Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/01/2026
Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere
In tribunale, dov’era stata organizzata la scena hollywoodiana dell’ingresso dei due sequestrati in catene, anche ai piedi, entrambi feriti (Maduro zoppicava, Cilia con una vistosa bendatura sulla testa), le cose sono andate secondo sceneggiatura (Usa) e logica.
Maduro si è posto come ci si attende da un politico della sua statura: formalmente impeccabile con l’anziano presidente della Corte, sprezzante con un provocatore fatto entrare tra il pubblico.
«Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Mi hanno catturato nella mia casa di Caracas», ha respinto categoricamente le accuse mosse contro di lui e descritto il suo rapimento come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese.
Non era l’udienza per affrontare nel merito tutte le questioni, ma soltanto per formalizzare – parola grossa, visto come ci si è arrivati – l’inizio del “processo”. È durata pochissimo e non ha riservato altre “novità”. Fuori dal tribunale parecchi manifestanti sventolavano bandiere del paese sudamericano e cartelli con le scritte «Liberate Nicolas Maduro e Cilia Flores ora» e «USA, giù le mani dal Venezuela».
Contemporaneamente si teneva la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a poca distanza dal tribunale. Anche qui il copione era in buona parte previsto. Gli Stati Uniti, membro permanente con a disposizione il diritto di veto, hanno impedito che venisse formulata una condanna formale della loro aggressione ad un paese membro dell’Assemblea Generale e che effettua libere elezioni praticamente ogni anno con modalità invidiabili anche per le cosiddette “democrazie liberali” euro-atlantiche.
Ma l’ambasciatore trumpiano Mike Waltz – un minus habens costretto qualche mese fa alle dimissioni da consigliere per la sicurezza nazionale (boom!) perché, per comunicare decisioni segrete, usava una chat Signal come un adolescente in fregola – ha voluto lasciare una “adeguata” traccia della sua presenza.
Ha negato che l’attacco a Caracas e il rapimento del presidente fossero un “atto di guerra”, descrivendolo come una “chirurgica operazione di polizia” (sorvolando ampiamente su diritto internazionale e senso del ridicolo). Il resto sono le solite chiacchiere falsificanti sul “narcotraffico”, da sempre ampiamente smentite da tutti i funzionari esteri internazionali e dalla stessa Onu.
Russia e Cina hanno usato il massimo di durezza verbale consentito in quel consesso. Mosca è stata particolarmente severa, parlando di vera e propria aggressione armata e richiedendo il rilascio immediato del “presidente legittimamente eletto”. L’ambasciatore russo ha inoltre invitato i membri del Consiglio ad abbandonare la vecchia abitudine ai due pesi e due misure, dichiarando che le azioni statunitensi stanno generando nuovo slancio “per il neocolonialismo e l’imperialismo”. E ha chiesto naturalmente la liberazione immediata di Maduro.
La Cina si è detta “profondamente scioccata” per quelli che ha definito atti “unilaterali, illegali e prepotenti”, accusando Washington di “aver calpestato senza ritegno la sovranità, la sicurezza e gli interessi legittimi del Venezuela”. Come Mosca, anche Pechino ha insistito per il rilascio del presidente venezuelano.
L’America Latina ha reagito come ci si attendeva, con Messico, Colombia, Cuba e Brasile fortemente critici con gli Stati Uniti, mentre il cameriere Milei batteva le mani per farsi notare da Trump.
L’“Europa” ha invece brillato per divisione e imbarazzo. I nazisti della Lettonia hanno attaccato “il regime di Maduro”, caratterizzato da “repressioni di massa, corruzione e criminalità organizzata”.
Il Regno Unito ha denunciato la precarietà instaurata sotto il governo di Maduro e definendo “fraudolenta” la sua presa di potere, ma non ha quasi parlato dell’azione Usa, pur ribadendo l’impegno per il rispetto del diritto internazionale come “base essenziale per la pace globale”. Bla bla bla... insomma.
La Francia, attraverso il vice ambasciatore, ha denunciato l’aggressione affermando che mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. Ma nelle stesse ore Macron esprimeva soddisfazione per il rapimento dei Maduro. C’è grossa confusione, a Paris...
Eppure in quel momento Trump aveva rilanciato l’intenzione di prendersi la Groenlandia – possedimento danese, quindi europeo e addirittura membro della Nato – perché “gli serve”. Per i vassalli europei si apre dunque un’altra voragine che si trascina dietro le stesse argomentazioni fin qui usate per giustificare l’immondo “doppio standard”. Quello per cui attaccare un paese latino-americano o africano “è comprensibile”, ma minacciare gli interessi europei – per ora verbalmente, in seguito vedremo – è invece “una violazione del diritto internazionale”. Che vale insomma “fino ad un certo punto”, secondo il suo massimo filosofo, Antonio Tajani...
Quasi nelle stesse ore a Caracas giurava come “presidente incaricata” la vice Delcy Rodriguez, che i servi ciechi dei nostri media mainstream provano a descrivere come una potenziale “complice” degli Stati Uniti.
Per dare la misura di questo atteggiamento infame basterà citare un esempio: nel corso del giuramento ha ripreso una frase di Simon Bolivar pronunciata nel celebre Discorso di Angostura (1819), promettendo di garantire «un governo che offra felicità sociale, stabilità politica e sicurezza politica».
Questa citazione è stata rigirata sul Corriere dalla pessima Sara Gandolfi in una sorta di “messaggio diretto all’amministrazione Trump, cui poche ore prima aveva rivolto l’invito a ‘lavorare insieme per la pace e non per la guerra’”. Questo è il livello del “giornalismo” italico, o forse solo l’abitudine contratta sotto padrone...
La Rodriguez ha giurato «con rammarico, per la sofferenza causata al popolo venezuelano, per un’aggressione militare illegittima contro la nostra patria, per il rapimento di due eroi che sono ostaggi negli Stati Uniti: il presidente Nicolás Maduro e la prima combattente di questo Paese, Cilia Flores».
Non l’attende un compito facile.
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La diplomazia UE ha protetto Israele dalle sanzioni
Questo è ciò che emerge da una recente inchiesta condotta dalla rivista indipendente francese Mediapart, pubblicata da Cédric Vallet e ripubblicata, tradotta, anche da Il Fatto Quotidiano. Sappiamo bene che, anche attraverso programmi come Horizon, la UE è totalmente complice dell’apartheid e della pulizia etnica a lungo termine portata avanti da Israele. Ma in questo caso, le informazioni rivelate da Medipart mostrano uno scenario inquietante rispetto alla presunta “dialettica democratica” di Bruxelles.
Stando alla rivista francese, ai vertici europei dopo il 7 ottobre 2023 si sarebbero scontrate due visioni: una totalmente appiattita su Israele, portata avanti da Ursula von der Leyen, l’altra rappresentata da Josep Borrell, allora Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che aveva effettivamente perorato la causa di misure più nette contro Tel Aviv.
Sia chiaro, l’apartheid e la colonizzazione, seppur condannate a parole, non hanno mai visto interventi della UE che potessero esercitare davvero pressione sul governo israeliano. Borrell, il fautore del “giardino europeo”, si è schierato per sanzioni contro Israele solo riguardo alle stragi indiscriminate di civili, e sostenne l’esecuzione del mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu solo perché, come ebbe a dire verso la fine del suo mandato nel 2024, “non si possono fare differenze con Putin”.
Il doppio standard è stato usato largamente, ma anche per Borrell, una volta emesso il mandato, sarebbe stato esagerato far finta che non esistesse. Solo per interesse, da spendere su un altro fronte della deriva bellicista europea, di certo non a difesa dell’autodeterminazione dei palestinesi.
Tuttavia, anche solo un’adesione di facciata al diritto internazionale era troppo per un blocco importante di funzionari (e rappresentanti di interessi) all’interno della diplomazia europea. Sono state alcune figure centrali del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) a fare in modo che ai vertici europei passassero in maniera diretta le posizioni di Tel Aviv, se non addirittura dell’IDF.
Questi funzionari sarebbero Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE fino a inizio 2025, da dicembre indagato per frode ai fondi UE dalla Procura europea; Hélène Le Gal (ex ambasciatrice francese in Israele e direttrice del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa); Frank Hoffmeister (il liberaldemocratico tedesco che è direttore del servizio legale).
I tre, nel complesso, sono accusati di aver smussato le dichiarazioni ufficiali, e di aver riscritto rapporti e analisi in modo tale che venissero nascosti o posti in dubbio i crimini israeliani. Avrebbero fatto in modo di far arrivare direttamente a Bruxelles la disinformazione sionista, alla faccia della lotta alle fake news – che riguarda sempre e solo la Russia, o l’Iran, il Venezuela...
Nel novembre 2023 Le Gal avrebbe fatto in modo di insabbiare un documento di una ventina di pagine redatto dalla task force sulla comunicazione strategica del SEAE, con al centro proprio la disinformazione israeliana. “Ci è stato detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task force.
Largo spazio è stato così lasciato alla diffusione della propaganda sionista sull’UNRWA, ad esempio. Allo stesso tempo, un parere legale della divisione di Hoffmeister, scritto appena un mese dopo il 7 ottobre 2023, sembrava “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”, ha dichiarato un’altra alta funzionaria. Era basato, in sostanza, solo su fonti dell’IDF, ignorando qualsiasi altro rapporto, anche dell’ONU.
Eppure, studi indipendenti ne sono usciti a iosa, da quello di The Lancet sull’entità delle vittime civili fino a quelli di organizzazioni non governative che hanno dimostrato i crimini di guerra e contro l’umanità. Ci sono stati poi i pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia, della Corte Penale Internazionale, e della commissione di esperti ONU che hanno dichiarato che era in atto un genocidio in Palestina.
Insomma, bastava guardarsi intorno per avere tutte le prove necessarie attraverso cui imporre una qualche sanzione a Israele, a livello comunitario e nazionale. Ma questo di certo non riduce la gravità della manipolazione del deep state del SEAE verso le informazioni che sarebbero dovute diventare quelle ufficiali dei vertici UE.
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Gustavo Petro e l’autodeterminazione dell’America Latina
“Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.
Mi accusate falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Ma io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio.
È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.
Il Presidente della Colombia è il comandante supremo delle forze militari e di polizia colombiane per ordine costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha elaborato dopo aver deposto le armi durante l’insurrezione.
Nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo forgiato un patto: la nuova Costituzione della Colombia, che mirava a costruire uno Stato sociale governato dallo Stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.
Ebbene, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, e sempre sotto la protezione della Costituzione, ho ordinato il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo. Ho avviato un importante programma di sostituzione volontaria delle colture da parte dei coltivatori di coca. Il processo ha interessato 30.000 ettari di coca ed è la mia massima priorità come politica pubblica.
Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza.
Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne.
E se arrestassero il presidente che gran parte del mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia del popolo.
Da questo momento in poi, ogni soldato in Colombia ha ricevuto un ordine: qualsiasi comandante delle forze armate che preferisca la bandiera statunitense a quella colombiana verrà immediatamente rimosso dall’istituzione per ordine della truppa e mio.
La Costituzione impone alle forze armate di difendere la sovranità popolare.
Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un’arma dopo l’accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio.
Non sono un figlio illegittimo, né un trafficante di droga.
Ho una fiducia enorme nel mio popolo, ed è per questo che gli ho chiesto di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo.
Mi fido del popolo e della storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.
Quindi sappia che ha di fronte un comandante del popolo. Libera la Colombia per sempre.
Invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate, perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese, vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida”.
Non so se Maduro sia buono o cattivo, o addirittura se sia un narcotrafficante; negli archivi della giustizia colombiana, dopo mezzo secolo di rapporti con i più grandi cartelli della cocaina, i nomi di Nicolás Maduro e Cilia Flores non compaiono. Coloro che si sono fatti avanti con le accuse sono dirigenti dell’opposizione venezuelana, niente di più, che cercano di indebolire il voto popolare.
Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene; è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.
Per saperne di più sulla mafia e sul traffico di cocaina, basta consultare i registri giudiziari colombiani.
Ecco perché respingo fermamente le dichiarazioni di ignoranza di Trump; il mio nome non compare in nessun verbale di tribunale per narcotraffico, passato o presente, da 50 anni. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.
Appartenevo all’organizzazione clandestina che lottava per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’Assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per sollevare di nuovo la spada di Bolívar, la spada che aveva detto che non avrebbe mai rinfoderato finché non fosse finita l’ingiustizia nella Gran Colombia. Appartenevo all’M-19, che firmò la prima pace nell’America Latina contemporanea.
Non conosce la storia colombiana, ed è per questo che fallisce quando ci critica. Dovrebbe semplicemente incontrare i suoi esperti investigatori antidroga in Colombia, che ho assistito nelle mie ricerche come senatore della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito un genocidio per mano dei narcotrafficanti e dei loro alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra americana.
Abbiamo perso decine di migliaia di compagni nella lotta armata e popolare per la democrazia e non vi abbiamo chiesto invasioni; abbiamo resistito e vinto attraverso la pace.
Non ho mai bruciato una bandiera americana perché ho letto la storia della classe operaia americana e delle lotte popolari attraverso i libri di Zinn in spagnolo. Ed è per questo che onoro la classe operaia americana, i neri e gli indigeni e i giovani soldati che, con i sovietici, sconfissero Hitler.
Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, di fronte al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la protezione della legge statunitense, che garantisce la libertà di parola ai partecipanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarvi a fare la pace a Gaza! I palestinesi lì mi amano, e forse invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate – perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese – vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida.
Per quello che ho detto, avete avuto l’audacia di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La vostra punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio. È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.
Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.
Ecco perché rispetto la storia nata dalla collaborazione tra Washington e Bolívar: si facevano regali a vicenda, erano più liberatori che schiavisti.
Ho imparato a non essere uno schiavo e rifiuto le vostre dichiarazioni che ci assegnano unilateralmente al vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non pensate che l’America Latina sia solo un covo di criminali che avvelenano il suo popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutte le Americhe. Leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici guerrieri per la Democrazia e la Libertà.
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Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela
Perché, dunque, il petrolio venezuelano è così importante?
Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).
Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.
Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.
Se si aggiunge al quadro la scelta di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente, avviata da Obama ma molto in linea con il sentire MAGA e la predilezione trumpiana per la dottrina Monroe, ecco che il petrolio venezuelano diventa una risorsa insostituibile. Infatti, nel mondo del suprematismo bianco occidentale il trattamento coloniale riservato al Venezuela non sarebbe accettabile per un paese anglosassone come il Canada.
Il Venezuela possiede anche ingenti riserve di gas naturale, in gran parte associate ai giacimenti petroliferi, mentre la corsa dell’IA determina una domanda crescente di energia elettrica che gli Stati Uniti fanno fatica a soddisfare. A causa del ritardo nelle tecnologie energetiche rinnovabili, l’elettricità che alimenta i data center essenziali per far girare l’IA statunitense è alimentata principalmente dal gas naturale, a costi maggiori, mentre i corrispondenti cinesi sono alimentati principalmente dalle rinnovabili, più convenienti e sostenibili.
Sebbene gli Stati Uniti siano un grande produttore di gas naturale e non abbiano attualmente necessità di importarlo, le risorse venezuelane potrebbero essere impiegate per rifornire mercati esteri, come quelli Europei. Nei mesi scorsi, molti analisti si chiedevano come avrebbero fatto gli USA a soddisfare i quantitativi di gas che l’Europa si era impegnata ad acquistare su pressione di Trump. Il gas venezuelano potrebbe rappresentare la risposta a questa domanda. Con ciò si spiegherebbe l’appoggio trasversale all’aggressione statunitense offerto dai Paesi europei, che sono alla ricerca di alternative al gas russo.
Inoltre, il recupero del gas associato ai giacimenti petroliferi potrebbe essere impiegato per fornire energia all’estrazione petrolifera stessa, rendendo competitivo il greggio pesante venezuelano, più costoso da estrarre. Questa operazione richiede una tecnologia che, al momento, solo le compagnie occidentali possiedono.
Se il Venezuela ha ridotto la propria produzione petrolifera e le esportazioni verso gli USA, la responsabilità è della decennale aggressione statunitense verso il Paese e, in particolare, delle sanzioni imposte nel 2017 dalla prima amministrazione Trump e successivamente confermate da Biden.
I governi bolivariani si sono sempre dimostrati disposti ad intraprendere una relazione commerciale paritaria con il proprio ingombrante vicino, ma questo è sempre stato impossibile per motivi essenzialmente politici. Come potrebbe Il governo statunitense, base e appoggio delle forze reazionarie, fasciste e golpiste delle Americhe, intrattenere buoni rapporti commerciali con un governo socialista nel proprio cortile di casa? Tutto il sistema di alleanze economiche, politiche e sociali che garantisce il controllo statunitense sull’emisfero occidentale ne risulterebbe destabilizzato.
Le relazioni tra politica ed economia sono meno lineari di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Con il Venezuela il governo USA ha intrapreso una strada rischiosa. Il sequestro di Maduro rappresenta, nell’immediato, l’opzione di minima spesa e massima resa. Gli sviluppi futuri sono però carichi di incognite per tutti gli attori coinvolti.
Dal punto di vista della logica politico-economica di uno sviluppo economico pacifico e di una relazione economica rispettosa e mutuamente vantaggiosa, le scelte statunitensi sono decisamente pessime. La prima tra queste è quella di rifiutare le energie rinnovabili e rinchiudersi nel negazionismo climatico. La seconda è quella di rifiutare una proficua relazione commerciale con il governo bolivariano.
Dal punto di vista della logica politico-economica dell’imperialismo, queste scelte hanno invece una base razionale. Da una parte, la leadership nelle energie rinnovabili è esercitata dalla Cina che, nella logica imperialista occidentale, è un avversario sistemico. Dall’altra, colpire il Venezuela ha una valenza squisitamente politica, e si colloca all’interno della crociata contro le forze progressiste, antifasciste e antimperialiste condotta da Trump in tutto il mondo. Una crociata con motivazioni molto concrete, che serve all’imperialismo statunitense per rinsaldare le proprie alleanze sotto le bandiere di una vera e propria “internazionale nera” che sta crescendo minacciosamente.
Prevarrà la logica dello sviluppo pacifico, rispettoso e mutuamente vantaggioso o quella della rapina imperialista e del suprematismo? Tutto, o quasi, dipende dal coraggio e dalla fermezza del popolo venezuelano, degno e fiero, a cui deve andare tutto il nostro appoggio e la nostra solidarietà.
Moltissimo è in gioco. Secondo i calcoli degli scienziati, per avere la possibilità di limitare la crescita delle temperature a 1,5° il mondo può emettere soltanto ulteriori 250 Gt di CO2 (stime più recenti calcolano un livello ancora inferiore). Si può valutare che il consumo delle ingenti riserve venezuelane di petrolio e gas produrrebbe 160 Gt di CO2, pari al 65% del monte mondiale di emissioni.
Il paradosso è che l’economia venezuelana, dopo anni di boicottaggi e aggressioni, ha ridotto drasticamente la propria dipendenza dalla rendita petrolifera e, nonostante questo, è finalmente tornata a crescere. L’aggressione statunitense intende sospingere nuovamente il Paese sudamericano verso l’estrattivismo e renderlo una bomba ecologica globale.
Se già non ce ne fossero abbastanza, questo è un motivo in più per essere al fianco del popolo venezuelano e del suo governo legittimo.
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Il narco-traffico Trump ce l’ha in casa: la carriera di Marco Rubio
L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo”, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.
Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.
Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).
Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.
Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.
“Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985”, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.
Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.
Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.
Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata”. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.
Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso... Salta agli occhi almeno un atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.
“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.
“Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società”, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere”.
Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.
Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni... nella prima metà degli anni Ottanta.
I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodia dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.
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Iran - Le proteste non sono per un ‘cambio di regime’, ma per un sollievo dalla guerra economica degli USA
La narrazione promossa a Washington e Tel Aviv è quella di un “regime sull’orlo del baratro”, dove il fallimento economico viene presentato come precursore del collasso totale.
Tuttavia, la mia ricerca empirica con altri colleghi suggerisce una realtà molto più complessa.
Quello cui stiamo assistendo non è una rivoluzione politica, ma i disperati sussulti di una società il cui cuscinetto economico – la classe media – è stato sistematicamente svuotato da una politica disumana e punitiva di isolamento internazionale.
Il principale motore di questa spirale economica di morte non è un segreto.
Il controllo statunitense del sistema finanziario globale, imponendo la campagna di “massima pressione” e prendendo di mira le esportazioni petrolifere iraniane, ha di fatto colpito i risparmi di ogni insegnante, infermiere e piccolo imprenditore iraniano.
La distruttiva tenaglia esterna
Tra il 2012 e il 2019, il nostro studio con metodi di controllo sintetico ha rilevato che le sanzioni hanno portato a una riduzione media annua impressionante di 17 punti percentuali della dimensione della classe media iraniana.
Non si trattava solo di “pressione economica”. È stata una demolizione strutturale. Milioni di persone che un tempo costituivano il centro stabile e moderato della società iraniana sono state retrocesse a “nuovi poveri”.
Quando beni di prima necessità, dagli antibiotici ai prodotti di base, diventano lussi, il contratto sociale non è solo fatto a pezzi, ma viene spezzato da forze esterne.
Questo assedio economico fa parte di una più ampia tenaglia geopolitica. La guerra ombra regionale con Israele, caratterizzata da assassinii su suolo iraniano e dagli attacchi militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran nel giugno 2025, ha costretto lo stato iraniano a adottare una posizione permanente di “sicurezza al primo posto”.
La mia ricerca sulla militarizzazione dell’economia iraniana suggerisce che queste minacce esterne creino l’ambiente ideale affinché entità legate allo Stato stringano il controllo sulle risorse rimanenti sotto la copertura della “difesa nazionale”.
Questa aggressione esterna non facilita le riforme, le soffoca.
Inoltre, le recenti dichiarazioni pubbliche del Mossad israeliano, che afferma di sostenere i manifestanti “sul terreno”, servono solo a delegittimare i veri risentimenti economici del popolo iraniano.
Tali interventi permettono agli elementi più oltranzisti della comunità internazionale di inquadrare una richiesta popolare di sollievo economico come una rivolta contro lo stato, giustificando così un’ulteriore escalation e assedio economico.
Il paradosso dell’instabilità
I responsabili politici occidentali spesso presumono che, se si comprime abbastanza una società, si raggiungerà a un “cambio di regime” pulito.
La mia ricerca congiunta basata su due decenni di dati, confuta questa tesi.
Abbiamo scoperto che, sebbene le sanzioni ad alta intensità riducano in realtà il rischio di guerre civili organizzate e colpi di stato, in parte a causa di un effetto nazionalista di “radunamento attorno alla bandiera” contro nemici esterni, esse agiscono contemporaneamente come una pentola a pressione per disordini civili e terrorismo.
Le sanzioni non portano a un nuovo governo, portano a una società più polarizzata e insicura.
Quando un cittadino vede la valuta perdere metà del suo valore mentre emergono notizie di corruzione sistemica, il rapporto costo/opportunità della ribellione scende quasi a zero.
In una società digitale altamente connessa, queste disparità diventano impossibili da nascondere, come abbiamo convalidato in una recente pubblicazione. La “povera classe media” ora può vedere in tempo reale il divario tra la propria sofferenza e le élite che traggono profitto dall’economia ombra creata dalle sanzioni.
È fondamentale distinguere tra l’appello del popolo iraniano ad una riforma istituzionale e il desiderio occidentale di fallimento dello Stato.
Gli iraniani attualmente in piazza non chiedono che il loro paese venga smantellato, chiedono il ripristino della loro dignità, un sollievo economico e la fine della punizione collettiva che ha svuotato le loro vite.
La tragedia dell’attuale strategia USA-Israele è che ha distrutto proprio il segmento della società, la classe media, più capace di spingere per un futuro stabile, riformista e meno conflittuale.
Indebolendo questo centro, i poteri esterni insieme a problemi strutturali interni come l’elevata corruzione hanno rimosso il cuscinetto sociale moderato che tipicamente valorizza il cambiamento incrementale rispetto alla violenza caotica.
Il rial potrebbe alla fine stabilizzarsi, ma il tessuto sociale non può essere riparato così facilmente.
Tra un sistema politico che dà priorità alla sopravvivenza e un’alleanza occidentale che utilizza la guerra economica, il popolo iraniano viene escluso dal proprio futuro.
I dati mostrano che la crisi attuale è un sintomo di una società sotto assedio e, finché la politica di punizione collettiva non sarà sostituita da una vera diplomazia, il ciclo di instabilità si approfondirà ulteriormente.
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“Il Venezuela non ha nulla a che vedere con il narcotraffico”
Nicaso, da mesi lei e Gratteri vi sgolate che il Venezuela non è centrale nel narcotraffico. Eppure Trump motiva il blitz a Caracas e l’arresto di Maduro con la lotta alla droga.
Premesso che non giustifico affatto questa strategia, se Trump fosse coerente dovrebbe attaccare la Colombia primo produttore al mondo di cocaina con un recente surplus del 53%. E poi dovrebbe cercare di fermare tutte le rotte in partenza da Guayaquil, visto che l’Ecuador è ormai diventato una sorta di piattaforma per la cocaina destinata non solo in Nord America, attraverso la rotta pacifica, ma anche in Europa, grazie ai container che poi virano dal canale di Panama e raggiungono l’Europa. Ora c’è addirittura l’Honduras che ha iniziato a produrre. Il Venezuela è decisamente marginale in tutto questo ragionamento.
Non ci sono cartelli della droga in Venezuela?
C’è il Tren de Aragua, fondato da Hector Guerrero detto “Niño”. Secondo la Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense, ndr) opera principalmente nelle comunità venezuelane e facilita il traffico clandestino di migliaia di migranti verso gli Stati Uniti, poi li estorce costringendoli alla prostituzione o altri crimini.
E che rilievo ha tra i cartelli sudamericani?
Basta leggere l’ultimo rapporto della Dea, dove si dice testualmente che “i membri del TdA svolgono anche attività di traffico di droga su piccola scala, come la distribuzione di tusi”, una droga sintetica, erroneamente nota come cocaina rosa.
Trump parla anche di Fentanyl.
Ma il Fentanyl viene prodotto in Messico dai cartelli di Sinaloa e di Jalisco e sono coloro che poi, attraverso anche corrieri americani, lo portano negli Stati Uniti. Quindi il Venezuela anche qui non c’entra nulla.
I nipoti della moglie di Maduro sono stati incriminati una decina d’anni fa per narcotraffico. Poi sono stati rilasciati dagli Usa nel 2022 in un’operazione di scambio di prigionieri.
Ma è chiaro che uno dei grandi problemi dell’America Latina è la corruzione dilagante. Basta scorrere l’elenco dei ministri, dei presidenti, dei primi ministri che sono stati condannati. E corruzione e narcotraffico spesso alimentano forme di dittatura o addirittura garantiscono elezioni politiche. Però il problema è poi cercare di individuare le singole responsabilità. Se parliamo di cocaina, bisogna intervenire con politiche precise nella produzione di foglie di coca e in quel caso il paese che garantisce maggiore cocaina è la Colombia, seguito da Perù e Bolivia.
Quindi il modo migliore per combattere il narcotraffico è andare alla base a eliminare le culture?
Sì, ma dando ai campesinos un’alternativa. Nel senso che non possiamo distruggere le coltivazioni e far morire di fame gli agricoltori, per cui quella è l’unica fonte di sostentamento.
Dalle sue letture e dalle sue ricerche, secondo lei qual è la reale motivazione dell’operazione degli Stati Uniti?
Trump ha detto chiaramente che le grandi compagnie energetiche statunitensi arriveranno in Venezuela per ripristinare le infrastrutture e gestirle. Il narcotraffico non c’entra nulla. Bisogna essere coerenti e dire esattamente le cose come stanno. Queste giustificazioni farlocche non servono a nulla e di certo non ci aiutano a comprendere il fenomeno e a combatterlo.
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05/01/2026
Lo sfregio infame: colpito pure il mausoleo di Chavez
Persino IlSole24Ore, organo economico che dovrebbe avere a cuore la corretta informazione per lettori che ne hanno necessità in quanto “investitori”, cede alla tentazione di far parte del gregge acefalo e servile che finge di credere che davvero l’accusa al Maduro sia quella di “narcotraffico”.
In altro articolo riprendiamo l’intervista de Il Fatto ad Antonio Nicaso, che ha scritto un libro proprio sul narcotraffico, insieme al Procuratore Nicola Gratteri, che irride apertamente la bufala trumpiana.
Qui, invece, facciamo notare come tra gli obiettivi dei missili statunitensi ce ne fosse uno che neanche con l’AI può essere spacciato per “struttura militare”: il mausoleo che ospita la tomba di Hugo Chavez, presidente dal 1999 al 2013 e artefice della transizione della Repubblica Bolivariana al suo assetto attuale.
Vero è che un tempo quel mausoleo era una caserma – chiamata “4F” in ricordo della tentata sollevazione contro l’allora presidente servo degli Usa, Carlos Andres Perez – ma dal 2013 non ospita più alcuna arma, se non i pochi fucili del picchetto d’onore del Comandante.
Bombardare il Cuartel de la Montana, che non ha alcun ruolo nel complesso difensivo venezuelano, ha dunque semplicemente il significato di un insulto gratuito alla storia della Repubblica Bolivariana. Perché l’obiettivo materiale degli Usa è il petrolio, certo, ma quello “spirituale” è e resta pur sempre lo sradicamento delle esperienze rivoluzionarie che hanno osato sfidare l’imperialismo addirittura nel “cortile di casa”.
Bombardare le tombe, cancellare fisicamente ogni memoria, insomma.
Con questa bestia immonda abbiamo a che fare. Tutti ed in tutto il mondo, a prescindere dal continente di residenza...
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La strategia della rapina
Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New York dopo il rapimento che già l’amministrazione Trump preannunciava altri attacchi o “interessamenti” contro Messico, Colombia, Iran e naturalmente Cuba e persino la Groenlandia.
Proprio quest’ultimo territorio, di proprietà della fedelissima Danimarca e quindi di fatto exclave dell’Unione Europea, mai attraversato da impulsi “antimperialisti” e tanto meno dal “narcotraffico” (meno di 60.000 abitanti sparsi in un continente ghiacciato che ospita peraltro diverse basi yankee) chiarisce che la nuova strategia Usa è totalmente incentrata sull’accaparramento di risorse naturali. Con qualsiasi mezzo.
Fa parziale eccezione Cuba, povera di risorse ma da sempre spina nel fianco imperiale, da 65 anni resistente ad ogni pressione, embargo, attacchi militari e/o diplomatici.
Economia e odio politico si intrecciano e sovrappongono, come sempre, ma la scelta di non mascherare più con “sacri principi” la corsa all’accaparramento bruto di ricchezze destabilizza la “narrativa” euro-atlantica che fin qui aveva provato a presentare come “giuste”, anche sul piano del diritto o quantomeno dei “valori” (già più vaghi e quasi sempre indefiniti) certe pretese imperiali.
Proviamo dunque a tener distinti interessi materiali, problemi politici interni agli Usa, quadro internazionale e chiacchiere di circostanza per individuare elementi determinanti per stabilire poi come lottare nelle nuove condizioni.
Sulle intenzioni imperiali, stavolta, non c’è da lambiccarsi il cervello e cercare di indovinare “cosa c’è dietro”. Tutto è detto in chiaro: “vogliamo il petrolio venezuelano”, “le nostre compagnie del settore tornino ad investire laggiù” (Chevron aveva trovato un accordo già da anni), ecc. Come per la Groenlandia: “ci serve”. Punto.
Sulle ragioni economiche delle infinite rapine che questo atteggiamento annuncia si sono espressi in molti: enorme debito pubblico, insostenibile debito privato, bolla finanziaria speculativa ormai prossima all’esplosione, desertificazione produttiva e re-industrializzazione dai tempi lunghi nonché dagli esisti molto incerti, dollaro un ‘po’ meno centrale nel sistema monetario internazionale (mentre cresce il ruolo dello yuan e si intravede la svolta delle monete digitali).
Una crisi specifica, insomma, del capitalismo statunitense – l’imperialismo che conosciamo dal secondo dopoguerra – che mostra in forma aggravata la più generale crisi del capitale come modo di produzione.
Che la risposta imperiale avvenga in forme così “primitive”, con le modalità dell’“accumulazione originaria” propria degli albori della modernità a trazione occidentale, dice molto sull’assenza di vie “progressive” per uscir fuori dalla crisi.
Chiaramente questa “debolezza strategica” dispone tuttora di una forza militare e tecnologica straripante rispetto a tutti gli avversari o competitor che non siano anche potenze nucleari.
Si palesa qui, anche sul piano logico, lo scarto che si può registrare sul piano operativo-militare. Gli Stati Uniti attuali hanno sicuramente la forza (tecnologia, servizi segreti, forze speciali, ecc.) per infliggere colpi duri a chi non si piega. Ma non quella necessaria a governare territori conquistati (e forse neppure a conquistarli).
Si era visto bene in Afghanistan, dove venti anni di occupazione non erano bastati né ad eliminare una resistenza pre-industriale come quella dei talebani, né a costruire un blocco sociale “ascaro” in grado di amministrare da solo il Paese secondo le direttive Usa.
Tutte le operazioni militari condotte negli ultimi 30 anni, in qualsiasi zona del mondo, hanno prodotto molte distruzioni (infrastrutture industriali, estrattive, statuali, ecc.), ma nessuna “governabilità”.
La situazione si ripropone in Venezuela, dove il colpo durissimo del rapimento del presidente legittimo è riuscito, ma il “padroneggiamento” del paese per appropriarsi delle sue risorse appare un rebus, forse un sogno.
La velocità con cui la cosiddetta “premio Nobel” e “leader dell’opposizione” è stata liquidata, e soprattutto la motivazione (“non dispone del consenso necessario”), chiariscono due cose:
a) per quanto ferita, la popolazione si riconosce a stragrande maggioranza nella Rivoluzione bolivariana;
b) la pretesa di considerare “illegittimo” il governo venezuelano – ora affidato a Delcy Rodriguez – non ha alcun fondamento, né logico, né giuridico, né popolare.
Se ci fosse stata davvero una maggioranza politica differente e un potenziale gruppo dirigente collaborazionista sarebbero stati già insediati a Miraflores. Ma non esistono e non sono mai esistititi, almeno negli ultimi 20 anni. E le decine di elezioni a tutti i livelli (locali, politiche, presidenziali) lo hanno sempre confermato, rendendo i “mancati riconoscimenti” euro-atlantici semplici manifestazioni di dispetto.
Questo ci porta alle “narrazioni” affidate al sistema mediatico e ai vassalli politici, sia nelle Americhe che in Europa.
Fino al secondo mandato di Trump lo schema era consolidato e semplice: ci sono “democrazie” e “autocrazie”, “valori liberali” e “dittature”, “aggressori e aggrediti” (col doppio standard, ovviamente), “informazione corretta” e “fake news” di incerta origine (russa, iraniana, cinese, palestinese, a seconda dei diversi scenari di crisi), il “giardino euro-atlantico” e la “giungla” (il resto del mondo).
Con la svolta Usa le carte si sono confusamente mischiate, esponendo gli addetti ai lavori sporchi a figuracce imbarazzanti.
Intanto perché la critica – sacrosanta – del “trumpismo” ha messo in luce che gli Stati Uniti non sono più, se mai lo sono stati, “il tempio della democrazia”, della “libertà”, dei “diritti umani”, del “giornalismo serio” e via benedicendo.
E subito dopo perché ogni affermazione fatta per fissare un “contenuto certo” è diventata smentibile o rovesciabile in poche ore, a partire direttamente dalla Casa Bianca. Sarebbe divertente ricostruire le centinaia di arrampicate sui vetri di opinionisti un tanto al chilo (da Rampini in giù e in su, insomma) obbligati a spiegare ogni giorno che Trump è un bastardo, un falsario, uno speculatore, un pedofilo, ma “fa anche cose buone”. Che è insopportabile, ma ci si può convivere...
In realtà “la svolta Maga” è un po’ meno drastica di quanto non pretenda Trump e non descrivano i manipolatori professionali. Basta guardare la continuità dell’appoggio a Israele – con più o meno “aggrottamenti di sopracciglia” – per rendersene pienamente conto.
Sul Venezuela ne stiamo sentendo di tutti i colori.
Non era mai avvenuto che il presidente di un Paese venisse rapito da una potenza straniera. Un’infrazione solare al “diritto internazionale”, impossibile da giustificare sul piano giuridico.
Qui entrano in campo gli “inventori di formule verbali”. Vediamo gente affermare, per esempio, che “il narcotraffico è una forma di aggressione e quindi l’attacco Usa è difensivo” (il governo Meloni al completo, con i pennivendoli di area), ignorando bellamente la marea di esperti del settore che escludono il Venezuela dal novero dei paesi che abbiano qualcosa a che fare con il traffico di stupefacenti. Basterebbe chiedere al procuratore Gratteri o all’ex “zar antidroga” dell’Onu, Pino Arlacchi...
Ma le vecchie abitudini, o la necessità di giustificare un reato, sono dure a morire. Così persino Trump è costretto a dare una maschera giuridica alla sua volontà predatoria, mandando Maduro davanti a una corte da lui stesso incaricata, che analizzerà “prove” prodotte dalla Casa Bianca e supportate, forse, dalle dichiarazioni di un “venezuelano pentito” diventato “collaboratore di giustizia”.
Se si discutesse seriamente di diritto ci sarebbero molti problemi irrisolvibili.
a) Ogni sistema di diritto vale in un certo ambito territoriale e viene fatto valere da una autorità riconosciuta; di quale “diritto” stiamo parlando?
b) Se si prende come ambito il diritto internazionale, gestito dagli organismi dell’Onu, il rapimento di Maduro è un reato commesso dagli Usa, che andrebbero sottoposti a processo, qualora esistesse una forza in grado di farlo;
c) Secondo il diritto statunitense, l’attacco è a sua volta una violazione della Costituzione e della legge, in quanto non discusso e tanto meno autorizzato dal Congresso;
d) Secondo il diritto venezuelano, naturalmente, Maduro era ed è pienamente legittimato a governare.
Anche altre argomentazioni appaiono chiaramente stracci da dare in pasto a media servili e autocontraddittori. Esempio: “gli avevamo proposto un esilio dorato in Turchia, ma ha rifiutato”. Davvero gli Usa sono soliti mandare “i capi di stato accusati di narcotraffico” in un “esilio dorato”? In base a quale “valore morale”? In base a quale “diritto”?
Se fosse stato davvero un “narcotrafficante”, oltretutto, è facile immaginare che avrebbe colto l’offerta al volo, invece di correre il rischio di essere rapito o ucciso...
Ora la pressione menzognera si è allargata su Delcy Rodriguez, presidente ad interim, figlia di un guerrigliero comunista ucciso sotto tortura da un governo al servizio degli Usa, a ore alterne presentata come “collaboratrice di Trump” o “anima nera del regime”, da colpire alla prima occasione utile.
Il modo in cui viene raccontato il suo più recente discorso, di stamattina, lo chiarisce nitidamente. Rodriguez ha riproposto la linea Maduro nel rapporto con gli Stati Uniti: “Presidente Donald Trump: i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è quella di tutto il Venezuela in questo momento”, ha affermato la presidente incaricata.
E quindi “il Venezuela ribadisce la sua vocazione alla pace e alla convivenza pacifica. Il nostro Paese aspira a vivere senza minacce esterne, in un clima di rispetto e cooperazione internazionale. Crediamo che la pace globale si costruisca garantendo prima di tutto la pace di ogni nazione”.
Qualcuno la presenta come “un’apertura a Trump”, altri come una “quasi resa”. A noi, che qualcosina crediamo di aver imparato dalla Rivoluzione bolivariana, sembra la sobria presa d’atto di uno squilibrio di potenza che sconsiglia di seguire la strada del confronto armato e punta a sollecitare la comunità internazionale mondiale perché eserciti una pressione sugli States per farli retrocedere.
Oggi si riunisce il Consiglio di Sicurezza e comincia un iter sicuramente difficile e complicato. Ma se non hai la guerra come unico orizzonte, devi ragionare su come lottare in condizioni proibitive...
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In Italia fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici
Poco prima di Natale, però, l’Istat ha pubblicato l’ennesimo rapporto che mostra dove sia innanzitutto il problema della natalità italiana: è nei portafogli, e nei servizi garantiti dallo stato. I dati delle “Intenzioni di fecondità” raccolti per il 2024 delineano un quadro impietoso: solo il 21,2% delle persone tra i 18 e i 49 anni intende avere un figlio nei prossimi tre anni.
Si tratta di un calo significativo rispetto al 25% registrato nel 2003. Oggi, sono oltre 10,5 milioni i cittadini che dichiarano apertamente di non volere figli, o di non volerne altri. Di questi, “il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate nel perseguire le proprie intenzioni riproduttive, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava […] e il 5,5% dice che avere figli non fa parte del proprio progetto di vita”.
Se quindi un ruolo di certo significativo va affidato alle scelte personali, che possono essere fatte risalire anche al cambio di un modello culturale, a farla da padrone tra le motivazioni ci sono le ristrettezze economiche: “dei 6,6 milioni di persone che hanno riferito di avere avuto difficoltà nel realizzare i propri desiderata, un terzo dichiara motivi economici, meno di un quinto motivi legati all’età, l’11,5% si deve occupare dei genitori anziani, il 9,4% non ritiene di avere condizioni lavorative adeguate”.
Basta fare una veloce somma per capire che oltre la metà degli intervistati rinuncia ad avere figli per problemi economici, o per sopperire alla mancanza di altri servizi fondamentali, come quelli per la vecchiaia. Inoltre, la metà delle donne italiane è convinta che l’arrivo di un bambino peggiorerebbe le proprie opportunità professionali.
Una paura che diventa certezza tra le giovanissime (18-24 anni), dove la percentuale arriva al 65%. Non è difficile immaginare da cosa derivi questa preoccupazione: dalla realtà di un mercato del lavoro che ha sempre penalizzato le donne incinte. La pratica delle dimissioni in bianco fatte firmare preventivamente è stata per lungo tempo al centro delle critiche, e non è stata ancora debellata.
Se si guarda ai più giovani, emerge una contraddizione dolorosa. Quasi il 90% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non ha intenzione di procreare entro il prossimo triennio, dando priorità, e in maniera pienamente legittima, alla formazione e agli studi. Tuttavia, l’81,8% di loro esprime il desiderio di diventare genitore “un giorno”.
Il rischio concreto è che questo giorno non arrivi mai. I dati storici sono severi: meno della metà delle donne che nel 2016 desideravano un figlio è riuscita ad averlo nei tre anni successivi. Il rinvio, dunque, si trasforma spesso in rinuncia forzata. E così l’indice di fecondità del 2024 è sceso a 1,18 figli per donna, contro l’1,29 di vent’anni fa.
Per invertire la rotta, le priorità indicate dai cittadini sono chiare. Al primo posto figurano le misure di sostegno economico (28,5%), seguite a stretto giro dal potenziamento dei servizi per l’infanzia (26,1%), come gli asili nido, e dalle agevolazioni abitative (23,1%) per favorire l’autonomia dei giovani nuclei familiari.
È proprio di questa spesa pubblica che la classe dirigente non vuole sentir parlare, mentre vuole farci credere che i bambini nascono nei carri armati.
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L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla
Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.
A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.
Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?
Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.
O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori.
La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine.
Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno.
Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni?
Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei suoi vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale “agente di pace”.
La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”.
Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato.
Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria.
In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.
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Nei bombardamenti su Caracas uccisi anche 32 cubani
Vittime di un nuovo atto criminale di aggressione e di terrorismo di Stato, i combattenti hanno saputo esaltare, con il loro comportamento eroico, il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti.
Nella fraterna Repubblica Bolivariana del Venezuela, nelle prime ore del 3 gennaio 2026, hanno perso la vita in azioni di combattimento 32 cubani, che svolgevano missioni in rappresentanza delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno, su richiesta di organismi omologhi del paese sudamericano.
Fedeli alle loro responsabilità in materia di sicurezza e difesa, i nostri connazionali hanno compiuto con dignità ed eroismo il loro dovere e sono caduti, dopo una strenua resistenza, in combattimento diretto contro gli assalitori o a seguito dei bombardamenti contro le installazioni.
Una volta accertata la loro identità, i familiari dei nostri compagni caduti sono stati informati e hanno ricevuto le sentite condoglianze e il sostegno del Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, leader della Rivoluzione cubana, e del Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, così come delle direzioni di entrambi i ministeri.
Vittime di un nuovo atto criminale di aggressione e di terrorismo di Stato, i combattenti hanno saputo innalzare, con la loro azione eroica, il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti. Il Governo Rivoluzionario organizzerà le azioni corrispondenti per rendere loro il meritato tributo.
I secessionisti yemeniti sostenuti dagli EAU si danno una costituzione e preparano l’indipendenza
Il governo riconosciuto internazionalmente, di cui faceva parte anche lo stesso STC, si sta trovando nella difficile condizione di dover riconquistare i territori persi a inizio dicembre, col sostegno anche militare dei sauditi. I secessionisti rivendicano la ricostruzione di uno stato indipendente nel sud del paese, come c’è stato tra il 1967 e il 1990 (anche se all’epoca l’allineamento strategico era ben diverso: con l’Unione Sovietica).
Abu Dhabi ha progressivamente spostato il proprio sostegno dal governo centrale ai gruppi armati locali, vedendo nel STC un interlocutore più affidabile per i propri interessi strategici nell’area del Golfo di Aden. Questi si stanno cementando sempre di più con quelli israeliani, mentre aumenta la pressione su Ryad affinché accetti di aderire alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.
Mentre le potenze regionali giocano la loro partita a scacchi, lo Yemen resta intrappolato in una guerra civile che dura da oltre un decennio e che ha già causato una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. Al solito, l’ago della bilancia rimane il ruolo destabilizzante del sionismo, come braccio, armato e non, dell’imperialismo occidentale nell’area.
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Crescono di intensità le minacce di Israele contro l’Iran
Funzionari israeliani hanno avvertito l’amministrazione Trump del “pericolo” del riarmo iraniano e dei movimenti, dei preparativi e delle esercitazioni di addestramento iraniani osservati, volti a sorprendere Israele con intensi attacchi missilistici.
In una conferenza stampa con le sue controparti cipriota e greca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto alle notizie circolanti, provenienti dal suo ufficio, sulle tensioni con l’Iran derivanti da una “dimostrazione di forza”, minacce e dall’aumento del ritmo di produzione e test dei missili.
Netanyahu ha affermato: “Sappiamo che l’Iran ha condotto manovre di recente. Stiamo monitorando la situazione e prendendo i preparativi necessari. Voglio chiarire all’Iran che qualsiasi azione incontrerà una risposta molto dura”. Ha aggiunto: “Abbiamo ottenuto risultati significativi nell’Operazione ‘Leone’ (la guerra contro l’Iran). Le nostre richieste all’Iran riguardo al livello di arricchimento e ad altre attività, tra cui la cessazione della guerra dei suoi alleati contro di noi, rimangono invariate. Questo non è cambiato, e so che nemmeno la posizione americana è cambiata”.
La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata all’autocelebrazione di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come la Turchia e l’Iran.
Netanyahu non si è limitato a lanciare minacce all’Iran; le ha accompagnate con ciò che affermava di sapere sulla posizione americana. Questa ondata di avvertimenti sulla minaccia iraniana e gli accenni di prontezza ad attaccare l’Iran arrivano in preparazione dell’incontro Trump-Netanyahu in Florida alla fine di quest’anno (2025 -ndr). Netanyahu e il suo entourage non hanno affrontato la questione nucleare iraniana, e le indiscrezioni indicano che l’Iran non sta compiendo sforzi intensi per riparare gli impianti nucleari danneggiati dagli attacchi aerei israeliani e americani.
La maggior parte degli sforzi si concentra invece sulla riattivazione delle linee di produzione e dei siti di lancio di missili. I funzionari israeliani considerano questa una grave minaccia per Israele, soprattutto se grandi quantità di missili venissero lanciate simultaneamente, il che metterebbe a dura prova le capacità di difesa missilistica di Israele.
Da parte sua, l’Iran ha smentito le notizie “fabbricate” sui preparativi per un attacco a Israele, con alcuni giornali iraniani che si sono spinti fino a definirla una guerra psicologica derivante dalla “crisi dell’entità”.
I funzionari iraniani hanno sottolineato che i missili balistici sono una “linea rossa” e non un oggetto di negoziazione, e che sono principalmente destinati a scopi difensivi e a scoraggiare chiunque contempli o intenda attaccare l’Iran.
Sembra che l’Iran non abbia fretta di ripristinare le sue capacità nucleari, semplicemente perché teme che queste capacità possano essere prese di mira in un nuovo attacco israelo-americano, senza che l’esercito o la Guardia Rivoluzionaria dispongano delle capacità necessarie per proteggere gli impianti nucleari con difese aeree efficaci in grado di intercettare gli aerei attaccanti. In realtà, Israele teme non solo i missili balistici, ma forse ancor di più i missili antiaerei che limiterebbero la sua “libertà” di volo sullo spazio aereo iraniano.
A livello di coordinamento militare diretto, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale Brad Cooper, ha visitato Israele questa settimana e ha incontrato il Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir.
Secondo quanto riportato dalla stampa, Zamir ha informato il suo ospite americano sulle informazioni di intelligence riguardanti sviluppi “pericolosi” in Iran. Tuttavia, le agenzie di intelligence statunitensi hanno riferito di non avere informazioni o indicazioni di un imminente attacco iraniano.
In aggiunta al coro di minacce, il Capo di Stato Maggiore israeliano ha dichiarato pubblicamente, riguardo all’Iran, che “Israele colpirà quando necessario”.
Il coordinamento militare tra Stati Uniti e Israele è in costante aumento e comprende tutte le questioni delicate e controverse a Gaza, in Libano, in Siria e in Iran.
Alcune personalità israeliane hanno espresso scetticismo sulla serietà delle informazioni di intelligence riguardanti i movimenti militari iraniani e hanno messo in guardia da un “errore di calcolo” che potrebbe portare a uno scontro involontario.
Analisti israeliani autorevoli hanno affermato che l’Iran non ha alcun interesse a uno scontro prima di aver completato il rafforzamento della propria forza e delle proprie capacità. Questo è esattamente ciò che Israele non vuole, poiché cerca di indurre gli Stati Uniti a prendere di mira l’Iran prima che abbia le capacità per contrastare gli attacchi alle sue strutture, ai suoi siti e ai mezzi per difendere il suo programma missilistico e nucleare. L’ondata di minacce israeliane contro l’Iran sembra essere una campagna artificiosa, costruita su informazioni fabbricate e con l’ulteriore obiettivo di sottoporre l’Iran a una costante minaccia israeliana.
Ciò non significa che Israele abbia cessato di prepararsi ad attaccare l’Iran; piuttosto, l’attuale tempistica serve a numerosi scopi, la maggior parte dei quali non dichiarati. Gli obiettivi di Israele nel creare tensione e suonare i tamburi di guerra possono essere riassunti come segue.
In primo luogo, un messaggio all’Iran attraverso la riaffermazione del principio di deterrenza nella strategia di sicurezza nazionale di Israele, e un avvertimento all’intera regione che lo Stato sionista non si accontenta più di frenare le intenzioni attraverso la deterrenza, ma sta prendendo di mira le capacità per distruggerle sulla base del principio di deterrenza. È come se Israele dicesse all’Iran: state sprecando le vostre energie; Israele distruggerà ciò che producete e le armi, le attrezzature e i rifornimenti che acquisite.
Questa è una minaccia diretta, esplicita e chiara che non richiede alcuna interpretazione, soprattutto dopo il significativo cambiamento nel concetto di sicurezza nazionale israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Secondo questa logica, Israele lancerà un’aggressione contro l’Iran a un certo punto, ma non lo farà senza la partecipazione americana. La raffica di minacce israeliane è una tempesta prematura.
In secondo luogo, questo è un messaggio all’amministrazione americana, che esagera la gravità delle manovre iraniane per facilitare la presentazione dell’elenco di richieste che Netanyahu sta portando con sé in America. Israele si sta preparando a firmare un nuovo accordo di aiuti americani e richiede ulteriore supporto.
In secondo luogo Netanyahu vuole anche che gli Stati Uniti espandano il proprio ruolo nella difesa di Israele dispiegando più batterie missilistiche e intensificando la cooperazione in materia di sicurezza e intelligence in preparazione di una futura guerra con l’Iran. Netanyahu vuole anche intensificare immediatamente la cooperazione e il coordinamento tra le agenzie di sicurezza e militari israeliane e americane per preparare un piano militare congiunto.
In terzo luogo, un messaggio all’opinione pubblica israeliana: lo stato di guerra rimane in vigore e Netanyahu lo sta gestendo con una competenza senza pari rispetto ai suoi rivali alle prossime elezioni israeliane. Inoltre, Netanyahu sta cercando di distogliere l’attenzione dalla decisione di istituire una “commissione speciale d’inchiesta”, i cui membri di fatto nomina e i cui poteri e compiti definisce. La maggioranza degli israeliani si oppone a questa commissione e la considera una ricetta per assolvere Netanyahu dalla responsabilità per gli eventi del 7 ottobre. Invece di preoccuparsi di questo, l’opinione pubblica si è concentrata sui pericoli dei missili iraniani.
In quarto luogo, Netanyahu teme che i negoziati tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo sulla questione nucleare e revocare le sanzioni possano portare a un accordo che non gli piace, soprattutto perché Trump sostiene giorno e notte di aver completamente eliminato il programma nucleare iraniano e che non esiste più un problema nucleare iraniano, rendendo così superflue le sanzioni.
Netanyahu sta cercando di inserire la questione missilistica in ogni potenziale negoziato, una ricetta garantita per il loro fallimento. Per “riscaldare” Trump contro l’Iran, Israele sta enfatizzando il sostegno iraniano al Venezuela e il sostegno cinese al programma missilistico dell’esercito iraniano e della Guardia Rivoluzionaria.
La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata dall’esagerato senso di autostima di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come Turchia e Iran. Lo stato sionista cerca di creare una realtà mediorientale in cui sia l’unica superpotenza regionale: possedere esclusivamente armi nucleari, senza che nessun’altra potenza sia autorizzata ad acquisirle; mantenere la superiorità militare, senza che nessun’altra nazione possa avvicinarsi; e ottenere il controllo completo dello spazio aereo della regione.
È da questa prospettiva che Israele ha lanciato la sua guerra contro l’Iran, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi rivale regionale.
Tuttavia, l’Iran è una nazione grande e storicamente significativa e non accetterà i diktat israeliani. Un futuro scontro iraniano-israeliano appare quasi inevitabile, poiché l’Iran non abbandonerà il suo programma missilistico e le sue capacità nucleari, e Israele non accetterà una simile mossa.
La domanda cruciale è: qual è la posizione degli arabi in tutto questo? Il mondo arabo deve proporre una soluzione che implichi la liberazione della regione dalle armi di distruzione di massa, a partire dall’arsenale nucleare israeliano e estendendosi ai progetti che potrebbero potenzialmente produrre armi nucleari in Iran e altrove.
Oggi questo può sembrare impossibile, ma una campagna di disarmo nucleare deve iniziare immediatamente. Questo sarebbe un contributo arabo per frenare l’aggressione incontrollata di Israele.
Fonte
04/01/2026
Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco
di Gioacchino Toni
Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che produce numerosi adattamenti dalla pagina allo schermo» che va a sovrapporsi «al “poliziesco” e a ciò che già negli anni Trenta del Novecento comincia a essere definito come “nero”» (p. 9). L’intenzione dello studioso è dunque quella di «portare alla luce uno “spazio discorsivo” condiviso tra cinema, letteratura e altri media nell’ambito del giallo – o meglio ancora, come si vedrà, del “nero” (o del noir, se si preferisce il francese)» (p. 10).
Circa la questione terminologica, spiega l’autore sin dalle prime pagine, non è sua intenzione proporre una nuova tassonomia a posteriori; nel corso della trattazione viene fatto ricorso a «termini coestensivi ma non sinonimi come “giallo”, “nero”, “noir”, “poliziesco” e “thriller” (all’epoca declinato spesso come “thrilling”)» riflettendo «volta per volta precise modalità di produzione, di mercato e di ricezione» (p. 17), indagando le modalità con cui si ricorreva a questa o quella etichetta e definizione di genere.
Se l’uscita, nel 1966, di Venere privata, primo capitolo della Quadrilogia di Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco, venne accolta come un momento di svolta epocale per il giallo italiano, occorre comprendere, scrive Pezzotta, «le ragioni della percezione di questa novità» ricostruendo «la cultura gialla e nera che precede, circonda e spesso influenza l’opera di uno scrittore attivo in più generi» (p. 14) che non mancherà di riflettersi sul cinema. Per quanto, nel dopoguerra, il giallo e il nero italiano, a prescindere da Scerbanenco, si rinnovino in stretto rapporto ai mutamenti sociali e culturali, acquisendo un’inedita rilevanza, indubbiamente la “svolta gialla” dello scrittore ha la sua importanza anche alla luce di un successo di mercato e culturale senza precedenti e dei riflessi che è andata ad avere sulla cinematografia nazionale contribuendo a porre le basi per gli sviluppi del cinema di genere, sopratutto poliziesco, degli anni Settanta. Insomma, se l’evoluzione del poliziesco italiano non deriva dal solo Scerbanenco, si può però parlare, sostiene Pezzotta, di «un prima e dopo Scerbanenco, nella rappresentazione della violenza nell’espressione della ideologia sottostante a questa rappresentazione» (p. 16). L’influenza esercitata da tale scrittore andrà poi ad esaurirsi negli anni Settanta, con l’emergere di una nuova produzione di narrativa gialla e poliziesca di successo capace di creare modelli alternativi.
Pur con qualche difficoltà iniziale, il giallo/noir – in tutte le sue varianti – finisce per prendere piede anche in Italia; da genere importato, la produzione nazionale finirà per costruirsi la sua platea a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta per poi, nel decennio successivo, palesare due importanti trasformazioni: «il giallonoir si fa ricettacolo di quegli umori di sinistra che non trovano più espressione nel cinema, come avveniva invece alla fine degli anni Settanta» e, dagli anni Novanta, anche in Italia, diviene «possibile diventare autori ed entrare nella Letteratura anche partendo direttamente dal giallo» (p. 367).
Il volume di Pezzotta è suddiviso in sei capitoli, il primo dei quali è dedicato a questioni come l’adattamento, l’intertestualità, il realismo, lo spazio del rappresentabile e l’uso delle fonti. Lo studioso si sofferma in particolare sul variare della percezione del realismo, in letteratura come nel cinema, su come questa dipenda da una serie di convenzioni e modalità di rappresentazione proprie di un determinato contesto socio-culturale e su come nelle opere gialle/noir italiane, narrative e cinematografiche, sia possibile cogliere una testimonianza di quanto è legittimo o meno fare in una determinata società e quanto è permesso o meno rappresentare. Lo spazio discorsivo del cinema e della letteratura gialla e nera, sia di fascia popolare che alta, contribuisce ad allargare lo «spazio del reale», a cerare nuovi «spazi di realtà», ad espandere «il territorio del visibile».
Il secondo capitolo del volume guarda alla questione dell’italianità del giallo – termine introdotto dalla collana “I libri gialli” di Mondadori inaugura nel 1929, poi divenuta, dal 1946, “I Gialli Mondadori” –, genere osteggiato durante il fascismo, focalizzandosi sulla produzione successiva alla seconda guerra mondiale e, in particolare, sui motivi che hanno indotto la prima ondata di gialli a coinvolgere il cinema soltanto parzialmente e tardivamente. Se i gialli pubblicati da Mondadori sono tendenzialmente conservatori e modellati sull’indagine, pian piano, nel dopoguerra, le cose cambiano anche grazie alle traduzioni di romanzi stranieri, con editori come Garzanti (con la sua “Serie gialla” che prende il via nel 1953) e Longanesi (con i suoi “Gialli proibiti” inaugurati nel 1952) che introducono nel contesto italiano inedite dosi di violenza e sesso.
Nel terzo capitolo viene ricostruita la cultura gialla, nera e poliziesca che caratterizza il dopoguerra italiano guardando con attenzione anche al cinema, ricostruendo il filone noir neorealista e gli incroci con i film processuali e d’appendice degli anni Cinquanta, per poi giungere alle opere che riflettono sui mutamenti sociali dell’Italia del periodo del Boom economico. Insieme alla letteratura e al cinema, in questo capitolo è presa in considerazione anche la televisione degli anni Cinquanta e Sessanta per il suo contributo alla rappresentazione del crimine. Una volta venuta meno la cappa di silenzio imposta dal regime fascista, si assiste alla comparsa della cronaca nera e con essa di un immaginario giallo/noir a cui il cinema fa da cassa di risonanza e luogo di negoziazione. In tale contesto, il giallo/nero/poliziesco rappresenta una modalità con cui il cinema torna alla realtà.
All’opera letteraria di Scerbanenco, anche precedente la celebre Quadrilogia, e al suo rapporto con il cinema e con le rappresentazioni sociali del periodo, è dedicato il quarto capitolo. Vengono qui esaminati i racconti scritti a metà degli anni Trenta e pubblicati, ricorrendo a vari pseudonimi, sul settimanale “Il Secolo Illustrato” di Rizzoli. Dopo questa prima produzione narrativa attraversata da immancabili banditi sadici, donne traditrici e poliziotti spietati, nei primi anni Quaranta lo scrittore si sposta sul giallo d’indagine realizzando alcuni romanzi che hanno per protagonista l’Ispettore Jelling, archivista della Polizia di Boston.
La prolifica produzione di Scerbanenco nel dopoguerra (si contano ben 45 suoi romanzi tra il 1946 ed il 1960) lo porta ed essere particolarmente presente sui settimanali femminili. Secondo Pezzotta andrebbe sfumata la rigida distinzione con cui a lungo è stata divisa la sua produzione rosa da quella nera; nel dopoguerra, nei romanzi di Scerbanenco, che spesso escono in prima battuta a puntate sui settimanali femminili, trovano spazio, in misura variabile, sia elementi gialli che neri senza eccedere in violenza e sessualità, adottando un lessico che non rinuncia al decoro borghese dell’epoca.
Se le sue storie del primissimo dopoguerra sono spesso ambientate tra l’alta borghesia imprenditoriale milanese, o comunque si guarda ad essa attraverso il punto di vista di chi intende entrare a farvi parte, poco dopo nei romanzi l’ambientazione si fa più popolare e realistica. Nella produzione degli anni Cinquanta lo scrittore alterna opere in cui le descrizioni della violenza e della sessualità si fanno più dirette con altre in cui queste vengono soffocate. Nel decennio successivo la produzione di racconti brevi di Scerbanenco procede a ritmi vertiginosi: nel periodo compreso tra il 1963 ed il 1965 escono al ritmo di quattro a settimana su “Novella”. Se, rispetto al decennio precedente, i racconti degli anni Sessanta presentano maggiore realismo e tonalità più crude, lo scrittore sembra però voler controbilanciare tale scelta palesando un evidente moralismo: il colpevole deve essere assolutamente catturato e punito.
A ridosso della pubblicazione, nel 1966, del primo romanzo della Quadrilogia, lo scrittore inizia a ricorrere al «termine “nero”, identificando con precisione il genere di partenza, diverso dal giallo tradizionale all’insegna della detection» (p. 181). Per quanto Scerbanenco derivi il termine dal francese noir – a cui, del resto, ricorre anche Mondadori, con i suoi “I libri neri” (1961-62) e “I neri” (1964-66) –, lo adotta anche per evidenziare l’appartenenza delle sue opere a un’illustre tradizione letteraria solita a rapportarsi con il problema del male. Italianizzando il termine “nero”, inoltre, scrive Pezzotta, lo scrittore sembra voler sottolineare «la specificità culturale e al tempo stesso l’italianità della sua operazione» (p. 182).
I romanzi che compongono la Quadrilogia ottengono un successo crescente, tanto da essere presto tradotti e premiati in Francia e guardati con interesse in ambito cinematografico. Si tratta di un successo del tutto inedito per un autore italiano di gialli e le recensioni positive del periodo tendono a insistere sulla capacità dei suoi romanzi di affrontare la contemporaneità in modo realistico, grazie soprattutto all’abilità nel rappresentare la violenza del periodo. Se nella Quadrilogia si intrecciano il romanzo-enigma tradizionale con il nuovo giallo d’azione di scuola americana, il personaggio di Lamberti resta un detective differente da quelli hammettiani e chandleriani; tutto sommato, da tali universi, Scerbanenco si limita a derivare qualche suggestione ambientale, ma ciò che, secondo Pezzotta, Chandler fornisce a Scerbanenco è soprattutto
un’estetica, dove l’osservazione di prima mano della realtà (la cronaca nera tanto temuta dal fascismo) viene filtrata da una coscienza morale. Non è il suo unico modello […] ma il punto di partenza è lo stesso: il realismo, o meglio l’aspirazione al realismo; un realismo che, sia a livello di intenzionalità dell’autore sia di ricezione, svolge […] una “funzione modellizzante”, e che pertanto diventa ideologia (p. 191).
È il realismo dell’ambientazione milanese, del centro e delle periferie, in rapida trasformazione a colpire il lettore della Quadrilogia, un realismo che non mancherà di esercitare un «irresistibile effetto nostalgia» su diversi scrittori degli anni Novanta. Quella messa in scena dai romanzi della Quadrilogia è un’umanità che vive ai margini della società civile e in ostilità ad essa:
ladri pronti a diventare assassini, per caso o per crudeltà congenita; prostitute di ogni età e livello; prosseneti e sfruttatori, sia uomini sia donne; trafficanti di valuta, di armi e di droga; gigolò, papponi, giovani sbandati, maniaci sessuali; serial killer. Accanto a essi compaiono onesti lavoratori del ceto operaio o della piccolissima borghesia […]. Questi ultimi spesso sono le vittime designate di una società che sta cambiando (p. 193).
È una città feroce quella raccontata da Scerbanenco e se i criminali vengono presentati privi di qualsiasi scusante, anche il resto della società non può dirsi del tutto innocente. «In questa metropoli, a conservare un senso della morale e del decoro, a essere depositaria dei pochi valori autentici cui Scerbanenco sembra tenere, è solo la borghesia – o meglio, la piccola borghesia: un ceto schiacciato tra la violenza delinquenziale del sottoproletariato e la prepotenza dei ricchi che la marginalizzano e indirettamente la sfruttano» (p. 193). Quella di Scerbanenco, sostiene Pezzotta, è una visione della società anacronistica e ormai superata.
Nella Quadrilogia il realismo, ispirato dalla cronaca e fondato sulla precisione topografica, diventa una retorica: lo strumento per esprimere in modo programmatico, quando non didascalico, un’ideologia precisa, che nella società cova sopita perché nessuno ha il coraggio di esprimerla. È l’ideologia della cosiddetta maggioranza silenziosa: l’ideologia di chi, di fronte a una percezione di insicurezza, di fronte alla paura innescata dalle trasformazioni sociali, pensa che la legge non offre protezione sufficiente, e auspica soluzioni alternative – o regressive. Per raccontare questo mondo ed esprimere questa ideologia Scerbanenco intreccia due sguardi e due voci, quella del protagonista Duca Lamberti e quella del narratore cosiddetto eterodiegetico. A differenza che in una narrazione oggettiva alla Hemingway, nei romanzi della Quadrilogia un classico narratore manzoniano onnisciente interviene costantemente a giudicare i personaggi e gli eventi, a svolgere considerazioni di ordine generale e a influenzare la tonalità emotiva e l’interpretazione delle vicende – anche con un solo aggettivo o avverbio idiosincratico. È un narratore spesso beffardo, per altro non nuovo nell’opera di Scerbanenco (p. 194).
La narrazione eterodiegetica consente allo scrittore di mantenere saldamente il controllo del discorso dall’esterno e a far sì che il lettore si identifichi con il narratore onnisciente e con il suo giudizio morale. Scerbanenco si rende conto che la civiltà di massa è quella delle merci e della fine di ogni solidarietà collettiva, ma, sostiene Pezzotta, lo scrittore si limita a prenderne atto, tanto da evitare accuratamente ogni termine che possa rimandare a categorie critiche proprie della cultura di sinistra.
Ciò che evoca la parola “massa” agli occhi di Scerbanenco non sono le leggi del mercato, lo sfruttamento dell’economia capitalista e il genocidio del popolo: è la paura del caos e di perdere i propri privilegi di classe. Ciò che evoca la parola “massa”, agli occhi di Scerbanenco, non è il capitalismo, è il “massacro”, la violenza diffusa e che può sbucare ovunque dalle periferie, dai meridioni […], minacciando il quieto vivere borghese. Il problema della criminalità di massa è solo un problema di ordine pubblico (p. 198).
Scerbanenco è intimamente reazionario, infastidito dalle manifestazioni più superficiali della civiltà di massa, spaventato dal senso di insicurezza che percepisce in essa e dal non sentirsi tutelato dalla legge, dunque tende a rifugiarsi in un “eroe”, per quanto “sporcato”, per renderlo maggiormente al passo con i tempi, un eroe tenuto a ricorrere alla violenza per fronteggiare i delinquenti. Allo scrittore interessa «ispirare orrore per gli assassini, esseri degenerati, subumani, macchiati da una tara genetica che esclude qualunque forma di redenzione, morale e sociale» (p. 206). La morte violenta a cui sono destinati i malfattori diviene per Scerbanenco una forma di risarcimento.
Nel quinto capitolo del volume Pezzotta, ricorrendo anche a fonti epistolari e archivistiche inedite o poco note, ricostruisce le negoziazioni effettuate negli adattamenti dei romanzi e dei racconti dello scrittore a partire dalla fine degli anni Sessanta. Di come il successo di Scerbanenco rilanci la narrativa gialla e di come i nuovi modelli che fanno capolino conducano il genere verso altri paradigmi ideologici e nuove forme si occupa, invece, il sesto capitolo. Lo studioso delinea qui le tendenze principali del cinema giallo, nero e poliziesco nel decennio tra il 1969 ed il 1979, dando particolare rilievo alla questione del realismo, all’intertestualità, al dialogo con gli episodi di cronaca, individuando intrecci tra il cinema degli autori, i generi e le influenze straniere. Dopo aver raccolto in un primo tempo istanze dell’ideologia scerbanenchiana, scrive Pezzotta, nella seconda metà degli anni Settanta, il cinema di genere italiano finisce per privilegiare il grottesco e la commedia per poi, con l’entrata in crisi del cinema popolare, cedere gradualmente l’ambito del giallo, in tutte le sue varianti, alla televisione.
