Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/12/2025
Centro senza centro. La periferia illimitata dello Zen di Palermo
di Gioacchino Toni
Paola Nicita (testi), Emanuele Lo Cascio (fotografie), Centro senza centro. Le periferie di Marc Augé con un’intervista inedita sullo Zen di Palermo, Mimesis, Milano-Udine, 2025, pp. 152, € 15,00
«Cambiare il punto di vista teorico, e di conseguenza reale, è davvero una priorità necessaria per considerare il mondo nella prospettiva di una giustizia sociale [...] Quindi la città contemporanea dovrà compiere una scelta: se essere costruita con le parole della democrazia o, al contrario, dell’aristocrazia del sapere» Marc Augé
Centro senza centro (Mimesis, 2025) è un volume dedicato allo Zen di Palermo che si compone di testi di Paola Nicita, fotografie di Emanuele Lo Cascio e un’intervista a Marc Augé, studioso che ha dedicato attenzione a quelle periferie delle città di cui, normalmente, politici, amministratori e media sembrano accorgersi soltanto in occasione di episodi di cronaca, unici momenti in cui riaffiorano dall’oblio a cui altrimenti sembrano destinate.
Lo Zen – acronimo di Zona Espansione Nord – è una realtà edificata attraverso stratificazioni di cemento e disgregazioni sociali, segnata da sovra-costruzioni che abitano spazi e architetture per giungere alle vite – sempre quelle degli altri – plasmate in strettoie, disagi, connessioni mancate, che fanno dell’assenza il cuore pulsante del suo stare al mondo. Come del resto accade in tutte le periferie del mondo, l’eco sbiadita e distante di ciò che avviene ai margini, rispetto a un centro che è tale per consacrazione sociale e strutturazione economica, diviene parola chiara solo in occasione di fatti che trovano spazio e narrazioni per lo più connotati da un segno negativo, dove riecheggiano termini come colpa, condanna, delitto (p. 6).
Guardando alle modalità attraverso le quali ha preso forma lo Zen palermitano, Nicita sostiene che il motivo per cui il tentativo progettuale di fornire uno spazio confortevole agli abitanti si è perso per strada «generando caos e incompletezza, mancanza e alienazione», derivi principalmente dal fatto che non è stato «immaginato nel suo contesto reale» (p. 20). La storia dello Zen si può dire prendere il via con le devastazioni della seconda guerra mondiale che crearono necessità abitative a cui occorreva dare risposta che avrebbero poi dato luogo a una lunga serie di mobilitazioni popolari, a interventi politici ufficiali e di base, a occupazioni, a cambiamenti urbanistici che si sono succeduti sino agli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prolungandosi nei progetti del nuovo millennio, incapaci di connettere efficacemente spazio, cittadini e opere urbane.
Lo Zen, puntualizza Augé nel corso dell’intervista, si pone agli antipodi dei non-luoghi, essendo al contrario un luogo dotato di un’identità forte e definita, incentrata sulle relazioni; non ha nulla a che fare con il vuoto e l’incomunicabilità che caratterizza i non-luoghi come le stazioni e gli aeroporti che si ripetono uguali ovunque. Lo studioso francese sottolinea anche la diversa percezione della periferia che hanno coloro che la abitano rispetto a quanti le guardano da fuori. Per quanto modeste possano essere, le abitazioni delle periferie sono pur sempre per chi le abita l’ambiente di vita quotidiana a cui non possono che guardare con orgoglio; è lo sguardo esterno, dalla città, ad osservare negativamente le periferie e chi le abita.
Quando le periferie iniziarono ad essere costruite nel corso degli anni Sessanta, queste erano state pensate come luoghi confortevoli e autosufficienti, destinati a rispondere a tutte le necessità della classe media che avrebbe dovuto abitarle. A riscriverne radicalmente funzioni e destinazione, ricorda Augé, furono i grandi mutamenti sociali che, proprio nel momento in cui prese il via la loro edificazione, cambiarono radicalmente il tessuto sociale, economico e urbano.
«La periferia oggi è una circonferenza senza alcun centro. È un’espressione che definisce un luogo che ha a che fare con il desiderio e la mancanza. Oggi le periferie sono una realtà molto complessa e quella che una volta era la periferia si infiltra nella città, e chiaramente l’opposizione a cui guardiamo adesso non è più geografica, ma essenzialmente sociale» (p. 12). Per quanto siano percepite come del tutto estranee alla città, è in realtà all’interno di queste che si trovano le nuove periferie; la distanza che separa queste ultime dal centro è più di tipo sociale che non fisico.
La meta-città globale, dove apparentemente tutto sembra funzionare alla perfezione, lascia il posto alla città-monumento: una visione contemporanea dettata dalla visibilità, che pone l’urgenza di inventare altri luoghi, immediatamente riconoscibili, costruiti probabilmente da celebri architetti che fanno a gara per realizzare l’edificio più alto. La meta-città è l’ideologia di un sistema, mentre la città-mondo è la verità del sistema: al suo interno, nascosti, ci possono essere rifugiati, clandestini, campi profughi. Il processo di globalizzazione è andato avanti ed è avvenuto un processo di omogeneizzazione, ma anche di esclusione, che vede da una parte la concentrazione del potere nelle mani di pochi, e dall’altra la creazione di una massa di consumatori passivi che sono legati a una crescente povertà. Per questo motivo, occorre tenere sempre presenti i concetti di uguaglianza e disuguaglianza (p. 15).
Nel volume Nicita tratteggia alcune riflessioni che sono state svolte sulle metropoli riguardanti: il concetto di civiltà urbana di cui si sono occupati, sin dagli anni Quaranta del secolo scorso, da Gregory Bateson e Margaret Mead; le distinzioni tra mappa e territorio; il ruolo del capitalismo nella produzione e nella gestione dello spazio urbano indagato da Henri Lefebvre già nel corso degli anni Sessanta; lo spazio come elemento fondante per la riflessione sui luoghi e le relazioni tra essi di cui si è occupato Michel Foucault sempre sul finire dei Sessanta; la distinzione fra spazio percepito e spazio vissuto proposta da Edward Soja negli anni Ottanta; l’inscindibilità tra luoghi e chi li abita che ha condotto Arjun Appadurai a introdurre il concetto di ethnoscapes; l’urgenza di decolonizzare le periferie a cui fa riferimento Sonia Dayan-Herzbrun; il territorio come luogo del simbolico, oltre che del politico al centro delle analisi di Andrés Rodríguez-Pose; lo spazio come elemento non di costruzione, ma di ricostruzione del senso e del riconoscimento sociale, politico e dunque personale e soggettivo su cui insiste Marc Augé.
Nicita ripercorre anche le modalità con cui il cinema italiano ha storicamente narrato le periferie ricordando: le «periferie della città fredda e concettuale» de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni; le «periferie calde di vite errabonde di umanità» di film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini; le opere «sospese sul crinale tra realtà e sogno» come La dolce vita (1960) e La città delle donne (1980) di Federico Fellini; le narrazioni televisive capaci di spiazzare gli immaginari stereotipati dei palinsesti televisivi di Cinico TV (1987) di Daniele Ciprì e Franco Maresco; gli universi periferici di Gomorra (2008) e L’imbalsamatore (2002) di Matteo Garrone, di Suburra (2015) di Stefano Sollima e de La terra dell’abbastanza (2018) dei fratelli D’Innocenzo.
Restando all’abito audiovisivo, il quartiere Zen lo si ritrova nei documentari CityZen (2015) di Ruggero Gabbai, Un giorno allo Zen di Luca Capponi, nei film di finzione Un destino migliore (2023) di Gaetano Di Lorenzo, Scianèl (2024) di Luciano Accomando, Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990) di Marco Risi, L’ora legale (2017) di Ficarra e Picone, Io sono tempesta (2018) di Daniele Luchetti (2018), oltre che nel cortometraggio Comandare (2005) di Costanza Quatriglio. Tra i limiti di questi sguardi sullo Zen, non si può non notare che, tranne l’ultimo caso, si tratta esclusivamente di sguardi maschili.
Come accade in altre periferie, anche lo Zen di Palermo ha i suoi musicisti: dal collettivo Villa Muerte fondato da Dante LSD e Y.Zeezy, attivi anche individualmente, a Picciotto.
Periferie sonore che fanno riecheggiare una volontà di trovarsi in luoghi da conquistare attraverso musiche invisibili, come questi centri mancati, onde sonore che reclamano spazi e visibilità attraverso voci di protesta, gioco e affermazione, frammentando e sincopando parole e legandole alle immagini di un quartiere che ha urgenza di normalizzarsi anche attraverso forme artistiche nate per sottolineare la protesta. Rap, crew e dialetto palermitano mischiati insieme per dar vita a un gergo internazionale, locale eppure universale, nuovo possibile storytelling per raccontare un quartiere che vuole essere narrato, cantato, vissuto, abbandonando i panni di uno scomodo fantasma (p. 39).
Circa le fotografie di Emanuele Lo Cascio, sempre concordate con i soggetti ritratti, scrive Nicita che «nella loro configurazione, e nel loro essere narratrici-portatrici di storie, costituiscono una sorta di ideale configurazione iconografica degli abitanti di un quartiere, descritto nello svolgersi di una quotidianità che non sembra accusare il peso dei pregiudizi, perché uomini e cose sono osservati senza alcuna modalità a priori: lo sguardo non segue una direzione già tracciata, ma intraprende la strada da percorrere per la prima volta, da scoprire, svelare passo dopo passo» (p. 40).
Lo Cascio evita di sottrarsi dall’universo che fotografa, tenta di eliminare ogni distanza dai soggetti ritratti, siano essi esseri umani, animali, architetture od oggetti. Si può affermare che alle immagini rubate dai media al quartiere in occasione di qualche fatto di cronaca, Lo Cascio contrappone, attraverso la sua fotografia, momenti di incontro.
Nel parlare di una periferia che Emanuele Lo Cascio definisce attraverso le sue fotografie come illimitata, si affrontano i temi del dominio dello sguardo come elemento caratterizzante il giudizio sociale, capace di creare confini e limiti attraverso il suo stesso posizionamento. Immagini che raccontano di una rifondazione possibile degli spazi e delle architetture, che può accadere solo grazie alla necessaria re-visione dei corpi che le abitano, e che viene posta in essere solamente nel momento in cui avviene la rifunzionalizzazione del punto di vista dell’osservatore. È proprio qui che è urgente la zona di espansione, quella della nostra significazione, della sua rielaborazione. Un passaggio necessario, dove lo stare dentro lo spazio assume il significato di stare con i suoi abitanti, recuperando la giusta distanza, quella necessaria per essere umani (p. 9).
Smontiamo la montatura
In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.
Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.
In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a ventidue ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.
Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.
Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.
Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.
Seminare il dubbio sulle raccolte fondi che in questi mesi hanno coinvolto migliaia di persone, scuole, associazioni, parrocchie e quant’altro, è una delle forme più subdole per cercare di depotenziare l’ondata di empatia popolare verso i palestinesi. Dunque che le raccolte fondi proseguano e si intensifichino nonostante questa operazione.
C’è poi l’aspetto politico interno a rendere ancora più inaccettabile e inquietante questa montatura politico/giudiziaria.
Non solo si accetta l’ingerenza e la visione israeliana sullo stesso operato della magistratura (cosa già avvenuta nel caso di Anaan Yaesh e gli altri due palestinesi sotto processo a L’Aquila), ma si agevola l’operazione scatenata da mesi dagli apparati ideologici e di sicurezza dello stato israeliano.
L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare il vasto movimento di solidarietà popolare con la lotta dei palestinesi e il riconoscimento politico del loro diritto alla resistenza contro l’occupazione coloniale israeliana.
In questi due anni l’egemonia sionista sulla comunicazione politica e nel dibattito pubblico ha subìto sconfitte pesanti. Un genocidio in diretta non poteva passare come esercizio del “diritto alla sicurezza di Israele”. In questo sanguinoso trucco non ci cascava quasi più nessuno, se non i sionisti e quelli a libro paga di Israele.
L’escalation militare della “guerra sui sette fronti” scatenata da Tel Aviv, pur ottenendo risultati materiali sul campo, non era riuscita a compensare o rovesciare la sconfitta politica a livello internazionale.
A quel punto la guerra israeliana si è spostata dal fronte alla “guerra cognitiva” nei paesi europei (nella maggior parte del mondo è inutile persino provarci…). In Italia soprattutto, perché in questo paese erano venute crescendo mobilitazioni popolari di massa che hanno fatto vacillare la complicità politica di un governo di destra che si ritiene il “miglior alleato” di Israele.
È cominciata così la controffensiva politico/mediatica che ha visto prima ostracizzare in ogni modo personalità influenti come Francesca Albanese, poi attivare i ministri del governo Meloni (Istruzione e Interni) per normalizzare con la forza scuole, università e piazze. Una “manina” a questa controffensiva sembra averla data anche il presidente dell’ANP Abu Mazen con la sua legittimazione politica alla Meloni e la delegittimazione della solidarietà italiana alla Palestina. Infine, a far quadrare il cerchio. è venuta fuori l’iniziativa di settori della magistratura disponibili a farsi portavoce delle istanze israeliane contro i palestinesi in Italia.
Il precipitato di tutto questo è poi avvenuto anche in sede parlamentare, dove la destra ha rovesciato tutto il suo livore antipalestinese contro un’opposizione fin troppo cedevole perché strumentale. Quest’ultima, infatti, invece di tenere la testa alta ha calato subito le braghe, come quasi sempre avvenuto in questi ultimi decenni proprio sulla Palestina.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che di fronte agli attacchi sionisti e dei loro manutengoli occorre tenere fermo il punto sul piano politico, senza concedere nulla alla loro narrazione. Non sono abituati a incontrare resistenze, ragione per cui vanno in tilt e cominciano a muoversi in modo scomposto. Basta leggere le pagine dei vari gruppi sionisti per averne una dimostrazione.
Dunque, a partire da subito, occorre mettersi al lavoro per demolire la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi e affrontare in modo coordinato quella che sarà la campagna di criminalizzazione del movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Servirà una grande determinazione e altrettanta duttilità. Non sarà molto utile chi strilla più forte, ma chi saprà agire sulle molte contraddizioni del nemico.
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Sei studenti torinesi ai domiciliari. La vendetta contro le mobilitazioni di questi mesi
La vendetta del governo Meloni si continua a scagliare contro chi ha animato le piazze per rompere ogni complicità con il genocidio e con lo stato di Israele, un’escalation di azioni repressive preparate e giustificate dalla potente macchina mediatica dei giornali di destra che da mesi ha lavorato per creare un nemico pubblico.
Ricordiamo solo pochi giorni fa gli arresti ai danni degli attivisti palestinesi incriminati con prove direttamente fornite solo dai servizi di sicurezza israeliani, lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la minaccia di sgomberi in tutta Italia, le denunce arrivate a tante e tanti attivisti, le sanzioni al sindacato USB per lo sciopero generale del 3 ottobre.
Dopo un autunno in cui centinaia di migliaia di persone in ogni città d’Italia hanno lottato unite contro il genocidio, la guerra e le complicità dell’Occidente, mentre studenti e lavoratori hanno dimostrato che esiste un’opposizione al governo Meloni e ai piani di guerra occidentali, ora si tenta di chiudere una stagione di mobilitazione con la repressione. In particolare, si rafforza l’attacco ai giovani che in massa hanno riempito le strade al fianco dei lavoratori scioperando, occupando le scuole e organizzandosi contro questo governo di fascisti dentro.
“Non possiamo accettare che 6 studenti non potranno tornare a scuola. Vogliamo il ritiro immediato delle misure cautelari e che sia garantito il diritto allo studio di tutti e tutte!” scrive l’organizzazione studentesca OSA in un comunicato diffuso in queste ore.
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La Cina è leader della ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali
In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che c'è stato un trasferimento di egemonia dall’Occidente all’Oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.
La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.
(ndr: il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. È un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed – e che la valutazione è condotta a livello nazionale – i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)
I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.
La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).
– In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).
– In Cina, la quota è 52%,
– in Corea del Sud 53%,
– e a Singapore 49%.
Al contrario:
– in Germania solo il 27%,
– nel Regno Unito 23%,
– in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.
Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature, complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali – un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo.
L’analisi è basata su un database che contiene oltre 9 milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato il 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.
Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.
Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni '90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave – risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale – pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.
Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.
Fonte
Springsteen tra i demoni del nulla e il successo
di Sandro Moiso
Spiace dirlo, soprattutto per i numerosissimi fan italiani del “Boss”, ma ormai da più di quarant’anni quello che si esibisce tra strepiti di folla, schitarrate, sudore e cori da stadio, durante tournée i cui biglietti vanno esauriti fin dal loro annuncio, non è altro che un’immagine prodotta dall’IA oppure un ologramma di quello che per poco meno di un decennio, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sembrò essere il muscolare cantore delle periferie americane e delle loro ormai perdute tradizioni blue collar.
Detto in altre parole è ormai evidente, per chi non si lasci sedurre con facilità dalla carta patinata delle riviste e dalla promozione pubblicitaria spacciata per critica musicale, che da quattro decenni Bruce Springsteen ripropone sempre lo stesso disco, lo stesso stile, le stesse canzoni, sia acustiche che elettriche, le stesse linee melodiche e i medesimi atteggiamenti gigioneschi che riescono a mandare tuttora in visibilio un pubblico che confonde la realtà con il mito consumistico e che nell’era dei social media e dei selfie, più che da amanti della musica, è composto da una massa di individui soggiogati da eventi cui non si può assolutamente mancare di partecipare.
Anche chi qui scrive fu un tempo tra gli estimatori del personaggio in questione, di cui amò le canzoni e le origini working class e italo-irlandesi. Ma quelli erano altri anni, in cui l’onda lunga delle lotte ormai in via di estinzione mascherava ancora quel rock populista e romantico da espressione di un ambiente e di una cultura operaia che forse nelle loro forme pretese pure non erano mai esistiti, e che non avrebbero comunque mai potuto sopravvivere all’interno della società dello spettacolo.
Born To Run, The River, Jungleland, Thunder Road, Badlands, The Promised Land e Streets of Fire, solo per citare alcune canzoni scritte e cantate da Bruce e suonate con la E-Strett Band in quel periodo, avevano annunciato una falsa ripartenza, proprio là dove stava calando il buio della sconfitta e la rivincita della paura e del razzismo figlio di quella stessa paura, di cui Reagan, i Bush padre e figlio e oggi Trump non hanno costituito altro che la manifestazione politica più evidente, mentre i Clinton, gli Obama e lo zoppicante Biden non hanno dato vita ad altro che al suo necessario corollario “democratico”.
La stagione del post-Vietnam durò poco e così pure l’avventura creativa di Springsteen. Proprio per questo motivo il libro di Warren Zanes1 e il film di Scott Cooper (Deliver Me from Nowhere, 2025) tratto dallo stesso libro e dal medesimo titolo, hanno sicuramente il pregio di rivelare al grande pubblico e agli appassionati il momento più importante e drammatico della carriera del menestrello del New Jersey e delle sue cittadine in via di progressiva deindustrializzazione, ancor prima che industriose.
È il momento prima dell’inizio della lunghissima, anche se ancor ricca di successi e ammiratori, discesa della qualità della produzione musicale del Boss. Una discesa truccata, come il volto rifatto dagli infiniti lifting, da continuità in cui, però, i momenti brillanti sono stati troppo pochi, ad esempio con album come The Ghost of Tom Joad (1995) oppure Wrecking Ball (2012). Quest’ultimo salvato in gran parte da un Tom Morello alla chitarra, poi destinato però ad affogarsi con le proprie mani partecipando ai tour degli insopportabilmente italici e quindi pretenziosamente privi di merito Maneskin.
E se il disco inciso con le canzoni di Pete Seeger (We Shall Overcome. The Seeger Sessions, 2006) non aveva fatto altro che dimostrare la sostanziale e irrecuperabile distanza tra Springsteen e l’universo del folk americano di cui avrebbe voluto essere cantore, senza essere mai davvero riuscito a comprenderlo e a differenza di Dylan che poté allontanarlo da sé per poi ricrearlo avendolo assorbito totalmente, tutto il resto della sua produzione (acustica, elettrica e live) sarebbe servita soltanto a tenere in vita, almeno negli ascolti, un cantautore morto creativamente dopo aver scritto le canzoni inizialmente destinate ad un album doppio, ma poi suddiviso in uno acustico, Nebraska appunto (1982), e uno ridondante di elettricità e suoni mainstream dai testi retorici, anche se ancora digeribili, come Born in the USA (1984).
Ed è proprio Nebraska a far la parte del leone nel libro, nel film e nella carriera del rocker delle periferie dagli innumerevoli emulatori, padani e non. Ciò costituisce il motivo di reale interesse per parlare del film, magnificamente interpretato da Jeremy Allen White nella veste di protagonista e da Stephen Graham nella parte di Douglas, il padre irlandese, manesco, alcolista, illuso e scontento di Bruce. Poiché nella vicenda viene fotografata non soltanto la depressione del cantautore, che lo accompagnerà per tutta la sua vita artistica, ma anche il momento in cui lo stesso cerca di liberare i propri demoni dichiarandoli ed esponendoli al giudizio della critica, del pubblico e di una casa discografica, la Colunbia, che in lui vedeva e voleva soltanto la macchina per fare soldi e accumulare profitti.
In realtà sarà proprio il disco successivo, Born in the USA, ad accontentare le mire della Columbia definitivamente, ma Nebraska, uscito senza tour promozionale, senza promozione tra gli addetti ai lavori e, per la prima volta, senza band avrebbe finito col costituire forse l’unico e autentico capolavoro del cantante cresciuto tra rapporti famigliari difficili e contraddittori, film di serie B e musica rhythm’n’blues e rock’n’roll.
Così come le rane che in una canzone (Frogs), nell’ultimo disco di Nick Cave (God, 2025), vivono davvero soltanto per un attimo quando saltano fuori dalle profondità buie e fangose di uno stagno per essere illuminate dalla luce del sole, per un attimo Springsteen avrebbe dato il meglio di sé portando alla luce il malessere che lo affliggeva, il rapporto difficile con il padre, le donne e il successo.
Sono le immagini del primo lungometraggio di Terrence Malick, La rabbia giovane (Badlands, 1973) a risvegliare gli incubi di Bruce e ad ispirare il testo della canzone che darà il titolo all’album del 1982. Così sono i volti di Martin Sheen e di Sissy Spacek, protagonisti del film di Malick, a sovrapporsi idealmente a quello di uno Springsteen giovane che, a differenza del personaggio tragico e dannato interpretato da Martin Sheen, arriverà sull’orlo dell’abisso personale tirandosi, però, indietro quasi all’ultimo istante. Anche con l’aiuto del manager e produttore, Jon Landau (1960-2024), che lo avrebbe sorretto sia come amico personale che come promotore di un successo milionario.
Sarà l’abisso dei milioni di dollari quello che sceglierà Springsteen, a partire dall’album successivo e dal cofanetto live in cinque lp (Live 1975-1985) del 1990 che lo avrebbe trasformato anche in una sorta di datore di lavoro per la classe operaia americana attraverso la stampa di milioni di copie dello stesso, come il cantante ebbe a dichiarare in quel periodo. Da allora il successo definitivo, ma anche la ripetitività, la noia, le storie mondane, i matrimoni, le amicizie a Las Vegas con personaggi del calibro di Frank Sinatra, il libro con Obama, le polemiche con Reagan, che avrebbe voluto usare la sua canzone Born in the USA per la sua prima campagna elettorale avendo ravvisato nel suo testo proprio quel populismo di cui si era fatto portavoce, e tutto il resto delle banalità di base dell’affermazione commerciale e della morte artistica. Definitiva.
Il Boss non è mai stato né Bob Dylan né Lou Reed né, tanto meno, un Jim Morrison o un Iggy Pop, così tra l’affrontare e accettare i propri demoni oppure farsi uccidere da quegli stessi, preferì accantonarli, sedandoli insieme al suo pubblico. Per la buona pace propria e dei suoi ammiratori raggiunse il limite, ma non lo superò definitivamente. Anche perché, tutto sommato, non avrebbe mai saputo, voluto o potuto farlo davvero, nonostante le lacrime, gli strilli e le urla dal palco e dallo schermo.
Tutto questo sia il libro che il film non ce lo raccontano, ma lo anticipano rivelandolo attraverso il malessere, la solitudine e il dolore che Bruce si lasciò dietro per poter continuare a vivere (e a far soldi). Ma perdendo l’anima come il Dottor Faust convinto da Mefistofele a raggiungere il successo e a mantenerlo. Così come la riedizione apparsa quest’anno, in quattro cd e un dvd blue-ray, del disco del 1982 conferma, visto che il cantante, oggi settantaseienne, quasi rammaricandosi per la scelta di allora di non promuovere il disco in tour, lo ha fatto per gli acquirenti odierni con un concerto registrato recentemente al Count Basie Theatre di Red Bank nel New Jersey, appositamente per la ristampa “deluxe” di Nebraska.
Note
1) W. Zanes, Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska, edizioni Jimenez, 2024.
Il diavolo nei dettagli. L’inchiesta di Genova sui “finanziatori di Hamas”
Mentre i telegiornali ci stordivano con la storia dei presunti finanziamenti al terrorismo travestiti da beneficenza verso la Palestina, io ho passato il fine settimana effettivamente a leggermi le 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro questi nuovi sospetti. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno e senza ipocrisie, però voglio partire da un dettaglio passato inosservato che in apparenza non c’entra niente con questa inchiesta, da una nota a piè di pagina dell’ordinanza di arresto. Voglio partire proprio da qui perché noi in questi giorni abbiamo sentito anche da chi in teoria simpatizza con il movimento a favore della Palestina le soliti frasi di circostanza: “Fiducia nella giustizia”, “la magistratura fa solo il suo dovere” e noi quindi dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo da qualsiasi favola sulla presunta neutralità della giustizia.
Perché qui abbiamo a che fare, mi dispiace dirlo ai devoti della magistratura ma non intendo usare mezzi termini, con dei giudici che sono dei veri e propri estremisti ideologici e la loro ideologia è il suprematismo occidentale, l’idea che le persone che vivono nella nostra parte del Pianeta siano superiori ai barbari che vivono fuori. E ve lo dimostro. Nella prima parte di quest’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Silvia Cartanini vuole dimostrare che Hamas non è un movimento di liberazione della Palestina ma una minaccia globale, jihadista che vuole rovesciare qualsiasi Stato che non si conformi ai principi fondamentalisti che loro sostengono, anche in modo violento, per sostituirlo con uno Stato islamista.
E per dimostrare questa cosa fa una scelta piuttosto curiosa e cioè cita la dichiarazione di solidarietà dell’ex leader del comitato politico di Hamas, Khaled Meshal, una dichiarazione di solidarietà nei confronti degli studenti del Bangladesh che, forse qualcuno di voi ricorderà, poco tempo fa hanno rovesciato il loro corrottissimo governo. E qui, curiosamente, la giudice Cartanini sente come suo dovere quello di condannare le rivolte in Bangladesh ricordando le pesanti perdite sofferte dalle forze dell’ordine. Ho controllato: ci sono circa una quarantina di morti tra le forze dell’ordine durante questa rivoluzione a fronte di circa 1500 studenti sterminati dal governo. Poi fa questa notazione di cui vi parlavo, nota numero 14 a pagina 24 con il termine “studenti”, tra virgolette, bengalesi, non si immagini un movimento culturale magari anche a carattere generazionale come accaduto nei decenni scorsi in Occidente.
Gli studenti non sono altro che gli allievi delle scuole coraniche ossia la Madrassa ossia il medesimo movimento che ha originato i talebani, infatti taliban significa appunto studenti, questa è la nota. Quindi, se sei uno studente occidentale il tuo è un movimento culturale, invece, i poveri studenti del Bangladesh che si sono dati, tra l’altro, come capo del governo un premio Nobel per l’economia liberale, siccome hanno fatto l’errore di studiare il corano a scuola sono dei talebani. E questa sociologia da quattro soldi impregna tutte le prime cinquanta pagine dell’ordinanza in cui si vuole dimostrare la natura intrinsecamente terroristica del movimento Hamas.
Siccome però Hamas, almeno nel 2017, nei suoi statuti ufficialmente rifiuta l’utilizzo della violenza al di fuori dei territori occupati e anzi accetta, almeno formalmente, la soluzione dei due stati, l’ordinanza accumula una serie di citazioni di esponenti più o meno di spicco del movimento tratte dai media per dimostrare che in realtà, in cuor loro, i membri di Hamas non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele e vogliono una Palestina libera dal fiume al mare. E qui c’è un’altra nota in cui si compiange l’uso, spesso inconsapevole, di questo slogan nelle manifestazioni e anche in Europa. Eppure, siccome al giudice Carpanini piace la storia avrebbe potuto scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di come l’idea di dover liberare quella terra dal fiume al mare sia un’idea di origine sionista che precede addirittura il 1948 e che si ritrova perfino negli slogan del Likud, il partito di governo israeliano che, quello sì, vuole e mette in pratica un Israele dal fiume al mare senza quindi nessuna terra per i palestinesi.
Dopo aver messo in chiaro la visione del mondo a cui si conforma, l’ordinanza entra finalmente nel merito delle prove presunte contro gli imputati. Ed è qui che le cose si fanno veramente sconvolgenti.
Magistrati passacarte di IDF?
Le associazioni di beneficenza per la Palestina, che adesso la magistratura accusa di finanziare il terrorismo, per un quarto di secolo sono state oggetto di una strettissima sorveglianza con migliaia di telefonate intercettate, cimici installate nelle case e nelle automobili, indagini patrimoniali e pure un agente infiltrato che ha estratto copie di tutti i documenti delle associazioni, eppure nelle 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro i 9 sospettati di aver costituito in Italia una cellula di Hamas, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. Ci hanno fatto vedere immagini di macchine contasoldi e mazzette di contanti che poi gli imputati trasportavano in valigette verso l’Egitto o la Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte c’è scritto chiaramente che i contanti provenivano dalle elemosine raccolte nelle moschee, venivano regolarmente contabilizzati e dichiarati alla frontiera. E siccome le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibile ricostruire dove finivano questi soldi.
E finivano in adozione a distanza di orfani palestinesi, nella costruzione per esempio di un impianto di desalinizzazione per un ospedale di Gaza, o nel sostegno alle famiglie ricadute in guerra nel più estremo dei casi. Questo lo mettono, nero su bianco, gli stessi inquirenti che da 25 anni a questa parte, con una serie di indagini di volta in volta aperte e poi archiviate, provano a mandare in galera per queste attività benefiche le persone che sono state arrestate la settimana scorsa. E fino alla settimana scorsa le indagini erano sempre state archiviate perché i giudici spiegavano che la beneficenza, piacciano o no i suoi destinatari, non è un reato.
Allora che cos’è cambiato adesso? È cambiato, e parlano le carte, che Israele ha inviato all’Italia un dettagliatissimo dossier in cui spiega alle autorità italiane che in verità praticamente tutte le organizzazioni benefiche palestinesi non sono altro che una facciata per Hamas, che anche quando queste associazioni effettivamente svolgono attività benefiche, questo non fa altro che aumentare il prestigio sociale di Hamas, alimentando quindi indirettamente il terrorismo, e che comunque negli orfanotrofi palestinesi i bambini vengono indottrinati alla religione, cosa che immagino negli orfanotrofi delle suore non succeda affatto, e cantano canzoni contro i sionisti. E chissà perché questi bambini orfani ce l’hanno con i sionisti, e chissà perché sono rimasti orfani. Ma il dossier israeliano su cui si basa questa indagine della nostra magistratura non è semplice propaganda, no, è tutto supportato da prove irrefutabili che l’esercito israeliano ha rinvenuto nel corso delle operazioni a Gaza e in Cisgiordania.
Esattamente come il documento emerso dei tunnel che dimostrava i collegamenti tra Hamas e la flottiglia, vi ricordate qualche settimana fa, che poi si è rivelato un falso. O il documento che dimostrava che gli ospedali di Gaza erano tutte basi di Hamas, che poi si è rivelato essere un semplice calendario. In questo caso però non sarà neanche possibile vagliare l’attendibilità di molte di queste prove, perché Israele non si è neanche degnato di fornirle in originale.
È il caso di una testimonianza chiave per dimostrare il collegamento tra le associazioni benefiche e Hamas di cui con estremo candore i giudici italiani dicono in una nota a piè di pagina, stiamo aspettando che gli israeliani ce le mandino per intero perché per ora ci hanno mandato solo il riassunto, che loro prendono per buono. Ma facciamo finta per un momento che le prove fornite da Israele siano totalmente attendibili. Sarebbero utilizzabili in un processo italiano? Il giudice per le indagini preliminari spiega che sì, le prove raccolte in zone di guerra sono utilizzabili, secondo la giurisprudenza, sempre che siano state raccolte in osservanza dei diritti umani e costituzionali previsti dalla nostra Costituzione.
Io dopo aver letto questa frase mi sono messo disperatamente a cercare l’argomentazione giuridica che spieghi in che modo le operazioni dell’IDF in Cisgiordania e a Gaza siano conformi ai diritti umani, ma di questa argomentazione non c’è neanche l’ombra.
So che sembra incredibile, però la magistratura italiana si è ridotta a questo, a fare da passacarte per l’esercito genocida di Israele.
Ma quindi non c’è proprio niente di vero in quello che ci hanno raccontato in questi giorni? Lo vediamo nel prossimo video.
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Quello italiano è un capitalismo "assistito"
Il meccanismo è di un’eleganza quasi commovente. Il privato investe, certo, compra macchinari che sembrano astronavi e costruisce ali d’ospedale da grand hotel. Ma lo fa con la certezza matematica che lo Stato coprirà ogni centesimo. È un rischio d’impresa che fa ridere i polli: io compro il giocattolo e tu, caro contribuente, mi garantisci per contratto che mi pagherai il biglietto per usarlo, vita natural durante.
E il gioco si fa raffinato, direi chirurgico. Queste strutture scelgono dal menù: “Questo intervento rende? Dà un bel margine di profitto? Lo prendo. Quest’altro è una rogna, costa troppo, richiede una terapia intensiva che mangia il bilancio? Uh, no, per quello c’è l’ospedale pubblico in fondo alla strada”. È una sanità selettiva, che tiene per sé la crema delle prestazioni programmate e scarica sulla “carretta” dello Stato le emergenze, i disastri e i costi fissi della sopravvivenza. Noi facciamo l’eccellenza rimborsata, voi fate la trincea dei pronto soccorso.
Ma la vera perla, il tocco di classe, è il rinnovo automatico. Ogni anno le Regioni firmano, zitte e rassegnate, senza una gara, senza un dubbio, garantendo flussi di denaro in continuità con l’anno precedente. Abbiamo inventato il capitalismo assistito, dove la concorrenza non esiste e il profitto è un vitalizio. E intanto questa destra che ci parla di “Nazione”, che si sente erede di chissà quale orgoglio identitario, guarda dall’altra parte mentre il diritto alla salute viene appaltato a pezzi, come se la sovranità nazionale finisse davanti alla soglia di una fondazione privata.
Questa situazione non è più tollerabile: è un’urgenza civile invertire la rotta prima che la privatizzazione silenziosa incida ancora di più sulla nostra carne. Le soluzioni ci sono: bisogna avere il coraggio di tagliare il rilascio di nuove convenzioni e avviare una nazionalizzazione progressiva delle strutture strategiche.
Se un grande ospedale è indispensabile alla vita dei cittadini e non starebbe in piedi un solo giorno senza l’ossigeno del denaro pubblico, allora deve tornare allo Stato. Deve tornare a essere nostro. Senza filtri e senza dividendi sulla pelle di chi soffre. Perché la salute non è un’azione in borsa: è l’ultimo baluardo che ci rende ancora delle persone e non dei semplici clienti di un’azienda.
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Legge di Bilancio: approvata la manovra di guerra, peggiorativa persino rispetto alla proposta originaria
Le liti interne alla maggioranza approdano a un testo che, se possibile, risulta persino peggiorativo rispetto alla versione originaria. Fortemente ipotecata dalla corsa al riarmo e dal rispetto dei vincoli europei, la legge di bilancio conferma la sua natura profondamente classista salvaguardando banche e assicurazioni, avvantaggiando le imprese, modificando il sistema fiscale in senso sempre più regressivo, eludendo la questione salariale e, addirittura, allontanando l'età pensionabile.
Una manovra in palese spregio della Costituzione, contro la quale continueremo a dare battaglia, forti delle mobilitazioni di questi autunno, per rimettere al centro il tema del disarmo, la questione salariale, il welfare e più in generale la difesa delle lavoratrici e dei lavoratori.
Unione Sindacale di Base
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30/12/2025
Netanyahu a Mar-a-Lago, tra Palestina, Somaliland e Yemen
I criminali, semmai, sono i rappresentanti di questa tendenza bellicista, e ieri il ricercato per crimini di guerra e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Mar-a-Lago, residenza del presidente USA Donald Trump, per discutere della situazione palestinese, ma anche degli altri nodi regionali.
Per ciò che riguarda la Siria, Trump si è limitato a dire che spera che Tel Aviv e Damasco vadano d’accordo. Intanto, continuano le violenze contro gli alawiti sulla costa. Sul fronte del paese dei cedri, non toccato nell’incontro ma accennato ai media da Trump, il disarmo di Hezbollah non è stato raggiunto entro la fine dell’anno, come voleva Tel Aviv.
Il problema, del resto, è che Israele continua a bombardare il sud del Libano, mostrando come le armi del gruppo sciita sono le uniche a poter garantire un minimo di deterrenza verso il terrorismo sionista, mentre Beirut è incapace di difendere i libanesi.
Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu sta premendo per riattaccare Teheran e il suo programma missilistico, e garantirsi anche un largo consenso in vista della grazia chiesta al presidente Herzog e alle prossime elezioni. Interpellato dalla stampa sul tema, il tycoon ha detto che se continuerà a procedere sul dossier dei missili, e soprattutto del nucleare, l’Iran verrà colpito di nuovo.
Su Gaza, è stata ribadita la farsa per cui il cessate il fuoco ha retto e funzionato, nonostante i centinaia di morti causati da Israele. Ad ogni modo, nonostante sia stato ripetuto che tutto è pronto per la fase 2 della tregua, rimane il convitato di pietra: Hamas. Trump lega questo passaggio al disarmo di Hamas, e il disarmo non avverrà senza l’autodeterminazione dei palestinesi, cosa contro cui Tel Aviv ha scatenato un genocidio.
Se, dunque, la situazione sul campo nella Striscia rende impossibile la fase 2, e getta ombre sul fatto che l’unico modo per avviarla sarebbe quello di completare l’opera genocidiaria, l’unico dossier su cui Trump ha voluto dare gli “ordini” a Netanyahu è stato quello della Cisgiordania.
Fonti statunitensi hanno detto ad Axios che Trump è preoccupato della violenza dei coloni contro i civili palestinesi, dell’instabilità finanziaria dell’Anp e dell’espansione degli insediamenti israeliani. Ovviamente, non perché abbia a cuore la causa palestinese, ma perché è convinto che ciò mette a repentaglio sia gli affari a Gaza, sia l’estensione degli Accordi di Abramo ad altri paesi.
Netanyahu avrebbe confermato che si occuperà della questione secondo i desiderata di Trump, ma questo sarebbe come spaccare il proprio governo con i rappresentanti dei coloni, come Smotrich e Ben Gvir. Perdere i 13 voti dei loro due schieramenti nella Knesset significherebbe una crisi di governo irreversibile, perciò ora la palla passa a loro. Rimane il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania continua, contro ogni ipotesi di stato palestinese.
Se il cardine intorno al quale ruotano gli eventi dell’area è la questione palestinese, certo per l’impatto umanitario di un genocidio, ma soprattutto dal lato geopolitico e strategico, non bisogna ignorare le propaggini di un conflitto che è regionale. Pochi giorni fa abbiamo reso conto delle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sono riesplose nello scontro tra proxy che operano nello Yemen.
Il 26 dicembre l’aviazione saudita ha colpito le postazioni del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il gruppo secessionista che mira alla proclamazione di uno stato dello Yemen meridionale. Per quanto gli emiratini, padrini del STC, abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, la distanza con Riad è evidente ed è stata sancita dai recenti bombardamenti.
Il controllo delle coste yemenite risponde alle volontà strategiche degli Emirati, che vogliono gestire lo stretto di Bab al-Mandab, accesso al Mar Rosso, e i traffici delle zone circostanti. Questo non farebbe che indebolire l’Arabia Saudita, costretta a guardarsi dai suoi confini meridionali, e indebolendo dunque la sua forza relativa nei confronti di Israele.
Gli Accordi di Abramo hanno sancito la convergenza tra le visioni di Tel Aviv e Abu Dhabi, e Netanyahu ha deciso un’ulteriore mossa per rafforzare la propria presenza a ridosso dello Stretto e allo stesso tempo minacciare gli Houthi nella parte nord-occidentale dello Yemen. Il tutto, però, a discapito definitivo della logora stabilità del Corno d’Africa.
Il governo israeliano ha infatti riconosciuto ufficialmente il Somaliland come stato indipendente. Quest’area aveva dichiarato la propria secessione dalla Somalia nel 1991, ma fino ad oggi non era mai stata riconosciuto sovrana da alcun membro delle Nazioni Unite. Questo getta benzina sul fuoco di un paese già “spezzetato” tra varie fazioni, e dove i raid statunitensi, insieme alle vittime civili, si contano a decine solo nel 2025.
È Netanyahu stesso ad aver detto che il riconoscimento del Somaliland si inserisce nello “spirito degli Accordi di Abramo”, ricollegando la scelta politica all’asse creato a livello regionale con gli Emirati. La promessa è quella di portare avanti la cooperazione in settori chiave come tecnologia, agricoltura e salute. Ma è evidente a tutti che la valenza è soprattutto militare e geostrategica, anche contro gli investimenti turchi nell’area.
Una maggiore presenza in un Somaliland indipendente e alleato offrirebbe a Israele e ai suoi partner un accesso privilegiato al porto di Berbera, completando la morsa sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Il 27 dicembre una dichiarazione congiunta di 21 paesi musulmani e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland. Gli Emirati non erano tra i firmatari.
Molto netta anche la presa di posizione del leader di Ansarallah, Abdul-Malik al-Houthi (appunto, il movimento degli “Houthi”). I media hanno diffuso un discorso in cui viene dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nel Somaliland è una minaccia alla sicurezza regionale e sarà considerata un obiettivo militare dalle forze yemenite.
Il 29 dicembre anche il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione condannando il riconoscimento del Somaliland, subito dopo che il suo omologo di Taiwan ha affermato che l’arcipelago, Israele e il Somaliland sono “partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”. Taipei e Tel Aviv stanno stringendo i rapporti quali avamposti dell’imperialismo statunitense in due aree del globo che per Washington sono strategiche.
La secessione del sud dello Yemen e quella del Somaliland sembrano ora due facce della stessa medaglia, che si collegano ai progetti coloniali su Gaza: un disegno strategico che mira a ridisegnare i confini della regione per porre una pietra tombale sull’autodeterminazione dei palestinesi e garantire il controllo delle rotte marittime globali, a costo di innescare nuovi e sanguinosi focolai di guerra.
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Droni contro Putin, la mossa della disperazione
Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.
È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.
Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.
Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.
Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.
Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.
Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.
La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?
La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.
Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.
È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.
In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.
C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.
Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).
Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).
I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.
Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.
L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.
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Lenin, lezione ai geopoliticanti
L’antico capitalismo – quello della libera concorrenza – risponde, va a carte quarantotto. La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre – anzi quattro – elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione. La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo. La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
3) Produttività. Nella misura in cui vengono introdotti i prezzi di monopolio, risultano paralizzati – fino a un certo punto – gli stimoli al progresso tecnico e, con essi, a ogni altro progresso, e di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico (p. 139).
4) Prezzi. Essi perdono il riferimento ai costi di produzione.
In merito alla produttività, un paio di decenni dopo, nella Teoria Generale (p. 377), lo stesso Keynes dovrà ammettere che data un’efficienza marginale del capitale negativa, un procedimento diverrebbe vantaggioso soltanto purché fosse lungo; nel qual caso dovremmo impiegare procedimenti fisicamente inefficienti, purché essi fossero sufficientemente lunghi affinché il vantaggio derivante dal differimento comportasse la loro inefficienza.
Negli Stati Uniti, racconta Lenin, un certo Owens inventò una macchina destinata a rivoluzionare l’industria delle bottiglie. Il cartello tedesco dei fabbricanti di bottiglie acquistò il brevetto e lo chiuse in un cassetto, impedendone l’applicazione. Inizia così l’epoca del rallentamento artificiale del progresso, dell’obsolescenza pianificata, della fabbricazione di prodotti-spazzatura. I gadget oggi in commercio – l’iPhone, Ozempic, per esempio – venduti a prezzi irrazionali e giustificati da royalties stellari attribuite al Genio che li avrebbe prodotti, ne sono un’espressione compiuta.
L’evoluzione del capitalismo, scrive Lenin nel 1916, è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a «dominare» – le virgolette di Lenin servono a indicare che, in realtà, essa non domina più nulla ed è ormai passata in secondo piano – e a essere considerata la base di tutta l’economia, in realtà essa è già minata, e i maggiori profitti spettano ai «geni». Anche qui le virgolette sono decisive: Genio è il processo di reificazione e di santificazione dell’obsolescenza pianificata, dell’inefficienza e della spazzatura.
«Su questa base» – altre virgolette di Lenin, che segnala il momento della sofisticazione e della speculazione, in cui la base economica diventa mero supporto della rendita – la critica borghese e reazionaria sogna un ritorno alla libera, pacificata e onesta concorrenza. Se le cose non funzionano, dicono i perbenisti borghesi, è perché il libero scambio è ostacolato dai monopoli, dalle big company, dai dazi, dal protezionismo, dai trust e dai cartelli. Se si lasciasse procedere il mercato secondo le sue regole, se tutto scorresse liberamente, avremmo prodotti migliori, più valore aggiunto e più ricchezza per tutti, invece di rendita e fuffa.
Eppure, osserva Lenin, trarre da questi fatti una conclusione a favore del libero commercio e della pacifica democrazia è una banalità, e significa dimenticare che sono stati proprio il libero commercio e la pacifica democrazia a portarci fin qui. Il capitale finanziario, che muove l’intera baracca, se ne infischia della morale piccolo-borghese e scarnifica due volte la povera creatura: una prima volta attraverso i profitti realizzati sui prestiti concessi agli Stati satelliti o alle colonie; una seconda volta attraverso gli stessi prestiti, quando questi vengono impiegati – come nel caso contemporaneo della Grecia – per acquistare i prodotti della Krupp.
Sulla Produttività, in quanto base dell’inefficienza e dei prezzi amministrati e dei Geni percettori di Royalties, Lenin nota un altro aspetto interessante, legato proprio al punto più alto (e non più basso) dell’efficienza fisica (Keynes parla proprio di efficienza fisica, non di valore aggiunto, ma di Produttività legata alla filiera fisica), la trasformazione dell’Europa occidentale (qui cita Hobson) in una Federazione europea delle grandi potenze che potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l’esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero, dall’Asia e dal l’Africa, enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe allora assumere l’aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l’Inghilterra meridionale, la Riviera e le località dell’Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente; accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa.
La deindustrializzazione, afferma Lenin, costituisce un momento dell’avanzamento del capitalismo e non del suo arretramento, come invece ritiene il piccolo borghese impoverito che sogna un ritorno allo status quo ante.
Per quanto riguarda la socializzazione forzata, eccessiva, Lenin scrive queste poche esaustive parole. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libera concorrenza completa alla socializzazione completa.
L’avanzamento delle forze produttive strappa i capitalisti al loro isolamento. Forze che agiscono alle loro spalle e contro la loro volontà li proiettano in una nuova società, quella della socializzazione completa, nella quale il calcolo e le procedure tecniche di controllo – il piano – costituiscono la base stessa della socializzazione. Nel seno della vecchia società, regolata dalla proprietà privata, dalla separazione e dall’individualismo, avanza così, spinta dal calcolo e dal piano, una nuova forma sociale.
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Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde?
Chi paga?
12 miliardi, dei 22, vengono formalmente da banche e assicurazioni, attraverso aumenti di imposte (IRAP) e aliquote sulle polizze assicurative: non è difficile immaginare che questi costi, senza che sia previsto un meccanismo di controllo delle spese imposte agli utenti finali, verranno scaricati su questi ultimi, correntisti, sottoscrittori di mutui e prestiti, assicurati. L’aumento di cinque volte dell’aliquota sulle polizze, dal 2,5 al 12,5 %, sarà in particolare scaricato direttamente sulle sottoscrizioni e i rinnovi a partire dal 1 Gennaio, e ricadrà principalmente, per numeri, sulle polizze RCA Auto: una misura regressiva, come tutte quelle slegate dal reddito.
Un altro mezzo miliardo arriva dall’aumento delle accise sul diesel, mentre oltre mezzo miliardo è previsto dalla cosiddetta “tassa Temu”, i 2 euro su ogni pacco del valore di meno di 150 euro provenienti da paesi extra UE. Non è difficile capire su quali settori della società impatteranno, specie la misura sui pacchi, che colpirà proprio chi compra su determinati store per risparmiare.
Si gratta il fondo tagliando addirittura del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione: si vanno a colpire, nelle spese essenziali, i nuclei più svantaggiati tra gli svantaggiati, con un carico di odio di classe raramente così esplicito.
Infine, sul fronte delle mancate spese, si ritarda ulteriormente l’accesso alla pensione e si cancellano tutte le possibilità di anticipo come opzione donna e quota 103; si provano a spostare, ancora una volta, ingenti somme sui fondi pensione privati imponendo il meccanismo del silenzio assenso a tutti i nuovi assunti, che dovranno esplicitare la richiesta di lasciare il TFR nelle casse dell’INPS entro 60 giorni dall’assunzione.
In buona sostanza sul piano delle entrate a pagare sono solo le lavoratrici e i lavoratori, anche più degli altri anni, quando l’inflazione consentiva qualche operazione di maquillage apparentemente redistributiva.
Chi ci guadagna?
Sul fronte spese, la principale voce è il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35 al 33% per i redditi da 28000 a 50000 euro. È una misura fortemente regressiva, perché all’interno di questa fascia saranno i redditi più alti, a beneficiare di quasi 440 euro in più all’anno, mentre gli operai che rientrano nella fascia di reddito godranno di un bonus “pizza economica a domicilio per due” di ben 23 euro.
Altro grande regalo arriva ai proprietari di case: non a coloro che a fatica lo sono diventati, appartenendo ai ceti medio bassi, ma a quelli proprietari di case di alto o altissimo valore catastale: sale infatti la soglia di esenzione ISEE della prima casa, arrivando a ben 91.500 euro e 200.000 nelle metropoli, in modo tale che l’asilo nido pubblico, o la mensa, costeranno ugualmente tanto a una famiglia in affitto (a forte rischio povertà) quanto ad una proprietaria di un lussuoso appartamento in centro città. Idem tutte le prestazioni legate all’ISEE.
Alle imprese arrivano altri due miliardi circa tra iperammortamento e rinnovo ZES, e non si può dire che non siano riconoscenti, dato che il presidente di Confindustria ringrazia Giorgia Meloni per i 15 miliardi ricevuti in 3 anni; alle scuole paritarie, altro grande pilastro a sostegno del Governo, 1500 euro ad alunno e l’esenzione dall’IMU.
Beate tra le imprese sono quelle produttrici di armi, che godranno di un aumento delle spese militari, secondo l’analisi operata dall’Osservatorio Mil€x sul Def, di 1,1 miliardi di euro, per complessivi 33,948 miliardi di euro, ulteriore record storico con avvicinamento alla soglia dei 34 miliardi e un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% sul decennio.
Di questi, ben 13,1 miliardi di euro sono destinati alla spesa per armamenti, anche qui un record storico di stanziamenti che finiranno dritti dritti nelle tasche dell’industria bellica.
Festeggiano anche gli evasori fiscali, che godono della quinta rottamazione delle cartelle al modico prezzo di capitale e spese, senza interessi.
Muore invece la sanità pubblica, costretta ad affrontare spese in rialzo con fondi invariati.
Le mancette degli scorsi anni, che erano riuscite ad accontentare, seppur con poco, un bacino più ampio della base elettorale della destra, sono finite; Giorgetti riceve riconoscimenti internazionali per aver riportato il rapporto deficit/PIL al 3%, dall’8% e passa di inizio mandato; l’Italia però langue in un contesto in cui risulta, con una crescita prossima allo zero, il tasso più basso dell’Eurozona. Una stagnazione figlia di quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, segno di un mutamento strutturale del nostro sistema economico, sempre più basato su settori a bassa innovazione, basso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento.
Quale alternativa?
In un contesto come questo, di rispetto delle regole di bilancio europee, mortificazione della domanda interna, disprezzo per i ceti medio bassi e per i poveri, non c’è misura di crescita che tenga. Servirebbe un cambio di segno, sui salari, sulle pensioni, sui consumi interni, sulle spese dirette dello Stato in sanità, istruzione, trasporti, welfare, tutte cose in controtendenza sia col disegno economico della destra che con i pannicelli caldi del campo largo, che non osa mettere in discussione il quadro di compatibilità generale.
Non c’è alternativa da chi oggi siede in Parlamento: l’alternativa, anche economica, va costruita nelle strade, negli scioperi, nelle lotte contro la guerra, nell’organizzazione di un orizzonte politico radicalmente diverso.
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L’industria bellica europea vola col riarmo
Secondo un’analisi condotta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la crescita della remunerazione è accompagnata anche da un robusto rafforzamento degli investimenti. La quota di ricavi destinata a ricerca, sviluppo e spesa in conto capitale dall’esplosione del conflitto ucraino è salita, secondo le stime, dal 6,4% al 7,9% di quest’anno.
A guidare questa classifica del profitto sono le britanniche BAE Systems e Babcock, le francesi Thales e Dassault, la svedese Saab e le tedesche Rheinmetall e Hensoldt. Bisogna inoltre sottolineare che dai conti è esclusa Airbus, per via dell’importanza delle sue attività commerciali, e che ci si aspetta che nel 2026 i risultati generali possano essere ancora migliori.
Un ruolo di primo piano spetta, inoltre, all’italiana Leonardo: il colosso nazionale ha raddoppiato la cedola quest’anno. Nei primi nove mesi del 2025, Leonardo ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un utile netto in crescita del 28%. Grazie al boom di commesse aeronautiche e alla recente intesa con Airbus e Thales nel settore spaziale, il gruppo guidato da Roberto Cingolani è riuscito anche a ridurre l’indebitamento netto di oltre un quarto rispetto allo scorso anno.
Negli Stati Uniti, invece, il clima è diverso. Il picco dei rendimenti è arrivato nel 2023, per gli azionisti di sei giganti delle armi stelle-e-strisce (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls). Ora la remunerazione è diminuita, così come gli investimenti. Il settore è finito nelle critiche per eccessivi buyback, effettuati per mantenere alto il valore delle azioni.
Donald Trump ha sollecitato le compagnie a investire di più nella capacità produttiva anziché nei mercati finanziari. Ancora più duro il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha accusato le aziende di essere “gravemente in ritardo nelle consegne”, invocando “più ricerca e meno riacquisti di azioni”.
Tuttavia, secondo Rob Stallard, analista di Vertical Research, queste critiche non sarebbero supportate dai fatti: “negli ultimi due anni, i riacquisti azionari e i dividendi in percentuale sulla capitalizzazione di mercato [delle aziende statunitensi] si sono quasi dimezzati”. Va inoltre sottolineato che il nuovo bilancio della difesa varrà oltre 900 miliardi di dollari: c’è molto materiale attraverso cui “stimolare” la produzione bellica.
Con le tensioni geopolitiche che non accennano a diminuire, e che anzi, per l’azione di UE, USA e loro alleati (Israele e Taiwan in primis) stanno aumentando, con la propaganda di guerra costruita da Bruxelles intorno alla Russia, bisogna aspettarsi che il complesso militare-industriale guadagnerà ancora più soldi e legittimazione, con la scusa del rilancio industriale annesso. Una narrazione che va combattuta in virtù dell’enormità di fondi stornata dalle spese sociali verso le armi.
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Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana
Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.
Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.
Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.
10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.
Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.
La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge.
7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.
Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.
Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.
Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.
Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.
Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.
Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.
13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.
La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.
Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.
Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.
La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.
La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.
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[Contributo al dibattito] L’illusione militare statunitense contro il Venezuela
Mi trovavo a Caracas due mesi fa, ospite di un Forum internazionale. Trump tuonava da tempo minacce d’invasione e guerra.
Una formazione navale Usa si trovava a circa 700 km a Nord della capitale. Ma la città e il Paese apparivano immersi in una calma surreale. Niente coprifuoco né proclamazione d’emergenza nazionale, zero panico di massa. Piazze e strade illuminate. Nessuna fuga dai centri urbani né assalto a supermercati e distributori di benzina. Incoscienza latina? Testa sotto la sabbia? Strategia governativa di rassicurazione e minimizzazione del pericolo?
Quest’ultimo punto veniva smentito dalla presenza, nella piazza antistante l’evento cui partecipavo, di un meeting della milizia popolare nazionale, una forza passata da 5 a 7 milioni di unità dopo l’intensificazione degli attacchi Usa. Ma anche qui niente discorsi accesi. La sindaca di Caracas e il ministro della difesa, all’ingresso della sala del Convegno, conversavano pacatamente con gli ospiti accrescendo il mio senso di sconcerto.
Solo dopo il mio ritorno, ripensando il tutto alla luce di quanto ho scritto sulla guerra che non ci sarà tra Cina e Usa, ho elaborato una risposta compiuta.
Il punto di partenza è il punto-nave della portaerei Gerald Ford, meraviglia tecnologica ed estetica che viene alla grande in tv, ma è in realtà una bara galleggiante, un potenziale rottame che deve stare ad almeno 700 km dalla costa per non essere colata a picco da missili e droni venezuelani. Come tutte le altre navi della vulnerabile Armada.
Se la supremazia militare Usa fosse quella di un tempo, le navi si troverebbero a 7 e non a 700 km di distanza dalla costa. Stazionerebbero nelle acque di Trinidad, isola quasi attaccata al Venezuela, e il cui governo ha dato pieno accesso alla flotta Usa. Starebbero lì a fare il tiro a segno contro città, porti, centrali elettriche, raffinerie. Avrebbero concluso in poche settimane la missione, eliminato Maduro e il chavismo, installato la Machado di turno e preso possesso dell’agognato petrolio. Le forze armate si sarebbero divise, e la popolazione riversata nelle piazze celebrando la fine della feroce tirannia.
Ma è wishful thinking occidentale, un esercizio d’imbecillità e paranoia simile a quello che aveva visto la Russia in ginocchio sotto le sanzioni, Putin malato e fuori gioco, Ucraina e Ue trionfanti sotto la spinta di una furia popolare antirussa, guidata da una leadership euroamericana rispettata e ammirata ovunque. Beh, abbiamo visto com’è andata qui, e siamo all’inizio di come andrà in Venezuela.
Limitiamoci agli aspetti militari. Il posizionamento difensivo della squadra navale Usa è dovuto al fatto che il Venezuela dispone della forza armata asimmetrica più moderna ed efficace del continente. Il Paese è pieno di droni, missili supersonici (non ipersonici, per adesso), sistemi di difesa antiaerea S-300 mobili forniti da Iran e Russia negli ultimi venti anni. Armi in grado di trasformare in un fiasco qualunque attacco su larga scala condotto con mezzi militari obsoleti come navi, aerei e truppe da sbarco.
La costa del Venezuela è protetta dentro un raggio di 450 km da missili che volano a Mach 2,5 rasente la superficie del mare per evitare i radar. Sono collaudate, convenzionali, armi russe. Assieme ad analoghi sistemi, come Pantsirs1 e BUK-M2E, sono sufficienti a tener lontana la flotta Usa senza ricorrere ai missili ipersonici.
Una portaerei da 13 miliardi di dollari, equipaggiata con 75 caccia F-35, è una macchina di distruzione insuperabile solo se vicina al bersaglio, immune da droni e missili antinave. Altrimenti è solo un bidone galleggiante, come dimostrato dagli Houthi nella strettoia del Mar Rosso. I loro droni (peraltro primitivi) hanno costretto lo Zio Sam a un umiliante accordo coi ribelli mediato dal Qatar. E a tenere lontane le sue portaerei.
I caccia Usa più avanzati non possono volare in numero significativo per distanze superiori alle 300 miglia nautiche senza dover esser riforniti in volo da aerei cisterna facile preda di missili e caccia nemici.
Avvicinandosi un po’ alla costa, la Ford potrebbe lanciare attacchi limitati, ma le sortite giornaliere sarebbero drasticamente ridotte. Non consentirebbero quei bombardamenti intensivi che fiaccano e demoralizzano l’avversario, e quelle ondate massicce di attacchi necessarie per coprire gli sbarchi con mezzi anfibi: bersaglio più semplice per droni e artiglieria tradizionale.
Ma il deterrente forse più micidiale consiste nel sistema antiaereo S-300SV di marca russa combinato ai droni armati di fattura iraniana. I droni Ansu-100 e Ansu-200 son stati mostrati a Caracas il 5 luglio 2022 nella parata del giorno dell’indipendenza. Altri droni collaudati in Ucraina e facilmente ottenibili dal Venezuela possono rendere insostenibile il rapporto costo-letalità: un drone russo Fpv da mille dollari, producibile in migliaia di unità trasportabili su un aereo cargo, contro un Cacciatorpediniere Arleigh Burke da 2 miliardi.
Preso atto dell’impossibilità tattica di un’invasione anfibia e di una campagna di bombardamenti a distanza, il 17 dicembre Trump proclama sul social Truth “il blocco totale di tutte le petroliere sanzionate” che entrano ed escono dal Venezuela. Attenzione: petroliere sanzionate, non tutte le petroliere. Un blocco totale sarebbe, secondo il diritto internazionale, atto di guerra.
Limitando il blocco alle navi già sanzionate dagli Usa, Trump cerca di sostenere che esso non è altro che l’applicazione di sanzioni già esistenti. Facile a dirsi, quasi impossibile da farsi. Un blocco efficace richiederebbe molto più di quanto gli Usa abbiano dispiegato. Secondo Tanker Trackers, circa 712 navi in tutto il mondo sono nella lista nera Usa. Quasi 40 si trovano ora in acque venezuelane, di cui 18 cariche di petrolio.
Il Venezuela ha diversi terminal petroliferi sulla sua costa lunga oltre 2.800 km. Per accerchiarli efficacemente non bastano le 11 navi militari di stanza nella regione. Ne servirebbero 24-36 da tenere in loco a tempo indefinito, con rotazioni che porterebbero il fabbisogno totale a 60-80 navi: più della metà dell’intera flotta americana da combattimento, che dovrebbe controllare accuratamente l’intero flusso, senza danneggiare il traffico commerciale e senza esporsi a incidenti con navi battenti bandiere di potenze nucleari non amiche. E con il rischio, sullo sfondo, di essere in gran parte affondata dal passaggio a una guerra vera e propria.
Ma il problema non è solo il numero delle imbarcazioni che entrano ed escono dai porti del Venezuela. C’è la questione del pattugliamento delle rotte oceaniche. Gli oceani sono immensi e le navi sono solo dei puntini sulla mappa. Considerando un raggio di mille miglia nautiche dal Venezuela, l’area da monitorare è di circa 11 milioni di km2. Un aereo pattugliatore P-8 Poseidon può coprire circa 2.000-2.500 km2 per sortita completa. Con 6-8 Poseidon operativi destinati esclusivamente alle presunte rotte petrolifere, gli Usa possono monitorare efficacemente circa lo 0,15-0,18% dell’area totale.
E i satelliti non risolvono il problema: quelli radar ad apertura sintetica (Sar) hanno una risoluzione sufficiente per vedere una nave, ma coprono solo una striscia di 50-100 km per passaggio. Ma i Sar sono solo 15 e possono offrire copertura parziale ogni 12-48 ore, non un monitoraggio continuo. Le navi della “dark fleet” petrolifera sfruttano bene tali limiti. Petroliere associate a Iran, Venezuela o Russia hanno condotto oltre 130 visite nell’area dei Caraibi negli ultimi 30 giorni, coinvolgendo 116 navi, con visite in aumento del 95% anno su anno.
Torniamo a Caracas e alla sua tranquillità. È evidente che il governo venezuelano dispone degli stessi calcoli strategici e consapevolezza dei limiti operativi americani che ha il Pentagono. Sa che un attacco massiccio e un blocco navale completo sono impossibili da attuare. Non serve perciò proclamare l’emergenza nazionale quando si sa che l’emergenza non c’è. Le decorazioni natalizie nelle strade di Caracas erano semplicemente la risposta razionale di un Paese che ha fatto bene i suoi conti.
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