Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/01/2026
Music For The Masses, le liturgie per la celebrità dei Depeche Mode
Musica per le masse ad opera di chi le aveva sempre schivate, professandosi outsider per cultori di Blasphemous Rumours. L’album che nel 1987 proietta i Depeche Mode verso lo stardom può apparire una mossa azzardata, quasi blasfema – per restare in tema – nei confronti del manipolo di adepti che li aveva fedelmente seguiti dalle origini, in quel di Basildon, fino al cuore del decennio Ottanta. Eppure, la svolta che porterà al grande successo Dave Gahan e compagni non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma come una evoluzione nella continuità. E si rivelerà talmente efficace da riuscire nell’impresa più ardua: tenere insieme lo zoccolo duro della prim’ora con nuove orde di irriducibili fan.
Liturgie elettropop
Già il precedente – e cruciale – “Black Celebration”
(1986), infatti, aveva segnato un primo, deciso cambio di rotta per i
Depeche Mode, in un percorso che da band di culto per feticisti
elettropop li avrebbe portati in breve tempo a gremire arene e stadi di
tutto il mondo. Nella celebrazione nero pece del 1986 si potevano già
cogliere le avvisaglie di una trasformazione in quasi tutti gli aspetti
caratteristici del gruppo di Basildon: la voce di Gahan si era fatta più
cupa, pur mantenendo il fascino mostrato in alcuni episodi dei
precedenti lavori, le sonorità apparivano più robuste e mature, con Gore
ormai pienamente in grado di dosare le tastiere in modo da creare
atmosfere oniriche (la splendida title track, "Stripped"), pur senza rinunciare a riff
aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e
"A Question Of Lust"). Dall'epico crescendo di "Black Clebration" fino
alla desolazione di "New Dress", l'album proponeva un suono stratificato
e denso, che affondava le radici nell'elettropop degli esordi ma, come
attitudine e sonorità, ammiccava già al rock da stadio. Poco importava
che le chitarre ci fossero o meno: anche un pezzo come "Flies On The
Windscreen", col suo macabro accompagnamento di vocalizzi ansimanti,
suonava come un vero e proprio anthem negativo, colonna sonora per uscite notturne votate alla decadenza.
Restava quel mix di sacro e profano d'ascendenza blues,
da plasmare in nuove, accattivanti forme sonore, senza smarrire quel
senso di cupezza e di angoscia che avrebbe sempre accompagnato la
premiata ditta di Basildon: un’alchimia complessa per nuove liturgie
sonore, quelle di “Music For The Masses”.
Registrato tra Parigi e Londra e mixato in Danimarca, “Music For The Masses” è al tempo stesso il primo album dei Depeche Mode in cui il mentore della Mute, Daniel Miller, non ha un ruolo centrale nella produzione e il primo in cui il tastierista Alan Wilder inizia ad avere un peso rilevante in cabina di regia. A proposito del rapporto con Miller, nel documentario ufficiale sul making of, Martin Gore riconosceva la necessità di “un po’ di nuovo slancio”, mentre lo stesso produttore parlava di “una boccata d’aria fresca” e di “un enorme peso tolto dalle spalle” nel rinunciare alle responsabilità quotidiane. Per la produzione, così, la band si orientò verso Dave Bascombe, che aveva da poco lavorato come ingegnere del suono per "Songs From The Big Chair" dei Tears For Fears. Non potranno certo sfuggire le somiglianze tra alcune atmosfere cupe di quel lavoro e le nuove liturgie per le masse dei Depeche Mode. Nel documentario, Gahan rivelava: “Dave sembrava semplicemente una persona con cui potevamo andare d’accordo”; mentre il compianto Andy Fletcher scherzava: “A volte servono battute nuove, qualcuno che ti prenda un po’ in giro”. In realtà, pur accreditato come co-produttore, Bascombe ridimensiona il proprio ruolo nel plasmare il suono, sostenendo di essere stato impiegato soprattutto come tecnico, più che come guida creativa e di essersi divertito per le “strane” regole non scritte dello studio. Non era suo compito mettere in discussione lo status quo, così si limitò a inserirsi nel flusso di lavoro: una volta che Gore aveva scritto e preparato il demo di un brano, spettava a Wilder e al produttore/ingegnere svilupparlo in studio.
Le session iniziarono al Guillaume Tell, un cinema parigino riconvertito, che si rivelò proficuo grazie alla disponibilità di diversi strumenti orchestrali. Il lavoro proseguì ai Konk Studios dei Kinks a Londra e in uno studio mobile installato in una vecchia villa nella campagna inglese, per poi concludersi con registrazioni e mixaggi ai Puk Studios in Danimarca (edificio purtroppo distrutto da un incendio nel 2020). Ne scaturì un suono epico e orchestrale, che accentuava la natura melodrammatica e teatrale del Depeche sound: una combinazione dell’abilità tecnica di Bascombe e dell’influenza classica e delle doti di arrangiatore di Wilder. Con brani spesso costruiti su cicli ipnotici che crescono fino a un climax trascinante. Un sound meno pittorico rispetto ai dischi precedenti, e decisamente scultoreo, con i bassi che sembrano scavati nel marmo, mentre continuano le dense sovrapposizioni di tastiere elettroniche. Gore, tuttavia, mette un po' da parte i synth, allentando il purismo elettronico, per dedicarsi alla chitarra elettrica – non a caso, il disco si apre con un riff di chitarra isolato, seppur pesantemente trattato e innescato da un campionatore – mentre la batteria si insidia prepotente.
Dal punto di vista lirico, Gore esplora il tema della strada aperta, un motivo ricorrente che evoca evasione giovanile e avventura, mentre la metafora della guida si intreccia con la sua fascinazione per i giochi di potere e il controllo. “Music For The Masses” segna anche un cambiamento nell'estetica del gruppo, con il coinvolgimento di Anton Corbijn (futuro regista del film "Control" su Ian Curtis) nei videoclip e nei materiali promozionali.
I singoli killer
Un successo annunciato e
programmato fin nei dettagli, insomma, inclusi i due singoli apripista.
Quando infatti il sesto album in studio del gruppo britannico approda
nei negozi, il 28 settembre 1987, i Depeche Mode hanno già aperto una
significativa breccia nelle classifiche grazie a un doppio, prelibato
antipasto.
Il primo 45 giri, “Strangelove”, propone un Gahan ormai già dannato nel suo abbandono agli eccessi e ai peccati della notte, assecondato da cadenze frenetiche: un energico synth-pop in quattro quarti pensato per le piste da ballo. Uscito 5 mesi prima dell’album, mentre le session erano ancora in corso, “Strangelove” fu ritenuto troppo euforico per adattarsi allo stile più oscuro di “Music For The Masses“, così Miller ne realizzò una versione più lenta e oscura, destinata ai solchi dell'Lp. Anche il raffinato videoclip di Corbijn subì dei cambiamenti: dalle riprese in Super 8 e in bianco e nero effettuate in vari scenari di Parigi vennero espunte le parti in cui comparivano due modelle dark in abbigliamento discinto, prontamente censurate da Mtv Usa.
Ma a dettare la linea all'album sarà soprattutto il successivo 45 giri, “Never Let Me Down Again”, destinato a essere annoverato tra gli inni definitivi del synth-pop. Enfatico, trascinante ma perfettamente calibrato, con l'esaltante montare del refrain pianistico sull'onda del denso corpo sonoro. Un grandioso climax orchestrale, con tanto di campioni sinfonici ispirati da "Carmina Burana" di Carl Orff, che lanciano il pezzo in orbita. Il testo è stato interpretato in vari modi: un viaggio edonistico verso l’oblio, un’esperienza omoerotica, una semplice storia di amicizia. Qualcuno insinuerà perfino che il “best friend” del “ride” potesse essere la droga da cui Gahan era dipendente in quel periodo. Un brano reso irresistibile anche da un rullante devastante, catturato da "When The Levee Breaks" dei Led Zeppelin, per stessa ammissione di Bascombe: “Da ragazzo ho sempre pensato che fosse il suono di batteria più entusiasmante del mondo!”, rivelerà.
Una prima breccia nelle classifiche – si diceva. Non così dirompente, a dirla tutta: “Strangelove” approderà al n.16 in Uk e al n.76 negli Stati Uniti; “Never Let Me Down Again” si fermerà al n.22 in Uk e a n.63 negli Usa. Ma progressivamente saranno proprio quei due singoli a trainare al successo “Music For The Masses”. Magari con la complicità di un terzo colpo da ko uscito su 45 giri, di nome “Behind The Wheel”, che riporta in discoteca questo suono oscuro e fatalista, esplorando il lato oscuro delle relazioni umane: un altro potenziale tormentone da club con una sequenza di accordi inquieta e irrisolta. Wilder spiegò nel documentario: “È una sequenza di quattro accordi che si ripete e non cambia mai. Mi ricorda quelle scale a illusione ottica: sali e non arrivi mai in cima. Quando fai il giro, sei di nuovo in basso... non puoi fermarti, ed è questa la bellezza, anche per l’analogia con la guida”. Rispetto alla single edit, più concisa e diretta, la versione dell’album è dilatata, costruisce lentamente tensione e atmosfera prima di mantenere la promessa con quegli inesorabili colpi di rullante. A impreziosire il brano sarà anche un altro video doc di Corbijn, girato in Italia presso il lungo lago di Arona, in Piemonte, nel quale Gahan resta a piedi, mentre un trattore gli porta via la macchina, ma viene raggiunto da una donna in Vespa su cui sale dopo aver buttato via delle stampelle.
Dopo tre singoli-killer come questi, la quarta scelta su 45 giri sarà invece spiazzante, con la filastrocca delicata e sinistra di “Little 15”, che tuttavia si rivela essenzialmente una riflessione sull’innocenza perduta, narrando la storia di un quindicenne alle prese con le difficoltà della crescita e di una donna adulta, amareggiata dalla vita, che lo ammonisce sui pericoli del mondo. Eventuali allusioni sessuali sembrano (stavolta) da escludere, anche se Gore racconterà: "Parla di una casalinga di mezza età, annoiata, che cerca una nuova ragione di vita attraverso un ragazzo giovane. Non deve per forza essere una cosa sessuale. Anche se questa canzone in particolare si riferisce a un nostro compagno di classe che ebbe davvero una relazione con una donna di mezza età quando aveva 15 anni". Dell’arrangiamento orchestrale campionato del brano, è stato detto che evoca una “Eleanor Rigby” per la generazione synth-pop, ed è in effetti un saggio magistrale dell’abilità di Wilder nel prendere lo scheletro di una composizione di Gore e arricchirlo con la sua magia orchestrale, ispirandosi nella fattispecie al minimalismo di Michael Nyman.
Elettronica per arene rock
Il quarto singolo rappresentava dunque il volto più riflessivo e introspettivo dei Depeche Mode,
che porta soprattutto il marchio di Gore e che non è mai mancato in
ognuno dei loro album. Tra gli altri episodi dell’album che abbassano le
pulsazioni per scavare negli anfratti della psiche, vanno annoverati
l’elegante “The Things You Said”, lenta e atmosferica nel suo incedere
notturno, “To Have And To Hold”, con campioni di radio russa seguiti da
un drone sintetico cupo a precedere un beat minimale e il refrain semplice e ripetitivo di Gahan, e la meno riuscita “I Want You Know”, tipica novelty erotica di Gore che usa gemiti e sospiri campionati da un film per adulti per creare il groove
con un Fairlight CMI 3 che oggi suona un po’ datato.
Alla categoria delle hit mancate appartengono invece la pulsante “Sacred”, residuo legame con l’industrial-pop delle origini tra cori campionati e l’iconografia religiosa sovversiva di Gore (“a firm believer and a warm receiver”) e l’electro di "Nothing", scandita da un riff contagioso e un apparente charleston, che deriva in realtà dal sample della porta pneumatica di un pullman (!).
Un discorso a parte merita la grandeur finale di “Pimpf”, che con i suoi pomposi timbri operistici rasenta pericolosamente un kitsch inaccessibile perfino agli attuali Muse: il brano strumentale, dal gusto wagneriano, con la voce di Gore campionata, scomposta e riprogrammata, prende il nome da una rivista nazista per ragazzi della Hitlerjugend, dettaglio che ne chiarisce il clima. Un azzardo temerario che alla fine trova senso nel climax melodrammatico del disco: Bascombe paragonerà il fervore di "Pimpf" che risuonava dagli altoparlanti prima di un concerto a Parigi all’atmosfera di un comizio politico.
I Depeche Mode di “Music For The Masses”, insomma, sono un gruppo che vive di contrasti e dualismi, uno dei quali è del tutto interno a Gore. È lui che scrive tutti i testi pieni di rese al peccato e slanci purificatori, tra amore sacro (poco, in effetti) e passioni profane (in abbondanza). L'altro dualismo è al contrario esterno: quello tra il Gore paroliere e il Gahan cantante, ma anche tra la voce efebica del primo e quella profonda e virile del secondo: l'innocenza e l'esperienza sono compresenti nella loro musica, come in ogni animo umano.
Scavallata la metà degli anni '80, i Depeche Mode avevano ormai fatto loro il connubio tra paesaggi sonori desolati e ritmi ballabili che già aveva reso forti certe produzioni di Giorgio Moroder o "Blue Monday" dei New Order, ma erano intenzionati a fare della musica elettronica uno spettacolo da arene rock. Il culmine della loro ambizione populista sarà raggiunto nell'epico concerto al Rose Bowl di Pasadena immortalato da D.A. Pennebaker nel video "101". Proprio quell’ultima data, davanti a circa 60.000 spettatori, sancì definitivamente l’affermazione dei Depeche Mode negli Stati Uniti come una delle band alternative di riferimento della fine degli anni Ottanta.
“Music For The Masses”, del resto, segnò il primo vero salto di qualità dei Depeche Mode nel mercato statunitense. Entrò nella Billboard 200 fino alla posizione n.35 e ottenne la certificazione di disco d’oro a circa sei mesi dall’uscita, un risultato decisamente più rapido rispetto a quanto era accaduto con "Some Great Reward" e "Black Celebration", premiati solo a distanza di anni. Fu inoltre il disco con il maggior numero di singoli di successo pubblicati fino a quel momento.
Da ricordare anche il documentario “Depeche Mode: 1987-88 (Sometimes You Do Need Some New Jokes)”, una panoramica sull'album, contenente commenti e interviste di quanti hanno contribuito alla sua realizzazione: oltre al gruppo, il produttore Dave Bascombe, Daniel Miller, Daryl Bamonte, Martyn Atkins (che propose l'idea dei megafoni per la copertina), il regista Anton Corbijn e tanti altri.
Sarebbe toccato al successivo “Violator” (1990) completare l’opera, suggellando il nuovo ruolo dei Depeche Mode come profeti dell’elettropop per le masse. E pensare che tutto nacque per scherzo: quel titolo era infatti una battuta al vetriolo sulla loro presunta irrilevanza commerciale. Uno scherzo che si tradurrà rapidamente in una profezia, proiettando gli ex-outsider di Basildon nell’olimpo del pop-rock mondiale.
Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan
Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.
Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.
Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.
Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.
I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.
Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.
Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.
Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).
Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.
Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).
Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.
Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.
In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.
Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.
Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.
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Minneapolis, la buccia di banana di Trump?
C’è anche il brutto però. E sta nel fatto che una volta iniziato a praticare la sola forza bruta non puoi permetterti di fermarti, mostrarti indeciso, tornare indietro. Anche perché non hai un “piano B” altrettanto “attraente” e “persuasivo”, rischi di apparire incerto come quelli che hai sbeffeggiato fino a ieri...
La stoica resistenza della popolazione di Minneapolis davanti ai killer prezzolati dell’ICE sta producendola prima vera voragine davanti all’incedere della “ruspa” trumpiana, costringendo il guidatore e la sua corte a farsi le domande che avevano fin qui evitato come la peste.
Contraddicendo dopo due giorni l’insultante e falsaria sicumera dei suoi sottoposti (la “ministra dell’interno” Kristi Noem, il capo-killer Greg Bovino, la “ministra della giustizia” Pam Bondi), che hanno continuato a sostenere l’insostenibile tesi di un “si è avvicinato agli ufficiali della Border Patrol con una pistola semiautomatica calibro 9mm”, Donald Trump ha detto al Wall Street Journal che la Casa Bianca «ha riesaminato tutto» sulla sparatoria di Minneapolis e che l’amministrazione «prenderà una decisione» sull’operato dell’agente federale che ha ucciso Alex Pretti.
Non è una marcia indietro, tanto meno un’ammissione di colpevolezza per tutto l’apparato che da lui dipende. Ma è un momento critico. Che come tutti i momenti di questo tipo può evolvere in due direzioni diametralmente opposte: cambiare strada o accelerare nella stessa direzione.
In questi primi dodici mesi del suo secondo mandato, Trump ha inanellato una lunghissima serie di atti di forza sia sul piano interno che internazionale, contando sulla temporanea “luna di miele” sempre concessa ai nuovi presidenti (“lasciamolo lavorare, poi giudichiamo”), sull’arrendevolezza schifosa della sedicente “opposizione democratica” (complice diretta del genocidio palestinese per oltre un anno) e l’effetto sorpresa.
Dazi, definanziamento delle agenzie federali, revisione della strategia di sicurezza, bombardamenti spot qua e là nel mondo fino al rapimento di Maduro (la prima volta al mondo, per un presidente in carica), l’incursione anti-europea sulla Groenlandia, la preparazione dell’attacco all’Iran insieme a Israele... È un metodo, uno stile, non “colpi da matto” privi di coerenza. Parzialmente imprevedibili per chi ne verrà investito, ma sul cui verificarsi a breve termine si può scommettere. Anche se sulle conseguenze “siamo nelle mani del signore”...
Internazionalmente, “fin qui, tutto bene” (per chi ricorda il fulminante incipit di La heine di Kassovitz). I paesi non europei attaccati erano troppo deboli per replicare, il supporto fetido dell’Unione Europea non è mai mancato fino a quando le “attenzioni imperiali” non l’hanno colpita direttamente, le altre superpotenze (Russia, Cina) erano prese in altri problemi o presentano strategie parecchio differenti che non prevedono la contrapposizione frontale.
Come ci era capitato di ipotizzare, i problemi veri sarebbero stati quelli interni, e non certo perché confidavamo nell’“opposizione democratica”. La campagna di “remigrazione” militare ha acceso le micce. Sia dell’indignazione umanitaria – le scene di bambini deportati o usati come “scudi umani” per costringere i genitori a consegnarsi, gli innumerevoli “arresti” violenti in strada, i morti e i feriti, ecc. – sia della necessaria resistenza.
Le centinaia di migliaia di cittadini che si sono attivati contro l’ICE non sono però solo “attivisti politicizzati”, ma spesso semplici “vicini di casa” che avevano stabilito rapporti di amicizia con immigrati magari irregolari ma “con la testa a posto”. Lavoratori, insomma, che pagano le tasse e l’affitto, portano i bambini a scuola, rispettano le leggi e non rompono le scatole. Persone in carne e ossa, non “categorie” della politica o dell’ideologia.
Non si può spiegare altrimenti l’immenso rischio che queste centinaia di migliaia di civili disarmati stanno correndo da mesi per rallentare, ostacolare, disorientare i killer dell’ICE quando arrivano in una città o un quartiere.
Un rischio terribilmente concreto, come dimostrano le morti di Renèe Goode e Alex Pretti, le centinaia di arresti, feriti, pestaggi.
Eventi ripetuti, quotidiani, che pesano inevitabilmente anche sull’orientamento del voto che – per Costituzione – si dovrebbe tenere a novembre, perché anche molti “indifferenti” sono stati coinvolti direttamente o colpiti da quanto accade.
Oltretutto, questa volta i morti in strada sono due “bianchi per bene” – una madre e poetessa, un infermiere per militari rimasti invalidi – non dei “negri dei bassifondi” cui può essere imputato arbitrariamente di tutto. Ogni cittadino “wasp”, insomma, ci si può identificare immediatamente: “poteva accadere a me”. La frettolosa definizione di “terroristi” gettata loro addosso è un altro boomerang che sta tornando indietro.
Peggio di tutto, per i trumpiani, queste morti sono diventate il banco di prova di una “battaglia per la verità”. Decine di video e testimonianze altrettanto “per bene” hanno smontato in un attimo le menzogne dell’amministrazione e del capo-killer con simpatie naziste. In un paese dove il criterio per presentare un candidato resta ancora la domanda “compreresti da costui un’automobile usata?” essere inquadrati come falsari può diventare fatale.
Questo e non altro gira per la testa della banda trumpiana, al punto che il tycoon è stato costretto a dire che «A un certo punto ce ne andremo» dal Minnesota, senza però indicare tempi, aggiungendo pure che resterà «un gruppo diverso» per occuparsi di frodi finanziarie e presunti scandali sui fondi pubblici.
La sua altra “kriminal Barbie”, Pam Bondi, era stata un po’ più volgare scrivendo una lettera al governatore di quello stato – Tim Walz – in cui garantiva minacciosamente che “ce ne andremo quando il Minnesota non voterà più per i democratici”. Un curioso caso di “esportazione della democrazia”...
Riassumendo. Ancora una volta è la resistenza popolare – persino nel cuore dell’imperialismo dominante! – ad avere l’opportunità di rompere i giochi di un potere assolutamente irresponsabile.
Se – ed è un “se” grosso come il pianeta – avrà la forza di arrestare la marcia autoritaria sul piano interno innescherà a cascata conseguenze molto interessanti su tutti i piani. Dalla strutturazione o meno di un’“interazionale nera” di cui sono già chiari tempi e protagonisti, alla riduzione drastica della “capacità di pressione” degli Usa nei confronti di chiunque nel mondo.
È il brutto delle “politiche muscolari”. Quando sei costretto a fermarti cominci anche a prenderle. Se invece vai avanti, pure... Una strategia “lose lose”, pericolosa perché cieca. E anche quando scivola sulla buccia di banana rischia di far danni grossi...
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Israele - La crisi dell’export agricolo e il collasso del porto di Eilat
All’origine di questa crisi c’è una combinazione di boicottaggi internazionali e il blocco logistico nel Mar Rosso, dovuto al sostegno di Ansar Allah alla resistenza palestinese, nonostante i cosiddetti “Houthi” abbiano stretto un accordo con gli USA da maggio scorso, per fermare gli attacchi alle navi in transito vicino alle loro coste.
Secondo le testimonianze trasmesse da Kan 11, molti ordini e accordi sono stati cancellati, e gli importatori europei trattano sempre più le merci israeliane come ultima risorsa, in assenza di qualsiasi alternativa. Sul lato asiatico, invece, le rotte delle navi-container non toccano più il porto di Eilat, snodo fondamentale dell’economia sionista sul Mar Rosso.
Anzi, lo scorso 12 gennaio vari media israeliani hanno riportato che i suoi moli sono in pratica paralizzati. Stando al giornale Yediot Ahronoth, i ricavi sono passati da 74 milioni di dollari l’anno a quasi zero: un vero e proprio collasso, che ora mette a rischio la tenuta del terminale fondamentale di Tel Aviv sulla sua sponda meridionale.
L’amministratore delegato del porto, Gideon Golber, aveva detto al Times of Israel lo scorso luglio che “la chiusura di un porto strategico in Israele rappresenterebbe un enorme successo internazionale per gli Houthi, che nessuno dei nostri nemici ha mai ottenuto”. Non si tratta, dunque, solo di crisi economica: “l’Asse della Resistenza” ha effettivamente inferto colpi duraturi ai sionisti.
Tornado alle esportazioni di prodotti agricoli, a lasciare pesanti ferite sull’occupazione israeliana è anche il boicottaggio. Il Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori, Daniel Klusky, ha notato un arresto totale delle richieste da alcune aree del mondo, come ad esempio dalla Scandinavia, dopo l’avvio dell’escalation genocidia nel settembre 2023.
Eppure, almeno una delle testimonianze riportate dall’emittente è quella di un agricoltore che preferisce perdere il raccolto piuttosto che vendere i propri prodotti ai palestinesi. La foga suprematista e razzista sionista arriva a uno sclerotismo tale da condannare persino il proprio stesso settore agricolo.
Ad ogni modo, è lo stesso brand di Israele che sta subendo una trasformazione sulla scena globale. Le informazioni raccolte collegano direttamente il collasso del comparto alle operazioni militari contro i palestinesi. Uno dei pochi mercati principali ancora disposti a trattare con l’agricoltura israeliana è quello russo.
Questa situazione ha portato alla nascita di quella che un giornalista di Kan 11 ha definito “l’alleanza dei boicottati”. Eppure, senza volontà (né necessità) di difendere Mosca, Israele non ha subito sanzioni, ma anzi finanziamenti e sostegno diplomatico. A condannare il sionismo è la sua stessa politica genocida.
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Siria - Regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo
L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene posto, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.
Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile da stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.
I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.
Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’“alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.
Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.
Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X:
“Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare.Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno.
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco.
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: “Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.
La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.
Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.
In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.
Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.
Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.
I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.
Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.
È fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.
In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.
Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.
“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.
In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.
Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.
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La destra vuole schedare i professori
«Segnala i professori di sinistra nella tua scuola». È difficile trovare una formula più esplicita. Manifesti, striscioni, QR code sui muri degli istituti da Palermo a Pordenone invitano studenti e studentesse a compilare questionari per denunciare i docenti “colpevoli” di fare propaganda. L’obiettivo dichiarato è un “report nazionale”. L’obiettivo reale è un altro: intimidire, censurare, normalizzare la delazione come pratica legittima dentro la scuola pubblica.
Le domande sono volutamente vaghe, arbitrarie, tossiche: “Hai professori di sinistra?”, “Descrivi i casi più eclatanti”. Nessuna definizione, nessuna tutela, nessun contraddittorio. Basta una percezione, un fastidio, una lezione sull’antifascismo, una parola su diritti, Palestina, clima o disuguaglianze per finire nella lista. È la logica della schedatura politica applicata all’istruzione. Una logica che in Italia ha un nome e una storia, e che non ha nulla a che fare con la libertà.
Non è un caso che il titolo della campagna sia “La nostra scuola”. Nostra di chi? Non certo della comunità scolastica nel suo insieme. “Nostra” nel senso proprietario, identitario, escludente. La scuola, per questa destra, non è un bene comune ma un territorio da conquistare. E chi non si allinea diventa un nemico interno.
Le reazioni degli insegnanti parlano chiaro: paura, rabbia, senso di isolamento. «Come si fa a insegnare qualunque cosa così?», chiedono. È esattamente il punto. Questo clima non serve a “difendere la neutralità”, ma a produrre autocensura. A spingere i docenti a evitare temi scomodi, a smussare il pensiero critico, a rinunciare al proprio ruolo costituzionale. La libertà d’insegnamento non viene abolita per legge: viene soffocata per pressione.
E mentre Azione Studentesca raccoglie nomi e alimenta il sospetto, attacca apertamente le scuole che fanno educazione civica sull’antifascismo, definendola “catechismo politico forzato”. L’antifascismo, che è fondamento costituzionale della Repubblica, viene dipinto come propaganda di parte. Al suo posto si invoca una generica “voglia di Nazione”, una retorica identitaria che svuota la scuola di contenuti critici e la riempie di lealtà astratta.
L’ipocrisia è totale. Da un lato si grida allo scandalo per una lezione sull’antifascismo, dall’altro si spalancano le porte delle scuole a eventi apertamente politici, come quelli promossi dalle Camere Penali a sostegno del Sì al referendum sulla riforma della giustizia, nel silenzio complice del ministero. Il “contraddittorio” invocato da Valditara funziona solo a senso unico.
Questa non è difesa della pluralità. È ingegneria culturale. È l’idea che la scuola debba smettere di essere uno spazio di conflitto democratico e diventare un luogo addestrativo: obbedienza, identità, ordine. Se necessario, con metal detector, zone rosse simboliche e sorveglianza ideologica. Ma più che metal detector, servirebbero davvero dei fascism detector: strumenti per riconoscere e respingere pratiche di intimidazione, delazione e autoritarismo.
Chi oggi minimizza, dicendo che “sono solo manifesti”, sbaglia gravemente. Le liste di proscrizione non nascono mai già armate: nascono come moduli online, come segnalazioni anonime, come campagne “studentesche”. Poi diventano dossier, pressioni, provvedimenti. La storia italiana lo insegna.
Difendere la scuola pubblica oggi significa difendere l’autonomia, la libertà di insegnamento, il diritto al pensiero critico. Significa dire chiaramente che la scuola non è “di qualcuno”, non è della destra, non è del governo di turno. È di tutte e tutti. E proprio per questo è intollerabile che venga trasformata in un laboratorio di censura e propaganda.
Chi ama davvero la scuola non chiede denunce, ma più risorse. Non schedature, ma spazi di confronto. Non silenzio, ma conflitto democratico. Il resto è solo paura del pensiero libero.
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25/01/2026
Fadwa Barghouti a Roma, «Liberate Marwan»
Dopo aver incontrato i leader dell’opposizione, Fadwa Barghouti, avvocatessa e moglie di Marwan Barghouti, é stata accolta oggi dall’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abu Amara, nel corso di un tour in Italia organizzato da Assopace Palestina e dal Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti.
Martedì, infatti, aveva incontrato i rappresentanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e dell’Alleanza Verdi e Sinistra, per discutere un’azione urgente volta alla liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra cui suo marito.
Nel suo intervento, l’ambasciatrice Abu Amara ha sottolineato la gravità delle condizioni umanitarie e legali dei prigionieri palestinesi, alla luce delle violazioni sistematiche cui sono sottoposti, affermando che la questione dei prigionieri rappresenta il cuore della lotta palestinese per la libertà e la dignità e richiede una posizione internazionale chiara e incisiva nel rispetto del diritto internazionale umanitario.
Durante il suo discorso, l’ambasciatrice ha affermato: «Il nostro messaggio è che siamo uniti – leadership, popolo e istituzioni – attorno alla causa dei prigionieri palestinesi e del leader Marwan Barghouti; le carceri dell’occupazione sono piene dei nostri bambini e delle nostre donne.» Abu Amara ha concluso con un appello al governo italiano affinché riconosca lo stato di Palestina, come hanno già fatto molti paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Spagna.
Da parte sua, Fadwa Barghouthi ha illustrato le circostanze dell’arresto e del processo di Marwan Barghouti, detenuto da oltre vent’anni, evidenziando le torture e i maltrattamenti subiti, e ribadendo la sua forte valenza simbolica per la lotta del popolo palestinese, chiedendo un’azione politica e parlamentare internazionale urgente per la sua liberazione.
Nella conferenza Fadwa Barghouti ha ringraziato le associazioni che l’hanno invitata in Italia per parlare di suo marito e di tutti i prigionieri palestinesi. Ha ricordato che
«negli ultimi due anni Israele ha scatenato una guerra su tre fronti nei confronti del popolo palestinese. Una guerra unilaterale, visto che noi siamo un popolo e quindi non abbiamo la capacità di opporci militarmente a un esercito organizzato come quello israeliano.Fadwa Barghouti ha terminato dicendo che, nonostante il nome di Marwan Barghouti fosse sulla lista dei prigionieri da liberare nell’accordo sul cessate il fuoco a Gaza, il motivo per cui Israele non lo ha rilasciato «è politico e non di sicurezza nazionale». «La sua vicenda è politica, politico il processo e politica la sentenza», ha dichiarato, spiegando che lo stesso Barghouti, in qualità di parlamentare palestinese, «non ha riconosciuto legittimità al tribunale che lo ha processato e ha rifiutato che la decisione e volontà politica dei palestinesi potessero essere oggetto di un processo.
Noi siamo una popolo armato solamente dalla fede che riusciremo ad arrivare alla liberazione della nostra patria. Mentre i terrificanti fatti di Gaza attiravano tutte le attenzioni del mondo, su un secondo fronte si combatteva un’altra battaglia, altrettanto importante per il futuro della Palestina.
Questo fronte si è aperto in Cisgiordania dove abbiamo visto una fortissima accelerazione del processo di colonizzazione, abbiamo visto una sistematica distruzione delle case dei palestinesi, dei terreni e delle infrastrutture e un allargamento delle colonie illegali.
Tutto questo testimonia del progetto sionista, particolarmente concentrato anche in Cisgiordania, per affossare l’unione tra i due territori palestinesi e impedire che possa nascere uno stato palestinese con una continuità territoriale tale da poter essere considerato un vero stato.
Abbiamo assistito all’espulsione di migliaia di famiglie dai campi profughi del nord della Cisgiordania, e questo si associa alla negazione del diritto al ritorno della popolazione palestinese sancito dalle Nazioni Unite. Sempre in Cisgiordania, la zona C è per il 65% occupata da colonie israeliane.
Per cui, quando ci chiedono se vogliamo una soluzione a due stati noi rispondiamo di sì, ma starebbe alla comunità internazionale proteggere la potenzialità e la fattibilità della soluzione a due stati.
Infine il terzo fronte dell’offensiva israeliana è quello delle carceri.
Dopo il 7 ottobre la condizioni dei prigionieri palestinesi è decisamente peggiorata, sono stati revocati tutti i permessi di visita familiare, è stato impedito anche alla Croce Rossa Intenzionale di accedere alle carceri israeliane e sono state quasi del tutto eliminate anche le visite degli avvocati. Parliamo della sottrazione di tutte quelle conquiste che il movimento dei prigionieri palestinesi avevano ottenuto con battaglie legali e scioperi della fame a partire del 1967, diritti elementari che ora sono stati cancellati.»
Il suo non è stato un processo trasparente e non si può parlare di un giusto processo, anche perché il tribunale non ha adottato “standard internazionali” ma ha operato come «strumento dell’occupazione israeliana per criminalizzare i palestinesi.»
Aggiungendo che «quando l’hanno arrestato avrei potuto restare a casa ad aspettare, invece ho seguito il lungo esempio di lotta delle donne palestinesi e da 23 anni ho viaggiato in 54 paesi battendomi per la sua liberazione e quella di tutti i prigionieri palestinesi».
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La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina
La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.
Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.
La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria. È, prima di tutto, un sintomo storico. In un contesto segnato dalla radicalizzazione autoritaria dello Stato imperiale, dall’offensiva xenofoba e poliziesca apertamente promossa da Donald Trump e dalla normalizzazione della violenza razzista mascherata da legalità – oggi incarnata da agenzie come l’ICE – ricompare, in maniera quasi necessaria, la domanda di autodifesa degli oppressi e di come questa possa essere articolata insieme a una strategia rivoluzionaria.
Non si tratta di un’irruzione spontanea né di una moda militante, ma piuttosto della ricomparsa di un’esperienza storica che il capitale non è mai riuscito a chiudere completamente: quella del Black Panther Party come tentativo concreto di collegare razza, classe, potere e organizzazione rivoluzionaria nel cuore stesso dell’imperialismo.
Le Pantere Nere nacquero nel 1966 a Oakland, quando il ciclo di espansione capitalista del dopoguerra iniziava a mostrare chiari segni di esaurimento e la violenza della polizia fungeva da meccanismo quotidiano per disciplinare una popolazione razzializzata e supersfruttata.
Da una prospettiva materialista, la sua comparsa non fu una risposta a un “eccesso” del sistema, ma piuttosto la reazione organica di uno specifico settore della classe operaia a una particolare forma di dominio capitalista. Il razzismo non sembrava una deviazione morale dall’ordine statunitense, ma una tecnologia del potere funzionale alla riproduzione del capitale.
Da qui l’importanza della svolta teorica contenuta nella riformulazione del terzo punto del suo Programma in Dieci Punti: non si trattava più di porre fine al furto dell'“uomo bianco”, ma piuttosto al furto del capitalista. In questa correzione si condensava una comprensione cruciale: l’oppressione razziale non poteva essere abolita senza un confronto diretto con i rapporti di produzione capitalistici.
L’originalità del Black Panther Party risiedeva nell’aver combinato, senza concessioni liberali, l’autodifesa armata con i cosiddetti programmi di sopravvivenza, in particolare il programma di colazioni popolari. Lungi dal costituire una politica assistenziale, queste pratiche rivelavano il nucleo politico del progetto delle Pantere: dimostrare nella pratica che la classe oppressa poteva organizzare la riproduzione materiale della vita laddove lo Stato capitalista offriva solo repressione, abbandono o carità disciplinare.
La colazione calda, la clinica comunitaria o l’assistenza legale non erano fini a se stessi, ma piuttosto momenti di una pedagogia rivoluzionaria che sfidava la legittimità dell’ordine borghese e preparava soggettività per lo scontro politico. L’autodifesa non si limitava al controllo armato della polizia, ma si dispiegava come una difesa completa della vita proletaria di fronte a uno Stato che operava come una forza di occupazione interna.
Da una prospettiva marxista, questa esperienza non può essere idealizzata senza un’analisi critica. Le analisi di Huey P. Newton ed Eldridge Cleaver sulla struttura di classe negli Stati Uniti – in particolare la distinzione tra una “classe operaia metropolitana” e una “classe operaia della colonia nera” – davano conto di una realtà oggettiva: la frammentazione razziale del proletariato e l’integrazione riformista di ampi settori sindacalizzati nel blocco di potere borghese.
Quindi, privilegiando il sottoproletariato razzializzato come soggetto rivoluzionario centrale, le Pantere Nere tendevano a spostare la lotta dal campo della produzione alle strade, limitando la loro capacità di articolare una strategia di potere in grado di includere l’intera classe operaia. Questa tensione – tra la chiarezza della diagnosi e i limiti della strategia – non invalida la loro eredità, ma ci obbliga a leggerla come un’esperienza storicamente collocata e non come un modello chiuso.
È proprio questa lettura materialistica che ci permette di comprendere perché oggi, di fronte all’offensiva anti-immigrazione, all’inasprimento delle pene e alla riconfigurazione bonapartista del potere statunitense, ricompaiano gruppi che invocano esplicitamente la tradizione delle Pantere Nere. La persecuzione sistematica dei lavoratori migranti, la militarizzazione dei quartieri poveri e la legittimazione politica del razzismo ricreano le condizioni sociali che hanno reso possibile il Black Panther Party.
Il fatto che queste espressioni siano frammentate, eterogenee o addirittura contraddittorie non altera il dato fondamentale: quando il capitale avanza nella sua fase di irrigidimento autoritario, l’autodifesa di classe riappare come una necessità oggettiva. Lo Stato non si presenta come un arbitro neutrale, ma come uno strumento diretto del dominio borghese, e di fronte a esso, la passività equivale a una sconfitta anticipata.
Da una prospettiva marxista rivoluzionaria, il compito non consiste nel feticizzare l’autodifesa o ridurla a un’estetica militante, bensì inscriverla in una strategia insurrezionale volta alla conquista del potere. L’autodifesa è legittima e necessaria in quanto espressione della violenza difensiva degli oppressi contro la violenza strutturale del capitale e del suo Stato, ma acquisisce significato storico solo se si articola con l’organizzazione consapevole della classe operaia come soggetto politico indipendente.
L’esperienza delle Pantere Nere dimostra che l’organizzazione comunitaria può sfidare l’egemonia, ma anche che senza un inserimento organico nei processi produttivi e senza una direzione rivoluzionaria capace di unificare il proletariato al di là delle sue frammentazioni razziali, il potere borghese trova il modo di neutralizzare, cooptare o schiacciare queste esperienze.
Oggi, di fronte all’offensiva reazionaria guidata da Trump e portata avanti dall’intero apparato statale, la lezione delle Pantere Nere rimane pienamente attuale su un punto cruciale: gli sfruttati non possono delegare la propria difesa o la propria emancipazione a istituzioni progettate per garantirne la sottomissione.
Da questa stessa prospettiva storica, è ineludibile rivendicare e valutare criticamente l’esperienza di autodifesa sviluppata in Cile dalla Primera Linea durante la rivolta popolare. Lì, di fronte alla violenza sistematica dello Stato, sono emerse forme embrionali di difesa collettiva che non sono state uno sfogo irrazionale, bensì la legittima risposta di un popolo lavoratore abbandonato dalle istituzioni e tradito dalla sua leadership politica tradizionale. Tuttavia, quell’esperienza – eroica e genuina – è rimasta intrappolata nei limiti della spontaneità e dell’isolamento strategico.
Il compito che s’impone oggi non è la ripetizione feticizzata di quelle forme, ma il loro consapevole superamento: recuperare il loro contenuto combattivo e di classe per integrarlo in un progetto politico superiore, orientato alla costruzione di una nuova leadership rivoluzionaria dei lavoratori, capace di articolare autodifesa, organizzazione di massa e insurrezione come momenti di un’unica strategia di potere. Solo così la violenza difensiva degli oppressi cesserà di essere un atto episodico e diventerà una forza storica organizzata al servizio della rivoluzione sociale.
La classe operaia – in tutta la sua diversità razziale, nazionale e culturale, in Cile, negli USA e in ogni parte del mondo – deve assumersi il compito organico dell’autodifesa, rompere con il legalismo paralizzante e costruire una politica insurrezionale orientata alla rivoluzione sociale. Non come gesto volontaristico, ma come risposta necessaria a un capitalismo che può governare solo approfondendo la violenza.
In questo senso, il ritorno delle Pantere non annuncia un passato che sta tornando, ma un futuro che insiste nel farsi strada: quella della lotta di classe nella sua forma più essenziale, proprio lì dove l’imperialismo credeva di averla soffocata per sempre.
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La Nuova Dottrina Monroe, una spada sospesa sull’America Latina
Questo editoriale del Global Times – “pubblicazione del gruppo editoriale del Quotidiano del Popolo, che rappresenta la voce autorevole del Partito Comunista e del governo cinese” – indica che il problema strategico di contenere questa accresciuta aggressività militare statunitense è ben presente ed è stato già inquadrato.
Una volta verificato che “gli Stati Uniti stanno tentando di strappare le pagine del codice giuridico internazionale del XXI secolo e riportare il calendario all’era del XIX secolo della ‘legge della giungla’” ci si deve porre l’obbiettivo di costruire “uno scudo più robusto per deviare i colpi diretti, ma ancor più importante” diventa “la forgiatura di una ‘lama affilata’ di equità per recidere le catene dell’interferenza egemonica”.
Naturalmente chiunque abbia la testa sulle spalle sa che, anche se possiede grande potenza economica e un arsenale nucleare rilevante, ogni escalation solo militare porta con sé il rischio massimo di un conflitto che azzererebbe lo sviluppo dei paesi coinvolti e dell’intera umanità. Dunque c’è da chiarire il significato concreto di quella “lama affilata” con cui “recidere le catene dell’interferenza egemonica”. Che non è la scontata “reazione automatica uguale e contraria” del pensiero militare occidentale, ma piuttosto una rete che avvolge l’aggressore per bloccarne alla fine le mosse.
Spiega infatti l’editoriale del Global Times che “non è un invito a intensificare il conflitto, ma piuttosto un catalizzatore per la ricostruzione delle capacità e l’innovazione dell’ordine globale. Significa difendere con fermezza il multilateralismo nel quadro del diritto internazionale per formare un potente contrappeso all’intervento. Significa approfondire la cooperazione Sud-Sud, rafforzare l’integrazione regionale e costruire reti economiche e finanziarie resilienti per resistere alle sanzioni unilaterali”.
Un lavoro attento, complicato, “di lunga durata”. Perché si tratta di disinnescare un meccanismo esplosivo, non di combattere il fuoco con il fuoco.
Ci si riuscirà? Lo scopriremo solo vivendo... Che è comunque meglio del morire “tutti e presto”.
Mentre i titoli sull’attacco militare USA al Venezuela e sul sequestro forzato del suo presidente Nicolás Maduro cedono gradualmente il passo alle notizie sulla Groenlandia e sulle divisioni USA-Europa a Davos, rimane una realtà agghiacciante: la sovranità e la sicurezza regionale dei paesi latinoamericani sono ancora ostaggio della lama del loro vicino settentrionale.
Giovedì, il Wall Street Journal (WSJ) ha citato fonti vicine alla questione affermando che l’amministrazione Trump sta cercando insider all’interno del governo cubano per facilitare un cambio di regime entro la fine dell’anno. Sebbene, secondo il media statunitense, i funzionari USA “non abbiano un piano concreto” per porre fine al governo cubano, tali discussioni non sono altro che sale sulle ferite ancora aperte dell’America Latina sullo sfondo dell’intervento in Venezuela.
Questo rapporto del WSJ riporta ancora una volta il fantasma della Dottrina Monroe – uno spettro che ha perseguitato le Americhe per due secoli – sotto i riflettori in una forma più barbarica. Sotto l’attuale amministrazione USA, la Nuova Dottrina Monroe ha rivelato i suoi effetti più pericolosi: una campagna di espansione imperialista mascherata da “sicurezza nazionale“.
I suoi tratti distintivi non sono più limitati alla semplice manipolazione politica, all’isolamento diplomatico o agli embarghi commerciali; piuttosto, si è evoluta in un sistema di manipolazione strutturale: un’offensiva a più punte che mescola attacchi militari, strangolamento finanziario, blocchi energetici e pervasiva sovversione interna.
Dai diretti interventi militari del passato alle moderne “rivoluzioni colorate”, guerre economiche e operazioni psicologiche, la cassetta degli attrezzi interventista di Washington è stata continuamente “aggiornata”. Per i paesi latinoamericani, la Nuova Dottrina Monroe non è un “dono” del suo “buon vicino”; è una spada sospesa a un filo, la cui lama brilla della luce fredda dell’interventismo.
L’incursione a Caracas è stata solo una plateale prova generale della Nuova Dottrina Monroe. Per i falchi di Washington, il Venezuela è semplicemente il primo domino. Stanno sfruttando lo slancio dell’egemonia militare per creare un “effetto raggelante” in tutta la regione: sottomettiti, o diventerai il prossimo bersaglio. Questa nuda politica di potenza è una totale profanazione della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali di uguaglianza sovrana e non interferenza.
Non serve ossessionarsi sull’accuratezza della rivelazione del WSJ o se un colpo di stato a Cuba si manifesterà davvero entro la fine del 2026. Il vero pericolo non risiede in una specifica tempistica, ma nella mentalità di Washington di trattare l’intervento come un diritto e l’egemonia come ordine. Finché la macchina della Nuova Dottrina Monroe rimane in moto, la pace in America Latina rimarrà fragile.
Se gli USA sono ubriacati dai temporanei successi militari in Venezuela, portandoli a credere di poter agire impunemente in tutta la regione, stanno commettendo un grave errore di calcolo sia della storia che della realtà. L’America Latina di oggi non è la regione della metà del XIX e dell’inizio del XX secolo. Mentre l’egemonia seminerà divisioni, l’aspirazione collettiva allo sviluppo sovrano tra i popoli della regione rimane una forza irresistibile.
Inoltre, poiché gli impulsi unilaterali di Washington non sono più confinati al loro “cortile”, il risentimento globale verso le sue parole e azioni egemoniche ha raggiunto un punto di rottura – le recenti minacce di Washington riguardo alla Groenlandia hanno persino costretto gli alleati degli statunitensi al di là dell’Oceano Atlantico a prendere posizione, implorando che “il più forte ha sempre ragione” non deve diventare la legge universale della condotta internazionale.
In effetti, gli Stati Uniti stanno tentando di strappare le pagine del codice giuridico internazionale del XXI secolo e riportare il calendario all’era del XIX secolo della “legge della giungla”. In questo contesto, difendere la giustizia richiede uno scudo più robusto per deviare i colpi diretti, ma ancor più importante, richiede la forgiatura di una “lama affilata” equamente a quella dell'avversario per recidere le catene dell’interferenza egemonica.
Questa “lama” non è un invito a intensificare il conflitto, ma piuttosto un catalizzatore per la ricostruzione delle capacità e l’innovazione dell’ordine globale. Significa difendere con fermezza il multilateralismo nel quadro del diritto internazionale per formare un potente contrappeso all’intervento.
Significa approfondire la cooperazione Sud-Sud, rafforzare l’integrazione regionale e costruire reti economiche e finanziarie resilienti per resistere alle sanzioni unilaterali.
Soprattutto, si tratta di aumentare l’autonomia strategica nei settori critici per rafforzare le fondamenta della sicurezza nazionale.
L’obiettivo finale è guidare l’ordine internazionale verso un futuro più democratico e multipolare, riducendo così sistematicamente lo spazio in cui possono operare egemonia e politica di potenza. Solo quando l’egemone realizzerà che le sue ambizioni predatorie comporteranno un costo insopportabile, quella spada sospesa smetterà finalmente di cadere.
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Conflitto sociale, classi e alternativa dentro la crisi del XXI Secolo. Una discussione sul che e il come fare
In ordine i contributi di Mauro Casadio, Sergio Cararo, Franco Russo, Emidia Papi, Giorgio Cremaschi, Cinzia Della Porta, Michele Franco, Paolo Spena, Paolo Ferrero, Bruno Papale, Marcella Grasso, Walter Tucci.
Fonte
Giù le nascite e il Pil, le nuove sfide della Cina
di Michelangelo Cocco
La Cina ha registrato nel 2025 il più forte calo demografico dalla grande carestia del 1959-61. Secondo i dati diffusi oggi dall’Ufficio nazionale di statistica (NBS), la popolazione è scesa di 3,39 milioni di persone, passando da 1,4083 miliardi a 1,4049 miliardi. È il secondo anno consecutivo di contrazione, dopo che nel 2023 il paese aveva perso il primato di nazione più popolosa, a favore dell’India.
Il dato più negativo riguarda le nascite: soltanto 7,92 milioni di neonati nel 2025 (contro 11,31 milioni di morti), il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Rispetto al 2024 si tratta di un calo del 17 per cento, mentre il confronto con il picco del 2016 evidenzia un crollo di circa dieci milioni. Per il quarto anno consecutivo la curva della natalità continua a scendere, nonostante le campagne governative e gli incentivi economici.
Le ragioni sono molteplici: il costo della vita cresciuto vertiginosamente negli ultimi decenni, la crisi del modello tradizionale di famiglia, e un diffuso orientamento verso l’individualismo nell’era post-Covid. Anche il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping non sembra in grado di invertire la tendenza. Non si mette più su famiglia e, dunque, non si fanno figli (in Cina i due momenti ancora coincidono).
Sociologi e demografi discutono di nuove politiche di welfare e sostegni alla fertilità, ma la fiducia dei cittadini resta bassa. Intanto la trasformazione sociale è già visibile: uomini e donne soli, e un numero crescente di anziani, stanno cambiando stili di vita e di consumo nella “fabbrica del mondo”. Per compensare l’invecchiamento della forza lavoro, Pechino ha avviato un massiccio programma di robotizzazione: quattro umanoidi su cinque installati nel mondo nel 2025 hanno preso servizio in Cina.
Sul fronte economico – sempre secondo i dati ufficiali diffusi oggi – il quarto trimestre ha segnato una crescita del PIL del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni. Il paese ha comunque centrato l’obiettivo annuale del +5 per cento, ma solo grazie soprattutto al boom delle esportazioni, che l’anno scorso hanno generato un surplus commerciale record di oltre 1.190 miliardi di dollari. La domanda interna, invece, rimane al di sotto delle aspettative.
Si accentua così la dipendenza dall’export, nonostante le politiche governative puntino in direzione opposta, ad aumentare cioè il peso della domanda interna: nel 2025 il 32,7 per cento del PIL è derivato dalle vendite all’estero, il livello più alto dal 1997. Una condizione che, da un lato, è un riflesso dell’accresciuta competitività delle compagnie cinesi nei mercati internazionali, dall’altro espone la Cina alle turbolenze dell’era Trump, dell’aumento del protezionismo e delle tensioni geopolitiche.
Il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, penalizzate dai dazi imposti da Donald Trump, è stato comunque più che compensato nel 2025 dall’aumento delle spedizioni verso Unione Europea, Sud-Est asiatico, Africa e America Latina.
Il governo è consapevole delle difficoltà. Kang Yi, direttore del NBS, ha sottolineato che l’economia ha resistito a molteplici pressioni mantenendo una crescita stabile, ma ha avvertito che le sfide esterne si stanno intensificando e che “problemi di lunga data e nuove criticità” pesano sullo sviluppo.
La Casa Bianca dichiara guerra al popolo americano
Alex è diventato ieri a Minneapolis, dopo Renee Good, la seconda vittima in pochi giorni delle bestie che compongono quella falange. Una terza persona, nei giorni scorsi, era stata raggiunta da proiettili sparati dall’ICE ed è attualmente in gravi condizioni all’ospedale.
La scena dell’omicidio è stata ripresa in video e non consente giustificazioni, anche se i “maiali” – sarebbe bene tornare alle definizioni degli anni ‘60, per una volta – hanno provato a dire che aveva con sé una pistola e sarebbe rimasto ucciso nel tentativo di disarmarlo.
Le riprese mostrano invece Pretti che si frappone tra una donna e un agente che le sta spruzzando spray al peperoncino, cerca di aiutare la donna a rialzarsi e viene a sua volta aggredito da altri agenti che spruzzano lo spray anche contro di lui, “armato” di un telefono in una mano e nulla nell’altra.
Come mostrano i video, la pistola è stata “ritrovata” solo dopo che era ormai morto. Ma non si vede da dove sia venuta fuori ed è prassi comune di molta sbirraglia “aggiungere prove” alla scena del delitto per “pararsi il culo” da eventuali indagini su quel che hanno fatto.
Un video trasmesso da diverse tv mostra da altra angolazione i robocop mascherati, con giubbotti tattici, che bloccano un uomo a terra, su una strada coperta di neve. L’uomo cade e si sentono i colpi di arma da fuoco, almeno cinque. Cinque, per essere sicuri di uccidere, non per “fermare un soggetto pericoloso”, armato di un telefono...
Che un infermiere possa diventare “un soggetto pericoloso” accade però solo nelle società impazzite, dove ogni valore o concetto o definizione è stato rivoltato così tante volte da diventare privo di senso.
Basti pensare che lo stesso Trump, rispondendo all’indignazione universale per il sequestro – da parte dell’ICE – di una bambina di due anni (poi rilasciata, se non altro), ha benedetto “il lavoro di questi patrioti”. “Patrioti” superpagati e con un premio di 50.000 dollari già al momento dell’arruolamento. Di fatto mercenari che inseguono anche un “premio di produzione” (più immigrati acchiappano, non importa se bambini, e più guadagnano).
Basta riascoltare la conferenza stampa in cui la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem – una delle tante “kriminal barbie” di cui Trump ama essere circondato – si inventa la storia di “un individuo si è avvicinato agli agenti della U.S. Border Patrol con una pistola semiautomatica 9 mm. Gli agenti hanno tentato di disarmare questa persona, ma il sospetto armato ha reagito violentemente. Temendo per la propria vita e per quella dei suoi colleghi, un agente ha sparato colpi difensivi”. Tutti letali, ma per caso...
Noem ha anche detto che Pretti “aveva due caricatori con munizioni che contenevano decine di proiettili” e non aveva documenti di identità con sé (negli Usa non è neanche obbligatorio...). In definitiva, secondo lei, “sembra una situazione in cui un individuo è arrivato sulla scena per infliggere il massimo danno alle persone e uccidere le forze dell’ordine”. Un pazzo, insomma, qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente essere reclutato nell’ICE...
La sfrontatezza con cui l’amministrazione Trump mente su questi episodi come su tutta la “politica della sicurezza interna” non è però soltanto la “normale” abitudine del potere, ma rivela come su questo si stia giocando una durissima partita all’interno degli Stati Uniti, in cui la posta in gioco è la trasformazione dell’assetto istituzionale da “esteriormente democratico” a “dichiaratamente autoritario”.
Una partita che ha già distrutto il tradizionale “centrismo” costruito nei decenni dall’establihment industrial-finanziario, sia tra i “repubblicani” che tra i “democratici”, facendo balzare in primo piano quelle che una volta erano “ali estreme” fuori dai giochi: i nuovi “nazisti dell’Illinois” (cit.) oppure i “socialisti” – all’americana, sia chiaro – in grado di vincere in due città-simbolo come New York e Seattle.
Una partita che, quasi per necessità “geometrica”, ha trovato il suo teatro più violento a Minneapolis, capoluogo di uno stato “di mezzo”, al confine con il Canada.
Qui ieri c’è stato, prima di questo nuovo omicidio, uno dei rarissimi scioperi generali contro il governo federale, ossia contro Trump e la presenza dell’ICE. Uno sciopero iper-politico (con buona pace dei Salvini del mondo), con manifestazione oceanica nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata della Verità e della Libertà”. Due valori che, evidentemente, non esistono in questa America...
A margine della manifestazione l’ICE ha condotto una serie di aggressioni individuali, una della quali si è chiusa con l’omicidio di Pretti, “colpevole” di aver difeso una donna dalle “attenzioni” dei “maiali” in divisa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo “democratico senza grilli per la testa” come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di polizia della citàà.
Se la richiesta verrà accolta potremmo quindi avere un confronto diretto tra paramilitari dell’ICE (che dipendono dallo Stato federale, ossia da Trump) e polizia-esercito agli ordini delle autorità locali. Impossibile anche da sognare, fino a qualche mese fa.
Ma quando una crisi ha certe dimensioni, e cause non rimovibili con le sole chiacchiere, può succedere di tutto. Sia sul piano internazionale – chi avrebbe mai ipotizzato una “guerra” tra alleati della Nato per il controllo della Groenlandia? – che su quello interno.
Mi hanno segnalato – ho controllato, tutto vero – che Wayne Ivey, sceriffo della Florida, si è rivolto ai manifestanti americani dicendo le seguenti cosette: “Se opponete resistenza alla legge, andrete in prigione; se bloccate un incrocio o un sentiero o sputate sui nostri agenti, prima andrete in ospedale e poi in prigione.
Se lanciate pietre o molotov o puntate una pistola contro uno dei nostri agenti, informeremo la vostra famiglia su dove raccogliere il vostro cadavere, perché vi uccideremo sul posto”.
Pensate se lo avesse detto il capo dei pasdaran in Iran, le tonnellate di retorica spicciola e irricevibile che mi sarei dovuto sorbire da questa parte di sciagurato mondo, i quintali di stronzate inventate, le porcherie ipocrite che avrei dovuto ingoiare.
Ma lasciamo perdere, io vi chiedo solamente e definitivamente di tenere a mente tutto questo: non tanto perché segnala un volta di più che lo stato di diritto dell’Occidente volge alla sua fine, trascinato dalla morte di tutta un’altra serie di garanzie minime, che abbiamo deciso di calpestare o lasciar calpestare; vi chiedo di tenere tutto questo a mente perché questo sceriffo, oltre a ricalcare i personaggetti infimi e vigliacchi dei peggiori film americani di quarta lega, è espressione di una cultura “politica”, e nella fattispecie di una cultura strettamente statunitense, cioè del paese che attualmente guida incontestato la ciurma di cialtroni internazionali privi di alcuna credibilità – tra cui noi – che si prodiga nello stabilire quali proteste in giro per il mondo siano o non siano definibili “civili” (di solito quelle che fomentano e finanziano) e quali repressioni da parte delle forze di sicurezza siano definibili brutali, o meglio, inaccettabili a tal punto di esser meritevoli di un intervento esterno volto al ripristino delle ideali condizioni di vassallaggio.
Credo sia arrivato il momento di non accettare più queste buffonate. L’America e di riflesso anche l’intero Occidente hanno perso integralmente il diritto non solo di insegnare al prossimo come si campa ma proprio la facoltà anche solo di parlare di Stato di diritto, di diritti umani, di diritti civili, e ça va sans dire, del diritto internazionale che come sappiamo, se va bene, conta fino a un certo punto, e se va male, va calpestato con tutte le scarpe perché espressione di posture bizzarramente antisemite o antioccidentali.
È tutto finito, tracciamo una linea, vi prego, e iniziamo a parlare di realtà. Non delle proiezioni oniriche del mondo che pensiamo di aver plasmato.
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I metal-detector a scuola sono la provocazione di un governo che conosce solo la repressione
Ma ciò che deve preoccupare di più è la trasformazione di scuole in caserme per contrastare dei problemi che, però, nella maggior parte dei casi pre-esistono alla scuola, che perde ancora di più la sua funzione educativa, cioè quella che servirebbe per intervenire su questi stessi problemi! I fenomeni a cui assistiamo hanno a che fare con la crisi di prospettive del capitalismo per le giovani generazioni, la crisi di civiltà dell’Occidente, con la selezione di classe spietata, su cui si innesta anche la guerra cognitiva dei social in mano ai padroni occidentali corresponsabili del genocidio a Gaza: la violenza, la legge del più forte sono le uniche vie in una società che distribuisce sempre meno possibilità di emancipazione.
Fatti come quelli di La Spezia, di Frosinone o di altre e quotidiane situazioni di barbarie gridano vendetta contro questo sistema e una necessità di alternativa generale che va costruita distruggendo l’ipocrisia di Valditara e Meloni. Sono gli stessi responsabili della repressione dei militanti che lottano per una nuova società, come i 5 studenti a Torino messi ai domiciliari e a cui viene negata la scuola, per aver manifestato. Istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci per l’Alternativa.
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24/01/2026
Guerra in Ucraina, trattative prudenti ad Abu Dhabi
Nei colloqui iniziati ad Abu Dhabi la novità formale sta nel fatto che per la prima volta, dopo Istanbul 2022, una delegazione russa ed una ucraina si sono ritrovate nella stessa sala insieme a quella statunitense, sempre guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff, affiancato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, appena usciti da un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin, ovviamente a Mosca.
Diciamo che il dato negativo è proprio quest’ultimo: se due incaricati passano indifferentemente da un dossier di crisi all’altro (Ucraina, Gaza, Medio Oriente in generale, ecc.), o sono dei geni assoluti di cui il mondo non si era mai accorto, oppure il loro stile di lavoro e il loro ruolo è superficiale, puramente politico, un velo sovrapposto allo sforzo degli sherpa che devono occuparsi della “ciccia”.
In ogni caso, che russi e ucraini si rivedano è un segno che il lavoro preparatorio – l’eliminazione di questioni “irrisolvibili”, l’entità e la struttura delle “compensazioni” per ogni mediazione, ecc. – è andato abbastanza avanti.
La voce più circolante riguarda proprio l’ultimo miglio, che sarebbe rappresentato dal ritiro ucraino anche dalla piccola parte di Donbass ancora non conquistato dall’esercito russo. Se si osservano le carte geografiche, ci si accorge subito che in pratica non si tratta di una questione immensa, ma è simbolicamente importantissima sia per Mosca che per Kiev.
Non solo, o non tanto, per l’appartenenza della popolazione lì residente al gruppo “russofono” o viceversa (dopo quattro anni di guerra su quel territorio di civili ce ne sono rimasti ben pochi, il resto è fuggito “dalla sua parte” del fronte). Entrambi gli eserciti hanno pagato carissimo lo sforzo – ci risparmiamo per una volta la contestazione dei numeri mandati in giro dagli uffici propaganda – e l’accettare che il confine sia fissato un po’ più a nord o a sud, a est o ad ovest, può diventare “accettabile” o “inaccettabile” per il consenso interno.
Sul terreno, però, le cose sono abbastanza definite. Quel che resta in ballo è una parte limitata dell’oblast di Donetsk e di Kherson.
Che la questione territoriale sia considerata “l’ultimo ostacolo” dovrebbe significare che tutte le altre – ingresso di Kiev nella Nato, e delle truppe occidentali in Ucraina, garanzie di sicurezza reciproche, ecc., sono state grosso modo risolte. Se fosse davvero così, la pace non dovrebbe essere lontanissima.
Zelenskij, però, dopo la “strigliata” suicida data agli europei in quel di Davos, continua a cercare soldi e armi, missili Patriot (anti-missile) e altri a lunga gittata per colpire direttamente Mosca o altre città russe importanti.
Mentre il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, ha confermato che la posizione russa resta quella definita con la “formula di Anchorage”, quando Trump e Putin si erano incontrati di persona.
E raffredda le aspettative di svolta anche il fatto che la delegazione russa è fondamentalmente “tecnica”, composta quasi solo da militari, che naturalmente sono incaricati di soppesare le diverse soluzioni proposte, ma non decidono politicamente nulla. Il “politico” presente è per il momento Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale per gli investimenti esteri e negoziatore per le questioni economiche, con grande esperienza nei rapporti con gli americani, ma non certo un “decisore”.
Oggi si sta aprendo la seconda giornata di colloqui e quindi entro sera si dovrebbe capire qualcosa di più.
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Al referendum sulla giustizia si vota NO
Lo spostamento del potere legislativo sempre più nelle mani dell’esecutivo e sempre meno nell’organo costituzionalmente titolato a esercitarlo in via primaria – il Parlamento; la personalizzazione e la verticalizzazione del potere, la marginalizzazione di settori sociali sempre più ampi (per via di una minore partecipazione politica ed elettorale, ma anche per leggi elettorali “escludenti”) non nascono certo con Giorgia Meloni. Anzi, hanno visto tra gli attori protagonisti molti di coloro che oggi, nelle file del centrosinistra, si strappano le vesti e gridano al rischio fascismo.
Lo Stato autoritario moderno, infatti, è più frutto delle trasformazioni dell’imperialismo, del sempre maggior livello di centralizzazione dei capitali, insofferenti alle regole democratiche. Queste trasformazioni vengono assecondate, a ritmi differenti, da una classe politica che mira alla configurazione di un potere “ab solutus” da qualunque forma di controllo democratico.
Potere al Popolo dà indicazioni per il NO al referendum del 22-23 marzo. Allo stesso tempo non riconosce né nella conservazione dell’esistente né nella risposta del campo largo una soluzione. Lavoreremo nelle prossime settimane per articolare la nostra posizione e per una campagna indipendente per il NO, con una iniziativa nazionale per dare visibilità alla nostra posizione.
Per continuare nel solco della costruzione di un’opzione politica indipendente tanto dall’ultradestra quanto dal centrosinistra, abbiamo discusso dei prossimi passi che ci dovranno condurre verso le elezioni politiche del 2027.
Siamo stati chiari, già a partire dall’iniziativa al teatro l’Aquila del 25 Ottobre: Potere al Popolo vuole essere presente alle prossime elezioni politiche per costruire una rappresentanza politica indipendente, capace di sfidare il bipolarismo liberista tanto sul terreno sociale, sostenendo in primis un sindacalismo indipendente e conflittuale, quanto su quello dell’orizzonte per il quale lavoriamo: la lotta delle idee che ognuna e ognuno di noi conduce quotidianamente, sui posti di lavoro, in scuole e università, sui territori e anche sui media, è uno dei motori necessari a inventare e a creare la strada che ci faccia uscire dal vassallaggio sotto NATO e imperialismo e sperimenti elementi di un nuovo socialismo, adatto ad affrontare le sfide del XXI secolo.
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