Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/03/2026
Cuba non è sola! Il report della delegazione di USB internazionale a L'Avana
Giornate importanti e dense di appuntamenti ed eventi qui a L'Avana.
A nome dell'USB ho avuto un incontro con il presidente dei Comitati di Difesa della Rivoluzione, Gerardo Hernandez. Con lui abbiamo messo in cantiere l' idea di costruzione di un progetto di gemellaggio tra i CDR, struttura fondamentale per il collegamento e l'interscambio continuo tra azione di governo e realtà di base, la nostra Federazione del Sociale, l'ASIA e i Movimenti per il Diritto all'Abitare.
Nei prossimi giorni perfezioneremo questo importante accordo, che valorizza il ruolo delle nostre strutture organizzate nei quartieri popolari nel rapporto con le strutture di base cubane.
Successivamente abbiamo partecipato in collegamento on line con la assemblea di Genova organizzata da USB, Calp, Associazione Italia Cuba in preparazione della manifestazione nazionale in solidarietà con Cuba che si svolgerà a Roma il prossimo 11 aprile.
Oltre al mio intervento, importante la testimonianza di José Nivoi che imbarcato sulla flottiglia proveniente dal Messico sta portando a L'Avana via mare tonnellate di aiuti. Sempre qui da Cuba è stato rivolto ai partecipanti dell'assemblea il saluto del compagno Gerardo Hernandez e della compagna Niurka Gonzalez, responsabile delle relazioni internazionali della CTC, sindacato dei lavoratori affiliato insieme a USB alla Federazione Sindacale Mondiale.
Nel pomeriggio l'ampia delegazione di attivisti provenienti da tutto il mondo e facenti parte del convoglio di terra della campagna Nuestra America Convoy è stata ricevuta al palazzo dei congressi de L'Avana dalle rappresentanze istituzionali del Governo Cubano, un incontro che si è concluso con il lungo intervento del Presidente del Consiglio di Stato Diaz Canel.
Il suo intervento ha ricordato le criminali conseguenze del bloqueo degli Usa, giunto oggi alle conseguenze più pesanti per la popolazione cubana, colpendo maggiormente le esigenze dei settori più deboli. La mancanza di petrolio impedisce la maggioranza delle azioni di tutela e di sostegno del sistema sociale, incide sui servizi sanitari mettendo a rischio la possibilità di cura dell'intera popolazione, incide sul sistema di produzione alimentare, sul sistema educativo. Cuba dall'inizio della sua rivoluzione ha speso ogni suo sforzo per migliorare e rendere sostenibile ogni aspetto del proprio sistema sociale, ma non si è fermata a questo, ha lavorato per esportare verso tutti i paesi poveri medici, insegnanti, ricercatori dimostrando solidarietà senza chiedere nulla. Medici non bombe fu la parola d'ordine di Fidel per rappresentare l'essenza del socialismo cubano.
OGGI CUBA HA BISOGNO DI TUTTI NOI PER COMBATTERE CON LE ARMI DELLE IDEE E DELLA SOLIDARIETÀ LA CRIMINALE OFFENSIVA IMPERIALISTA.
Oggi tutti siamo chiamati alla resistenza contro le politiche imperialiste occidentali e siamo chiamati alla massima unità per difendere Cuba e la speranza di un sistema sociale al servizio dei popoli e non del capitalismo.
CONTINUIAMO LA SOLIDARIETÀ POLITICA E CONCRETA IN FAVORE DELLA RIVOLUZIONE CUBANA, LAVORIAMO PER COSTRUZIONE DI UNA GRANDE MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA L'11 APRILE IN APPOGGIO ALLA RIVOLUZIONE E CONTRO L'IMPERIALISMO.
Domani altre importanti iniziative in attesa dell'arrivo del convoglio via mare, previsto per prossimi giorni.
Unione Sindacale di Base
Fonte
21/03/2026
La guerra all'Iran pone sotto stress il "disordine globale"
Chi guadagna da questa guerra
Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.
Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.
Sono cresciute, parimenti, le società che producono Etc e Etf, gli strumenti finanziari per operare scommesse sul gas. Solo per citare la più grande, Wisdom Tree ha guadagnato quasi il 5%. Sono cresciuti, poi, i valori dei titoli delle società che producono armi: Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, etc.
Ma di chi sono tali società? Naturalmente i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street che veicolano verso tali società il risparmio mondiale, compreso quello europeo. Dunque la guerra giova molto alle Big Three che sono fondamentali per Trump perché assolvono ad almeno due funzioni vitali per gli Stati Uniti.
La prima è l’acquisto di titoli del debito Usa che faticano a trovare compratori. In marzo ci saranno 8 aste di titoli Usa, per un valore ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari: i decennali Usa pagano già più del 4% di interesse, se le Big Three non comprassero, gli Usa avrebbero un conto interessi ancora più stellare e forse arriverebbero ad un default parziale visto che, in queste condizioni, non possono monetizzare il debito in dollari.
La seconda funzione si lega proprio al dollaro. Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto.
Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio: il risparmio degli europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia e con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, proprio per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni per il caos della logistica. I padroni del mondo sono sempre più forti.
Aggiungerei una nota finale. Tra i beneficiari della guerra ci sono anche le società degli amici di Trump, a cominciare da Palantir di Peter Thiel che registra un più 7%, e dello stesso Trump: Trump Media e Technology Group segnano un bel più 4%.
La corsa verso il fallimento
I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5% di interesse.
Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Bisogna ricordare poi che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadono, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali, appunto, del 4,5%.
In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo. Per Trump la guerra non è un’opzione.
Arriverà la vera recessione
L’Italia aveva strutturato fino al 2022 un sistema di approvvigionamento energetico che si basava sul gas russo (pari a circa il 40% del totale) e sul petrolio della stessa Russia (pari al 15% del totale), sul gas algerino e azero e sul petrolio dei paesi arabi.
Si trattava di un rifornimento che costava relativamente poco, arrivava in gran parte via terra e passava da Nord.
Oggi, il gas russo non arriva più e il blocco di Hormuz ha tolto anche i rifornimenti da quell’area: quindi il gas e il petrolio provengono per circa il 50% da Algeria e Azerbaijan e per il resto arrivano, via mare, sotto forma di GNL, con un peso rilevantissimo degli Usa.
I prezzi sono altissimi sia per la speculazione finanziaria, alimentata da questa incertezza – solo il 50% del gas non dipende dalle rotte marittime – sia perché l’Italia ha pochissimi fornitori e il trasferimento del gas dai gasdotti, divenuti 6, da Sud a Nord costa molto.
In estrema sintesi, è chiaro che senza il gas e il petrolio russo e senza il gas e il petrolio del Golfo, l’economia italiana non ha energia e dunque è praticamente morta.
Il suicidio è perfetto, dato che il nostro paese dipende dall’estero per il 70% della propria energia.
Due conseguenze della guerra all’Iran e del blocco di Hormuz
Da quello Stretto passa circa il 15% dei fertilizzanti mondiali che sono decisivi per la produzione agricola, la cui dipendenza dai fertilizzanti è pari al 40%.
Il blocco quindi toglie dal mercato una fetta rilevante dei fertilizzanti generando una tendenza al rialzo che è stata subito spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago con prezzi saliti da dicembre del 64%.
Ma l’aspetto ancora più rilevante è costituito da chi sono gli esportatori di fertilizzanti che non passano per Hormuz e quindi sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi: circa il 22% proviene dalla Russia che dunque diventerà decisiva per l'agricoltura mondiale, mentre quote minori, circa il 10%, vengono da Canada e Stati Uniti.
In entrambi questi due ultimi casi le società che producono fertilizzanti (Nutrien, il più grande produttore mondiale, The Mosaic Company, leader nei fosfati e potassio, CF Industries, specializzata in azoto) hanno come principali azionisti BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.
Le società russe (PhosAgro, Uralkali, EuroChem) sono invece nelle mani di oligarchi vicini a Putin. C’è poi un altro grande produttore di fertilizzanti individuabile nella Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare le esportazioni per approvvigionare l’agricoltura interna a costi bassi.
In estrema sintesi, ad essere danneggiati pesantemente saranno produttori e consumatori europei, già afflitti dall’aumento della speculazione generata dall’aumento del prezzo del gas e del petrolio.
La seconda conseguenza è visibile nella forte crescita della Borsa di Tel Aviv dove arrivano i capitali europei indirizzati sui titoli delle imprese che producono armi.
I “regali” del padrone
Le conseguenze della guerra all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono e saranno per l’Italia pesantissime. Provo a metterle in fila.
1) I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani hanno già superato il 4%, con una accelerazione certamente maggiore di quelli tedeschi, che stanno abbassandosi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Giorgia Meloni di qualche mese fa. È utile avere chiaro che un aumento di un punto dei tassi di interesse pagati sul debito italiano significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.
2) Per effetto dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che l’Italia comprerà – rigorosamente – dal padrone Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4/5%, con la conseguenza di un aumento del prezzo del carrello della spesa per le famiglie italiane di 600-800 euro. Le bollette, invece, è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Naturalmente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.
3) i lavoratori e le lavoratrici, sempre a causa dell’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare l’indicizzazione del tutto anche in caso di eventuali rinnovi contrattuali.
4) L’aumento dei tassi di interesse determinerà anche un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Anche solo facendo una stime prudenziale l’insieme di queste voci comporta una spesa maggiore per le famiglie italiane di 1300 euro.
5) Per le imprese, soprattutto per quelle più piccole, la guerra produrrà una lievitazione della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per effetto sempre dell’aumento del costo delle energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.
Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci per la necessità di utilizzare le poche rotte libere e l’impennata del prezzo dei noli marittimi, che stanno già registrando un raddoppio del costo dei container, decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare quelle più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi da pagare che arriveranno al 7/8% così come diventeranno molto onerose le assicurazioni. Mi fermo qui.
Forse non tutti sanno che...
Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, due società cinesi che sulla Borsa di Hong Kong dove sono quotate hanno registrato una crescita del 22 e del 15%. Una crescita più contenuta, perché regolata dal “cap” imposto per legge, hanno avuto a Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10%. La proprietà di tali società è statale all’85% nel caso di CNOOC e al 65% in Petrochina.
È interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo in borsa.
In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street e stanno comprando i loro titoli i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sud est asiatico. In particolare stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi.
Forse i calcoli di Trump sull’indebolimento cinese determinato dalla prova di forza militare presentano alcune lacune...
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Guerra all'Iran - Sei aspetti da considerare
Le guerre raramente sono decise dal solo campo di battaglia. Le campagne militari possono distruggere città e uccidere un gran numero di persone, ma gli esiti politici sono definiti dalla resilienza, dalla legittimità e dalle correnti storiche che scorrono sotto la violenza immediata.
Sebbene la guerra che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto al popolo iraniano possa produrre vittorie tattiche per Israele e gli Stati Uniti, il terreno politico racconta già una storia diversa. L’Iran ha perso infrastrutture e persone, ma è probabile che vincerà la guerra sul piano politico.
Primo aspetto: il cambio di regime
L’obiettivo centrale della campagna militare USA-Israele sembrava essere la destabilizzazione o il cambio del regime. Tuttavia, le prime valutazioni dei servizi di intelligence statunitensi mostrano che, nonostante gli omicidi di alti dirigenti politici, il sistema politico non è crollato. Inoltre, nonostante i pesanti bombardamenti, non si è verificata alcuna rivolta interna. Anzi, la guerra sembra aver rafforzato la Repubblica Islamica e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).
La storia ci insegna che quando una nazione, specialmente una con una storia di orgoglio nazionale come l’Iran, viene attaccata da forze esterne, le considerazioni politiche interne passano temporaneamente in secondo piano mentre la questione della sovranità diventa prioritaria. Ciò significa che né gli Stati Uniti né Israele hanno un vero piano politico per concludere la guerra.
Quando smettono di bombardare? Il 9 marzo, Trump ha dichiarato che l’Iran “non ha marina, non ha comunicazioni, non ha aviazione. I loro missili sono ridotti a frammenti sparsi. I loro droni vengono fatti saltare in aria ovunque”. Se l’Iran non ha più capacità militare, allora perché non invadere l’Iran e rovesciare ciò che resta dello Stato? Ovviamente, non è una opzione realmente perseguibile. L’obiettivo del cambio di regime rimane solo un sogno dell’ex oligarchia iraniana in esilio e del governo israeliano.
Secondo aspetto: potere asimmetrico
Nel corso del genocidio contro il popolo palestinese, le forze militari israeliane hanno indebolito le forze dell'“asse della resistenza” in Libano e Siria (incluso il fatto di permettere a un ex capo di al-Qaeda di diventare presidente della Siria, che ha poi concesso a Israele il diritto di sorvolo per bombardare l’Iran).
Sia Israele che gli Stati Uniti presumevano che ciò significasse che l’Iran non aveva più il vantaggio di questo “asse della resistenza” per colpire Israele in risposta ai bombardamenti sull’Iran. Tuttavia, l'“asse della resistenza” non è solo un’alleanza militare; è anche radicato in una cultura politica.
Viaggiare nei quartieri popolari – prevalentemente sciiti – del Libano meridionale e in Siria (incluse le zone rurali di Aleppo) nell’ultimo decennio mi ha mostrato che queste aree hanno una forte affinità culturale con la leadership religiosa e politica iraniana. Questo legame inserisce l’Iran in una più ampia lotta politica contro Israele e gli Stati Uniti, complicando così l’ambiente strategico e aumentando il costo dell’escalation.
Il conflitto non è una semplice guerra tra stati, ma parte di una contesa più ampia sul futuro dell’Asia occidentale che coinvolge una serie di gruppi politici e sociali che non sono disposti a permettere che Stati Uniti e Israele prevalgano in Iran.
Terzo aspetto: problemi diplomatici
La guerra USA-Israele è iniziata con un attacco che ha ucciso 165 bambine in una scuola elementare. Erika Guevara-Rosas di Amnesty International ha dichiarato che questo “atroce attacco a una scuola, con aule piene di civili, è un’illustrazione agghiacciante del prezzo catastrofico e del tutto prevedibile che i civili stanno pagando durante questo conflitto armato”.
Gli attacchi hanno distrutto importanti infrastrutture civili, come ospedali e impianti energetici, e hanno causato gravi problemi alla vita quotidiana in tutto l’Iran. Poiché gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato questi bombardamenti proprio quando sembrava ci fosse una svolta nei negoziati, i governi e le popolazioni di tutto il mondo ora hanno un altro esempio dell’uso da parte degli Stati Uniti di una forza militare schiacciante piuttosto che della diplomazia.
Questa percezione è importante perché la legittimità globale è ora cambiata e paesi come Cina e Russia si rifiutano di isolare l’Iran. Sembra che la Russia abbia trasportato per via aerea il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, a Mosca per curare le ferite riportate durante i bombardamenti – un segno delle relazioni durature tra i due paesi.
Quarto aspetto: geografia strategica
La capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale passa una grande quantità di forniture mondiali di petrolio e gas naturale – ha ora portato a interruzioni nell’intera economia globale. Il Brent, indicatore dei prezzi del petrolio, è salito sopra i 100 dollari, le tariffe di nolo per le petroliere e i premi per l’assicurazione contro i rischi bellici sono aumentati rapidamente, e i fertilizzanti che transitano attraverso lo stretto sono ora bloccati, con un enorme impatto sull’agricoltura globale.
La capacità geografica dell’Iran di chiudere lo Stretto gli conferisce un potere che pochi stati possiedono. Gli Stati Uniti sono ora disperati nel cercare che qualsiasi paese faccia pressione sull’Iran – militarmente e diplomaticamente – per riaprire lo Stretto, ma pochi sembrano interessati.
La Cina, ad esempio, ha avviato colloqui bilaterali con l’Iran per consentire il passaggio delle proprie navi e poi ha esortato a una de-escalation; gli alleati degli Stati Uniti in Asia, come Giappone e Corea del Sud, così come i paesi europei, hanno rifiutato di partecipare all’avventura militare.
Quinto aspetto: i limiti del potere militare
Israele e Stati Uniti possono colpire impianti e infrastrutture iraniane, ma non possono invadere un paese di quasi 100 milioni di persone, molti dei quali resisteranno attivamente all’occupazione. Un’invasione di terra di questo tipo innescherebbe una conflitto regionale che coinvolgerebbe l’Iraq e lo Yemen, dove la situazione è in gran parte tranquilla.
Qualche attacco in Iraq non ha ancora mostrato il tipo di sostegno che l’Iran raccoglierebbe in caso di un’invasione di terra da parte di Stati Uniti e Israele. L’esperienza dell’Iraq (2003) e della Libia (2011) mostra che è facile distruggere l’ufficio del presidente ma più difficile smantellare il sistema politico senza cadere nel caos.
La superiorità militare si scontra con la realtà politica. La potenza aerea può distruggere le infrastrutture, ma non può cancellare un’ideologia politica né smantellare uno Stato che mantiene la coesione interna.
Sesto aspetto: un futuro con armi nucleari
L’attacco del luglio 2025 da parte di Stati Uniti e Israele ha completamente distrutto gli impianti nucleari iraniani; Trump aveva detto all’epoca: “Obliterazione è un termine accurato!”. Tuttavia, ciò che non è stato rimosso dal paese è stata la scorta di 440 kg di uranio arricchito. Questo fornisce la base per un programma di armi nucleari, se l’Iran decidesse di cambiare idea sulla necessità della deterrenza attraverso le armi nucleari.
La storia recente della proliferazione nucleare è istruttiva: nel 1994, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC o Corea del Nord) firmò l’Accordo Quadro per congelare il suo programma nucleare al plutonio. Poi, dopo che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush intensificò il linguaggio sul cambio di regime nel 2001 (con la frase “asse del male”), la RPDC si ritirò dal Trattato di Non Proliferazione nel 2003.
Ci fu una svolta diplomatica nei Sei colloqui nel 2006, seguita dal congelamento da parte degli Stati Uniti di 25 milioni di dollari di fondi nordcoreani, che portò al test dell’arma nucleare dell’ottobre 2006. Queste due guerre (2025 e 2026) imposte all’Iran potrebbero infrangere l’impegno a non testare armi nucleari e portare allo sviluppo di un’arma nucleare iraniana.
L’Iran uscirà da questa guerra con le infrastrutture danneggiate, sotto forte pressione economica e con famiglie devastate dalla perdita di vite umane e dall’invalidità. Ma le guerre non si giudicano solo in base alla distruzione. Si giudicano in base al raggiungimento degli obiettivi politici.
Gli Stati Uniti e Israele non conseguiranno nessuno dei loro obiettivi bellici. La Storia offre spesso tali ironie. Gli imperi entrano in guerra fiduciosi nella loro superiorità militare, solo per scoprire che la legittimità politica, la resilienza nazionale e la geografia strategica sono forze che le bombe non possono facilmente sconfiggere.
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Cipro vuole ridiscutere delle basi militari britanniche sul proprio territorio
Le basi militari di cui parla Starmer sono con tutta probabilità quelle di Akrotiri e Dhelekya stanziate sul territorio di Cipro ma sotto il controllo della Gran Bretagna, anche questo un ultimo retaggio del colonialismo ma all’interno di un paese membro dell’Unione Europea.
Nei primissimi giorni di guerra, Hezbollah ha colpito la base aerea di Akrotiri con un drone palesando il fatto che ospitare e utilizzare le basi militari espone il paese al conflitto. Nei giorni successivi sono stati intercettati altri due droni diretti contro la base militare.
Lo scorso 8 marzo una manifestazione è sfilata nelle strade di Nicosia al grido “fuori le basi della morte”. Il corteo ha marciato verso il palazzo presidenziale dell’era coloniale, nel timore che il paese venisse trascinato nel più ampio conflitto contro l’Iran.
Giorgos Koukoumas, portavoce di AKEL, secondo partito del paese, ha nuovamente chiesto al governo di comunicare alla Gran Bretagna senza mezzi termini che Cipro e il suo popolo si oppongono a qualsiasi tipo di coinvolgimento militare delle basi nei conflitti in corso nella regione.
G. Koukoumas ha sottolineato che la richiesta di lunga data per lo smantellamento delle basi britanniche sull’isola è più rilevante che mai.
“Quando questa sfortunata situazione in Medio Oriente sarà finita, dobbiamo avere una conversazione aperta e franca con il governo britannico sullo status e sul futuro delle basi britanniche a Cipro” ha fatto sapere Il presidente cipriota, Nikos Christodoulides.
Lo status delle basi militari britanniche è regolato dallo stesso trattato che ha istituito la Repubblica di Cipro nel 1960. Il Treaty of Establishment è molto chiaro: le basi sono territorio britannico. Cipro era una colonia britannica prima del 1960. Il trattato stabilisce che la Repubblica di Cipro ottenga l’indipendenza, mentre le due aree sovrane restano territori del Regno Unito. Di fatto, afferma la giurista Nasia Hadjigeorgiou, in una intervista all’agenzia Nova “queste aree sono ancora colonie: il loro status non è cambiato. Prima del 1960 l’intera isola era una colonia, oggi lo è circa il 3 per cento del territorio”. Londra concesse l’indipendenza, ma si riservò 256 km² di sovranità territoriale sulle basi di Akrotiri (sud-ovest) e Dhekelia (sud-est).
In passato la base di Akrotiri è stata usata dagli USA e dalla Gran Bretagna per operazioni militari in Siria e Iraq, spesso all’insaputa o contro la volontà delle autorità cipriote. Non solo. Secondo fonti attendibili, le basi britanniche a Cipro sarebbero state utilizzate anche per supportare le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e contro gli Houthi in Yemen.
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La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo
Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.
I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.
“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...
Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.
“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...
Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.
Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”
In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.
È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.
Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente”.
Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».
It’s the economy, stupid!
La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.
Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).
Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.
Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.
Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.
Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).
Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante...
A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.
Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.
Fonte
Il settore cyber Usa “sente” la pressione cinese
In appena cinque pagine imbevute del solito strafottente suprematismo in salsa MAGA, si afferma la centralità del settore cyber, inteso a tutto tondo sia come sicurezza informatica sia come ricerca di frontiera nel settore AI, in una fase storica in cui l’egemonia a stelle-e-strisce è fortemente minacciata da altri importanti attori globali (la Cina) che, parafrasando il documento, “fomentano i criminali informatici e spacciano soluzioni IA scadenti” che trasudano ideologia e software di sorveglianza di massa.
Alcune scelte programmatiche presentate nel documento sono la dichiarazione di totale cooperazione tra le agenzie governative e gli attori privati nel campo della sicurezza informatica e del contrasto ai crimini informatici, la creazione di nuovi regolamenti più snelli e più adatti al contesto attuale sui requisiti di sicurezza del software, il riammodernamento di tutta l’infrastruttura software statale all’insegna della sicurezza gestita da sistemi IA, il miglioramento delle difese dei sistemi informatici di tutti i settori strategici – anche quelli in mano a privati – ed infine la volontà di lavorare su partnership tra settore privato e accademia per mantenere il primato nella ricerca sull’IA e aumentare considerevolmente il numero di tecnici ed ingegneri formati nel campo cyber.
Quindi, tirando le somme, il governo USA, incalzato dal competitor cinese, si è dato due binari di sviluppo per il settore cyber: da un lato, lavorare per “irrobustire le difese” delle compagnie strategiche e delle agenzie governative, probabilmente anche alla luce dei massicci attacchi informatici ad opera di fantomatici “hacker cinesi o russi” a centrali elettriche, ospedali o compagnie di telecomunicazioni degli ultimi anni.
Dall’altro, investire massicciamente nella formazione e nella ricerca per poter mantenere la sua attuale supremazia nella ricerca nel campo IA, fortemente messa in discussione dai progressi sempre più veloci del Dragone, che lavora a spron battuto per colmare il gap tecnologico sia negli algoritmi e nei modelli di IA, sia nella produzione di hardware specializzato.
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Di Cuba e Fidel ci parlano ancora i documentari di Gianni Minà
Qualche anno fa, esattamente nel 2018, disse che avremmo dovuto far pubblicare nel 2024 il libro “Fidel, un dialogo lungo 30 anni” (edito da minimum fax) perchè – sosteneva – sarebbe stato una vera e propria provocazione rivolta a tutti quelli che impongono il silenzio su Cuba. E così abbiamo fatto.
Finalmente il velo si è squarciato: Minà studiava Cuba perchè aveva capito, fin dalla sua prima intervista a Fidel Castro, che gli Stati Uniti testavano le loro strategie di comunicazione prima su Cuba e poi nel resto del mondo. E ha continuato, con il suo lavoro di giornalista, a rompere questo assedio mediatico.
Invitiamo tutti a difendere questa realtà politica unica al mondo, come ha sempre fatto e farebbe Gianni Minà.
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Sri Lanka - No alla presenza di aerei militari USA
L’agenzia Reuters riferisce che gli Stati Uniti avevano richiesto il permesso per due aerei militari di atterrare all’aeroporto internazionale di Mattala Rajapaksa, dal 4 all’8 marzo, con l’aggressione contro l’Iran in corso ormai da quattro giorni.
“Volevano portare due aerei da guerra armati con otto missili antinave da una base a Gibuti” – ha dichiarato Dissanayake – “Abbiamo rifiutato la richiesta per mantenere la neutralità dello Sri Lanka”, ha aggiunto tra gli applausi dei parlamentari.
Gli Stati Uniti avevano fatto allo Sri Lanka la richiesta il 26 febbraio, prima dell’avvio dei bombardamenti sull’Iran. Lo stesso giorno l’Iran aveva chiesto a tre delle sue navi di fare una visita di cortesia in Sri Lanka dal 9 al 13 marzo dopo aver partecipato a un’esercitazione navale indiana. Ma anche quella richiesta è stata respinta.
“Stavamo considerando questa richiesta. Se avessimo detto ‘sì’ all’Iran, avremmo dovuto dire ‘sì’ anche agli Stati Uniti”, ha aggiunto il presidente srilankese.
Ma nei giorni successivi, il 4 marzo, la marina dello Sri Lanka portato in salvo 32 membri dell’equipaggio di una nave iraniana – la Iris Dena – affondata in acque internazionali dai missili di un sommergibile statunitense al largo delle coste srilankesi in un attacco che ha causato almeno 84 morti tra i marinai iraniani. Successivamente lo Sri Lanka ha dovuto ospitare 208 marinai di un’altra nave iraniana – la Iris Busheer – che ha dovuto chiedere assistenza e riparare nel paese per evitare di essere attaccata dagli USA.
L’Inviato Speciale degli Stati Uniti per l’Asia meridionale e centrale, Sergio Gor, era in visita in Sri Lanka e giovedì ha incontrato il presidente Dissanayake.
La dichiarazione di Dissanayake è arrivata venerdì ossia un giorno dopo il suo incontro con l’Inviato Speciale USA.
Fonti militari srilankesi hanno detto all’agenzia Afp che lo Sri Lanka non avrebbe permesso che il proprio spazio aereo venisse utilizzato per lanciare aggressioni contro altre nazioni, in linea con la politica estera del paese.
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20/03/2026
Il Sé digitale e la realtà come possibilità incarnata
di Gioacchino Toni
Vittorio Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026, pp. 272, € 16,00
Come spiega lo stesso Gallese nella premessa, questo suo volume «nasce dall’urgenza di ripensare il Sé alla luce delle nuove forme di mediazione tecnica che strutturano il nostro essere nel mondo» per tentare «di comprendere cosa stia diventando il soggetto umano nell’epoca della sua interazione quotidiana con dispositivi digitali». Quello in corso non è un processo di disincarnazione, ma una nuova modalità dell’esperienza incarnata, il Sé digitale. Non si tratta di un Sé che nasce al di fuori del corpo, puntualizza Gallese, ma derivante da «pratiche sensomotorie e affettive riconfigurate dalla mediazione algoritmica. A fianco dell’altro umano, ora sempre più mediato dagli schermi, compare un altro non umano, simulato e predittivo: l’intelligenza artificiale». Mentre da un lato l’IA si adatta allo stile comunicativo umano, riplasma quest’ultimo e in tale meccanismo di reciprocità «l’alterità artificiale potrebbe diventare il nuovo modello di soggettivazione» (p. 12). Lungi dal limitarsi a rispondere alle richieste umane, l’algoritmo agisce antropologicamente sull’essere umano modificandone lo stile di vita, il modo di dare senso alle cose, configurandolo nell’intimità suggerendogli il desiderabile.
Al fine di comprendere la portata delle trasformazioni in atto, sostiene Gallese, occorre ripensare radicalmente l’ontologia del soggetto, guardare al Sé non come a un’entità data, ma come a un processo dinamico, relazionale e corporeo che si costruisce «attraverso le pratiche, gli ambienti e le tecnologie che ne modulano l’esperienza» (p. 17). «L’altro artificiale non è più solo lo specchio, ma può divenire anche la matrice» (p. 19).
Gallese esplora la tensione tra continuità incarnata e mutazione algoritmica al fine di «delineare la genealogia e la struttura del Sé digitale a partire dalle sue radici “analogiche”, cioè corporee e intersoggettive» e «offrire una mappa teorica delle trasformazioni ontologiche, estetiche e affettive potenzialmente producibili dal nostro incontro quotidiano con i contemporanei dispositivi tecnologici» (p. 20). Dopo aver definito il quadro epistemologico e concettuale criticando il neurocentrismo e il riduzionismo ontologico di un certo tipo di neuroscienze, lo studioso introduce la scoperta dei neuroni specchio proponendo la definizione del Sé corporeo e la teoria della simulazione incarnata, dunque sviluppa «la nozione di ontofenomenologia incarnata come struttura dinamica dell’esperienza, capace di accogliere e trasformare le diverse “ontologie regionali” prodotte dalle tecnologie» (p. 21).
La scoperta dei neuroni specchio e la formulazione della teoria della simulazione incarnata hanno profondamente trasformato il modo in cui concepiamo la relazione tra sé e altro, corpo e mente, percezione e comprensione. Hanno spostato l’asse della soggettività dal mentale al corporeo, mostrando che è attraverso il corpo che entriamo in relazione con il mondo e con gli altri. L’intersoggettività non è più intesa come un’impresa rappresentazionale e inferenziale, ma come un processo incarnato, dinamico e situato, in cui l’altro è esperito prima ancora di essere concettualizzato (p. 58).
Si tratta dunque, secondo lo studioso, di operare una riconfigurazione dell’antropologia del soggetto che abbandoni una volta per tutte le tradizionali dicotomie tra mente e corpo, natura e cultura. Il paradigma della simulazione incarnata rappresenta un efficace strumento concettuale per l’esplorazione del Sé come costruzione dinamica derivante da pratiche relazionali, percettive e affettive. Anziché guardare al corpo come veicolo della soggettività occorre intenderlo come suo luogo costitutivo. Il Sé si costituisce attraverso l’interazione con l’altro, attraverso un’interazione fatta di rispecchiamento, imitazione, empatia e distinzione. Tutto ciò implica una revisione delle categorie classiche dell’identità, dell’intenzionalità e della coscienza, categorie che necessitano di essere riformulate alla luce della loro dipendenza dai vincoli corporei, sensoriali e ambientali. La simulazione incarnata si rivela, dunque, una vera e propria ontologia del soggetto incarnato che «consente di ripensare l’esperienza estetica, linguistica, narrativa come processi fondati sulla corporeità e sulla risonanza intersoggettiva, ampliando così il campo delle scienze cognitive verso un’integrazione con la filosofia, l’antropologia e le arti» (p. 59).
«Cosa succede all’empatia e alla reciprocità quando la presenza corporea dell’altro è mediata digitalmente o sostituita da un avatar? L’attenuazione dei segnali corporei compromette la risonanza affettiva con l’altro, oppure apre a modalità inedite di condivisione sensoriale e simbolica?» (p. 60). Gallese procede analizzando «la cultura visuale e la civiltà dello schermo, la funzione estetica dei dispositivi, la natura interattiva delle immagini digitali», per poi affrontare «la costruzione del Sé digitale in ambienti mediali pervasivi, la relazione con l’alterità artificiale dell’IA, la trasformazione dell’empatia e dell’intimità nell’epoca dell’interfaccia» (p. 21).
Le narrazioni fantascientifiche si sono spesso occupate del Sé artificiale, della possibilità di un soggetto non umano capace di pensare, decidere e sentire, alimentando un immaginario inquieto che oggi, con l’avvento delle reti neurali generative e dei sistemi di deep learning, assume un’inedita concretezza. «La domanda fondamentale, allora, non è solo se le macchine possano pensare, ma se noi siamo ancora capaci di pensare la soggettività al di fuori del paradigma computazionale» (p. 172). L’intelligenza artificiale riflette le ambizioni, le paure e i limiti teorici dell’essere umano, confrontarsi con essa induce a riconsiderare la natura del Sé, del corpo, dell’esperienza e dell’intelligenza.
L’intelligenza umana non è separabile dal corpo che la incarna, se la si riduce a un insieme di funzioni computabili si perdono di vista la sue dimensioni esperienziale, carnale e affettiva, che sono ciò che la contraddistinguono e la rendono significativa. Secondo Gallese le diverse forme di intelligenza artificiale non devono essere pensate come soggetti, ma come dispositivi: «strumenti che riproducono comportamenti intelligenti senza comprendere il mondo. Nonostante l’effetto di presenza generato dalla loro interazione performativa, esse restano sistemi opachi, privi, almeno a tutt’oggi, di intenzionalità e di autocoscienza» (p. 175).
Non si tratta di negare il valore o il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale, sottolinea Gallese, ma di «rifiutare l’equiparazione ingannevole tra simulazione di coscienza e coscienza umana, tra performance e soggettività. Una critica del Sé artificiale deve partire dalla consapevolezza che l’intelligenza umana è sempre, irriducibilmente, incarnata» (p. 176).
Le intelligenze artificiali sono «infrastrutture del potere, articolazioni di un sapere che si nasconde nella neutralità dell’efficienza» e «la soggettività algoritmica non nasce da un progetto condiviso, ma da un’infrastruttura proprietaria e opaca» (p. 178). Insomma, «il “Sé” artificiale algoritmico è un Sé prefigurato, generato da correlazioni statistiche, estratto dal passato per controllare il futuro. La soggettività diventa un sottoprodotto di processi di sorveglianza e previsione» (p. 178-179).
Così, il rischio più insidioso non è che l’IA ci sostituisca, ma che ci modelli: che ci spinga ad adattare le nostre forme di pensiero, relazione e linguaggio alla logica dell’algoritmo. La soggettività algoritmica, allora, è una forma di delega che diventa norma. È il punto in cui l’automazione incontra l’identità, e la trasforma: non imponendo un Sé nuovo, ma riducendo l’umano a funzione, a comportamento prevedibile, a pattern classificabile. [...] Per comprendere davvero il senso dell’intelligenza artificiale, dobbiamo quindi guardare non solo a ciò che essa fa, ma a ciò che ci fa diventare (p. 179).
Nell’ultima parte del volume, lo studioso avanza una sua proposta teorica:
l’estetica radicale come spazio critico per pensare la soggettività incarnata nell’epoca dell’algoritmo. Un’estetica non confinata all’arte, ma intesa come capacità di sentire, di esporsi, di essere toccati. In un mondo sempre più progettato per eludere l’alterità, l’aisthesis diventa il luogo in cui la relazione con l’altro può ancora accadere. Contro la soggettivazione algoritmica, serve una politica del sentire che restituisca alla relazione la sua opacità, alla presenza la sua intensità, all’esperienza la sua imprevedibilità connettendo la presenza fisica a quella digitale (pp. 21-22).
Da una prospettiva scientifica e filosofica, che riconosce la centralità del corpo, delle relazioni e dell’esperienza sensibile, con questo libro Gallese intende contribuire alla comprensione della porta tadelle trasformazioni in atto, fornendo «strumenti teorici per abitare criticamente il nostro presente, e contribuire a una nuova antropologia del soggetto, capace di pensare il Sé come realtà incarnata, situata e tecnologicamente modulata» (p. 22). Il corpo deve essere inteso come un processo, una soggettività in atto, un intrecciarsi di affetti, posture, pratiche e tecnologie. «In un tempo in cui l’alterità rischia di diventare funzione, e il ripiegamento nella solitudine un progetto, l’urgenza è tornare a pensare il corpo non come nostalgia, ma come condizione generativa di ogni possibile futuro» (p. 22).
Più che domandarsi cosa significhi essere umani nell’epoca della mediazione tecnologica, secondo Gallese occorre chiedersi cosa l’essere umano possa ancora diventare perché «non esiste un’essenza dell’umano da salvare, né un’origine a cui tornare. Esiste soltanto un continuo lavoro di co-emersione, in cui il reale prende forma a partire da relazioni incarnate, affettive, situate» (p. 244).
Non ci viene chiesto di scegliere tra il naturale e l’artificiale, tra reale e virtuale, tra corpo e codice. Ci viene chiesto di pensare le condizioni del nostro stare al mondo in un paesaggio sensibile in mutazione. Di assumerci la responsabilità del modo in cui il mondo appare, e quindi del modo in cui può essere. In fondo, tutto questo può essere riassunto in un’affermazione semplice: la realtà è una possibilità incarnata. E se è una possibilità, allora riguarda tutti noi. Non come spettatori, ma come co-autori, come presenze germinative di mondi futuri (p. 247).
Il cuore del dollaro colpito nel Golfo
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso.
Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia.
L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro, la ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa.
Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati energetici del pianeta.
I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street.
Questo sistema poggia su tre colonne. La prima è la produzione di gas, petrolio e derivati: il Golfo Persico contiene circa il 48% delle riserve mondiali di petrolio accertate, e attraverso lo Stretto di Hormuz transita quotidianamente l’80% dell’output petrolifero della regione e circa il 20% di quello mondiale.
La seconda colonna è il pagamento in dollari: dal 1974, per accordo esplicito con Washington, l’Arabia Saudita e gli altri produttori hanno accettato di denominare in dollari la vendita del proprio petrolio, dando luogo a una domanda permanente di valuta Usa.
La terza colonna è la protezione militare: grandi basi con decine di migliaia di soldati distribuite tra l’ingresso di Hormuz e l’Iraq – da Camp Doha in Kuwait alla mega-base di Al-Udeid in Qatar, dalla V flotta della Marina Usa di stanza a Bahrein alla base di Al Dhafra negli Emirati.
È un sistema di mutuo rafforzamento: il petrolio viene venduto e riciclato in dollari e i soldati americani proteggono i regimi del Golfo dall’instabilità interna e dall’aggressione esterna. Un cerchio virtuoso per Washington, un cappio stretto intorno al collo di chiunque voglia sfidare la supremazia del dollaro.
Tutte e tre queste colonne vacillano paurosamente in questi giorni. Gli orrendi, sporchi, etc. ayatollah di cui sopra hanno lucidamente individuato il punto di massima fragilità del sistema: la fiducia dei petro-monarchi del Golfo nella capacità americana di proteggere i loro regimi, le loro industrie e i loro soldi. Fiducia iniziata a svanire nel 2019 e dissolta nella prima settimana di questa guerra con gli attacchi iraniani che hanno devastato senza grandi ostacoli infrastrutture critiche della produzione di idrocarburi del Golfo e colpito basi militari ritenute invulnerabili. La chiusura di Hormuz ha completato l’opera.
L’assaggio di quanto sta accadendo, d’altra parte, c’era già stato nel settembre 2019, quando un attacco di droni iraniani manovrati dagli Houthi mise fuori gioco il 5% dell’offerta mondiale di petrolio e fece schizzare il prezzo del Brent di oltre il 15% in una sola seduta. Oggigiorno, un attacco prolungato, abbinato alla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso mine navali, missili costieri e sommergibili, può portare, secondo le stime più conservative, il prezzo del petrolio oltre i 200 dollari al barile.
Le conseguenze sull’economia mondiale possono essere brutali. Un raddoppio del prezzo del barile può innescare una recessione profonda nelle economie industrializzate importatrici, a cominciare da Europa e Giappone. Ma il danno più grave non si limiterebbe al breve termine: consisterebbe nell’inizio della fine del petrodollaro, e del dollaro di cui consiste. Nel breve periodo, i giganti del petrolio potrebbero registrare utili straordinari. La guerra fa bene alle compagnie petrolifere, ma non fa bene al meccanismo che tiene in piedi l’intera baracca.
La guerra non fa affatto bene alle monarchie del Golfo. Se esse vengono destabilizzate militarmente – i loro impianti colpiti, la loro stessa sopravvivenza politica messa in discussione – il flusso di capitali che da decenni scorre dalla Penisola Arabica verso Wall Street può interrompersi e invertirsi. I fondi sovrani del Golfo iniziano a liquidare asset americani per coprire le spese belliche e ricostruire le infrastrutture distrutte. I titoli del Tesoro Usa vengono venduti in massa sul mercato aperto. Il dollaro subisce una pressione al ribasso che la Federal Reserve non può contrastare solo alzando i tassi di interesse, perché tassi più alti in un contesto di recessione petrolifera aggravano la crisi economica interna.
È lo scenario che economisti come Michael Hudson hanno prefigurato da tempo: il momento in cui la liquidazione delle riserve in dollari da parte dei paesi produttori di petrolio innesca una crisi di sfiducia sistemica nella divisa americana. Non una svalutazione controllata, ma una fuga dal dollaro.
Per andare dove? Il terreno per questa transizione è già stato preparato con cura negli ultimi anni. Nel marzo 2023, Xi Jinping e Mohammed bin Salman hanno siglato un accordo storico a Pechino, con l’Arabia Saudita che ha accettato di ricevere pagamenti in yuan per una quota crescente delle proprie esportazioni petrolifere verso la Cina.
Pechino è già il principale cliente dei sauditi, importandone circa 1,8 milioni di barili al giorno. Già nel 2022 la Cina aveva lanciato il contratto futures sul petrolio denominato in yuan sulla Borsa internazionale dell’energia di Shanghai (Ine), con l’obiettivo di creare un meccanismo di pricing alternativo al Brent londinese e al Wti americano.
La logica è imperativa: se gli Usa non sono più in grado di garantire la sicurezza dei regimi del Golfo la diversificazione delle loro riserve valutarie diventa urgente. Il processo è già in corso: le riserve di yuan nelle Banche centrali dei paesi del Golfo sono aumentate significativamente negli ultimi tre anni. L’accordo quadro Brics+ – al quale hanno aderito Arabia Saudita, Emirati, Iran ed Egitto – prevede lo sviluppo di forme di pagamento alternative al dollaro per il commercio tra i paesi membri.
Gli attacchi iraniani stanno squassando le monarchie del Golfo e stanno accelerando questo processo. La ricchezza petrolifera che per cinquant’anni ha finanziato i deficit Usa attraverso il riciclaggio dei petrodollari inizia a fluire verso Pechino, Shanghai e i mercati asiatici emergenti.
Le conseguenze di tutto questo sono epocali. Un’America che perde il privilegio esorbitante del dollaro come valuta di riserva globale – privilegio che le consente d’emettere debito a costi bassissimi, di finanziare il proprio deficit commerciale stampando carta moneta, d’esercitare il dominio finanziario attraverso il sistema Swift e le sanzioni bancarie – non è più la stessa America. Perde la capacità di proiettare potenza militare su scala globale perché non può più permettersi di farlo. Perde la capacità d’imporre sanzioni economiche perché il sistema alternativo yuan-Brics+ offre una via di fuga. Perde, in sostanza, l’impero.
Questo è ciò che il mio maestro, Giovanni Arrighi, aveva intuito con straordinaria lungimiranza. La transizione egemonica dal dollaro a una nuova valuta di riserva – o a un sistema multipolare senza valuta di riserva unica – sarebbe avvenuta non attraverso una decisione politica consapevole, ma attraverso la dinamica caotica di una crisi che nessun attore avrebbe completamente controllato.
L’Iran non è l’autore del dramma, ma il detonatore che innesca un’esplosione la cui miccia è stata preparata da decenni d’egemonia finanziaria americana sempre più rapace e obsoleta.
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La solita canzonetta sul peso del debito pubblico
È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.
Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.
Innanzitutto, come mostra la stessa ricerca citata dal Corriere, il debito pubblico non è affatto un fenomeno esclusivamente italiano, ma una realtà diffusa a livello globale. Fin dalla nascita degli Stati moderni, i governi hanno finanziato servizi pubblici e infrastrutture ricorrendo al debito, perché le sole entrate fiscali non erano sufficienti a coprire il fabbisogno di spesa. Se questo è vero, allora dobbiamo concludere che non esiste paese nella storia che non abbia “scaricato” debito sulle generazioni future.
C’è, inoltre, un aspetto sistematicamente ignorato nella narrazione dominante: la spesa pubblica è prima di tutto reddito per qualcuno. Facciamo un esempio con un ospedale. I fondi spesi dallo Stato per costruirlo diventano lo stipendio dell’operaio che lo costruisce, il compenso dell’ingegnere che lo progetta e, successivamente, il salario degli infermieri che vi lavoreranno. Queste persone, a loro volta, spenderanno quel reddito nell’economia: faranno la spesa, pagheranno l’affitto, acquisteranno beni e servizi. La spesa pubblica continua così a circolare nel sistema economico, generando ulteriori redditi per lavoratori e imprese e nuove entrate fiscali per lo Stato. Quando questi effetti moltiplicativi sono significativi, la crescita dell’economia può far aumentare il PIL più di quanto aumenti il debito. In tal caso, anche se il debito cresce in valore assoluto, il rapporto debito/PIL può ridursi, perché cresce il denominatore.
Se poi volessimo davvero seguire la logica demenziale secondo cui ogni nuovo nato verrebbe al mondo con una quota di debito pubblico sulle spalle, dovremmo allora dire anche che nasce con una quota molto più grande di ricchezza privata familiare. Applicando la retorica dei fautori dello spauracchio del debito, ogni cittadino italiano possiederebbe indirettamente, infatti, anche una quota del patrimonio del Paese: un pezzetto del Colosseo o di Pompei, una quota dell’ENEL, di ENI, di Ferrovie dello Stato e di ogni partecipata pubblica.
La narrazione del debito pubblico come fardello che graverebbe su ogni cittadino presente e futuro è quindi soprattutto uno straordinario strumento di distrazione di massa. Serve a spostare l’attenzione dai veri problemi economici e sociali che affliggono questo Paese.
Secondo questa narrazione, il debito dimostrerebbe che le generazioni passate hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi e che oggi non resterebbe altro da fare se non accettare la logica dell’austerità: tagliare sanità, istruzione, trasporti, cultura.
Ma questo racconto non solo alimenta un pericoloso conflitto tra generazioni. Serve anche a legittimare un ordine economico caratterizzato da disuguaglianze crescenti nella distribuzione del reddito e della ricchezza e dal progressivo smantellamento dei servizi pubblici universali.
Il vero peso che grava oggi sulle spalle dei cittadini non è il debito pubblico. È la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, una casa a prezzo accessibile, una sanità pubblica funzionante, una scuola sicura per le nuove generazioni. Con la canzonetta del peso del debito pubblico intanto si prosegue da anni in un solco di austerità e tagli alla spesa pubblica, peggiorando la qualità della vita dei lavoratori, come l’ultima manovra del governo Meloni ci ricorda e come vedremo quando usciranno i numeri della prossima manovra.
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Guerra all'Iran - Più delle armi, contano petrolio e gas
Poi, certo, questo non significherà necessariamente avere una pace stabile – che è invece l’obbiettivo dell’Iran – ma la pressione esterna dei “mercati” è determinante, anche se non onnipotente.
L’attacco israeliano contro l’impianto di estrazione di South Pars, dal lato iraniano del Golfo Persico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quel giacimento, com’è noto, è sfruttato consensualmente sia da Teheran che dal Qatar. Pensare di bloccare solo la capacità iraniana, senza altre conseguenze, era un’ipotesi idiota che poteva venire in mente solo ad un suprematista formato alla scuola delle “teste di cuoio”, quella in cui ogni problema ha una soluzione solo militare.
L’immediata risposta – droni o missili su Ras Laffan, l’impianto “gemello” sul lato qatariano dello stesso giacimento, oltre che su impianti kuwaitiani, emiratini e sauditi – ha messo in chiaro che i paesi petroliferi del Golfo o si salvano tutti o non si salva nessuno.
L’esplosione del prezzo di greggio e gas è stata limitata solo da interventi straordinari (rilascio delle riserve strategiche, sospensione delle sanzioni al petrolio russo già in navigazione, l’idea di sospenderle pure per quello iraniano, addirittura), ma ogni soggetto coinvolto nel mercato degli idrocarburi (paesi produttori, paesi consumatori, multinazionali, armatori, ecc.) ha smosso ogni contatto pur di fermare i due pazzi in cabina di comando.
Risultato per il momento ottenuto: Trump ha alzato il telefono ordinando al “cattivo Bibi” di “non farlo più” e quest’ultimo si è atteggiato a scolaretto obbediente promettendo di risparmiare gli impianti petroliferi.
Un mentitore seriale come lui romperà la promessa appena possibile, ovviamente. Questo lo sanno tutti. Ma intanto si calmano le acque e si fa la conta dei danni. Che non sono per niente lievi.
Il danno maggiore è stato subito dall’economia del Qatar, perché l’impianto di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan è forse il più grande al mondo. In termini di produzione ed esportazione, il Qatar rappresenta il 20% delle esportazioni mondiali di GNL, che va soprattutto verso Belgio, Italia, Corea del Sud e Cina.
L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, in un’intervista a Reuters ha affermato che il costo di questo attacco, che ha danneggiato due impianti e due “treni” su 14 in quell’enorme complesso, ammonterà a circa 20 miliardi di dollari di mancati ricavi all’anno.
Ci vorrebbero però dai tre ai cinque anni per ripristinarli, perché queste strutture sono molto complesse; è molto difficile metterle in funzione, molto difficile costruirle. Si tratta di progetti congiunti con Exxon Mobil (a sua volta danneggiata), e quindi una sospensione della produzione da tre a cinque anni significa una perdita di entrate pari a 60-100 miliardi di dollari. Il 9% del Pil di quel paese, e per diversi anni.
Non sono stati ancora quantificati i danni – e i ritardi di produzione – per gli altri impianti colpiti nella regione, ma è chiaro che già così il problema si presenta molto grave.
Non migliora però la prospettiva l’idea che sta marciando ai vertici dell’amministrazione Trump – inviare truppe di terra per controllare l’isola di Kharg o altri isolotti nei pressi di Hormuz – perché, a parte i costi umani più alti anche per gli Usa, di certo non fermerebbe una ripresa dei lanci di droni e missili sugli impianti dei Paesi del Golfo. Con tutte le conseguenze del caso...
Un assaggio dei problemi energetici è stato concesso ieri anche ad Israele. La raffineria di Haifa è stata raggiunta da un missile che ufficialmente ha danneggiato “infrastrutture elettriche chiave”, ha dichiarato la compagnia petrolifera israeliana Israel’s Oil Refineries. Pur cercando di minimizzare i danni (“la produzione è ripresa”) sono stati segnalati blackout a ripetizione un po’ in tutto il paese, peraltro colpito da altre ondate di missili e droni.
Ha fatto a suo modo storia anche il colpo che ha raggiunto un caccia F-35 statunitense, costretto ad un atterraggio di emergenza nella prima base raggiungibile. “L’F-35 non era solo un aereo da caccia, ma un’icona dell’invincibilità e dell’arroganza dell’esercito statunitense”, ha affermato il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in un ironico post su X. “Questo risultato simbolico è stato realizzato per la prima volta al mondo”.
Ma lo ripetiamo. Più dei risultati militari, saranno gas e petrolio a convincere Trump e Netanyahu a fermarsi. Almeno per un po’...
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Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo
Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.
L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.
Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.
Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.
Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.
La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.
Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.
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L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio
Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Ore – leggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi”.
Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.
Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se guardiamo solo al top 5%, questa fetta minoritaria della popolazione controlla, da sola, metà della ricchezza complessiva (5.500 miliardi). È questo 5% che ha guadagnato i nove decimi dei 2.200 miliardi di aumento del patrimonio, negli ultimi 15 anni: ben 1.973 miliardi.
Il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi di un misero 7,4% del patrimonio nazionale, ovvero un punto percentuale in meno rispetto a 15 anni fa. Il 20% più povero (il primo quintile) dispone dello 0,33% della ricchezza: 37 miliardi, che diventano briciole da poche migliaia di euro a testa.
Nel frattempo, i dati Istat sull’inflazione per il febbraio 2026 sono preoccupanti. L’aumento dei prezzi passa dal +1,0% di gennaio al +1,6% di febbraio, il carrello della spesa sale al 2,2%, e l’inflazione di fondo schizza al 2,4%. È la “conferma di come l’aumento dei prezzi sia purtroppo ormai strutturale, con servizi, trasporti e beni essenziali sempre più spesso inaccessibili”, scrive l’Unione Sindacale di Base.
Marzo e i danni provocati dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran peggioreranno ulteriormente i dati, con un sostanziale aumento dei costi per i carburanti e l’energia. Ciò non è, però, solo un danno economico, ma è un danno “politico” che inficia il modello adottato negli ultimi decenni.
La polarizzazione del paese è sempre più netta, per quanto la classe dominante si ostini a ignorare la questione. Le famiglie con patrimoni oscillanti tra i 200 e i 600 mila euro – una casa di proprietà, la macchina, un po’ di risparmi, magari qualche investimento in titoli di Stato – hanno visto il proprio peso specifico contrarsi.
Le “democrazie” occidentali si sono rette per decenni su una fetta importante di ceti medi a cui, tramite l’istruzione e la capacità di mettere da parte risparmi, era dato un orizzonte di miglioramento delle condizioni di vita. In maniera speculare, erano questi ceti medi che davano stabilità a un modello di sviluppo in cui una ristretta fascia padronale (industriale e finanziaria) poteva mantenere le redini politiche ed economiche del sistema.
Se la promessa di un futuro migliore si è infranta (non solo economicamente, ma addirittura promettendo di venir mandati al fronte in un futuro non troppo lontano), è l’intera architettura che vacilla. Con una profonda crisi egemonica, la classe padronale ha inoltre smesso di essere dirigente e si è definitivamente trasformata in classe dominante, che impone il proprio dominio.
Nella polarizzazione della società, si apre però la possibilità di promuovere un’alternativa sistemica. È in questi momenti di crisi che una rottura rivoluzionaria (con i suoi tempi e le sue forme specifiche) assume una funzione storica che può essere riconosciuta in maniera più ampia. Non si deve perdere l’occasione.
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Workalcholism, la Storia a marcia indietro
Le riforme del lavoro via via succedutesi, a partire dagli anni Novanta (i prodromi c’erano stati con Craxi, che abolì la “scala mobile”, ossia l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), hanno portato ansia, precarietà di lavoro e di vita, spesso depressione, frustrazione, autolesionismo (che si manifesta anche con l’abuso di alcol o di droghe sintetiche), smania di successo, competizione sui luoghi di lavoro, scarsa solidarietà, atomismo etc.
I padroni, insomma, tramite le “riforme”, sono riusciti a distruggere la solidarietà di classe di un tempo, a metterci l’uno contro l’altro. Vite distrutte, generazioni – a partire da quelle nate dal ‘70 in poi – che hanno visto via via degradarsi la loro condizione di vissuto.
Spesso, tutte queste cose si sono riflesse in conflitti familiari, in separazioni, in stress, in malattie mentali non curate. La condizione antropologica, psichica, umanitaria di generazioni che spessissimo si autoconsiderano come “fallite”, hanno la causa ultima nelle riforme del lavoro, nelle privatizzazioni, nell’intensificazione dei ritmi produttivi, negli allungamenti delle giornate lavorative.
La distruzione della scuola, dei saperi, la perdita della memoria collettiva hanno poi fatto il resto.
Tutto ciò, nella società italiana, si riflette in separazioni, divorzi, solitudini, assenza di dialogo intergenerazionale, abbandoni, ricorso all’incerto aiuto di psichiatri, psicoterapeuti o imbroglioni che si presentano come tali.
Insomma, il modo di produzione capitalistico porta solo sterminio, genocidi, vittime civili sempre meno “collaterali”, ma anche una “guerra interna” sottile, mascherata, coperta dalla spettacolarizzazione della vita e della morte, ad esempio dalle tv e dal cinema attuale, dai canali streaming, che la “copre”.
Questa spettacolarizzazione è in fondo l’unica vera differenza rispetto alla condizione dei lavoratori descritta da Friedrich Engels ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, in cui persino le ragazze ancora minorenni erano già vittime dell’alcolismo per “sedare” il malessere procurato dal lavoro.
Era il 1843, due secoli fa, ormai. Da questo potete misurare il reale “progresso” che si produce sotto il capitalismo liberista e senza regole, prima ancora di quello assassino teorizzato da un Peter Thiel qualsiasi.
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19/03/2026
Servi pronti ad entrare in guerra
La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.
Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.
Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.
Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.
“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.
“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.
“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.
Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.
Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.
L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo: “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.
Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.
L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.
Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.
In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».
Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.
In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.
Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.
Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.
Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...
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L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina
L’ONU, che ha subito chiesto un’indagine indipendente al riguardo, ha ridimensionato il numero delle vittime a 143, ma si tratta in ogni caso di un fatto di estrema gravità, se la dinamica venisse confermata. Inoltre, già il 15 marzo l’Afghanistan ha denunciato che un altro ospedale per il recupero dalle tossicodipendenze è stato bersagliato.
Il Pakistan, dal canto suo, nega l’attacco e rivendica di aver proceduto al bombardamento di Camp Phoenix, che si trova però a diversi chilometri di distanza da Kabul, dove si trovava il centro di recupero. Islamabad rivendica, inoltre, di aver distrutto 249 check point afghani, 224 carri armati e 70 infrastrutture militari, e di aver eliminato oltre 600 afghani talebani. A questi, l’ONU aggiunge almeno 75 civili, al 13 marzo scorso, e oltre 115 mila afghani costretti ad abbandonare le proprie case.
L’obiettivo di Islamabad è quello di colpire le strutture di Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), ovvero i talebani pakistani, che sarebbero sostenuti e protetti dal governo afghano. L’escalation è arrivata alla fine di febbraio, quando un gruppo armato ha attaccato il Pakistan, cui ha fatto seguito la risposa di Islamabad tramite operazioni militari e aeree che sono arrivate fino a Kabul. Il TTP conta su droni rudimentali, che hanno però dimostrato di poter arrivare nelle città pakistane più importanti.
Molte voci da Islamabad parlano del TTP come di un’organizzazione che vuole destabilizzare il paese per procura dell’India, e in seconda battuta di Israele. Il crescere dei disordini negli ultimi mesi sarebbe la conseguenza dell’accordo di partenariato strategico siglato con Riyad che, di fatto, ha posto l'arsenale atomico pakistano a difesa della sicurezza saudita dopo gli attacchi israeliani contro il Qatar.
Non a caso, Afghanistan e Pakistan hanno accettato una breve tregua di 5 giorni, a partire dalle 20 di ieri ora italiana, fino alle 20 di lunedì. Questa pausa è stata proposta proprio dall’Arabia Saudita, insieme al Qatar e alla Turchia, per la fine del Ramadan (le festività di Eid al-Fitr).
Il coinvolgimento del Pakistan nella guerra con i talebani, in questo senso, appare come un “alleggerimento” strategico per Israele: se Islamabad è impegnata ai suoi confini, non può proiettare la sua forza in un Vicino Oriente in cui infuria la guerra tra l’Iran, Israele, gli USA e le sue installazioni nel Golfo Persico.
Un altro attore centrale in questo scontro è la Cina. Per Pechino, il Pakistan rappresenta uno snodo vitale della Nuova Via della Seta, e per il paese passa il CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, che arriva fino al fondamentale porto di Gwadar. Anche per l’Afghanistan passa una fondamentale linea ferroviaria, inaugurata nel 2022, che collega la Cina con l’Uzbekistan e il Kirghizistan. L’instabilità ai confini rappresenta un pericolo per gli affari cinesi.
Appena 24 ore prima del presunto bombardamento dell’ospedale, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, descriveva un’attività diplomatica febbrile e affermava che un inviato speciale del Dragone, nell’ultima settimana, aveva fatto la spola tra Afghanistan e Pakistan nel tentativo di fermare il conflitto.
Il massacro all’ospedale afghano rende la mediazione se non impossibile, estremamente difficile. Ciò potrebbe però significa anche un incancrenimento del conflitto, che si muove lungo linee rosse delicate. La partita tra Afghanistan e Pakistan deve essere intesa come facente interamente parte dello scontro strategico che oggi avviene sui cieli e sugli stretti di tutta l’Asia Occidentale.
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Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
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