di Sandro Moiso
Spiace dirlo, soprattutto per i numerosissimi fan italiani del “Boss”,
ma ormai da più di quarant’anni quello che si esibisce tra strepiti di
folla, schitarrate, sudore e cori da stadio, durante tournée i cui
biglietti vanno esauriti fin dal loro annuncio, non è altro che
un’immagine prodotta dall’IA oppure un ologramma di quello che per poco
meno di un decennio, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli
anni Ottanta, sembrò essere il muscolare cantore delle periferie
americane e delle loro ormai perdute tradizioni blue collar.
Detto in altre parole è ormai evidente, per chi non si lasci sedurre
con facilità dalla carta patinata delle riviste e dalla promozione
pubblicitaria spacciata per critica musicale, che da quattro decenni
Bruce Springsteen ripropone sempre lo stesso disco, lo stesso stile, le
stesse canzoni, sia acustiche che elettriche, le stesse linee melodiche e
i medesimi atteggiamenti gigioneschi che riescono a mandare tuttora in
visibilio un pubblico che confonde la realtà con il mito consumistico e
che nell’era dei social media e dei selfie, più che da amanti della
musica, è composto da una massa di individui soggiogati da eventi cui
non si può assolutamente mancare di partecipare.
Anche chi qui scrive fu un tempo tra gli estimatori del personaggio in questione, di cui amò le canzoni e le origini working class
e italo-irlandesi. Ma quelli erano altri anni, in cui l’onda lunga
delle lotte ormai in via di estinzione mascherava ancora quel rock
populista e romantico da espressione di un ambiente e di una cultura
operaia che forse nelle loro forme pretese pure non erano mai esistiti, e
che non avrebbero comunque mai potuto sopravvivere all’interno della
società dello spettacolo.
Born To Run, The River, Jungleland, Thunder Road, Badlands, The Promised Land e Streets of Fire,
solo per citare alcune canzoni scritte e cantate da Bruce e suonate con
la E-Strett Band in quel periodo, avevano annunciato una falsa
ripartenza, proprio là dove stava calando il buio della sconfitta e la
rivincita della paura e del razzismo figlio di quella stessa paura, di
cui Reagan, i Bush padre e figlio e oggi Trump non hanno costituito
altro che la manifestazione politica più evidente, mentre i Clinton, gli
Obama e lo zoppicante Biden non hanno dato vita ad altro che al suo
necessario corollario “democratico”.
La stagione del post-Vietnam durò poco e così pure l’avventura
creativa di Springsteen. Proprio per questo motivo il libro di Warren
Zanes1 e il film di Scott Cooper (Deliver Me from Nowhere,
2025) tratto dallo stesso libro e dal medesimo titolo, hanno
sicuramente il pregio di rivelare al grande pubblico e agli appassionati
il momento più importante e drammatico della carriera del menestrello
del New Jersey e delle sue cittadine in via di progressiva
deindustrializzazione, ancor prima che industriose.
È il momento prima dell’inizio della lunghissima, anche se ancor
ricca di successi e ammiratori, discesa della qualità della produzione
musicale del Boss. Una discesa truccata, come il volto rifatto dagli
infiniti lifting, da continuità in cui, però, i momenti brillanti sono
stati troppo pochi, ad esempio con album come The Ghost of Tom Joad (1995) oppure Wrecking Ball
(2012). Quest’ultimo salvato in gran parte da un Tom Morello alla
chitarra, poi destinato però ad affogarsi con le proprie mani
partecipando ai tour degli insopportabilmente italici e quindi
pretenziosamente privi di merito Maneskin.
E se il disco inciso con le canzoni di Pete Seeger (We Shall Overcome. The Seeger Sessions,
2006) non aveva fatto altro che dimostrare la sostanziale e
irrecuperabile distanza tra Springsteen e l’universo del folk americano
di cui avrebbe voluto essere cantore, senza essere mai davvero riuscito a
comprenderlo e a differenza di Dylan che poté allontanarlo da sé per
poi ricrearlo avendolo assorbito totalmente, tutto il resto della sua
produzione (acustica, elettrica e live) sarebbe servita soltanto a
tenere in vita, almeno negli ascolti, un cantautore morto creativamente
dopo aver scritto le canzoni inizialmente destinate ad un album doppio,
ma poi suddiviso in uno acustico, Nebraska appunto (1982), e uno ridondante di elettricità e suoni mainstream dai testi retorici, anche se ancora digeribili, come Born in the USA (1984).
Ed è proprio Nebraska
a far la parte del leone nel libro, nel film e nella carriera del
rocker delle periferie dagli innumerevoli emulatori, padani e non. Ciò
costituisce il motivo di reale interesse per parlare del film,
magnificamente interpretato da Jeremy Allen White nella veste di
protagonista e da Stephen Graham nella parte di Douglas, il padre
irlandese, manesco, alcolista, illuso e scontento di Bruce. Poiché nella
vicenda viene fotografata non soltanto la depressione del cantautore,
che lo accompagnerà per tutta la sua vita artistica, ma anche il momento
in cui lo stesso cerca di liberare i propri demoni dichiarandoli ed
esponendoli al giudizio della critica, del pubblico e di una casa
discografica, la Colunbia, che in lui vedeva e voleva soltanto la
macchina per fare soldi e accumulare profitti.
In realtà sarà proprio il disco successivo, Born in the USA, ad accontentare le mire della Columbia definitivamente, ma Nebraska,
uscito senza tour promozionale, senza promozione tra gli addetti ai
lavori e, per la prima volta, senza band avrebbe finito col costituire
forse l’unico e autentico capolavoro del cantante cresciuto tra rapporti
famigliari difficili e contraddittori, film di serie B e musica
rhythm’n’blues e rock’n’roll.
Così come le rane che in una canzone (Frogs), nell’ultimo disco di Nick Cave (God,
2025), vivono davvero soltanto per un attimo quando saltano fuori dalle
profondità buie e fangose di uno stagno per essere illuminate dalla
luce del sole, per un attimo Springsteen avrebbe dato il meglio di sé
portando alla luce il malessere che lo affliggeva, il rapporto difficile
con il padre, le donne e il successo.
Sono le immagini del primo lungometraggio di Terrence Malick, La rabbia giovane (Badlands,
1973) a risvegliare gli incubi di Bruce e ad ispirare il testo della
canzone che darà il titolo all’album del 1982. Così sono i volti di
Martin Sheen e di Sissy Spacek, protagonisti del film di Malick, a
sovrapporsi idealmente a quello di uno Springsteen giovane che, a
differenza del personaggio tragico e dannato interpretato da Martin
Sheen, arriverà sull’orlo dell’abisso personale tirandosi, però,
indietro quasi all’ultimo istante. Anche con l’aiuto del manager e
produttore, Jon Landau (1960-2024), che lo avrebbe sorretto sia come
amico personale che come promotore di un successo milionario.
Sarà l’abisso dei milioni di dollari quello che sceglierà
Springsteen, a partire dall’album successivo e dal cofanetto live in
cinque lp (Live 1975-1985) del 1990 che lo avrebbe trasformato
anche in una sorta di datore di lavoro per la classe operaia americana
attraverso la stampa di milioni di copie dello stesso, come il cantante
ebbe a dichiarare in quel periodo. Da allora il successo definitivo, ma
anche la ripetitività, la noia, le storie mondane, i matrimoni, le
amicizie a Las Vegas con personaggi del calibro di Frank Sinatra, il
libro con Obama, le polemiche con Reagan, che avrebbe voluto usare la sua
canzone Born in the USA per la sua prima campagna elettorale
avendo ravvisato nel suo testo proprio quel populismo di cui si era
fatto portavoce, e tutto il resto delle banalità di base
dell’affermazione commerciale e della morte artistica. Definitiva.
Il Boss non è mai stato né Bob Dylan né Lou Reed né, tanto meno, un
Jim Morrison o un Iggy Pop, così tra l’affrontare e accettare i propri
demoni oppure farsi uccidere da quegli stessi, preferì accantonarli,
sedandoli insieme al suo pubblico. Per la buona pace propria e dei suoi
ammiratori raggiunse il limite, ma non lo superò definitivamente. Anche
perché, tutto sommato, non avrebbe mai saputo, voluto o potuto farlo
davvero, nonostante le lacrime, gli strilli e le urla dal palco e dallo
schermo.
Tutto questo sia il libro che il film non ce lo raccontano, ma lo
anticipano rivelandolo attraverso il malessere, la solitudine e il
dolore che Bruce si lasciò dietro per poter continuare a vivere (e a far
soldi). Ma perdendo l’anima come il Dottor Faust convinto da
Mefistofele a raggiungere il successo e a mantenerlo. Così come la
riedizione apparsa quest’anno, in quattro cd e un dvd blue-ray, del
disco del 1982 conferma, visto che il cantante, oggi settantaseienne,
quasi rammaricandosi per la scelta di allora di non promuovere il disco
in tour, lo ha fatto per gli acquirenti odierni con un concerto
registrato recentemente al Count Basie Theatre di Red Bank nel New
Jersey, appositamente per la ristampa “deluxe” di Nebraska.
Note
1) W. Zanes, Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska, edizioni Jimenez, 2024.
Fonte