerciale e finanziario internazionale” e di aver voluto proprio per questo mettere insieme “un menù di strumenti di policy” che gli consentirebbero a suo dire di raggiungere i suoi obiettivi di rivitalizzazione della manifattura e aumento della competitività a stelle e strisce.
Il dollaro sopravvalutato causa dei mali dell’industria Usa – Per Miran la radice del “profondo malcontento nei confronti dell’ordine economico prevalente” sta nella sopravvalutazione del dollaro, che rende più costoso e dunque meno competitivo l’export Usa imponendo un “handicap” alla manifattura statunitense e provocando la perdita di posti di lavoro. Il dollaro sarebbe sopravvalutato a causa – stando all’economista – dell’accumulazione di riserve di dollari e titoli di Stato Usa da parte di Paesi terzi in cerca di un rifugio sicuro. Ci sarebbe insomma un eccesso di domanda di dollari che finisce per determinare un deficit commerciale, visto che la bilancia dei pagamenti (export meno import) tende sempre ad assestarsi fino a pareggiare i flussi di capitale in entrata nel Paese. Attraverso il biglietto verde, Washington starebbe di fatto reggendo sulle proprie spalle la crescita mondiale a beneficio dei partner e a spese della propria economia. Una spiegazione troppo semplicistica, ha evidenziato il Nobel Paul Krugman, visto che fino a fine anni Settanta – nonostante il ruolo del dollaro come valuta di riserva fosse identico – il Paese ha registrato persistenti surplus commerciali. Ma tant’è.
Il secondo tempo: l’accordo di Mar-a-lago – Il doppio binario è necessario perché, di per sé, colpire le importazioni tende a far salire i prezzi a danno dei consumatori Usa e rafforzare ulteriormente la valuta nazionale. Risultato opposto a quello desiderato nell’architettura della Guida. E allora ecco l’idea, dopo aver “ammorbidito” i leader dei maggiori Paesi a suon di dazi punitivi, di convocarli a Mar-a-Lago, la residenza di Palm Beach che è il buen retiro del tycoon, per la firma di un nuovo grande accordo sui tassi di cambio come quello sottoscritto all’hotel Plaza di New York da Usa, Francia, Germania, Giappone e UK nel 1985. Si tratterebbe di convincere i partner, in cambio di una riduzione delle tariffe e del mantenimento per chi aderisce dell'“ombrello difensivo” Usa, a mettere in campo azioni coordinate – vendendo le loro riserve – per ridurre il valore del dollaro.
Un approccio multilaterale basato sull’intimidazione – Il conseguente aumento dei tassi di interesse, deleterio per Washington il cui debito è previsto in salita dall’attuale 100% al 156% del pil entro il 2055, verrebbe tamponato facendolo pagare ai Paesi che quel debito lo stanno finanziando. L’idea è quella di chiedere o imporre loro di scambiare i titoli del Tesoro a breve termine che hanno in portafoglio con obbligazioni di lunghissimo termine, addirittura century bonds, con rendimenti ridotti. Un “approccio multilaterale”, così lo definisce Miran, basato di fatto sull’intimidazione. L’alternativa unilaterale appare del resto ancora più improbabile: tra le proposte ci sono l’attivazione dell’International emergency economic powers act per imporre agli Stati che detengono buoni del Tesoro Usa una commissione d’uso (con la motivazione che “sono un fardello per l’export”) o l’uso del Fondo di stabilizzazione del cambio per comprare valuta estera e gonfiarne il valore.
Tutti i dubbi – È lo stesso Miran a riconoscere che le mosse che consiglia potrebbero annullarsi a vicenda: per esempio, se la compensazione valutaria funzionasse i dazi smetterebbero di incidere sui flussi commerciali rendendo più costose le importazioni. Palesi anche altre incoerenze rispetto agli obiettivi dichiarati dall’amministrazione Trump: come ha evidenziato Krugman, la rinazionalizzazione della produzione pare in evidente contrasto con la convinzione che non si registrerà alcun effetto inflattivo (perché allora i consumatori dovrebbero preferire prodotti domestici?). L’esplicito legame con la fornitura di “servizi di difesa” suscita poi diverse perplessità, che nel paper vengono tacitate sostenendo che nel caso l’Europa non si adegui e decida di procedere sulla strada di un drammatico aumento della propria spesa militare non sarà un problema, anzi: “Gli Usa potranno concentrarsi di più sulla Cina, che è una minaccia peggiore della Russia”. Analisti e banche d’affari, da JP Morgan a Abn Amro, giudicano del tutto improbabile che l’accordo di Mar-a-Lago possa materializzarsi. E si attendono che il primo step del piano, i dazi, porterà con sé inflazione e un impatto negativo sulla crescita.
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Salari più bassi per i giovani lavoratori, una miseria per precari e stagionali
Osservando i salari dei dipendenti nel settore privato si scopre che oltre ad una media già di per se modesta (solo 22.839 euro lordi l’anno) quella dei giovani lavoratori scende a 15.616 euro. Ma questo solo nel caso di un posto di lavoro stabile e per milioni di giovani non è affatto così.
Viene rilevato che il 40,9% dei lavoratori sotto i 35 anni ha un contratto precario, a tempo determinato o stagionale. Ma il dato è andato peggiorando perché i dati relativi ai nuovi contratti stipulati nel 2023 vedono salire la quota dei lavori precari tra gli under 30 addirittura al 79,8% dei casi. Si tratta di contrattini della durata che va tra una settimana e un mese di lavoro.
Con questi lavori a fine anno si racimolano briciole di salario: 9.038 euro lordi per chi ha un contratto a termine e 6.433 per gli stagionali. Molto meno di mille euro al mese. Ma intanto le statistiche possono affermare – facendo gonfiare il petto alle donne e uomini di governo – che l’occupazione è cresciuta e che tutto va bene sul fronte sul lavoro.
I dati qui sopra, inoltre, non rendono una sorpresa il fatto che la forza lavoro sta invecchiando. “Dal 2004 al 2024 – ha detto il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli – gli occupati sono 1 milione 631 mila in più (+7,3%): il saldo positivo sintetizza un calo di oltre due milioni di occupati tra i giovani di 15-34 anni e di quasi un milione tra i 35 e 49 anni, più che compensato dall’aumento degli over 50, pari a quasi 5 milioni”.
I giovani scappano da un paese che non offre possibilità. Chelli ha sottolineato che nel decennio 2013-2022 sono espatriati oltre un milione di cittadini italiani, di cui circa un terzo, 352 mila, aveva tra i 25 e i 34 anni. Di queste persone, il 37,7% – oltre 132 mila – avevano la laurea. Se parliamo di chi è tornato nel Bel Paese, “i rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono stati circa 104mila, di cui oltre 45mila laureati”.
Ha poi continuato: “mentre il Nord e il Centro riescono a compensare le uscite dei giovani laureati grazie ai movimenti migratori provenienti dal Mezzogiorno, quest’ultima ripartizione registra una perdita netta di 168mila individui tra il 2013 e il 2022, un’erosione di capitale umano che ne riduce la capacità di sviluppo e la possibilità di recupero a fronte di possibili shock esogeni”.
Al solito, il governo si fregia delle statistiche che gli fanno comodo, nascondendo inoltre la realtà di povertà che soggiace ad esse.
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Il protezionismo che accelera la crisi dell’impero americano
È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.
Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il Mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.
Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine.
Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati Uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.
Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.
Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.
Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.
Quanto all’Unione Europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali.
Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri (1 aprile, ndr) von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’UE è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.
In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati Uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento USA verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.
Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.
Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».
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02/04/2025
La Germania deporta quattro giovani stranieri per attivismo pro-Palestina
L’articolo qui riportato è stato tradotto da The Intercept, ed è comparso anche su +972 Magazine. È stato scritto dal giornalista Hanno Hauenstein, i cui lavori sono comparsi anche sul The Guardian e Haaretz. La storia che ricostruisce è quella di come le autorità di Berlino stanno adottando la stessa logica di Trump per l’espulsione dei solidali con la Palestina.
In un certo senso, per le specifiche legali che vengono evidenziate nell’articolo e la cittadinanza di paesi dell’area Schengen di tre dei quattro manifestanti colpiti dagli ordini di espulsione, forse questi casi sono ancora peggiori di quelli degli USA. Ma non è certo il caso di fare una classifica della ‘migliore’ repressione.
Prima di lasciare il lettore alle parole di Hauenstein, vogliamo sottolineare solo due questioni. La prima è come, in maniera sempre più diffusa, il combinato disposto tra l’associazione di ogni forma di dissenso alla categoria di “terrorismo” e l’invocazione di “ragioni di sicurezza nazionale” vengano usati per la repressione del fronte interno di una guerra che pervade la società occidentale, fuori e dentro i suoi confini.
Questo non avviene solo negli Stati Uniti di Trump, che con una semplice elezione, da “culla della democrazia” si sono trasformati in un paese quasi “canaglia”, e anche un po’ sottosviluppati culturalmente (stando alle parole suprematiste sentite nella piazza per l’Europa guerrafondaia di Michele Serra).
Avviene nel cuore della UE, in Germania, dove il principale partito è l’equivalente della nostra vecchia Democrazia Cristiana. E dove è stato fatto votare un parlamento ormai scaduto (ovvero “senza più potere di decidere”) per superare il vincolo costituzionale di bilancio che metteva freno al riarmo, nuova cartina tornasole del livello di civiltà e di democrazia nella vulgata bellicista di Bruxelles.
Insomma, alla fin fine, almeno se si tratta di reprimere ogni voce critica, USA e UE non sono poi così diversi.
L’altro elemento che a questo punto va sottolineato è che di fronte ai casi tedeschi suscita davvero rabbia la difesa che abbiamo sentito a più riprese in vari programmi televisivi, per cui – sì – è vero, anche l’Occidente ha violato il diritto internazionale, ma qui abbiamo il diritto di denunciarlo.
Le ritorsioni che stanno subendo i quattro manifestanti di cui si parla qui sotto mostrano che non è più vero neanche questo minimo. Se si prova a denunciare la complicità in un genocidio mentre questo accade, la tua vita viene resa impossibile. Forse, a distanza di qualche decennio, quando lo sterminio sarà completato, le classi dirigenti potrebbero permettere a qualcuno di dirlo: “è vero, i nostri governi sono stati complici del genocidio“.
Per quanto sia solo un’illusione (non accadrà davvero e, nel caso, troveranno sempre una scusante per giustificare il suprematismo europeo), questo è un insegnamento da tenere a mente: il capitale al massimo ti potrà concedere di dire le cose, non di cambiarle. Che è quello che vogliono davvero le forze emancipatrici in una società ingiusta.
Buona lettura.
Le autorità per l’immigrazione di Berlino stanno procedendo all’espulsione di quattro giovani residenti stranieri con l’accusa di aver partecipato alle proteste contro la guerra di Israele a Gaza, una decisione senza precedenti che solleva serie preoccupazioni sulle libertà civili in Germania.
Gli ordini di espulsione, elaborati ai sensi della legge tedesca sull’immigrazione, sono stati emessi in mezzo a pressioni politiche e a obiezioni interne da parte del capo dell’agenzia per l’immigrazione di stato di Berlino. Il conflitto interno è sorto perché tre di coloro che sono stati presi di mira per l’espulsione sono cittadini di stati membri dell’Unione Europea che normalmente godono della libertà di movimento tra i paesi dell’UE.
Gli ordini, emessi dallo stato di Berlino, la cui amministrazione del Senato sovrintende all’applicazione delle leggi sull’immigrazione, dovrebbero entrare in vigore in meno di un mese. Nessuno dei quattro è stato condannato per alcun crimine. Questi casi sono paragonabili all’uso che gli Stati Uniti fanno degli ordini di espulsione per reprimere i movimenti sociali.
“Quello che stiamo vedendo qui è tratto direttamente dal manuale dell’estrema destra”, ha detto Alexander Gorski, un avvocato che rappresenta due dei manifestanti. “Lo si può vedere negli Stati Uniti e ora anche in Germania: il dissenso politico viene messo a tacere prendendo di mira lo status di migrante dei manifestanti”.
“Da un punto di vista legale, siamo rimasti allarmati dal ragionamento, che ci ha ricordato il caso di Mahmoud Khalil“, ha detto Gorski, riferendosi al laureato palestinese della Columbia University e residente permanente negli Stati Uniti che è stato prelevato dal suo condominio con l’accusa di attività pro-Palestina nel campus.
Le quattro persone destinate all’espulsione – Cooper Longbottom, Kasia Wlaszczyk, Shane O’Brien e Roberta Murray – sono cittadini, rispettivamente, degli Stati Uniti, della Polonia e, negli ultimi due casi, dell’Irlanda.
Secondo la legge tedesca sull’immigrazione, le autorità non hanno bisogno di una condanna penale per emettere un ordine di espulsione, ha affermato Thomas Oberhäuser, avvocato e presidente del comitato esecutivo per il diritto dell’immigrazione presso l’Ordine degli avvocati tedesco. Le motivazioni citate, tuttavia, devono essere proporzionali alla gravità dell’atto di espulsione, che può implicare fattori come la separazione dalla propria famiglia o la perdita della propria attività.
“La domanda chiave è: quanto è grave la minaccia e quanto è proporzionata la risposta?”, ha detto Oberhäuser, che non è coinvolto nel caso. “Se qualcuno viene espulso semplicemente per le sue convinzioni politiche, si tratta di un enorme eccesso”.
Ognuno dei quattro manifestanti deve affrontare accuse separate da parte delle autorità, tutte sostanziate sulla base di file della polizia e collegate ad azioni pro-Palestina a Berlino. Alcune accuse, ma non tutte, rientrano nel diritto penale in Germania; quasi nessuna di esse è stata portata dinnanzi a un tribunale penale.
Le proteste in questione includono un sit-in di massa presso la stazione centrale di Berlino, un blocco stradale e l’occupazione di un edificio presso la Free University di Berlino, avvenuta a fine 2024.
L’unico evento che collega i quattro casi è l’accusa che i manifestanti abbiano partecipato all’occupazione dell’università, che ha comportato “danni alla proprietà” e una presunta ostruzione di un arresto, con lo scopo di bloccare la detenzione di un altro manifestante.
Nessuno dei manifestanti è accusato di particolari atti di vandalismo o dell’ostruzione dell’arresto presso l’università. Invece, l’ordine di espulsione cita il sospetto che abbiano preso parte a un’azione di gruppo coordinata. La Free University ha detto a The Intercept di non essere a conoscenza degli ordini di espulsione.
Alcune delle accuse sono di minore entità. In due, ad esempio, sono accusati di aver definito un agente di polizia “fascista“, e perciò di aver insultato un agente, che è un reato. In tre sono accusati di aver manifestato con gruppi che scandivano slogan come “From the river to the sea, Palestine will be free” (che è stato dichiarato illegale l’anno scorso in Germania) e “Free Palestine”. Le autorità affermano inoltre che tutti e quattro hanno urlato “slogan antisemiti” o anti-Israele, anche se nessuno è specificato.
Due di loro sono accusati di aver afferrato il braccio di un agente o di un altro manifestante nel tentativo di fermare gli arresti durante il sit-in alla stazione ferroviaria. O’Brien, uno dei cittadini irlandesi, è l’unico dei quattro il cui ordine di espulsione includeva un’accusa, ovvero quella di aver definito un agente di polizia “fascista”. Reato per il quale è stato portato davanti a un tribunale penale di Berlino, dove è stato assolto.
Tutti e quattro sono accusati, senza prove, di sostenere Hamas, gruppo che la Germania ha definito un’organizzazione terroristica. Tre dei quattro ordini di espulsione invocano esplicitamente presunte minacce alla sicurezza pubblica e il supporto ad Hamas per sostenere che i manifestanti non possono far valere i loro diritti costituzionali alla libertà di espressione e di riunione durante i procedimenti di espulsione.
“Quello a cui stiamo assistendo sono le misure più dure possibili, basate su accuse estremamente vaghe e in parte del tutto infondate”, ha affermato Gorski, l’avvocato di due dei manifestanti. In una mossa senza precedenti, ha affermato Gorski, tre dei quattro ordini di espulsione citano come giustificazione l’impegno nazionale della Germania a difendere Israele, la Staatsräson, termine tedesco per ragion di Stato.
Oberhäuser, del comitato per l’immigrazione dell’Ordine degli avvocati, ha affermato che Staatsräson è un principio piuttosto che una categoria giuridica significativa. E un organo parlamentare ha recentemente sostenuto che non vi sono effetti giuridicamente vincolanti della disposizione.
Questa distinzione, ha affermato Oberhäuser, rende giuridicamente dubbio l’uso dello Staatsräson nei procedimenti di espulsione: “Ciò è inammissibile secondo il diritto costituzionale”.
Le e-mail interne ottenute da The Intercept mostrano pressioni politiche dietro le quinte per emettere gli ordini di espulsione, nonostante le obiezioni dei funzionari dell’immigrazione di Berlino. La battaglia si è svolta tra i burocrati del Senato di Berlino, dell’organo esecutivo del Land sotto l’autorità del sindaco Kai Wegner, a sua volta eletto dall’organo parlamentare della città.
Dopo che il Dipartimento degli Interni del Senato di Berlino ha chiesto un ordine di espulsione, Silke Buhlmann, responsabile della prevenzione della criminalità e del rimpatrio presso l’agenzia per l’immigrazione, ha sollevato delle obiezioni.
In una e-mail, Buhlmann ha sottolineato che le sue preoccupazioni erano condivise dal funzionario più alto in grado dell’agenzia per l’immigrazione, Engelhard Mazanke. Buhlmann ha espressamente avvertito che la base giuridica per revocare la libera circolazione dei tre cittadini dell’UE era insufficiente e che la loro espulsione sarebbe stata illegale.
“In coordinamento con il signor Mazanke, vi informo che non posso ottemperare alla vostra direttiva del 20 dicembre 2024, ovvero condurre udienze per gli individui elencati da a) a c) e successivamente determinare la perdita della libertà di movimento, per motivi legali”, ha scritto Buhlmann, riferendosi ai tre cittadini degli stati dell’UE come casi da A a C.
Buhlmann ha scritto che, sebbene i rapporti della polizia “suggeriscano una potenziale minaccia all’ordine pubblico da parte degli individui interessati, non ci sono condanne penali definitive per comprovare una minaccia sufficientemente seria e reale”.
L’obiezione interna, assunta come rimostranza, è stata rapidamente respinta dal funzionario del Dipartimento del Senato di Berlino, Christian Oestmann, che ha respinto le preoccupazioni e ha ordinato di procedere comunque con gli ordini di espulsione.
“Per questi individui, la libertà di movimento continuata non può essere giustificata per motivi di ordine pubblico e sicurezza, indipendentemente da eventuali condanne penali”, ha scritto. “Pertanto, chiedo che le udienze siano condotte immediatamente come da istruzioni”.
In una dichiarazione rilasciata a The Intercept, un portavoce del Dipartimento del Senato ha dichiarato che il Dipartimento degli Interni aveva autorità sull’ufficio immigrazione. “Il Dipartimento per gli Interni e lo Sport del Senato esercita la supervisione tecnica e amministrativa sullo State Office for Immigration”, ha affermato il portavoce. “Come parte di questo ruolo, detiene l’autorità di emanare direttive”.
Il Senato ha rifiutato di commentare i dettagli dei casi, citando la protezione della privacy. L’agenzia per l’immigrazione non ha risposto alla richiesta di commento di The Intercept. Alla fine, Mazanke, il massimo funzionario della giustizia sull’immigrazione, ha rispettato la direttiva e ha firmato l’ordine.
Nelle interviste rilasciate a The Intercept, i quattro manifestanti destinatari degli ordini di espulsione hanno rifiutato di discutere le accuse specifiche rivolte loro. Nel frattempo, a tutti e quattro è stato ordinato di lasciare la Germania entro il 21 aprile 2025, altrimenti saranno espulsi con la forza.
Le conseguenze più gravi spetterebbero a Longbottom, uno studente americano di 27 anni di Seattle, Washington, a cui l’ordine impedirebbe di entrare in uno qualsiasi dei 29 paesi della zona Schengen per due anni dopo aver lasciato la Germania.
Longbottom, che ha negato qualsiasi antisemitismo, ha dichiarato a The Intercept che gli restano solo sei mesi per completare la sua laurea magistrale presso l’Università Alice Salomon di Berlino, dove studia diritti umani. “Riuscirò a finire il mio percorso qui? Dove andrò a vivere?” ha detto Longbottom. “Tutte queste domande sono molto poco chiare”.
Longbottom, che è trans, vive a Berlino con il suo compagno, un cittadino italiano. La prospettiva di essere separati pesa molto su di loro. “Non ho niente da cui ricominciare”, ha detto. “Come persona trans, l’idea di tornare negli Stati Uniti in questo momento mi fa davvero paura”.
Kasia Wlaszczyk, 35 anni, operatrice culturale e cittadina polacca, ha affermato di non aver mai immaginato che ciò potesse accadere. Ha sottolineato che le accuse di antisemitismo sono prevalentemente una tattica razzista rivolta contro palestinesi, arabi e musulmani in Germania e gli ordini di deportazione riflettono un aumento nell’uso dell’accusa contro chiunque si schieri in solidarietà con loro.
“La Germania usa queste accuse come un’arma”, ha affermato. Wlaszczyk, anch’egli trans, non vive più in Polonia dall’età di dieci anni. “Se ciò andasse si concretizzasse, verrei sradicato dalla comunità che ho costruito qui”, ha affermato.
Tra i manifestanti era comune il senso di imminente perdita di senso di comunità. “La mia illusione di Berlino è stata infranta dalla mancanza di risposta al genocidio”, ha detto Shane O’Brien, 29 anni, cittadino irlandese. La violenta repressione delle comunità arabe a Berlino, ha detto, lo ha lasciato scosso.
Dopo tre anni a Berlino, la minaccia di espulsione ora appare come una rottura per Roberta Murray, 31 anni, anche lei irlandese. “La mia vita è qui“, ha detto. “Non sto facendo progetti per l’Irlanda. Credo che vinceremo, e che resteremo. Non credo che questo reggerà in tribunale”.
Gorski e altri avvocati hanno ora presentato una mozione urgente per ottenere provvedimenti provvisori, insieme a un ricorso formale per contestare la legalità degli ordini di espulsione.
Ha sottolineato di aver lavorato su casi simili in cui la legge sull’immigrazione è stata utilizzata per prendere di mira attivisti filo-palestinesi per i loro discorsi, ma ciò che distingue gli attuali quattro casi, ha affermato, è la facilità con cui la cosiddetta Staatsräson tedesca viene utilizzata per giustificare le espulsioni.
“I precedenti penali di queste persone sono puliti”, ha detto Gorski. Eppure il governo di Berlino sembra costruire una narrazione di “pericolo imminente” per eludere il giusto processo.
Gorski ha avvertito che i casi rappresentano un banco di prova per una più ampia repressione contro immigrati e attivisti in Germania, e non riguardano solo quattro manifestanti. Ha detto: “Vengono usati come cavie”.
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La “soluzione finale” di Israele per Gaza, rivelata da Netanyahu in persona
Una volta ammassata tutta la popolazione in una sola zona, bisogna poi espellerla per sempre e a questo ci penseranno non solo le bombe e il terrorismo indiscriminato, ma soprattutto la fame e la sete. Da 32 giorni neanche un singolo camion è entrato nella Striscia: il blocco imposto da Israele è totale e riguarda tutto, sia gli aiuti umanitari che il traffico commerciale. Niente cibo, acqua, medicine, carburante, tende, vestiti, niente di niente.
Ieri a Gaza una patata da due etti e mezzo veniva venduta a 10 dollari, e oggi è stata annunciata la chiusura di tutti i panifici ancora aperti per mancanza di farina e carburante. L’elettricità è stata totalmente tagliata, e i quadricotteri israeliani bersagliano sistematicamente i pannelli solari che consentono di mantenere una piccolissima disponibilità di energia.
Il piano lo ha spiegato esplicitamente Netanyahu in persona, giusto ieri: non solo Hamas deve lasciare la Striscia, ma in ogni caso tutti i civili verranno fatti oggetto del piano di “migrazione volontaria” proposto da Trump, ovvero un biglietto di sola andata per un posto qualsiasi. “Siamo pronti a discutere la fase finale della guerra. Hamas deporrà le armi e ai suoi leader sarà permesso di andarsene. Ci prenderemo cura della sicurezza a Gaza e implementeremo il piano di migrazione volontaria di Trump. Questo è il nostro piano, non lo nascondiamo e siamo pronti a parlarne in qualsiasi momento”.
La fame e la sete saranno le armi principali, e ciò significa un crescendo di orrori oltre ogni misura. Neanche i nazisti erano riusciti nell’impresa di togliere il cibo a un popolo di due milioni di persone, ammassato, assediato e senza alcuna via di fuga. Quello che succederà sarà oltre ogni immaginazione.
Il livello di atrocità di un simile piano è talmente gigantesco che Israele vuole arrivarci con una strategia simile a quella di Mitridate: alzare costantemente il livello di terrore, per normalizzare il più possibile il genocidio contando sull’indomito sostegno degli alleati “democratici”.
Così si spiega l’impennata di assassinii mirati di giornalisti, il diluvio di bombe (circa cento bambini ammazzati ogni giorno, negli ultimi dieci giorni), l’incredibile deliberata esecuzione di 15 operatori della Mezzaluna Rossa: tanta ferocia serve a mostrare al mondo che Israele non si fermerà davanti a nulla, anche dovesse ammazzare ogni singolo palestinese.
So che non è facile abbandonare ogni illusione, ma dobbiamo abituarci all’idea: i nostri governi, quasi tutti i nostri partiti (inclusi quelli all’opposizione), le nostre élite intellettuali, il nostro sistema dell’informazione sono consapevoli di tutto ciò, sin dall’inizio, e non solo non hanno intenzione di muovere un dito per impedire questo crimine, ma addirittura fanno il tifo affinché Israele sia rapido e definitivo, in modo da sollevarli alfine dalla fatica costante di nascondere l’evidente, giustificare l’ingiustificabile, far accettare l’inaccettabile.
Questi disumani pazzi e furiosi credono davvero che dopo questa atrocità tutto tornerà come prima, perché credono sinceramente che il resto del Mondo sia uguale a loro: menefreghisti, corruttibili, amorali, egoisti, disposti a vendere moglie e figli in cambio di mezzo piatto di lenticchie, per cui nulla ha valore e tutto ha un prezzo.
Lo hanno creduto molti potenti, lungo i millenni della storia umana: e ogni volta questi criminali hanno scoperto che il bisogno di umanità è insopprimibile e che riemerge e si prende la rivincita, nonostante la ferocia, anche a costo della vita stessa.
Ora, come da un anno e mezzo (e 75 anni) a questa parte, il dovere di una persona umana è chiaro: restare tale, continuare a parlare di Palestina, continuare a denunciare le bugie, i crimini, i criminali, in ogni caso e in qualunque situazione, anche nel caso che tutto ciò non servisse a fermare la banda di assassini matricolati che in questo momento detiene il potere.
Come ha scritto ieri Ori Goldberg, attivista israeliano: “Pensavo che il motivo per parlare contro l’ingiustizia fosse utilitaristico: se non parlo quando vengono perpetrate contro gli altri, sarò la loro vittima. Ora la penso diversamente. Non parlo per paura del mio futuro. Parlo dal mio presente, dalla paura di diventare un uomo vuoto”: vuoto proprio come i genocidari e i loro complici, attivi o ignavi che siano.
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I dazi di Trump, l’Occidente e noi
La risposta cinese è stata immediata: al presidente Usa che ha imposto tariffe del 10% sulle importazioni cinesi, Pechino ha risposto con un pacchetto che prevede una tassa del 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% su petrolio greggio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. Le misure cinesi in risposta a quelle USA sono entrate in vigore il 10 febbraio.
Tuttavia, con l’Executive Order n. 14228 del 3 marzo 2025, Donald Trump ha deciso di aumentare ancora i dazi sulle importazioni negli USA di prodotti originari di Cina e Hong Kong, portandoli dal 10% al 20%. La decisione è stata motivata ufficialmente “a causa dell’insufficiente impegno del Paese nel collaborare a livello internazionale per affrontare la crisi legata alla droga illecita”.
In realtà, dietro la decisione di continuare ad inasprire la guerra commerciale con la Cina raddoppiando i dazi nei confronti del paese del Dragone c’è la strategia economica USA orientata al protezionismo più duro con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano.
Anche in questo caso le autorità cinesi hanno reagito subito. Il ministero del Commercio di Pechino ha aumentato, a partire dal 10 marzo scorso, del 15% i dazi sulle importazioni di pollo, grano, mais e cotone dagli USA, più un incremento del 10% su quelle di soia, sorgo, carne di maiale, manzo, frutta e verdura e altri beni alimentari. Un vero salasso per l’economia USA considerando che la Cina è il primo mercato per esportazioni per gli agricoltori statunitensi.
Ma che impatto avrà questa nuova impennata dei dazi USA sull’export cinese decisa da Trump? Praticamente zero.
Il governo cinese ha già dimostrato di essere in grado di neutralizzarne la portata grazie alla riduzione dei margini di profitto imposta dal governo alle imprese multinazionali cinesi. Una mossa che aveva già assorbito la prima ondata di dazi sui prodotti cinesi introdotti da Trump a febbraio scorso.
Viceversa, nei paesi occidentali (Italia compresa), in cui sono, ormai, le multinazionali a controllare i governi, gli aumenti dovuti ai dazi verranno scaricati sui consumatori sicché il costo della vita, già sensibilmente aumentato a causa della ripresa dell’inflazione a due cifre, schizzerà ulteriormente andando a peggiorare un quadro già drammatico per decine di milioni di persone.
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La prima Intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione
Come per la rivolta avvenuta tra il 1936 e il 1939, la durata e il vasto sostegno all’intifada sono stati prova dell’ampio appoggio popolare di cui godeva.
La sommossa si dimostrò anche flessibile e innovativa, in quanto seppe sviluppare una gestione coordinata pur rimanendo guidata e controllata a livello locale.
Tra i suoi attivisti figuravano uomini e donne, professionisti e uomini d’affari dell’élite, contadini, abitanti dei villaggi, gente povera delle città, studenti, piccoli commercianti e membri di quasi tutti gli altri settori della società.
Le donne vi svolgevano un ruolo centrale, assumendo sempre più posizioni di comando, dato che molti uomini furono incarcerati, e mobilitando anche quelle persone che spesso erano escluse dalla politica convenzionale dominata dai maschi.
Oltre alle dimostrazioni, l’intifada prevedeva tattiche che andavano dagli scioperi ai boicottaggi, alle trattenute fiscali e ad altre ingegnose forme di disobbedienza civile.
A volte le proteste diventavano violente, innescate spesso dai soldati che infliggevano perdite pesanti attraverso l’uso di munizioni vere e con proiettili di gomma usati contro i manifestanti disarmati e dei giovani che lanciavano pietre.
A ogni modo, la rivolta fu prevalentemente non violenta e non armata, un elemento di importanza fondamentale che contribuì a mobilitare altri settori della società oltre ai giovani che protestavano nelle strade, dimostrando quindi che opporsi allo status quo e a sostenere l’intifada era l’intera società palestinese sotto occupazione.
La prima intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione e può essere considerata come la prima vittoria senza attenuanti per i palestinesi nella lunga guerra coloniale iniziata nel 1917.
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Giappone e Corea del Sud rafforzano il commercio con la Cina, contro i dazi USA
Nella dichiarazione congiunta si legge la volontà di creare “un campo di gioco globale equo [...] non discriminatorio, trasparente, inclusivo e prevedibile” per gli investimenti e, dunque, per le prospettive di crescita. Il convitato di pietra – neanche così nascosto – è la prossima introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense.
Per tutti e tre i paesi, gli States sono il principale partner commerciale. Sia per la Corea del Sud sia per il Giappone, la filiera dell’acciaio e dei chip potrebbe subire pesanti contraccolpi, e ancora di più l’automotive: per il paese del Sol Levante la filiera dell’auto ha rappresentato il 30% dei 145 miliardi di esportazioni verso gli USA nel 2024.
L’incontro risulta interessante per vari motivi. Il ministro coreano dell’Industria ha detto che i tre paesi devono muoversi in maniera congiunta di fronte “all’attuale ambiente economico e commerciale caratterizzato da una crescente frammentazione”. Ma, almeno sulla carta, non si è trattato di semplice retorica.
Innanzitutto, questo incontro è il primo di questo genere da cinque anni a questa parte, e ciò già dà il senso del passaggio storico che stiamo vivendo. È altrettanto significativo che, al summit, sia stata affermata la volontà di accelerare su un accordo di libero scambio che dovrebbe unire i tre paesi.
Il dialogo su questo dossier va avanti dal 2013, ed è difficile aspettarsi una risoluzione di tutti i suoi nodi a breve termine. Ma che ritorni nel dibattito proprio ora, dopo cinque anni di sostanziale stallo, non può passare inosservato. Senza contare le dichiarazioni effettuate su altre questioni che esulano dalle tre realtà dell’Estremo Oriente.
I tre ministri hanno espresso l’intenzione di rafforzare il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale firmato nel 2020 da 15 paesi dell’area dell’Asia-Pacifico, finalizzato ad aumentare l’integrazione tra le loro economie e a diminuire le barriere doganali.
All’incontro si è parlato anche di proporre una riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio affinché sia “più reattiva e resiliente nell’affrontare le attuali sfide commerciali”. Al di là dei contenuti della proposta, è interessante che i tre paesi vogliano rilanciare il ruolo di un’istituzione multilaterale che ha rappresentato il pilastro della globalizzazione post-Guerra Fredda.
Si parla pur sempre di intese sul piano economico, ma che rispondono alle richieste formulate dalla Cina poco più di una settimana fa, durante un altro vertice tenuto a Tokyo. Questa volta sono stati i ministri degli Esteri a incontrarsi, per la seconda volta in poco più di un anno (dopo un silenzio che, anche in questo caso, era durato oltre quattro anni).
I tre politici hanno parlato di Ucraina, mentre rimangono sul tavolo alcune questioni spinose come quella dell’arsenale nucleare della Corea del Nord e del suo legame con la Russia. Ma l’idea espressa dal Dragone di riprendere i colloqui sul trattato di libero scambio e di rafforzare il RCEP ha trovato risposta appena una settimana dopo.
Si delinea nuovamente una situazione che si era già vista in passato, ovvero quella in cui Seul e Tokyo fanno affari con Pechino, ma in politica estera rimangono sugli indirizzi dell’alveo occidentale. Questa volta, però, ci sono anche le parole di una ricercatrice di importanti think tank di Washington a dire che ci potremmo trovare di fronte a una svolta.
Patricia M. Kim, studiosa affiliata al Council on Foreign Relations (che pubblica la rivista Foreign Affairs), al National Committee on U.S.-China Relations e alla Brookings Institution (frequentata anche dall'italiano Mario Draghi), ha riconosciuto che questo incontro “ha un’importanza accresciuta” rispetto al passato, vista la nuova situazione internazionale.
Per Seul e Tokyo rimane una sorta di ‘vincolo esterno’ nella presenza militare statunitense, e senza dubbio i due alleati di Washington non nascondono la loro preoccupazione per il rafforzamento militare della Cina e le tensioni intorno alla questione Taiwan. Ma rimane il fatto che la politica commerciale di Trump potrebbe innescare effetti indesiderati.
L’incontro di qualche giorno fa ha mostrato la volontà di mantenere aree di libero scambio, ma innanzitutto in una dimensione regionale ed asiatica, e perciò confermando la tendenza alla frammentazione del mercato mondiale. E all’interno di questo orizzonte, i dazi potrebbero avvicinare ulteriormente gli ‘alleati’ degli Stati Uniti al nemico strategico principale, ovvero la Cina.
Anche in questo caso, non si potrà che aspettare che la polvere sollevata dall’introduzione dei dazi si sia posata per comprendere le tendenze più generali dello scenario internazionale.
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01/04/2025
Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone
di Marco Sommariva
Mentre non è ancora morto
il Poteve Opevaio,
schiere di sfruttati
continuano a prendere il bus al volo
Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction.
Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume.
Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”.
Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime.
Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.
A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.
Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò [...] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. [...] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.
Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.
Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.
Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone [...] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “È stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”
Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene.
Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi.
Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”.
Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai.
A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”.
Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre.
Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”.
Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.
Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare.
E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin.
E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale.
Israele attacca ancora Beirut. Unicef: a Gaza 322 bambini uccisi in 10 giorni dai raid aerei
Un nuovo attacco aereo israeliano ha ucciso nella notte almeno quattro persone, tra cui Hassan Bdeir, un dirigente di Hezbollah, nella periferia meridionale di Beirut. Non c’è stato alcun preavviso del raid che ha ucciso anche i famigliari di Bdeir. Secondo Israele, il dirigente colpito era membro di un’unità di Hezbollah che avrebbe aiutato Hamas a pianificare attacchi. Dal Libano invece affermano che Bdeir per conto della sua organizzazione manteneva i rapporti con il movimento islamico palestinese a Gaza.
Si è trattato del secondo attacco aereo su Beirut in cinque giorni. Israele ha ripetutamente violato la tregua uccidendo oltre 100 libanesi dopo la proclamazione del cessate il fuoco che lo scorso novembre ha posto fine allo scontro tra le due parti che ha sfollato più di un milione di persone dal Libano meridionale e ne ha uccise almeno 3.768 in Libano (73 soldati e 45 civili sono stati uccisi da razzi e droni in Israele).
Forte lo sdegno in Libano. Il presidente, Joseph Aoun, ha condannato i raid israeliani e invitato gli alleati del suo paese a sostenere il “diritto alla piena sovranità” del Libano. II primo ministro, Nawaf Salam, ha descritto l’attacco su Beirut una “palese violazione” degli accordi di tregua.
Hezbollah non si accontenta di queste dichiarazioni, fa pressioni sul nuovo governo e lancia avvertimenti. “Non vogliamo la guerra, ma se questa ci venisse imposta, siamo pronti a scoraggiare qualsiasi aggressione”, ha avvertito Ali Ammar, un parlamentare del movimento sciita. Un altro deputato di spicco di Hezbollah, Ibrahim Musawi, ha commentato: “quello che è successo ci spinge a una fase completamente diversa, e riteniamo la comunità internazionale, gli Stati Uniti e l’Occidente responsabili di questo crimine, e il nemico non si è impegnato per un solo momento a rispettare la Risoluzione 1701”. Musawi ha criticato le dichiarazioni “irresponsabili” di alcuni ministri libanesi che a suo dire “incoraggiano il nemico a persistere nella sua aggressione” e denunciato le “1.500 violazioni israeliane che hanno causato morti e feriti dall’inizio del cessate il fuoco”.
Sabato scorso il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem aveva ammonito che se lo Stato libanese non fosse riuscito a ottenere risultati attraverso la diplomazia contro le violazioni israeliane, sarebbero state prese in considerazione “altre opzioni”.
Intanto a Gaza, l’ offensiva di Israele ha ucciso almeno 322 bambini e ferito altri 609 negli ultimi 10 giorni, secondo l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, Unicef. Le cifre includono i bambini che sono stati uccisi o feriti quando il reparto chirurgico dell’ospedale Al Nasser, nel sud di Gaza, è stato colpito da un attacco israeliano lo scorso 23 marzo. La maggior parte di questi bambini – aggiunge l’Unicef – erano sfollati e si erano rifugiati in tende di fortuna o in case danneggiate. In quasi 18 mesi di guerra, denuncia l’Unicef, almeno 15.000 bambini di Gaza sono stati uccisi, oltre 34.000 feriti e quasi un milione sono stati ripetutamente sfollati e privati dei servizi di base. L’agenzia dell’Onu chiede inoltre che Israele ponga fine al divieto di ingresso degli aiuti umanitari a Gaza che attua dal 2 marzo.
Intanto il Palestinian Journalists Protection Committee (PJPC) piange il giornalista Mohammad Al-Bardawil, 39 anni, ucciso insieme alla moglie e ai tre figli in un attacco aereo israeliano sulla loro casa a Khan Younis, nel sud di Gaza. Al-Bardawil, aveva lavorato con Al-Aqsa Radio per oltre 15 anni. È il quarto giornalista ucciso da quando è ripresa l’offensiva israeliana il 18 marzo. Il PJPC segnala che circa 209 giornalisti sono stati uccisi a Gaza dal 7 ottobre.
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Francia - Fuori Le Pen, ora che succede?
Come ormai tutti sanno, ieri Marine Le Pen, leader storica del partito fascista francese Rassemblement Nationale, è stata condannata a oltre quattro anni di reclusione (due condonati, due da scontare con il braccialetto elettronico), una multa di 100mila euro e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.
Di fatto, le è preclusa la possibilità di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, nel 2027, con i sondaggi che al momento la davano in vantaggio di almeno 10 punti su tutti i possibili rivali.
Fatto l’augurio che sempre ripetiamo nei confronti dei fascisti (“ogni male possibile!”), proviamo a vedere cosa significa e quali possono essere le possibili conseguenze.
Le reazioni delle destre europee sono ovviamente furiose. Da Orbàn a Salvini, dal capo spagnolo di Vox, Abascal, al padre della Brexit britannica, Farage, a Fratelli d’Italia (con Foti), è tutto un digrignar di denti. Sostenuti come sempre da Trump ed un Elon Musk più fuori di cranio del solito («Quando la sinistra radicale non riesce a vincere con un voto democratico, abusa del sistema giudiziario per mettere in prigione i suoi oppositori. Questo è il loro modus operandi in tutto il mondo»).
Inevitabili, scontati ed inutili i soliti balbettii sul “rapporto malato tra politica e magistratura”, condotti senza un briciolo di riflessione sul perché si producano nella stessa epoca fatti molto simili in sistemi politici e giudiziari molto diversi (dal Brasile alla Francia, dall’Italia alla Romania, ecc.).
Comprensibile che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, Peskov abbia colto l’occasione per ironizzare, sotto i baffi, sulla contraddizione palese tra i princìpi dichiarati e la concreta pratica del potere nell’Occidente capitalistico e neoliberista: «una violazione delle norme democratiche».
Comprensibile anche che un giudizio molto simile (“un furto di democrazia; non spetta alla magistratura decidere chi il popolo debba votare”) sia stato dato anche da Jean-LucMélenchon, leader de La France Insoumise e della sinistra radicale, sia in versione Le Pen che in versione “bancaria” (Macron).
In fondo anche con lui è stato fatto qualcosa di simile, anche se ancora in tono minore, e non è detto che non possa accadere da qui alle presidenziali (largo il suo vantaggio sui macronisti, al momento, per quel secondo posto che garantirebbe l’accesso al ballottaggio).
Anche il reato per cui è stata condannata Le Pen – “appropriazione indebita di fondi pubblici”, di fatto l’aver stipendiato funzionari del suo partito con i fondi messi disposizione dall’Unione Europea – potrebbe essere facilmente contestato a quasi tutti i partiti di quasi tutti i paesi europei (ed extraeuropei, crediamo).
Soprattutto, ci sono i molti episodi simili – con imputazioni ancora più arbitrarie o con prove fasulle – che coinvolgono paesi più periferici come la Romania, la Moldova, ecc., dove sono stati esclusi candidati “anti-europeisti” accusati di essere filorussi o pagati da Mosca.
In generale, cresce dappertutto, in Europa, la tentazione di ridurre le forze politiche “ammissibili” soltanto a quelle che si dichiarano totalmente “pro-UE”.
Non il massimo, in fatto di pluralismo e libertà di opinioni politiche...
Si dice, a giustificazione di questa stretta, che “si tratta di forze reazionarie e fasciste”. Ed è verissimo, lo sa bene chi ci si scontra nelle piazze da decenni. Ma lo erano anche prima di diventare così forti da poter vincere le elezioni o condizionare il dibattito politico (vedi il caso dell’AfD in Germania). Quando, insomma, sia la presunta “anima antifascista europea”, sia il brutale calcolo costi-benefici, avrebbero consentito il definitivo scioglimento di quelli che prima erano solo gruppuscoli nostalgici.
Non c’è inoltre da dubitare che identico trattamento sarà riservato a quei partiti di sinistra radicale che dovessero assurgere a potenziali vincitori in elezioni nazionali.
Non c’è, infatti, soltanto il caso de La France Insoumise già ricordato. Perché – anche se in forma “non giudiziaria”, ma brutalmente politica – anche l’annichilimento della Grecia allora guidata da Tsipras (2015) aveva seguito la stessa logica: non è possibile che un governo nazionale deroghi agli “ordini” provenienti da Bruxelles. Adults in the room, il film di Costas Gavras basato sui diari dell’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, sta lì a dimostrarlo con durezza.
Al di là della connotazione politica dei singoli protagonisti, insomma, abbiamo davanti un quadro delineato, ormai, abbastanza chiaramente: se l’Unione Europea va al riarmo e poi alla guerra, gli spazi di dialettica politica interna devono ridursi al minimo, eliminando le “variabili” indisciplinate (i nazionalisti estremi, più o meno fascisti) o potenzialmente “ribelli” (le varie forme possibili di “sinistra radicale”).
I modi per realizzare questa “stretta” possono essere i più diversi, ma quello del lawfare – l’uso politico di regime delle magistrature nazionali e sovranazionali (la Corte Europea) – sembra ancora il più semplice e persino il più gestibile politicamente (“i politici sono ladri per definizione”, anche se non tutti finiscono nei guai).
Il problema è che questa riduzione forzata della “rappresentanza politica” non risolve affatto la marea di ostilità popolare alle politiche decise al riparo dagli interessi popolari ma all’ombra delle lobby economiche (a Bruxelles, sono sono legalmente ammessi e registrati, ci sono quasi dieci lobbisti per ogni europarlamentare...).
Che si tratti di austerità, pensioni, sanità o riarmo e guerra, l’astio di massa esiste e cresce. In assenza di rappresentanti credibili (o “ammessi in campo”) quell’astio prende la forma dell’astensionismo e della fede in qualche “populismo”, anche se rabberciato alla bell’e meglio. E di fatto, negli ultimi anni, ha preso la via della destra estrema, nostalgica, reazionaria ma senza progetti di una qualche realizzabilità. Caccia ai migranti a parte, non a caso (l’unica cosa “facile” e alla loro portata, insomma...).
Inevitabile e facile la previsione: questa eliminazione di Marine Le Pen, fatta in questo modo, si tradurrà in un boost per l’estrema destra francese, favorendone (involontariamente? È persino opinabile...) una crescita al di là delle attese, anche se il “delfino” Bardella – fresco di investitura da parte persino di Netanyahu, quindi preventivamente assolto dalle possibili accuse di “antisemitismo” – non appare ancora all’altezza della sua “capa”.
È quasi una legge della politica neoliberista. Anni passati a favorire la “competizione” – fra imprese, strati sociali, individui, paesi interi, ecc. – come base necessaria di uno “sviluppo della democrazia” si vanno traducendo rapidamente in libertà per le sole imprese e per nessun altro. Ma se tutto deve funzionare come un’azienda – non serviva Musk per ricordarcelo – la “democrazia” è di troppo.
L’ironia della Storia ancora una volta è all’opera. Una restrizione della “competizione politica” giustificata con l’inaffidabilità dei fascisti nell’esecuzione delle politiche europee (figuriamoci cosa potrebbe accadere con l’emersione di forze effettivamente socialiste...), specie quando c’è da continuare una guerra (in Ucraina) e gestire un riarmo di proporzioni colossali, genera una situazione in cui può più facilmente emergere un movimento reazionario di massa.
Che si troverà probabilmente con un arsenale gigantesco e nuovissimo da utilizzare.
L’ultimo spenga la luce...
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Sabato la manifestazione del M5S contro il riarmo europeo
“Offriamo la piazza a tutte le forze politiche e cittadini che vorranno dire che c’erano quando si è deciso di investire 800 miliardi in armi e abbandonare la transizione ecologica”. Giuseppe Conte chiama così a partecipare alla piazza del M5S le forze politiche del centrosinistra e le realtà che si oppongono al piano di riarmo europeo.
Alleanza Verdi Sinistra ha dichiarato che scenderà in piazza il prossimo 5 aprile per dire “no” al piano di Ursula von der Leyen, una posizione del resto già espressa durante il voto di due settimane fa al Parlamento europeo. Resta invece ancora l’incognita dell’adesione o meno del Partito Democratico.
Al momento non si è ancora espressa la segretaria del partito Ely Schlein, mentre all’interno del partito è forte la contrarietà all’adesione. Per il Pd il riferimento rimane la manifestazione eurobellicista di Piazza del popolo del 15 marzo in Piazza del Popolo. L‘ex ministro e deputata Paola De Micheli commenta: “Non ho idea di cosa farà la Schlein, ma mi sembra una piazza abbastanza in contrapposizione con noi. Il Pd sulla difesa europea c’è, mentre la posizione di Conte non è questa”.
“È una manifestazione dei 5 Stelle sulla loro piattaforma politica”, afferma il deputato del Pd Andrea De Maria che ribadisce: “Sui temi del sostegno all’Ucraina e delle politiche europee è una piattaforma legittimamente diversa dalla posizione del PD che è sceso in piazza con tanti cittadini per l’Europa e per la pace nella recente manifestazione in Piazza del Popolo”.
A fare da ponte con “quelli di piazza del Popolo” ci prova un appello lanciato da Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli, Giangiacomo Migone il cui incipit scrive: “Troviamoci, tutte e tutti, a Roma, sabato 5 aprile, all’appuntamento già indetto dal M5S, a manifestare per un’Europa unita per la pace, fondata sulla giustizia sociale e la democrazia, come l’hanno intesa Spinelli, Colorni e Rossi, dal carcere di Ventotene” per poi affermare nella conclusione: “Cara Schlein, caro Conte, Fratoianni, Bonelli e Acerbo, fate la vostra parte, mettetevi d’accordo e poi troviamoci insieme”.
Tra le forze extraparlamentari risultano confermate la partecipazione di Rifondazione Comunista e dell’area di Ottolina Tv. Al momento non risultano invece adesioni da parte delle principali reti nazionali del mondo pacifista.
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