Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/01/2026
Migliaia in piazza con Torino partigiana
Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.
Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.
“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.
Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.
Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.
I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.
Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.
I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.
Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...
Fonte
La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è anche quella del mondo arabo
È passata appena una settimana da quando il presidente statunitense Donald Trump a Davos ha mostrato la sua firma davanti alle telecamere su un documento per il suo cosiddetto Board of Peace, e il Medio Oriente è sul filo del rasoio per la possibilità molto reale di una terza guerra del Golfo.
È una sensazione familiare. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato a portata di tiro dell’Iran domenica. F-15E Strike Eagle e bombardieri B-52 sono stati inviati rispettivamente in Giordania e Qatar.
Il Canale 13 israeliano ha riferito che anche l’esercito statunitense si stava preparando a rinforzare le difese a terra, con l’arrivo di una batteria di difesa aerea Thaad prevista nei prossimi giorni.
Anche i media israeliani hanno lavorato duramente. Israel Hayom, il quotidiano più vicino al governo israeliano, ha riferito che Giordania, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito fornirebbero supporto logistico e di intelligence all’esercito statunitense in caso di attacco.
Questo ha spinto gli Emirati a dichiarare pubblicamente di essere impegnati “a non permettere che il proprio spazio aereo, territorio o acque vengano utilizzati in azioni militari ostili contro l’Iran… Ribadiamo il nostro impegno a non fornire alcun supporto logistico a qualsiasi azione militare ostile contro l’Iran”.
Questo sarà ignorato dall’Iran, i cui alti funzionari hanno avvertito che gli Emirati Arabi Uniti sono già andati troppo oltre. In caso di un altro attacco, la Repubblica Islamica non limiterebbe la sua rappresaglia solo a Israele e alle basi militari statunitensi.
Un alto funzionario iraniano mi ha detto lo scorso anno che Israele stava usando Azerbaigian ed Emirati Arabi Uniti nella sua guerra sporca contro l’Iran. “Ci aspettiamo sicuramente un altro ciclo di questa guerra, e questa volta l’Iran non sarà colto di sorpresa né sarà sulla difensiva. Passerà all’offensiva”, ha affermato. “Gli Emirati Arabi Uniti pagheranno un prezzo enorme. La prossima volta che verremo attaccati, si riverseranno nel Golfo e nella regione”.
Prendere di mira Khamenei
Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran lo scorso giugno, in una guerra durata 12 giorni, Teheran è stata ingannata da un un ciclo di colloqui in Oman che gli fece credere che Israele non avrebbe colpito prima di allora.
All’epoca, la Casa Bianca respinse l’idea che il cambio di regime fosse un obiettivo degli attacchi, che prendevano di mira comandanti militari di alto livello, scienziati nucleari e i bunker che ospitavano le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, voleva un cambio di regime, affermando che l’assassinio della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, “non avrebbe fatto scalare il conflitto, ma avrebbe posto fine al conflitto”.
Ma la Casa Bianca si dissociò. Axios ha riferito che Trump era più riluttante di Netanyahu a prendere di mira Khamenei. Un alto funzionario dell’amministrazione USA ha commentato: “È l’ayatollah che conoscete contro l’ayatollah che non conoscete”.
Questa volta, però, quella riservatezza è sparita. Il leader supremo sarà il bersaglio principale.
Migliaia di persone sono state uccise durante la recente repressione delle proteste in Iran. Quanti siano è una questione di accesa discussione. La scorsa settimana, il governo iraniano ha stimato il bilancio delle vittime a poco più di 3.100, mentre il Wall Street Journal ha citato stime di gruppi per i diritti umani che collocano il numero più vicino ai 10mila.
La rivolta è iniziata a dicembre come protesta dei commercianti di Teheran che denunciavano il crollo del rial e l’aumento vertiginoso dei costi della vita. Il movimento si è diffuso rapidamente in altre città e nei quartieri operai più poveri, in un chiaro segno di furia e disperazione a livello nazionale dopo decenni di sanzioni, corruzione e cattiva gestione statunitensi.
Lo stesso è accaduto diversi anni fa, dopo la morte in custodia di Mahsa Amin, una donna curda iraniana di 22 anni arrestata dalla “polizia della moralità” iraniana per non aver rispettato il codice di abbigliamento islamico.
Ma il fatto che questa rabbia contro la stagnazione economica, vissuta sia dalla classe media che dalla classe operaia, sia stata e sia genuina, non esclude il coinvolgimento delle agenzie di intelligence occidentali e israeliane nell’alimentare il fuoco. Le due cose non si escludono a vicenda.
Pressione massima contro l’Iran
La profonda crisi economica dell’Iran è il risultato sia della cattiva gestione interna dello Stato, sia delle sanzioni paralizzanti imposte da Trump, che nel suo primo mandato ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran e ha imposto una politica di “massima pressione” che è stata proseguita dall’amministrazione democratica di Biden.
Come il genocidio di Gaza, tentare di mettere in ginocchio l’economia iraniana è una politica bipartisan. Le principali vittime di questa politica sono il popolo iraniano, per il quale l’Occidente sostiene di essere così preoccupato.
Creare le condizioni per la loro disperazione, e poi usarla come casus belli contro il paese nel suo complesso, non è una novità per il Mossad, la CIA o l’MI6 – né cercare attivamente di trasformare una protesta economica in un’insurrezione armata. Ciò che cambia questa volta è che poco o nessun tentativo è stato fatto di nascondere le loro impronte digitali.
Il Mossad non nascondeva il suo coinvolgimento. In un post in lingua farsi su X (ex Twitter) il 29 dicembre, ha incoraggiato gli iraniani a protestare, arrivando persino a dire che era fisicamente con loro durante le manifestazioni. “Uscite insieme per le strade. È arrivato il momento”, scrisse il Mossad. “Siamo con te. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con te sul campo”.
Questo da solo potrebbe spiegare l’alto numero di morti tra i poliziotti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato reti affiliate a Israele di aver infiltrato le proteste, di aver compiuto sabotaggi e attacchi mirati per intensificare gli scontri e aumentare le vittime.
La strategia israeliana è fallita quando decine di migliaia di persone tennero un raduno filogovernativo, internet fu chiuso e migliaia di persone sono state arrestate ma non prima che fosse stata impiantata nei media occidentali l’idea che la caduta del regime fosse ormai una causa internazionale per i diritti umani, e che le fazioni anti-regime avessero un potenziale leader in Reza Pahlavi, il 65enne figlio dell’ultimo scià iraniano.
Trump si è rifiutato esplicitamente di incontrare Pahlavi. Alla domanda del conduttore del podcast Hugh Hewitt se volesse incontrare Pahlavi, con base negli Stati Uniti, Trump ha risposto: “L’ho osservato, e sembra una brava persona. Ma non sono sicuro che sia appropriato a questo punto farlo come presidente”.
Questo è stato interpretato come un messaggio in stile venezuelano secondo cui, se Trump avesse eliminato Khamenei, sarebbe stato disposto a fare un accordo con l’amministrazione sopravvissuta.
Cambio di posizione
Abbiamo già percorso questa strada molte volte. Ma questa volta, c’è una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di abbattere la Repubblica Islamica.
Il mondo arabo sunnita – che per così tanto tempo si è sentito bersaglio dell’espansione della rete di gruppi armati iraniani che, a volte, ha combattuto aspre guerre per procura in Iraq, Libano, Yemen e Siria – si sta voltando invece verso l’Iran.
Questo non avviene per una nozione romantica di sostegno alla causa palestinese, né per un improvviso afflato di tolleranza religiosa. Non si tratta nemmeno principalmente di preservare asset petroliferi, che sono estremamente vulnerabili a droni e missili di rappresaglia.
Questo cambiamento di posizione riguarda la percezione degli interessi nazionali arabi di sovranità e indipendenza. L’Iran è sempre più visto come se stesse combattendo la stessa battaglia che gli stati arabi stanno conducendo contro la dominazione e l’occupazione. Anche loro temono che Israele sia sulla strada per diventare l’egemone militare della regione, e che frammentare gli stati vicini sia la via più rapida per raggiungere questo obiettivo.
Il cambiamento più drammatico verso Israele si può vedere in Arabia Saudita, che nell’ultimo decennio è stata la roccaforte degli intrighi anti-Iran. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele, l’Arabia Saudita era sull’orlo della firma degli Accordi di Abramo, con i quali il regno avrebbe normalizzato i rapporti con Israele. Oggi, al contrario, non solo questa mossa è completamente fuori discussione, ma è stata lanciata una campagna virulenta nei media contro Israele.
Un articolo in particolare avrebbe potuto essere pubblicato e ripubblicato solo con l’approvazione dei vertici. In ogni caso, la comparsa dell’accademico saudita Ahmed bin Othman al-Tuwaijiri nella sezione delle colonne del giornale Al Jazeera avrebbe dovuto suscitare sospetti, dato che il media è un portavoce del governo qatariota, e Tuwaijri stesso è stato più che comprensivo verso i Fratelli Musulmani banditi in Arabia Saudita.
Per un governo che ha condotto diverse purghe di accademici e giornalisti sauditi legati all’Islam politico, la presenza di Tuwaijri è di per sé degna di nota.
Il giornale ha pubblicato un articolo pungente in cui Tuwaijri accusa gli Emirati Arabi Uniti di gettarsi “tra le braccia del sionismo” e di funzionare da “cavallo di Israele nel mondo arabo nella speranza di essere usato contro il Regno e i principali paesi arabi – nel tradimento di Dio, del Suo Messaggero e dell’intera nazione”.
Tuwaijri ha giustamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di frammentare la Libia, di “diffondere il caos in Sudan” finanziando e armando le Forze di Supporto Rapido, e di “infiltrarsi in Tunisia come parassiti”.
Ha inoltre affermato che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano deliberatamente il progetto della Grande Diga del Rinascimento dell’Etiopia, nonostante i danni che ciò avrebbe potuto infliggere ai livelli dell’acqua del Nilo a valle e agli interessi strategici dell’Egitto.
Tutto questo è vero, ma venendo dall’Arabia Saudita, complice degli Emirati in gran parte della controrivoluzione che ha schiacciato le Primavere Arabe, questa è una cosa forte.
Abu Dhabi ha risposto attivando le sue reti a Washington. Barak Ravid di Axios ha scritto che l’articolo non era solo anti-Israele, ma anche antisemita.
La Anti-Defamation League (ADL) si è poi espressa, affermando di essere allarmata dalla “crescente frequenza e volume di voci saudite di spicco – analisti, giornalisti e predicatori – che usano apertamente discorsi antisemiti e promuovono aggressivamente la retorica anti-Accordi di Abramo, spesso mentre diffondono teorie del complotto su ‘complotti sionisti'”.
Non appena il clamore su questo articolo ha raggiunto tale intensità, l’articolo stesso è scomparso da internet. L’ADL si è attribuita il merito di questa cancellazione sottolineando che è avvenuta poco dopo la pubblicazione del post del gruppo.
Ma questa non sarebbe stata l’ultima parola sull’articolo, che quasi improvvisamente è riapparso sul sito di Al Jazeera.
Colui che si presume sia la voce di Saud al-Qahtan, zar dei media del principe ereditario Mohammed bin Salman, ha scritto su X: “Alcune persone degli Emirati riconciliati – che Dio li riformi – stanno diffondendo una menzogna secondo cui l’articolo saudita su al-Tuwaijri è stato cancellato da Al Jazirah! Per paura delle relazioni internazionali! Questo non è vero. L’articolo è ancora lì, ed ecco il link all’articolo”.
L’unica conclusione da trarre da questa vicenda è che ciò che Tuwaijri ha detto rappresenta la linea ufficiale stessa del regno Saudita.
Politica di frammentazione in Medio Oriente
L’effetto Gaza si sta facendo sentire in tutta la regione. Gaza stessa è stata una sconfitta militare per Hamas, Hezbollah e Iran. L’effetto Gaza, tuttavia, è tutt’altro che diverso.
Nello schiacciare Gaza, Netanyahu ha ripetutamente promesso di rimodellare il Medio Oriente. Ha affermato più volte da allora che sta “cambiando il volto del Medio Oriente” e che questo conflitto è una “guerra di rinascita”.
Una parte integrante della politica di frammentazione portata avanti da Israele era assicurarsi che, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad, la Siria non riemergesse mai come stato nazione sovrano.
Questa era l’intenzione di Netanyahu quando ha lanciato il più grande bombardamento della storia della Siria poche ore dopo la caduta di Assad alla fine del 2024. L’aeronautica e la marina siriana furono distrutte in 24 ore.
I carri armati israeliani sono poi entrati nel sud della Siria con il pretesto di istituire un protettorato per i Drusi, un’offerta inizialmente respinta dalla leadership drusa.
Israele ha anche offerto di “proteggere” i curdi nel nord della Siria. Questa offerta si è rivelata spettacolarmente vuota la scorsa settimana, dopo che gli scontri iniziati nelle aree curde di Aleppo hanno portato al drammatico crollo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e alla presa del controllo da parte di Damasco.
L’ex sostenitore delle SDF, gli Stati Uniti, non ha mosso un dito per fermare la rotta, e Israele non ha risposto alle richieste di aiuto dei curdi.
Prima che fosse firmato un cessate il fuoco, Tom Barrack, inviato speciale statunitense per la Siria, ha accusato il comandante delle SDF Mazloum Abdi di tentare di coinvolgere Israele negli affari interni siriani.
La regione sta effettivamente cambiando, ma non come Netanyahu aveva immaginato un tempo. La Siria era esausta dopo un decennio di guerra civile quando il regime di Assad è crollato come un castello di carte. Il suo nuovo leader, il presidente Ahmed al-Sharaa, si è fatto in quattro per segnalare che non voleva una guerra con Israele.
Un anno dopo, l’atmosfera in Siria è stata trasformata dall’aggressione e dall’arroganza dei suoi occupanti israeliani, che non solo non hanno intenzione di cedere le Alture del Golan occupate, ma le cui forze ora si trovano a meno di 25 chilometri da Damasco stessa.
La lezione imparata
Combattere Israele è ormai motivo di orgoglio nazionale in Siria, come lo è in gran parte della regione. Sharaa stesso continua con la stessa cautela e astuzia che ha mostrato quando ha rovesciato Assad.
Sull’orlo della vittoria nel nord della Siria, Sharaa ha emesso un decreto riconoscendo il curdo come lingua nazionale e ristabilendo la cittadinanza a tutti i curdi siriani.
Nuovi patti militari sono in arrivo. Israele ne definisce uno di questi come una Nato musulmana, ma non è affatto così.
Si sta formando una crescente consapevolezza tra le potenze musulmane della regione secondo cui l’unico modo per contenere Israele è difendersi a vicenda. Questa è la lezione appresa vedendo Israele eliminare un nemico alla volta.
Il più grande esercito regionale, la Turchia, è attualmente in trattativa per aderire a un patto di difesa reciproca esistente tra Arabia Saudita e Pakistan. Turchia, Arabia Saudita ed Egitto ora sostengono apertamente il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan.
E per approfondire ulteriormente la spaccatura con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita sta per acquistare oro sudanese, una mossa che limiterebbe ma non porrebbe fine al commercio africano dell’oro di Abu Dhabi.
Il fallimento dei piani di Netanyahu
Questi sono tutti segnali che la regione sta effettivamente cambiando, ma non proprio come Netanyahu immaginava.
Israele sta affrontando la sconfitta su più di un fronte. Non è riuscito a innescare un esodo di massa della popolazione né da Gaza né dalla Cisgiordania occupata, come tutte le sue politiche, dal bombardamento alla fame, erano state progettate per ottenere.
Non è riuscito a frammentare la Siria. Anzi, il contrario: Israele è riuscito a unificarla come mai prima d’ora. Non è riuscito a stabilire una presenza militare nel Somaliland separatista e ora si trova ad affrontare l’opposizione aperta del governo somalo.
Ha perso il sostegno dell’Egitto su Gaza e della Giordania sulla Cisgiordania – entrambi considererebbero un afflusso di rifugiati palestinesi una minaccia esistenziale.
L’ultimo tentativo di Netanyahu sarebbe attaccare di nuovo l’Iran. Il suo principale alleato, gli Emirati Arabi Uniti, ha perso molta influenza dopo essere stato cacciato dallo Yemen.
Ci sono tre opzioni in caso di attacco all’Iran
La prima sarebbe quella di decapitare la leadership iraniana e intimidire i membri sopravvissuti dell’élite affinché collaborino. È improbabile che questo funzioni in Iran. L’ayatollah che sostituirà Khamenei sarebbe sicuramente più determinato a mettere le mani dell’Iran sull’unico deterrente contro un ulteriore attacco: la bomba atomica.
La seconda opzione, in caso di crollo dello Stato, sarebbe quella di istituire un protettorato israeliano sotto Pahlavi. Anche questo è improbabile, dato che non dispone di quasi nessun sostegno in Iran e, se fosse posto al potere, sarebbe ancora più burattino di Israele rispetto a suo padre.
Ma la terza e più probabile opzione in caso di crollo dello stato sarebbe una guerra civile e la frammentazione dell’Iran. Questo provocherebbe un enorme afflusso di iraniani verso nord e ovest verso Arabia Saudita e Turchia, destabilizzando massicciamente la regione nel suo complesso.
Il governo iraniano ha ragione a considerare questi eventi come una minaccia esistenziale – e tutti nella regione, qualunque sia la storia dei loro rapporti con la Repubblica Islamica, dovrebbero fare del loro meglio per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.
Netanyahu sta tramando piani per attaccare l’Iran perché ogni altra mossa che ha compiuto è fallita. La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è la lotta della regione per la sopravvivenza – e assolutamente nessun sovrano arabo dovrebbe dimenticarlo.
Fonte
È una sensazione familiare. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato a portata di tiro dell’Iran domenica. F-15E Strike Eagle e bombardieri B-52 sono stati inviati rispettivamente in Giordania e Qatar.
Il Canale 13 israeliano ha riferito che anche l’esercito statunitense si stava preparando a rinforzare le difese a terra, con l’arrivo di una batteria di difesa aerea Thaad prevista nei prossimi giorni.
Anche i media israeliani hanno lavorato duramente. Israel Hayom, il quotidiano più vicino al governo israeliano, ha riferito che Giordania, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito fornirebbero supporto logistico e di intelligence all’esercito statunitense in caso di attacco.
Questo ha spinto gli Emirati a dichiarare pubblicamente di essere impegnati “a non permettere che il proprio spazio aereo, territorio o acque vengano utilizzati in azioni militari ostili contro l’Iran… Ribadiamo il nostro impegno a non fornire alcun supporto logistico a qualsiasi azione militare ostile contro l’Iran”.
Questo sarà ignorato dall’Iran, i cui alti funzionari hanno avvertito che gli Emirati Arabi Uniti sono già andati troppo oltre. In caso di un altro attacco, la Repubblica Islamica non limiterebbe la sua rappresaglia solo a Israele e alle basi militari statunitensi.
Un alto funzionario iraniano mi ha detto lo scorso anno che Israele stava usando Azerbaigian ed Emirati Arabi Uniti nella sua guerra sporca contro l’Iran. “Ci aspettiamo sicuramente un altro ciclo di questa guerra, e questa volta l’Iran non sarà colto di sorpresa né sarà sulla difensiva. Passerà all’offensiva”, ha affermato. “Gli Emirati Arabi Uniti pagheranno un prezzo enorme. La prossima volta che verremo attaccati, si riverseranno nel Golfo e nella regione”.
Prendere di mira Khamenei
Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran lo scorso giugno, in una guerra durata 12 giorni, Teheran è stata ingannata da un un ciclo di colloqui in Oman che gli fece credere che Israele non avrebbe colpito prima di allora.
All’epoca, la Casa Bianca respinse l’idea che il cambio di regime fosse un obiettivo degli attacchi, che prendevano di mira comandanti militari di alto livello, scienziati nucleari e i bunker che ospitavano le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, voleva un cambio di regime, affermando che l’assassinio della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, “non avrebbe fatto scalare il conflitto, ma avrebbe posto fine al conflitto”.
Ma la Casa Bianca si dissociò. Axios ha riferito che Trump era più riluttante di Netanyahu a prendere di mira Khamenei. Un alto funzionario dell’amministrazione USA ha commentato: “È l’ayatollah che conoscete contro l’ayatollah che non conoscete”.
Questa volta, però, quella riservatezza è sparita. Il leader supremo sarà il bersaglio principale.
Migliaia di persone sono state uccise durante la recente repressione delle proteste in Iran. Quanti siano è una questione di accesa discussione. La scorsa settimana, il governo iraniano ha stimato il bilancio delle vittime a poco più di 3.100, mentre il Wall Street Journal ha citato stime di gruppi per i diritti umani che collocano il numero più vicino ai 10mila.
La rivolta è iniziata a dicembre come protesta dei commercianti di Teheran che denunciavano il crollo del rial e l’aumento vertiginoso dei costi della vita. Il movimento si è diffuso rapidamente in altre città e nei quartieri operai più poveri, in un chiaro segno di furia e disperazione a livello nazionale dopo decenni di sanzioni, corruzione e cattiva gestione statunitensi.
Lo stesso è accaduto diversi anni fa, dopo la morte in custodia di Mahsa Amin, una donna curda iraniana di 22 anni arrestata dalla “polizia della moralità” iraniana per non aver rispettato il codice di abbigliamento islamico.
Ma il fatto che questa rabbia contro la stagnazione economica, vissuta sia dalla classe media che dalla classe operaia, sia stata e sia genuina, non esclude il coinvolgimento delle agenzie di intelligence occidentali e israeliane nell’alimentare il fuoco. Le due cose non si escludono a vicenda.
Pressione massima contro l’Iran
La profonda crisi economica dell’Iran è il risultato sia della cattiva gestione interna dello Stato, sia delle sanzioni paralizzanti imposte da Trump, che nel suo primo mandato ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran e ha imposto una politica di “massima pressione” che è stata proseguita dall’amministrazione democratica di Biden.
Come il genocidio di Gaza, tentare di mettere in ginocchio l’economia iraniana è una politica bipartisan. Le principali vittime di questa politica sono il popolo iraniano, per il quale l’Occidente sostiene di essere così preoccupato.
Creare le condizioni per la loro disperazione, e poi usarla come casus belli contro il paese nel suo complesso, non è una novità per il Mossad, la CIA o l’MI6 – né cercare attivamente di trasformare una protesta economica in un’insurrezione armata. Ciò che cambia questa volta è che poco o nessun tentativo è stato fatto di nascondere le loro impronte digitali.
Il Mossad non nascondeva il suo coinvolgimento. In un post in lingua farsi su X (ex Twitter) il 29 dicembre, ha incoraggiato gli iraniani a protestare, arrivando persino a dire che era fisicamente con loro durante le manifestazioni. “Uscite insieme per le strade. È arrivato il momento”, scrisse il Mossad. “Siamo con te. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con te sul campo”.
Questo da solo potrebbe spiegare l’alto numero di morti tra i poliziotti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato reti affiliate a Israele di aver infiltrato le proteste, di aver compiuto sabotaggi e attacchi mirati per intensificare gli scontri e aumentare le vittime.
La strategia israeliana è fallita quando decine di migliaia di persone tennero un raduno filogovernativo, internet fu chiuso e migliaia di persone sono state arrestate ma non prima che fosse stata impiantata nei media occidentali l’idea che la caduta del regime fosse ormai una causa internazionale per i diritti umani, e che le fazioni anti-regime avessero un potenziale leader in Reza Pahlavi, il 65enne figlio dell’ultimo scià iraniano.
Trump si è rifiutato esplicitamente di incontrare Pahlavi. Alla domanda del conduttore del podcast Hugh Hewitt se volesse incontrare Pahlavi, con base negli Stati Uniti, Trump ha risposto: “L’ho osservato, e sembra una brava persona. Ma non sono sicuro che sia appropriato a questo punto farlo come presidente”.
Questo è stato interpretato come un messaggio in stile venezuelano secondo cui, se Trump avesse eliminato Khamenei, sarebbe stato disposto a fare un accordo con l’amministrazione sopravvissuta.
Cambio di posizione
Abbiamo già percorso questa strada molte volte. Ma questa volta, c’è una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di abbattere la Repubblica Islamica.
Il mondo arabo sunnita – che per così tanto tempo si è sentito bersaglio dell’espansione della rete di gruppi armati iraniani che, a volte, ha combattuto aspre guerre per procura in Iraq, Libano, Yemen e Siria – si sta voltando invece verso l’Iran.
Questo non avviene per una nozione romantica di sostegno alla causa palestinese, né per un improvviso afflato di tolleranza religiosa. Non si tratta nemmeno principalmente di preservare asset petroliferi, che sono estremamente vulnerabili a droni e missili di rappresaglia.
Questo cambiamento di posizione riguarda la percezione degli interessi nazionali arabi di sovranità e indipendenza. L’Iran è sempre più visto come se stesse combattendo la stessa battaglia che gli stati arabi stanno conducendo contro la dominazione e l’occupazione. Anche loro temono che Israele sia sulla strada per diventare l’egemone militare della regione, e che frammentare gli stati vicini sia la via più rapida per raggiungere questo obiettivo.
Il cambiamento più drammatico verso Israele si può vedere in Arabia Saudita, che nell’ultimo decennio è stata la roccaforte degli intrighi anti-Iran. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele, l’Arabia Saudita era sull’orlo della firma degli Accordi di Abramo, con i quali il regno avrebbe normalizzato i rapporti con Israele. Oggi, al contrario, non solo questa mossa è completamente fuori discussione, ma è stata lanciata una campagna virulenta nei media contro Israele.
Un articolo in particolare avrebbe potuto essere pubblicato e ripubblicato solo con l’approvazione dei vertici. In ogni caso, la comparsa dell’accademico saudita Ahmed bin Othman al-Tuwaijiri nella sezione delle colonne del giornale Al Jazeera avrebbe dovuto suscitare sospetti, dato che il media è un portavoce del governo qatariota, e Tuwaijri stesso è stato più che comprensivo verso i Fratelli Musulmani banditi in Arabia Saudita.
Per un governo che ha condotto diverse purghe di accademici e giornalisti sauditi legati all’Islam politico, la presenza di Tuwaijri è di per sé degna di nota.
Il giornale ha pubblicato un articolo pungente in cui Tuwaijri accusa gli Emirati Arabi Uniti di gettarsi “tra le braccia del sionismo” e di funzionare da “cavallo di Israele nel mondo arabo nella speranza di essere usato contro il Regno e i principali paesi arabi – nel tradimento di Dio, del Suo Messaggero e dell’intera nazione”.
Tuwaijri ha giustamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di frammentare la Libia, di “diffondere il caos in Sudan” finanziando e armando le Forze di Supporto Rapido, e di “infiltrarsi in Tunisia come parassiti”.
Ha inoltre affermato che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano deliberatamente il progetto della Grande Diga del Rinascimento dell’Etiopia, nonostante i danni che ciò avrebbe potuto infliggere ai livelli dell’acqua del Nilo a valle e agli interessi strategici dell’Egitto.
Tutto questo è vero, ma venendo dall’Arabia Saudita, complice degli Emirati in gran parte della controrivoluzione che ha schiacciato le Primavere Arabe, questa è una cosa forte.
Abu Dhabi ha risposto attivando le sue reti a Washington. Barak Ravid di Axios ha scritto che l’articolo non era solo anti-Israele, ma anche antisemita.
La Anti-Defamation League (ADL) si è poi espressa, affermando di essere allarmata dalla “crescente frequenza e volume di voci saudite di spicco – analisti, giornalisti e predicatori – che usano apertamente discorsi antisemiti e promuovono aggressivamente la retorica anti-Accordi di Abramo, spesso mentre diffondono teorie del complotto su ‘complotti sionisti'”.
Non appena il clamore su questo articolo ha raggiunto tale intensità, l’articolo stesso è scomparso da internet. L’ADL si è attribuita il merito di questa cancellazione sottolineando che è avvenuta poco dopo la pubblicazione del post del gruppo.
Ma questa non sarebbe stata l’ultima parola sull’articolo, che quasi improvvisamente è riapparso sul sito di Al Jazeera.
Colui che si presume sia la voce di Saud al-Qahtan, zar dei media del principe ereditario Mohammed bin Salman, ha scritto su X: “Alcune persone degli Emirati riconciliati – che Dio li riformi – stanno diffondendo una menzogna secondo cui l’articolo saudita su al-Tuwaijri è stato cancellato da Al Jazirah! Per paura delle relazioni internazionali! Questo non è vero. L’articolo è ancora lì, ed ecco il link all’articolo”.
L’unica conclusione da trarre da questa vicenda è che ciò che Tuwaijri ha detto rappresenta la linea ufficiale stessa del regno Saudita.
Politica di frammentazione in Medio Oriente
L’effetto Gaza si sta facendo sentire in tutta la regione. Gaza stessa è stata una sconfitta militare per Hamas, Hezbollah e Iran. L’effetto Gaza, tuttavia, è tutt’altro che diverso.
Nello schiacciare Gaza, Netanyahu ha ripetutamente promesso di rimodellare il Medio Oriente. Ha affermato più volte da allora che sta “cambiando il volto del Medio Oriente” e che questo conflitto è una “guerra di rinascita”.
Una parte integrante della politica di frammentazione portata avanti da Israele era assicurarsi che, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad, la Siria non riemergesse mai come stato nazione sovrano.
Questa era l’intenzione di Netanyahu quando ha lanciato il più grande bombardamento della storia della Siria poche ore dopo la caduta di Assad alla fine del 2024. L’aeronautica e la marina siriana furono distrutte in 24 ore.
I carri armati israeliani sono poi entrati nel sud della Siria con il pretesto di istituire un protettorato per i Drusi, un’offerta inizialmente respinta dalla leadership drusa.
Israele ha anche offerto di “proteggere” i curdi nel nord della Siria. Questa offerta si è rivelata spettacolarmente vuota la scorsa settimana, dopo che gli scontri iniziati nelle aree curde di Aleppo hanno portato al drammatico crollo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e alla presa del controllo da parte di Damasco.
L’ex sostenitore delle SDF, gli Stati Uniti, non ha mosso un dito per fermare la rotta, e Israele non ha risposto alle richieste di aiuto dei curdi.
Prima che fosse firmato un cessate il fuoco, Tom Barrack, inviato speciale statunitense per la Siria, ha accusato il comandante delle SDF Mazloum Abdi di tentare di coinvolgere Israele negli affari interni siriani.
La regione sta effettivamente cambiando, ma non come Netanyahu aveva immaginato un tempo. La Siria era esausta dopo un decennio di guerra civile quando il regime di Assad è crollato come un castello di carte. Il suo nuovo leader, il presidente Ahmed al-Sharaa, si è fatto in quattro per segnalare che non voleva una guerra con Israele.
Un anno dopo, l’atmosfera in Siria è stata trasformata dall’aggressione e dall’arroganza dei suoi occupanti israeliani, che non solo non hanno intenzione di cedere le Alture del Golan occupate, ma le cui forze ora si trovano a meno di 25 chilometri da Damasco stessa.
La lezione imparata
Combattere Israele è ormai motivo di orgoglio nazionale in Siria, come lo è in gran parte della regione. Sharaa stesso continua con la stessa cautela e astuzia che ha mostrato quando ha rovesciato Assad.
Sull’orlo della vittoria nel nord della Siria, Sharaa ha emesso un decreto riconoscendo il curdo come lingua nazionale e ristabilendo la cittadinanza a tutti i curdi siriani.
Nuovi patti militari sono in arrivo. Israele ne definisce uno di questi come una Nato musulmana, ma non è affatto così.
Si sta formando una crescente consapevolezza tra le potenze musulmane della regione secondo cui l’unico modo per contenere Israele è difendersi a vicenda. Questa è la lezione appresa vedendo Israele eliminare un nemico alla volta.
Il più grande esercito regionale, la Turchia, è attualmente in trattativa per aderire a un patto di difesa reciproca esistente tra Arabia Saudita e Pakistan. Turchia, Arabia Saudita ed Egitto ora sostengono apertamente il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan.
E per approfondire ulteriormente la spaccatura con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita sta per acquistare oro sudanese, una mossa che limiterebbe ma non porrebbe fine al commercio africano dell’oro di Abu Dhabi.
Il fallimento dei piani di Netanyahu
Questi sono tutti segnali che la regione sta effettivamente cambiando, ma non proprio come Netanyahu immaginava.
Israele sta affrontando la sconfitta su più di un fronte. Non è riuscito a innescare un esodo di massa della popolazione né da Gaza né dalla Cisgiordania occupata, come tutte le sue politiche, dal bombardamento alla fame, erano state progettate per ottenere.
Non è riuscito a frammentare la Siria. Anzi, il contrario: Israele è riuscito a unificarla come mai prima d’ora. Non è riuscito a stabilire una presenza militare nel Somaliland separatista e ora si trova ad affrontare l’opposizione aperta del governo somalo.
Ha perso il sostegno dell’Egitto su Gaza e della Giordania sulla Cisgiordania – entrambi considererebbero un afflusso di rifugiati palestinesi una minaccia esistenziale.
L’ultimo tentativo di Netanyahu sarebbe attaccare di nuovo l’Iran. Il suo principale alleato, gli Emirati Arabi Uniti, ha perso molta influenza dopo essere stato cacciato dallo Yemen.
Ci sono tre opzioni in caso di attacco all’Iran
La prima sarebbe quella di decapitare la leadership iraniana e intimidire i membri sopravvissuti dell’élite affinché collaborino. È improbabile che questo funzioni in Iran. L’ayatollah che sostituirà Khamenei sarebbe sicuramente più determinato a mettere le mani dell’Iran sull’unico deterrente contro un ulteriore attacco: la bomba atomica.
La seconda opzione, in caso di crollo dello Stato, sarebbe quella di istituire un protettorato israeliano sotto Pahlavi. Anche questo è improbabile, dato che non dispone di quasi nessun sostegno in Iran e, se fosse posto al potere, sarebbe ancora più burattino di Israele rispetto a suo padre.
Ma la terza e più probabile opzione in caso di crollo dello stato sarebbe una guerra civile e la frammentazione dell’Iran. Questo provocherebbe un enorme afflusso di iraniani verso nord e ovest verso Arabia Saudita e Turchia, destabilizzando massicciamente la regione nel suo complesso.
Il governo iraniano ha ragione a considerare questi eventi come una minaccia esistenziale – e tutti nella regione, qualunque sia la storia dei loro rapporti con la Repubblica Islamica, dovrebbero fare del loro meglio per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.
Netanyahu sta tramando piani per attaccare l’Iran perché ogni altra mossa che ha compiuto è fallita. La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è la lotta della regione per la sopravvivenza – e assolutamente nessun sovrano arabo dovrebbe dimenticarlo.
Fonte
Gaza - Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare
di Michele Giorgio
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
Fonte
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
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Siria - I dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà?
Le autorità qaediste ed i dirigenti di quel che resta delle Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno firmato un accordo d’integrazione. L’ennesimo. Stavolta qualificato come “permanente” in quanto scioglie diversi nodi lasciati irrisolti precedentemente. La formulazione apparsa sul profilo X delle FDS, confermata dal “ministero dell’informazione” di Damasco, è la seguente:
Rispetto alla formulazione del 18 gennaio, vi è un punto migliorativo: non si parla più di adesione individuale dei miliziani delle FDS all’esercito centrale – difficile da attuare nella pratica – bensì della formazione di una divisione intera e di una brigata all’interno di un’altra divisione totalmente composte dalle FDS. Non si è entrati nel merito del destino delle Ypj femminili, argomento sensibilissimo vista l’impostazione culturale del governo di Damasco.
Altro punto positivo, ma non semplice da implementare, è il ritorno a casa degli sfollati curdi di Afrin e Ras-al-Ayn, stipati in campi profughi da una decina d’anni.
Ovviamente resta in vigore il decreto governativo che riconosce la lingua e la cultura curde e si stabilisce che i dipendenti delle strutture civili e governative rimangano al loro posto, ma totalmente integrati nelle strutture centrali. Alle FDS dovrebbero toccare il governatore di Al-Hasaka e qualche posto nel “ministero della difesa”.
Si tratta di un accordo molto sfavorevole, firmato con una pistola puntata alla tempia dei dirigenti curdi, poiché è chiaro che gli USA non si sarebbero opposti ad una nuova offensiva militare qaedista alla scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore per il trasferimento dei prigionieri dell’Isis in Iraq.
In vista, dunque, c’erano nuovi spargimenti di sangue, anche perché nei giorni scorsi è emerso che le defezioni nel campo a guida curda sono state più profonde rispetto alle sole tribù sunnite, al soldo degli USA, che consentivano il controllo dei governatorati di Raqqa e Deir-ez-Zor: hanno riguardato anche alcune tribù che dall’inizio si erano alleate alle milizie curde e che quindi, apparentemente, aderivano anche al loro progetto politico.
Senza queste ultime, diventa molto difficile organizzare una resistenza nelle due enclave fino ad oggi ancora controllate dalle Ypg, poiché anche all’interno di esse la presenza della popolazione curda è a macchia di leopardo. L’unico territorio più omogeneamente a maggioranza curda era la provincia di Afrin, fino agli sfollamenti forzati a seguito dall’operazione militare turca nel 2018. In quel caso, fatalmente, la scelta fu opposta a quella attuale: non stipulare nessun accordo sostanziale con il regime baathista, nonostante i tentativi russi di mediazione, che avrebbero evitato l’invasione e gli sfollamenti.
L’Amministrazione Autonoma termina, dunque, perché crolla una delle fondamenta politiche del progetto confederale elaborato e messo in pratica dal movimento di liberazione curdo, ovvero la sua generalizzazione anche ad altre etnie del medio-oriente.
Tornando all’accordo del 30 gennaio, vale la stessa cosa valida per le precedenti versioni: una cosa è mettere su carta determinate condizioni, un’altra è darne concreta attuazione, tanto più che si tratta di integrare due soggetti politici profondamente differenti. Del resto, il testo è talmente penalizzante per il progetto curdo, che potrebbe aprirsi una dialettica seria al suo interno.
Già nei giorni scorsi, vi sono stati ritardi, da parte di comandanti locali, nell’implementare le ritirate da Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor; inoltre, all’interno dei territori controllati dalle Ypg si è assistito a scene di ammainamento delle bandiere delle FDS a favore della bandiera nazionale dell’indipendentismo curdo e a rimostranze da parte dei miliziani curdi nei confronti degli “arabi traditori”. Su X sono comparsi dei post di dissenso nei confronti dell’accordo, anche da parte di fonti filocurde ben informate, che lo giudicano indigeribile per i quadri di base.
Vi è, insomma, una riemersione delle istanze nazionali curde e del richiamo alla fratellanza curda causate dal fallimento della generalizzazione del progetto confederale.
La contraddizione ora si riversa anche, dal lato turco, sul partito della sinistra filocurda DEM e su Ocalan stesso, che stanno gestendo la trattativa per il disarmo del PKK: i portavoce del DEM hanno rilasciato una dichiarazione che saluta positivamente l’accordo, ma non è scontato che se la sua base lo percepirà come tale.
Per quanto riguarda l’alleanza governativa turca, invece, tutto sembra andare per il verso desiderato nel momento in cui ha avviato il processo di pace interno: l’area autonoma curda si avvia allo scioglimento senza necessità di un intervento militare diretto visibile, il movimento di liberazione curdo rischia di spaccarsi al suo interno, mentre l’altra opposizione, quella repubblicana, è bersagliata dai processi politici.
Il sistema di potere di Erdogan lavora, in tal modo, a rimanere in sella nonostante, secondo molti analisti, sia diventato minoranza sociale nel paese. Il tutto ad un costo politico che sarà molto relativo: ulteriore sdoganamento legislativo della lingua e della cultura curde e parziale amnistia nei confronti di alcuni militanti del PKK, che difficilmente, al loro ritorno in Turchia, potranno poi avere un consenso politico rilevante.
Tutti gli attori operano, comunque, su un filo sottolissimo, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e dare luogo a cambiamenti repentini, come quelli cui è andata incontro nel breve volgere di una ventina di giorni la compagine curda. Soprattutto perché molto dipende dalla volubilità degli umori in casa statunitense, dove il dissenso per l’abbandono delle FDS è ancora forte e, soprattutto, è aperta la partita relativa ad un possibile attacco all’Iran, all’interno della quale le fazioni curde potrebbero essere arruolate – si spera di no – allo scopo di sottrarre territori alla Repubblica Islamica ed indebolirla.
Fonte
È stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane nell’ambito di un accordo globale, con un’intesa su un processo di integrazione graduale per le forze militari e amministrative tra le due parti.Si tratta, dunque, della fine dell’Amministrazione Autonoma del nord-est, senza nessun margine di decentramento amministrativo. Nemmeno la polizia nelle città di Qamishli ed Al-Hasaka rimane di pertinenza curda, mentre non è specificato cosa succederà alla polizia di Kobane/Ain-al-Arab.
L’accordo prevede il ritiro delle forze militari dai punti di contatto, l’ingresso delle forze di sicurezza affiliate al Ministero dell’Interno nei centri delle città di Al-Hasakah e Qamishli e l’avvio del processo di integrazione delle forze di sicurezza nella regione, nonché la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Forze Democratiche Siriane, oltre alla formazione di una brigata per le forze di Kobane all’interno della divisione affiliata al Governatorato di Aleppo.
L’accordo prevede inoltre l’integrazione delle istituzioni di autogoverno all’interno delle istituzioni statali siriane con la conferma del personale civile. È stato, inoltre, raggiunto un accordo sulla definizione dei diritti civili ed educativi per il popolo curdo e sulla garanzia del ritorno degli sfollati nelle loro aree.
L’accordo mira a unificare i territori siriani e a realizzare il pieno processo di integrazione nella regione, rafforzando la cooperazione tra le parti interessate e unificando gli sforzi per ricostruire il Paese.
Centro media delle Forze democratiche siriane – 30 gennaio 2026
Rispetto alla formulazione del 18 gennaio, vi è un punto migliorativo: non si parla più di adesione individuale dei miliziani delle FDS all’esercito centrale – difficile da attuare nella pratica – bensì della formazione di una divisione intera e di una brigata all’interno di un’altra divisione totalmente composte dalle FDS. Non si è entrati nel merito del destino delle Ypj femminili, argomento sensibilissimo vista l’impostazione culturale del governo di Damasco.
Altro punto positivo, ma non semplice da implementare, è il ritorno a casa degli sfollati curdi di Afrin e Ras-al-Ayn, stipati in campi profughi da una decina d’anni.
Ovviamente resta in vigore il decreto governativo che riconosce la lingua e la cultura curde e si stabilisce che i dipendenti delle strutture civili e governative rimangano al loro posto, ma totalmente integrati nelle strutture centrali. Alle FDS dovrebbero toccare il governatore di Al-Hasaka e qualche posto nel “ministero della difesa”.
Si tratta di un accordo molto sfavorevole, firmato con una pistola puntata alla tempia dei dirigenti curdi, poiché è chiaro che gli USA non si sarebbero opposti ad una nuova offensiva militare qaedista alla scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore per il trasferimento dei prigionieri dell’Isis in Iraq.
In vista, dunque, c’erano nuovi spargimenti di sangue, anche perché nei giorni scorsi è emerso che le defezioni nel campo a guida curda sono state più profonde rispetto alle sole tribù sunnite, al soldo degli USA, che consentivano il controllo dei governatorati di Raqqa e Deir-ez-Zor: hanno riguardato anche alcune tribù che dall’inizio si erano alleate alle milizie curde e che quindi, apparentemente, aderivano anche al loro progetto politico.
Senza queste ultime, diventa molto difficile organizzare una resistenza nelle due enclave fino ad oggi ancora controllate dalle Ypg, poiché anche all’interno di esse la presenza della popolazione curda è a macchia di leopardo. L’unico territorio più omogeneamente a maggioranza curda era la provincia di Afrin, fino agli sfollamenti forzati a seguito dall’operazione militare turca nel 2018. In quel caso, fatalmente, la scelta fu opposta a quella attuale: non stipulare nessun accordo sostanziale con il regime baathista, nonostante i tentativi russi di mediazione, che avrebbero evitato l’invasione e gli sfollamenti.
L’Amministrazione Autonoma termina, dunque, perché crolla una delle fondamenta politiche del progetto confederale elaborato e messo in pratica dal movimento di liberazione curdo, ovvero la sua generalizzazione anche ad altre etnie del medio-oriente.
Tornando all’accordo del 30 gennaio, vale la stessa cosa valida per le precedenti versioni: una cosa è mettere su carta determinate condizioni, un’altra è darne concreta attuazione, tanto più che si tratta di integrare due soggetti politici profondamente differenti. Del resto, il testo è talmente penalizzante per il progetto curdo, che potrebbe aprirsi una dialettica seria al suo interno.
Già nei giorni scorsi, vi sono stati ritardi, da parte di comandanti locali, nell’implementare le ritirate da Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor; inoltre, all’interno dei territori controllati dalle Ypg si è assistito a scene di ammainamento delle bandiere delle FDS a favore della bandiera nazionale dell’indipendentismo curdo e a rimostranze da parte dei miliziani curdi nei confronti degli “arabi traditori”. Su X sono comparsi dei post di dissenso nei confronti dell’accordo, anche da parte di fonti filocurde ben informate, che lo giudicano indigeribile per i quadri di base.
Vi è, insomma, una riemersione delle istanze nazionali curde e del richiamo alla fratellanza curda causate dal fallimento della generalizzazione del progetto confederale.
La contraddizione ora si riversa anche, dal lato turco, sul partito della sinistra filocurda DEM e su Ocalan stesso, che stanno gestendo la trattativa per il disarmo del PKK: i portavoce del DEM hanno rilasciato una dichiarazione che saluta positivamente l’accordo, ma non è scontato che se la sua base lo percepirà come tale.
Per quanto riguarda l’alleanza governativa turca, invece, tutto sembra andare per il verso desiderato nel momento in cui ha avviato il processo di pace interno: l’area autonoma curda si avvia allo scioglimento senza necessità di un intervento militare diretto visibile, il movimento di liberazione curdo rischia di spaccarsi al suo interno, mentre l’altra opposizione, quella repubblicana, è bersagliata dai processi politici.
Il sistema di potere di Erdogan lavora, in tal modo, a rimanere in sella nonostante, secondo molti analisti, sia diventato minoranza sociale nel paese. Il tutto ad un costo politico che sarà molto relativo: ulteriore sdoganamento legislativo della lingua e della cultura curde e parziale amnistia nei confronti di alcuni militanti del PKK, che difficilmente, al loro ritorno in Turchia, potranno poi avere un consenso politico rilevante.
Tutti gli attori operano, comunque, su un filo sottolissimo, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e dare luogo a cambiamenti repentini, come quelli cui è andata incontro nel breve volgere di una ventina di giorni la compagine curda. Soprattutto perché molto dipende dalla volubilità degli umori in casa statunitense, dove il dissenso per l’abbandono delle FDS è ancora forte e, soprattutto, è aperta la partita relativa ad un possibile attacco all’Iran, all’interno della quale le fazioni curde potrebbero essere arruolate – si spera di no – allo scopo di sottrarre territori alla Repubblica Islamica ed indebolirla.
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Il “merito” di essere l’erede
C’è in giro molta ironia – non infondata – sull’esibizione di Leonardo Maria Del Vecchio dalla Gruber, dove ha fatto la figura del coglione.
L’ho vista anch’io e ho quasi provato tenerezza, pur possedendo lui oltre sette miliardi: nessun ragionamento ma solo tristi anglicismi preconfezionati, lunghi silenzi imbarazzati, grossi problemi di articolazione nell’eloquio, il giovane nababbo ha lasciato trapelare un quoziente di intelligenza non altissimo – e ha avuto anche seri problemi con i congiuntivi. La voce da paperino ha reso più grottesco il tutto.
Detto questo, è inutile fare la character assassination: per quanto divertente, non aiuta verso la riflessione successiva, cioè il problema del capitalismo dinastico in cui si è incastrato il neoliberismo. Un fenomeno a cui Piketty ha dedicato pagine memorabili di dati e numeri. In buona sostanza, il mito del capitalismo meritocratico e del successo dal niente in base alle idee non è proprio cosa contemporanea.
La zoppicantissima esibizione di Leonardo junior ne è una delle tante prove – e non è nemmeno colpa sua: che, a occhio, se fosse nato povero negli Stati Uniti degli anni cinquanta avrebbe fatto per tutta la vita il lift boy, il tizio che schiaccia i bottoni negli ascensori in uniforme, nei palazzi e negli hotel di alto rango.
Fonte
L’ho vista anch’io e ho quasi provato tenerezza, pur possedendo lui oltre sette miliardi: nessun ragionamento ma solo tristi anglicismi preconfezionati, lunghi silenzi imbarazzati, grossi problemi di articolazione nell’eloquio, il giovane nababbo ha lasciato trapelare un quoziente di intelligenza non altissimo – e ha avuto anche seri problemi con i congiuntivi. La voce da paperino ha reso più grottesco il tutto.
Detto questo, è inutile fare la character assassination: per quanto divertente, non aiuta verso la riflessione successiva, cioè il problema del capitalismo dinastico in cui si è incastrato il neoliberismo. Un fenomeno a cui Piketty ha dedicato pagine memorabili di dati e numeri. In buona sostanza, il mito del capitalismo meritocratico e del successo dal niente in base alle idee non è proprio cosa contemporanea.
La zoppicantissima esibizione di Leonardo junior ne è una delle tante prove – e non è nemmeno colpa sua: che, a occhio, se fosse nato povero negli Stati Uniti degli anni cinquanta avrebbe fatto per tutta la vita il lift boy, il tizio che schiaccia i bottoni negli ascensori in uniforme, nei palazzi e negli hotel di alto rango.
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Senza condizionalità su Stellantis e strumenti straordinari, la transizione diventa declino
Nel corso del tavolo automotive presso il MIMIT, USB ha ribadito con chiarezza che il settore non è di fronte a una crisi congiunturale, ma a una trasformazione strutturale che, così come viene oggi gestita, sta determinando riduzione della produzione, utilizzo permanente degli ammortizzatori sociali e perdita di occupazione qualificata.
La questione di Stellantis è centrale e non più eludibile. L’impegno dell’azienda nel nostro Paese appare oggi debole e sbilanciato: calano i volumi produttivi, gli stabilimenti lavorano a bassa saturazione e le decisioni strategiche su piattaforme, modelli e tecnologie vengono assunte fuori dall’Italia. Gli investimenti annunciati non configurano una vera strategia industriale di lungo periodo, ma interventi difensivi che non garantiscono prospettive occupazionali e produttive stabili.
La transizione tecnologica viene di fatto utilizzata come copertura per un ridimensionamento industriale. L’Italia rischia di diventare un’area di aggiustamento sociale, dove si concentra la cassa integrazione mentre le produzioni a maggiore valore aggiunto vengono localizzate altrove. È il modello dell’industria nomade che USB denuncia da tempo.
In questo contesto, parlare di riconversione dei lavoratori senza strumenti straordinari è un esercizio retorico. La riconversione non può essere scaricata sui singoli lavoratori attraverso formazione generica o politiche attive inefficaci. Senza nuovi insediamenti produttivi e senza una strategia nazionale sull’automotive, la cosiddetta riqualificazione rischia di tradursi esclusivamente in accompagnamento all’uscita dal lavoro.
USB ha quindi ribadito la necessità di strumenti straordinari per governare la transizione: un salario di transizione che garantisca continuità reddituale ai lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione e la creazione di un fondo straordinario nazionale per l’automotive, vincolato a obiettivi chiari di produzione, occupazione e localizzazione industriale.
Noi diciamo anche cosa non è una soluzione. La riconversione militare non rappresenta una risposta strutturale alla crisi dell’automotive: può garantire temporaneamente volumi, ma non crea occupazione stabile né una prospettiva industriale di lungo periodo. Non accetteremo che la transizione venga gestita spostando produzioni verso il settore bellico e scaricando ancora una volta i costi sociali sui lavoratori.
Questo tavolo deve scegliere se limitarsi a gestire il declino o se costruire una vera politica industriale per l’automotive. Senza condizionalità sugli investimenti di Stellantis, senza un ruolo attivo dello Stato e senza strumenti straordinari a tutela del lavoro, la transizione continuerà a essere pagata esclusivamente dai lavoratori.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
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La questione di Stellantis è centrale e non più eludibile. L’impegno dell’azienda nel nostro Paese appare oggi debole e sbilanciato: calano i volumi produttivi, gli stabilimenti lavorano a bassa saturazione e le decisioni strategiche su piattaforme, modelli e tecnologie vengono assunte fuori dall’Italia. Gli investimenti annunciati non configurano una vera strategia industriale di lungo periodo, ma interventi difensivi che non garantiscono prospettive occupazionali e produttive stabili.
La transizione tecnologica viene di fatto utilizzata come copertura per un ridimensionamento industriale. L’Italia rischia di diventare un’area di aggiustamento sociale, dove si concentra la cassa integrazione mentre le produzioni a maggiore valore aggiunto vengono localizzate altrove. È il modello dell’industria nomade che USB denuncia da tempo.
In questo contesto, parlare di riconversione dei lavoratori senza strumenti straordinari è un esercizio retorico. La riconversione non può essere scaricata sui singoli lavoratori attraverso formazione generica o politiche attive inefficaci. Senza nuovi insediamenti produttivi e senza una strategia nazionale sull’automotive, la cosiddetta riqualificazione rischia di tradursi esclusivamente in accompagnamento all’uscita dal lavoro.
USB ha quindi ribadito la necessità di strumenti straordinari per governare la transizione: un salario di transizione che garantisca continuità reddituale ai lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione e la creazione di un fondo straordinario nazionale per l’automotive, vincolato a obiettivi chiari di produzione, occupazione e localizzazione industriale.
Noi diciamo anche cosa non è una soluzione. La riconversione militare non rappresenta una risposta strutturale alla crisi dell’automotive: può garantire temporaneamente volumi, ma non crea occupazione stabile né una prospettiva industriale di lungo periodo. Non accetteremo che la transizione venga gestita spostando produzioni verso il settore bellico e scaricando ancora una volta i costi sociali sui lavoratori.
Questo tavolo deve scegliere se limitarsi a gestire il declino o se costruire una vera politica industriale per l’automotive. Senza condizionalità sugli investimenti di Stellantis, senza un ruolo attivo dello Stato e senza strumenti straordinari a tutela del lavoro, la transizione continuerà a essere pagata esclusivamente dai lavoratori.
USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale
Fonte
Il manualetto di sicurezza digitale
Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti.
Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.
Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link.
Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.
È scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie.
Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.
L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.
Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.
Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link.
Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.
È scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie.
Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.
L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.
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Introduzione al Manualetto
“Il nostro rapporto con le tecnologie è inevitabilmente contraddittorio. Mai come ora siamo circondati da strumenti abilitanti, che ci consentono di allargare le nostre capacità, ridurre sforzi e tempi di vecchie attività, dotarci di una somma di poteri da cui ormai siamo dipendenti, tanto da avere la sensazione di non poterne più fare a meno.
Eppure questi stessi strumenti, in maniera spesso invisibile e inattesa, possono aprire dei varchi sulle nostre vite, il nostro lavoro, le nostre relazioni. E quando succede, proprio la loro potenza, insieme alla capacità di archiviazione, l’ubiquità, la granularità con cui estraggono informazioni che prima non sarebbero mai state raccolte, diventano un’arma a doppio taglio.
Questo vale per tutti, ma soprattutto per giornalisti e attivisti, che fanno dello scambio di informazioni (anche delicate, riservate, sensibili) una delle loro ragion d’essere. Il problema è che la macchina, intesa come l’assemblaggio caotico e strabordante di dispositivi, account, servizi digitali che ognuno di noi gestisce alla bell’e meglio mentre è intento a vivere, funziona splendidamente (o dà l’idea di funzionare in tal modo) senza disfunzioni, senza avvertimenti, senza preavvisi, fino al giorno in cui non funziona più.
Fino al giorno in cui si riceve una strana notifica di Apple o Meta di essere stati oggetto di un attacco statale; fino a quando ritroviamo i nostri dati più privati online; o non riusciamo a entrare nel nostro account Instagram, che ha iniziato nel frattempo a delirare; o veniamo informati che qualcuno è entrato nella nostra casella di posta; o veniamo respinti alla frontiera senza nemmeno sapere perché; o la nostra fonte passa dei guai, e ci resta il sospetto che sia a causa delle comunicazioni avute con noi.
L’elenco potrebbe continuare e, a seconda dei Paesi e delle situazioni, appesantirsi. Perché mai come oggi giornalisti e attivisti possono essere un obiettivo: di criminali, di Stati, di poteri economici, di gruppi ideologizzati, di individui ossessionati, di società private di indagine.
È con questa consapevolezza che come Guerre di Rete abbiamo deciso di scrivere e pubblicare questo manualetto. Il diminutivo è d’obbligo per due motivi: non c’è manuale che possa coprire in modo esaustivo l’argomento o garantire sicurezza; e, in ogni caso, l’obiettivo del nostro ebook è quello di essere uno strumento propedeutico, per principianti o poco più, che vogliano gettare alcune fondamenta nella loro impalcatura digitale. Non sarà abbastanza, ma nemmeno vano.
Il nostro pubblico principale sono giornalisti e attivisti per le ragioni spiegate sopra, anche se ci sono delle differenze tra questi due profili, che non abbiamo approfondito in questo livello iniziale. Riteniamo comunque che buona parte di questo ebook – scritto e rivisto da giornalisti, esperti di sicurezza e attivisti – vada bene per entrambi i gruppi (e a dire il vero, non solo per loro).
Fatto questo chiarimento generale, due note di contenuto. Il manualetto ha un perimetro circoscritto. Intanto, si concentra solo sul digitale. Un’ovvietà, penseranno alcuni. Non proprio. Per giornalisti e attivisti la sicurezza digitale e quella fisica tendono a intrecciarsi e a influenzarsi spesso.
Un’informazione su un dispositivo, in certi contesti, può farti arrestare; un post sui social può consentire circostanziate minacce fisiche; un’app o una configurazione particolare di sicurezza possono generare sospetti a un controllo.
In alcuni casi i due piani entrano in conflitto: ci sono situazioni in cui portare con sé un telefono o altri dispositivi può essere pericoloso, ma lasciarli incustoditi in un hotel potrebbe diventare un rischio digitale. Come avrete già capito da questi esempi, distillare indicazioni al riguardo in un manuale è assai problematico. La sovrapposizione di sicurezza fisica e digitale richiede un’analisi ad hoc e un piano specifico, che tengano conto della persona, del contesto, delle minacce, delle inconciliabilità, e di molti altri fattori.
Un altro limite del manualetto è che ci siamo concentrati sulle minacce cyber, non dando molto spazio alle fughe di dati che possono derivare da un uso sconsiderato di alcuni strumenti. Ad esempio, tutti quei tool di AI utilizzati per “sbobinare” interviste, trasformare audio in testo, fare ricerche su documenti di lavoro, riassumere riunioni e via dicendo. Prima di utilizzarli bisognerebbe sempre verificare quali sistemi di sicurezza adottino e come siano gestiti i dati: verifiche che a volte portano a sorprese spiacevoli. In generale, bisogna essere molto cauti se il materiale trattato contiene parti riservate e off the record.
Infine, un elemento generale di difficoltà sono proprio le minacce. Chi si occupa davvero di cybersicurezza è dotato di umiltà, e se non era umile ha imparato a esserlo col tempo. Perché la base di conoscenza acquisita, per quanto solida, è incredibilmente mutevole. Perché la complessità del piano umano, tecnico e organizzativo (di cui parleremo più sotto) è tale che l’errore, l’imprevisto, la falla sono sempre da mettere in conto. Le risorse stesse dedicate alla sicurezza devono essere aggiornate in continuazione.
E tuttavia, sottolineati tutti questi limiti, siamo convinti che sia possibile fare la differenza. Che informare su questi temi possa aiutare concretamente persone che si occupano di questioni importanti per la società. Questo manualetto vuole fare la sua parte. Aiutarvi a iniziare un percorso. A rafforzare le vostre difese. A limitare le probabilità e gli impatti di eventuali minacce. A reagire e rispondere in modo più consapevole. A rendere la vita più dura agli attaccanti. Magari, qualche volta, a smascherarli più facilmente.
Il manualetto segue un percorso che va dal facile al difficile, da quello che va messo subito in sicurezza, e con poca fatica, a quello che richiede più lavoro. Si inizia inquadrando alcuni aspetti generali – i diversi piani della sicurezza, l’analisi delle minacce – e poi si va nel pratico. Siamo partiti dalla mail perché sappiamo che è ancora l’hub centrale delle nostre vite, e quindi un fortino da difendere.
Passiamo poi ai social media che, nel bene e nel male, restano un luogo fondamentale per giornalisti e attivisti, sottovalutato dal punto di vista della sicurezza. Eppure una revisione attenta delle impostazioni di visibilità e di privacy dei nostri account potrebbe far emergere informazioni che non siamo consapevoli di “pubblicizzare”. Poi parliamo di come si comunica con una fonte, o con qualcuno che necessiti di non essere esposto: il problema del primo contatto, quali app (e perché) possono essere utili, quali sistemi adottare per ricevere soffiate.
Sistemate la mail, i social, e le comunicazioni, è tempo di pensare ai dispositivi. Sono cifrati? Abbiamo backup? Come li gestiamo? È il caso di compartimentare?
Successivamente, ci addentriamo nell’aspetto della cybersicurezza più noto e forse temuto: phishing, malware, spyware. Senza fare miracoli, un utente consapevole può però alzare di tanto l’asticella della sua protezione.
Infine, dopo una sezione su strumenti avanzati, più tecnica, concludiamo su come reagire a un attacco, e su dove trovare risorse utili.
E qui si conclude il nostro manualetto. Speriamo possa esservi utile. Noi abbiamo fatto la nostra parte. Ora è il vostro turno.”
Fonte
La UE si accoda alla guerra USA: i Pasdaran inseriti tra i “terroristi”
Le premesse “logiche” c’erano tutte, da almeno 50 anni. Il termine “terrorista” è da allora così elastico da risultare indefinibile ad ogni tentativo universale. Ci aveva provato l’Onu, gettando ben presto la spugna. Ora che anche l’unica organizzazione sopravvissuta allo sforzo di creare una “comunità internazionale” aperta a tutti gli Stati della Terra, indipendentemente dal loro sistema economico e politico, sta per essere smantellata quel termine diventa definitivamente e soltanto il sinonimo di “nemico”.
Solo per stare ai fatti più recenti. Nel 1998, a maggio, l’UCK albanese kosovara era ancora una “formazione terrorista”, per sentenza Usa. Il mese dopo erano promossi a “Patrioti anti serbi”.
L’attuale premiar siriano Al Jolani aveva sulla testa una taglia Usa di 10 milioni di dollari come capo dell’Isis, ma ora è stato ricevuto alla Casa Bianca. Si è dunque definiti freedom fighters (i Talebani e lo stesso Bin Laden, fin quando hanno combattuto i sovietici) o “terroristi” a seconda delle circostanze, o delle alleanze.
I 27 paesi membri dell’Unione Europea hanno compattamente scelto di assecondare l’attacco degli Stati Uniti alla repubblica iraniana – dopo aver sposato la campagna di disinformazione sulle “stragi di civili” nei giorni delle proteste popolari per gli effetti della drastica svalutazione della moneta nazionale – deliberando ieri di inserire ufficialmente i Pasdaran, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), nella lista delle entità considerate “terroriste” dalla stessa UE.
Stiamo parlando di un corpo istituzionalmente compreso tra le forze militari dell’Iran, non di un gruppo informale o clandestino, né di un braccio segreto. È come se qualche altro paese classificasse i Carabinieri come “terroristi”.
Sono il livello più alto delle forze di sicurezza, con circa 125mila membri attivi formano un vero e proprio esercito con divisioni terrestri, marine e aeree, che controlla anche l’arsenale missilistico del paese e la difesa dei siti di sviluppo del programma nucleare. Sono anche una forza politica ed economica.
Contemporaneamente sono state varate nuove sanzioni contro 15 persone e 6 entità, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, 3 comandanti delle Guardie rivoluzionarie, un procuratore generale e un capo della polizia di pubblica sicurezza.
La risposa del governo di Tehran è stata simmetrica, per quanto ancora soltanto come annuncio. Persino un filo ironica.
“L’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) sono considerati terroristi”, ha affermato infatti in un post su X il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani.
È praticamente inutile fare un’analisi razionale delle follie dichiarate dai vari “leader” europei che hanno aperto la bocca sul tema ieri, ma vale la pena di citarne alcune proprio per segnalarne il carattere esclusivamente propagandistico, senza alcuna pretesa di nasconderlo.
La svalvolata Kaja Kallas, chissà come nominata “alto rappresentante per la politica estera” della UE, ha dato il via dicendo che “La repressione non può restare senza risposta. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena preso la decisione cruciale di designare la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina”.
Peggio di tutti, nonostante fosse difficile, il “nostro” ministro degli esteri, Antonio Tajani, che si è improvvisato anche comparatore aritmetico. A convincere alcuni paesi, fin qui dubbiosi, “hanno contribuito le migliaia e migliaia di morti che ci sono state, 30.000 forse. Non sappiamo esattamente quanti, ma stiamo parlando di una carneficina. Se a Gaza sono stati 60.000 morti – ma solo perché persino l’Idf ormai ha “accettato” che siano stati almeno 70.000 – e se sono stati 30.000 in Iran, vuol dire che è una situazione paragonabile a quella di Gaza”.
Naturalmente per Gaza, ossia contro Israele, non solo non è stata presa alcuna decisione sanzionatoria, ma neanche un rimprovero affettuoso. E fare questo accostamento immondo serve solo a “minimizzare” il genocidio ancora in corso nella Striscia.
Ma sono proprio quei “numeri spaventosi” ad essere la prova del falso. Se a Gaza un esercito iper-moderno che ha bombardato “dal cielo e dal mare” per due anni di seguito – sganciando, secondo le stime del prudentissimo Financial Times britannico, tra 25.000 e 35.000 tonnellate di esplosivi – ha prodotto “appena” il doppio dei morti che il regime iraniano avrebbe provocato con mezzi ordinari (polizia, pasdaran) in soli due giorni di proteste, è evidente a chiunque che i numeri relativi all’Iran sono del tutto inventati (fermo restando che anche un solo morto è di troppo).
Per la precisione: inventati da un’agenzia chiamata Human Rights Activists News Agency (HRANA), con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia, a non molta distanza dalla più nota Cia, e ripresi prima di tutti da Iran International, una “testata online” con sede a Londra. Di lì sono percolati come verità rivelata negli articoli di tutto il sistema mediatico occidentale e quindi persino nel portafoglio informativo dei ministri in carica.
Questa melma propagandistica è diventata in pochi giorni l’argomento chiave per decidere un’escalation militare contro un paese petrolifero, membro dell’Opec, strategicamente chiave in Medio Oriente ma per nulla allineato con l’Occidente neocoloniale.
Una melma, peraltro, che gli stessi Stati Uniti – dopo averla prodotta insieme ad Israele, rivendicando inoltre di aver avuto un ruolo esplicito nel sollevare le proteste – hanno messo velocemente da parte per adottare la più “sincera” postura di ogni politica delle cannoniere: “vogliamo attaccare l’Iran perché abbiamo i nostri interessi”. Senza scuse.
Non serve un genio per fare due più due. Il Ministero degli Esteri iraniano, in una dichiarazione rilasciata ieri sera, ha definito la decisione dell’Ue “illegale, provocatoria e ipocrita”, affermando che “Gli europei dovrebbero essere ritenuti responsabili di questa misura offensiva, che mira a compiacere Israele e i suoi sostenitori guerrafondai negli Stati Uniti”.
Pur essendo giustificata come “forma di pressione” adottata per “convincere” Tehran a trattare con gli Usa sul suo programma nucleare, è chiaro che questa decisione cancella ogni residuo dialogo diplomatico tra l’Unione Europea e l’Iran.
Gli Stati Uniti considerano i Guardiani della rivoluzione come un’organizzazione terroristica fin dal 2019 (il primo mandato di Trump, che aveva annullato anche l’accordo sul nucleare stretto nel 2015), e più di recente hanno preso la stessa decisione Canada, Australia, Ecuador e Argentina, tra gli altri. I complici stretti, insomma (anche se ora il Canada è finito lo stesso tra i “cattivi”, per Washington).
La parola, ora, sta ai calcoli militari...
Fonte
Solo per stare ai fatti più recenti. Nel 1998, a maggio, l’UCK albanese kosovara era ancora una “formazione terrorista”, per sentenza Usa. Il mese dopo erano promossi a “Patrioti anti serbi”.
L’attuale premiar siriano Al Jolani aveva sulla testa una taglia Usa di 10 milioni di dollari come capo dell’Isis, ma ora è stato ricevuto alla Casa Bianca. Si è dunque definiti freedom fighters (i Talebani e lo stesso Bin Laden, fin quando hanno combattuto i sovietici) o “terroristi” a seconda delle circostanze, o delle alleanze.
I 27 paesi membri dell’Unione Europea hanno compattamente scelto di assecondare l’attacco degli Stati Uniti alla repubblica iraniana – dopo aver sposato la campagna di disinformazione sulle “stragi di civili” nei giorni delle proteste popolari per gli effetti della drastica svalutazione della moneta nazionale – deliberando ieri di inserire ufficialmente i Pasdaran, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), nella lista delle entità considerate “terroriste” dalla stessa UE.
Stiamo parlando di un corpo istituzionalmente compreso tra le forze militari dell’Iran, non di un gruppo informale o clandestino, né di un braccio segreto. È come se qualche altro paese classificasse i Carabinieri come “terroristi”.
Sono il livello più alto delle forze di sicurezza, con circa 125mila membri attivi formano un vero e proprio esercito con divisioni terrestri, marine e aeree, che controlla anche l’arsenale missilistico del paese e la difesa dei siti di sviluppo del programma nucleare. Sono anche una forza politica ed economica.
Contemporaneamente sono state varate nuove sanzioni contro 15 persone e 6 entità, tra cui il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, 3 comandanti delle Guardie rivoluzionarie, un procuratore generale e un capo della polizia di pubblica sicurezza.
La risposa del governo di Tehran è stata simmetrica, per quanto ancora soltanto come annuncio. Persino un filo ironica.
“L’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) sono considerati terroristi”, ha affermato infatti in un post su X il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani.
È praticamente inutile fare un’analisi razionale delle follie dichiarate dai vari “leader” europei che hanno aperto la bocca sul tema ieri, ma vale la pena di citarne alcune proprio per segnalarne il carattere esclusivamente propagandistico, senza alcuna pretesa di nasconderlo.
La svalvolata Kaja Kallas, chissà come nominata “alto rappresentante per la politica estera” della UE, ha dato il via dicendo che “La repressione non può restare senza risposta. I ministri degli Esteri dell’Ue hanno appena preso la decisione cruciale di designare la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina”.
Peggio di tutti, nonostante fosse difficile, il “nostro” ministro degli esteri, Antonio Tajani, che si è improvvisato anche comparatore aritmetico. A convincere alcuni paesi, fin qui dubbiosi, “hanno contribuito le migliaia e migliaia di morti che ci sono state, 30.000 forse. Non sappiamo esattamente quanti, ma stiamo parlando di una carneficina. Se a Gaza sono stati 60.000 morti – ma solo perché persino l’Idf ormai ha “accettato” che siano stati almeno 70.000 – e se sono stati 30.000 in Iran, vuol dire che è una situazione paragonabile a quella di Gaza”.
Naturalmente per Gaza, ossia contro Israele, non solo non è stata presa alcuna decisione sanzionatoria, ma neanche un rimprovero affettuoso. E fare questo accostamento immondo serve solo a “minimizzare” il genocidio ancora in corso nella Striscia.
Ma sono proprio quei “numeri spaventosi” ad essere la prova del falso. Se a Gaza un esercito iper-moderno che ha bombardato “dal cielo e dal mare” per due anni di seguito – sganciando, secondo le stime del prudentissimo Financial Times britannico, tra 25.000 e 35.000 tonnellate di esplosivi – ha prodotto “appena” il doppio dei morti che il regime iraniano avrebbe provocato con mezzi ordinari (polizia, pasdaran) in soli due giorni di proteste, è evidente a chiunque che i numeri relativi all’Iran sono del tutto inventati (fermo restando che anche un solo morto è di troppo).
Per la precisione: inventati da un’agenzia chiamata Human Rights Activists News Agency (HRANA), con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia, a non molta distanza dalla più nota Cia, e ripresi prima di tutti da Iran International, una “testata online” con sede a Londra. Di lì sono percolati come verità rivelata negli articoli di tutto il sistema mediatico occidentale e quindi persino nel portafoglio informativo dei ministri in carica.
Questa melma propagandistica è diventata in pochi giorni l’argomento chiave per decidere un’escalation militare contro un paese petrolifero, membro dell’Opec, strategicamente chiave in Medio Oriente ma per nulla allineato con l’Occidente neocoloniale.
Una melma, peraltro, che gli stessi Stati Uniti – dopo averla prodotta insieme ad Israele, rivendicando inoltre di aver avuto un ruolo esplicito nel sollevare le proteste – hanno messo velocemente da parte per adottare la più “sincera” postura di ogni politica delle cannoniere: “vogliamo attaccare l’Iran perché abbiamo i nostri interessi”. Senza scuse.
Non serve un genio per fare due più due. Il Ministero degli Esteri iraniano, in una dichiarazione rilasciata ieri sera, ha definito la decisione dell’Ue “illegale, provocatoria e ipocrita”, affermando che “Gli europei dovrebbero essere ritenuti responsabili di questa misura offensiva, che mira a compiacere Israele e i suoi sostenitori guerrafondai negli Stati Uniti”.
Pur essendo giustificata come “forma di pressione” adottata per “convincere” Tehran a trattare con gli Usa sul suo programma nucleare, è chiaro che questa decisione cancella ogni residuo dialogo diplomatico tra l’Unione Europea e l’Iran.
Gli Stati Uniti considerano i Guardiani della rivoluzione come un’organizzazione terroristica fin dal 2019 (il primo mandato di Trump, che aveva annullato anche l’accordo sul nucleare stretto nel 2015), e più di recente hanno preso la stessa decisione Canada, Australia, Ecuador e Argentina, tra gli altri. I complici stretti, insomma (anche se ora il Canada è finito lo stesso tra i “cattivi”, per Washington).
La parola, ora, sta ai calcoli militari...
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30/01/2026
Progetto comunista e alienazione
Cos’è il progetto comunista?
Quando si studia il decisivo passaggio dalla teoria alla praxis all’interno del marxismo, si rimanda frequentemente ogni genere di dubbio e di contraddizione alla sola sfera teorica: la mancata comprensione del mondo risulterebbe quindi da un insufficiente lavoro teorico. Eppure, l’emergere di dubbi e perplessità all’atto in cui si confronta la teoria con la trasformazione del reale non è semplicemente naturale da una prospettiva dialettica, ma assolutamente necessaria.
La questione posta qui di seguito rientra precisamente in uno di quei casi in cui ogni dubbio rispetto alle conclusioni è assolutamente necessario, poiché l’origine di tale dubbio non risiede tanto nella sfera teorica quanto in quella reale. La questione, posta nella forma più astratta possibile, è la seguente: i limiti di praticabilità del progetto comunista definiscono la natura del progetto stesso?
Le definizioni del “progetto comunista”
Partiamo dalle definizioni “scolastiche” del comunismo inteso come progettualità: “la vera risoluzione del conflitto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e l’uomo”1 (definizione che pone un obiettivo non solo politico, ma pure antropologico al comunismo) o, più genericamente “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”2.
Ancora, il comunismo può essere pure inteso come fine delle ideologie (Engels3 e Karl Korsch4), quindi come trasformazione a un tempo politica, antropologica e culturale.
Infine, il comunismo semplicemente inteso come termine dell’alienazione economica, senza la pretesa di risolvere le altre alienazioni, come nell’analisi di Samir Amin: “il comunismo permette alla società di liberarsi dell’alienazione economicistica-mercantile che è la condizione che permette la riproduzione del sistema capitalista, ma forse non delle alienazioni che ho definito antropologiche”5.
Si possono intuire le derivazioni pratiche delle differenti posture: fino dove è quindi lecito spingere l’ambizione del progetto comunista, e conseguentemente la prassi per realizzarlo?
Proviamo a elaborare una prima, parziale risposta: seguendo il principio del metodo dialettico, non cerchiamo tanto di asserire un valore di verità (o meno) alle differenti definizioni, ma proviamo a comprenderle come momenti differenti che comunicano tra loro all’interno di un comune e collettivo progetto intellettuale marxista.
Partendo dall’intuizione del Marx del Capitale (quindi critico dell’economia politica, ideologia del suo tempo) iniziamo la nostra analisi dalla negazione dello stato di cose presente come un movimento che, all’interno della sfera ideologica, si scaglia contro i rapporti di produzione e riproduzione mascherati in essa e da essa.
Se il comunismo può essere definibile – certo non riducibile – anche al suo momento intellettuale, come anti-ideologia iconoclasta, allora possiamo supporre che il suo primo movimento sia proprio questo, una negazione che risiede innanzitutto nella negazione dell’ideologia egemone.
Tale definizione è però insufficiente, poiché si pone ora il problema di comprendere in quale direzione muove tale progetto intellettuale: per rispondere a questo secondo quesito, non possiamo che “muovere al concreto”, ovvero guardare come concretamente il concetto si muova nella storia reale.
Nella storia, il comunismo può essere rappresentato come una spinta ideologica concreta e variamente definita, dalle esperienze del socialismo reale, ai progetti intellettuali fino alle lotte di liberazione nazionale. In questo, quindi, la definizione marxiana di movimento reale che abolisce lo stato di cose presente è coerente, ma pecca di astrattezza e genericità.
Proviamo conseguentemente a comprendere se le altre definizioni risolvono i problemi di quella marxiana, partendo innanzitutto dalle differenze: la definizione marxiana di comunismo come “movimento” si distingue dalle altre poiché identifica il comunismo come processo, mentre le altre immaginano il comunismo come processo già realizzato, “in stasi”.
Tra queste definizioni “statiche”, esiste una seconda differenziazione, ovvero quella tra il comunismo inteso come stato di cose distinto da quello presente per l’assenza di alienazione economica (Amin) e quella che lo distingue come un superamento più generale dell’alienazione in quanto tale (Korsch, Engels e in parte lo stesso Marx).
La fine dell’alienazione economica o di tutte le alienazioni
Analizziamo le derivazioni pratiche della definizione di Amin: essa, riducendo il numero di requisiti per definire un progetto politico come “comunista”, rende più facile definire comuniste o socialiste alcune esperienze storiche concrete (come nel caso della Cina6), riducendo il rischio di “utopizzare” il comunismo, distaccandolo da qualsiasi esperienza reale.
Essa però racchiude un rischio se assunta acriticamente: quella, per dirla con Hegel, di avere la stessa postura delle “coscienze infelici7”, le quali accettano ogni alienazione che non sia economica, incapaci innanzitutto di prefigurare un progetto trasformativo comunista che si attui anche sull’alienazione intesa in senso generale.
D’altra parte, definizioni del progetto comunista che si pongano questo obiettivo, se da un lato prefigurano un progetto totale rispetto alla trasformazione dell’esistente e dell’umano, dall’altro finiscono spesso per negare ogni sviluppo reale che vada in quella direzione: si veda la critica all’URSS di Karl Korsch in Marxismo e filosofia, Camus in L’uomo in rivolta8(1951) nei confronti del socialismo reale o Roy Bhaskar, quando critica genericamente ogni progetto socialista in Dialectic: The Pulse of Freedom (1993)9. Il rischio è allora quello di prendere la forma di coscienza delle “anime belle10”, distaccate dai processi reali a favore della purezza teorica e pratica.
Conclusione
Corollario di quest’ultimo passaggio è che nessuno dei due gruppi di definizioni è in sé errato, ma semplicemente parziale. L’ambizione trasformativa del progetto comunista non può prescindere dal superamento dell’alienazione intesa nella forma più generale possibile (come ammesso dallo stesso Amin in Crisi); al contempo, tale progettualità non può evadere dal riconoscere che l’alienazione economica rappresenta l’alienazione da superare come primo e ineludibile passaggio, come evidenziato dal Marx delle Tesi su Feuerbach e da Engles nella Lettera a Bloch.
Questa differenza tra tensione astratta e generale per un progetto universalistico da un lato e dall’altro parziale e felice accettazione di talune trasformazioni che si verificano concretamente nella storia fa il pari con l’analisi di Evald Ilyenkov rispetto alla necessaria dialettica tra astratto e concreto11. Essa non serve solo a comprendere il mondo, ma pure a trovare la spinta ideologica per cambiarlo.
Abbiamo quindi visto i limiti di entrambe le definizioni “statiche” se vengono erroneamente assunte come generali, quando rappresentano solo momenti parziali di un concetto più generale:
– l’anima bella, se non si muove da pulsione negativa (praxis) cade nell’intellettualismo preferendo continuare a interpretare il mondo anziché cambiarlo;
– la coscienza infelice, scissa rispetto a sé stessa nel tentativo di tutelare le sue alienazioni dalla critica ideologica che è in grado di muovere (quindi scotomizzata12), annulla l’energia critica alla base del proprio soggettivo contributo al processo rivoluzionario, tendendo politicamente all’opportunismo e intellettualmente all’eclettismo per giustificare di fronte a sé stessa una prospettiva contraddittoria.
Vediamo quindi come la definizione iniziale di Marx nei Manoscritti economico-filosofici esplica e direziona gli altri due gruppi di definizioni statiche, che si configurano come momenti concettualmente distinti e interrelati del movimento trasformativo che è il comunismo.
Nel desiderio trasformativo del reale (progetto) c’è necessariamente insoddisfazione dello stato di cose presenti (critica negativa totale) e parziale soddisfacimento del processo trasformativo che opera nella direzione della fine dello sfruttamento e dell’alienazione tout court. Possiamo concludere, quindi, che nella dialettica del desiderio e dell’attesa operante muove il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Note
1 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.
2 K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca.
3 “Con la soppressione delle classi scompare anche la necessità di queste illusioni ideologiche”, F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
4 K. Korsch, Marxismo e filosofia. “Con la realizzazione pratica della società comunista vengono meno anche le forme ideologiche della coscienza sociale”,
5 S. Amin, LA CRISI. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?
6 https://monthlyreview.org/articles/china-2013/
7 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
8 “La rivoluzione, dopo aver promesso la giustizia, ha imposto il terrore. In nome dell’uomo futuro, si è negato l’uomo presente”.
9 Actually existing socialism failed not because it went too far, but because it did not go far enough in human emancipation.
10 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
11 E. Ilyenkov (1960), Dialectics of the Abstract & the Concrete in Marx’s Capital
12 Operazione psicologica inconscia, attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della sua coscienza o della memoria un evento o un ricordo a contenuto penoso o sgradevole.
Fonte
Quando si studia il decisivo passaggio dalla teoria alla praxis all’interno del marxismo, si rimanda frequentemente ogni genere di dubbio e di contraddizione alla sola sfera teorica: la mancata comprensione del mondo risulterebbe quindi da un insufficiente lavoro teorico. Eppure, l’emergere di dubbi e perplessità all’atto in cui si confronta la teoria con la trasformazione del reale non è semplicemente naturale da una prospettiva dialettica, ma assolutamente necessaria.
La questione posta qui di seguito rientra precisamente in uno di quei casi in cui ogni dubbio rispetto alle conclusioni è assolutamente necessario, poiché l’origine di tale dubbio non risiede tanto nella sfera teorica quanto in quella reale. La questione, posta nella forma più astratta possibile, è la seguente: i limiti di praticabilità del progetto comunista definiscono la natura del progetto stesso?
Le definizioni del “progetto comunista”
Partiamo dalle definizioni “scolastiche” del comunismo inteso come progettualità: “la vera risoluzione del conflitto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e l’uomo”1 (definizione che pone un obiettivo non solo politico, ma pure antropologico al comunismo) o, più genericamente “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”2.
Ancora, il comunismo può essere pure inteso come fine delle ideologie (Engels3 e Karl Korsch4), quindi come trasformazione a un tempo politica, antropologica e culturale.
Infine, il comunismo semplicemente inteso come termine dell’alienazione economica, senza la pretesa di risolvere le altre alienazioni, come nell’analisi di Samir Amin: “il comunismo permette alla società di liberarsi dell’alienazione economicistica-mercantile che è la condizione che permette la riproduzione del sistema capitalista, ma forse non delle alienazioni che ho definito antropologiche”5.
Si possono intuire le derivazioni pratiche delle differenti posture: fino dove è quindi lecito spingere l’ambizione del progetto comunista, e conseguentemente la prassi per realizzarlo?
Proviamo a elaborare una prima, parziale risposta: seguendo il principio del metodo dialettico, non cerchiamo tanto di asserire un valore di verità (o meno) alle differenti definizioni, ma proviamo a comprenderle come momenti differenti che comunicano tra loro all’interno di un comune e collettivo progetto intellettuale marxista.
Partendo dall’intuizione del Marx del Capitale (quindi critico dell’economia politica, ideologia del suo tempo) iniziamo la nostra analisi dalla negazione dello stato di cose presente come un movimento che, all’interno della sfera ideologica, si scaglia contro i rapporti di produzione e riproduzione mascherati in essa e da essa.
Se il comunismo può essere definibile – certo non riducibile – anche al suo momento intellettuale, come anti-ideologia iconoclasta, allora possiamo supporre che il suo primo movimento sia proprio questo, una negazione che risiede innanzitutto nella negazione dell’ideologia egemone.
Tale definizione è però insufficiente, poiché si pone ora il problema di comprendere in quale direzione muove tale progetto intellettuale: per rispondere a questo secondo quesito, non possiamo che “muovere al concreto”, ovvero guardare come concretamente il concetto si muova nella storia reale.
Nella storia, il comunismo può essere rappresentato come una spinta ideologica concreta e variamente definita, dalle esperienze del socialismo reale, ai progetti intellettuali fino alle lotte di liberazione nazionale. In questo, quindi, la definizione marxiana di movimento reale che abolisce lo stato di cose presente è coerente, ma pecca di astrattezza e genericità.
Proviamo conseguentemente a comprendere se le altre definizioni risolvono i problemi di quella marxiana, partendo innanzitutto dalle differenze: la definizione marxiana di comunismo come “movimento” si distingue dalle altre poiché identifica il comunismo come processo, mentre le altre immaginano il comunismo come processo già realizzato, “in stasi”.
Tra queste definizioni “statiche”, esiste una seconda differenziazione, ovvero quella tra il comunismo inteso come stato di cose distinto da quello presente per l’assenza di alienazione economica (Amin) e quella che lo distingue come un superamento più generale dell’alienazione in quanto tale (Korsch, Engels e in parte lo stesso Marx).
La fine dell’alienazione economica o di tutte le alienazioni
Analizziamo le derivazioni pratiche della definizione di Amin: essa, riducendo il numero di requisiti per definire un progetto politico come “comunista”, rende più facile definire comuniste o socialiste alcune esperienze storiche concrete (come nel caso della Cina6), riducendo il rischio di “utopizzare” il comunismo, distaccandolo da qualsiasi esperienza reale.
Essa però racchiude un rischio se assunta acriticamente: quella, per dirla con Hegel, di avere la stessa postura delle “coscienze infelici7”, le quali accettano ogni alienazione che non sia economica, incapaci innanzitutto di prefigurare un progetto trasformativo comunista che si attui anche sull’alienazione intesa in senso generale.
D’altra parte, definizioni del progetto comunista che si pongano questo obiettivo, se da un lato prefigurano un progetto totale rispetto alla trasformazione dell’esistente e dell’umano, dall’altro finiscono spesso per negare ogni sviluppo reale che vada in quella direzione: si veda la critica all’URSS di Karl Korsch in Marxismo e filosofia, Camus in L’uomo in rivolta8(1951) nei confronti del socialismo reale o Roy Bhaskar, quando critica genericamente ogni progetto socialista in Dialectic: The Pulse of Freedom (1993)9. Il rischio è allora quello di prendere la forma di coscienza delle “anime belle10”, distaccate dai processi reali a favore della purezza teorica e pratica.
Conclusione
Corollario di quest’ultimo passaggio è che nessuno dei due gruppi di definizioni è in sé errato, ma semplicemente parziale. L’ambizione trasformativa del progetto comunista non può prescindere dal superamento dell’alienazione intesa nella forma più generale possibile (come ammesso dallo stesso Amin in Crisi); al contempo, tale progettualità non può evadere dal riconoscere che l’alienazione economica rappresenta l’alienazione da superare come primo e ineludibile passaggio, come evidenziato dal Marx delle Tesi su Feuerbach e da Engles nella Lettera a Bloch.
Questa differenza tra tensione astratta e generale per un progetto universalistico da un lato e dall’altro parziale e felice accettazione di talune trasformazioni che si verificano concretamente nella storia fa il pari con l’analisi di Evald Ilyenkov rispetto alla necessaria dialettica tra astratto e concreto11. Essa non serve solo a comprendere il mondo, ma pure a trovare la spinta ideologica per cambiarlo.
Abbiamo quindi visto i limiti di entrambe le definizioni “statiche” se vengono erroneamente assunte come generali, quando rappresentano solo momenti parziali di un concetto più generale:
– l’anima bella, se non si muove da pulsione negativa (praxis) cade nell’intellettualismo preferendo continuare a interpretare il mondo anziché cambiarlo;
– la coscienza infelice, scissa rispetto a sé stessa nel tentativo di tutelare le sue alienazioni dalla critica ideologica che è in grado di muovere (quindi scotomizzata12), annulla l’energia critica alla base del proprio soggettivo contributo al processo rivoluzionario, tendendo politicamente all’opportunismo e intellettualmente all’eclettismo per giustificare di fronte a sé stessa una prospettiva contraddittoria.
Vediamo quindi come la definizione iniziale di Marx nei Manoscritti economico-filosofici esplica e direziona gli altri due gruppi di definizioni statiche, che si configurano come momenti concettualmente distinti e interrelati del movimento trasformativo che è il comunismo.
Nel desiderio trasformativo del reale (progetto) c’è necessariamente insoddisfazione dello stato di cose presenti (critica negativa totale) e parziale soddisfacimento del processo trasformativo che opera nella direzione della fine dello sfruttamento e dell’alienazione tout court. Possiamo concludere, quindi, che nella dialettica del desiderio e dell’attesa operante muove il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Note
1 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.
2 K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca.
3 “Con la soppressione delle classi scompare anche la necessità di queste illusioni ideologiche”, F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca.
4 K. Korsch, Marxismo e filosofia. “Con la realizzazione pratica della società comunista vengono meno anche le forme ideologiche della coscienza sociale”,
5 S. Amin, LA CRISI. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?
6 https://monthlyreview.org/articles/china-2013/
7 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
8 “La rivoluzione, dopo aver promesso la giustizia, ha imposto il terrore. In nome dell’uomo futuro, si è negato l’uomo presente”.
9 Actually existing socialism failed not because it went too far, but because it did not go far enough in human emancipation.
10 G. W. F. Hegel (1863), La fenomenologia dello Spirito
11 E. Ilyenkov (1960), Dialectics of the Abstract & the Concrete in Marx’s Capital
12 Operazione psicologica inconscia, attraverso la quale il soggetto occulta o esclude dall’ambito della sua coscienza o della memoria un evento o un ricordo a contenuto penoso o sgradevole.
Fonte
USA - Perché il Minnesota è diventato il laboratorio del metodo trumpiano di governo
L’amministrazione Trump inciampa sull’azione dell’ICE, che doveva essere lo strumento attraverso cui soddisfare il proprio elettorato sul tema razziale... e i propri finanziatori miliardari, affinché la crisi egemonica statunitense fosse gestita, sul piano interno, facendo ricadere la rabbia sociale contro gli ultimi e i più ricattabili.
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
Fonte
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
Fonte
Per il Governo Meloni, la scuola è un problema di ordine pubblico
Usb Scuola condanna con forza la direttiva congiunta dei ministri Valditara e Piantedosi che, dietro la retorica rassicurante e demagogica della sicurezza e del rispetto delle regole, accelera la svolta autoritaria e repressiva nella scuola pubblica statale.
Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.
È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.
L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.
Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.
È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.
Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.
Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.
USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.
Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.
USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.
Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.
E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra.
Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.
Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.
Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.
La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!
Fonte
Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.
È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.
L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.
Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.
È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.
Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.
Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.
USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.
Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.
USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.
Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.
E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra.
Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.
Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.
Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.
La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!
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Bosnia e Serbia. Gli USA intervengono anche nei Balcani, a danno della UE
La storia si muove anche nei Balcani, nonostante sui media le notizie rimangono più in sordina. Sarà forse anche il fatto che quello che si muove sembra determinato da Washington e Mosca, e indebolisce ulteriormente il ruolo di indirizzo che Bruxelles può esercitare sulla regione.
Partiamo dalla cronaca. In una mossa che intreccia religione, identità nazionale e politica, l’ex Gran Muftì della Bosnia-Erzegovina, Mustafa Cerić, ha lanciato l’idea della creazione di una Chiesa ortodossa bosniaca autocefala, staccata cioè dal patriarcato di Belgrado. La proposta si richiama alla Chiesa bosniaca medievale, e difatti viene giustificata come una “espressione naturale della continuità storica”.
Il Gran Muftì, però, mette subito in chiaro che qui la storia diventa uno strumento della politica contemporanea. Il religioso afferma che tale Chiesa deve esprimere “una chiara lealtà allo Stato bosniaco”, per liberarsi dalle “narrazioni altrui” (ovvero quella serba). Allo stesso tempo, afferma che ciò non sarebbe un atto di divisione, ma di responsabilità... e allo stesso tempo propone il 9 gennaio, giorno della proclamazione della Republika Srpska, anche come data di proclamazione della Chiesa ortodossa bosniaca.
L’idea è quella di tentare di riunificare la Bosnia sotto l’identità ortodossa, in linea con la difesa dei cristiani propugnata da Trump. Mentre la sua amministrazione sospende i visti per l’immigrazione dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, Dodik viene parzialmente riabilitato come linea di difesa dall’Islam “radicale”. E si dà un assist ai suoi sostenitori, in particolare Belgrado.
Parallelamente, Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois e stretto collaboratore del presidente statunitense, ha affermato che le attività dei “Fratelli Musulmani” in Bosnia saranno una priorità d’indagine per la nuova amministrazione, minacciando di mettere nel mirino anche esponenti del principale partito bosgnacco, il SDA. Washington ha già classificato i rami egiziano, giordano e libanese dei Fratelli Musulmani come terroristici.
Nel frattempo, un elemento pesante di crisi per la Serbia sembra andare a risoluzione. Dopo le sanzioni USA di ottobre alla compagnia petrolifera NIS, di cui la maggioranza appartiene a Gazprom Neft (filiale di Gazprom), si è giunti a un accordo che coinvolge anche altri paesi dell’Europa centrale.
Il gruppo ungherese MOL acquisterà la quota di controllo del 56,15% da Gazprom Neft, con la possibilità di ingresso dell’emiratina ADNOC come azionista di minoranza, mossa chiave per ottenere il via libera dalle autorità americane (OFAC). Le autorità serbe hanno negoziato un aumento della loro quota in NIS al 34,9%.
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito l’accordo vantaggioso per Mosca. “Se l’accordo annunciato ieri su NIS fosse stato svantaggioso per la Federazione Russa – ha detto Lavrov – non sarebbe stato concluso. Questo è assolutamente evidente a tutti. Siamo aperti alla collaborazione con tutti”.
L’opportunità di una collaborazione verso un mercato energetico integrato si apre soprattutto per Ungheria, Serbia e Slovacchia. In questo modo, l’amministrazione Trump sembra aver dato via libera a una soluzione sul dossier serbo, e allo stesso tempo aver fatto un’offerta importante per cementare il rapporto con Viktor Orbán e Robert Fico, considerati dalla UE come più vicini sia a Mosca sia a Washington che a Bruxelles.
Blagojevich, inoltre, ha definito l’Alto Rappresentante per Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, un dittatore. Ha poi parlato della prossima abolizione del suo ufficio (OHR), di cui le condizioni per la soppressione sono state definite nel 2008. L’OHR è strumento cruciale di pressione per Sarajevo sui serbi, ma è soprattutto cruciale per la UE: l’incarico è da sempre ricoperto da politici provenienti dai suoi paesi.
Tirando le somme, si potrebbe dire che è la rinegoziazione delle relazioni tra USA e Russia che sta determinando il muoversi degli ingranaggi nei due paesi della ex Jugoslavia. E la UE sta a guardare. Il fronte balcanico è caldo e il suo accendersi, stavolta, non segna la nascita della UE come soggetto che vuole affermarsi nel gioco degli imperialismi, ma piuttosto la sua profonda crisi.
Fonte
Partiamo dalla cronaca. In una mossa che intreccia religione, identità nazionale e politica, l’ex Gran Muftì della Bosnia-Erzegovina, Mustafa Cerić, ha lanciato l’idea della creazione di una Chiesa ortodossa bosniaca autocefala, staccata cioè dal patriarcato di Belgrado. La proposta si richiama alla Chiesa bosniaca medievale, e difatti viene giustificata come una “espressione naturale della continuità storica”.
Il Gran Muftì, però, mette subito in chiaro che qui la storia diventa uno strumento della politica contemporanea. Il religioso afferma che tale Chiesa deve esprimere “una chiara lealtà allo Stato bosniaco”, per liberarsi dalle “narrazioni altrui” (ovvero quella serba). Allo stesso tempo, afferma che ciò non sarebbe un atto di divisione, ma di responsabilità... e allo stesso tempo propone il 9 gennaio, giorno della proclamazione della Republika Srpska, anche come data di proclamazione della Chiesa ortodossa bosniaca.
L’idea è quella di tentare di riunificare la Bosnia sotto l’identità ortodossa, in linea con la difesa dei cristiani propugnata da Trump. Mentre la sua amministrazione sospende i visti per l’immigrazione dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, Dodik viene parzialmente riabilitato come linea di difesa dall’Islam “radicale”. E si dà un assist ai suoi sostenitori, in particolare Belgrado.
Parallelamente, Rod Blagojevich, ex governatore dell’Illinois e stretto collaboratore del presidente statunitense, ha affermato che le attività dei “Fratelli Musulmani” in Bosnia saranno una priorità d’indagine per la nuova amministrazione, minacciando di mettere nel mirino anche esponenti del principale partito bosgnacco, il SDA. Washington ha già classificato i rami egiziano, giordano e libanese dei Fratelli Musulmani come terroristici.
Nel frattempo, un elemento pesante di crisi per la Serbia sembra andare a risoluzione. Dopo le sanzioni USA di ottobre alla compagnia petrolifera NIS, di cui la maggioranza appartiene a Gazprom Neft (filiale di Gazprom), si è giunti a un accordo che coinvolge anche altri paesi dell’Europa centrale.
Il gruppo ungherese MOL acquisterà la quota di controllo del 56,15% da Gazprom Neft, con la possibilità di ingresso dell’emiratina ADNOC come azionista di minoranza, mossa chiave per ottenere il via libera dalle autorità americane (OFAC). Le autorità serbe hanno negoziato un aumento della loro quota in NIS al 34,9%.
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito l’accordo vantaggioso per Mosca. “Se l’accordo annunciato ieri su NIS fosse stato svantaggioso per la Federazione Russa – ha detto Lavrov – non sarebbe stato concluso. Questo è assolutamente evidente a tutti. Siamo aperti alla collaborazione con tutti”.
L’opportunità di una collaborazione verso un mercato energetico integrato si apre soprattutto per Ungheria, Serbia e Slovacchia. In questo modo, l’amministrazione Trump sembra aver dato via libera a una soluzione sul dossier serbo, e allo stesso tempo aver fatto un’offerta importante per cementare il rapporto con Viktor Orbán e Robert Fico, considerati dalla UE come più vicini sia a Mosca sia a Washington che a Bruxelles.
Blagojevich, inoltre, ha definito l’Alto Rappresentante per Bosnia-Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, un dittatore. Ha poi parlato della prossima abolizione del suo ufficio (OHR), di cui le condizioni per la soppressione sono state definite nel 2008. L’OHR è strumento cruciale di pressione per Sarajevo sui serbi, ma è soprattutto cruciale per la UE: l’incarico è da sempre ricoperto da politici provenienti dai suoi paesi.
Tirando le somme, si potrebbe dire che è la rinegoziazione delle relazioni tra USA e Russia che sta determinando il muoversi degli ingranaggi nei due paesi della ex Jugoslavia. E la UE sta a guardare. Il fronte balcanico è caldo e il suo accendersi, stavolta, non segna la nascita della UE come soggetto che vuole affermarsi nel gioco degli imperialismi, ma piuttosto la sua profonda crisi.
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Milano. Il colpo, le telecamere e lo scudo
Ci sono almeno tre, forse quattro telecamere che potrebbero aver ripreso il momento in cui Abderrahim Mansouri è stato ucciso, lunedì pomeriggio, in via Impastato a Milano. Una in particolare è puntata esattamente sul punto in cui il 28enne è caduto a terra dopo essere stato colpito da un proiettile esploso da un agente del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario e tuttora in servizio.
Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.
Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.
Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.
A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.
Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.
Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.
Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.
Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.
Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.
Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.
Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.
Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.
Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.
Fonte
Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.
Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.
Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.
A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.
Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.
Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.
Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.
Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.
Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.
Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.
Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.
Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.
Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.
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