Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/03/2026

Sanremo 2026 – Pagelle e analisi del Festival

 di Giuliano Delli Paoli, Antonio Silvestri, Claudio Lancia 

È la prima volta nella storia del Festival di Sanremo che il Direttore Artistico e Presentatore dell'edizione successiva viene annunciato già durante la serata finale dell'edizione precedente. Carlo Conti ha fatto benissimo a farsi da parte, dopo essere riuscito a riportare la rassegna in balia di tutti i cliché che per decenni l'hanno contraddistinta: cartellone dei partecipanti poco interessante, canzoni mediamente mediocri (tanto che la serata delle cover risulta di gran lunga la migliore), il neo melodico nazional popolare che alla fine trionfa sulle poche proposte meno scontate, persino gli ospiti lasciano poco o niente, eccetto un minuto e mezzo di una straordinaria Alicia Keys.
Le uniche "scosse" arrivano dal bacio fra Levante e Gaia, da qualche vestito un po' più scollato, da un Sandokan che risveglia gli ormoni femminili, da TonyPitony (è lui il personaggio più atteso), dall'annuncio del Direttore Artistico del prossimo anno, per l'appunto, il telefonatissimo Stefano De Martino. In bocca al lupo per lui. E peccato per il super-abbronzato Carlo Conti: nel 2025 non era andato male, e gli va senz'altro riconosciuto il merito di aver reso i tempi del Festival più serrati. Purtroppo stavolta c'è ben poco da salvare: ne parliamo nelle pagelle preparate dalla nostra redazione. 
(Claudio Lancia)

Arisa – Magica favola

Arisa torna all’Ariston stranamente in punta di piedi, visto che la missione è quella di non fallire dopo la discutibile prova con “Potevi fare di più”, nomen omen di un brano che è passato un po’ in sordina nel 2021. E per farlo si avvale della penna dell’ex fidanzato Giuseppe Anastasi, quello di “Sincerità” e “La notte”, per intenderci, autore dunque di grande prestigio sanremese e non solo. La canzone è però una ballata tipicamente dolcissima, quasi da canzoncina d’amore per una pellicola Disney, composta per ammaliare il pubblico dell’Ariston ma che nel complesso non aggiunge assolutamente nulla a un campionario melodico ultra-collaudato che con buona probabilità farà faville per un po’ di tempo su Radio Subasio ma di certo non sulle piattaforme streaming dove ormai anche questo tipo di canzone ha raggiunto il grado massimo di saturazione già da un pezzo. Canta bene, e ci mancherebbe altro. Ma il punto è un altro: fino a quando sarà conveniente proporre brani che sembrano usciti da un incontro tra Spagna e Massimo Di Cataldo?
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Bambole di Pezza – Resta con me

Per la prima volta una band di sole donne al Festival di Sanremo, un ritorno dopo essere state delle meteore punk-rock qualche anno fa. L’effetto un po’ Virgin Radio di “Resta con me” non oscura una proposta decisamente energetica. Danno il meglio nella serata delle cover, quando si presentano accogliendo Cristina D’Avena per una personalissima versione di “Occhi di gatto” proposta a chitarre spianate. Durante l’esecuzione spunta un frammento di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, ed è esattamente in quei venti secondi che le Bambole di Pezza dimostrano di saper suonare, cantare, e di saper affrontare senza timori un classico intoccabile, uno di quelli che metterebbe in soggezione anche l’artista più scaltro. Una delle poche proposte “alternative” di questa edizione.
Voto: 7
(Claudio Lancia)

Chiello – Ti penso sempre

In un’epoca in cui le chitarre sono in via d’estinzione, questa canzone un po’ post-punk ne mette una in primo piano, ed è una variazione gradita nelle noiosissime serate sanremesi del Conti-bis. Purtroppo fatica a decollare: l’energia chitarra-basso-batteria si scioglie negli archi, in un ritornello che non è esattamente un’esplosione, interpretato abbastanza bene ma senza guizzi da una figura snella, con i capelli che sembrano usciti da un manga.
Non aiuta il testo d’amore, con un po’ di doppiaggese (“fottuto letto”) e quel ribaltamento che arriva dopo una manciata di secondi (“Voglio disinnamorarmi”) e che quindi poi perde tutto la sua capacità di sorprendere. Chiello ci ha già abituati a certi eccessi drammatici, un po’ adolescenziali nonostante abbia 26 anni, ma “Lasciami sciogliere nell’agonia” è una frase talmente esasperata che suonerebbe eccessiva persino per un lugubre brano doom-metal, figuriamoci per questo pop-rock innocuo. Si ferma al venticinquesimo posto, fin troppo punitivo.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Dargen D’Amico – Ai ai

Che pasticcio, questo Sanremo, per Dargen: l’idea di unire ritmo e messaggio, attraverso quel mix di nostalgia e divertimento che lo ha fatto amare dal pubblico con “Dove si balla”, si è ormai sgasata alla terza partecipazione al Festivàl. Ci gioca, un po' anche lui, aprendo come se fosse una ballata per pianoforte e, terrorizzando tutti, parte subito un pop-rap da ballare che strappa al massimo un sorriso poco convinto quando cita l’assurda vicenda di Carlos Raposo, calciatore leggendario che concluse a 26 anni una carriera fatta di mille scuse per non giocare. Rispetto al passato canta un po’ di più e si sente, perché fa fatica qua e là a rimanere intonato. L’intelligenza artificiale è un pretesto, il messaggio di pace è assai vago: davvero il minimo sindacale per uno dei liricisti più creativi che abbiamo in Italia, ma si sa che quel palco smussa e omologa (quasi) tutti. La cosa più memorabile è il kimono-parquet della prima serata, non esattemente un buon segno. Severa risposta della classifica finale, che lo vede affondare al numero 27, poco sopra Elettra Lamborghini.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)
 

Ditonellapiaga – Che fastidio!

Gli organizzatori di Miss Italia hanno minacciato azioni giudiziarie per via del titolo del suo prossimo album. Ma lei se ne frega, e la prima sera non teme di essere la prima a salire sul palco, una sfida vera, visto che la sua canzone non è proprio politically correct, e la giuria della Sala Stampa la piazza subito fra le prime cinque. Margherita si abbatte sul Festival come il principale uragano di questa edizione, il Lucio Corsi del 2026 e, tanto per non farsi mancare niente, è la protagonista più attesa nella serata dei duetti, quando dà vita insieme a TonyPitony all’azzeccata cover dell’evergreen “The Lady Is A Tramp”. E si portano la vittoria a casa: niente male! Sin troppo facile prevedere “Che fastidio!” fra i principali tormentoni dei prossimi mesi. Dirige l’orchestra Carolina Bubbico. Trascinante energia. Chiude in trionfo, sul podio, con un meritatissimo terzo posto in classifica generale, più il Premio "Giancarlo Bigazzi" per la migliore composizione musicale.
Voto: 7,5
(Claudio Lancia)

Elettra Lamborghini – Voilà

Elettra è ormai da tempo un personaggio televisivo tanto discutibile quanto onestamente simpatico. Ha una carica kitsch tutta sua che non dispiace, certo non è una cantante professionista e le “sue” canzoni tornano utili per animatori e campeggi nei balli di gruppo. La Lamborghini si ripresenta a Sanremo con una canzone che omaggia fin dall’attacco e poi nel ritornello da “tutti giù per terra” la Carrà, ma talmente innocua da dimenticarla già cento secondi dopo averla ascoltata. C’è un coraggio e in particolare un’ostinazione che andrebbero almeno sulla carta premiati ma il livello è troppo basso e l’Ariston, nonostante la scarsa qualità di questa edizione del Festival, non è mai una piazzola.  
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli)

Eddie Brock – Avvoltoi

Una volta esisteva un filtro igienico che impediva a cantanti con poca esperienza di accedere all’Ariston, oggi invece abbiamo Eddie Brock. Rappresenta perfettamente lo scomposto tentativo di Conti di acciuffare l'interesse dei giovanissimi che Amadeus era riuscito a conquistare più organicamente: una sensazione, assai transitoria, di TikTok a cui viene concesso un palco di enorme importanza per il nostro mainstream.
Si presenta come lo zio che ha bevuto troppo al matrimonio e si appropria del microfono del karaoke, urlando come un ossesso un testo degno del Marco Masini d’epoca. L’amore non ricambiato diventa l’occasione per insultare gli altri pretendenti (“quell’uomo che non vale niente”) e subdolamente dare a lei della poco di buono (“è più facile per te farti spogliare/ che spogliarti il cuore”), che lui magnanimo accoglie sul suo grande petto virile (“poi torni da me a piangere sul petto”). Un teatrino un po’ tossico (“Mi mordo la lingua fino a sanguinare”), apparecchiato con un arrangiamento prevedibile fatto di strofe pensose e ritornelli sguaiati, ingolfati dall’orchestra. Se la prima sera è un disastro annunciato, con note sfuggite e intonazioni dubbie, nelle successive esibizioni si ha la conferma che non è stato esattamente un episodio sfortunato. C’è persino il “na na na na na na”: emetico, tanto da ambire all'interesse dei centri antiveleni. Un meritato ultimissimo posto.
Voto: 2,5
(Antonio Silvestri)

Enrico Nigiotti  Tutte le volte che non so volare

Un po' Vasco Rossi è un po' Francesco Gabbani, questa riflessione ombelicale e tristarella, gonfia di retorica infantile fatta di “mostri” e “voli”, è interpretata da Nigiotti con i lucciconi agli occhi e un’intensità che ogni tanto collima con espressioni di chi ti vuole menare. Punta dritto al cuore, cercando di conquistare con una fragilità sbandierata che contrasta con un fisico che intimorisce. Nessun parente che urina, per fortuna, ma il pezzo non c’è neanche questa volta: questa malinconia è troppo scontata, una pappa di lacrime e commozione a cui manca una storia che funga da giustificazione. In memoria di "Nonno Hollywood", diventa il momento ideale per andare a mingere nelle infinite nottate del Conti-bis.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Ermal Meta – Stella stellina

A leggere chi ha ascoltato le anteprime, doveva essere una specie di reggaeton, invece Dardust ha amalgamato mediterraneo ed elettronica per teletrasportare Ermal Meta in Medio Oriente. E dire che hanno già i loro problemi.
Aperta dai versi di una filastrocca infantile, è un brano sulla guerra e i bambini morti, che fa di tutto per colpire a tradimento l’ascoltatore: abbassata appena la guardia illusi da un ballo folkloristico, c’infilza con versi spietati come “Ma non c’è quel che c’era/ Non ci sei più tu”, “Oh, mia bambina, la notte è nera nera” o “Nel vento della sera ci sarai pure tu”.
Un frullato indigesto di infantile e tragico, un po’ da ballare, interpretato in modo impacciato e con un’inspiegabile momento in cui ci si lancia in vocalizzi da muezzin di Temu. Un ottovolante emotivo, o semplicemente un accrocchio tenuto insieme da un subdolo ricatto morale. Il brano, in teoria, parlerebbe di Gaza, ma bisogna cercare con santa pazienza gli indizi di questa geolocalizzazione: perfettamente in linea con un Sanremo fuori da ogni tema anche potenzialmente divisivo.
Lo si propone come vincitore dell'appena istituita “Coppa Cristicchi”, l’insigne riconoscimento che spetta a chi propone il brano sanremese più patetico dell’anno, facendo di un tema rispettabile un’opportunità di acciuffare il fugace successo garantito dall’Ariston. L’altra contendente, Serena Brancale, non può competere con gli ultimi versi cantati guardando dritto in camera, con sguardo intensissimo: “Non ti ho dimenticato/ Aspetto il tuo ritorno/ Come le farfalle/ Hai vissuto solo un giorno”. 
Voto: 4,5
(Antonio Silvestri)

Fedez & Masini – Male necessario

Al super-attico dell’egocentrismo si può accedere solo citandosi in un brano di Sanremo, come fa qui Fedez in alcuni versi d’ispirazione biblica: ci mancava che si paragonasse direttamente a Gesù.
Questa canzone è una mezza ammissione di colpa di due uomini feriti. Inizia con un rap piangino, poi Masini si sgola come suo solito e Fedez rappa come se fosse ancora il 2003. Tutto già sentito, già visto, noioso se non irritante.
Il climax vede i due che cantano all’unisono, un quadretto surreale: un sessantenne barbuto e paonazzo che spettina con gli acuti un trentaseienne che con l’intonazione ha bisticciato da giovane.
Verrebbe da definirla una canzone passivo-aggressiva (“Nel frattempo giuro mi puoi odiare”; “E ringrazierò il passato/ E chi mi ha condannato”) ma è soltanto molto furba: dice e non dice, come quelli che si scusano aprendo con “per chi si fosse sentito offeso...”. Il pubblico li adora, ma visto come vanno le elezioni in mezzo mondo non ne farei un vanto. Qualcuno si tatuerà ovvietà “Ci ho messo una vita per sentirmi vivo” sul costato, perché non c’è fine al peggio. Il titolo è un avvertimento a noi ascoltatori: evidentemente ce lo meritiamo.
Arrivano nella cinquina finale e improvvisamente la prospettiva che vinca uno qualsiasi degli altri quattro è una disperata speranza. Per fortuna si ferma al quinto posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Francesco Renga – Il meglio di me

Sorprendentemente trasformatosi nell’Al Bano della sua generazione, ogni sua partecipazione è uno tsunami di vocali allungate all’infinito. Questa volta, però, l’esibizione convince più che nelle ultime occasioni, grazie a uno sviluppo più dinamico. È un altro uomo che si scusa sul palco più famoso d’Italia (“Perdona il peggio di me, il peggio di me, il peggio di me”), che azzanna il microfono soprattutto nel finale. Si piace tantissimo, così sorge l’impressione che non sorrida a noi ma a qualche specchio fuori dall’inquadratura. Non è facile immaginare un motivo per ascoltare questa canzone fuori da questa settimana di sequestro di persona musicale, purtroppo, a meno che non abbiate un improvviso calo di “A” e di “E”. Relegato in bassa classifica ma, conoscendolo, ci riproverà. 
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Fulminacci – Stupida sfortuna

Chi ha scoperto Fulminacci qualche anno fa, quando in molti nel circuito romano lo inquadrarono come il più naturale erede di Daniele Silvestri (e si sente anche fra le pieghe di “Stupida sfortuna”), sarà rimasto parzialmente deluso da una canzone ultra malinconica e da una performance un pochino dimessa. Il giovane cantautore osa poco o niente, e perde una grande occasione per lasciare una traccia importante. Fulminacci resta un pochino ingessato anche quando sceglie di scendere a cantare in mezzo al pubblico. Non incide più di tanto nemmeno quando sceglie di farsi affiancare dalla giornalista Francesca Fagnani per “Parole Parole” un duetto a ruoli invertiti non completamente riuscito. Dirige l’orchestra Golden Years. Per la definitiva consacrazione occorrerà attendere il prossimo giro, ma intanto strappa un significativo settimo posto in classifica generale, più un ancor più significativo Premio della Critica "Mia Martini".
Voto: 6
(Claudio Lancia)

J-Ax – Italia starter pack

Il titolo anticipa già quello che la canzone propone, che è poi quell’idea di critica sociale un po’ complice e un po’ irritante che J-Ax porta avanti da troppi (troppi!) anni. Per capirci, il nostro ha l’acume di proporre versi come “Sto paese lo capisci da un cantiere/ Cinque dicono che fare, uno solo che lo fa”.
A fare la differenza, almeno alla prima esibizione, è il colorato spettacolo abborracciato sul palco, una via di mezzo tra la fiera di paese e un circo un po’ sfigato. La seconda volta, però, è tutto già visto: come una battuta di spirito, se la ripeti non diverte più.
Aperta dal battimani e un violino, s’affolla di banjo e cheerleader, poi sbraca nel ritornello e butta tutto in caciara con un pernicioso “pappapparappa”: meglio le carie. Prende a pretesto il country per suonare in realtà un pop chiassoso, che lui rappa stancamente o grida come l’ugola gli permette, cioè malaccio. Apprezzabile l’onestà di definirla “una brutta canzone”: condivisibile.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

LDA e AKA 7even  Poesie clandestine
Sulla carta un disastro annunciato, invece si approcciano al palco con leggerezza, divertendosi e persino divertendo. Animano il brano, un pop-rap un po' latin con i percussionisti sul palco, le ballerine e una buona chimica. Sono giovani, nel senso più positivo del termine: possono ancora crescere, sfruttando l'entusiasmo di chi è già contento di essere in gara all'Ariston. "Bella da farmi mancare l’aria/ Tu sei Napoli sotterranea" stuzzica il misuratissimo orgoglio partenopeo ed è una delle poche immagini originali di questa edizione. Colonna sonora perfetta della gita delle superiori nella città di Partenope.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)

Leo Gassman  Naturale

Sussurra, ammicca, si agita, si sgola mentre ci tormenta con questo eyeliner che cola e un messaggio pericolosamente vicino a una red flag: “Sei più bella al naturale”, consiglio molto ascoltato nei centri antiviolenza di tutta Italia. Comunque, sa muoversi sul palco e conduce la ballata, piena di contrasti tra piano e forte, alla sua prevedibile destinazione. Non ci si aspettava nessuna sorpresa, a ragione. Come tanti altri, vale la domanda: abbiamo totalizzato l’ingombrante totale di 30 concorrenti perché era assolutamente necessario inserire brani dimenticabili come questo? Meritatissimo ventottesimo posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Levante  Sei tu

Bisogna essere abbastanza masochisti per tornare in radio con una canzoncina valida come “Niente da dire”, che a suo modo riporta a galla i primissimi tempi di Levante, quando non era ancora una scrittrice da romanzetto innocuo, alla Chiara Gamberale, per intenderci, una giudice talent dal dente spesso avvelenato e soprattutto una specie di influencer con la puzzetta sotto il naso, e poi ripresentarsi all’Ariston con una smielata come “Sei tu” che supera virtualmente destra anche Kekko dei Modà in preda a un delirio di onnipotenza melodica. Levante è l’esempio di come una brava cantautrice con del potenziale pop finisca per essere subito travolta da un successo che per quanto effimero purtroppo ti cambia tristemente l’anima. Musicale, s’intende.
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Luchè – Labirinto

Luchè ha scritto la storia del rap napoletano con i Co’Sang, poi a un certo punto ha avviato una carriera solista tra alti e bassissimi, dissing fuori tempo massimo, diari di bordo da rapper maledetto che le ha viste tutte e chi più ne ha più ne metta. Arriva a Sanremo dopo Geolier, l’enfant prodige dell’hip hop partenopeo, con la speranza di farsi notare anche da un pubblico ignaro dei suoi fasti. E lo fa con una canzone scritta insieme, tra gli altri, a Davide Petrella e Rosario Castagnola, due pesi massimi del nuovo corso pop napoletano ma non solo. “Labirinto” è una buona ballata pop, vagamente mistica nel ritornello e afflitta quanto basta. Il dramma è che Luchè non sa affatto cantare e all’Ariston certe cose giustamente alla fine poi non te le perdonano. Nonostante l’oggettiva mediocrità della sua performance canora, la canzone riesce a piacere a una sala stampa sempre più imbarazzante nei giudizi, stregata com’è da comunicati esagerati e cenette con discografici e addetti alla comunicazione di turno. Mentre il pubblico più giovane da casa, chiamato in causa sui social da Geolier, corre in massa a votarlo. Farà anche bene in radio ma resterà sempre la curiosità di ascoltarla per la prima volta, ossia cantata da qualcun altro. Andrebbe bene anche Pupo. Finanche un Drupi.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Malika Ayane – Animali notturni

Mettiamo un po’ sul piatto Sorrenti, che tra poco è estate, deve aver pensato Malika quando ha deciso di tornare al Festival. “Animali notturni” (che è anche il nome di un brand del quale Ayane è testimonial, coincidenza “equina”, per dirlo con Eduardo, tanto da mandare in escandescenza i piani alti di via Teulada) è una canzone che sembra uscita da una pellicola di serie b degli anni ’70, quando appunto in tanti puntavano a emulare in qualche modo Alan e i suoi cavalli di battaglia. Malika, essendo sulla carta una cantante lirica, con un brano allegro del genere passeggia al microfono, si diverte e addirittura balla. Manca però quel quid, per l’esattezza quella variazione melodica sorprendete, che tramuti il brano da canzonetta di passaggio in qualcosa di più corposo.
Voto: 5,5
(Giuliano Delli Paoli) 

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Nonostante sia una millennial, canta una ballata classica, che interpreta bene soprattutto quando si allontana dal registro più basso. Nel Festivàl più medio degli ultimi anni, lei galleggia di serata in serata, senza spiccare e senza farsi ricordare per un dettaglio, una frase, nulla di nulla. Neanche la firma di Thasup aiuta granché, perché ci si adagia sui soliti allunghi vocali, sentiti e risentiti, che animano pigramente una dedica romantica delle più telefonate. “Ma quanto è bella la follia?” fa salire il Basaglia. Penultima, ma solo perché c'è Eddie Brock a sorvegliare strenuamente la trentesima posizione.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta

Unici veri rappresentanti del giro indie nazionale, coppia anche nella vita, Maria Antonietta e Colombre portano la medesima ventata di freschezza che caratterizzò qualche anno fa la partecipazione di Colapesce e Dimartino con “Musica leggerissima”. La prima sera Maria Antonietta si presenta con un outfit che ricalca in maniera perfetta quello indossato da Nada nell’edizione del 1969, quando a soli 15 anni si piazzò al quinto posto con “Ma che freddo fa”. “La felicità e basta” assomiglia a una delle tante canzoni sfacciatamente pop dei Baustelle, quelle con i ritornelli killer che ti si stampano in testa, a dimostrazione di quanta influenza ha Francesco Bianconi nell’odierno songwriting italiano (se ne trovano tracce anche nella canzone di Patti Pravo). Maria Antonietta e Colombre sul palco portano i propri strumenti, perché non vogliono essere percepiti come semplici esecutori ma come musicisti. Serata cover senza particolari sussulti, accanto a Brunori SAS per omaggiare “Il Mondo” di Jimmy Fontana. Alla fine ringraziano tutti: dopo anni di gavetta è stata una gran bella settimana per loro. Ed ora via a riempire i live club di tutta Italia. 
Voto: 8
(Claudio Lancia)

Nayt – Prima che

Mood notturno, un sound che rivolge lo sguardo verso il trip hop, Nayt è amatissimo dai più giovani, ma il martedì, all’esordio assoluto sul palco dell’Ariston, subisce l'emozione che lo rende un po' rigido. Nesseun particolre sussulto nemmeno nella serata dei duetti, quando esegue in coppia con la talentuosa Joan Thiele “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè. E neanche durante la maratona finale del sabato, affrontata in total black. Super serioso, non buca lo schermo come avrebbe potuto, ma arriva comunque a un passo dai cinque finalisti, chiudendo con un ottimo sesto posto in classifica generale. Cupa al punto giusto, la canzone crescerà ulteriormente con il tempo, diventando con tutta probabilità un classico del suo repertorio.
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Patty Pravo – Opera

Alla divina Strambelli le si vuole infinitamente bene sempre e comunque. Assodato questo, la Patty nazionale torna all’Ariston con una canzone che più epica nel ritornello non si può, ma anche vagamente innocua nel testo al netto dei ricordi personali che evoca, per una sorta di confessione attempata sui tempi andati e conditi da una follia eterna, quasi fisiologica per una delle regine della canzone italiana, una che “gli uomini me li fumo come sigarette”. Piace ovviamente al pubblico over 60 che guarda ancora Mara Venier ma finirà inevitabilmente per essere dimenticata in fretta, al netto di un’interpretazione sentita per una settantasettenne come l’ex mattatrice del Piper.
Voto: 6
(Giuliano Delli Paoli)

Raf – Ora e per sempre

In una recente intervista rilasciata per OndaRock, Raf ha dichiarato assurdo il fatto che Sanremo sia ormai l’unica vetrina utile della musica italiana. Una constatazione che non fa una piega. Purtroppo però l’ex dominatore dei Festivalbar e delle classifiche degli anni ’80 e ’90 torna all’Ariston con una canzone talmente sciatta, innocua e dimenticabile già al primo ascolto da poter in teoria essere scartata addirittura anche da un Giuliano Sangiorgi. Il che è tutto dire. Raf passa sul palco dell’Artison senza lasciare alcun segno, mentre sui social l’attenzione è più per il suo essere esteticamente sempreverde che per il brano in sé. E anche questo, ahinoi, dice tutto sulla bontà di “Ora e per sempre”.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sal Da Vinci – Per sempre sì

Prendete “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, strapazzatela in una busta piena di confetti bianchi, agitate bene, coloratela con una soluzione per capelli, vestitela di lucido neomelodico e poi “servitela” con furore all’Ariston. “Per sempre sì” è questo ma anche altro. Ossia un inno all’amore eterno in chiave finto monastica da cantare a squarciagola ai matrimoni più calorici a cui possiate partecipare se siete a Napoli e dintorni. “Per sempre sì” ha stregato Ariston, sala stampa e buona parte del pubblico che continua a cantarla ascoltandola praticamente da ogni piattaforma possibile. E nonostante sia una canzone orrenda, farà la fortuna di Da Vinci, uno che nella sua carriera ha studiato moltissimo e che merita rispetto a prescindere. Ma che conosce anche molto bene gli shaker più kitsch del mercato discografico italiano di questi maledetti tempi, vedi “Rossetto e caffè”.   
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli) 

Samurai Jay – Ossessione

Reggaeton ultra-prevedibile e da spiaggia con Belén rediviva che balla come una forsennata offrendoti magari il suo piede da cui sorseggiare calientamente lo champagne che scivola lungo le sue gambe. Tutto questo è “Ossessione”, la canzone con cui Samurai Jay, uno che lo scorso anno con “Halo” ha dominato TikTok e quel che resta dei jukebox estivi, debutta a Sanremo. Gennaro canta, si diverte, balla, ammicca, scambiando l’Ariston per una pista da ballo di salsa e merengue. A suo modo fa anche “bene” perché l’intento è quello di farsi notare ancora di più dopo aver assaggiato un certo successo via social. Il punto è che l’Ariston non dovrebbe essere questo, per dirla proprio con Raf. Premio simpatia ma Sanremo o quel che resta della kermesse di un tempo è un’altra cosa.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sayf – Tu mi piaci tanto

Così così nelle prime due tornate, quando in molti si son lasciati ingannare dal ritornello apparentemente frivolo. Sayf è l’artista più amato fra i giovanissimi in questa edizione del Festival di Sanremo, una vetrina che lo lancia definitivamente verso una notorietà molto più ampia. Il giovedì, quando entra in scena il televoto, finisce dritto nei primi cinque, il venerdì si piazza al secondo posto nella serata delle cover grazie a una travolgente esecuzione di “Hit The Road Jack” insieme a Mario Biondi, Alex Britti e la mamma corista. E’ lì che conquista tutti, finalmente padrone del palco, mostrando anche le proprie qualità alla tromba. L’impegno di Daniele Silvestri unito all’esotismo di Ghali per un futuro che potrebbe delinearsi ricco di soddisfazioni. E un presente che gli consegna un incredibile secondo posto!
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Serena Brancale – Qui con me

Secondo posto della neonata “Coppa Cristicchi” stravinta da Ermal Meta (vedi sopra), la dolente ballata dedicata dalla madre morta da Serena Brancale è interpretata con grande intensità fin dalla prima serata, e infatti si guadagna un applauso lungo e meritato dall’Ariston ogni volta che viene eseguita. Un pezzo della dolente storia luttuosa familiare è nella direttrice d'orchestra, sorella di Serena: praticamente, una seduta di psicoterapia familiare in eurovisione.
Non ascolterei una canzone così drammatica e didascalica neanche con le orecchie di un altro, se non nella dimensione parallela della settimana sanremese, ma se ancora dev’essere questo il palcoscenico del canto allora la Brancale ha pochi rivali tra i trenta accorsi in Liguria quest’anno: anche rispetto all’usignolo Arisa è più calda e fantasiosa; a confronto dell’ipertricotico Renga è più poetica ed elegante. Talento e capacità sprecate, certamente, ma almeno presenti. A Sanremo ugola-e-lacrime è una combinazione che spesso garantisce ottimi risultati nella classifica finale ma sorprendentemente si ferma al nono posto.
Voto: 6,5
(Antonio Silvestri)

Tommaso Paradiso – I romantici 

Prendete una delle tante canzoni del Paradiso solista, quelle che riportano subito a una variante carbonara di Luca Carboni, ascoltatela per venti secondi e poi fate partire “I romantici”. Ebbene, non noterete alcuna differenza, nessuno sforzo compositivo compiuto dall’ex frontman dei Thegiornalisti. Zero assoluto. Non il duo, per carità. Il cantautore romano fan di Vasco e appunto Carboni al punto da emularli all’inverosimile approda a Sanremo con il vento ormai fermo dei tormentoni di qualche anno fa. “I romantici” è una canzonetta it-pop come altre centomila di Paradiso e non solo. A partire dalle strofe con il piano sempre uguale e dal ritornello che arriva come un gol di Haaland tutto solo davanti alla porta. I violini aiutano qui e là ma è troppo poco. Tommaso ci crede, tra “bacio prima di partire” e una “doccia prima di dormire”. Altro?
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Tredici Pietro – Uomo che cade 

Una delle piccole (poche) sorprese di questa edizione, ha un bel groove ed è interpretata senza sopravvalutarsi, come troppo spesso accade da queste parti. Le strofe hanno qualcosa di sinuoso, persino sensuale: merce rara su un palco generalmente sterilizzato, asettico. La canzone si apre nel ritornello, dolceamaro, che lui interpreta meglio dopo il primo tentativo un po’ troppo sforzato: “E faccio un’altra figuraccia/ Come un bambino scivolato in una piazza/ A volte siamo bravi a sparire/ Per non rischiare/ Di farci male”. Buon uso dell’orchestra, con gli ottoni e i cori che aggiungono profondità al ricercato arrangiamento. Si distingue e si ricorda, anche se manca di un colpo creativo nel finale, accontentandosi di una breve variazione acustica. Sfuma di tre posizioni la possibilità di rispettare il proprio nome d'arte: sedicesimo.
Voto: 7
(Antonio Silvestri)

Fonte 

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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USB condanna l'attacco di USA e Israele all'Iran: fermiamo chi vuole imporre la guerra come destino inevitabile

L’Unione Sindacale di Base condanna con la massima fermezza l’attacco militare condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, un atto di guerra che segna un ulteriore e gravissimo salto di qualità nell’escalation bellica in corso e che sta imponendo la guerra come unico orizzonte possibile nelle relazioni internazionali.

Si tratta di un’aggressione deliberata contro uno Stato sovrano, compiuta in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Un’azione che non ha nulla a che vedere con la “difesa”, ma che risponde esclusivamente a una logica di competizione tra poli capitalisti che si gioca tra economia e guerra, causando stragi di civili e destabilizzazione permanente dell’intero Medio Oriente.

Le narrazioni usate per giustificare questa aggressione sono completamente false e strumentali: parlano di “operazione per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran” e della libertà delle donne iraniane cercando di oscurare la realtà dei fatti. In verità, l’attacco ha provocato la morte di 100 studenti, la maggioranza delle quali bambine, un crimine orribile contro giovani vite innocenti. La propaganda non può cancellare il sangue versato né nascondere la brutalità dell’aggressione e le reali motivazioni.

Israele e Stati Uniti stanno trascinando la regione e il mondo intero verso un conflitto sempre più ampio, con il rischio concreto di una guerra generalizzata, mentre i governi occidentali, in primis quello italiano, continuano a sostenere politiche di riarmo, escalation e aggressione, scaricandone i costi economici e sociali sulle lavoratrici e sui lavoratori, sui popoli e sulle classi popolari.

Denunciamo la volontà diretta di Israele e USA nell’innalzamento del livello dello scontro militare, l’uso sistematico della guerra come strumento di politica internazionale, il silenzio complice e l’allineamento dei governi europei, che accettano e giustificano l’aggressione invece di fermarla.

La guerra non porta sicurezza, ma morte, distruzione, povertà e repressione. È sempre il prezzo pagato dai civili, dai lavoratori, dalle popolazioni già colpite da crisi economiche e sociali profonde, mentre l’industria bellica e gli interessi geopolitici traggono enormi profitti dal conflitto.

USB ribadisce il proprio no alla guerra, al riarmo e alle politiche imperialiste e chiede: l’immediata cessazione delle operazioni militari, il blocco dell’invio di armi e del sostegno militare ai conflitti, la mobilitazione dei lavoratori contro la guerra e l’economia di guerra.

Di fronte a chi vuole imporre la guerra come destino inevitabile, USB continuerà a stare dalla parte della pace, dell’autodeterminazione dei popoli e della solidarietà internazionalista, perché il futuro non può essere costruito sulle macerie e sul sangue.

Martedì 3 marzo saremo sotto l’ambasciata Usa a Roma dalle ore 18 anche per condannare l’aggressione all’Iran e la complicità del governo Meloni e dell’Unione europea.

E il 14 marzo scenderemo di nuovo in piazza contro la guerra, contro l’economia di guerra, per fermare il governo Meloni e per il No Sociale al referendum sulla giustizia, ennesimo tassello di un progetto autoritario volto a smantellare la natura sociale della nostra Costituzione.

Unione Sindacale di Base

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Il fragore di un errore storico

L’hanno chiamata “Il Ruggito del Leone”: nome tratto dalla Bibbia, dal profeta Gioele e dalla profezia di Balaam nei Numeri.

Netanyahu ha infilato la citazione nelle pietre del Muro del Pianto prima di ordinare i bombardamenti. La guerra come compimento scritturale. La guerra come destino.

Ma il corrispondente della TV libanese Al Mayadeen da Teheran, Ahmed Al-Bahrani, racconta un’altra storia: strade percorribili, vita normale, servizi essenziali funzionanti. “Fallimento nel provocare caos e panico nelle strade iraniane, siamo qui da ore”

Il popolo iraniano che Trump e Netanyahu si aspettavano in piazza a rovesciare il regime non è uscito nelle strade. Non lo ha fatto perché i bombardamenti stranieri raramente producono rivoluzioni, producono il contrario: la nazione che si stringe attorno a se stessa anche quando non ama chi la governa. Lo insegna la storia da Belgrado a Baghdad.

Trump ha dichiarato pubblicamente che l’obiettivo è il “regime change”. È stato il suo errore più grave. Quando dichiari un obiettivo irraggiungibile nel breve termine, ogni risultato parziale diventa automaticamente una sconfitta politica. È la stessa trappola in cui cadde Bush con il cartello “Mission Accomplished” sulla portaerei Abraham Lincoln nel 2003 mentre la guerra vera stava appena cominciando.

Nel frattempo l’Iran ha colpito 14 basi americane nella regione: Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati, Giordania, Iraq. E ha distrutto l’AN/FPS-132, il radar di allerta precoce più potente del Golfo Persico, un miliardo e cento milioni di dollari di tecnologia americana ridotti in macerie con un drone Shahed (costa 20mila dollari). Senza quell’occhio, i sistemi Patriot e THAAD vedono i missili balistici iraniani molto più tardi. Lo scudo si è accorciato.

Fonti serie, già prima di questo conflitto, stimavano scorte criticamente basse di intercettori americani dopo i consumi in Ucraina e nella difesa di Israele nel 2025. Cinque settimane di guerra a questa intensità prima dell’esaurimento delle munizioni: questa è la finestra temporale reale di Washington.

Se l’Iran regge – con catena di comando intatta e capacità di risposta – l’America sarà costretta a fermarsi o ad alzare una posta che il Congresso e l’opinione pubblica non sosterranno. I sondaggi lo dicono già oggi: la base MAGA stessa è divisa.

E poi c’è Minab. Una scuola elementare femminile. 170 bambine dentro quando è arrivato il missile. Oltre cinquanta morte [sono diventate poi più di cento, ndr]. Il numero continua a salire mentre i soccorritori scavano tra le macerie. Come a Gaza. Come sempre, in ogni guerra “chirurgica” che incontra la realtà urbana. La scuola si chiamava Shajareh Tayyebeh “l’albero buono”. Lo hanno bruciato in pieno giorno.

Questa guerra non è finita. Potrebbe durare settimane e cambiare forma molte volte. Ma nelle sue prime ore ha già rivelato le sue contraddizioni fondamentali: un obiettivo dichiarato impossibile, uno scudo missilistico indebolito, un popolo che non si è ribellato, e bambine morte sotto le macerie di una scuola.

Non è il “Ruggito del Leone”. È il fragore di un errore storico che ancora non sa di esserlo.

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Tra Iran, Israele e Stati Uniti uno scontro ben diverso dal passato

Le prime ore degli attuali attacchi contro l’Iran rivelano differenze fondamentali rispetto a quella che fu conosciuta come la “Guerra dei Dodici Giorni”, sia in termini di tempistica, obiettivi, livello di coordinamento o entità dell’escalation.

I dati disponibili finora indicano quanto segue. 

Gli attacchi sono iniziati con esplosioni simultanee in varie parti di Teheran. I primi rapporti parlavano di circa trenta obiettivi nella prima ondata, tra cui quartier generali, strutture di intelligence e persino, si vociferava, siti collegati all’ufficio della Guida Suprema. Questa portata, fin dall’inizio, riflette l’ampiezza della serie di obiettivi e la natura dell’attacco iniziale.

A differenza della Guerra dei Dodici Giorni, che iniziò con attacchi notturni, questa operazione è iniziata nelle prime ore del mattino, il primo giorno della settimana iraniana. La tempistica appare meticolosamente calcolata, consentendo una maggiore destabilizzazione istituzionale e aumentando la probabilità di colpire i centri decisionali e di leadership fin dall’inizio delle operazioni ufficiali.

La selezione degli obiettivi suggerisce l’adozione di una strategia di “decapitazione”. I primi indicatori fanno emergere un’attenzione rivolta alla leadership e all’apparato di sicurezza del regime, non solo all’infrastruttura militare convenzionale. Questo cambiamento nella natura degli obiettivi ha un chiaro significato politico che va oltre l’indebolimento delle capacità, fino a minare la struttura stessa del potere.

Il coinvolgimento americano rappresenta questa volta una differenza fondamentale. Washington sembra direttamente coinvolta fin dall’inizio, con segnalazioni di uno stretto coordinamento con Israele e una descrizione americana dell’operazione come su larga scala. Questo coinvolgimento palese eleva lo scontro da un conflitto israelo-iraniano a uno con una diretta dimensione americana.

Il discorso di Donald Trump si è concentrato sulla difesa degli americani e sull’eliminazione delle minacce imminenti, ma i suoi segnali di sostegno al popolo iraniano contro il regime suggeriscono che il cambio di regime sia tra gli obiettivi non dichiarati. La combinazione della dimensione di sicurezza e del messaggio politico rafforza l’impressione che l’operazione non si limiti alla deterrenza.

Il concetto operativo sembra essere graduale. La prima ondata si è basata su attacchi missilistici contro centri di comando e sistemi di difesa aerea, compresi siti nell’Iran meridionale come Chabahar, aprendo la strada all’aviazione militare per colpire successivamente basi missilistiche e asset strategici.

La risposta iraniana è stata insolitamente rapida. I rapporti indicavano lanci di missili nel giro di poche ore, con attacchi segnalati a Tel Aviv e Haifa. La dichiarazione iraniana ha stabilito che le “linee rosse” non esistevano più e che la risposta sarebbe stata fornita con la massima forza.

Questa risposta rapida suggerisce una rappresaglia pre-autorizzata, con unità militari che non hanno atteso un lungo coordinamento centrale, ma hanno piuttosto agito secondo istruzioni prestabilite per garantire la continuazione del fuoco fin dall’inizio.

Un’altra differenza risiede nell’espansione del conflitto da parte dell’Iran oltre Israele fin dall’inizio. Le segnalazioni di esplosioni negli stati del Golfo indicano che le basi statunitensi sono state prese di mira, il che indica un’escalation immediata verso uno scontro diretto con Washington.

Ciò differisce significativamente da quanto accaduto nel giugno 2025, quando l’attacco iraniano alla base aerea di Al Udeid in Qatar fu in gran parte simbolico e parte di un’escalation calcolata volta ad aprire la porta a un cessate il fuoco.

Contemporaneamente, gli Houthi in Yemen hanno annunciato la ripresa dei loro attacchi nel Mar Rosso, indicando che lo scontro si stava già trasformando in un teatro regionale multi fronte.

Nel complesso, il primo andamento degli eventi riflette un conflitto più coordinato, diffuso e in escalation rispetto alla guerra dei dodici giorni. Vi è un chiaro tentativo di decapitare il regime iraniano, un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, una rapida risposta iraniana e una precoce espansione nelle arene regionali.

La questione centrale ora è se l’escalation porterà a uno scambio calcolato e contenibile, o se il superamento delle precedenti linee rosse farà precipitare la regione in una guerra regionale prolungata il cui corso sarà difficile da controllare.

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Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire

di Carlos Fernández de Cossío, viceministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba

Ieri [26/02/2026] le nostre autorità hanno denunciato un tentativo di infiltrazione a fini terroristici da parte di 10 persone, a bordo di un’imbarcazione con targa dello Stato della Florida, negli Stati Uniti.

Fin dal primo momento, e avendo rilevato che il mezzo navale proveniva dal territorio degli Stati Uniti, le autorità cubane hanno mantenuto comunicazioni su questo tentativo terroristico con le loro controparti statunitensi, incluso il Dipartimento di Stato e il Servizio della Guardia Costiera. È in corso un processo investigativo volto a chiarire i fatti con tutta la rigorosità necessaria. Il governo cubano è disponibile a confrontarsi con quello statunitense su questo episodio.

Tra le altre richieste, chiederemo informazioni sugli implicati, sul mezzo utilizzato e altri dettagli alle autorità statunitensi tramite i meccanismi vigenti tra i due Paesi.

Le autorità del governo statunitense hanno mostrato disponibilità a cooperare per fare chiarezza su questi spiacevoli eventi. È opportuno precisare che i 10 individui coinvolti nell’episodio sono i seguenti: Cristian Ernesto Acosta Guevara, Conrado Galindo Serrior, José Manuel Rodríguez Castelló, Leordán Cruz Gomez, Amijail Sanchez Gonzalez, Roberto Alvarez Avila e Pavel Alling Peña, Michael Ortega Casanova, Ledián Padrón Guevara e Hector Duani Cruz Correa, questi ultimi 4 deceduti.

In un’informazione iniziale è stato menzionato, per errore di valutazione nell’identificazione, Rolando Roberto Ascorra Consuegra, che non fa parte del gruppo, sebbene sia una persona nota per il suo percorso legato ad azioni e intenzioni violente contro Cuba.

Come già riportato, tra gli elementi sequestrati a bordo dell’imbarcazione si trova armamento. Tra questi fucili d’assalto, fucili da cecchino, pistole, bombe Molotov, numerosi equipaggiamenti d’assalto che includono dispositivi per la visione notturna, giubbotti antiproiettile, baionette d’assalto, abbigliamento mimetico, munizioni di vario calibro, viveri per uso in combattimento, mezzi di comunicazione e un importante gruppo di monogrammi di organizzazioni controrivoluzionarie di stampo terroristico.

Queste informazioni rimangono preliminari. Ulteriori dettagli saranno forniti nei prossimi giorni. Questo non è un atto isolato. Cuba è vittima di aggressioni e di innumerevoli atti terroristici da oltre 60 anni. Nella maggior parte dei casi organizzati, finanziati ed eseguiti dal territorio degli Stati Uniti.


Negli ultimi anni le autorità cubane hanno denunciato l’aumento dei piani e delle azioni violente e terroristiche contro Cuba, e il senso di impunità che prevale tra gli organizzatori ed esecutori di tali azioni di fronte all’inazione verso di essi. Le autorità cubane hanno reso regolarmente nota al Governo degli Stati Uniti l’informazione sulle persone che negli ultimi anni si sono dedicate a promuovere, finanziare e organizzare atti violenti e terroristici contro Cuba.

Queste informazioni includono l’elenco nazionale di persone ed entità che sono state sottoposte a indagini penali e ricercate dalle autorità cubane, in relazione al coinvolgimento in atti di terrorismo. Esse vengono elaborate in conformità con la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con le norme e i principi del diritto internazionale e con l’ordinamento giuridico nazionale.

Due degli organizzatori arrestati, Amijail Sánchez González e Leordan Enrique Cruz Gómez, sono inclusi in tale lista che è stata condivisa con gli Stati Uniti nel 2023 e nel 2025, e godevano di impunità all’interno del territorio statunitense. Il governo cubano attende ancora risposte alle richieste di informazioni su di loro e sul resto degli individui e delle organizzazioni inclusi nella lista emessa.

I gruppi anticubani che operano negli Stati Uniti ricorrono al terrorismo come espressione del loro odio contro Cuba e all’impunità di cui credono di godere.

Cuba ribadisce il suo impegno assoluto e categorico contro tutti gli atti, metodi e pratiche terroristiche in tutte le loro forme e manifestazioni.

Il nostro paese mantiene una performance esemplare nell’affrontare il terrorismo, e ha rispettato, e continuerà a onorare, gli impegni assunti in materia. Cuba fa parte delle 19 convenzioni internazionali relative al terrorismo, conformemente alle quali ha messo in vigore misure legali e istituzionali indirizzate alla lotta efficace contro questo flagello. Cuba ha il dovere e la responsabilità di proteggere le proprie acque territoriali.

La nostra performance è coerente con il diritto internazionale che assiste tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti. È, inoltre, parte della difesa nazionale dello Stato cubano come pilastro indispensabile per la protezione della nostra sovranità, della vita, della sicurezza e del benessere dei cubani.

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Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.

È indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto...). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.

Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).

La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammorbidimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.

L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.

Il generale Mohammad Pakpour, che ha assunto il ruolo di capo della Guardia rivoluzionaria dopo la morte del precedente comandante nella “guerra di 12 giorni” nel giugno dello scorso anno, è stato ucciso in un attacco aereo a Teheran sabato, ha detto l’agenzia di stampa statale Irna. Anche Ali Shamkhani, un alto consigliere del leader supremo e segretario del Consiglio di sicurezza iraniano, è stato ucciso negli attacchi.

A differenza degli attacchi passati, anche Israele e Stati Uniti avrebbero fatto ricorso a droni di grandi dimensioni e missili piuttosto che ad aerei, probabilmente temendo che “l’aggiornamento” delle difese antiaeree iraniane sia stato efficace.

La reazione iraniana è stata comunque “robusta”, colpendo con droni e missili le basi americane nei paesi del Golfo e la stessa Israele, ancora una volta con la tecnica della “saturazione” delle possibilità antimissile dell’Iron Dome (che hanno una disponibilità di colpi limitata e tempi di “ricarica” non istantanei) e delle difese Usa.

Come in tutte le guerre, nella comunicazione ufficiale la prima regola è negare le proprie perdite o danni e amplificare al massimo quelle del nemico. Quindi Usa e Israele, pur non potendo negare di essere stati raggiunti da numerosi colpi, non ammettono alcuna perdita (tranne la scontata enfatizzazione dei “feriti civili” mentre stavano correndo nei rifugi). “L’invulnerabilità” è del resto il principale “contenuto narrativo” della propaganda imperiale (lo si era visto anche con il rapimento di Maduro e della moglie, in cui si è parlato di militari Usa rimasti feriti nell’azione solo al momento della loro “premiazione” al Congresso).

Il massimo funzionario della sicurezza iraniana, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani, ha dichiarato che domenica verrà istituito un consiglio direttivo temporaneo, come riportato dalla televisione di Stato iraniana, per dare continuità anche formale alla direzione politica e militare.

Ha inoltre avvertito che “i gruppi secessionisti subiranno una dura reazione se tenteranno qualsiasi azione, accusando gli Stati Uniti e Israele di voler saccheggiare e disintegrare l’Iran”. Non è un mistero che una delle ipotesi di “sterilizzazione” futura dell’Iran sia quella di dividerlo in più staterelli “etnici” privi di peso specifico (azeri, persiani, curdi, turkmeni, awazi, ecc.).

L’andamento della guerra

Le sirene, ieri notte, hanno risuonato in tutta Israele, specie a Tel Aviv si sono udite una serie di esplosioni mentre il sistema di difesa aerea cercava di intercettare l’ultima offensiva iraniana. Naturalmente gli “invulnerabili” non ammettono altro (è quello che hanno sentito e visto i giornalisti stranieri presenti). In mancanza di dettagli attendibili sugli effetti dello scambio di missili e droni, bisogna intanto registrare che la crisi bellica ha provocato uno dei più gravi sconvolgimenti dell’aviazione mondiale degli ultimi anni.

I principali aeroporti del Medio Oriente, tra cui Dubai, lo snodo internazionale più trafficato al mondo, sono stati chiusi dopo gli attacchi contro l’Iran e la sua reazione. L’aeroporto internazionale di Dubai, che gestisce più di 1.000 voli al giorno, ha del resto subito danni durante un attacco alla limitrofa base Usa; hanno subito danni, e chiuso le attività, anche gli aeroporti di Abu Dhabi e Kuwait.

Praticamente tutti i paesi del Medio Oriente hanno chiuso il loro spazio aereo. Le mappe dei voli mostravano cieli sopra Iran, Iraq, Kuwait, Israele e Bahrein praticamente vuoti, mentre le compagnie aeree in Europa e Medio Oriente hanno annunciato cancellazioni su larga scala.

Ma tutta l’attesa degli operatori economici mondiali è rivolta all’apertura dei mercati finanziari, domattina (anzi: stanotte, con quelli asiatici). È certo infatti che una guerra che coinvolge in modo più o meno completo tutti i paesi del Golfo, con la chiusura annunciata (e obbligata, per chiunque gestisca il traffico delle navi petroliere) dello Stretto di Hormuz, provocherà un balzo drastico del prezzo del petrolio, con ricadute a cascata sull’intera struttura delle produzioni, dei commerci, dei consumi... e delle bollette. Lo stesso sviluppo della guerra è poco chiaro.

Trump e i suoi alternano annunci circa una possibile durata prolungata degli attacchi (qualche settimana al massimo, però) con dichiarazione che parlano di “due-tre giorni”, per calcolare gli effetti reali (quelli propagandistici sono sempre “definitivi” e “i più grandi della storia“).

La stessa risposta iraniana, pur “robusta”, sembra essere stata inferiore alle attese sioniste e statunitensi. Bisognerà vedere se e quanto l’uccisione di Khamenei porterà a “potenziare” i contrattacchi, come qualche funzionario di Tehran minaccia. Entrambi gli schieramenti, però, hanno un problema simile: la disponibilità di “munizioni”.

È abbastanza semplice capire che l’Iran, per quanto abbia costruito negli anni una notevole riserva di droni e missili di varia gittata, e li abbia anche nascosti in rifugi sotterranei, non dispone di quantità illimitate e facilmente sostituibili (anche le relative fabbriche sono obiettivi militari).

Specularmente, Usa e Israele dispongono di una quantità limitata di missili antimissile (per i sistemi Patriot o per l’Iron Dome), e dunque potrebbero vedere le proprie difese esaurite prima di raggiungere gli obbiettivi che si sono prefissati. A quel punto diventerebbe anche più difficile nascondere i danni subiti.

Questo dettaglio vale politicamente soltanto per gli Stati Uniti, dove sia i democratici che i repubblicani “old style”, e persino una parte del mondo “Maga”, stanno sbraitando contro la violazione costituzionale operata aprendo una guerra vera e propria senza alcuna autorizzazione del Congresso. E in effetti Trump aveva vinto le elezioni anche grazie alla promessa di farla finita con le “guerre inutili”, mentre ora ne sta aprendo una al mese.

In Israele, invece, non esiste alcuna differenza tra il governo e l’opposizione per quanto riguarda le guerre, visto che l’orizzonte condiviso è quello di una “Grande Israele” sagomata sugli incerti confini descritti... dalla Bibbia!

In aggiornamento.

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Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono

di Alessandro Volpi

Ci risiamo. Come nel caso dell'Iraq dove l'attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell'Iran, le motivazioni di Trump sono legate al "pericolo" nucleare degli ayatollah.

I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla "lotta di liberazione" dei giovani iraniani. Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni. 

1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso.

Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l'attacco all'Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.

2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez allo Stretto di Hormuz.

Abbattere l'Iran significa togliere peso agli Houti e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il GNL ai paesi europei che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica poter piantare la bandiera americana su ogni aree dove ci sono riserve energetiche ingenti, dal Venezuela, all'Iran, alla Groenlandia, alla Nigeria, significa davvero dare un sottostante reale ad un'economia che ormai non cresce più dell'1% annuo e matura un duro scontro sociale interno.

3) Un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petromonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%.

4) L'attacco all'Iran rientra nel progetto economico del Grande Israele che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l'area mediorientale e il "socio" dell'amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.

5) È evidente che ormai Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo a stelle e strisce ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d'azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali. È sicuro, infatti, che l'Unione europea e i paesi assoggettati, come l'Italia, non fiateranno, al di là di qualche inutile starnazzo, e spera che la Cina e la Russia non reagiscano o magari ne approfittino per accentuare le loro pressioni su aree di interesse specifico. Si tratta di una scommessa gravissima perché, almeno nel caso della Cina, la destabilizzazione dell'Iran non pare proprio accettabile.

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