di Giuliano Delli Paoli, Antonio Silvestri, Claudio Lancia
È la prima volta nella storia del Festival di Sanremo
che il Direttore Artistico e Presentatore dell'edizione successiva
viene annunciato già durante la serata finale dell'edizione precedente.
Carlo Conti ha fatto benissimo a farsi da parte, dopo essere riuscito a
riportare la rassegna in balia di tutti i cliché che per decenni l'hanno
contraddistinta: cartellone dei partecipanti poco interessante, canzoni
mediamente mediocri (tanto che la serata delle cover risulta di gran
lunga la migliore), il neo melodico nazional popolare che alla fine
trionfa sulle poche proposte meno scontate, persino gli ospiti lasciano
poco o niente, eccetto un minuto e mezzo di una straordinaria Alicia Keys.
Le uniche "scosse" arrivano dal bacio fra Levante e Gaia, da qualche vestito un po' più scollato, da un Sandokan che risveglia gli ormoni femminili, da TonyPitony
(è lui il personaggio più atteso), dall'annuncio del Direttore
Artistico del prossimo anno, per l'appunto, il telefonatissimo Stefano
De Martino. In bocca al lupo per lui. E peccato per il
super-abbronzato Carlo Conti: nel 2025 non era andato male, e gli va
senz'altro riconosciuto il merito di aver reso i tempi del Festival più
serrati. Purtroppo stavolta c'è ben poco da salvare: ne parliamo nelle pagelle preparate dalla nostra redazione.
(Claudio Lancia)
Arisa – Magica favola
Arisa
torna all’Ariston stranamente in punta di piedi, visto che la missione è
quella di non fallire dopo la discutibile prova con “Potevi fare di
più”, nomen omen di un brano che è passato un po’ in sordina nel 2021.
E per farlo si avvale della penna dell’ex fidanzato Giuseppe Anastasi,
quello di “Sincerità” e “La notte”, per intenderci, autore dunque di
grande prestigio sanremese e non solo. La canzone è però una ballata
tipicamente dolcissima, quasi da canzoncina d’amore per una pellicola
Disney, composta per ammaliare il pubblico dell’Ariston ma che nel
complesso non aggiunge assolutamente nulla a un campionario melodico
ultra-collaudato che con buona probabilità farà faville per un po’ di
tempo su Radio Subasio ma di certo non sulle piattaforme streaming dove
ormai anche questo tipo di canzone ha raggiunto il grado massimo di
saturazione già da un pezzo. Canta bene, e ci mancherebbe altro. Ma il
punto è un altro: fino a quando sarà conveniente proporre brani che
sembrano usciti da un incontro tra Spagna e Massimo Di Cataldo?
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)
Bambole di Pezza – Resta con me
Per
la prima volta una band di sole donne al Festival di Sanremo, un
ritorno dopo essere state delle meteore punk-rock qualche anno fa.
L’effetto un po’ Virgin Radio di “Resta con me” non oscura una proposta
decisamente energetica. Danno il meglio nella serata delle cover, quando
si presentano accogliendo Cristina D’Avena per una personalissima
versione di “Occhi di gatto” proposta a chitarre spianate. Durante
l’esecuzione spunta un frammento di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin,
ed è esattamente in quei venti secondi che le Bambole di Pezza
dimostrano di saper suonare, cantare, e di saper affrontare senza timori
un classico intoccabile, uno di quelli che metterebbe in soggezione
anche l’artista più scaltro. Una delle poche proposte “alternative” di
questa edizione.
Voto: 7
(Claudio Lancia)
Chiello – Ti penso sempre
In
un’epoca in cui le chitarre sono in via d’estinzione, questa canzone un
po’ post-punk ne mette una in primo piano, ed è una variazione gradita
nelle noiosissime serate sanremesi del Conti-bis. Purtroppo fatica a
decollare: l’energia chitarra-basso-batteria si scioglie negli archi, in
un ritornello che non è esattamente un’esplosione, interpretato
abbastanza bene ma senza guizzi da una figura snella, con i capelli che
sembrano usciti da un manga.
Non aiuta il testo d’amore, con un po’ di doppiaggese
(“fottuto letto”) e quel ribaltamento che arriva dopo una manciata di
secondi (“Voglio disinnamorarmi”) e che quindi poi perde tutto la sua
capacità di sorprendere. Chiello ci ha già abituati a certi eccessi
drammatici, un po’ adolescenziali nonostante abbia 26 anni, ma “Lasciami
sciogliere nell’agonia” è una frase talmente esasperata che suonerebbe
eccessiva persino per un lugubre brano doom-metal, figuriamoci per
questo pop-rock innocuo. Si ferma al venticinquesimo posto, fin troppo
punitivo.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)
Dargen D’Amico – Ai ai
Che
pasticcio, questo Sanremo, per Dargen: l’idea di unire ritmo e
messaggio, attraverso quel mix di nostalgia e divertimento che lo ha
fatto amare dal pubblico con “Dove si balla”, si è ormai sgasata alla
terza partecipazione al Festivàl. Ci gioca, un po' anche lui, aprendo
come se fosse una ballata per pianoforte e, terrorizzando tutti, parte
subito un pop-rap da ballare che strappa al massimo un sorriso poco
convinto quando cita l’assurda vicenda di Carlos Raposo,
calciatore leggendario che concluse a 26 anni una carriera fatta di
mille scuse per non giocare. Rispetto al passato canta un po’ di più e
si sente, perché fa fatica qua e là a rimanere intonato. L’intelligenza
artificiale è un pretesto, il messaggio di pace è assai vago: davvero il
minimo sindacale per uno dei liricisti più creativi che
abbiamo in Italia, ma si sa che quel palco smussa e omologa (quasi)
tutti. La cosa più memorabile è il kimono-parquet della prima serata,
non esattemente un buon segno. Severa risposta della classifica finale,
che lo vede affondare al numero 27, poco sopra Elettra Lamborghini.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)
Ditonellapiaga – Che fastidio!
Gli
organizzatori di Miss Italia hanno minacciato azioni giudiziarie per
via del titolo del suo prossimo album. Ma lei se ne frega, e la prima
sera non teme di essere la prima a salire sul palco, una sfida vera,
visto che la sua canzone non è proprio politically correct, e
la giuria della Sala Stampa la piazza subito fra le prime cinque.
Margherita si abbatte sul Festival come il principale uragano di questa
edizione, il Lucio Corsi del 2026 e, tanto per non farsi mancare niente,
è la protagonista più attesa nella serata dei duetti, quando dà vita insieme a TonyPitony all’azzeccata cover dell’evergreen “The Lady Is A Tramp”.
E si portano la vittoria a casa: niente male! Sin troppo facile
prevedere “Che fastidio!” fra i principali tormentoni dei prossimi mesi.
Dirige l’orchestra Carolina Bubbico. Trascinante energia. Chiude in
trionfo, sul podio, con un meritatissimo terzo posto in classifica
generale, più il Premio "Giancarlo Bigazzi" per la migliore composizione
musicale.
Voto: 7,5
(Claudio Lancia)
Elettra Lamborghini – Voilà
Elettra è ormai da tempo un personaggio televisivo tanto discutibile quanto onestamente simpatico. Ha una carica kitsch
tutta sua che non dispiace, certo non è una cantante professionista e
le “sue” canzoni tornano utili per animatori e campeggi nei balli di
gruppo. La Lamborghini si ripresenta a Sanremo con una canzone che
omaggia fin dall’attacco e poi nel ritornello da “tutti giù per terra”
la Carrà, ma talmente innocua da dimenticarla già cento secondi dopo
averla ascoltata. C’è un coraggio e in particolare un’ostinazione che
andrebbero almeno sulla carta premiati ma il livello è troppo basso e
l’Ariston, nonostante la scarsa qualità di questa edizione del Festival,
non è mai una piazzola.
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli)
Eddie Brock – Avvoltoi
Una
volta esisteva un filtro igienico che impediva a cantanti con poca
esperienza di accedere all’Ariston, oggi invece abbiamo Eddie Brock.
Rappresenta perfettamente lo scomposto tentativo di Conti di acciuffare
l'interesse dei giovanissimi che Amadeus era riuscito a conquistare più
organicamente: una sensazione, assai transitoria, di TikTok a cui viene
concesso un palco di enorme importanza per il nostro mainstream.
Si
presenta come lo zio che ha bevuto troppo al matrimonio e si appropria
del microfono del karaoke, urlando come un ossesso un testo degno del
Marco Masini d’epoca. L’amore non ricambiato diventa l’occasione per
insultare gli altri pretendenti (“quell’uomo che non vale niente”) e
subdolamente dare a lei della poco di buono (“è più facile per te farti
spogliare/ che spogliarti il cuore”), che lui magnanimo accoglie sul suo
grande petto virile (“poi torni da me a piangere sul petto”). Un
teatrino un po’ tossico (“Mi mordo la lingua fino a sanguinare”),
apparecchiato con un arrangiamento prevedibile fatto di strofe pensose e
ritornelli sguaiati, ingolfati dall’orchestra. Se la prima sera è un
disastro annunciato, con note sfuggite e intonazioni dubbie, nelle
successive esibizioni si ha la conferma che non è stato esattamente un
episodio sfortunato. C’è persino il “na na na na na na”: emetico, tanto
da ambire all'interesse dei centri antiveleni. Un meritato ultimissimo
posto.
Voto: 2,5
(Antonio Silvestri)
Enrico Nigiotti – Tutte le volte che non so volare
Un po' Vasco Rossi è un po' Francesco Gabbani,
questa riflessione ombelicale e tristarella, gonfia di retorica
infantile fatta di “mostri” e “voli”, è interpretata da Nigiotti con i
lucciconi agli occhi e un’intensità che ogni tanto collima con
espressioni di chi ti vuole menare. Punta dritto al cuore, cercando di
conquistare con una fragilità sbandierata che contrasta con un fisico
che intimorisce. Nessun parente che urina, per fortuna, ma il pezzo non
c’è neanche questa volta: questa malinconia è troppo scontata, una pappa
di lacrime e commozione a cui manca una storia che funga da
giustificazione. In memoria di "Nonno Hollywood", diventa il momento
ideale per andare a mingere nelle infinite nottate del Conti-bis.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)
Ermal Meta – Stella stellina
A leggere chi ha ascoltato le anteprime, doveva essere una specie di reggaeton, invece Dardust ha
amalgamato mediterraneo ed elettronica per teletrasportare Ermal Meta
in Medio Oriente. E dire che hanno già i loro problemi.
Aperta dai
versi di una filastrocca infantile, è un brano sulla guerra e i bambini
morti, che fa di tutto per colpire a tradimento l’ascoltatore: abbassata
appena la guardia illusi da un ballo folkloristico, c’infilza con versi
spietati come “Ma non c’è quel che c’era/ Non ci sei più tu”, “Oh, mia
bambina, la notte è nera nera” o “Nel vento della sera ci sarai pure
tu”.
Un frullato indigesto di infantile e tragico, un po’ da ballare,
interpretato in modo impacciato e con un’inspiegabile momento in cui ci
si lancia in vocalizzi da muezzin di Temu. Un ottovolante
emotivo, o semplicemente un accrocchio tenuto insieme da un subdolo
ricatto morale. Il brano, in teoria, parlerebbe di Gaza, ma bisogna
cercare con santa pazienza gli indizi di questa geolocalizzazione:
perfettamente in linea con un Sanremo fuori da ogni tema anche
potenzialmente divisivo.
Lo si propone come vincitore dell'appena
istituita “Coppa Cristicchi”, l’insigne riconoscimento che spetta a chi
propone il brano sanremese più patetico dell’anno, facendo di un tema
rispettabile un’opportunità di acciuffare il fugace successo garantito
dall’Ariston. L’altra contendente, Serena Brancale, non può competere
con gli ultimi versi cantati guardando dritto in camera, con sguardo
intensissimo: “Non ti ho dimenticato/ Aspetto il tuo ritorno/ Come le
farfalle/ Hai vissuto solo un giorno”.
Voto: 4,5
(Antonio Silvestri)
Fedez & Masini – Male necessario
Al
super-attico dell’egocentrismo si può accedere solo citandosi in un
brano di Sanremo, come fa qui Fedez in alcuni versi d’ispirazione
biblica: ci mancava che si paragonasse direttamente a Gesù.
Questa canzone è una mezza ammissione di colpa di due uomini feriti. Inizia con un rap piangino,
poi Masini si sgola come suo solito e Fedez rappa come se fosse ancora
il 2003. Tutto già sentito, già visto, noioso se non irritante.
Il
climax vede i due che cantano all’unisono, un quadretto surreale: un
sessantenne barbuto e paonazzo che spettina con gli acuti un
trentaseienne che con l’intonazione ha bisticciato da giovane.
Verrebbe
da definirla una canzone passivo-aggressiva (“Nel frattempo giuro mi
puoi odiare”; “E ringrazierò il passato/ E chi mi ha condannato”) ma è soltanto molto furba: dice e non dice, come quelli che si scusano aprendo
con “per chi si fosse sentito offeso...”. Il pubblico li adora, ma visto
come vanno le elezioni in mezzo mondo non ne farei un vanto. Qualcuno si
tatuerà ovvietà “Ci ho messo una vita per sentirmi vivo” sul
costato, perché non c’è fine al peggio. Il titolo è un avvertimento a
noi ascoltatori: evidentemente ce lo meritiamo.
Arrivano nella
cinquina finale e improvvisamente la prospettiva che vinca uno qualsiasi
degli altri quattro è una disperata speranza. Per fortuna si ferma al
quinto posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)
Francesco Renga – Il meglio di me
Sorprendentemente
trasformatosi nell’Al Bano della sua generazione, ogni sua
partecipazione è uno tsunami di vocali allungate all’infinito. Questa
volta, però, l’esibizione convince più che nelle ultime occasioni,
grazie a uno sviluppo più dinamico. È un altro uomo che si scusa sul
palco più famoso d’Italia (“Perdona il peggio di me, il peggio di me, il
peggio di me”), che azzanna il microfono soprattutto nel finale. Si
piace tantissimo, così sorge l’impressione che non sorrida a noi ma a
qualche specchio fuori dall’inquadratura. Non è facile immaginare un
motivo per ascoltare questa canzone fuori da questa settimana di
sequestro di persona musicale, purtroppo, a meno che non abbiate un
improvviso calo di “A” e di “E”. Relegato in bassa classifica ma,
conoscendolo, ci riproverà.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)
Fulminacci – Stupida sfortuna
Chi ha scoperto Fulminacci qualche anno fa, quando in molti nel circuito romano lo inquadrarono come il più naturale erede di Daniele Silvestri
(e si sente anche fra le pieghe di “Stupida sfortuna”), sarà rimasto
parzialmente deluso da una canzone ultra malinconica e da una
performance un pochino dimessa. Il giovane cantautore osa poco o niente,
e perde una grande occasione per lasciare una traccia importante.
Fulminacci resta un pochino ingessato anche quando sceglie di scendere a
cantare in mezzo al pubblico. Non incide più di tanto nemmeno quando
sceglie di farsi affiancare dalla giornalista Francesca Fagnani per
“Parole Parole” un duetto a ruoli invertiti non completamente riuscito.
Dirige l’orchestra Golden Years. Per la definitiva consacrazione
occorrerà attendere il prossimo giro, ma intanto strappa un
significativo settimo posto in classifica generale, più un ancor più significativo Premio della Critica "Mia Martini".
Voto: 6
(Claudio Lancia)
J-Ax – Italia starter pack
Il
titolo anticipa già quello che la canzone propone, che è poi quell’idea
di critica sociale un po’ complice e un po’ irritante che J-Ax porta
avanti da troppi (troppi!) anni. Per capirci, il nostro ha l’acume di
proporre versi come “Sto paese lo capisci da un cantiere/ Cinque dicono
che fare, uno solo che lo fa”.
A fare la differenza, almeno alla
prima esibizione, è il colorato spettacolo abborracciato sul palco, una
via di mezzo tra la fiera di paese e un circo un po’ sfigato. La seconda
volta, però, è tutto già visto: come una battuta di spirito, se la
ripeti non diverte più.
Aperta dal battimani e un violino, s’affolla
di banjo e cheerleader, poi sbraca nel ritornello e butta tutto in
caciara con un pernicioso “pappapparappa”: meglio le carie. Prende a
pretesto il country
per suonare in realtà un pop chiassoso, che lui rappa stancamente o
grida come l’ugola gli permette, cioè malaccio. Apprezzabile l’onestà di
definirla “una brutta canzone”: condivisibile.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)
LDA e AKA 7even – Poesie clandestine
Sulla
carta un disastro annunciato, invece si approcciano al palco con
leggerezza, divertendosi e persino divertendo. Animano il brano, un
pop-rap un po' latin con i percussionisti sul palco, le
ballerine e una buona chimica. Sono giovani, nel senso più positivo del
termine: possono ancora crescere, sfruttando l'entusiasmo di chi è già
contento di essere in gara all'Ariston. "Bella da farmi mancare l’aria/
Tu sei Napoli sotterranea" stuzzica il misuratissimo orgoglio partenopeo
ed è una delle poche immagini originali di questa edizione. Colonna
sonora perfetta della gita delle superiori nella città di Partenope.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)
Leo Gassman – Naturale
Sussurra,
ammicca, si agita, si sgola mentre ci tormenta con questo eyeliner che
cola e un messaggio pericolosamente vicino a una red flag: “Sei
più bella al naturale”, consiglio molto ascoltato nei centri
antiviolenza di tutta Italia. Comunque, sa muoversi sul palco e conduce
la ballata, piena di contrasti tra piano e forte, alla sua prevedibile
destinazione. Non ci si aspettava nessuna sorpresa, a ragione. Come
tanti altri, vale la domanda: abbiamo totalizzato l’ingombrante totale
di 30 concorrenti perché era assolutamente necessario inserire brani
dimenticabili come questo? Meritatissimo ventottesimo posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)
Levante – Sei tu
Bisogna
essere abbastanza masochisti per tornare in radio con una canzoncina
valida come “Niente da dire”, che a suo modo riporta a galla i
primissimi tempi di Levante, quando non era ancora una scrittrice da
romanzetto innocuo, alla Chiara Gamberale, per intenderci, una giudice
talent dal dente spesso avvelenato e soprattutto una specie di
influencer con la puzzetta sotto il naso, e poi ripresentarsi
all’Ariston con una smielata come “Sei tu” che supera virtualmente
destra anche Kekko dei Modà in preda a un delirio di onnipotenza
melodica. Levante è l’esempio di come una brava cantautrice con del
potenziale pop finisca per essere subito travolta da un successo che per
quanto effimero purtroppo ti cambia tristemente l’anima. Musicale,
s’intende.
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)
Luchè – Labirinto
Luchè
ha scritto la storia del rap napoletano con i Co’Sang, poi a un certo
punto ha avviato una carriera solista tra alti e bassissimi, dissing
fuori tempo massimo, diari di bordo da rapper maledetto che le ha viste
tutte e chi più ne ha più ne metta. Arriva a Sanremo dopo Geolier, l’enfant prodige
dell’hip hop partenopeo, con la speranza di farsi notare anche da un
pubblico ignaro dei suoi fasti. E lo fa con una canzone scritta insieme,
tra gli altri, a Davide Petrella e Rosario Castagnola, due pesi massimi
del nuovo corso pop napoletano ma non solo. “Labirinto” è una buona
ballata pop, vagamente mistica nel ritornello e afflitta quanto basta.
Il dramma è che Luchè non sa affatto cantare e all’Ariston certe cose
giustamente alla fine poi non te le perdonano. Nonostante l’oggettiva
mediocrità della sua performance canora, la canzone riesce a piacere a
una sala stampa sempre più imbarazzante nei giudizi, stregata com’è da
comunicati esagerati e cenette con discografici e addetti alla
comunicazione di turno. Mentre il pubblico più giovane da casa, chiamato
in causa sui social da Geolier, corre in massa a votarlo. Farà anche
bene in radio ma resterà sempre la curiosità di ascoltarla per la prima
volta, ossia cantata da qualcun altro. Andrebbe bene anche Pupo.
Finanche un Drupi.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)
Malika Ayane – Animali notturni
Mettiamo un po’ sul piatto Sorrenti,
che tra poco è estate, deve aver pensato Malika quando ha deciso di
tornare al Festival. “Animali notturni” (che è anche il nome di un brand
del quale Ayane è testimonial, coincidenza “equina”, per dirlo con
Eduardo, tanto da mandare in escandescenza i piani alti di via Teulada) è
una canzone che sembra uscita da una pellicola di serie b degli anni
’70, quando appunto in tanti puntavano a emulare in qualche modo Alan e i
suoi cavalli di battaglia. Malika, essendo sulla carta una cantante
lirica, con un brano allegro del genere passeggia al microfono, si
diverte e addirittura balla. Manca però quel quid, per
l’esattezza quella variazione melodica sorprendete, che tramuti il brano
da canzonetta di passaggio in qualcosa di più corposo.
Voto: 5,5
(Giuliano Delli Paoli)
Mara Sattei – Le cose che non sai di me
Nonostante
sia una millennial, canta una ballata classica, che interpreta bene
soprattutto quando si allontana dal registro più basso. Nel Festivàl più
medio degli ultimi anni, lei galleggia di serata in serata, senza
spiccare e senza farsi ricordare per un dettaglio, una frase, nulla di
nulla. Neanche la firma di Thasup aiuta
granché, perché ci si adagia sui soliti allunghi vocali, sentiti e
risentiti, che animano pigramente una dedica romantica delle più
telefonate. “Ma quanto è bella la follia?” fa salire il Basaglia.
Penultima, ma solo perché c'è Eddie Brock a sorvegliare strenuamente la
trentesima posizione.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)
Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
Unici
veri rappresentanti del giro indie nazionale, coppia anche nella vita,
Maria Antonietta e Colombre portano la medesima ventata di freschezza
che caratterizzò qualche anno fa la partecipazione di Colapesce e Dimartino
con “Musica leggerissima”. La prima sera Maria Antonietta si presenta
con un outfit che ricalca in maniera perfetta quello indossato da Nada
nell’edizione del 1969, quando a soli 15 anni si piazzò al quinto posto
con “Ma che freddo fa”. “La felicità e basta” assomiglia a una delle
tante canzoni sfacciatamente pop dei Baustelle, quelle con i ritornelli killer che ti si stampano in testa, a dimostrazione di quanta influenza ha Francesco Bianconi nell’odierno songwriting
italiano (se ne trovano tracce anche nella canzone di Patti Pravo).
Maria Antonietta e Colombre sul palco portano i propri strumenti, perché
non vogliono essere percepiti come semplici esecutori ma come
musicisti. Serata cover senza particolari sussulti, accanto a Brunori
SAS per omaggiare “Il Mondo” di Jimmy Fontana. Alla fine ringraziano
tutti: dopo anni di gavetta è stata una gran bella settimana per loro.
Ed ora via a riempire i live club di tutta Italia.
Voto: 8
(Claudio Lancia)
Nayt – Prima che
Mood
notturno, un sound che rivolge lo sguardo verso il trip hop, Nayt è
amatissimo dai più giovani, ma il martedì, all’esordio assoluto sul
palco dell’Ariston, subisce l'emozione che lo rende un po' rigido.
Nesseun particolre sussulto nemmeno nella serata dei duetti, quando
esegue in coppia con la talentuosa Joan Thiele “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè.
E neanche durante la maratona finale del sabato, affrontata in total
black. Super serioso, non buca lo schermo come avrebbe potuto, ma arriva
comunque a un passo dai cinque finalisti, chiudendo con un ottimo sesto
posto in classifica generale. Cupa al punto giusto, la canzone crescerà
ulteriormente con il tempo, diventando con tutta probabilità un
classico del suo repertorio.
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)
Patty Pravo – Opera
Alla
divina Strambelli le si vuole infinitamente bene sempre e comunque.
Assodato questo, la Patty nazionale torna all’Ariston con una canzone
che più epica nel ritornello non si può, ma anche vagamente innocua nel
testo al netto dei ricordi personali che evoca, per una sorta di
confessione attempata sui tempi andati e conditi da una follia eterna,
quasi fisiologica per una delle regine della canzone italiana, una che
“gli uomini me li fumo come sigarette”. Piace ovviamente al pubblico
over 60 che guarda ancora Mara Venier ma finirà inevitabilmente per
essere dimenticata in fretta, al netto di un’interpretazione sentita per
una settantasettenne come l’ex mattatrice del Piper.
Voto: 6
(Giuliano Delli Paoli)
Raf – Ora e per sempre
In una recente intervista rilasciata per OndaRock,
Raf ha dichiarato assurdo il fatto che Sanremo sia ormai l’unica
vetrina utile della musica italiana. Una constatazione che non fa una
piega. Purtroppo però l’ex dominatore dei Festivalbar e delle
classifiche degli anni ’80 e ’90
torna all’Ariston con una canzone talmente sciatta, innocua e
dimenticabile già al primo ascolto da poter in teoria essere scartata
addirittura anche da un Giuliano Sangiorgi.
Il che è tutto dire. Raf passa sul palco dell’Artison senza lasciare
alcun segno, mentre sui social l’attenzione è più per il suo essere
esteticamente sempreverde che per il brano in sé. E anche questo,
ahinoi, dice tutto sulla bontà di “Ora e per sempre”.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)
Sal Da Vinci – Per sempre sì
Prendete “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri,
strapazzatela in una busta piena di confetti bianchi, agitate bene,
coloratela con una soluzione per capelli, vestitela di lucido
neomelodico e poi “servitela” con furore all’Ariston. “Per sempre sì” è
questo ma anche altro. Ossia un inno all’amore eterno in chiave finto
monastica da cantare a squarciagola ai matrimoni più calorici a cui
possiate partecipare se siete a Napoli e dintorni. “Per sempre sì” ha
stregato Ariston, sala stampa e buona parte del pubblico che continua a
cantarla ascoltandola praticamente da ogni piattaforma possibile. E
nonostante sia una canzone orrenda, farà la fortuna di Da Vinci, uno che
nella sua carriera ha studiato moltissimo e che merita rispetto a
prescindere. Ma che conosce anche molto bene gli shaker più kitsch del mercato discografico italiano di questi maledetti tempi, vedi “Rossetto e caffè”.
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli)
Samurai Jay – Ossessione
Reggaeton
ultra-prevedibile e da spiaggia con Belén rediviva che balla come una
forsennata offrendoti magari il suo piede da cui sorseggiare calientamente lo
champagne che scivola lungo le sue gambe. Tutto questo è “Ossessione”,
la canzone con cui Samurai Jay, uno che lo scorso anno con “Halo” ha
dominato TikTok e quel che resta dei jukebox estivi, debutta a Sanremo.
Gennaro canta, si diverte, balla, ammicca, scambiando l’Ariston per una
pista da ballo di salsa e merengue. A suo modo fa anche “bene” perché
l’intento è quello di farsi notare ancora di più dopo aver assaggiato un
certo successo via social. Il punto è che l’Ariston non dovrebbe essere
questo, per dirla proprio con Raf. Premio simpatia ma Sanremo o quel
che resta della kermesse di un tempo è un’altra cosa.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)
Sayf – Tu mi piaci tanto
Così
così nelle prime due tornate, quando in molti si son lasciati ingannare
dal ritornello apparentemente frivolo. Sayf è l’artista più amato fra i
giovanissimi in questa edizione del Festival di Sanremo, una vetrina
che lo lancia definitivamente verso una notorietà molto più ampia. Il
giovedì, quando entra in scena il televoto, finisce dritto nei primi
cinque, il venerdì si piazza al secondo posto nella serata delle cover
grazie a una travolgente esecuzione di “Hit The Road Jack” insieme a
Mario Biondi, Alex Britti e la mamma corista. E’ lì che conquista tutti,
finalmente padrone del palco, mostrando anche le proprie qualità alla
tromba. L’impegno di Daniele Silvestri unito all’esotismo di Ghali per un futuro che potrebbe delinearsi ricco di soddisfazioni. E un presente che gli consegna un incredibile secondo posto!
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)
Serena Brancale – Qui con me
Secondo
posto della neonata “Coppa Cristicchi” stravinta da Ermal Meta (vedi
sopra), la dolente ballata dedicata dalla madre morta da Serena Brancale
è interpretata con grande intensità fin dalla prima serata, e infatti
si guadagna un applauso lungo e meritato dall’Ariston ogni volta che
viene eseguita. Un pezzo della dolente storia luttuosa familiare è nella
direttrice d'orchestra, sorella di Serena: praticamente, una seduta di
psicoterapia familiare in eurovisione.
Non ascolterei una canzone
così drammatica e didascalica neanche con le orecchie di un altro, se
non nella dimensione parallela della settimana sanremese, ma se ancora
dev’essere questo il palcoscenico del canto allora la Brancale ha pochi
rivali tra i trenta accorsi in Liguria quest’anno: anche rispetto
all’usignolo Arisa è più calda e fantasiosa; a confronto
dell’ipertricotico Renga è più poetica ed elegante. Talento e capacità
sprecate, certamente, ma almeno presenti. A Sanremo ugola-e-lacrime è
una combinazione che spesso garantisce ottimi risultati nella classifica
finale ma sorprendentemente si ferma al nono posto.
Voto: 6,5
(Antonio Silvestri)
Tommaso Paradiso – I romantici
Prendete una delle tante canzoni del Paradiso solista, quelle che riportano subito a una variante carbonara di Luca Carboni,
ascoltatela per venti secondi e poi fate partire “I romantici”. Ebbene,
non noterete alcuna differenza, nessuno sforzo compositivo compiuto
dall’ex frontman dei Thegiornalisti. Zero assoluto. Non il duo, per carità. Il cantautore romano fan di Vasco
e appunto Carboni al punto da emularli all’inverosimile approda a
Sanremo con il vento ormai fermo dei tormentoni di qualche anno fa. “I
romantici” è una canzonetta it-pop come altre centomila di Paradiso e
non solo. A partire dalle strofe con il piano sempre uguale e dal
ritornello che arriva come un gol di Haaland tutto solo davanti alla
porta. I violini aiutano qui e là ma è troppo poco. Tommaso ci crede,
tra “bacio prima di partire” e una “doccia prima di dormire”. Altro?
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)
Tredici Pietro – Uomo che cade
Una delle piccole (poche) sorprese di questa edizione, ha un bel groove ed
è interpretata senza sopravvalutarsi, come troppo spesso accade da
queste parti. Le strofe hanno qualcosa di sinuoso, persino sensuale:
merce rara su un palco generalmente sterilizzato, asettico. La canzone
si apre nel ritornello, dolceamaro, che lui interpreta meglio dopo il
primo tentativo un po’ troppo sforzato: “E faccio un’altra figuraccia/
Come un bambino scivolato in una piazza/ A volte siamo bravi a sparire/
Per non rischiare/ Di farci male”. Buon uso dell’orchestra, con gli
ottoni e i cori che aggiungono profondità al ricercato arrangiamento. Si
distingue e si ricorda, anche se manca di un colpo creativo nel finale,
accontentandosi di una breve variazione acustica. Sfuma di tre
posizioni la possibilità di rispettare il proprio nome d'arte:
sedicesimo.
Voto: 7
(Antonio Silvestri)